• Foire à l’ail d’Arleux : le maire annonce la déprogrammation de Jean-Luc Lahaye - ICI
    https://www.ici.fr/hauts-de-france/nord-59/arleux/foire-a-l-ail-d-arleux-le-maire-annonce-la-deprogrammation-de-jean-luc-lahaye-48

    Le maire d’Arleux annonce la déprogrammation de Jean-Luc Lahaye. Le chanteur devait se produire à la Foire à l’ail d’Arleux le premier week-end de septembre, mais sa venue était contestée. Dans un courrier envoyé au maire d’Arleux ce dimanche 2 août, la région Hauts-de-France réclamait la déprogrammation de l’artiste.

    Jean-Luc Lahaye est mis en examen pour viol et agressions sexuelles sur mineures et a déjà été condamné à deux reprises, une fois pour avoir eu des relations sexuelles avec une mineure, une autre fois pour corruption de mineure. « Si la programmation de cet artiste visé par telles poursuites était maintenue, la Région ne saurait rester partenaire de cette manifestation », peut-on lire dans le courrier envoyé au maire d’Arleux par Marie-Sophie Lesne, vice présidente de la région Hauts-de-France.
    Le maire d’Arleux veut trouver une alternative

    Une pétition avait également été créée la semaine dernière, demandant l’annulation du concert. Elle avait recueilli plus de 600 signatures. Le maire d’Arleux Bruno Vandeville a donc décider de déprogrammer Jean-Luc Lahaye. « Je prends acte de cette situation et, afin de protéger nos partenaires de la Région et du Département, injustement mis en cause, je demande au producteur artistique de la Foire à l’ail de trouver une alternative », écrit le maire dans un communiqué.

    Bruno Vandeville défend tout de même ce choix initial. « Inviter Jean-Luc Lahaye à la Foire à l’ail fumé ne signifie en aucun cas cautionner des actes passés », écrit-il.

    Fin mai, plusieurs dizaines de personnes avaient manifesté à Hénin-Beaumont contre la venue de Jean-Luc Lahaye, à l’appel du collectif féministe #NousToutes. L’artiste s’était produit à guichets fermés dans le théâtre de la municipalité RN. Il s’était ensuite produit à Billy-Montigny, une autre ville RN, le 14 juillet.

  • « Moi j’ai peur de rester là » : inquiets par l’#érosion du #littoral, les habitants du bord de mer de Pouebo vont être relocalisés
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/moi-j-ai-peur-de-rester-la-inquiets-par-l-erosion-du-littoral-les-

    Les changements climatiques ont de lourdes conséquences comme en province Nord où à Pouebo, l’érosion et la #montée_des_eaux contraignent les habitants d’être relogés ailleurs. Un chantier de 200 millions de francs cfp est en cours sur les hauteurs de la tribu de Colnett pour relocaliser les riverains.

    #nouvelle_calédonie #kanaky

    Y-a pas qu’en Bretagne ou sur la côte landaise, que ça s’érode :-)

  • Perché #Cosa_Nostra è ormai cosa di tutti, il saggio di #Ryan_Gingeras

    Altro che la storia di un mondo arcaico che muore lentamente. La mafia non è una questione locale, ma un’avanguardia del capitalismo. E per questo arriva ovunque

    C’è una scena, nei primi minuti del Padrino, che spiega questo libro meglio di qualsiasi introduzione critica. Don Corleone non riceve in ufficio. Riceve in casa, il giorno del matrimonio della figlia, mentre fuori si balla. Bonasera entra, chiede vendetta per la figlia massacrata. Vito gli dice: avresti dovuto venire prima. Avresti dovuto chiamarmi «amico». È questo il punto. Non il sangue, non il colpo. La forma del rapporto. La parola amicizia che vale più di un contratto, più di un tribunale, più dello stato.

    Francis Ford Coppola lo aveva capito subito, e lo aveva detto al produttore Robert Evans, che non voleva sentirlo. Il padrino non sarà un film sulla criminalità organizzata. Sarà una metafora del capitalismo. Evans gli rispose: che vada al diavolo. Aveva torto Evans, aveva ragione Coppola, e il libro di Ryan Gingeras parte esattamente da lì. Non dalla mafia come fenomeno criminale, ma dalla mafia come grammatica del potere economico. Come modo di stare dentro il mercato quando il mercato è troppo debole per reggersi da solo, o troppo forte per tollerare regole.

    Gingeras è uno storico americano che insegna alla Naval Postgraduate School. Ha lavorato a lungo sull’eroina turca, sul tramonto dell’Impero ottomano, sui legami fra Ankara e i traffici globali. La sua mafia non è quella della tradizione, non è quella di Hess o di Arlacchi. È una mafia vista da Istanbul, da Lagos, da Marsiglia, da Pelham Bay. E parte da una scena familiare. Il nonno dell’autore, Charley Fitzpatrick, lavorava come barista in un locale del Bronx, lo Ye Olde, dove Willie Moretti – gangster del New Jersey, futuro morto ammazzato a Cliffside Park – passava le serate a bere. Da quel marciapiede, Gingeras guarda il mondo.

    Tre cose, in questo libro, sono nuove.

    La prima è l’idea che le mafie siano una costruzione economica prima che antropologica. Gingeras lo scrive a chiare lettere: aderire a una mafia, nel mondo contemporaneo, vuol dire avere una specie di impiego. I traffici più lucrativi si basano sulla compravendita di beni e servizi. Per capire la Cosa Nostra americana degli anni trenta non serve l’omertà siciliana, serve il bilancio. Luciano e Lansky non erano feudatari, erano amministratori delegati. Il Comitato – la struttura che dirimeva le controversie dopo il Proibizionismo – non era un consiglio di anziani, era un consiglio di amministrazione. Capone non era un brigante, era una versione iperviolenta di Henry Ford. Lo capì già Fred Pasley nel 1930, nella prima biografia di Capone: aveva reso il crimine efficiente. È questa la parola che fa la differenza. Efficiente.La seconda è la riscrittura della geografia. Per due secoli abbiamo letto la mafia come una storia di Sud Italia, Sud degli Stati Uniti, Sud del mondo.

    Gingeras la riscrive come una storia di traduzioni. Il padrino esce nel 1972 e diventa immediatamente intraducibile fuori dall’America; non c’era nulla di simile in Colombia, in Nigeria, in India e contemporaneamente diventa traducibilissimo: la parola padrino arriva in turco come baba, designa i boss di Ankara e Istanbul, e da lì migra ovunque. Mafia, oggi, è una parola americana che descrive cose non americane. È un’egemonia simbolica prima che criminale. Il vero capitale che la mafia americana ha esportato non è l’eroina, è il vocabolario. Il padrino ha fatto più di Cosa Nostra e Coppola ha pesato più di Luciano.La terza è la distinzione fra vecchie mafie e nuove mafie. Le vecchie Cosa Nostra siciliana e americana, yakuza, triadi erano viste come parassiti su stati altrimenti funzionanti. Anomalie da estirpare. Le nuove mafie russe, nigeriane, albanesi, messicane, turche sono qualcosa di diverso. Sono estensioni di stati deboli. Lo stato non le subisce, le produce. Il narcotrafficante curdo Hüseyin Baybaşın confessa in carcere di aver versato ad Ankara metà dei profitti di ogni affare: per noi era una tassa, e in cambio ricevevamo protezione. Da lì all’espressione «stato profondo», oggi sdoganata da Trump, il passo è breve. E da lì alla conclusione del libro – quella che Gingeras chiama «la grande diluizione» – il passo è ancora più breve. Nel XXI secolo la mafia non è più una categoria di persone, è una categoria di funzioni. Le svolgono i gangster, certo, ma le svolgono anche banchieri, avvocati, multinazionali, fondazioni filantropiche, governi. La mafia si è dissolta nel sistema, non perché abbia vinto, ma perché il sistema ha imparato a fare quello che lei già faceva.

    La mafia non è un residuo del feudalesimo siciliano sopravvissuto a Manhattan, è un’avanguardia del capitalismo americano che ha avuto il vantaggio competitivo di non dover rispettare le regole che il capitalismo legale si stava dando in quegli stessi anni. Letta così, la storia della mafia novecentesca non è la storia di un mondo arcaico che muore lentamente, ma è la storia di un laboratorio di pratiche economiche che la grande impresa legale, in molti casi, ha poi adottato e raffinato. È un’inversione di prospettiva che cambia tutto e che spiega perché l’esito a cui stiamo assistendo era inevitabile. Non era la mafia, infatti, a doversi modernizzare per sopravvivere. Era il capitalismo a doverla raggiungere. E l’ha raggiunta.

    C’è una frase di Tony Soprano, all’inizio della serie, che Gingeras mette in epigrafe alle conclusioni. «Mi sembra di essere arrivato più che altro alla fine. Che il meglio sia passato» e continua: «Mio padre, per esempio, non è mai arrivato dove sono arrivato io. In un certo senso, però, se l’è goduta di più. Aveva la sua gente. Avevano le loro regole. Avevano l’orgoglio. Oggi noi che cosa abbiamo?». Cosa abbiamo oggi? È questa la domanda giusta perché dice chiaramente come tutte le regole siano saltate, rendendoci tutti patria dell’economia mafiosa e, cosa più importante, incapaci di riconoscerlo.Resta una cosa, alla fine, e Gingeras non la dice chiaramente, ma il libro la suggerisce a ogni pagina. Le mafie hanno sempre venduto due cose insieme: una merce e un mito. L’alcol e la durezza di Capone. L’eroina e l’autenticità della French Connection. La cocaina e il romanticismo di Escobar. Il Captagon e la santità di Hezbollah. Senza il mito, la merce non si vende. Senza la merce, il mito non si finanzia. È il loro doppio bilancio, ed è anche il bilancio del capitalismo contemporaneo, che vende sempre meno cose e sempre più narrazioni intorno alle cose.

    Sotto questa luce, Mafia di Ryan Gingeras non è un libro di storia criminale, ma un libro di economia politica travestito da storia criminale e come tale va letto. Va letto pensando che i veri prìncipi al comando non sono mai stati i gangster, ma i capi nascosti, potenti e ignoti. Lo sono ancora, si chiamano in altri modi, ma il mestiere è lo stesso.

    Gingeras chiude il libro parlando di «grande diluizione» e non è un concetto consolante. Per due secoli abbiamo creduto che la lotta alle mafie fosse una lotta di confine: da una parte lo stato, dall’altra il crimine; da una parte la legge, dall’altra il sangue; da una parte il cittadino, dall’altra il gangster. Il lavoro di Gingeras è la dimostrazione storica, paziente, documentata, che quel confine non è mai esistito davvero e che oggi non esiste più nemmeno come finzione utile. Le mafie non sono state sconfitte, ma assorbite, e non perché lo stato sia diventato più debole, ma perché ha imparato il loro mestiere.

    La tesi più radicale del libro arriva in fondo, e Gingeras la consegna con una sola parola: «diluizione». Per un secolo abbiamo immaginato la mafia come una sostanza concentrata, identificabile, separabile dal resto. Un cancro su un corpo sano. Gingeras dimostra che quella sostanza si è sciolta nel solvente del mondo contemporaneo, e adesso è ovunque. Non in senso retorico ma in senso tecnico.Le funzioni che per un secolo erano state esclusive del gangster – riciclare denaro, corrompere funzionari, intimidire concorrenti, controllare territori attraverso la paura, eludere fiscalità e regolazione – oggi le svolgono soggetti perfettamente legali. Le banche svizzere e americane processate per aver lavato miliardi di narcodollari, le multinazionali farmaceutiche che hanno alimentato l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti uccidendo più gente di Pablo Escobar, le piattaforme digitali che mettono in contatto trafficanti e clienti meglio di qualsiasi rete fisica. I fondi sovrani che reinvestono capitali di provenienza opaca. Le società di consulenza che ottimizzano evasioni e pianificano trasferimenti offshore. Gli studi legali che scrivono i contratti di immunità.

    La mafia non è scomparsa perché lo stato l’abbia sconfitta, semplicemente (e drammaticamente) non c’è più come categoria distinguibile perché tutto il resto le si è avvicinato. Il mondo non si è ripulito, è diventato indistinguibile da essa. Per questo Gingeras chiama questa fase «la grande diluizione» e non la grande sconfitta. È un giudizio storico durissimo, quasi insopportabile, e va letto fino in fondo. Significa che la separazione fra economia legale ed economia criminale è oggi un’astrazione contabile, non un dato di realtà. Significa che dire stato-mafia non è più una metafora polemica, è una descrizione sociologica. Significa che il gangster, come figura antropologica autonoma, sta morendo e non perché abbiamo vinto, ma perché non serve più. Le sue funzioni le svolgono altri e meglio, in giacca e cravatta, con un compenso più alto e meno rischi penali.

    C’è una vecchia idea di Hannah Arendt secondo cui il male non ha profondità, ha solo estensione, si propaga come un fungo e occupa superfici. Le mafie di Gingeras funzionano così, non sono il sottosuolo del mondo, ma la sua superficie. Quando, come scrive Gingeras, «alcuni membri dell’importante famiglia Gemayel, che durante la guerra civile supervisionava numerose milizie cristiane, guadagnarono tra 1 e 5 miliardi di dollari netti in un anno vendendo hashish e altri beni di contrabbando» dai porti che controllavano, quando Hezbollah esporta captagon in tutto il Medio Oriente, quando i talebani fanno il 14 per cento del Pil afghano con l’oppio, non stiamo guardando l’eccezione di un sistema sano, stiamo guardando la regola di un sistema che ha smesso di distinguere fra legittimo e illegittimo, perché accendere un faro e marcare questa distinzione gli costa troppo.

    E qui Gingeras tocca, senza dirlo, il punto filosofico più alto del suo lavoro. La mafia è la forma che assume il capitalismo quando viene privato delle sue regole, ma è anche la forma che assumerebbe se quelle regole non fossero mai esistite. La mafia è il capitalismo senza il vestito buono dello stato di diritto, senza il maquillage delle istituzioni, è il mercato che si guarda allo specchio e si riconosce. Per questo Il padrino funziona ancora oggi, e non perché racconti una mafia, ma perché racconta una verità che la mafia ha avuto il merito storico di rendere visibile. La verità è questa: il potere è una famiglia che protegge i suoi, una violenza che si veste di codice, un debito che non si estingue mai, una parola data che vale più di un contratto.

    La differenza fra don Corleone e un consiglio di amministrazione è solo che don Corleone non finge.Il mito del gangster, quello che il cinema ci ha venduto per un secolo, ha sempre avuto una doppia funzione; da una parte demonizzava, dall’altra rassicurava. E il pensiero rassicurante era questo: il male ha un volto, un nome, un quartiere, un accento. È siciliano, è russo, è messicano, è albanese. È sempre altro, altro da noi. È sempre lontano, lontano dal nostro mondo, dalla nostra cerchia. Il libro di Gingeras ci toglie questa rassicurazione perché il gangster non è l’altro. Il gangster è la versione disinibita di quello che siamo già. Lavora con le stesse logiche di una multinazionale, finanzia gli stessi partiti, ricicla nelle stesse banche, si muove negli stessi paradisi fiscali e sfrutta gli stessi migranti. La sola differenza è che ammazza in proprio invece di farlo per procura e ammazza utilizzando guerre, sanzioni, licenziamenti di massa, riforme sanitarie. Forse il vero lascito di questo libro sta proprio nell’aver capito che la storia delle mafie non è la storia di una minaccia esterna alla civiltà, ma la storia del modo in cui la civiltà, lentamente, è diventata indistinguibile da quello che diceva di combattere. La civiltà, la guerra contro le mafie, non l’ha persa; l’ha vinta, perdendola. È un finale che non consola. Ma è l’unico onesto, ed è il motivo per cui questo libro andava scritto.

    https://infosannio.com/2026/06/27/perche-cosa-nostra-e-ormai-cosa-di-tutti-il-saggio-di-ryan-gingeras
    #mafia #amitié #capitalisme #criminalité_organisée #économie #pouvoir_économique #marché #efficacité #Roberto_Saviano #nouvelles_mafias #Etat #économie_mafieuse #mythe #grande_dilution #dilution #économie_légale #économie_criminelle #pouvoir

    • Mafia. Una storia globale

      Dalla nascita di camorra e Cosa Nostra nel Sud Italia postunitario alle triadi cinesi sorte dal collasso della dinastia Qing, fino alla proliferazione dei cartelli del narcotraffico in Messico, Mafia racconta i tre secoli di vita della criminalità organizzata come una storia unitaria e globale: la sua ascesa, il suo consolidamento, le sue metamorfosi. Una narrazione che attraversa le epoche e i continenti rivelandoci in che modo queste organizzazioni malavitose siano sempre state lo specchio delle società che le hanno generate.

      Ryan Gingeras ci mostra i meccanismi nascosti delle mafie mondiali, spiegandoci come esse non emergano mai in un vuoto storico, ma si innestino su crisi e rivolgimenti decisivi. Le mafie sfruttano le restrizioni normative, come quella del proibizionismo americano che trasformò il boss di quartiere Al Capone in un’icona globale del crimine. Talvolta, è lo stesso potere ufficiale ad alimentarle per il proprio tornaconto – è il caso della yakuza giapponese, utilizzata come pedina anticomunista nel secondo dopoguerra. La loro ambizione è sostituirsi allo stato, testarne i limiti e, nella loro espansione tentacolare, riscrivere di volta in volta i rapporti tra politica, violenza ed economia. Esaminando gangster diventati figure mitologiche – i fratelli Kray, John Gotti, Pablo Escobar, El Chapo – e film di enorme successo, Gingeras individua il fascino dell’immaginario legato alla mafia proprio nel suo dire apparentemente qualcosa di più rivelatore e vero della storia ufficiale.

      In un presente in cui le organizzazioni criminali sono diventate più fluide, diffuse e ibride, spesso intrecciate con terrorismo e mercati finanziari legali, Mafia è un invito a riconoscerne la presenza secolare come una struttura plastica e resistente, capace di adattarsi a ogni contesto: una pece nera che da sempre penetra nelle crepe del potere, colmandone i vuoti fino a essere essa stessa a dettarne le scelte.

      https://www.ilsaggiatore.com/libro/mafia

      #livre

  • Le réchauffement climatique menace le dernier glacier tropical d’Océanie
    https://reporterre.net/Le-rechauffement-climatique-menace-le-dernier-glacier-d-Oceanie

    Le mont #Puncak_Jaya, en #Papouasie indonésienne, point culminant du pays et même de toute l’#Océanie, abrite les derniers #glaciers tropicaux de la région. Ils pourraient définitivement disparaître fin 2026 ou début 2027, indique un rapport sur l’état du climat 2025 dans la région #Pacifique sud-ouest, publié par l’Organisation météorologique mondiale (#OMM) le 7 juillet.

    L’île de #Nouvelle_Guinée a une superficie de 775K km², c’est à dire légèrement plus grande que la France. C’est la seconde plus grande île du monde. Et son point culminant atteint 4884m, c’est à dire légèrement plus haut que le Mont Blanc. Quasiment pas de Street View sur cette île, juste des panoramas 360°.

    Et donc, bientôt plus de glaciers, dans ce territoire proche de l’équateur.

  • Les Sambassadeurs : passeurs de la musique brésilienne en France.

    https://lhistgeobox.blogspot.com/2026/06/les-sambassadeurs-passeurs-de-la.html

    « A compter des années 1960, l’entrée dans l’ère de la culture de masse contribue à la diffusion des musique et culture brésiliennes, via le cinéma avec des films comme L’homme de Rio ou Un homme et une Femme, via la radio, la télévision, notamment grâce au Sacha Show, une émission présentée par Sacha Distel, dans laquelle il reçoit et joue avec le gratin de la musique brésilienne. Avec la tenue de grands festivals de musique organisés à Rio et São Paulo dans la deuxième moitié des années 1960, des artistes français invités rencontrent leurs homologues latino-américains et leurs créations. Ce fut le cas de Nicoletta, Moustaki, Françoise Hardy.
    L’organisation d’événements comparables en France, à l’instar du MIDEM, accentue encore le phénomène.
    L’afflux d’exilés politiques au début des années 1970, dont plusieurs musiciens (Chico Buarque, Nara Leão, Gilberto Gil, Caetano Veloso), au temps de la dictature militaire, fit aussi de ces migrants des passeurs. Paradoxalement, la diplomatie brésilienne des généraux apportât son soutien à la promotion internationale de musiciens pourtant considérés comme des ennemis du régime (ceux cités précédemment par exemple). »

  • Émeutes de 2024 en #Nouvelle-Calédonie : #non-lieu général ordonné en faveur des militants indépendantistes
    https://la1ere.franceinfo.fr/emeutes-de-2024-en-nouvelle-caledonie-non-lieu-general-ordonne-en-

    Selon des sources proches du dossier, un non-lieu général a été ordonné en faveur des militants indépendantistes de la #CCAT poursuivis dans le cadre des émeutes de 2024 en Nouvelle-Calédonie, a appris vendredi 5 juin l’AFP.

    #kanaky

  • Les « sales connes » ne te lâcheront pas

    Qu’attendent les salles de spectacles ? En maintenant la programmation de Patrick Bruel, elles mettent en danger toutes les femmes qui côtoient de près ou de loin un agresseur présumé, dénoncé par des dizaines de femmes. Le principe de précaution s’impose. #NousToutesParisNord rappelle que la présomption d’innocence est un principe de procédure pénale.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2026/05/17/suzanne-weinreb-comment-patrick-bruel-pietine-mon-adolescence/#comment-74586

    #feminisme

  • Basque Police Beat Global Sumud Flotilla Torture Survivors In Spain
    https://ahmedeldin.substack.com/p/spanish-police-beat-global-sumud

    The video from Bilbao Airport today is as brutal as it is bewildering. Six Basque activists walk through arrivals, fresh from being intercepted, detained, and abused by Israeli forces while attempting to deliver humanitarian aid to Gaza. They carry physical and psychological scars from their encounter with the Israeli military.

  • Élargissement du corps électoral en #Kanaky : les députés entérinent l’offensive #coloniale
    https://www.revolutionpermanente.fr/Elargissement-du-corps-electoral-en-Kanaky-les-deputes-enterine

    Le 20 mai, l’#Assemblée_nationale a adopté la proposition de #loi_organique visant à modifier le corps électoral en Kanaky, dans les mêmes termes que le #Sénat deux jours plus tôt. Cette loi constitue une nouvelle offensive coloniale de la part de l’État français.

    #nouvelle_calédonie

  • Emeutes de 2024 en #Nouvelle-Calédonie : des détenus kanak piégés dans l’Hexagone – Libération
    https://www.liberation.fr/societe/police-justice/emeutes-de-2024-en-nouvelle-caledonie-des-detenus-kanak-pieges-dans-lhexagone-20260512_63Q6VZBXRJCW5LBHUMLML674NQ/

    Envoyés en urgence dans des prisons à 17 000 km de chez eux, au plus fort de la crise insurrectionnelle il y a deux ans, plusieurs dizaines de détenus continuent de purger leur peine loin de leurs proches et réclament leur transfert retour.

    https://justpaste.it/jplae

    #Douce_France #prison #détenus

  • Kenu-In, Deux baies, Plexus… Deux ans après les émeutes de 2024 en #Calédonie, ces lieux détruits qui prennent du temps à être déconstruits
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/kenu-in-deux-baies-plexus-deux-ans-apres-les-emeutes-de-2024-en-ca

    La crise insurrectionnelle qui a éclaté à la mi-mai 2024 en Calédonie a laissé dans son sillage des centaines de bâtiments détruits. Symboles d’emplois perdus, de milliards partis en fumée et de tissu économique déchiré. Deux ans plus tard, le centre commercial Kenu-In de Dumbéa achève tout juste sa déconstruction. Plusieurs autres sites privés attendent encore la suite.

    #nouvelle_caledonie #kanaky

  • Donner à manger. Politique d’un geste ordinaire

    « Donner à manger » : ce geste omniprésent et simple en apparence engage notre responsabilité la plus fondamentale, celle de maintenir l’autre en vie et de lui permettre de mener cette vie dignement. Simone Weil parlait d’une « obligation éternelle » ; avant la justice ou le respect, il y a le pain de l’autre. Pourtant, l’humanité est malade de son alimentation. #Famine, #malnutrition, #obésité, #nourriture_dégradée : des millions de personnes meurent chaque année de ce qu’ils ne mangent pas, ou de ce qu’ils mangent trop.
    Dans cet essai qui conjugue philosophie et enquête sur nos #modes_de_vie, #Joëlle_Zask observe l’environnement moral et matériel de situations concrètes, du biberon à la #distribution_alimentaire en passant par les #cantines_scolaires et les lieux de soin pour personnes dépendantes, mais aussi les modes de #production_agricole. Elle se demande comment nourrir sans empoisonner, aider sans asservir, concilier nécessité et liberté. Car trouver la bonne manière de nourrir autrui, avance-t-elle, c’est s’orienter vers une société à la fois plus juste et plus démocratique.

    https://www.premierparallele.fr/livre/donner-a-manger
    #alimentation #livre #agriculture

  • Comment analyser les relations internationales
    https://laviedesidees.fr/Comment-analyser-les-relations-internationales

    À l’heure d’un retour généralisé de la violence et de mutations technologiques aux issues incertaines, penser les relations internationales comme un seul #espace mondial permet de saisir la multiplicité des dynamiques internationales et l’augmentation des interconnections à l’échelle planétaire.

    #International #nouvelles_technologies
    https://laviedesidees.fr/IMG/pdf/20260410_ri.pdf

  • Dans les #banlieues pauvres, la #lutte contre les #déserts_alimentaires s’organise

    Dans les quartiers défavorisés, les #produits_alimentaires accessibles sont peu diversifiés et de qualité médiocre. Collectivités et associations s’emparent peu à peu du sujet. Exemple en #Seine-Saint-Denis.

    Depuis un an, #Aulnay-sous-Bois est le laboratoire d’un nouveau type de #hard-discount, importé du Brésil par Carrefour. Le géant de la #grande_distribution a installé dans la commune de Seine-Saint-Denis son premier #supermarché #Atacadao, une marque brésilienne de #cash_and_carry, de la vente en gros à #prix cassés. Plus on achète et plus les prix sont dégressifs sur une gamme de produits resserrés : deux fois moins de références que dans un supermarché classique.

    Quand l’enseigne brésilienne a remplacé l’ancien Carrefour dans le nord de la ville, non loin de la cité des 3 000, habitants et élus locaux ont lancé une pétition contre l’ouverture du nouveau #discounter.

    « On enferme une population stigmatisée dans la #malbouffe. Le maire [Bruno Beschizza, Les Républicains, NDLR] n’aurait jamais accepté qu’on installe cette enseigne dans le centre-ville, s’indigne Oussouf Siby, élu socialiste d’opposition. Dans le cœur de ville, la mairie a une politique volontariste d’installation de petits commerces de bouche, de boutiques bio. Dans les #quartiers_populaires, rien. »

    Le nord d’Aulnay-sous-Bois a été identifié par le conseil départemental de Seine-Saint-Denis comme un « #désert_alimentaire » aux côtés d’autres communes dont #Tremblay-en-France, #Noisy-le-Sec, Bondy ou #Dugny. Dans son #plan_alimentaire_territorial 2024-2028, la collectivité s’alarme de l’existence de ces territoires où une offre alimentaire très limitée pénalise des villes enclavées, peu desservies par les transports en commun et qui affichent des taux de pauvreté importants.

    « Selon les personnes interrogées, il semble complexe dans ces villes de trouver à proximité de chez soi une alimentation saine, de qualité et accessible », pointe le diagnostic alimentaire de Seine-Saint-Denis, réalisé par l’association Lab3S (Laboratoire sols savoirs saveurs ) pour le compte du conseil départemental.

    « Quand il faut prendre deux bus pour aller acheter des produits frais ou bio, les gens laissent logiquement tomber », constate Assata Doumbia, bénévole gérante de l’antenne dionysienne (Saint-Denis) de #Vrac, un réseau national de #groupements_d’achats de fruits et légumes basés dans les quartiers prioritaires de la politique de la ville.

    Un réseau d’achats en commun avec Vrac

    Tous les mois, 400 adhérents de #Stains, #Aubervilliers, #Saint-Denis et quelques autres communes achètent à bas prix des #produits_frais qu’ils ont préalablement sélectionnés ensemble. Dans certaines villes, comme à #Pierrefitte-sur-Seine, qui a récemment fusionné avec Saint-Denis, les 33 000 habitants n’ont qu’un Lidl à disposition.

    Créé il y a plus de dix ans à l’initiative du bailleur social lyonnais Est Métropole Habitat et de la Fondation pour le logement des défavorisés afin d’aider ses locataires à mieux manger et à lutter contre l’isolement, Vrac s’est développé en France et compte aujourd’hui 22 antennes. Le réseau de groupements d’achats a récemment publié une étude réalisée auprès de 500 adhérents qui a mis en exergue le sentiment général d’une « alimentation à deux vitesses » où « les plus pauvres ont le choix entre se déplacer loin de chez eux ou choisir par défaut des produits d’une qualité significativement moindre et indignes ».

    Forgé par des sociologues et géographes américains dans les années 1990, le concept de « désert alimentaire » a été pensé comme une clé explicative à l’épidémie de #diabète et d’#obésité qui touche le pays depuis plusieurs décennies. Outre-Atlantique, le ministère de l’Agriculture définit ces « #territoires_de_l’obésité » comme des secteurs cumulant un taux de pauvreté élevé et une #distance du supermarché le plus proche de plus d’un mile (1,6 km) en zone urbaine et 10 miles en zone rurale.

    En France, où les distances sont plus courtes et l’histoire sociale différente, ce concept peine à décrire des territoires pourtant également frappés par des #inégalités d’#accès_à_l’alimentation. Pour mieux saisir leur réalité, certains chercheurs préfèrent utiliser le terme de « #marécage_alimentaire », des zones où l’offre de « #junk_food » et de #produits_transformés est surabondante par rapport aux produits frais et où le réseau de #transports_en_commun ne permet pas aux habitants de se déplacer facilement.

    Des logiques de #ségrégation à l’œuvre

    « La diversité commerciale doit se retrouver à une échelle assez fine pour répondre aux contraintes temporelles et budgétaires des ménages », explique Simon Vonthron, géographe à l’Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement (Inrae).

    Auteur de plusieurs articles sur le sujet, il a participé à #Obsolim_43, un projet de #cartographie des « #environnements_alimentaires_appauvris » au niveau national. On y constate que certaines banlieues cossues de l’Ouest parisien peuvent aussi être touchées par le phénomène. « Mais ce n’est pas comparable, car les ménages y sont bien plus mobiles », précise le géographe.

    Simon Vonthron se montre assez critique sur le concept de désert alimentaire : « Cela a tendance à invisibiliser les #inégalités_territoriales et à imposer des réponses autoritaires du type : on va installer un supermarché ici, et les gens seront contents. »

    Outre-Atlantique, des associations comme #Move_for_Hunger vont plus loin en liant la rareté de l’offre alimentaire à l’histoire de la ségrégation raciale et de la #ghettoïsation des quartiers afro-américains. En #France, si le contexte historique est différent, des logiques similaires de ségrégation sont à l’œuvre. Le Commissariat général à l’égalité des territoires (CGET) en fait lui-même le constat, en relevant dans une étude sur le sujet qu’il existerait deux fois plus de supermarchés dans les centres-villes que dans les #quartiers_prioritaires de la ville des grandes agglomérations.

    « L’#exclusion_urbaine, la #désaffiliation_sociale ont aussi contribué à dévaloriser les savoir-faire domestiques des habitants. Les #pratiques_culinaires traditionnelles de nombreux habitants issus de l’immigration se sont perdues, en partie en raison d’un accès très facile à des #aliments_ultratransformés », pointe Assata Doumbia, qui connaît bien le sujet pour être diététicienne depuis vingt ans à Saint-Denis en plus de son engagement associatif.

    Lab3S entend « Nourrir Bondy »

    A #Bondy_Nord, la fermeture en juin dernier du seul Lidl dont disposaient les 20 000 habitants pour faire leurs courses a mis en lumière la #fragilité_alimentaire du territoire. En 2023, le même Lidl avait déjà fermé pendant quelques mois, ce qui avait conduit Aurélie Trouvé, députée La France insoumise (LFI) de la circonscription, à interpeller le gouvernement sur la « ségrégation géographique que subissent particulièrement les habitants de certains quartiers populaires. A Bondy Nord, la dégradation du supermarché Lidl et sa fermeture temporaire ont créé un véritable désert alimentaire ».

    Lorsqu’on lui parle de « désert alimentaire », Stephen Hervé, le maire de #Bondy, réfute le terme, en faisant la liste des supérettes qui bordent le nord de la ville. L’élu local reconnaît tout de même que « cela peut être ressenti comme tel par des habitants peu mobiles ».
    L’élu s’inquiète surtout de la prolifération d’enseignes de #restauration_rapide dans sa commune, sur un territoire déjà frappé de plein fouet par l’obésité, qui touche 20 % des adultes en Seine-Saint-Denis, le taux le plus élevé de France :

    « Quand un nouveau commerce alimentaire cherche à s’installer en ville, on refuse les offres de restauration rapide. On privilégie les #épiceries. Hélas, quand il s’agit de reprises de commerces existants, nous n’avons pas la main. »

    Pour pallier l’absence d’#offre_alimentaire de qualité à Bondy Nord, #Lab3S, qui gère un potager de près de 1 000 m² en plein cœur du quartier, a mis en place le projet « #Nourrir_Bondy ». L’association réfléchit à lancer des groupements d’achats participatifs sur le modèle de Vrac. L’idée : faire venir des produits frais dans une zone sous-dotée en commerces et où la moitié des habitants n’a pas de voiture.
    Aujourd’hui, une cinquantaine de bénévoles s’occupent du potager et gèrent une #cuisine_collective, qui permet l’organisation de #repas_partagés avec les fruits et légumes du jardin. Pour favoriser l’accès à une alimentation de qualité pour tous, l’association cherche à s’inspirer des « #cuisines_communautaires » nées au Québec dans les années 1980. L’idée est simple : mettre en commun, à l’échelle d’un quartier, des moyens financiers et humains pour #cuisiner des plats sains et économiques et apprendre à mieux se nourrir en s’ouvrant à de nouvelles façons de s’alimenter, plus diététiques et écologiques.

    #Vital’im, le #chèque_alimentation_durable du département

    En Seine-Saint-Denis, l’accès à une alimentation de qualité est devenu une question politique, qui ne doit plus seulement reposer sur la charité associative. Il y a un an, le conseil départemental a lancé une expérimentation autour d’un chèque alimentation durable, baptisé Vital’im.

    Distribuée à un peu plus de 600 ménages de #Montreuil, #Sevran, #Villetaneuse et #Clichy-sous-Bois, cette carte de paiement créditée mensuellement de 50 euros pendant six mois est utilisable dans tous les commerces. A chaque achat dans un magasin « durable » (selon les critères définis par le département, principalement des magasins bio), 50 % du montant dépensé sont recrédités sur la carte par la collectivité territoriale.

    A Montreuil, où le centre-ville regorge de magasins bio qui ont fleuri à mesure que la gentrification progressait, 60 % des usagers ont profité de ce système de bonification, contre 25 % à Sevran, une commune qui attire moins les CSP+. « Ce projet met en évidence l’existence de ces marécages alimentaires », commente Mathilde Fassolette, chargée du projet Vital’im pour Action contre la faim, partenaire de la Seine-Saint-Denis sur cette expérimentation qui doit se terminer à la fin de l’année.

    Pour ne pas pénaliser les Sevranais par rapport aux Montreuillois, l’ONG a élargi le système de bonification aux communes limitrophes de Sevran et à tous les commerces à proximité de la ligne de train francilien qui relie Villetaneuse à Paris. « On veut aussi montrer comment un système de #compensation_financière permet de lutter contre les inégalités alimentaires », poursuit la responsable de l’ONG.

    Toutes ces initiatives partagent une même philosophie : démonter l’idée reçue selon laquelle le « #manger_mieux » n’intéresserait pas les quartiers populaires.

    https://www.alternatives-economiques.fr/banlieues-pauvres-lutte-contre-deserts-alimentaires-sorganise/00115873
    #pauvreté #France #alimentation #résistance

  • L’ancienne première ministre Jacinda Ardern, symbole de la fuite des cerveaux néo-zélandais
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/31/l-ancienne-premiere-ministre-jacinda-ardern-symbole-de-la-fuite-des-cerveaux

    L’ancienne première ministre Jacinda Ardern, symbole de la fuite des cerveaux néo-zélandais
    Celle qui avait acquis une renommée internationale en devenant, en 2017, la plus jeune femme cheffe de gouvernement dans le monde, vient de s’installer à Sydney, en Australie, comme plus de 600 000 de ses compatriotes.
    par Isabelle Dellerba (Sydney, correspondance)
    Lunettes de soleil, casquette, sandales Birkenstock et robe chemise courte à rayures bleues et blanches, l’ancienne première ministre néo-zélandaise Jacinda Ardern affiche, en ce dimanche 8 mars, une allure résolument décontractée dans les rues de Manly, quartier balnéaire huppé de l’est de Sydney, alors qu’elle profite d’une promenade au bord de la plage avec sa mère, Laurell, son mari, Clarke Gayford, leur fille de 7 ans, Neve. Mais si la quadragénaire se fond dans la foule du front de mer, son installation dans la métropole, fin février, n’est, elle, pas passée inaperçue. Sa décision de poser ses valises de l’autre côté de la mer de Tasman a été interprétée par nombre de ses compatriotes et par la presse comme le symbole de la fuite croissante des cerveaux néo-zélandais vers l’Australie. Une forme de désertion, pour certains.
    Depuis 2023, l’archipel connaît une vague de départs inédite : 205 000 Kiwis ont quitté le pays, selon l’agence gouvernementale Statistics New Zealand, sur une population de 5,3 millions d’habitants, et plus de la moitié a opté pour l’île-continent voisine. « L’atmosphère en Nouvelle-Zélande est actuellement très sombre. La population est déprimée par la situation économique et par l’accumulation de problèmes, qu’il s’agisse des inégalités, de la pauvreté, de la crise du logement ou même les catastrophes naturelles », résume le politologue Bryce Edwards.
    Pour les habitants rêvant d’une vie meilleure, l’Australie a toujours représenté une porte de sortie facile. Le Trans-Tasman Travel Arrangement, en vigueur depuis 1973, offre une liberté de circulation réciproque aux citoyens des deux Etats, leur permettant de séjourner, de vivre et de travailler indéfiniment chez leur voisin, sans avoir à demander d’autorisation préalable. Fin juin 2024, 617 960 Néo-Zélandais étaient domiciliés en Australie, selon l’Australian Bureau of Statistics, soit 2,3 % de la population totale ; ils en constituaient la quatrième plus grande communauté d’origine étrangère.
    « Nous avons déménagé il y a cinq semaines. Davantage de possibilités, de meilleurs salaires, une météo agréable et une excellente qualité de vie », se réjouit, le 23 mars, Shaun N. Tina Abernethy, en réponse à un internaute en quête de perspectives professionnelles sur la page Facebook « Kiwis Moving to Australia », mais hésitant à franchir le pas. En Australie, les salaires sont en moyenne supérieurs d’environ 25 % pour des postes comparables. L’importante communauté néo-zélandaise déjà implantée sur place facilite par ailleurs l’installation des nouveaux arrivants.
    Jacinda Ardern, dont la présence à Sydney s’est ébruitée après qu’elle a été aperçue en train de visiter des propriétés dans les quartiers privilégiés de Curl Curl et Freshwater, au nord-est de Sydney, n’a sans doute pas été guidée par ce type de préoccupations. Celle qui avait acquis une renommée internationale en devenant, en 2017, la plus jeune femme chef de gouvernement en exercice dans le monde, avant d’être désignée, selon un sondage réalisé en 2020, comme la première ministre néo-zélandaise la plus populaire depuis un siècle, n’a pas chômé depuis sa démission en janvier 2023.
    Passant des Etats-Unis au Royaume-Uni, elle a travaillé pour l’université Harvard, a été nommée administratrice du Earthshot Prize, un prix environnemental créé en 2020 par le prince William et le biologiste et naturaliste David Attenborough, puis a rejoint l’université d’Oxford. En juin 2025, elle publiait sa biographie Un autre art du pouvoir (Flammarion). En Australie, elle devrait poursuivre ses activités internationales – entre conférences, engagements académiques et défense de grandes causes –, tout en se rapprochant géographiquement de la Nouvelle-Zélande, où elle conserve un statut à part.
    « Elle a été une dirigeante très charismatique qui a marqué l’histoire de notre pays. Aujourd’hui, elle n’intervient plus dans la politique néo-zélandaise, mais reste une figure très polarisante, aimée par ses partisans et détestée par ses opposants », souligne Bryce Edwards. Ces derniers ne lui ont en effet jamais pardonné sa politique du « zéro Covid » (les confinements prolongés, la fermeture durable des frontières ou encore des vaccinations jugées trop tardives) qui a permis à l’archipel d’être épargné dans un premier temps par la pandémie mondiale, mais qui a fait d’elle un symbole à abattre pour les mouvements antirestrictions. D’autant plus qu’après la crise sanitaire, comme ailleurs, la situation économique s’est dégradée. « La banque centrale a relevé les taux d’intérêt et le gouvernement a réduit ses dépenses. Ces deux éléments ont provoqué une récession profonde, comparable à celle de la crise financière de 2009-2010 », explique l’économiste néo-zélandais Shamubeel Eaqub. Le ralentissement économique a contribué à une hausse du chômage, tandis que la progression des salaires n’a pas suivi l’inflation. Ces facteurs ont accentué l’augmentation du coût de la vie. Déjà élevés, les prix des produits alimentaires figurent désormais parmi les plus importants du monde développé.
    Dans ce contexte difficile, Jacinda Ardern incarne, malgré elle, le problème d’émigration auquel est actuellement confronté son pays. « Certains Néo-Zélandais ont vécu son installation à Sydney comme une trahison, analyse Alan Gamlen, directeur du Centre de recherche sur les migrations de l’université nationale australienne. D’autres, au contraire, considèrent que ce déménagement peut constituer un atout, dès lors qu’elle pourrait devenir une ambassadrice informelle de la Nouvelle-Zélande en Australie, apportant influence et visibilité. »

    #Covid-19#migrant#migration#nouvellezelande#australie#emigration#economie#crise

    • Ah oui, grave, seul l’individu moustachu à gauche exerce l’autorité du savoir tandis que les autres se vautrent lamentablement dans les erreurs classiques. Je me questionne toujours sur comment le patriarcat reste totalement invisible à ceux qui en ont les privilèges. C’est comme si c’était indolore pour les tenant+es du patriarcat de ne jamais ressentir la blessure ou l’humiliation qu’ils infligent.
      Je dois réfreiner la colère suscitée par ce genre de représentation, pour que cela ne me submerge pas, ne salisse pas mon clavier et que je puisse profiter des leçons que le patriarche moustachu prodigue. Mais je t’assure que c’est vraiment pénible et pouvoir au moins l’exprimer (ici sur seenthis) et savoir que d’autres femmes le ressentent c’est un soulagement nécessaire ! Merci @jacotte
      Ça me fait penser au dessin du monde diplo avec les deux hommes qui tiennent le journal que tu avais dénoncé.

      Bien évidemment tout ce petit monde est blanc comme neige.

      Contenu : Thomas Wagner
      Développement : Alexandre Macé
      Design : Valentine Michel

      #sexisme #patriarcat

    • « Jean-Marc Écolo » est un personnage « non-jouable ». Mais il a réponse à tout et surtout à tous·tes. La transmission de son « savoir » est donc très verticale. Il nous faudra donc subir patiemment ses arguments pour les retransmettre (plus ou moins verticalement) à notre tour au cours de quelque dîner entre ami·e·s ou entre membres de la famille. Avec le risque de passer pour un·e pénible... Toute cette mise en scène pour ça, c’est ça que je trouve pénible. Et ça ne donne pas vraiment envie de jouer.

      #moustachu #nous_sachons #clickbait

      Ceci dit, les articles de « Bonpote » (shameless autopromo ?) mis en lien sont bien documentés mais ça aurait pu être présenté sous forme d’une infographie qui aurait permis de sélectionner les thématiques argumentaires. Bon, ok, c’était moins vendable.

  • croit avoir remarqué que les rares connaissances que son vieux ciboulot sclérosé parvient encore à péniblement acquérir empiètent essentiellement sur ce qu’elle savait qu’elle ne savait pas et beaucoup moins sur ce qu’elle ignorait ignorer.

    Cependant s’il semble avéré que savoir ignorer demeure plus rageant qu’ignorer savoir et plus inconfortable qu’ignorer ignorer, c’est malgré tout intellectuellement plus satisfaisant que savoir savoir — qui pour le coup a de grandes chances de ne relever que de la croyance.

    #ÇaVaÊtreLHeureDeVosGouttesMadameGarreau.

    • Dao De Jing, chapitre 3 :

      不尚贤,使民不争;不贵难得之货,使民不为盗;不见可欲,使心不乱。是以圣人之治,虚其心,实其腹,弱其志,强其骨。常使民无知无欲。使夫1知者不敢为也。为无为,则无不治。

      Interprétation n°1 :

      Ne pas faire cas de l’habileté, aurait pour résultat que personne ne se pousserait plus.
      Ne pas priser les objets rares, aurait pour résultat que personne ne volerait plus.
      Ne rien montrer d’alléchant, aurait pour effet le repos des cœurs.
      Aussi la politique des Sages consiste-t-elle à vider les esprits des hommes et à remplir leurs ventres,
      à affaiblir leur initiative et à fortifier leurs os.
      Leur soin constant, est de tenir le peuple dans l’ignorance et l’apathie.
      Ils font que les habiles gens n’osent pas agir. Car il n’est rien qui ne s’arrange, par la pratique du non-agir.

      Interprétation n°2 :

      Sans mise en avant des vertueux, nul ressentiment
      Sans valorisation des biens, nul vol.
      Sans multiplication des désirs, nulle frustration.
      Ainsi, les soins du Sage :
      Vider les esprits mais remplir les ventres
      Limiter les aspirations mais renforcer les os
      Préserver le peuple des informations, du désir
      Et des manipulations des experts
      Par la pratique du non agir, faire de l’harmonie la norme

      Interprétation n°3 :

      N’honorez pas les sages, afin que le peuple ne se livre pas à la rivalité ; n’accordez pas de valeur aux biens rares, afin que le peuple ne vole pas ; ne mettez pas en évidence les objets de désir, afin que l’esprit reste serein. Ainsi, la gouvernance du sage consiste à vider leur esprit, à remplir leur ventre, à affaiblir leurs ambitions et à fortifier leur corps. Gardez toujours le peuple libre de toute connaissance et de tout désir, afin que les sages n’osent pas agir. En ne faisant rien, tout en faisant tout, rien ne reste sans être gouverné.

      #nous_sachons

      (Ceci dit, l’outil de traduction intégré à ST donne un résultat surprenant pour l’avant-dernière phrase) ...

  • #Municipales 2026 : la « #nouvelle_France », un thème électrique au cœur de la campagne de #Jean-Luc Mélenchon
    https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/03/11/municipales-2026-la-nouvelle-france-un-theme-electrique-au-c-ur-de-la-campag

    Avec sa « nouvelle France », remarque Eric #Fassin, le leader « insoumis » opère surtout un virage vers « les gens de gauche », en rupture avec la ligne de 2017, celle du populisme de gauche, lorsque l’ex-sénateur socialiste voulait attirer les « fâchés pas fachos », ces « électeurs de l’extrême droite » censés partager avec « ceux de la gauche » le rejet du néolibéralisme. A gauche, « la première réserve, ce sont les abstentionnistes : des jeunes, des classes intellectuelles précarisées, et des classes populaires souvent #racisées », analyse le #sociologue spécialisé dans les études de genre et de race.

  • « Comment peut-on laisser quelqu’un agoniser dans une cellule ? » : colère et incompréhension après la mort d’un jeune Kanak en prison
    https://www.mediapart.fr/journal/france/210226/comment-peut-laisser-quelqu-un-agoniser-dans-une-cellule-colere-et-incompr

    Frédéric Grochain, 31 ans, a été retrouvé mort dans sa cellule du centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand, le 6 février. Son décès interroge sur la prise en charge sanitaire des détenus calédoniens transférés vers des prisons métropolitaines après les révoltes de 2024.

    Benoît Godin, 21 février 2026

    FrédéricFrédéric Grochain a été retrouvé mort le vendredi 6 février au matin, seul dans sa cellule du centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand (Saône-et-Loire). Comment ce jeune Kanak originaire de Ponérihouen, en Nouvelle-Calédonie, a-t-il pu mourir en détention si loin de chez lui, à 31 ans ? « On est confrontés ici à un double scandale, dénonce son avocate Julie Jarno. Une défaillance flagrante de la prise en charge médicale d’un détenu et la déportation inacceptable de prisonniers kanak, y compris de personnes vulnérables comme Frédéric Grochain. »

    Le jeune homme fait en effet partie des dizaines de détenus transférés vers la métropole dans la foulée des révoltes du 13 mai 2024. Ce jour-là, alors que le Grand Nouméa s’embrase, une mutinerie éclate également au Camp Est, prison surpeuplée et insalubre, occupée à plus de 90 % par des Kanak. La répression est particulièrement brutale – un prisonnier meurt après l’intervention des forces de l’ordre. Quelques semaines plus tard, l’administration pénitentiaire lance une vague de transferts dans l’opacité la plus totale.

    D’après les décomptes du collectif Solidarité Kanaky, du 8 juin 2024 au 22 avril 2025, 69 détenus ont ainsi été envoyés, sans leur consentement, à 17 000 kilomètres de chez eux, dans différentes prisons métropolitaines. Une situation dont s’est récemment émue la Commission nationale consultative des droits de l’homme (CNCDH). Selon Julie Jarno, « l’administration aurait ciblé ceux qu’elle considère avoir été actifs pendant la mutinerie et ceux qui portaient des revendications, notamment sur les conditions indignes de détention ».
    Illustration 1

    « Mais mon client ne correspondait à aucun de ces deux cas, ajoute l’avocate. Visiblement, l’administration a aussi pris des gens au hasard pour faire de la place. » Frédéric, détenu depuis fin 2023 pour différents larcins, fait partie du second convoi, parti de Nouméa le 22 juin. Sa famille n’a pas été informée de son départ forcé et précipité. Ce n’est que plusieurs jours plus tard, lorsque sa mère se rend directement au Camp Est en compagnie d’autres parents de détenus alertés par les rumeurs, que la direction de l’établissement leur confirme ces transferts.
    « Un très grand isolement »

    Défendant bénévolement les intérêts d’une douzaine de ces détenus, pour la plupart en grande précarité, Julie Jarno rencontre Frédéric Grochain pour la première fois à Varennes-le-Grand, à l’automne 2024. « Il avait déjà passé six à huit mois sans voir personne », précise-t-elle, affirmant découvrir « un homme sympa, qui fait des blagues », mais « complètement perdu ». « Il chuchotait comme s’il était épié, avait toujours l’impression que tout le monde était contre lui », témoigne-t-elle. Une fragilité psychologique qui interroge l’avocate sur sa prise en charge.

    Julie Jarno s’en inquiète alors auprès de la conseillère d’insertion et de probation de son client, qui lui indique que Frédéric Grochain a en effet connu une hospitalisation en mars 2025 pour des troubles psychiques et qu’il fait l’objet d’un suivi. Les deux femmes n’en sauront pas plus, secret médical oblige.

    Ce qui est certain, c’est que le jeune homme souffre d’une grande solitude. Il n’utilise la cabine téléphonique de la prison que pour appeler, rarement, une cousine vivant en région parisienne. En revanche, il ne peut joindre ses proches en Nouvelle-Calédonie, vu le coût exorbitant d’un appel – équivalent à un appel international. Durant près de dix-neuf mois, ses seules visites sont celles de son avocate – quatre en tout, la dernière remontant au 19 décembre 2025.

    « Ce très grand isolement, on le retrouve chez beaucoup de ces déportés kanak déracinés, souligne Julie Chapon, membre de Solidarité Kanaky. Très peu ont des proches ici, très peu ont des parloirs. On fait ce qu’on peut avec le collectif pour leur rendre visite, mais nous sommes peu nombreux. »

    Une victime directe du système judiciaire et carcéral colonial.

    Christian Tein, président du FLNKS

    Peu avant la mort de Frédéric Grochain, son frère venait d’arriver dans l’Hexagone pour s’y installer avec sa compagne. C’est en téléphonant au centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand pour obtenir un droit de visite que Judygael Grochain a appris la triste nouvelle. « Les dernières fois que je l’ai vu, avant son entrée au Camp Est, il allait bien, s’étonne-t-il. Je pense que sa situation s’est aggravée par la suite. »

    Une autopsie, demandée par le procureur de la République de Chalon-sur-Saône pour établir les raisons de la mort, a révélé que le jeune Kanak souffrait de tuberculose. Contactée par Mediapart, l’administration pénitentiaire affirme ne pas en avoir été informée avant sa mort, rappelant que la prise en charge sanitaire des personnes incarcérées dépend du ministère de la santé.

    L’agence régionale de santé (ARS) de Bourgogne-Franche-Comté se refuse quant à elle à tout commentaire, invoquant le « respect du secret médical et de l’indépendance des soignants ». Dans un communiqué du syndicat Ufap daté du 12 février, les surveillants de Varennes-le-Grand renvoient dos à dos les deux administrations, indiquant avoir « signalé la dégradation rapide de [l’]état physique » de Frédéric Grochain à chacune.

    Une dilution des responsabilités qui indigne Judygael Grochain : « Un gendarme [chargé de l’enquête] nous a dit que mon petit frère était très faible, qu’il ne s’alimentait plus, raconte-t-il. Je n’ai pas fait l’école de médecine, mais quand on voit une personne comme ça, on sait qu’il faut faire quelque chose ! Je n’arrive pas à comprendre comment on peut laisser quelqu’un agoniser dans une cellule jusqu’à son dernier souffle sans que personne réagisse. »
    Peu de retours en Nouvelle-Calédonie

    « Frédéric Grochain souhaitait rentrer en Nouvelle-Calédonie », indique Julie Jarno, précisant qu’il avait déposé une demande de transfert vers Nouméa dès la fin de l’année 2024. Elle restera sans réponse. « Il aurait vraiment fallu qu’il puisse rentrer, insiste l’avocate. Le Camp Est est certes une des pires prisons de France, mais les détenus kanak peuvent au moins y voir leurs proches, obtiennent plus facilement des permissions de sortie et des aménagements de peine. Dans le cas de Frédéric, qui n’était pas forcément en capacité d’alerter lui-même sur son état de santé, cela aurait sans doute permis de repérer qu’il allait mal. »

    Selon Solidarité Kanaky, un seul des détenus envoyés en métropole a pu rentrer dans l’archipel sur un vol payé par l’administration pénitentiaire en raison d’une procédure en cours en Nouvelle-Calédonie. Deux autres ont vu leur demande de transfert acceptée et ont même été conduits à l’aéroport de Paris-Orly le 24 novembre 2025… sans jamais embarquer. Ils attendent toujours un autre vol au centre pénitentiaire du Sud francilien (Seine-et-Marne).

    Quant aux personnes libérées, elles ne peuvent compter que sur elles-mêmes et leurs proches pour se payer l’onéreux billet retour vers Nouméa. « Et les déportations se poursuivent, assure Julie Chapon. Nous en sommes maintenant à plus de quatre-vingt-dix. En décembre, encore deux prisonniers kanak ont été conduits ici contre leur volonté. » Pour la militante, la question ne peut se régler sur le seul plan juridique : « Il faut saluer l’action des avocats, mais elle ne suffit pas. C’est un sujet politique qui doit faire l’objet d’une mobilisation politique. »

    Jusqu’ici assez discret sur le sujet, le Front de libération nationale kanak et socialiste (FLNKS) a réagi le 13 février dans un communiqué signé de son président. Évoquant « une blessure collective pour [leur] nation », Christian Tein présente Frédéric Grochain comme « une victime directe du système judiciaire et carcéral colonial, qui s’est durci de manière inédite depuis les événements de 2024 ».

    « L’enfermement prolongé, l’isolement, l’éloignement forcé et les défaillances dans la prise en charge sanitaire constituent des violences institutionnelles dont l’État français porte l’entière responsabilité », poursuit l’homme qui a lui-même passé près d’un an en détention à Mulhouse-Lutterbach (Haut-Rhin). De leur côté, Judygael Grochain et Me Julie Jarno attendent de connaître les premiers résultats de l’enquête en cours, mais se disent déjà prêts à engager la responsabilité des administrations pénitentiaire et hospitalière dans cette affaire.

    Benoît Godin❞

    #Nouvelle-Calédonie #Prisons #répression #colonialité

  • Nouvelle-Calédonie : pour Paul Néaoutyine, président de la province Nord, « sans consensus, l’Etat court à l’échec »
    https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/02/23/nouvelle-caledonie-pour-paul-neaoutyine-president-de-la-province-nord-sans-c

    Alors que doit être examiné, mardi 24 février, au Sénat, le projet de loi constitutionnelle issu de l’accord de Bougival, Paul Néaoutyine, président de la province Nord, estime, dans un entretien au Monde, que cet accord rompt avec celui de Nouméa de 1998.

    Publié le 23 février 2026

    Ils ont signé les accords de Bougival en juillet 2025, puis d’Elysée-Oudinot en janvier, textes qui créent « un Etat de la Nouvelle-Calédonie intégré à l’ensemble national ». Rangés dans le camp des modérés, l’Union nationale pour l’indépendance (UNI) et sa principale composante, le Parti de libération kanak (Palika), sont cités comme des soutiens par le gouvernement, alors que le projet de loi constitutionnelle issu de ces accords sera examiné, mardi 24 février, au Sénat.

    Mais Paul Néaoutyine, président de la province Nord et figure historique du Palika, a décidé de sortir de sa réserve habituelle pour critiquer le projet endossé par son camp. Signataire des accords passés de Matignon-Oudinot, en 1988, et de Nouméa, en 1998, cet ancien président du Front de libération nationale kanak et socialiste (FLNKS) témoigne de l’adhésion fragile des indépendantistes à la poursuite du processus.
    Dans le débat sur le futur statut de la Nouvelle-Calédonie, vous affirmez que les « fondamentaux » de l’accord de décolonisation de Nouméa « ne sont pas là ». Que recouvrent-ils, aujourd’hui ?

    Les fondamentaux de l’accord de Nouméa sont le plancher en deçà duquel notre combat reculerait. L’accord de Nouméa de 1998 est un accord de décolonisation, fondé sur la pleine reconnaissance du peuple kanak, peuple premier, comme préalable à la fondation d’une nouvelle souveraineté partagée, dans un destin commun entre toutes les communautés. Cet accord sui generis a instauré une citoyenneté appelée à devenir nationalité, a organisé le transfert irréversible des compétences de la France vers la Nouvelle-Calédonie, a établi un partage de souveraineté avec la France sur la voie de la pleine souveraineté, l’Etat reconnaissant la vocation du pays à une complète émancipation et se disant prêt à accompagner le pays dans cette voie. L’accord de Nouméa précisait aussi qu’une partie de la Nouvelle-Calédonie ne pouvait se dissocier de l’ensemble.
    Lire aussi | Article réservé à nos abonnés En Nouvelle-Calédonie, l’enlisement sans fin des discussions sur l’accord de Bougival

    Le dispositif de Bougival officialise un fédéralisme interne et externe, un statut d’autonomie dans la France qui se veut pérenne. Je ne vois pas où il y aurait continuité avec l’accord de Nouméa. Avec ce nouvel accord, nous sommes dans une logique inverse qui subordonne l’accord de Nouméa à celui de Bougival. Il est dit : « Les dispositions de l’accord de Nouméa qui ne sont pas contraires au présent accord demeurent en vigueur. » C’est donc l’aveu indirect qu’il y a des dispositions de l’accord de Nouméa qui sont contraires à l’accord de Bougival.
    En quoi ces points divergent-ils des accords de Bougival et Elysée-Oudinot, qui se réfèrent aux précédents ?

    L’ouverture du corps électoral [gelé depuis 2007 pour les élections provinciales] par l’accord de Bougival de juillet 2025 obéit aux desiderata du Medef de Nouvelle-Calédonie, favorable à l’économie de comptoir, qui préconisait de porter la population à 500 000 habitants en 2050. On voit poindre une nouvelle version de la colonisation de peuplement contre laquelle le peuple kanak s’est toujours dressé. Lorsque le ministre de l’intérieur et des outre-mer d’alors, Gérald Darmanin, a voulu passer en force sur la question du corps électoral en 2024, il a démontré trois choses. Une, que l’Etat français a cessé d’être impartial et s’est aligné sur le discours radical des Loyalistes, mauvais conseillers en la circonstance. Deux, que sans consensus et réel dialogue, l’Etat court à l’échec. Trois, qu’il porte la pleine responsabilité d’avoir plongé le pays dans le chaos [les violences de mai 2024].

    La question du corps électoral a toujours été un sujet sensible. Depuis 2017, le FLNKS a décidé de l’ouvrir aux natifs [soit 12 000 électeurs potentiels supplémentaires nés sur le territoire depuis 1998], preuve que les indépendantistes ne sont pas fermés à des aménagements. Mais, sans consensus, l’Etat n’obtiendra rien d’autre que ce qu’il a semé en mai et juin 2024.❞

    (...)

    #Nouvelle-Calédonie #Décolonisation #extractivisme

  • [Info « Splann ! »] Le projet de nouvel #hôpital de Saint-Malo remis en question par un important #déficit et 12 millions d’euros de dettes
    https://splann.org/hopital-saint-malo-dettes

    Le projet de #nouvel_hôpital du Groupement hospitalier Rance Émeraude, regroupant Saint-Malo et #dinan, bat de l’aile. Selon des documents obtenus par « Splann ! », l’établissement se trouve face à un important déficit et à 12 millions d’euros de dettes envers ses fournisseurs. Une situation financière catastrophique qui rend tout emprunt, visant à financer les travaux, impossible. L’article [Info « Splann ! »] Le projet de nouvel hôpital de Saint-Malo remis en question par un important déficit et 12 millions d’euros de dettes est apparu en premier sur Splann ! | ONG d’enquêtes journalistiques en Bretagne.

    #Santé_publique #GHRE #saint_malo

  • #Kanaky-Nouvelle-Calédonie : L’État macroniste n’en finit plus de #coloniser - Survie
    https://survie.org/decolonisons/prepublications/article/kanaky-nouvelle-caledonie-l-etat-macroniste-n-en-finit-plus-de-coloniser

    Le gouvernement entend faire (très) vite pour appliquer le pseudo accord de #Bougival, et son complément, l’accord #Elysée-Oudinot, conclu en janvier une fois encore sans le FLNKS. Un pari incertain d’un point de vue parlementaire, qui ne peut qu’enfoncer davantage la Kanaky-Nouvelle-Calédonie dans la crise.

    On ne pourra pas reprocher à l’#État #macroniste un manque de constance. En Kanaky-#Nouvelle-Calédonie (#KNC), le président de la #République et sa clique auront œuvré assidûment au sabotage du processus de décolonisation, puis à la perpétuation de la mainmise de la France sur l’archipel, quitte à mettre fin sur place à trente-six années d’une paix fragile. Une contre-offensive coloniale interrompue un temps par l’insurrection indépendantiste du 13 mai 2024, réprimée dans le sang, mais qu’Emmanuel Macron n’a pas tardé à reprendre avec la même irresponsabilité.

    (...)

    Le 19 janvier est annoncé un nouvel « accord unanime », selon la formule hallucinée du président de la République – oubliant commodément que le FLNKS reste à ce jour le seul représentant du peuple kanak reconnu au niveau international.

    (...)

  • DÉCRYPTAGE. Que contient l’accord complémentaire Élysée-Oudinot sur l’avenir de la Nouvelle-Calédonie ?
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/decryptage-que-contient-l-accord-complementaire-elysee-oudinot-sur

    La majeure partie des partenaires politiques engagés pour l’avenir de la Nouvelle-Calédonie persiste dans le sillage tracé depuis le document du 12 juillet, à Bougival. Identités kanak et calédonienne, autodétermination, pouvoirs des provinces… l’accord complémentaire signé ce lundi à Paris, sans le FLNKS, en précise les dispositions.

  • Rare Video Shows Test of Israel’s Most Advanced Arrow 4 Missile Interceptor - National Security & Cyber
    https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2026-01-15/ty-article/.premium/rare-video-shows-test-of-israels-most-advanced-arrow-4-missile-interceptor/0000019b-c096-d484-a9bf-cafe88f80000


    An Arrow 4 missile test, as shown in the video.
    Credit: From the YouTube channel Israel Military Channel

    A marketing-style video that appeared on YouTube and X but is missing from official channels offers an unusual glimpse of Arrow 4, Israel’s upcoming interceptor designed to counter hypersonic and multi-warhead missile threats

    https://www.youtube.com/watch?v=OHLA3UlCL7U&t=17s

    An official video documenting a test of Israel’s Arrow 4 missile interceptor surfaced online in December after being published on a YouTube channel that tracks Israeli military developments.
    The test appears to have taken place in 2024. According to reports from June of that year, a launch was carried out from the Palmachim airbase in southern Israel. About a week after it appeared on the YouTube channel Israel Military Channel, the footage was also shared on a Persian-language account on X.

    Israel’s Defense Ministry confirmed that the video shows a test of the most advanced version of the Arrow interceptor, which is still under joint development by Israel Aerospace Industries and the U.S. Missile Defense Agency (MDA).

    It remains unclear how the footage reached the public domain. The short clip, accompanied by marketing-style narration, was likely uploaded to an official channel of one of the bodies involved in developing the system.

    The Defense Ministry told Haaretz that the video did not constitute a “leak,” noting that it had previously been shown at conferences open to the public, and said that “there is no concern about an information leak.”

    However, a review by Haaretz found that the footage is currently unavailable on any official channel of Israel’s defense establishment or the Missile Defense Agency.

    The Arrow system is designed to intercept long-range ballistic missiles. Its development began in the 1980s, toward the end of the Cold War, following an agreement between Israel and the United States that included American funding.
    The system’s first operational interception occurred in 2017, when it was used against a Syrian surface-to-air missile launched toward Israeli Air Force aircraft. Development of the Arrow 4 variant also began in 2017, likewise with U.S. funding.

    Israel Aerospace Industries CEO Boaz Levy said last month in an interview with the Calcalist business daily that the company is close to beginning serial production of the new interceptor. According to an official MDA document, development of Arrow 4 is expected to be completed in 2026.

    The Arrow system currently includes two operational interceptor variants, each responsible for a different layer in Israel’s “onion model” of air defense. Arrow 3 is designed for exo-atmospheric interceptions, while the older Arrow 2 targets ballistic missiles in the upper layers of the atmosphere.

    Arrow 4 is intended to replace Arrow 2 and intercept threats at slightly shorter ranges. Like Arrow 3, it is not expected to carry an explosive warhead, instead relying on precise kinetic impact to destroy its targets.

    When development of Arrow 4 began, the threats it was designed to address were largely theoretical. They have since materialized in recent rounds of confrontation with Iran.

    The new interceptor is intended to counter maneuvering hypersonic missiles and missiles equipped with multiple warheads or submunitions. Three similar cluster-type missiles were fired at Israel during the 12-day war with Iran.

    Arrow batteries played a central role in Israel’s air defense during the most recent war. In November 2023, the system carried out its first known exo-atmospheric interception of a missile launched from Yemen.

    Subsequent fighting with Iran posed additional challenges. According to Israel’s defense establishment, Arrow 2 and Arrow 3 interceptors, together with U.S. THAAD batteries deployed in Israel, intercepted 86 percent of threats during the 12 days of fighting.

    According to a July report by The Wall Street Journal, the United States used 150 THAAD interceptors during the conflict – about a quarter of all missiles produced for the system. The cost of a single Arrow 3 interceptor is estimated at about $3 million, roughly a quarter of the cost of a THAAD interceptor.

    Since December, Israel is no longer the sole operator of the Arrow system. A first battery was delivered to Germany under a deal worth approximately $3.5 billion, signed in 2023. About two weeks ago, the German Bundestag approved an expansion of the agreement, adding an estimated $3.1 billion.

    In total, the Arrow deal signed by the defense ministries of Israel and Germany is expected to exceed $6.7 billion, making it the largest defense export deal in Israel’s history.