• Maintenant : venir occuper l’Amassada !

    https://lavoiedujaguar.net/Maintenant-venir-occuper-l-Amassada

    Nous qui occupons l’Amassada, nous qui luttons depuis dix ans contre ce nœud européen du transport de l’électricité qu’est le projet de transformateur Sud-Aveyron (2 100 MW), maillon essentiel aux branchements des mille éoliennes des trois départements alentour, appelons un maximum de gens à nous rejoindre !

    Habiter les lieux ici est essentiel, mais en même temps, toutes les manières de participer à cette occupation sont les bonnes. Que vous ayez envie d’y boire un café pour discuter ; que vous ayez envie de nous apporter une grosse soupe et de repartir avec des cartes postales à distribuer dans votre quartier ; que vous ayez envie de participer à la construction d’une tour de guet à la cime d’un chêne ; que vous ayez du matériel de construction à donner ou des arbres à planter ; que vous ayez envie de partager un film, une conférence, une pièce de théâtre, un cours de droit, un tour de magie : Venez !

    #Aveyron #occupation #éoliennes_industrielles #lutte #climat #anthropocène #Andreas_Malm #capitalocène



  • Rappel de nombreuses discriminations et obstacles mis sur leur chemin par les autorités israéliennes, que doivent subir les étudiants et professeurs palestiniens dans le cadre de leur tentative de recevoir une éducation supérieure en Palestine, alors que la puissance occupante devrait garantir la qualité de cette éducation :

    L’agression d’Israël contre les universités palestiniennes est une menace pour les droits de l’homme et une tragédie pour cette génération d’étudiants
    Sophia Brown, The Independent, le 21 octobre 2018
    https://www.aurdip.org/l-agression-d-israel-contre-les.html

    #Palestine #Universités #BDS #Boycott_universitaire #occupation #apartheid


    • Nell’ex fabbrica di penicillina, un #ghetto di Roma

      Oggi viene presentata la seconda edizione di “Fuori campo”, il rapporto di Medici Senza Frontiere sulla marginalità, secondo il quale “sono almeno 10.000 le persone escluse dall’accoglienza, tra richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Una cinquantina gli insediamenti mappati dall’organizzazione in tutta Italia, 3500 le persone che vivono in occupazioni, baracche e “ghetti” nella sola Roma. Open Migration è entrata dentro il “gran ghetto” della capitale: un’ex fabbrica di penicillina in cui le condizioni di vita sono estreme.

      Appena finisce di spaccare le cassette della frutta e il legname di recupero, Alecu Romel entra nella casa in cui vive con la moglie Maria. Nella stanza d’ingresso, una luce fioca illumina il fornello, collegato ad una bombola a gas. A destra, in un locale spoglio, la coppia tiene una bicicletta e dei passeggini, riadattati per raccogliere ferrivecchi e oggetti abbandonati per strada. Sulla sinistra, una porta rossa separa dalla zona notte: una camera con due letti, la televisione e stampe colorate appese alle pareti.

      “Viviamo in questo appartamento da cinque anni e cerchiamo di tenerlo sempre in ordine”, dice Maria. A cedere loro lo spazio, un altro cittadino della Romania, che dentro la Ex-Penicillina, una delle più grandi aree industriali dismesse di Roma, si era inventato un angolo di intimità arredando alcuni dei locali più piccoli, che un tempo erano probabilmente uffici. In cinque anni di vita fra i capannoni scrostati, Alecu e Maria hanno visto cambiare l’insediamento. “Prima eravamo più rumeni e ci sono state anche famiglie italiane”, continua la donna, “mentre adesso gli abitanti sono cresciuti, e quasi tutti sono africani”.

      Oggi, come allora, il sogno di ricongiungersi con i due figli, affidati ai nonni in Romania, appare lontano: “questo non è un posto per bambini, ci sono topi e sporcizia, non ci si sente sicuri, ma almeno quei pochi soldi che guadagnamo ci permettono di mantenerli a casa, di fargli fare una vita migliore della nostra”, conclude Maria, la voce rassegnata.
      Fra i capannoni del “grande ghetto”

      Sempre più sogni si infrangono dietro la facciata del complesso, che costeggia via Tiburtina, una delle arterie più trafficate della città. Qui i cantieri per il raddoppio della carreggiata vanno avanti da anni: “finite ‘sti lavori!! più che una consolare sembra una via Crucis” è l’urlo che i cittadini hanno affidato ai cartelli affissi sui muri. Siamo all’altezza della periferia operaia di San Basilio, oggi nota alle cronache anche come base per lo spaccio di stupefacenti.

      Rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Italia negli ultimi anni e usciti dal sistema d’accoglienza, hanno infatti trovato qui un riparo precario, aprendo un nuovo capitolo nella storia del complesso, un tempo orgoglio dell’industria italiana. Aperta come Leo – Industrie Chimiche Farmaceutiche Roma, la Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complessa, intrecciata ai piani di investimento del secondo dopoguerra, supportati dagli Usa, e alle speculazioni edilizie che avrebbero cambiato il volto della capitale.

      All’inaugurazione dell’impianto, nel 1950, fu invitato lo stesso sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Un graffito, nello scheletro esterno della struttura, lo ritrae pensieroso: “ti ricordi quando eravamo i più grandi?”, recita la scritta. Il quotidiano “L’Unità” aveva dedicato un paginone all’evento, col titolo “la più grande fabbrica di penicillina d’Europa inaugurata a Roma”. Dagli oltre 1300 operai degli anni Sessanta, si passò però presto a poche centinaia, fino all’abbandono totale dell’attività, alla fine degli anni Novanta. Un altro sogno, quello di una cordata di imprenditori, che volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, si infranse di fronte ai costi per lo smaltimento di rifiuti chimici e amianto, tuttora presenti nell’area.

      “Questo posto lo chiamano il grande ghetto”, ci dice Ahmad Al Rousan, coordinatore per Medici senza frontiere dell’intervento nei campi informali, mentre entriamo dentro uno degli stabilimenti con una torcia, perché qui manca tutto, anche l’elettricità. Camminiamo tra spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali su cui c’è ancora la bolla di accompagnamento. “C’è un posto qui vicino, il piccolo ghetto, qui ci sono circa 500 persone, lì 150”, aggiunge. “Non solo chiamano questi luoghi ghetti, ma chi ci vive si sente anche ghettizzato”.

      In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo.
      Il rapporto di Medici Senza Frontiere

      Come denuncia “Fuori campo”, l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, in tutta Italia ci sono almeno 10 mila persone in questa condizione, alloggiate in insediamenti informali con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche. Nella capitale la maggior parte si concentra proprio qui, nella zona est, tra la Tiburtina e la Casilina, passando per Tor Cervara. Edifici abbandonati, ex fabbriche e capannoni, sono diventati la casa di centinaia tra migranti e rifugiati. Che ci vivono da invisibili in condizioni disumane, senza acqua, luce e gas, spesso a ridosso di discariche abusive.

      Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione: gli operatori vengono qui una volta alla settimana, dal primo pomeriggio alla sera, per portare assistenza medica e psicologica agli abitanti. Un piccolo gazebo allestito nella parte esterna degli edifici fa da ambulatorio, la sala d’attesa è, invece, lo spazio antistante, un tavolino da campeggio, qualche sedia pieghevole e una lampada. Per chi abita qui questo momento è diventato un rito, c’è chi viene per la prima volta, chi torna per un controllo, chi viene solo per chiacchierare.

      Un ragazzo si avvicina con aria timida: “they rescued me”, ci dice, raccontando di aver riconosciuto il logo di Msf sul gazebo, lo stesso visto sulla pettorina delle persone che lo avevano soccorso nel mezzo del Mediterraneo, nel 2016. Ora, due anni dopo l’approdo in Italia, è sbarcato anche lui all’ex fabbrica della penicillina. Entra e inizia la sua prima visita: lamenta mal di testa frequenti. La dottoressa misura la pressione e compila una scheda.

      “I problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone”, spiega Al Rousan. La patologia più comune, aggiunge “è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi: qualche giorno fa abbiamo assistito una persona completamente ustionata, in modo grave. Ha aspettato il nostro arrivo, non ha voluto andare a farsi vedere in un ospedale”. Di incendi qui ce ne sono stati diversi, come rivelano i muri anneriti di interi spazi. L’ultimo, a fine gennaio 2018, ha richiesto l’intervento dei vigili del fuoco, dopo l’esplosione di una bombola del gas. Quando cala la sera, le luci dei fuochi accesi e le fiammelle delle candele spezzano il buio totale degli edifici.

      “Questo è un posto estremo, dove l’esclusione è totale”, sottolinea Al Rousan. Dopo aver subito vari traumi nel viaggio e poi in Libia, trovarsi in questa condizione significa vedere infranto il sogno di potersi integrare, di costruirsi una nuova vita. Lavoro da tanti anni in situazioni simili, ma non ho mai visto una cosa del genere. E non pensavo potesse esserci un posto così a Roma”.
      La normalità dell’esclusione

      La fabbrica è occupata da diversi anni, e come in tutti gli insediamenti informali, gli abitanti hanno ricostruito una parvenza di normalità. Lamin, che viene dal Gambia, gestisce un piccolo market all’ingresso di uno dei capannoni principali. I prodotti li acquista al mercato di piazza Vittorio, dove si trovano i cibi di tutto il mondo. Qui vende aranciata, farina, zucchero, fagioli, candele e i dadi marca Jumbo, indispensabili – ci dice – per preparare qualsiasi piatto africano.

      Ha poco più di vent’anni e prima di arrivare qui viveva a via Vannina, in un altro stabile occupato, poco lontano. Nel violento sgombero del giugno 2017, è volato giù dalle scale e ancora, dice, “ho dolori frequenti alle ossa”. La fabbrica è diventata la sua nuova casa.

      Victor, 23 anni, è arrivato invece all’ex Penicillina dopo un periodo trascorso in un centro di accoglienza a Lecce, mentre era in corso la sua domanda d’asilo. Ottenuto lo status di rifugiato ha deciso di spostarsi a Roma per cercare lavoro, ma non parla neanche una parola di italiano. Il suo sogno è fare il giornalista. Nel suo paese, la Nigeria, ha studiato Comunicazione: “sono grato al governo italiano per quanto ha fatto per me”, dice, “ma non pensavo che una volta arrivato in Italia mi sarei trovato in questa situazione: quando sono arrivato a Roma ho vissuto un periodo alla stazione Termini. Faceva freddo e la temperatura di notte arrivava quasi allo zero. Un connazionale mi ha parlato di questo posto, mi ha detto che qui almeno potevo farmi una doccia. Invece, una volta arrivato ho scoperto che c’era solo una fontanella per l’acqua”. Come tutti, spera di andarsene presto. “Questo luogo cambia le persone, rallenta ogni aspirazione e io, invece, il mio sogno lo vorrei realizzare”, ci dice con uno sguardo vivace.

      Nel reticolo di capannoni, corridoi e cortili, ci sono altri piccoli bar e negozi: l’ultimo è stato aperto pochi giorni fa. Sulla facciata troneggia la bandiera giallorossa della squadra di calcio della Roma. Raffigura la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo: qui è quasi un paradosso, quell’immagine simbolo di mamma Roma, patria dell’accoglienza.


      http://openmigration.org/analisi/nellex-fabbrica-di-penicillina-il-grande-ghetto-di-roma
      #Rome

    • Il sistema di accoglienza italiano verso il default organizzativo e morale

      Sono pubblicate da tempo le relazioni della Commissione di inchiesta della Camera dei deputati sui Centri per stranieri. Relazioni che censuravano l’utilizzo degli Hotspot come strutture detentive e chiedevano la chiusura del mega CARA di Mineo. Ma il governo e le prefetture non hanno svolto quel lavoro di pulizia con la estromissione del marcio che risultava largamente diffuso da nord e sud. Una operazione che sarebbe stata doverosa per difendere i tanti operatori e gestori dell’accoglienza che fanno il proprio dovere e che avrebbe permesso di rintuzzare uno degli argomenti elettorali più in voga nella propaganda politica delle destre, appunto gli sprechi e gli abusi verificati da tutti ormai all’interno dei centri di accoglienza, soprattutto in quelli appaltati direttamente dalle prefetture, i Centri di accoglienza straordinaria (CAS), la parte più consistente del sistema di accoglienza italiano.

      https://www.a-dif.org/2018/02/27/il-sistema-di-accoglienza-italiano-verso-il-default-organizzativo-e-morale

    • Ventimiglia. Prima della neve. Un report del gruppo di medici volontari del 27 febbraio scorso tratto dal blog Parole sul Confine

      Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

      Avremmo fatto almeno 40 visite.

      Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

      L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

      Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento anti scabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.


      http://www.meltingpot.org/Ventimiglia-Prima-della-neve.html
      #froid #hiver

    • Purgatory on the Riviera

      Ventimiglia is idyllic. It sits just across the Italian border from the French Riviera. The piercingly blue waters of the Mediterranean churn against its rocky beaches, and its buildings, painted in earthy pastels, back up against the foothills of the Alps. On Fridays, the normally quiet streets are bustling with French tourists who cross the border by car, train, and bicycle to shop in its famous markets where artisans and farmers sell clothes, leather items, fresh produce, truffles, cheeses and decadent pastries. Families with young children and elderly couples stroll along the streets and sit at sidewalk cafes or eat in one of the many restaurants along the shore.


      https://www.irinnews.org/special-report/2017/12/04/purgatory-riviera

    • Ex Penicillina. Dall’evacuazione alla bonifica: 4 mosse per uscire dal ghetto

      La proposta degli abitanti per evitare lo sgombero coatto, più volte annunciato dal ministro Salvini. All’interno circa 200 persone, tra cui alcuni italiani. “Va data a tutti un’alternativa e la fabbrica bonificata e riconsegnata alla città”


      http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/606113/Ex-Penicillina-Dall-evacuazione-alla-bonifica-4-mosse-per-uscire-da


  • MEP: Reality of my three days in occupied Western Sahara

    In December 2016, the European Court of Justice reaffirmed that Morocco had no sovereignty over Western Sahara.

    Therefore, the EU-Morocco trade agreement had been illegally applied to that territory.

    This ruling, a mere statement of fact, brought the frozen conflict of Western Sahara to the forefront of the EU agenda, after more than four decades of European passivity or even discreet complicity with the illegal occupying force in Africa’s last colony.

    Rather than complying with the ruling and negotiating a separate agreement with the UN-recognised representative of the people of Western Sahara, the Polisario Front, the Commission chose to prioritise at all costs the preservation of its relationship with its partner in Rabat.

    In a diplomatic whirlwind, the commission and Morocco negotiated a solution that would allow Western Sahara to continue to be part of any successor agreement and it is now holding its breath while the European Parliament assesses this proposal.

    Rather than securing the ECJ-required “consent of the people of Western Sahara”, the commission travelled to Rabat in order to “consult” representatives of “the people concerned by the agreement” and to evaluate the potential benefits for “the local population”.
    Demographic engineering?

    The latter objective de facto gives credit to an illegal and massive process of demographic engineering by Morocco, resulting in the indigenous Saharawi population to become a minority in its own territory.

    The overwhelming share of the “consulted” stakeholders was composed of Moroccans or local representatives with a direct interest in preserving the status quo ante.

    It was estimated that out of the 112 stakeholders that the commission claims to have consulted, 94 of them rejected taking part in the consultation or were never even invited to such talks.

    Following repeated prodding from the Greens/EFA parliamentarians, the commission has had to concede that it does not dispose of any data whatsoever on the existing trade with and from Western Sahara.

    A delegation from the committee on international trade (INTA), including myself, visited the cities of Dakhla and Laayoune in September.

    The programme of the visit had been fully agreed with the Moroccan authorities, who accompanied us alongside a fleet of “official journalists” to every single meeting.

    Moreover, the INTA delegation did not travel outside the part occupied by Morocco.

    We did however learn that the Moroccan authorities are adamant about their intention to continue labelling products from Western Sahara as Moroccan, even though the ECJ ruling clearly states that Western Sahara and Morocco are “two separate and distinct territories”.

    The reality check came when I decided to have an additional meeting with some Saharawi activists.
    Strange incident

    The Moroccan authorities used a textbook method of harassing the human rights defenders: the activists were arrested for reportedly not wearing their seat belt.

    After hours of discussions with an inordinate number of plainclothes police officers, definitely more than needed for a minor traffic infringement, and after being told in quite an aggressive way that I should not have meetings outside of the mission, we managed to leave and hold the meeting in the early hours of the morning.

    I wonder how traffic police had so much information.

    The Sahrawis we met explained that their daily lives are full of such episodes. They showed us several videos of a demonstration that took place on that same day.

    Some of the activists ended up in the hospital after suffering from police brutality. All this happened while the parliamentary delegation was enjoying lavish food from the Moroccan-installed local authorities presenting the extraordinary development prospects of a new agreement negotiated with a benevolent Moroccan administration.

    Some in the parliament claim that “we should not oppose development” in Western Sahara and that opposing the proposed agreement would be to the detriment of the population bringing trade, jobs and income.

    This statement ignores the very fundamental fact: this agreement would consolidate the illegal annexation of Western Sahara by Morocco and run directly against the UN-led peace efforts, by dividing the territory of Western Sahara in two and strengthening one of the parties of the conflict.

    What is the incentive for Rabat to engage genuinely in the UN peace talks foreseen in early December, when it has the EU’s blessing to continue to disregard international law and when it stands to gain from further benefits from a new trade agreement with Brussels?

    If the European parliament gives its consent to this agreement, the ECJ will most likely strike it down.

    We need to stand by the principles of international law instead of signing agreements that clearly violate the rule of law and the right of Sahrawi people to reunite and enjoy their right to self-determination. Our reputation and the fate of a people is at stake.


    https://euobserver.com/opinion/143054
    #Sahara_occidental #occupation #Maroc


  • Sri Lanka: Government Slow to Return Land. Create Consultative Process to End Military Occupation

    The Sri Lankan government has yet to fully restore civilian ownership of land and property nearly a decade since the end of the civil war in 2009, Human Rights Watch said in a report released today. Progress, particularly since the election of a new government in 2015, has been hindered by broad military claims of national security and the lack of a transparent process.

    The 80-page report, “‘Why Can’t We Go Home?’: Military Occupation of Land in Sri Lanka,” details security force occupation of land both during and after the armed conflict. It identifies the lack of transparency and due process, failure to map occupied land, inadequate support to affected people and communities, and prolonged delays in providing appropriate reparations for decades of loss and suffering. The military has also used some confiscated lands for commercial profit rather than national security and returned damaged or destroyed property to owners without compensation.

    “All those displaced during Sri Lanka’s brutal civil war are entitled to return to their homes,” said Meenakshi Ganguly, South Asia director. “Despite repeated pledges by the authorities, the military has been frustratingly slow to restore land to its rightful owners.”

    The report is based on over 100 interviews between August 2017 to May 2018 with members of affected communities, activists, local officials, and lawyers. It looks into cases of military occupation and land release in 20 areas in six districts, primarily in Sri Lanka’s north and east.

    The three-decade civil war in Sri Lanka ended with the decisive defeat of the separatist Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE) in May 2009. Large areas, including those previously held by the LTTE in the north and east, came under military control. At the end of the war, some 300,000 people ended up in a military detention camp.

    While the administration of then-President Mahinda Rajapaksa released some land to its original owners, the military retained control over large areas for military but also non-military purposes, such as agriculture, tourism, and other commercial ventures.

    The new government, led by President Maithripala Sirisena, took some steps to release civilian land held by the security forces. At the United Nations Human Rights Council in October 2015, the government promised to address conflict-related issues, including returning land to its original owners. However, the government’s response has fallen far short of its promises. On October 4, 2018, the president ordered the state to release all civilian land by December 31, 2018.

    The military has also retained control of land it previously announced it would return. For instance, in April 2017, the navy responded to protests by displaced communities from the Mullikulam area in Mannar by announcing it would release 100 acres of the land that security forces had been occupying. More than a year later, people are still waiting.

    “Now there is no war,” said Francis Crooss, a village elder. “It’s now peacetime. So why can’t we go back home?”

    State agencies have exchanged properties without releasing the land to civilians. In Pallimunai in Mannar, land belonging to residents displaced since 1990 was occupied first by the army and then the police. At war’s end, the police promised to release their land and homes, but instead, the navy took control.

    “We’ve been made refugees in our own village,” said Helena Perera, one of the residents.

    All three major ethnic communities in the country – the Sinhalese, Tamils, and Muslims – are affected by military occupation of land in the north and east. However, the vast majority of cases impact the Tamil community.

    Human Rights Watch documented a number of cases in which properties were destroyed while held by the military after the war, including Hindu temples, churches, mosques, and Buddhist shrines.

    Government authorities have also carried out land grabs since the end of the war. In July 2010, the military forcibly evicted residents of Ragamwela, Panama, in southeastern Ampara district. In November 2011, 200 soldiers arrived in Ashraf Nagar village in Ampara district and demanded that all its occupants leave. In such cases, the security forces set up military camps or used the land for other purposes, including commercial use.

    The government’s failure to establish a uniform policy on resettlement remains a critical problem, Human Rights Watch said. Some displaced families did not receive proper resettlement assistance when they returned to formerly occupied lands. The government transferred others from displacement camps, but they then entered into other forms of displacement, such as living with friends and relatives, or moving to other camps closer to their original properties, which the military still occupied. Those resettled more than once were denied full resettlement assistance when their land was eventually released.

    A 70-year-old fisherman from Myliddy said his family had moved 24 times in 27 years until the military released his property in July 2017. But without resettlement assistance, he is severely in debt. “We hope the government will at least help us restart our lives this one last time,” he said.

    Partial releases pose particular problems for returnee communities. Military control of neighboring areas hinders access to services and jobs, and heightens fears of surveillance and harassment by soldiers.

    Establishing ownership of land where multiple displacements have occurred over decades is difficult, Human Rights Watch said. But instead of leaving it exclusively to the military, the government should urgently set up a transparent and consultative process, including displaced communities, to establish land claims and restore civilian ownership.

    “The government has adopted an arbitrary, piecemeal approach to land returns, which is fomenting deep distrust among communities wary that the military is still in charge,” Ganguly said. “It should address rights violations and provide remedies to end the distress of those who have long suffered because of the military’s occupation of land.”


    https://www.hrw.org/news/2018/10/09/sri-lanka-government-slow-return-land
    #terre #Sri-Lanka #guerre #conflit #occupation #occupation_militaire #retour #rapport #IDPs #déplacés_internes #réfugiés #restitution_des_terres

    Lien vers le rapport:
    https://www.hrw.org/report/2018/10/09/why-cant-we-go-home/military-occupation-land-sri-lanka


  • Israel a tout à coup « libéré » 10 tonnes de courrier destiné aux Territoires Palestiniens Occupés depuis 1967 qu’il bloquait en Jordanie depuis 2010 ! Voir aussi les photos qui vont avec cet article...

    Ten Tons of Palestinian Mail Were Held in Jordan Since 2010. Israel Just Allowed Its Delivery
    Noa Landau, Haaretz, le 16 août 2018
    https://www.haaretz.com/israel-news/israel-oks-delivery-of-ten-tons-of-palestinian-mail-held-since-2010-1.63872

    Israel has allowed over ten tons of Palestinian mail that has been held in Jordan since 2010 to be transferred into the West Bank for delivery, the Coordinator of Government Activities in the Territories said Thursday.

    COGAT, Israel’s chief liaison office with the Palestinians, said the one-time transfer was a “gesture” that “went beyond the letter of the law” as negotiations to resolve the issue are underway..

    “About a year ago, an in-principle agreement was signed between Israel and the Palestinian Authority. The memorandum of understanding has not yet resulted in a direct transfer, and the subject is in the advanced stages of being worked through. There is therefore no direct mail transfer at this time,” COGAT said in a statement.

    “However, as a gesture, and in a step that went beyond the letter of the law, COGAT, with the assistance of the Ministry of Communications and the Customs Authority, allowed a one-time transfer of approximately ten and a half tons of mail that had been held in Jordan,” the statement concluded.

    Hussein Sawafta, director of the Palestinian postal service, said that Israel held up the mail because it was not properly addressed to the Israeli postal service. Sawafta said the mail was released last week and workers are now sorting through mounds of letters and packages.

    Israel collects service fees on Palestinian mail and forbids direct mail to the Palestinian postal service.

    #Palestine #occupation #punition_collective #mesquinerie #Poste #courrier #lettres #otages #chantage #taxes #rançons #injustice


  • Supreme service on behalf of the #Occupation | Hagai El-Ad | The Blogs
    https://blogs.timesofisrael.com/supreme-service-on-behalf-of-the-occupation

    La cour suprême israélienne légalise les #crimes_de_guerre

    Just weeks ago, as they allowed the state to demolish the makeshift homes of the Palestinian community Khan al-Ahmar, the Supreme Court justices attempted to cover the war crime they have sanctioned in a cloak of legality. But a #crime is a crime, and the forced transfer of protected persons in occupied territory constitutes a grave #violation of international law. As they attempted to justify this crime — to themselves or to the world — the justices created in their ruling an imaginary world: a Narnia in the West Bank.

    #justice #Palestine





  • Good new report on Googlemaps and mapping Israeli apartheid: “The report reveals new insights about how Google Maps’ mapping process in the occupied Palestinian territories serves the interests of the Israeli government and contradicts Google’s commitment to international human rights frameworks.” http://7amleh.org/2018/09/18/google-maps-endangering-palestinian-human-rights


  • Communiqué des habitants et habitantes
    du hameau libre de l’Amassada

    https://lavoiedujaguar.net/Communique-des-habitants-et-habitantes-du-hameau-libre-de-l-Amassada

    Depuis ce samedi 15 septembre, la lutte contre le transformateur Sud-Aveyron et plus largement contre la farce de la transition énergétique a pris un nouveau tournant. Cela fait plusieurs années que nous avons entamé ce combat par divers moyens : information, rencontres locales et internationales, actions, fêtes... Aujourd’hui, il ne nous reste plus que nos corps à opposer à RTE (Réseau de transport d’électricité) et son monde de désolation.

    Bien sûr il serait plus facile de se taire et d’aller voter quand on nous l’ordonne. Nous avons choisi d’occuper les terres de La Plaine à Saint-Victor tant qu’il le faudra.

    Nous appelons le maximum de gens à converger sur l’Amassada pour la Fête du vent du 21 au 23 septembre. (...)

    #Aveyron #RTE #éoliennes_industrielles #mégatransformateur #résistance #occupation #Fête_du_vent


  • Laboratoire Urbanisme Insurrectionnel : APARTHEID | TOWNSHIPS & HOMELANDS
    https://laboratoireurbanismeinsurrectionnel.blogspot.com/2013/09/apartheid-townships-homelands.html#more

    les architectes de l’apartheid auront cette mission d’unifier toutes les composantes sud-africaines d’origine européenne, toutes ces classes sociales - y compris indigentes - pour former un Peuple uni et soudé, sous cet adage populiste : « C’est eux ou nous » : soit l’organisation d’un monde manichéiste, d’un monde compartimenté.

    L’apartheid est un crime contre l’humanité, affirmait Mandela. Pour les penseurs marxistes, c’est aussi, et surtout, le stade ultime et final du capitalisme moderne, dont tout l’enjeu est d’asservir les populations ouvrières, considérées dans cette société comme, tout simplement, des esclaves, et traitées en conséquence ; certains auteurs Sud-Africains estiment même que l’originel modèle du compound - cités-casernes ouvrières closes et surveillées - des industriels des mines de diamants, a ainsi été élargi à l’ensemble du territoire, faisant du pays un vaste camp de concentration construit selon les préceptes du panoptisme et de la paranoïa ; c’est-à-dire, une utopie. Car en réalité, l’apartheid théorisé n’a jamais été appliqué, tout du moins, n’a pas réussi à imposer ses lois et limites : la résistance des non-Européens conjuguera - pour cette période d’avant la guerre civile - désobéissance civile, longs boycotts, manifestations et illégalité qui s’observa en particulier dans les villes : contre toute attente, des millions d’Africains assignés à demeure dans leurs homelands, braveront les lois, au mépris de la police et des milices pour venir s’y installer sans autorisation : l’apartheid sera incapable d’y faire face.

    L’URBANISME DE LA SEGREGATION

    Précédant l’urbanisme de l’apartheid, les planificateurs anglais de la fin du 19e siècle s’attaquaient en Afrique du Sud au développement exponentiel des villes, confrontés en cela aux intérêts de la grande industrie, que ce soient dans les villes minières ou les grands ports qui exigeait une main d’oeuvre toujours plus nombreuse et si possible proche de ses centres de production. Certes, cet urbanisme de la ségrégation était déjà bien établi qui a conduit à une
    urbanisation séparée des populations africaines : en 1855 à Port Elizabeth, en 1856 à Grahamstown, en 1873 à Worcester, en 1879 à Queenstown, etc., pour ne citer que quelques villes, qui avaient délimité des terrains réservés à la résidence des indigènes (Natives), les premiers Townships périphériques. Mais les frontières étaient encore très poreuses, dans les villes mêmes subsistaient les Native Locations plus ou moins homogènes par la race où habitaient Africains, Indiens, Métis, et des quartiers tout à fait mixte où cohabitaient des Blancs. De même, la classe indigène était soumise à différents traitements selon qu’elle appartienne à l’une de ces trois catégories :

    . [the temporary or migratory], les temporaires ou migrants, principalement les ruraux venant s’établir en ville, habitants des bidonvilles et des taudis urbains ;

    . [the permanent or settled], les permanents ou établis, concernant la petite bourgeoisie, l’aristocratie ouvrière, disposant d’un salaire régulier ;

    . [the educated or superior Natives], les éduqués ou supérieurs, concernant l’élite, la frange occidentalisée et embourgeoisée africaine et métis, et la noblesse - familles royale et princière. Les plus corrompus étaient traités d’« Anglais noirs » par dérision.


  • #Musée de la #prison #Hoa_Lo, au Vietnam

    Sur wiki :

    La Prison Hỏa Lò est une ancienne prison située à Hanoï au Vietnam, également appelée #Maison_centrale ou ironiquement #Hanoi_Hilton. Elle a été construite durant l’#occupation_française. Détruite en partie en 1990, elle est maintenant un musée.


    https://fr.wikipedia.org/wiki/Prison_H%E1%BB%8Fa_L%C3%B2

    Carte, photos et dessin du quartier dans laquelle fut installée la prison par les Français et de la prison elle-même :

    Règlement de la prison :

    #cartographie

    Photos des salles du musée :


    Salle D :

    Salle E, #cachots :

    Le #badamier :

    La #fuite...

    Couloir des #condamnés_à_mort :

    #Ngo_Gia_Tu : « Je refuse de reconnaître les actions qu’on m’attribue. Je n’ai pas créé le communisme. Le #communisme est né de l’#injustice infligée par l’#oppression_capitaliste au monde des #ouvriers et des #paysans » :

    Bâtiment des #femmes :

    #haut-relief se situant dans la cour de la prison :


    #terrorisme


    #théâtre


    #éducation #école #résistance #organisation_politique

    « Les détenus luttent contre la main de fer de l’ennemi » :

    Dans la même salle que celle où c’est marqué « Les détenus luttent contre la main de fer de l’ennemi » (si je ne me trompe pas), cette plaque :
    « Je n’ai rien à ajouter. Dans cette bataille pour la #survie, entre nous qui avons perdu notre pays et notre #liberté, et vous qui êtes des #envahisseurs, le #sacrifice de gens comme moi est inévitable. Je sais juste que nous finirons par vaincre » :


    #victoire

    Les ex-prisonniers devenus des personnalités importantes du #parti_communiste vietnamien (une salle leur est consacrée) :


    #propagande

    #Phan_Thi_Khuong : « Je participe à la #révolution pour renverser des réactionnaires comme vous »

    –------------

    Puis cette prison fut utilisée pour y détenir les soldats américains capturés durant la guerre du Vietnam, dont #John_McCain. Voici quelques images :

    John McCain qui se fait soigner :

    #Hanoï #Vietnam #colonisation #Indochine #colonialisme #mémoire #France

    Comme vous y êtes habitués maintenant, les photos suivront dans les prochains jours... car il faut le temps pour les charger...

    cc @reka


  • #BDS: how a controversial non-violent movement has transformed the Israeli-Palestinian debate | News | The Guardian
    https://www.theguardian.com/news/2018/aug/14/bds-boycott-divestment-sanctions-movement-transformed-israeli-palestini

    Par Nathan Thrall

    In the Jewish diaspora, BDS has created new schisms on the centre-left, which has been forced into a vice by the rightwing and pro-settlement Israeli government on one hand, and the non-Zionist left on the other. It has prompted liberal Zionists to grapple with why they sometimes accept the boycott of products from settlements but not the boycott of the state that creates and sustains them. It has compelled Israel’s more critical supporters to justify their opposition to non-violent forms of pressure on Israel, when the absence of real pressure has done nothing to bring occupation or settlement expansion to an end. It has put the onus on liberal Zionists to defend their support not for the abstract ideal of what they hope Israel might one day become, but for the actual, longstanding practices of the state, including expropriations of Palestinian land for Jewish settlement; detention of hundreds of Palestinians without trial or charge; collective punishment of two million Gazans living under a more than decade-long blockade; and institutionalised inequality between Jewish and Palestinian citizens of Israel. BDS has deprived Israel’s liberal supporters of the excuse that an aberrant occupation or rightwing governments are mainly to blame for the state’s undemocratic practices.

    Perhaps most significantly, BDS has challenged the two-state consensus of the international community. In so doing it has upset the entire industry of Middle East peace process nonprofit organisations, diplomatic missions and think tanks by undermining their central premise: that the conflict can be resolved simply by ending Israel’s occupation of Gaza, East Jerusalem and the rest of the West Bank, leaving the rights of Palestinian citizens of Israel and refugees unaddressed.

    For many diaspora Jews, BDS has become a symbol of evil and repository of dread, a nefarious force transforming the Israel-#Palestine debate from a negotiation over the end of the #occupation and the division of territory into an argument about the conflict’s older and deeper roots: the original displacement of most of the Palestinians, and, on the ruins of their conquered villages, the establishment of a Jewish state. The emergence of the BDS movement has revived old questions about the legitimacy of Zionism, how to justify the privileging of Jewish over non-Jewish rights, and why refugees can return to their homes in other conflicts but not in this one. Above all, it has underscored an awkward issue that cannot be indefinitely neglected: whether #Israel, even if it were to cease its occupation of the West Bank and #Gaza, can be both a democracy and a Jewish state.

    #sionisme #industrie_du_proccessus_de_paix


  • Jeremy #Corbyn for U.K. prime minister - Opinion - Israel News | Haaretz.com
    https://www.haaretz.com/opinion/.premium-jeremy-corbyn-for-u-k-prime-minister-1.6362301

    Par Gideon Levy

    Jeremy Corbyn is a paragon of a leftist, one who has fought his whole life for the values he believes in. Israelis regard him as a sort of alien – the left here has never been led by an Israeli Corbyn, nor by anyone who can hold a candle to him.

    Corbyn is a brave man. He voted in parliament 553 times against his party’s position, and yet he took its leadership by storm. He voted against the war in Iraq, against nuclear weapons and against British rule in Northern Ireland. He was active in Amnesty against Augusto Pinochet, and was arrested in anti-apartheid demonstrations in South Africa.

    With such a conscience and courage he wouldn’t have gotten anywhere in #Israel, apart from Breaking the Silence.

    [...]

    Corbyn has been declared the next enemy of the Jews. Viktor Orban is a righteous among the nations; the American alt-right is the rock of Israel and its savior; Rodrigo Duterte, the Philippines’ leader who called to kill millions “like Hitler,” is a welcome guest in Israel – and Corbyn is the enemy of the people.

    [...]

    Let it be said: Corbyn is a staunch, consistent opponent of Israel’s #occupation policy. That is his right; as a true leftist it’s his duty. [...]

    But the Jewish-Israeli propaganda persists: When Israel enacts the apartheid law and its soldiers kill 160 unarmed demonstrators on the #Gaza border, the only response is to accuse anyone who criticizes this of anti-Semitism. It works, it places the accused in the prosecutor’s role.

    [...]

    #campagne #mensonges #propagande

    • Ouaip, ouaip, ouaip.

      Corbyn has been declared the next enemy of the Jews. Viktor Orban is a righteous among the nations; the American alt-right is the rock of Israel and its savior; Rodrigo Duterte, the Philippines’ leader who called to kill millions “like Hitler,” is a welcome guest in Israel – and Corbyn is the enemy of the people.


  • Meet Ahed Tamimi, 17-Year-Old West Bank Activist Jailed for 8 Months for Slapping Israeli Soldier
    Democracy Now! - August 06, 2018
    https://www.democracynow.org/2018/8/6/meet_ahed_tamimi_17_year_old

    (...) AMY GOODMAN: The classes you took, you finished high school in an Israeli prison? What are the classes you took? Who taught you? What kind of discussions did you have behind the bars.

    AHED TAMIMI: [translated] We were taught by the prisoner Khalida Jarrar, and we would learn mathematics, Arabic, English, history, geography, science. We used to take international law classes, as well. We took a lot of these different classes.

    AMY GOODMAN: And did you discuss your own imprisonment as a child and discuss the issues of international law and occupation?

    AHED TAMIMI: [translated] Khalida Jarrar used to teach us about the international law and about all the different conventions within it. We would go through all the violations that happened to us. I didn’t have a female soldier with me during my interrogation, but, according to the convention, there was supposed to be a female soldier with me during the interrogation. So we would always tie these things together. (...)



  • Jacques Rancière : « Entre esthétique et politique, les frontières deviennent poreuses », Propos recueillis par Nicolas Truong
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2018/07/05/jacques-ranciere-entre-esthetique-et-politique-les-frontieres-deviennent-por

    Alors que la gauche semble dépassée par la révolution conservatrice, le philosophe voit dans les nouvelles formes d’art et de mobilisation l’invention « d’autres manières de vivre ».

    Philosophe, professeur émérite à l’université Paris-VIII, Jacques Rancière ne cesse d’articuler l’art et la politique, comme en témoignent ses deux derniers ouvrages, Les Temps modernes (La Fabrique, 152 pages, 13 euros) et La Méthode de la scène (avec Adnen Jdey, éd. Lignes, 144 pages, 15 euros), dans lesquels il interroge l’esthétisation de la politique et la politique de l’esthétique à partir d’une réflexion sur la scène et sur le temps. Alors que l’Europe se déchire sur la question des migrants, Jacques Rancière explique comment les ONG ont pris le relais des anciens partis de gauche et comment l’art est l’un des lieux où l’on peut dire et s’opposer à la violence du monde.

    Pourquoi, face à la révolution conservatrice en cours en Occident, la gauche semble-t-elle si démunie ?

    Nous assistons depuis quelques décennies à la réalisation de l’utopie capitaliste : l’idée que la loi du marché peut régler et réguler tous les aspects de l’existence. Or cette entreprise a repris ce qui avait été le cœur de la foi socialiste du XIXe siècle : l’idée d’une nécessité historique contre laquelle il est vain de lutter.

    Les forces de gauche ont été désarmées par ce retournement, par lequel l’ennemi a confisqué leur horloge du temps. La réalisation de l’utopie progressiste par le capitalisme absolutisé a pétrifié la gauche, qui n’a pas pu concevoir de contre-pensée crédible ni de contre-pratiques efficaces. Tous les partis de gauche ont adhéré au credo du marché absolutisé. Les forces conservatrices, de leur côté, ne peuvent plus se distinguer qu’en enfonçant le clou là où elles peuvent faire la différence : le terrain des « valeurs » et celui de l’identité.

    L’offensive du capitalisme absolu se double ainsi de celle des forces conservatrices, obligées de se radicaliser du côté nationaliste et raciste. Et les forces de gauche se trouvent limitées à une protestation éthique pour défendre la Terre contre les excès du capitalisme et les migrants contre les excès racistes. Or, sur ce terrain de lutte, elles ont été devancées par les ONG, qui aujourd’hui incarnent mieux qu’elles la résistance au capitalisme mondialisé.

    Pourquoi cette domination favorise-t-elle davantage les courants identitaires que les mouvements révolutionnaires ?

    La domination capitaliste, qui a repris à son compte l’idéologie progressiste, a du même coup favorisé les récupérations et retournements réactionnaires de la critique du capitalisme au nom même des valeurs de gauche. Pensez au rôle du prétendu « républicanisme », qui a transformé la critique du monde marchand en critique de la démocratie, et fait des valeurs de liberté et d’égalité un patrimoine national menacé par la population musulmane et par les migrants. L’arc médiatique qui va de Marianne à Valeurs actuelles est, de ce point de vue, significatif.

    Pourtant, une partie de l’extrême droite reprend à son compte la critique du capitalisme…

    La critique du capitalisme fait partie depuis longtemps du répertoire de l’ultra-droite, même si cette dénonciation rhétorique n’a jamais porté atteinte au pouvoir capitaliste. Mais sa récupération dans l’extrême droite actuelle a été largement favorisée par les multiples façons dont l’idéologie de gauche a été absorbée par l’idéologie dominante ou par sa critique réactionnaire.

    On a vu se superposer l’adhésion des gouvernements de gauche aux nécessités de la gestion capitaliste, la critique « sociologique » disant que les révoltes de 1968 avaient préparé l’avènement de l’individualisme consumériste et du nouveau management capitaliste, la vieille critique marxiste disant que, de toute façon, rien ne changera jamais tant qu’on n’aura pas tout changé. Il y a eu dans l’opinion intellectuelle un grand ressentiment à l’égard des promesses trahies de l’histoire : on a commencé par s’en prendre à ces ouvriers qui ne voulaient pas faire la révolution qu’on attendait d’eux avant de se retourner contre ces étudiants qui s’imaginaient pouvoir la faire. Tout cela concourt à la vieille dramaturgie qui dit que toute entreprise égalitaire est vouée à finir en despotisme et en terreur.

    Vous montrez pourtant les limites de cette « réponse à tout » qui consiste à dire que ce qui nous arrive est la faute de la domination du capitalisme mondial. N’est-ce pas paradoxal ?

    On assiste au divorce entre l’explication du monde et la capacité de transformer celui-ci. On peut tout expliquer en termes marxistes, mais cette explication ne fait plus qu’accompagner le temps de la domination. La marche du progrès devient alors une marche à l’abîme et le communisme est invoqué comme le dieu heideggérien qui seul peut nous sauver au bord de la catastrophe.

    Si l’on peut sortir du modèle progressiste, c’est par ces brèches dans le temps qui créent des temporalités différentes. Tels ont été, malgré tous leurs écueils, les mouvements des places et des occupations, les « communes » temporaires des « zones à défendre » ou les espaces sociaux libres des anarchistes grecs, qui proposent des mondes alternatifs en créant des espaces de vie collective non dépendants de la logique économique dominante.

    Beaucoup pensent que ces brèches peuvent être percées par l’art, par le spectacle vivant en général et le théâtre en particulier, où le commun et le collectif semblent davantage mobilisés. Raison ou illusion ?

    L’idée que le théâtre fournirait des armes critiques destinées à favoriser une prise de conscience politique s’est évanouie. Les metteurs en scène savent n’avoir pas besoin de transformer un public qui pense et sent comme eux. Le théâtre cherche alors sa vocation quelque part entre l’assemblée et le cortège de tête, entre une intensité scénique qui créerait des ruptures avec le monde dominant et un lieu rassembleur où l’on revivifie le sens du collectif.

    Nous vivons une tension entre un théâtre entendu comme un cri prolongé et un théâtre considéré comme assemblée du peuple. Plusieurs spectacles récents combinent un théâtre choral (manifestation d’un bruit du monde alternatif au ronron dominant) avec le retour d’un théâtre d’idées à la manière des années 1930 ou 1940. On observe parfois une étrange conjonction entre des dialogues à la Anouilh et des mises en scènes à la Artaud.

    Cette politisation de l’esthétique ne produit-elle aucun effet ?

    Il n’y a pas politisation de l’esthétique mais manifestation nouvelle de l’intrication des deux : les dramaturgies théâtrales ou les scénographies d’expositions remettent en scène la matérialité du monde et la violence des rapports sociaux contre la vision consensuelle d’un monde néolibéral immatériel et « soft ». Les activistes du cortège de tête dénoncent le son minable de la sono syndicale et les vieilles banderoles aux slogans monocordes. Les frontières deviennent poreuses.

    La lycéenne américaine Emma Gonzalez [rescapée de la fusillade de Parkland, en Floride], interrompant son discours pour faire ressentir l’insupportable du temps de la fusillade, importe à sa manière le silence des 4’33’’ de John Cage. Dans les manifestations contre l’austérité à Athènes, les activistes ont pris une phrase des Bonnes, de Genet, que l’on jouait à ce moment, pour en faire le slogan du mouvement : « Ne vivons plus comme des esclaves ». C’est un peu comme au XIXe siècle, quand les révolutionnaires reprenaient dans les rues des airs d’opéra : l’Amour sacré de la patrie, d’Auber, à Bruxelles [en 1830], ou le Va pensiero, de Verdi, à Milan [en 1842].

    Des commémorations de Mai 68 à certains spectacles considérés comme des happenings, le théâtre cherche souvent à rendre le public « actif ». Pourquoi est-ce un leurre ?

    C’est la vieille hypocrisie des gens de théâtre que leur prétention à rendre actifs ces spectateurs sans lesquels leur art n’existerait pas. Aujourd’hui, il y a un consensus de fait entre le public de théâtre et les metteurs en scène qui prétendent les provoquer. Même l’intervention de ceux qui viennent interrompre un spectacle prétendument subversif au nom de la réalité du dehors reste homogène à l’humeur du théâtre. On n’a jamais la scène close d’un côté et, de l’autre, le monde réel.

    Et pendant que les Intermittents du désordre interrompent un spectacle au théâtre de la Colline au nom des migrants de La Chapelle, les artistes militants du Pôle d’exploration des ressources urbaines utilisent à l’inverse les ressources du texte et de l’image pour manifester que ces migrants vivent dans le même monde sensible que nous. Il faut à la fois critiquer des prétentions exagérées du théâtre à vouloir changer le monde et rester attentif aux échanges constants entre les pratiques de l’art et les enjeux esthétiques au cœur de tout combat politique.

    Pour quelle raison défendez-vous l’esthétisation du réel ?

    Un « réel » est toujours le produit d’une certaine « esthétique ». La splendeur visuelle des films que le cinéaste portugais Pedro Costa consacre à des migrants cap-verdiens nous montre qu’il n’y a pas d’un côté ceux qui sont capables d’inventer leur vie et, de l’autre, ceux qui resteraient au ras de la réalité, qu’il n’y a pas ceux qui, comme disait Godard, seraient du côté du documentaire et ceux qui seraient du côté de l’épopée.

    Lorsque Wang Bing réalise un film de quatre heures sur un lieu asilaire en Chine [À la folie, 2013], il transforme le temps de ceux qui vivent dans le monde du geste répétitif et absurde en un autre temps où les « fous » deviennent les inventeurs de leurs gestes et de leur histoire. Derrière le mot douteux d’esthétisation, il y a cette question du temps commun et du monde sensible partagé.

    Dans un baraquement d’ouvriers, Pedro Costa, qui tourne en lumière naturelle, crée une nature morte avec quatre bouteilles devant une fenêtre, puis passe à un tableau de Rubens au Musée Gulbenkian, qui paraît moins beau que cette nature morte… Ainsi, le cinéaste bouleverse les hiérarchies, pas sur le mode critique – « on va montrer du moche pour montrer que leur situation est misérable » –, mais pour mettre au jour les virtualités d’un monde et les capacités de ceux qui l’habitent.

    Dans « Les Temps modernes », vous réfléchissez à la période qui a été dominée par la danse, entre les années 1890 et les années 1920. Quel moment esthétique traversons-nous ?

    Nous ne sommes pas dans un de ces moments où une forme d’art se prête particulièrement à donner figure à un monde sensible et aux possibles qu’il contient, comme le roman l’a fait au XIXe siècle, les arts de la performance (dont la danse) au début du XXe siècle ou le cinéma ensuite. Nous sommes plutôt dans un moment d’indistinction entre les arts. Et c’est cela que veut dire « art contemporain ». La fusion des arts qui a été une utopie de l’époque symboliste tend à y devenir l’ordinaire de l’art.

    Le même artiste y usera des moyens de la peinture, de la vidéo ou de la performance dans un dispositif architectural que vient éventuellement légitimer un discours philosophique. Cela veut dire aussi une interpénétration des scènes artistiques et politiques, une polyvalence des dispositifs utilisés. Il y a deux ans, à Bogota, on a vu des manifestants pour la paix installer leurs tentes sur la même place où une artiste [Doris Salcedo] mobilisait d’autres activistes pour coudre et étendre un voile blanc symbole de réconciliation

    L’« occupation » peut-elle être pensée comme une forme esthétique ?

    De fait, la forme « occupation » témoigne de cette dimension esthétique qui est au cœur de la politique. Elle le fait en mettant au cœur d’un conflit cet enjeu fondamental qu’est la distribution des espaces et des temps. Quand Platon dit que les ouvriers n’ont pas le temps de faire autre chose que leur travail, il fait du temps l’assignation à un lieu. Appartenir à un certain temps, c’est appartenir à un certain monde. L’émancipation a d’abord été une reconquête du temps, une lutte pour abolir le partage entre ceux qui ont le temps et ceux qui ne l’ont pas.

    C’est ce que j’avais analysé dans la « journée de travail » du menuisier Gauny [menuisier du XIXe siècle dont les textes ont été présentés par Jacques Rancière dans Le Philosophe plébéien, La Fabrique, 2017]. La grève ouvrière moderne a mis cet enjeu au cœur du conflit collectif. Et si le mot a repris récemment cette importance, là même où il n’y avait plus d’usines à occuper, c’est qu’occuper, c’est déclarer un autre usage du temps, une autre manière de vivre.

    #philosophie #théâtre #cinéma #occupations #art #politique


  • Ménage collectif dans la nouvelle maison des mineur.e.s
    https://rebellyon.info/Venez-faire-le-menage-avec-nous-dans-la-19379

    Mercredi 20 juin, un bâtiment a été réquisitionné pour accueillir de nombreux.ses mineur.e.s étranger.e.s abandonné.e.s par la Métropole de Lyon. Si vous avez envie de participer à l’ouverture, au nettoyage et à l’emménagement de ce lieu, vous êtes les bienvenu.e.s !

    #Infos_locales

    / #Migrations_-_sans-papiers, Une, #Logement_-_Squat, #Occupations_en_soutien_aux_migrant·es_2017-18


  • Stop a la procédure Dublin, non aux expulsions : manifestation le mercredi 20 juin
    https://rebellyon.info/Stop-a-la-procedure-Dublin-19341

    Appel à manifestation pour demander la sortie de la procédure Dublin et la régularisation des habitants de l’amphi Z le mercredi 20 juin à 15h30, départ de la Métropole au 20 rue du Lac (Lyon 3e), en direction de la Préfecture.

    #Infos_locales

    / #Migrations_-_sans-papiers, #Apartheid_social, #Manchette, #Occupations_en_soutien_aux_migrant·es_2017-18


  • "An occupying country transferring its own civilians into the occupied territory, as in the case of Israeli settlements on Palestinian land, is a war crime under the Fourth Geneva Convention."

    Real Estate Shopping on Someone Else’s Land | Human Rights Watch
    https://www.hrw.org/news/2018/06/13/real-estate-shopping-someone-elses-land

    At an informational session in the Israeli settlement of Alfei Menashe in the West Bank, a real estate agent engages in sales patter with house hunters for a new development of penthouses and 3- and 4-bedroom apartments: “breathtaking views,” “the highest standards of construction,” and “just minutes” from major Israeli cities. Two potential home-buyers, Israeli men in their 30s, flip through brochures showing high-rise buildings built on open land that had formed part of the neighboring Palestinian village.

    “The view is spectacular,” says the representative of the Israeli developer Zemach Hammerman. “If you look to the east, you’ll see olive trees, and you know what that means. No one is going to block your view.”

    #palestine #occupation #colonisation #destruction


  • ’Nothing is ours anymore’: Kurds forced out of #Afrin after Turkish assault

    Many who fled the violence January say their homes have been given to Arabs.
    When Areen and her clan fled the Turkish assault on Afrin in January, they feared they may never return.

    Six months later, the Kurdish family remain in nearby villages with other Afrin locals who left as the conquering Turks and their Arab proxies swept in, exiling nearly all its residents.

    Recently, strangers from the opposite end of Syria have moved into Areen’s home and those of her family. The few relatives who have made it back for fleeting visits say the numbers of new arrivals – all Arabs – are rising each week. So too is a resentment towards the newcomers, and a fear that the steady, attritional changes may herald yet another flashpoint in the seven-year conflict.

    Unscathed through much of the Syrian war, and a sanctuary for refugees, Afrin has become a focal point of a new and pivotal phase, where the ambitions of regional powers are being laid bare and a coexistence between Arabs and Kurds – delicately poised over decades – is increasingly being threatened.

    The small enclave in northwestern Syria directly reflects the competing agendas of four countries, Turkey, Syria, Russia and the US – though none more so than Ankara, whose creeping influence in the war is anchored in Afrin and the fate of its peoples.

    Turkey’s newfound stake has given it more control over its nearby border and leverage over its arch foe, the Kurdistan Workers’ party (PKK), which had used its presence in Afrin to project its influence northwards.

    But the campaign to oust Kurdish militias has raised allegations that Ankara is quietly orchestrating a demographic shift, changing the balance of Afrin’s population from predominantly Kurdish to majority Arab, and – more importantly to Turkish leaders – changing the composition of its 500-mile border with Syria.

    Ahead of the January assault, the Turkish president, Recep Tayyip Erdoğan, said: “We will return Afrin to its rightful owners.”

    Erdoğan’s comments followed a claim by US officials that it would help transform a Kurdish militia it had raised to fight Islamic State in northeastern Syria into a more permanent border force. The announcement incensed Turkish leaders, who had long feared that Syria’s Kurds would use the chaos of war to advance their ambitions – and to move into a 60-mile area between Afrin and the Euphrates river, which was the only part of the border they didn’t inhabit.

    Ankara denies it is attempting to choreograph a demographic shift in Afrin, insisting it aimed only to drive out the PKK, not unaffiliated Kurdish locals.

    “The people of Afrin didn’t choose to live under the PKK,” said a senior Turkish official. “Like Isis, the PKK installed a terrorist administration there by force. Under that administration, rival Kurdish factions were silenced violently. [The military campaign] resulted in the removal of terrorists from Afrin and made it possible for the local population to govern themselves. The vast majority of the new local council consists of Kurds and the council’s chairperson is also Kurdish.”

    Many who remain unable to return to Afrin are unconvinced, particularly as the influx from elsewhere in Syria continues. Both exiles and newcomers confirmed to the Guardian that large numbers of those settling in Afrin came from the Damascus suburb of Ghouta, where an anti-regime opposition surrendered to Russian and Syrian forces in April, and accepted being transferred to northern Syria

    Between bandits, militiamen, and wayfarers, Afrin is barely recognisable, say Kurdish locals who have made it back. “It’s not the Afrin we know,” said Areen, 34. “Too many strange faces. Businesses have been taken over by the Syrians, stores changed to Damascene names, properties gone. We feel like the Palestinians.

    “The Syrian government couldn’t care less to help us reclaim our property, they won’t even help us get back into Afrin. We want to go back, we couldn’t care less if we’re governed by the Kurds or Turks or Assad, we just want our land back.”

    A second Afrin exile, Salah Mohammed, 40, said: “Lands are being confiscated, farms, wheat, furniture, nothing is ours anymore; it’s us versus their guns. It’s difficult to come back, you have to prove the property is yours and get evidence and other nearly impossible papers to reclaim it.

    “There is definitely a demographic change, a lot of Kurds have been forcibly displaced on the count that they’re with the PKK when in fact they weren’t. There are barely any Kurds left in Afrin, no one is helping us go back.”

    Another Afrin local, Shiyar Khalil, 32, said: “When the Kurds try to get back to their house they have to jump through hoops. You cannot deny a demographic change, Kurds are not able to go back. Women are veiled, bars are closed; it’s a deliberate erasing of Kurdish culture.”

    Umm Abdallah, 25, a new arrival from Ghouta said some Kurds had returned to Afrin, but anyone affiliated with Kurdish militias had been denied entry. “I’ve seen about 300 Kurds come back to Afrin with their families in the past month or so. I don’t know whose house I am living in honestly, but it’s been registered at the police station.”

    She said Afrin was lawless and dangerous, with Arab militias whom Turkey had used to lead the assault now holding aegis over the town. “The Turks try to stop the looting but some militias are very malicious,” she said. “They mess with us and the Kurds, it’s not stable here.”

    Both Umm Abdallah and another Ghouta resident, Abu Khaled Abbas, 23, had their homes confiscated by the Assad regime before fleeing to the north. “The Assad army stole everything, even the sinks,” said Abbas.

    “These militias now are not leaving anyone alone [in Afrin], how do you think they will treat the Kurds? There are bad things happening, murder, harassment, rapes, and theft. They believe they ‘freed’ the land so they own it now.”


    https://www.theguardian.com/world/2018/jun/07/too-many-strange-faces-kurds-fear-forced-demographic-shift-in-afrin
    #Kurdes #Kurdistan #occupation #dépossession #Syrie #déplacés_internes #IDPs #destruction
    cc @tchaala_la


  • Stop a la procédure Dublin, non aux expulsions : manifestation le mercredi 20 juin
    https://rebellyon.info/Stop-a-la-procedure-Dublin-non-aux-19341

    Appel à manifestation pour demander la sortie de la procédure Dublin et la régularisation des habitants de l’amphi Z le mercredi 20 juin à 15h30, départ de la Métropole au 20 rue du Lac (Lyon 3e), en direction de la Préfecture.

    #Infos_locales

    / #Migrations_-_sans-papiers, #Apartheid_social, Une, #Occupations_en_soutien_aux_migrant·es_2017-18


  • De #villes en #métropoles, #Tôkyô, métropole #japonaise en #mouvement perpétuel :
    http://geoconfluences.ens-lyon.fr/doc/typespace/urb1/MetropScient3.htm
    Publié le 20/09/2006
    Vu le 08/06/2018

    Cet article de Natacha Aveline du bureau #CNRS #Japon Corée à Tôkyô, Institut d’#Asie #orientale, publié sur le site #géoconfluences, traite du mouvement perpétuel de Tokyo de différents points de vue. Elle rappelle d’abord l’importance #démographique de la ville, notamment par rapport au #monde et ses #lieux les plus peuplés tout en invoquant les raisons #économiques de cette #croissance par rapport à l’#histoire de la ville. Elle précise que la ville et la #campagne sont difficilement discernables et nous pouvons en conclure que la #périurbanisation doit contribuer non seulement à l’importance démographique de la ville, mais aussi à tous les #changements qui s’y opèrent, la périurbanisation progressant sans cesse sur le #territoire : c’est ce qu’elle évoque par la notion d’#émiettement #urbain. Malgré les perspectives actuelles en matière d’#économie et de #démographie, ce phénomène pose toujours #problème.

    Près de 80% des Japonais vivent en ville. […] Le #gigantisme urbain atteint sur l’#archipel des niveaux inégalés en Europe. Onze villes ont plus d’un #million d’habitants (2006), dont onze se regroupent dans quatre grandes #conurbations qui structurent un cordon urbain quasi-continu de mille kilomètres s’étirant le long du littoral Pacifique de Tôkyô à Fukuoka. Deux se distinguent par leur #démesure : Tôkyô, première #agglomération de la planète avec 34 millions d’habitants, et Ôsaka, la dixième avec 17 millions d’habitants, cumulent un produit régional brut de quelque 1 850 milliards de dollars, équivalent à celui de l’Italie et des Pays-Bas réunis.
    Si la #macrocéphalie est un phénomène commun à bien des pays d’Asie, la structuration en #mégalopole […] est plus spécifique au Japon. Elle résulte des choix industriels effectués dès l’époque Meiji (1868-1912), mais aussi de l’#expansion singulière d’un espace #urbanisé d’autant plus difficile à cerner que la ville ne s’est jamais opposée à la campagne, dans un pays où seuls les châteaux étaient fortifiés à l’époque féodale. Le phénomène d’émiettement urbain atteint ainsi une intensité sans équivalent dans les autres grands pays #industrialisés. Il a été, au Japon, une cause majeure de pathologies pendant la Haute Croissance et reste source de #problèmes aujourd’hui, en dépit de perspectives économiques et démographiques radicalement nouvelles.

    Ainsi, différentes #questions sont soulevées, d’abord celle des « logiques d’#urbanisation », elle évoque alors « l’#entremêlement de #fonctions #rurales et urbaines dans les #périphéries et […] les #zones #centrales » desquelles résulte « la faible hauteur des #constructions » et l’« #étalement du bâti » qu’elle nuance légèrement en rappelant la #verticalisation de Tôkyô entre 1980-1990 « sous l’effet des multiples opérations de #rénovation urbaine » ; et qui provient en partie de « la faible #intervention de l’#État dans la #gestion urbaine, le rôle majeur qu’ont joué à cet égard les #opérateurs #ferroviaires #privés, la toute-puissance de la propriété #foncière et l’extraordinaire #plasticité du bâti. »
    Elle donnera le la précision sur cette « faible intervention de l’État » en évoquant la #désorganisation des villes, les conséquences de l’#occupation #américaine et les problèmes qui en découle quant à la part de #responsabilité donnée aux #pouvoirs #publics.


    Plan du "quartier-gare" de Shinjuku selon N. Aveline

    Elle donnera également par la suite plus de précision quant aux réseaux ferroviaires privés, leur expansion et leur influence sur la #structure urbaine, ce qui semble pouvoir lui permettre, plus tard, d’aborder la question « statut du foncier dans l’économie #japonaise » et ainsi des rénovations et du #morcellement et de l’aspect #juridique des #parcelles #cadastrales.


    Rénovation urbaine dans le quartier d’affaires de Shinjuku-ouest (1989) - UDC (ex-HUDC / Housing and Urban Development Corporation)

    Elle en déduit de la valeur accordée au #sol et non aux constructions, ce qui lui permet d’expliquer le phénomène de la plasticité du bâtit.


    Autel shinto (inari jinja) inséré entre les immeubles du quartier de Yûrakuchô, dans l’hypercentre de Tôkyô - N. Aveline, 2002 / 2003

    Ainsi, elle évoque enfin les nouvelles #difficultés en #ville avec « l’arrêt de la hausse quasi-interrompue des prix fonciers depuis 1955 et mis un terme à la #croissance exceptionnelle qui soutenait l’économie ». Ce qui lui permet d’évoquer la nouvelle politique de #revitalisation des villes avec le "#renouvellement urbain" (toshi saisei) […] des "#périmètres #spéciaux d’#intervention d’#urgence" […] (Tôkyô, Osaka et Nagoya) », de manière à stabiliser les #prix pour la #spéculation ; le choix de #développer le #commerce et la #restauration et l’utilisation des « #friches #ferroviaires et #industrielles. »