La crisi idrica non tocca i privati : la miniera di acqua #Vera in Sicilia
Siccità prolungata e servizio intermittente fanno interrogare i cittadini sulla gestione del bene pubblico, improntata all’estrattivismo. Nel deserto degli interventi strutturali, nel 2025 l’azienda ha imbottigliato più di 210 milioni di litri nell’agrigentino
A metà agosto la prefettura di Agrigento festeggiava il “via libera ai fondi della Regione per sette autobotti”. Una toppa, in un’estate caratterizzata in tutta la provincia dall’emergenza idrica.
A 70 chilometri dal capoluogo, però, a Santo Stefano Quisquinia, poco meno di quattromila abitanti a oltre 700 metri di altezza, Aqua Vera Spa ha continuato a imbottigliare acqua minerale dalla concessione “Margimuto”, tra boschi, laghi, sorgenti e le cime dei Monti Sicani.
Le bottiglie di plastica da due litri finiscono nei supermercati dell’isola affollati da assetati turisti in fardelli da sei, in vendita a 2,50 euro: in pratica, quasi 21 centesimi al litro, mentre il canone di concessione è pari a 0,00167 euro al litro. Dalla sorgente al dettaglio il prezzo aumenta del 12.000%.
Nel 2025 Aqua Vera Spa ha imbottigliato nello stabilimento dei Sicani oltre 210 milioni di litri d’acqua: se i dati trasmessi ad Altreconomia dalla Regione Sicilia sono corretti, la società avrebbe sfruttato la sorgente oltre la portata concessa -pari a 5,58 litri al secondo-, estraendo dunque 34 milioni di litri in più. Per tutta quest’acqua, che al dettaglio vale almeno 40 milioni di euro, il canone è stato di appena 352.501,61 euro.
Non è un paradosso ma il segno che chi governa confonde bisogni e diritti, come racconta Elisa Chillura, socia di Via delle rondini, associazione che a Santo Stefano Quisquinia lavora per ricostruire un legame tra chi ci vive e il paesaggio e che ad aprile 2026 ha promosso la campagna “Liquidità”.
La mobilitazione, spiega, “nasce dal conflitto tra la comunità e un modo di governare l’acqua che considera il sottosuolo una riserva di disponibilità. È una logica che possiamo definire estrattivista purché non la si riduca all’industria delle acque minerali: davanti a una crisi idrica la risposta più rapida è sempre stata quella di aumentare le captazioni (processo che permette di prelevare l’acqua, ndr)”.
La fabbrica, insomma, è una parte del problema: l’altra parte è una Regione che di fronte a una siccità strutturale riattiva decine di pozzi e sorgenti e individua nuovi siti da perforare, azioni che non affrontano né risolvono la questione. Basti pensare che le perdite medie nelle reti del servizio idrico sull’isola sono pari al 52% dell’acqua immessa, secondo l’Istat. “I pozzi possono essere necessari durante un’emergenza -sostiene Chillura-. È un problema quando l’emergenza diventa modalità ordinaria di governo”.
Tra Castronovo di Sicilia (PA) e Santo Stefano Quisquina è in corso la realizzazione di un nuovo pozzo, “Monnafarina”, con relativa condotta di adduzione all’acquedotto Voltano che raggiunge Agrigento e altri Comuni della provincia. A luglio 2026 il Tribunale superiore delle acque pubbliche ha rigettato un ricorso del Comune di Santo Stefano che contestava il pozzo per il possibile rischio di interferenze con il sistema idrogeologico da cui dipende Capo Favara, unica fonte di approvvigionamento dell’abitato. Secondo il giudice, però, gli studi richiamati dall’ente non erano sufficienti a dimostrare l’unicità dell’acquifero della Quisquina, uno dei presupposti centrali della contestazione.
“Per noi ‘Monnafarina’ pone una domanda che va oltre quel singolo pozzo: chi deve produrre la conoscenza necessaria prima di intervenire su un sistema idrico sotterraneo? Conoscere davvero le connessioni tra acquiferi e sorgenti, i tempi di ricarica, le portate e l’effetto cumulativo di captazioni diverse richiede indagini complesse, continuative e costose. Troppo spesso chi chiede maggiore cautela, un piccolo Comune, una comunità locale, si trova a dover finanziare studi, consulenze e perizie per dimostrare la propria vulnerabilità -riflette l’attivista-. La conoscenza diventa una questione di giustizia: non può essere una comunità a dover dimostrare, a proprie spese, le proprie sorti. La conoscenza necessaria a decidere nuovi prelievi dovrebbe essere pubblica, preventiva, indipendente e proporzionata alla delicatezza del sistema su cui si interviene”.
La campagna “Liquidità” è nata anche da questa vicenda. Non è un appello episodico e raccoglie l’adesione di associazioni, comitati, movimenti, sigle organizzate e singoli cittadini. L’obiettivo è mettere in relazione territori nei quali insistono stabilimenti di imbottigliamento e altre storie di captazioni, portando al tavolo dei decisori politici dati, evidenze e testimonianze prodotte da chi quei luoghi li abita. “I territori delle acque minerali vengono normalmente letti attraverso concessioni, metri cubi, volumi imbottigliati e investimenti -continua Chillura-. Da vicino emergono invece le connessioni con le sorgenti, le trasformazioni delle portate, la memoria degli usi, le altre captazioni, le aree di ricarica, le preoccupazioni delle comunità”.
Il bilancio della Regione Sicilia non prevede nessun obbligo di reinvestire i canoni delle concessioni nella tutela dei corpi idrici da cui provengono, nel monitoraggio delle falde o nei territori interessati dalle captazioni. “I territori entrano nel bilancio regionale e perdono la loro geografia propria -dice Chillura-. È il punto da cui è partita la campagna: la Regione organizza il prelievo, quantifica il valore economico prodotto dalla concessione, contabilizza l’entrata ma non esiste un obbligo di restituzione ecologica ai sistemi che rendono possibile quel valore”.
La sua associazione si è fatta portavoce della richiesta di istituire un meccanismo vincolante che destini una parte delle risorse ai territori interessati per sostenere azioni di tutela, studi idrogeologici, protezione delle aree di ricarica, riequilibrio ambientale. “Non si tratta di ‘compensazione’, parola che può contenere un equivoco pericoloso, ovvero l’idea che se prelevo e pago allora posso continuare a prelevare -spiega l’attivista-. Sarebbe ancora una logica estrattiva, mentre noi vogliamo una politica dell’acqua che impari a interrogarsi sui ‘costi’ reali delle estrazioni”. Nel 2025 in Sicilia si sono imbottigliati quasi 1,4 miliardi di litri d’acqua. La Regione ha incassato canoni per 1,81 milioni di euro, ovvero 0,0013 euro al litro. Di questi circa un sesto sono stati versati da Aqua Vera Spa. L’azienda, nata alla fine degli anni Settanta in Veneto, dal 2020 è di proprietà della famiglia Quagliolo che ha rilevato alcune concessioni in capo a Nestlé Italia tra cui lo stabilimento di Castrocielo (FR), in produzione dal 2016.
A San Giorgio in Bosco (PD) invece l’acqua Vera è ancora imbottigliata all’interno dello stabilimento di San Pellegrino, recentemente passata di mano da Nestlé waters a una joint venture tra la stessa Nestlé e il fondo di private equity statunitense Platinum. Il vicepresidente di Aqua Vera è Giorgio Quagliuolo, da decenni ai vertici di Conai e Corepla, i consorzi che si occupano del riciclo di imballaggi e plastica. La sua famiglia, infatti, è arrivata alle minerali per diversificare il business legato alla produzione di plastica, cioè preforme e tappi in PET prodotti da S.I.Con Srl. Non è un caso che quest’ultima sia azionista al 30% di Aqua Vera Spa e che nel corso del 2025 le abbia venduto 11 milioni di euro di bottiglie. Negli stessi 12 mesi il fatturato di Aqua Vera Spa ha raggiunto 76 milioni di euro, con utili pari a 3,75 milioni. Sul fronte dei costi incidono poco quelli legati al personale -i dipendenti sono in tutto una settantina, 25 dei quali in Sicilia, per 5,63 milioni di euro- e molto di più quelli per i trasporti, pari a oltre 8 milioni di euro, per la promozione (10,9 milioni di euro), per la pubblicità (1,52 milioni di euro).
Una spesa ben più alta di quella relativa ai canoni di concessioni versati che in tutta Italia sono 953.380 euro. È la normalizzazione del paradosso, a cui contribuisce un aspetto culturale: anche a Santo Stefano Quisquinia intere generazioni di bambini sono state portate in visita allo stabilimento.
“Abbiamo finito per conoscere meglio il nome commerciale dell’acqua che i nomi dei luoghi da cui proviene”, commenta Chillura. In un servizio dell’aprile 2026 in onda su Tele One Riccardo Quagliuolo, direttore sostenibilità di Aqua Vera Spa, accoglie i bambini e afferma: “Per noi è fondamentale […] far vedere concretamente che cosa c’è dietro le bottiglie di acqua minerale. Parliamo di un prodotto sicuro, controllato, e di un contenitore, la plastica, che è essenziale per garantirne qualità e accessibilità ogni giorno. Educare i più giovani vuol dire proprio questo, ovvero spiegare il valore dell’acqua minerale e l’importanza di riciclare correttamente i materiali”.
È anche per contrastare questi messaggi che Via delle rondini lavora sulla memoria ricostruendo una grammatica perduta: i nomi delle sorgenti, delle fontane e degli abbeveratoi, i percorsi dell’acqua, le fotografie, i racconti, le lotte con cui altre generazioni hanno difeso la risorsa. L’associazione ha mappato luoghi, costruito cammini e permesso l’accesso ad alcuni di essi. “È un gesto politicamente molto preciso -conclude Chillura- perché riporta gli abitanti nel cuore delle loro montagne, a osservare l’acqua che spiega dalle rocce, davanti alla sorgente da cui dipende una parte della loro vita, vista la vocazione dei territori per la pastorizia e l’agricoltura”.
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