• « Moi j’ai peur de rester là » : inquiets par l’#érosion du #littoral, les habitants du bord de mer de Pouebo vont être relocalisés
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/moi-j-ai-peur-de-rester-la-inquiets-par-l-erosion-du-littoral-les-

    Les changements climatiques ont de lourdes conséquences comme en province Nord où à Pouebo, l’érosion et la #montée_des_eaux contraignent les habitants d’être relogés ailleurs. Un chantier de 200 millions de francs cfp est en cours sur les hauteurs de la tribu de Colnett pour relocaliser les riverains.

    #nouvelle_calédonie #kanaky

    Y-a pas qu’en Bretagne ou sur la côte landaise, que ça s’érode :-)

  • Perché #Cosa_Nostra è ormai cosa di tutti, il saggio di #Ryan_Gingeras

    Altro che la storia di un mondo arcaico che muore lentamente. La mafia non è una questione locale, ma un’avanguardia del capitalismo. E per questo arriva ovunque

    C’è una scena, nei primi minuti del Padrino, che spiega questo libro meglio di qualsiasi introduzione critica. Don Corleone non riceve in ufficio. Riceve in casa, il giorno del matrimonio della figlia, mentre fuori si balla. Bonasera entra, chiede vendetta per la figlia massacrata. Vito gli dice: avresti dovuto venire prima. Avresti dovuto chiamarmi «amico». È questo il punto. Non il sangue, non il colpo. La forma del rapporto. La parola amicizia che vale più di un contratto, più di un tribunale, più dello stato.

    Francis Ford Coppola lo aveva capito subito, e lo aveva detto al produttore Robert Evans, che non voleva sentirlo. Il padrino non sarà un film sulla criminalità organizzata. Sarà una metafora del capitalismo. Evans gli rispose: che vada al diavolo. Aveva torto Evans, aveva ragione Coppola, e il libro di Ryan Gingeras parte esattamente da lì. Non dalla mafia come fenomeno criminale, ma dalla mafia come grammatica del potere economico. Come modo di stare dentro il mercato quando il mercato è troppo debole per reggersi da solo, o troppo forte per tollerare regole.

    Gingeras è uno storico americano che insegna alla Naval Postgraduate School. Ha lavorato a lungo sull’eroina turca, sul tramonto dell’Impero ottomano, sui legami fra Ankara e i traffici globali. La sua mafia non è quella della tradizione, non è quella di Hess o di Arlacchi. È una mafia vista da Istanbul, da Lagos, da Marsiglia, da Pelham Bay. E parte da una scena familiare. Il nonno dell’autore, Charley Fitzpatrick, lavorava come barista in un locale del Bronx, lo Ye Olde, dove Willie Moretti – gangster del New Jersey, futuro morto ammazzato a Cliffside Park – passava le serate a bere. Da quel marciapiede, Gingeras guarda il mondo.

    Tre cose, in questo libro, sono nuove.

    La prima è l’idea che le mafie siano una costruzione economica prima che antropologica. Gingeras lo scrive a chiare lettere: aderire a una mafia, nel mondo contemporaneo, vuol dire avere una specie di impiego. I traffici più lucrativi si basano sulla compravendita di beni e servizi. Per capire la Cosa Nostra americana degli anni trenta non serve l’omertà siciliana, serve il bilancio. Luciano e Lansky non erano feudatari, erano amministratori delegati. Il Comitato – la struttura che dirimeva le controversie dopo il Proibizionismo – non era un consiglio di anziani, era un consiglio di amministrazione. Capone non era un brigante, era una versione iperviolenta di Henry Ford. Lo capì già Fred Pasley nel 1930, nella prima biografia di Capone: aveva reso il crimine efficiente. È questa la parola che fa la differenza. Efficiente.La seconda è la riscrittura della geografia. Per due secoli abbiamo letto la mafia come una storia di Sud Italia, Sud degli Stati Uniti, Sud del mondo.

    Gingeras la riscrive come una storia di traduzioni. Il padrino esce nel 1972 e diventa immediatamente intraducibile fuori dall’America; non c’era nulla di simile in Colombia, in Nigeria, in India e contemporaneamente diventa traducibilissimo: la parola padrino arriva in turco come baba, designa i boss di Ankara e Istanbul, e da lì migra ovunque. Mafia, oggi, è una parola americana che descrive cose non americane. È un’egemonia simbolica prima che criminale. Il vero capitale che la mafia americana ha esportato non è l’eroina, è il vocabolario. Il padrino ha fatto più di Cosa Nostra e Coppola ha pesato più di Luciano.La terza è la distinzione fra vecchie mafie e nuove mafie. Le vecchie Cosa Nostra siciliana e americana, yakuza, triadi erano viste come parassiti su stati altrimenti funzionanti. Anomalie da estirpare. Le nuove mafie russe, nigeriane, albanesi, messicane, turche sono qualcosa di diverso. Sono estensioni di stati deboli. Lo stato non le subisce, le produce. Il narcotrafficante curdo Hüseyin Baybaşın confessa in carcere di aver versato ad Ankara metà dei profitti di ogni affare: per noi era una tassa, e in cambio ricevevamo protezione. Da lì all’espressione «stato profondo», oggi sdoganata da Trump, il passo è breve. E da lì alla conclusione del libro – quella che Gingeras chiama «la grande diluizione» – il passo è ancora più breve. Nel XXI secolo la mafia non è più una categoria di persone, è una categoria di funzioni. Le svolgono i gangster, certo, ma le svolgono anche banchieri, avvocati, multinazionali, fondazioni filantropiche, governi. La mafia si è dissolta nel sistema, non perché abbia vinto, ma perché il sistema ha imparato a fare quello che lei già faceva.

    La mafia non è un residuo del feudalesimo siciliano sopravvissuto a Manhattan, è un’avanguardia del capitalismo americano che ha avuto il vantaggio competitivo di non dover rispettare le regole che il capitalismo legale si stava dando in quegli stessi anni. Letta così, la storia della mafia novecentesca non è la storia di un mondo arcaico che muore lentamente, ma è la storia di un laboratorio di pratiche economiche che la grande impresa legale, in molti casi, ha poi adottato e raffinato. È un’inversione di prospettiva che cambia tutto e che spiega perché l’esito a cui stiamo assistendo era inevitabile. Non era la mafia, infatti, a doversi modernizzare per sopravvivere. Era il capitalismo a doverla raggiungere. E l’ha raggiunta.

    C’è una frase di Tony Soprano, all’inizio della serie, che Gingeras mette in epigrafe alle conclusioni. «Mi sembra di essere arrivato più che altro alla fine. Che il meglio sia passato» e continua: «Mio padre, per esempio, non è mai arrivato dove sono arrivato io. In un certo senso, però, se l’è goduta di più. Aveva la sua gente. Avevano le loro regole. Avevano l’orgoglio. Oggi noi che cosa abbiamo?». Cosa abbiamo oggi? È questa la domanda giusta perché dice chiaramente come tutte le regole siano saltate, rendendoci tutti patria dell’economia mafiosa e, cosa più importante, incapaci di riconoscerlo.Resta una cosa, alla fine, e Gingeras non la dice chiaramente, ma il libro la suggerisce a ogni pagina. Le mafie hanno sempre venduto due cose insieme: una merce e un mito. L’alcol e la durezza di Capone. L’eroina e l’autenticità della French Connection. La cocaina e il romanticismo di Escobar. Il Captagon e la santità di Hezbollah. Senza il mito, la merce non si vende. Senza la merce, il mito non si finanzia. È il loro doppio bilancio, ed è anche il bilancio del capitalismo contemporaneo, che vende sempre meno cose e sempre più narrazioni intorno alle cose.

    Sotto questa luce, Mafia di Ryan Gingeras non è un libro di storia criminale, ma un libro di economia politica travestito da storia criminale e come tale va letto. Va letto pensando che i veri prìncipi al comando non sono mai stati i gangster, ma i capi nascosti, potenti e ignoti. Lo sono ancora, si chiamano in altri modi, ma il mestiere è lo stesso.

    Gingeras chiude il libro parlando di «grande diluizione» e non è un concetto consolante. Per due secoli abbiamo creduto che la lotta alle mafie fosse una lotta di confine: da una parte lo stato, dall’altra il crimine; da una parte la legge, dall’altra il sangue; da una parte il cittadino, dall’altra il gangster. Il lavoro di Gingeras è la dimostrazione storica, paziente, documentata, che quel confine non è mai esistito davvero e che oggi non esiste più nemmeno come finzione utile. Le mafie non sono state sconfitte, ma assorbite, e non perché lo stato sia diventato più debole, ma perché ha imparato il loro mestiere.

    La tesi più radicale del libro arriva in fondo, e Gingeras la consegna con una sola parola: «diluizione». Per un secolo abbiamo immaginato la mafia come una sostanza concentrata, identificabile, separabile dal resto. Un cancro su un corpo sano. Gingeras dimostra che quella sostanza si è sciolta nel solvente del mondo contemporaneo, e adesso è ovunque. Non in senso retorico ma in senso tecnico.Le funzioni che per un secolo erano state esclusive del gangster – riciclare denaro, corrompere funzionari, intimidire concorrenti, controllare territori attraverso la paura, eludere fiscalità e regolazione – oggi le svolgono soggetti perfettamente legali. Le banche svizzere e americane processate per aver lavato miliardi di narcodollari, le multinazionali farmaceutiche che hanno alimentato l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti uccidendo più gente di Pablo Escobar, le piattaforme digitali che mettono in contatto trafficanti e clienti meglio di qualsiasi rete fisica. I fondi sovrani che reinvestono capitali di provenienza opaca. Le società di consulenza che ottimizzano evasioni e pianificano trasferimenti offshore. Gli studi legali che scrivono i contratti di immunità.

    La mafia non è scomparsa perché lo stato l’abbia sconfitta, semplicemente (e drammaticamente) non c’è più come categoria distinguibile perché tutto il resto le si è avvicinato. Il mondo non si è ripulito, è diventato indistinguibile da essa. Per questo Gingeras chiama questa fase «la grande diluizione» e non la grande sconfitta. È un giudizio storico durissimo, quasi insopportabile, e va letto fino in fondo. Significa che la separazione fra economia legale ed economia criminale è oggi un’astrazione contabile, non un dato di realtà. Significa che dire stato-mafia non è più una metafora polemica, è una descrizione sociologica. Significa che il gangster, come figura antropologica autonoma, sta morendo e non perché abbiamo vinto, ma perché non serve più. Le sue funzioni le svolgono altri e meglio, in giacca e cravatta, con un compenso più alto e meno rischi penali.

    C’è una vecchia idea di Hannah Arendt secondo cui il male non ha profondità, ha solo estensione, si propaga come un fungo e occupa superfici. Le mafie di Gingeras funzionano così, non sono il sottosuolo del mondo, ma la sua superficie. Quando, come scrive Gingeras, «alcuni membri dell’importante famiglia Gemayel, che durante la guerra civile supervisionava numerose milizie cristiane, guadagnarono tra 1 e 5 miliardi di dollari netti in un anno vendendo hashish e altri beni di contrabbando» dai porti che controllavano, quando Hezbollah esporta captagon in tutto il Medio Oriente, quando i talebani fanno il 14 per cento del Pil afghano con l’oppio, non stiamo guardando l’eccezione di un sistema sano, stiamo guardando la regola di un sistema che ha smesso di distinguere fra legittimo e illegittimo, perché accendere un faro e marcare questa distinzione gli costa troppo.

    E qui Gingeras tocca, senza dirlo, il punto filosofico più alto del suo lavoro. La mafia è la forma che assume il capitalismo quando viene privato delle sue regole, ma è anche la forma che assumerebbe se quelle regole non fossero mai esistite. La mafia è il capitalismo senza il vestito buono dello stato di diritto, senza il maquillage delle istituzioni, è il mercato che si guarda allo specchio e si riconosce. Per questo Il padrino funziona ancora oggi, e non perché racconti una mafia, ma perché racconta una verità che la mafia ha avuto il merito storico di rendere visibile. La verità è questa: il potere è una famiglia che protegge i suoi, una violenza che si veste di codice, un debito che non si estingue mai, una parola data che vale più di un contratto.

    La differenza fra don Corleone e un consiglio di amministrazione è solo che don Corleone non finge.Il mito del gangster, quello che il cinema ci ha venduto per un secolo, ha sempre avuto una doppia funzione; da una parte demonizzava, dall’altra rassicurava. E il pensiero rassicurante era questo: il male ha un volto, un nome, un quartiere, un accento. È siciliano, è russo, è messicano, è albanese. È sempre altro, altro da noi. È sempre lontano, lontano dal nostro mondo, dalla nostra cerchia. Il libro di Gingeras ci toglie questa rassicurazione perché il gangster non è l’altro. Il gangster è la versione disinibita di quello che siamo già. Lavora con le stesse logiche di una multinazionale, finanzia gli stessi partiti, ricicla nelle stesse banche, si muove negli stessi paradisi fiscali e sfrutta gli stessi migranti. La sola differenza è che ammazza in proprio invece di farlo per procura e ammazza utilizzando guerre, sanzioni, licenziamenti di massa, riforme sanitarie. Forse il vero lascito di questo libro sta proprio nell’aver capito che la storia delle mafie non è la storia di una minaccia esterna alla civiltà, ma la storia del modo in cui la civiltà, lentamente, è diventata indistinguibile da quello che diceva di combattere. La civiltà, la guerra contro le mafie, non l’ha persa; l’ha vinta, perdendola. È un finale che non consola. Ma è l’unico onesto, ed è il motivo per cui questo libro andava scritto.

    https://infosannio.com/2026/06/27/perche-cosa-nostra-e-ormai-cosa-di-tutti-il-saggio-di-ryan-gingeras
    #mafia #amitié #capitalisme #criminalité_organisée #économie #pouvoir_économique #marché #efficacité #Roberto_Saviano #nouvelles_mafias #Etat #économie_mafieuse #mythe #grande_dilution #dilution #économie_légale #économie_criminelle #pouvoir

    • Mafia. Una storia globale

      Dalla nascita di camorra e Cosa Nostra nel Sud Italia postunitario alle triadi cinesi sorte dal collasso della dinastia Qing, fino alla proliferazione dei cartelli del narcotraffico in Messico, Mafia racconta i tre secoli di vita della criminalità organizzata come una storia unitaria e globale: la sua ascesa, il suo consolidamento, le sue metamorfosi. Una narrazione che attraversa le epoche e i continenti rivelandoci in che modo queste organizzazioni malavitose siano sempre state lo specchio delle società che le hanno generate.

      Ryan Gingeras ci mostra i meccanismi nascosti delle mafie mondiali, spiegandoci come esse non emergano mai in un vuoto storico, ma si innestino su crisi e rivolgimenti decisivi. Le mafie sfruttano le restrizioni normative, come quella del proibizionismo americano che trasformò il boss di quartiere Al Capone in un’icona globale del crimine. Talvolta, è lo stesso potere ufficiale ad alimentarle per il proprio tornaconto – è il caso della yakuza giapponese, utilizzata come pedina anticomunista nel secondo dopoguerra. La loro ambizione è sostituirsi allo stato, testarne i limiti e, nella loro espansione tentacolare, riscrivere di volta in volta i rapporti tra politica, violenza ed economia. Esaminando gangster diventati figure mitologiche – i fratelli Kray, John Gotti, Pablo Escobar, El Chapo – e film di enorme successo, Gingeras individua il fascino dell’immaginario legato alla mafia proprio nel suo dire apparentemente qualcosa di più rivelatore e vero della storia ufficiale.

      In un presente in cui le organizzazioni criminali sono diventate più fluide, diffuse e ibride, spesso intrecciate con terrorismo e mercati finanziari legali, Mafia è un invito a riconoscerne la presenza secolare come una struttura plastica e resistente, capace di adattarsi a ogni contesto: una pece nera che da sempre penetra nelle crepe del potere, colmandone i vuoti fino a essere essa stessa a dettarne le scelte.

      https://www.ilsaggiatore.com/libro/mafia

      #livre

  • Le réchauffement climatique menace le dernier glacier tropical d’Océanie
    https://reporterre.net/Le-rechauffement-climatique-menace-le-dernier-glacier-d-Oceanie

    Le mont #Puncak_Jaya, en #Papouasie indonésienne, point culminant du pays et même de toute l’#Océanie, abrite les derniers #glaciers tropicaux de la région. Ils pourraient définitivement disparaître fin 2026 ou début 2027, indique un rapport sur l’état du climat 2025 dans la région #Pacifique sud-ouest, publié par l’Organisation météorologique mondiale (#OMM) le 7 juillet.

    L’île de #Nouvelle_Guinée a une superficie de 775K km², c’est à dire légèrement plus grande que la France. C’est la seconde plus grande île du monde. Et son point culminant atteint 4884m, c’est à dire légèrement plus haut que le Mont Blanc. Quasiment pas de Street View sur cette île, juste des panoramas 360°.

    Et donc, bientôt plus de glaciers, dans ce territoire proche de l’équateur.

  • Émeutes de 2024 en #Nouvelle-Calédonie : #non-lieu général ordonné en faveur des militants indépendantistes
    https://la1ere.franceinfo.fr/emeutes-de-2024-en-nouvelle-caledonie-non-lieu-general-ordonne-en-

    Selon des sources proches du dossier, un non-lieu général a été ordonné en faveur des militants indépendantistes de la #CCAT poursuivis dans le cadre des émeutes de 2024 en Nouvelle-Calédonie, a appris vendredi 5 juin l’AFP.

    #kanaky

  • Élargissement du corps électoral en #Kanaky : les députés entérinent l’offensive #coloniale
    https://www.revolutionpermanente.fr/Elargissement-du-corps-electoral-en-Kanaky-les-deputes-enterine

    Le 20 mai, l’#Assemblée_nationale a adopté la proposition de #loi_organique visant à modifier le corps électoral en Kanaky, dans les mêmes termes que le #Sénat deux jours plus tôt. Cette loi constitue une nouvelle offensive coloniale de la part de l’État français.

    #nouvelle_calédonie

  • Emeutes de 2024 en #Nouvelle-Calédonie : des détenus kanak piégés dans l’Hexagone – Libération
    https://www.liberation.fr/societe/police-justice/emeutes-de-2024-en-nouvelle-caledonie-des-detenus-kanak-pieges-dans-lhexagone-20260512_63Q6VZBXRJCW5LBHUMLML674NQ/

    Envoyés en urgence dans des prisons à 17 000 km de chez eux, au plus fort de la crise insurrectionnelle il y a deux ans, plusieurs dizaines de détenus continuent de purger leur peine loin de leurs proches et réclament leur transfert retour.

    https://justpaste.it/jplae

    #Douce_France #prison #détenus

  • Kenu-In, Deux baies, Plexus… Deux ans après les émeutes de 2024 en #Calédonie, ces lieux détruits qui prennent du temps à être déconstruits
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/kenu-in-deux-baies-plexus-deux-ans-apres-les-emeutes-de-2024-en-ca

    La crise insurrectionnelle qui a éclaté à la mi-mai 2024 en Calédonie a laissé dans son sillage des centaines de bâtiments détruits. Symboles d’emplois perdus, de milliards partis en fumée et de tissu économique déchiré. Deux ans plus tard, le centre commercial Kenu-In de Dumbéa achève tout juste sa déconstruction. Plusieurs autres sites privés attendent encore la suite.

    #nouvelle_caledonie #kanaky

  • Comment analyser les relations internationales
    https://laviedesidees.fr/Comment-analyser-les-relations-internationales

    À l’heure d’un retour généralisé de la violence et de mutations technologiques aux issues incertaines, penser les relations internationales comme un seul #espace mondial permet de saisir la multiplicité des dynamiques internationales et l’augmentation des interconnections à l’échelle planétaire.

    #International #nouvelles_technologies
    https://laviedesidees.fr/IMG/pdf/20260410_ri.pdf

  • L’ancienne première ministre Jacinda Ardern, symbole de la fuite des cerveaux néo-zélandais
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/31/l-ancienne-premiere-ministre-jacinda-ardern-symbole-de-la-fuite-des-cerveaux

    L’ancienne première ministre Jacinda Ardern, symbole de la fuite des cerveaux néo-zélandais
    Celle qui avait acquis une renommée internationale en devenant, en 2017, la plus jeune femme cheffe de gouvernement dans le monde, vient de s’installer à Sydney, en Australie, comme plus de 600 000 de ses compatriotes.
    par Isabelle Dellerba (Sydney, correspondance)
    Lunettes de soleil, casquette, sandales Birkenstock et robe chemise courte à rayures bleues et blanches, l’ancienne première ministre néo-zélandaise Jacinda Ardern affiche, en ce dimanche 8 mars, une allure résolument décontractée dans les rues de Manly, quartier balnéaire huppé de l’est de Sydney, alors qu’elle profite d’une promenade au bord de la plage avec sa mère, Laurell, son mari, Clarke Gayford, leur fille de 7 ans, Neve. Mais si la quadragénaire se fond dans la foule du front de mer, son installation dans la métropole, fin février, n’est, elle, pas passée inaperçue. Sa décision de poser ses valises de l’autre côté de la mer de Tasman a été interprétée par nombre de ses compatriotes et par la presse comme le symbole de la fuite croissante des cerveaux néo-zélandais vers l’Australie. Une forme de désertion, pour certains.
    Depuis 2023, l’archipel connaît une vague de départs inédite : 205 000 Kiwis ont quitté le pays, selon l’agence gouvernementale Statistics New Zealand, sur une population de 5,3 millions d’habitants, et plus de la moitié a opté pour l’île-continent voisine. « L’atmosphère en Nouvelle-Zélande est actuellement très sombre. La population est déprimée par la situation économique et par l’accumulation de problèmes, qu’il s’agisse des inégalités, de la pauvreté, de la crise du logement ou même les catastrophes naturelles », résume le politologue Bryce Edwards.
    Pour les habitants rêvant d’une vie meilleure, l’Australie a toujours représenté une porte de sortie facile. Le Trans-Tasman Travel Arrangement, en vigueur depuis 1973, offre une liberté de circulation réciproque aux citoyens des deux Etats, leur permettant de séjourner, de vivre et de travailler indéfiniment chez leur voisin, sans avoir à demander d’autorisation préalable. Fin juin 2024, 617 960 Néo-Zélandais étaient domiciliés en Australie, selon l’Australian Bureau of Statistics, soit 2,3 % de la population totale ; ils en constituaient la quatrième plus grande communauté d’origine étrangère.
    « Nous avons déménagé il y a cinq semaines. Davantage de possibilités, de meilleurs salaires, une météo agréable et une excellente qualité de vie », se réjouit, le 23 mars, Shaun N. Tina Abernethy, en réponse à un internaute en quête de perspectives professionnelles sur la page Facebook « Kiwis Moving to Australia », mais hésitant à franchir le pas. En Australie, les salaires sont en moyenne supérieurs d’environ 25 % pour des postes comparables. L’importante communauté néo-zélandaise déjà implantée sur place facilite par ailleurs l’installation des nouveaux arrivants.
    Jacinda Ardern, dont la présence à Sydney s’est ébruitée après qu’elle a été aperçue en train de visiter des propriétés dans les quartiers privilégiés de Curl Curl et Freshwater, au nord-est de Sydney, n’a sans doute pas été guidée par ce type de préoccupations. Celle qui avait acquis une renommée internationale en devenant, en 2017, la plus jeune femme chef de gouvernement en exercice dans le monde, avant d’être désignée, selon un sondage réalisé en 2020, comme la première ministre néo-zélandaise la plus populaire depuis un siècle, n’a pas chômé depuis sa démission en janvier 2023.
    Passant des Etats-Unis au Royaume-Uni, elle a travaillé pour l’université Harvard, a été nommée administratrice du Earthshot Prize, un prix environnemental créé en 2020 par le prince William et le biologiste et naturaliste David Attenborough, puis a rejoint l’université d’Oxford. En juin 2025, elle publiait sa biographie Un autre art du pouvoir (Flammarion). En Australie, elle devrait poursuivre ses activités internationales – entre conférences, engagements académiques et défense de grandes causes –, tout en se rapprochant géographiquement de la Nouvelle-Zélande, où elle conserve un statut à part.
    « Elle a été une dirigeante très charismatique qui a marqué l’histoire de notre pays. Aujourd’hui, elle n’intervient plus dans la politique néo-zélandaise, mais reste une figure très polarisante, aimée par ses partisans et détestée par ses opposants », souligne Bryce Edwards. Ces derniers ne lui ont en effet jamais pardonné sa politique du « zéro Covid » (les confinements prolongés, la fermeture durable des frontières ou encore des vaccinations jugées trop tardives) qui a permis à l’archipel d’être épargné dans un premier temps par la pandémie mondiale, mais qui a fait d’elle un symbole à abattre pour les mouvements antirestrictions. D’autant plus qu’après la crise sanitaire, comme ailleurs, la situation économique s’est dégradée. « La banque centrale a relevé les taux d’intérêt et le gouvernement a réduit ses dépenses. Ces deux éléments ont provoqué une récession profonde, comparable à celle de la crise financière de 2009-2010 », explique l’économiste néo-zélandais Shamubeel Eaqub. Le ralentissement économique a contribué à une hausse du chômage, tandis que la progression des salaires n’a pas suivi l’inflation. Ces facteurs ont accentué l’augmentation du coût de la vie. Déjà élevés, les prix des produits alimentaires figurent désormais parmi les plus importants du monde développé.
    Dans ce contexte difficile, Jacinda Ardern incarne, malgré elle, le problème d’émigration auquel est actuellement confronté son pays. « Certains Néo-Zélandais ont vécu son installation à Sydney comme une trahison, analyse Alan Gamlen, directeur du Centre de recherche sur les migrations de l’université nationale australienne. D’autres, au contraire, considèrent que ce déménagement peut constituer un atout, dès lors qu’elle pourrait devenir une ambassadrice informelle de la Nouvelle-Zélande en Australie, apportant influence et visibilité. »

    #Covid-19#migrant#migration#nouvellezelande#australie#emigration#economie#crise

  • #Municipales 2026 : la « #nouvelle_France », un thème électrique au cœur de la campagne de #Jean-Luc Mélenchon
    https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/03/11/municipales-2026-la-nouvelle-france-un-theme-electrique-au-c-ur-de-la-campag

    Avec sa « nouvelle France », remarque Eric #Fassin, le leader « insoumis » opère surtout un virage vers « les gens de gauche », en rupture avec la ligne de 2017, celle du populisme de gauche, lorsque l’ex-sénateur socialiste voulait attirer les « fâchés pas fachos », ces « électeurs de l’extrême droite » censés partager avec « ceux de la gauche » le rejet du néolibéralisme. A gauche, « la première réserve, ce sont les abstentionnistes : des jeunes, des classes intellectuelles précarisées, et des classes populaires souvent #racisées », analyse le #sociologue spécialisé dans les études de genre et de race.

  • « Comment peut-on laisser quelqu’un agoniser dans une cellule ? » : colère et incompréhension après la mort d’un jeune Kanak en prison
    https://www.mediapart.fr/journal/france/210226/comment-peut-laisser-quelqu-un-agoniser-dans-une-cellule-colere-et-incompr

    Frédéric Grochain, 31 ans, a été retrouvé mort dans sa cellule du centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand, le 6 février. Son décès interroge sur la prise en charge sanitaire des détenus calédoniens transférés vers des prisons métropolitaines après les révoltes de 2024.

    Benoît Godin, 21 février 2026

    FrédéricFrédéric Grochain a été retrouvé mort le vendredi 6 février au matin, seul dans sa cellule du centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand (Saône-et-Loire). Comment ce jeune Kanak originaire de Ponérihouen, en Nouvelle-Calédonie, a-t-il pu mourir en détention si loin de chez lui, à 31 ans ? « On est confrontés ici à un double scandale, dénonce son avocate Julie Jarno. Une défaillance flagrante de la prise en charge médicale d’un détenu et la déportation inacceptable de prisonniers kanak, y compris de personnes vulnérables comme Frédéric Grochain. »

    Le jeune homme fait en effet partie des dizaines de détenus transférés vers la métropole dans la foulée des révoltes du 13 mai 2024. Ce jour-là, alors que le Grand Nouméa s’embrase, une mutinerie éclate également au Camp Est, prison surpeuplée et insalubre, occupée à plus de 90 % par des Kanak. La répression est particulièrement brutale – un prisonnier meurt après l’intervention des forces de l’ordre. Quelques semaines plus tard, l’administration pénitentiaire lance une vague de transferts dans l’opacité la plus totale.

    D’après les décomptes du collectif Solidarité Kanaky, du 8 juin 2024 au 22 avril 2025, 69 détenus ont ainsi été envoyés, sans leur consentement, à 17 000 kilomètres de chez eux, dans différentes prisons métropolitaines. Une situation dont s’est récemment émue la Commission nationale consultative des droits de l’homme (CNCDH). Selon Julie Jarno, « l’administration aurait ciblé ceux qu’elle considère avoir été actifs pendant la mutinerie et ceux qui portaient des revendications, notamment sur les conditions indignes de détention ».
    Illustration 1

    « Mais mon client ne correspondait à aucun de ces deux cas, ajoute l’avocate. Visiblement, l’administration a aussi pris des gens au hasard pour faire de la place. » Frédéric, détenu depuis fin 2023 pour différents larcins, fait partie du second convoi, parti de Nouméa le 22 juin. Sa famille n’a pas été informée de son départ forcé et précipité. Ce n’est que plusieurs jours plus tard, lorsque sa mère se rend directement au Camp Est en compagnie d’autres parents de détenus alertés par les rumeurs, que la direction de l’établissement leur confirme ces transferts.
    « Un très grand isolement »

    Défendant bénévolement les intérêts d’une douzaine de ces détenus, pour la plupart en grande précarité, Julie Jarno rencontre Frédéric Grochain pour la première fois à Varennes-le-Grand, à l’automne 2024. « Il avait déjà passé six à huit mois sans voir personne », précise-t-elle, affirmant découvrir « un homme sympa, qui fait des blagues », mais « complètement perdu ». « Il chuchotait comme s’il était épié, avait toujours l’impression que tout le monde était contre lui », témoigne-t-elle. Une fragilité psychologique qui interroge l’avocate sur sa prise en charge.

    Julie Jarno s’en inquiète alors auprès de la conseillère d’insertion et de probation de son client, qui lui indique que Frédéric Grochain a en effet connu une hospitalisation en mars 2025 pour des troubles psychiques et qu’il fait l’objet d’un suivi. Les deux femmes n’en sauront pas plus, secret médical oblige.

    Ce qui est certain, c’est que le jeune homme souffre d’une grande solitude. Il n’utilise la cabine téléphonique de la prison que pour appeler, rarement, une cousine vivant en région parisienne. En revanche, il ne peut joindre ses proches en Nouvelle-Calédonie, vu le coût exorbitant d’un appel – équivalent à un appel international. Durant près de dix-neuf mois, ses seules visites sont celles de son avocate – quatre en tout, la dernière remontant au 19 décembre 2025.

    « Ce très grand isolement, on le retrouve chez beaucoup de ces déportés kanak déracinés, souligne Julie Chapon, membre de Solidarité Kanaky. Très peu ont des proches ici, très peu ont des parloirs. On fait ce qu’on peut avec le collectif pour leur rendre visite, mais nous sommes peu nombreux. »

    Une victime directe du système judiciaire et carcéral colonial.

    Christian Tein, président du FLNKS

    Peu avant la mort de Frédéric Grochain, son frère venait d’arriver dans l’Hexagone pour s’y installer avec sa compagne. C’est en téléphonant au centre pénitentiaire de Varennes-le-Grand pour obtenir un droit de visite que Judygael Grochain a appris la triste nouvelle. « Les dernières fois que je l’ai vu, avant son entrée au Camp Est, il allait bien, s’étonne-t-il. Je pense que sa situation s’est aggravée par la suite. »

    Une autopsie, demandée par le procureur de la République de Chalon-sur-Saône pour établir les raisons de la mort, a révélé que le jeune Kanak souffrait de tuberculose. Contactée par Mediapart, l’administration pénitentiaire affirme ne pas en avoir été informée avant sa mort, rappelant que la prise en charge sanitaire des personnes incarcérées dépend du ministère de la santé.

    L’agence régionale de santé (ARS) de Bourgogne-Franche-Comté se refuse quant à elle à tout commentaire, invoquant le « respect du secret médical et de l’indépendance des soignants ». Dans un communiqué du syndicat Ufap daté du 12 février, les surveillants de Varennes-le-Grand renvoient dos à dos les deux administrations, indiquant avoir « signalé la dégradation rapide de [l’]état physique » de Frédéric Grochain à chacune.

    Une dilution des responsabilités qui indigne Judygael Grochain : « Un gendarme [chargé de l’enquête] nous a dit que mon petit frère était très faible, qu’il ne s’alimentait plus, raconte-t-il. Je n’ai pas fait l’école de médecine, mais quand on voit une personne comme ça, on sait qu’il faut faire quelque chose ! Je n’arrive pas à comprendre comment on peut laisser quelqu’un agoniser dans une cellule jusqu’à son dernier souffle sans que personne réagisse. »
    Peu de retours en Nouvelle-Calédonie

    « Frédéric Grochain souhaitait rentrer en Nouvelle-Calédonie », indique Julie Jarno, précisant qu’il avait déposé une demande de transfert vers Nouméa dès la fin de l’année 2024. Elle restera sans réponse. « Il aurait vraiment fallu qu’il puisse rentrer, insiste l’avocate. Le Camp Est est certes une des pires prisons de France, mais les détenus kanak peuvent au moins y voir leurs proches, obtiennent plus facilement des permissions de sortie et des aménagements de peine. Dans le cas de Frédéric, qui n’était pas forcément en capacité d’alerter lui-même sur son état de santé, cela aurait sans doute permis de repérer qu’il allait mal. »

    Selon Solidarité Kanaky, un seul des détenus envoyés en métropole a pu rentrer dans l’archipel sur un vol payé par l’administration pénitentiaire en raison d’une procédure en cours en Nouvelle-Calédonie. Deux autres ont vu leur demande de transfert acceptée et ont même été conduits à l’aéroport de Paris-Orly le 24 novembre 2025… sans jamais embarquer. Ils attendent toujours un autre vol au centre pénitentiaire du Sud francilien (Seine-et-Marne).

    Quant aux personnes libérées, elles ne peuvent compter que sur elles-mêmes et leurs proches pour se payer l’onéreux billet retour vers Nouméa. « Et les déportations se poursuivent, assure Julie Chapon. Nous en sommes maintenant à plus de quatre-vingt-dix. En décembre, encore deux prisonniers kanak ont été conduits ici contre leur volonté. » Pour la militante, la question ne peut se régler sur le seul plan juridique : « Il faut saluer l’action des avocats, mais elle ne suffit pas. C’est un sujet politique qui doit faire l’objet d’une mobilisation politique. »

    Jusqu’ici assez discret sur le sujet, le Front de libération nationale kanak et socialiste (FLNKS) a réagi le 13 février dans un communiqué signé de son président. Évoquant « une blessure collective pour [leur] nation », Christian Tein présente Frédéric Grochain comme « une victime directe du système judiciaire et carcéral colonial, qui s’est durci de manière inédite depuis les événements de 2024 ».

    « L’enfermement prolongé, l’isolement, l’éloignement forcé et les défaillances dans la prise en charge sanitaire constituent des violences institutionnelles dont l’État français porte l’entière responsabilité », poursuit l’homme qui a lui-même passé près d’un an en détention à Mulhouse-Lutterbach (Haut-Rhin). De leur côté, Judygael Grochain et Me Julie Jarno attendent de connaître les premiers résultats de l’enquête en cours, mais se disent déjà prêts à engager la responsabilité des administrations pénitentiaire et hospitalière dans cette affaire.

    Benoît Godin❞

    #Nouvelle-Calédonie #Prisons #répression #colonialité

  • Nouvelle-Calédonie : pour Paul Néaoutyine, président de la province Nord, « sans consensus, l’Etat court à l’échec »
    https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/02/23/nouvelle-caledonie-pour-paul-neaoutyine-president-de-la-province-nord-sans-c

    Alors que doit être examiné, mardi 24 février, au Sénat, le projet de loi constitutionnelle issu de l’accord de Bougival, Paul Néaoutyine, président de la province Nord, estime, dans un entretien au Monde, que cet accord rompt avec celui de Nouméa de 1998.

    Publié le 23 février 2026

    Ils ont signé les accords de Bougival en juillet 2025, puis d’Elysée-Oudinot en janvier, textes qui créent « un Etat de la Nouvelle-Calédonie intégré à l’ensemble national ». Rangés dans le camp des modérés, l’Union nationale pour l’indépendance (UNI) et sa principale composante, le Parti de libération kanak (Palika), sont cités comme des soutiens par le gouvernement, alors que le projet de loi constitutionnelle issu de ces accords sera examiné, mardi 24 février, au Sénat.

    Mais Paul Néaoutyine, président de la province Nord et figure historique du Palika, a décidé de sortir de sa réserve habituelle pour critiquer le projet endossé par son camp. Signataire des accords passés de Matignon-Oudinot, en 1988, et de Nouméa, en 1998, cet ancien président du Front de libération nationale kanak et socialiste (FLNKS) témoigne de l’adhésion fragile des indépendantistes à la poursuite du processus.
    Dans le débat sur le futur statut de la Nouvelle-Calédonie, vous affirmez que les « fondamentaux » de l’accord de décolonisation de Nouméa « ne sont pas là ». Que recouvrent-ils, aujourd’hui ?

    Les fondamentaux de l’accord de Nouméa sont le plancher en deçà duquel notre combat reculerait. L’accord de Nouméa de 1998 est un accord de décolonisation, fondé sur la pleine reconnaissance du peuple kanak, peuple premier, comme préalable à la fondation d’une nouvelle souveraineté partagée, dans un destin commun entre toutes les communautés. Cet accord sui generis a instauré une citoyenneté appelée à devenir nationalité, a organisé le transfert irréversible des compétences de la France vers la Nouvelle-Calédonie, a établi un partage de souveraineté avec la France sur la voie de la pleine souveraineté, l’Etat reconnaissant la vocation du pays à une complète émancipation et se disant prêt à accompagner le pays dans cette voie. L’accord de Nouméa précisait aussi qu’une partie de la Nouvelle-Calédonie ne pouvait se dissocier de l’ensemble.
    Lire aussi | Article réservé à nos abonnés En Nouvelle-Calédonie, l’enlisement sans fin des discussions sur l’accord de Bougival

    Le dispositif de Bougival officialise un fédéralisme interne et externe, un statut d’autonomie dans la France qui se veut pérenne. Je ne vois pas où il y aurait continuité avec l’accord de Nouméa. Avec ce nouvel accord, nous sommes dans une logique inverse qui subordonne l’accord de Nouméa à celui de Bougival. Il est dit : « Les dispositions de l’accord de Nouméa qui ne sont pas contraires au présent accord demeurent en vigueur. » C’est donc l’aveu indirect qu’il y a des dispositions de l’accord de Nouméa qui sont contraires à l’accord de Bougival.
    En quoi ces points divergent-ils des accords de Bougival et Elysée-Oudinot, qui se réfèrent aux précédents ?

    L’ouverture du corps électoral [gelé depuis 2007 pour les élections provinciales] par l’accord de Bougival de juillet 2025 obéit aux desiderata du Medef de Nouvelle-Calédonie, favorable à l’économie de comptoir, qui préconisait de porter la population à 500 000 habitants en 2050. On voit poindre une nouvelle version de la colonisation de peuplement contre laquelle le peuple kanak s’est toujours dressé. Lorsque le ministre de l’intérieur et des outre-mer d’alors, Gérald Darmanin, a voulu passer en force sur la question du corps électoral en 2024, il a démontré trois choses. Une, que l’Etat français a cessé d’être impartial et s’est aligné sur le discours radical des Loyalistes, mauvais conseillers en la circonstance. Deux, que sans consensus et réel dialogue, l’Etat court à l’échec. Trois, qu’il porte la pleine responsabilité d’avoir plongé le pays dans le chaos [les violences de mai 2024].

    La question du corps électoral a toujours été un sujet sensible. Depuis 2017, le FLNKS a décidé de l’ouvrir aux natifs [soit 12 000 électeurs potentiels supplémentaires nés sur le territoire depuis 1998], preuve que les indépendantistes ne sont pas fermés à des aménagements. Mais, sans consensus, l’Etat n’obtiendra rien d’autre que ce qu’il a semé en mai et juin 2024.❞

    (...)

    #Nouvelle-Calédonie #Décolonisation #extractivisme

  • #Kanaky-Nouvelle-Calédonie : L’État macroniste n’en finit plus de #coloniser - Survie
    https://survie.org/decolonisons/prepublications/article/kanaky-nouvelle-caledonie-l-etat-macroniste-n-en-finit-plus-de-coloniser

    Le gouvernement entend faire (très) vite pour appliquer le pseudo accord de #Bougival, et son complément, l’accord #Elysée-Oudinot, conclu en janvier une fois encore sans le FLNKS. Un pari incertain d’un point de vue parlementaire, qui ne peut qu’enfoncer davantage la Kanaky-Nouvelle-Calédonie dans la crise.

    On ne pourra pas reprocher à l’#État #macroniste un manque de constance. En Kanaky-#Nouvelle-Calédonie (#KNC), le président de la #République et sa clique auront œuvré assidûment au sabotage du processus de décolonisation, puis à la perpétuation de la mainmise de la France sur l’archipel, quitte à mettre fin sur place à trente-six années d’une paix fragile. Une contre-offensive coloniale interrompue un temps par l’insurrection indépendantiste du 13 mai 2024, réprimée dans le sang, mais qu’Emmanuel Macron n’a pas tardé à reprendre avec la même irresponsabilité.

    (...)

    Le 19 janvier est annoncé un nouvel « accord unanime », selon la formule hallucinée du président de la République – oubliant commodément que le FLNKS reste à ce jour le seul représentant du peuple kanak reconnu au niveau international.

    (...)

  • DÉCRYPTAGE. Que contient l’accord complémentaire Élysée-Oudinot sur l’avenir de la Nouvelle-Calédonie ?
    https://la1ere.franceinfo.fr/nouvellecaledonie/decryptage-que-contient-l-accord-complementaire-elysee-oudinot-sur

    La majeure partie des partenaires politiques engagés pour l’avenir de la Nouvelle-Calédonie persiste dans le sillage tracé depuis le document du 12 juillet, à Bougival. Identités kanak et calédonienne, autodétermination, pouvoirs des provinces… l’accord complémentaire signé ce lundi à Paris, sans le FLNKS, en précise les dispositions.

  • Rare Video Shows Test of Israel’s Most Advanced Arrow 4 Missile Interceptor - National Security & Cyber
    https://www.haaretz.com/israel-news/security-aviation/2026-01-15/ty-article/.premium/rare-video-shows-test-of-israels-most-advanced-arrow-4-missile-interceptor/0000019b-c096-d484-a9bf-cafe88f80000


    An Arrow 4 missile test, as shown in the video.
    Credit: From the YouTube channel Israel Military Channel

    A marketing-style video that appeared on YouTube and X but is missing from official channels offers an unusual glimpse of Arrow 4, Israel’s upcoming interceptor designed to counter hypersonic and multi-warhead missile threats

    https://www.youtube.com/watch?v=OHLA3UlCL7U&t=17s

    An official video documenting a test of Israel’s Arrow 4 missile interceptor surfaced online in December after being published on a YouTube channel that tracks Israeli military developments.
    The test appears to have taken place in 2024. According to reports from June of that year, a launch was carried out from the Palmachim airbase in southern Israel. About a week after it appeared on the YouTube channel Israel Military Channel, the footage was also shared on a Persian-language account on X.

    Israel’s Defense Ministry confirmed that the video shows a test of the most advanced version of the Arrow interceptor, which is still under joint development by Israel Aerospace Industries and the U.S. Missile Defense Agency (MDA).

    It remains unclear how the footage reached the public domain. The short clip, accompanied by marketing-style narration, was likely uploaded to an official channel of one of the bodies involved in developing the system.

    The Defense Ministry told Haaretz that the video did not constitute a “leak,” noting that it had previously been shown at conferences open to the public, and said that “there is no concern about an information leak.”

    However, a review by Haaretz found that the footage is currently unavailable on any official channel of Israel’s defense establishment or the Missile Defense Agency.

    The Arrow system is designed to intercept long-range ballistic missiles. Its development began in the 1980s, toward the end of the Cold War, following an agreement between Israel and the United States that included American funding.
    The system’s first operational interception occurred in 2017, when it was used against a Syrian surface-to-air missile launched toward Israeli Air Force aircraft. Development of the Arrow 4 variant also began in 2017, likewise with U.S. funding.

    Israel Aerospace Industries CEO Boaz Levy said last month in an interview with the Calcalist business daily that the company is close to beginning serial production of the new interceptor. According to an official MDA document, development of Arrow 4 is expected to be completed in 2026.

    The Arrow system currently includes two operational interceptor variants, each responsible for a different layer in Israel’s “onion model” of air defense. Arrow 3 is designed for exo-atmospheric interceptions, while the older Arrow 2 targets ballistic missiles in the upper layers of the atmosphere.

    Arrow 4 is intended to replace Arrow 2 and intercept threats at slightly shorter ranges. Like Arrow 3, it is not expected to carry an explosive warhead, instead relying on precise kinetic impact to destroy its targets.

    When development of Arrow 4 began, the threats it was designed to address were largely theoretical. They have since materialized in recent rounds of confrontation with Iran.

    The new interceptor is intended to counter maneuvering hypersonic missiles and missiles equipped with multiple warheads or submunitions. Three similar cluster-type missiles were fired at Israel during the 12-day war with Iran.

    Arrow batteries played a central role in Israel’s air defense during the most recent war. In November 2023, the system carried out its first known exo-atmospheric interception of a missile launched from Yemen.

    Subsequent fighting with Iran posed additional challenges. According to Israel’s defense establishment, Arrow 2 and Arrow 3 interceptors, together with U.S. THAAD batteries deployed in Israel, intercepted 86 percent of threats during the 12 days of fighting.

    According to a July report by The Wall Street Journal, the United States used 150 THAAD interceptors during the conflict – about a quarter of all missiles produced for the system. The cost of a single Arrow 3 interceptor is estimated at about $3 million, roughly a quarter of the cost of a THAAD interceptor.

    Since December, Israel is no longer the sole operator of the Arrow system. A first battery was delivered to Germany under a deal worth approximately $3.5 billion, signed in 2023. About two weeks ago, the German Bundestag approved an expansion of the agreement, adding an estimated $3.1 billion.

    In total, the Arrow deal signed by the defense ministries of Israel and Germany is expected to exceed $6.7 billion, making it the largest defense export deal in Israel’s history.

  • ‘Yellow line’ that divides Gaza under Trump plan is ‘new border’ for Israel, says military chief | Gaza | The Guardian
    https://www.theguardian.com/world/2025/dec/08/yellow-line-that-divides-gaza-under-trump-plan-is-new-border-for-israel

    ‘Yellow line’ that divides Gaza under Trump plan is ‘new border’ for Israel, says military chief

    Eyal Zamir said Israel would hold on to current positions, giving it control of more than half of the territory

    #gaza #palestine #colonisation #occupation #démolition #frontières #nouvelles_frontières

  • Authors dumped from New Zealand’s top book prize after AI used in cover designs
    https://www.theguardian.com/world/2025/nov/18/authors-dumped-from-new-zealands-top-book-prize-after-ai-used-in-cover-

    18.11.2025 by Eva Corlett - Ockham Book Awards dropped two titles from contention after new guidelines introduced on artificial intelligence use

    The books of two award-winning New Zealand authors have been disqualified from consideration for the country’s top literature prize because artificial intelligence was used in the creation of their cover designs.

    Stephanie Johnson’s collection of short stories Obligate Carnivore and Elizabeth Smither’s collection of novellas Angel Train were submitted to the 2026 Ockham book awards’ NZ$65,000 fiction prize in October, but were ruled out of the competition the following month in light of new guidelines around AI use.

    The publisher of both books, Quentin Wilson, said the awards committee amended the guidelines in August, by which time the covers of every book submitted for the awards would have already been designed.

    “It was, therefore, far too late for any publisher to have taken this clause into account in their design briefs,” Wilson told the Guardian.

    “It is obviously heartbreaking that two wonderful pieces of fiction by highly respected authors have become embroiled in this issue, even though it has absolutely nothing to do with their writing.”

    Wilson said it was also upsetting for the production and design team, who had worked hard on the books.

    Johnson was sympathetic to the award organisers, saying she too is deeply concerned about the use of AI in creative fields, however she was disappointed with the decision.

    “I’d be lying if I said I wasn’t sad about it,” she told the Guardian. “It’s my 22nd book, and it is my fourth collection of short stories. These stories … were written over a sort of 20 year period, so for me, it’s quite an important book.”

    Johnson said authors typically have very little to do with the design of their books, and she had no idea AI had been used to create her cover, which features a cat with human teeth.

    “I just thought it was a photograph of a real cat and the teeth had been superimposed, but apparently it wasn’t,” Johnson said, adding that unlike younger generations who are adept at identifying AI, she had trouble distinguishing images created with the technology.

    Johnson worried people would now assume she had used AI to write her book, which she “most certainly did not”.

    “Instead of talking about my book … and what the inspiration was, we are talking about bloody AI, which I hate.”

    In a statement, Smither said the designers spent hours working on the cover of her book, which features a steam train and an angel “half-obscured in the smoke”, inspired by artist Marc Chagall’s figures.

    “It is them I am most concerned about: that their meticulous work … is being disrespected,” Smither said.

    Both Smither and Johnson have previously judged categories of the Ockham awards, and both said the covers were given very little consideration.

    “The contents and the close reading were everything,” Smither said.

    The use of AI in creative fields has come under increasing scrutiny as the technology has evolved, with some groups developing ways to counter its influence.

    Nicola Legat, the chair of the book awards trust, which administers the Ockham awards, said the trust takes a “firm stance on the use of AI in books”.

    “The trust does not take lightly a decision that prevents the latest works of two of New Zealand’s most esteemed writers from being considered for the 2026 award,” Legat said.

    “However, the criteria apply to all entrants, regardless of their mana [status], and must be consistently applied to all.”

    The decision to amend the criteria around AI was spurred by a desire to support creative and copyright interests of the country’s writers and illustrators, she said.

    “As AI evolves, there may well be a need for the trust to revisit and develop the criteria further.”

    Wilson said publishers and authors regularly use Grammarly and Photoshop, which draw on AI, and the situation highlighted an urgent need for carefully developed guidelines.

    “As an industry, we must work together to ensure that this situation does not happen again.”

    #Nouvelle_Zélande #édition #intelligence_artificielle #ecriture #dessin #couverture

    • Arf, il y a méprise, ce que je voulais souligner c’est que passer commande pour pondre un seul mot et en utiliser près de 10 est stupide.

    • you’re right. c’est encore moi qui était à côté de la pâque. m’enfin, puisqu’il s’agit d’écrire à un.e collègue (à qui d’autre pourrait-il écrire ?), il devrait savoir comment ça se conclut, utiliser le modèle classique : moi couillon de généraliste méprisé je vous adresse ma patiente, ô éminent spécialiste, nonobstant quoi, je vous rappelle à vous, et surtout à elle, que, malgré tout, nous sommes plus égaux que d’autres en matière de pouvoir médical.

      #médecine #médecin

    • De toute façon, sous couvert de science et de « parcours de soins coordonnés », les généralistes (ces mals notés qui incorporent le mépris confraternel dont ils font l’objet) délèguent de plus en plus à des spécialistes. L’IA fera aisément partie du lot (spécialiste du diag, de la com, de l’admin, et plus si affinités)
      On dira jamais assez la perversité des évaluations qui nous manipulent. (chirurgien, oncologue et ophtalmos = qui ? généralistes, pédiatres, gérontos et psychiatres = qui ?).

      Mais oui, ta blaguounette est plutôt sur la mise au service des bipèdes pour l’IA (j’ai finit par piger, je crois), le temps le travail indu et la bêtise que cela génère.
      Cela fait longtemps que ces gusses friment en montrant qu’ils gèrent mieux au dictaphone le temps de travail de leur secrétaire. Là, il tombe dans une trappe que n’importe quelle secrétaire aurait évité.

      N’empêche, c’est la ruine d’un travail coopératif, ici multidisciplinaire mais néanmoins rigoureusement professionnel. Il scie la banche d’une inévitable « communauté soignante ».

      entropisation du #général_intellect pourrait-on dire.

      #abîme #langage #relation

  • L’#extrême_droite britannique multiplie les #raids racistes sur le littoral français

    Les attaques de militants de l’#UKIP visant des exilés se sont succédé ces derniers mois autour de #Dunkerque, s’ajoutant à de nombreuses pressions. Des associatifs dénoncent le laisser-faire des autorités et craignent l’escalade.

    La #vidéo ne dure qu’une quarantaine de secondes. Sur les premières images, on distingue une douzaine de personnes, de nuit, portant une banderole floquée du message « Islamist invaders not welcome in Britain » (« Les envahisseurs islamistes ne sont pas les bienvenus en Grande-Bretagne »). Dans la séquence suivante, au moins sept hommes, casquettes noires vissées sur le crâne, marchent à vive allure dans les rues de #Grand-Fort-Philippe, en périphérie de Dunkerque, dans le Nord.

    L’un d’entre eux porte un drapeau de l’Angleterre, un autre, celui de l’Union Jack. On les voit, munis de puissantes lampes torches, se rapprocher puis s’en prendre à un groupe d’une vingtaine de personnes exilées, assises et assoupies sur le trottoir. Ces dernières sont réveillées dans leur sommeil, la plupart semblent stupéfaites. La bande-son de la vidéo se résume à un slogan, qui tourne en boucle : « You shall not pass ! » (« Vous ne passerez pas ! »)

    Cette vidéo, rendue publique le 30 septembre sur les réseaux sociaux du parti d’extrême droite britannique UKIP (#United_Kingdom_Independence_Party), a été tournée dans la nuit du 9 au 10 septembre. « Ce soir-là, les militants du UKIP ont insulté les exilés, ils ont également volé les gilets de sauvetage de certains et sont même allés jusqu’à frapper plusieurs personnes, dont une femme », détaille Salomé Bahri, coordinatrice de l’association Utopia 56.

    Au cours de leur maraude nocturne, les bénévoles de cette association ont rencontré les exilés victimes de cette #agression et ont recueilli leurs témoignages. « Ils ont vraiment eu peur, certains ont cru qu’ils allaient mourir », confie Salomé Bahri.

    À leur tête, un leader raciste et masculiniste

    Cette agression xénophobe, préméditée et mise en scène, perpétrée par des militants d’extrême droite britanniques sur le littoral nord de la France n’est pas un événement isolé. Ces dernières semaines, les actes d’#intimidation ou de #violence à l’encontre de personnes exilées et de leurs soutiens se sont succédé à Dunkerque et #Calais. Le 7 novembre au matin, encore à Grand-Fort-Philippe, une petite dizaine de militants britanniques d’extrême droite du mouvement « Raise The Colours » (« hissez les couleurs ») se filme au bord du fleuve Aa en exhibant un immense drapeau de l’Union Jack tout en proférant leur haine des personnes migrantes.

    Alors que le #Royaume-Uni est confronté depuis plusieurs mois à d’importantes mobilisations anti-immigrés, les plages de la #Côte_d’Opale sont devenues le nouveau terrain de jeu de l’extrême droite britannique, suscitant peu de réactions des pouvoirs publics.

    « Il y a toujours eu cette menace de l’extrême droite sur le littoral, mais cela s’est nettement accéléré ces derniers temps », note Salomé Bahri. Début juin, les militants de l’UKIP sont restés plusieurs jours à Calais et ont multiplié les intimidations envers les exilés et les personnes solidaires, postant systématiquement ensuite leurs vidéos sur les réseaux. À leur tête, une des figures du parti, #Nick_Tenconi, ouvertement islamophobe, masculiniste et anti-LGBT+, promeut l’expulsion en masse des immigrés présents sur le territoire britannique.

    Les humanitaires dépeints comme des « terroristes de l’intérieur »

    « Nick Tenconi et son groupe sont restés entre une heure trente et deux heures devant l’accueil de jour à nous menacer et à nous insulter, nous traitant de “terroristes de l’intérieur” et de “méchants petits communistes” », se remémore Léa Biteau, du Secours catholique. Les images publiées sur X montrent le leader de l’UKIP, dans une posture d’intimidation, accuser les équipes du Secours catholique « d’être complices de l’envoi de migrants illégaux vers le Royaume-Uni ».

    Dans une autre vidéo postée le 7 juin, Nick Tenconi, mégaphone en main, hurle sur un groupe d’exilés attendant le début d’une distribution alimentaire : « Vous êtes tous filmés ! Nous allons transmettre ces images aux services de renseignement britanniques ! Vous n’êtes pas les bienvenus en Grande-Bretagne, faites-le savoir à vos amis et vos familles ! »

    Le parti d’extrême droite a lancé pendant l’été une cagnotte en ligne destinée à « maintenir une présence dans le nord de la France » de ses militants « afin de localiser et stopper les bateaux ». Plus de 21 000 euros ont pour l’heure été récoltés par la plateforme GiveSendGo, déjà épinglée pour avoir hébergé des appels à dons en faveur de militants suprémacistes et #néo-nazis. Ces raids de militants de l’UKIP ne constituent toutefois pas la seule menace à laquelle ont dû faire face les personnes exilées et leurs soutiens ces derniers mois sur le Calaisis et la Côte d’Opale.

    Croix gammée, doigts d’honneur et excréments

    « Ces dernières semaines, nous avons constaté que certaines cuves d’eau avaient été sabotées : des robinets ont été volés, l’#eau a été polluée par du produit vaisselle ou encore des personnes ont volontairement déversé le contenu », indique Lachlan Macrae de Calais Food Collective.

    Ce groupe de solidaires installe des citernes d’eau sur les camps de fortune où survivent les exilés, palliant ainsi les carences assumées de l’État français en matière d’accès à l’eau, un droit pourtant fondamental. « Dernièrement, une des citernes a même été taguée d’une #croix_gammée », ajoute le militant.

    « Le 26 septembre, nous avons découvert un sac d’excréments à l’entrée de l’entrepôt », détaille Jade Lamalchi de l’Auberge des migrants, en reprenant un document sur lequel elle consigne, avec d’autres solidaires, les #menaces et intimidations auxquelles ils et elles font face. La responsable associative évoque également le cas récent de filatures, par un couple dans un véhicule, au cours desquelles les personnes solidaires ont été prises en photo. « On se demande si c’est une manière de préparer de futures actions », s’inquiète la jeune femme.

    « Il y a un climat ambiant qui favorise ce type d’agissements isolés, cela décomplexe le passage à l’acte », estime Léa Biteau du Secours catholique, également confrontée à « des actes de #vandalisme, tels que des dépôts d’excréments ou de la glue dans les serrures des locaux ».

    La salariée associative n’impute toutefois pas directement ces actes à l’extrême droite organisée, mais souligne que ces actions, qui peuvent venir d’habitants, participent à « décourager les initiatives solidaires ». Un constat partagé par Salomé Bahri qui observe régulièrement des riverains du camp de #Loon-Plage, près de Dunkerque, « faire des doigts d’honneur ou insulter des bénévoles d’Utopia et des personnes exilées ».

    Les groupuscules néo-fascistes français en embuscade

    « À Londres comme à Paris, les responsables politiques usent d’un discours politique toujours plus dur et déshumanisant à l’encontre des personnes exilées, cela normalise ces idées et ce type de comportements, s’alarme Lachlan Macrae, ce n’est pas surprenant ensuite de voir ces agitateurs fascistes se sentir encouragés pour agir ». Le militant de Calais Food Collective rappelle que Nick Tenconi et le parti UKIP étaient aux avant-postes du mouvement anti-immigrés qui s’est répandu cet été outre-Manche.

    Dans de nombreuses villes du Royaume-Uni, des rassemblements hostiles, attisés sur les réseaux sociaux par l’extrême droite, ont eu lieu devant les hôtels hébergeant les demandeurs d’asile, avec comme slogan principal « Send them home, protect our kids ! » (« Renvoyez-les chez eux, protégez nos enfants ! ») « Après ça, pour Nick Tenconi et l’UKIP galvanisés par ces mobilisations, la prochaine étape était de venir à Calais », observe Lachlan Macrae.

    « On craint que les actions menées par UKIP sur le #littoral ne donnent des idées à des groupes d’extrême droite locaux », analyse Salomé Bahri. Le 1er septembre, les groupuscules #identitaires #Nouvelle_droite, basé à Lille, et #Les_Normaux, venus de Rouen, se sont retrouvés pour une action de communication sur une plage proche du #cap_Gris-Nez. Les militants d’extrême droite se sont pris en photo arborant des banderoles « #Stop_the_boats » et en soutien à #Tommy_Robinson, un ancien hooligan à l’origine de l’#English_Defence_League, un groupuscule nationaliste et islamophobe. L’activiste d’extrême droite, très influent sur les réseaux sociaux, est à l’origine de la manifestation anti-immigrés qui a rassemblé 100 000 personnes au cœur de Londres le 13 septembre dernier.

    Les autorités très lentes à réagir

    Le raid de l’UKIP de début septembre a donné lieu à un signalement d’Utopia 56 auprès du parquet de Dunkerque le 18 septembre. Ce n’est toutefois qu’après la publication de la vidéo sur X de l’agression perpétrée contre des exilés que la procureure de Dunkerque a ouvert une enquête. Contacté par Basta !, le parquet de Dunkerque n’a pas partagé de nouveaux éléments relatifs à cette affaire. Plusieurs associatifs restent toutefois sceptiques quant à la capacité de réaction des autorités françaises, les mêmes qui, par ailleurs, organisent des expulsions de campements toutes les 48 heures à Calais ou cautionnent les interceptions violentes de zodiacs sur les plages du littoral.

    « Une ligne rouge a été dépassée : les pouvoirs publics laissent faire les propos et actes racistes et nous, en tant qu’associatifs, on se retrouve à devoir s’organiser, faire de la veille sur les réseaux sociaux afin de prévenir de futurs agissements de l’extrême droite », estime Jade Lamalchi, de l’Auberge des migrants, qui a de son côté signalé les cas de filatures auprès de la sous-préfecture de Calais, sans suite pour le moment. « On essaie désormais d’anticiper de nouvelles menaces de l’extrême droite, abonde Salomé Bahri. On prévient les bénévoles et les personnes exilés via des stories WhatsApp et on adapte nos missions sur le terrain. »

    Fin septembre, dans un courrier adressé au Premier ministre britannique, Keir Starmer, un collectif de 150 organisations de la société civile britannique appelle à une réponse forte des autorités face aux intimidations et menaces grandissantes de l’extrême droite auxquelles elles sont confrontées.

    Salomé Bahri conclut : « En #Angleterre comme en #France, cette volonté de beaucoup de responsables politiques de ne pas pointer du doigt les discours et les actes racistes est un terreau fertile, c’est une incitation à continuer et aller plus loin. »

    https://basta.media/extreme-droite-britannique-multiplie-les-raids-racistes-sur-littoral-franca
    #racisme #UK #Manche

  • Que s’est-il VRAIMENT passé en Nouvelle-Zélande après la dépénalisation de la prostitution ?

    Introduction
    Il n’y a pas si longtemps, la prostitution légalisée telle qu’elle est pratiquée en Allemagne et aux Pays-Bas était largement considérée comme la solution idéale au problème de la prostitution. Les partisan·es de cette approche affirmaient qu’elle respectait le droit à l’autonomie corporelle, assurait la sécurité des femmes et pouvait être bénéfique pour l’économie. Cependant, comme le lien entre la légalisation et l’expansion du commerce du sexe, la violence et la traite des êtres humains est devenu indéniable (Cho, Seo-Young et Dreher, Axel et Neumayer, Eric, 2013 ; Commission des droits de la femme et de l’égalité des genres du Parlement européen, 2005), les militant·es favorables au commerce du sexe ont adopté une autre approche. Elles et ils ne parlent plus des échecs de la prostitution légalisée et réglementée en Europe et se tournent vers les allégations de « stigmatisation » et de « préjudice » dans les pays appliquant le modèle nordique, vantant les « avantages » de la dépénalisation totale en Nouvelle-Zélande.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2025/11/08/que-sest-il-vraiment-passe-en-nouvelle-zelande

    #prostitution #nouvellezelande

  • Olivier Mannoni : « Le #fascisme commence par le #langage »

    Traducteur de l’allemand, #Olivier_Mannoni interroge, à partir du laboratoire nazi, la #brutalisation de la langue qui accompagne les #fascismes. Il nous explique comment #Trump parle comme #Hitler, et #Poutine comme un #gangster.

    https://www.youtube.com/watch?v=OwReaFwxI7A

    Olivier Mannoni a vécu près de dix ans avec les #mots d’Adolf Hitler, en étant chargé d’une retraduction de #Mein_Kampf dans le cadre d’une édition critique, Historiciser le mal, dirigée par l’historien Florent Brayard, parue en 2021. Traducteur réputé, fondateur de l’École de traduction littéraire, il n’est pas sorti indemne de cette fréquentation, alors même qu’il avait déjà souvent traduit des textes sur le IIIe Reich. C’est que ces mots d’hier, il les entendait aujourd’hui.

    « Nous assistons à la remontée des égouts de l’histoire. Et nous nous y accoutumons », écrit-il dans Traduire Hitler, paru en 2022, suivi en 2024 de Coulée brune, qui s’attache à montrer « comment le fascisme inonde notre langue ». « Parce qu’il permet le dialogue et la prise de décision commune, le langage est la force de la démocratie, écrit-il. Que ce langage soit perverti, et c’est la démocratie elle-même qui se distord, s’atrophie et perd sa raison d’être. »

    Durant cette « échappée », Olivier Mannoni nous explique ainsi comment Donald Trump et son entourage parlent comme Adolf Hitler et les propagandistes nazis. Cette « langue du même et de la racine » s’accompagne de mécanismes langagiers que partagent les #médias de la #haine : #simplification outrancière de la réalité, petites phrases comme autant d’uppercuts, #vérités_alternatives dans une inversion systématique du sens.

    Cette brutalisation va de pair avec une transgression permanente dont le #charlatanisme assumé et la #grossièreté illimitée sont autant d’armes langagières pour faire taire les opposant·es, les paralyser et les stupéfier. Cette #nouvelle_langue des fascismes est aussi un « #parler_pègre » dont Vladimir Poutine est coutumier, évoqué par le récent essai de la philologue Barbara Cassin La Guerre des mots.

    « On prend tout ça pour de la frime, on ne prend rien au sérieux et on sera bien étonnés le jour où ce théâtre sera devenu une sanglante réalité » : cette conversation avec Olivier Mannoni actualise l’ancienne mise en garde de #Victor_Klemperer, célèbre auteur de LTI, la langue du IIIe Reich. Lequel ajoutait ceci : « Les mots peuvent être comme de minuscules doses d’#arsenic : on les avale sans y prendre garde, ils semblent ne faire aucun effet, et voilà qu’après quelque temps, l’#effet_toxique se fait sentir. »

    Face à cette #extrême_droite pour laquelle les mots sont des armes, nous devons mener cette #bataille_du_langage. Telle est l’alerte d’Olivier Mannoni, qui écrit dans Coulée brune : « Nous sommes à ce carrefour. Si nous prenons le mauvais chemin, le pire est assuré et la #novlangue d’Orwell ne sera qu’une plaisanterie par rapport à ce que nous devrons subir. »

    https://www.mediapart.fr/journal/france/101025/l-echappee-olivier-mannoni-le-fascisme-commence-par-le-langage ?
    #langue #nazisme #entretien

  • Nouvelle-Zélande. Le système migratoire discriminatoire ne répond pas aux besoins des populations du Pacifique touchées par le changement climatique

    Les autorités de la Nouvelle-Zélande soumettent les populations des îles Tuvalu et Kiribati, dans le Pacifique, exposées à des risques liés au changement climatique, à des politiques migratoires discriminatoires qui déchirent les familles et bafouent les droits des enfants, déclare Amnesty International dans un nouveau rapport publié le 9 octobre, un mois avant la COP 30, la Conférence des Nations unies sur le changement climatique.

    Le rapport, intitulé Navigating Injustice, révèle que les programmes migratoires basés sur un système de loterie mis en place par la Nouvelle-Zélande pour les personnes vivant dans les pays insulaires du Pacifique touchés par le changement climatique excluent certaines personnes en raison de leur âge, de leur handicap et de leur état de santé, en violation du droit international relatif aux droits humains. Le rapport présente également les cas de personnes qui n’ont d’autre choix que de dépasser la durée de validité de leur visa en Nouvelle-Zélande et qui sont exposées au risque persistant d’expulsion.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2025/05/04/sommet-des-peuples-vers-la-cop30-unir-nos-voix-pour-la-justice-climatique/#comment-69535

    #international #pacifique #nouvellezelande

  • Accordez des visas climatiques pour les habitant·e·s du Pacifique

    La crise climatique menace des familles, leur avenir et leur dignité. Elle touche particulièrement celles qui vivent dans les archipels des Tuvalu et de Kiribati. Appelez les autorités de Nouvelle-Zélande à accroître leur soutien, pour un avenir plus sûr et juste, en accordant à ces familles des visas humanitaires fondés sur les droits humains.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2025/05/04/sommet-des-peuples-vers-la-cop30-unir-nos-voix-pour-la-justice-climatique/#comment-69534

    #international #pacifique #nouvellezelande

  • Meta Has Already Won the Smart Glasses Race | WIRED
    https://www.wired.com/story/meta-has-already-won-the-smart-glasses-race

    Forget smartphones. According to Zuck, the real interface of the future is what’s sitting on your nose. These AI-powered specs, he argues, will “see what we see, hear what we hear, and talk to us” in real time—offering a kind of digital copilot for everyday life. And if that vision sounds a little dystopian, it’s also very, very lucrative.

    Meta’s Ray-Ban smart glasses—built in collaboration with eyewear juggernaut EssilorLuxottica—have become a surprise hit. Since launching the second generation in October 2023, they’ve sold more than 2 million units. Sales tripled in Q2 2025 alone, helping drive Meta’s 22 percent year-over-year revenue growth. Zuckerberg has reportedly challenged teams to push that figure to 5 million by year’s end.

    Meta, for its part, is betting on convergence. The company sees a future where fashion and tech are inseparable. In a note titled “Personal Superintelligence,” Zuckerberg imagined a future where “personal devices like glasses that understand our context—because they can see what we see, hear what we hear and interact with us throughout the day—will become our primary computing devices.” That vision of AI-integrated eyewear shows just how deeply Meta believes the future will be both wearable and always on.

    Then there’s the wild card: China. ByteDance, TikTok’s parent company, has invested in XR, acquiring VR headset maker Pico and releasing its own smart glasses in select markets. Xiaomi and Huawei have also entered the fray, blending AI and camera functions into (relatively) stylish frames that are increasingly indistinguishable from standard eyewear. They may not be targeting Western luxury consumers yet, but rapid iteration in China’s massive domestic market could well produce breakout hardware standards that later go global.

    At its core, this move by Meta, Google, Apple, Xiaomi, Huawei, and others is a race to define the hardware and distribution model for a post-smartphone era before someone else does. By securing the world’s largest eyewear maker, with its unmatched retail footprint and deep portfolio of luxury brands, Meta is building both a moat and a launchpad.

    “Apple and Google will certainly have an easier path forward thanks to Meta’s early and extremely large investment in this category,” says Ubrani. “However, Meta’s edge may not be in hardware. Rather, it’s in design and distribution since they’ve partnered with the largest eyewear maker in the world.”

    #Lunettes #Intelligence_artificielle #IA #Economie_numérique #Nouvelles_interfaces

  • La nouvelle capitale égyptienne inhabitée et déserte - YouTube
    https://www.youtube.com/watch?v=tDHEUxUId_o


    08/02/2025

    Une nouvelle capitale en plein désert. C’est ce qu’a construit l’Égypte, pour tenter de s’attaquer à la surpopulation du Caire, la capitale actuelle.

    Un projet ambitieux dont le coût a explosé, atteignant les 58 milliards de dollars, alors que le pays traverse une crise économique. Dix mois après son inauguration, la ville demeure inhabitée et ses rues, sont désertes.

    Laurent Mercier-Roy s’est rendu sur les lieux.

    #madinat_sissi #sissi_city
    #nouvelle_capitale_administrative égyptienne