• In Umbria il progetto #Resta dà nuova vita agli uliveti marginali abbandonati

    #Massimiliano_Buratta ha lanciato nel 2026 un’iniziativa per recuperare appezzamenti nelle colline intorno a Perugia, riscoprendo le varietà tradizionali. Con un crowdfunding l’iniziativa ambisce a creare nuove opportunità di lavoro

    “La terra ha bisogno di presenza”: lo ha scritto Massimiliano Buratta sul sito di Resta, il progetto che ha avviato nel corso del 2026 in Umbria con l’obiettivo di recuperare uliveti marginali e coinvolgere una comunità a sostegno della sua iniziativa.

    “Da diversi anni mi occupo di olivicoltura, dalla potatura alla gestione della pianta a tutto tondo. L’idea di Resta -racconta ad Altreconomia– nasce da ciò che ho osservato in questi anni rispetto alla cura che va data agli ulivi. Quella di cui necessitano infatti è continua nel tempo: nel momento in cui vengono abbandonati, anche solo per qualche anno, la produzione di olio si riduce e diventa più oneroso tornare a ‘riformare’ e recuperare le piante”.

    Buratta ha 32 anni e prima di dedicarsi agli ulivi è stato un programmatore nell’ambito dell’automazione industriale: il sito e la scelta di strutturare una campagna di crowdfunding godono di alcune competenze che vengono dal suo passato, prima di entrare in disoccupazione, prendere un casolare con degli amici, a Collemancio, vicino Bevagna (PG), e iniziare a lavorare in ambito agricolo, dedicandosi per quattro anni all’apprendistato.

    Resta è una piattaforma che permette di seguire tutte le attività legate alla gestione dei dieci uliveti attualmente curati da Massimiliano Buratta, nove dei quali in affitto e uno di famiglia, per un totale di cinquemila metri quadrati. “La gran parte sono abbandonati e tutti sono marginali”, spiega.

    In questo caso per “marginali” si intendono uliveti caratterizzati da sesti d’impianto ampi, terreni in pendenza e difficoltà di accesso: condizioni che determinano una bassa resa per ettaro, tipica di molta olivicoltura italiana, e che rendono difficile competere sui mercati nazionali e internazionali con quella spagnola, che ha puntato invece su poche varietà coltivate e sesti d’impianto molto stretti, a scapito della biodiversità e anche del paesaggio. Nei dieci uliveti, oltre a Frantoio, Leccino e Moraiolo -le tre cultivar più diffuse nel Centro Italia- si trovano anche Pendolino e Dolce Agogia, varietà autoctone dell’area delle Colline del Lago Trasimeno.

    “La maggior parte degli uliveti sono a Montelaguardia, a circa 400 metri sul livello del mare” aggiunge. Montelaguardia è una frazione collinare di Perugia. Qui -dall’osservazione e dalla relazione- nasce Resta, il cui credo può essere riassunto in tre claim: “Olio tracciabile, territorio curato e impatto visibile”.

    Quella del 2026 sarà la prima raccolta. Buratta spiega che dei quasi cinque ettari di oliveto che gestisce non tutti ad oggi sono produttivi: chi acquista la bottiglia special edition permette al progetto di crescere e a lui -che oggi fa altri due lavori- di dedicarsi a riformare tutti gli uliveti, alcuni dei quali hanno bisogno di interventi profondi per tornare a produrre. Tutti i passi in corso e quelli futuri sono descritti sul sito, grazie a codici “scritti a mano” che permetteranno -a partire da ogni bottiglia acquistata- di leggere il lavoro di recupero, le lavorazioni svolte in campagna, la geolocalizzazione e le foto delle piante.

    Le pratiche agricole di Resta sono improntate al basso impatto e con l’utilizzo di trattamenti di origine naturale. Contro la mosca, ad esempio, si usa il caolino, che è calce, o le trappole attract and kill, con un feromone che è specifico per la mosca ma non è pericoloso per altri insetti utili.

    In vista dell’autunno 2026 Buratta ha immaginato anche una bottiglia speciale, una supporter edition di 100 bottiglie, tutte numerate, ognuna delle quali è associata al supporto di 20 metri quadrati di paesaggio agricolo: “Ogni utente sulla piattaforma avrà accesso a una dashboard personale con tutte le informazioni”, racconta Buratta, che al momento porta avanti il progetto da solo, salvo coinvolgere altre persone per la raccolta.

    “Tutto è iniziato con un post su Facebook in cui scrivevo che ero alla ricerca di uliveti abbandonati e marginali. Sono stato contattato da tante persone e ho dovuto fare una selezione. Non ho ancora l’assetto o la capacità economica e gestionale per un numero maggiore. Quest’anno posso stimare al massimo una produzione di 500 litri -racconta-. Nel tempo, però, vorrei riuscire a portare lavoro in un settore che, per quello che ho potuto osservare, vede molto caporalato e molta occupazione irregolare. Il mio obiettivo è conciliare il lavoro alla tutela dei nostri paesaggi e della cultura che c’è dietro all’olio extravergine d’oliva”.

    Le olive raccolte non saranno mescolate: ogni appezzamento racconta una storia, dietro la quale ci sono una persona o una famiglia “che me ne ha affidato la cura e vorrei far emergere anche questi volti”. Il futuro dell’olivicoltura italiana dipende anche dalla capacità di comunicare la sua unicità, che è legata a nomi, cognomi e storie di un’agricoltura contadina che non va difesa nella trappola dell’identità ma accompagnata nel futuro.

    ▻https://altreconomia.it/in-umbria-il-progetto-resta-da-nuova-vita-agli-uliveti-marginali-abband
    #oliveraie #abandon #récupération #Ombrie #Italie #Perugia #oliviers #huile_d'olive #Collemancio #Bevagna #agriculture #marginalité #Montelaguardia

  • #fourches jouera « #silence_dans_les_champs » à #landerneau ce jeudi 24 septembre avec « Splann ! »
    ▻https://splann.org/fourches-silence-dans-les-champs-landerneau

    Le collectif Fourches jouera son adaptation rock de « Silence dans les champs », ce soir, à Landerneau. « Splann ! » animera un échange autour des conséquence du dérèglement climatique sur l’agriculture à l’issue du #concert. L’article Fourches jouera « Silence dans les champs » à Landerneau ce jeudi 24 septembre avec « Splann ! » est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Industrie_agroalimentaire #agriculteurs #agriculture #agroindustrie #Arnaud_Kermarrec-Totorici #changement_climatique #climat #françois_joncour #Jean-François_Glinec #kristen_falc'hon #le_family #musique #nicolas_legendre #Olivier_Glinec #paysans #rock_noise

  • Olivier Ertzscheid : « Les plateformes comme Meta ne modifient leurs comportements que sous la contrainte » | Alternatives économiques
    ▻https://www.alternatives-economiques.fr/olivier-ertzscheid-les-plateformes-comme-meta-ne-modifient-

    Allons-nous parvenir à une forme de responsabilisation des réseaux sociaux ? Olivier Ertzscheid, enseignant chercheur en sciences de l’information à l’Université de Nantes et notamment auteur de l’ouvrage Le monde selon Zuckerberg (Editions C & F, 2020), analyse la portée de cet accord.

    Ce qui se passe aux Etats-Unis devrait, je l’espère, inspirer une mise en action de l’Europe sur ce sujet pour effectivement l’élargir à d’autres pays et d’autres plateformes.

    En France, nous en sommes encore à nous poser la question de l’interdiction du téléphone portable à l’école. Outre le caractère difficilement opérant d’un tel bannissement, la réponse nous est donnée par le procès états-unien : ce sont les plateformes qui sont responsables des contenus qu’elles diffusent, de la toxicité de certains et du caractère addictif. Elles doivent adapter leurs services à l’âge des utilisateurs en les interrompant pendant certaines heures et en cassant les chaînes de viralité.

    La question de l’élargissement à l’ensemble des utilisateurs peut être également posée. Si les plateformes généralisaient ces engagements pour tous, l’impact sur le modèle économique serait cette fois-ci considérable.

    Vous expliquez que le modèle économique est l’une des principales causes des effets toxiques des grands réseaux sociaux, mais quelles sont les alternatives possibles ?

    L’un des points avancés est l’interopérabilité des plateformes, c’est-à-dire que chacun puisse choisir le réseau social qu’il préfère selon sa logique éditoriale et qu’il puisse être compatible avec d’autres réseaux sociaux. L’autre alternative serait que des réseaux soient opérés par la puissance publique ou des acteurs non marchands, qui adopteraient un autre modèle économique.

    #Meta #Procès #Olivier_Ertzscheid #Economie_numérique

  • Radio : Olivier Lefebvre, Lettre aux ingénieurs qui doutent, 2023

    Artisans d’un devenir technologique qui façonne nos existences et structure nos sociétés, les ingénieurs sont aujourd’hui de plus en plus nombreux à ressentir de la dissonance cognitive. Quelque chose en eux sait que leur travail creuse le sillon de trajectoires insoutenables pour nos vies et pour la Terre. Pourquoi alors n’y a-t-il pas plus d’ingénieurs qui désertent ?

    C’est la question qu’#Olivier_Lefebvre – lui-même ancien #ingénieur – se propose d’élucider, en se plaçant dans une perspective résolument politique. Il serait en effet plus que souhaitable, pour eux, mais aussi pour nous tous, qu’ils refusent de se résigner, qu’ils cessent de nuire au plus vite, et pour cela qu’ils s’évadent de leurs cages dorées.

    Émission Racine de Moins Un n°104 diffusée sur Radio Zinzine.

    ▻https://sniadecky.wordpress.com/2026/07/20/rmu-104-lefebvre-ingenieurs

    Avec le PDF qui va bien :

    ▻https://archive.org/download/rmu-104-lefebvre-ingenieurs/RMU_104_Lefebvre-Ingenieurs.pdf

    #racine_de_moins_un #critique_techno #désertion #dissidence

  • #ASI, #Oliviero: “Partiti a gamba tesa nel direttivo. Stop ai curricula, ora vale l’amicizia politica”
    ▻https://informareonline.com/asi-oliviero-partiti-a-gamba-tesa-nel-direttivo-stop-ai-curricula-o

    “All’Asi è cambiato solo il primo violino, ma il direttore e l’orchestra sono sempre gli stessi. Anzi, rispetto al “deserto” delle ammissioni che c’era prima, ora è chiaro a tutti che i due partiti fra i più influenti nel centrosinistra hanno avuto un peso decisivo nella scelta del presidente dell’Asi di #caserta e del nuovo […] L’articolo Asi, Oliviero: “Partiti a gamba tesa nel direttivo. Stop ai curricula, ora vale l’amicizia politica” proviene da Informareonline, scritto da Redazione Informare

    #Comunicati_Stampa #Marianna_Dell'Aprovitola

  • #Olivier_Schmitt, #expert #militaire : « Il existe un vrai risque de #conflit avec la #Russie dans les cinq prochaines années »
    ▻https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/24/olivier-schmitt-expert-militaire-il-existe-un-vrai-risque-de-conflit-avec-la

    Avec ce retour de la conflictualité de haute intensité, les pays occidentaux doivent-ils se préparer à remettre en cause le principe de zéro mort ?
    Techniquement, le zéro mort n’a jamais été un principe militaire, c’était plutôt une ambition de certains responsables politiques. Il existe un vrai risque de conflit avec la Russie dans les cinq prochaines années. Un tel conflit serait sanglant pour deux raisons : d’abord, les Russes ont une armée entraînée et en guerre depuis quatre ans ; ensuite, leur doctrine prévoit que l’ouverture d’un conflit implique nécessairement le ciblage des populations civiles occidentales, par sabotage ou par frappes de missiles à longue portée, pour exercer une forte pression politique sur les dirigeants. Malheureusement, en cas de conflit avec la Russie, il y aura des pertes civiles et, comme on l’a vu en #Ukraine, le respect du droit international humanitaire n’est pas une priorité pour les Russes.

    #chine
    #technologie
    #efficience_militaire

  • [Vidéo] « Splann ! » dresse le bilan breton des municipales sur « #mediapart » avec l’autrice #Juliette_Rousseau et l’universitaire #Olivier_Tonneau
    ▻https://splann.org/video-splann-fait-le-bilan-des-municipales-sur-mediapart-avec-lautrice-julie

    Partenaire de l’émission de Mediapart, Splann ! a pu présenter ses enquêtes, dresser le bilan des municipales en #Bretagne et engager la discussion autour des imaginaires indispensables pour éviter le pire en 2027. L’article [Vidéo] « Splann ! » dresse le bilan breton des municipales sur « Mediapart » avec l’autrice Juliette Rousseau et l’universitaire Olivier Tonneau est apparu en premier sur Splann ! | ONG d’enquêtes journalistiques en Bretagne.

    #La_vie_de_« Splann !_ » #élections_municipales #gauche #présidentielle

  • Limogeage d’Olivier Nora par Bolloré : les fruits et les fleurs de la #concentration_éditoriale
    ▻https://lvsl.fr/limogeage-dolivier-nora-par-vincent-bollore-les-fruits-et-les-fleurs-de-la-conc

    Le 15 avril, #olivier_nora, PDG des éditions #grasset, propriété de Vincent Bolloré, a été limogé. Cette décision a provoqué la prise de conscience d’une centaine d’auteurs : leurs idées et leurs œuvres sont, depuis trois ans, la propriété de Vincent Bolloré. Et donc au service de son idéologie. Un pas de plus doit être fait : cette situation est une conséquence prévisible de la concentration qui, en France, fait d’une poignée de patrons les maîtres de l’édition française. Par Thierry Discepolo, directeur des éditions Agone.

    #Culture #Bolloré #édition_française #qui_possède_quoi #vincent_bolloré

  • Récit d’un voyage en #Palestine : #agroécologie, #colonisation et #résistance

    « La reproduction des #semences prend ainsi une dimension profonde, celle de la survie et de la résistance »

    En cette fin d’année 2025, nous avons effectué un voyage de solidarité d’un mois et demi en Palestine afin de soutenir des paysan.nes palestinien.nes. Malgré l’ambiance lourde et affectée par le génocide à Gaza, la colonisation, l’apartheid et les guerres alentours, nous avons rencontré de nombreux projets inspirants menés par des Palestinien.nes. C’est ce foisonnement d’initiatives et leurs contextes difficiles que nous souhaitons partager.

    ▻https://lundi.am/Recit-d-un-voyage-en-Palestine-agroecologie-colonisation-et-resistance
    #oliviers #eau #Bil’in #Ramallah #Naplouse

  • #Le_Moment_orwellien , #Tamara_Ben_Ari, | #Editions_Seuil
    ▻https://www.seuil.com/ouvrage/le-moment-orwellien-tamara-ben-ari/9782021617214

    À partir d’événements récents aux États-Unis et en France, cet ouvrage mobilise les concepts développés par #George_Orwell dans #1984 pour analyser la mécanique contemporaine de brouillage du réel, qui a fait de la science une cible politique.

    Il montre comment les savoirs et celles et ceux qui les produisent ont d’abord été fragilisés par leur soumission à la logique de marché, puis discrédités par le pouvoir à travers une succession de procès idéologiques. Cet affaiblissement a ouvert la voie à un glissement vers un autoritarisme assumé, fondé sur la manipulation du langage, la réécriture du passé et l’effacement de la vérité au nom de la liberté. Dans ce moment orwellien, la science, en tant que langage universel de description du réel, n’a plus lieu d’être.

    Nommer et comprendre ces mécanismes est une condition essentielle pour pouvoir y résister.

    Tamara Ben Ari, chercheuse en sciences de l’environnement, conduit des recherches sur la stabilité de la production agricole ainsi que sur la transition écologique de la recherche.
    #Olivier_Berné, astrophysicien, spécialiste de la nébuleuse d’Orion, est responsable de projets scientifiques avec le télescope spatial James Webb.
    #Emmanuelle_Perez_Tisserant, maîtresse de conférences en histoire, travaille sur l’histoire nord-américaine et son héritage colonial, notamment en Californie.
    Valérie Masson-Delmotte, chercheuse en sciences du climat, est membre de l’Académie des Sciences et de l’Académie des Technologies.

    Ensemble ou séparément, elles et il ont contribué à l’émergence de plusieurs collectifs engagés dans la défense de la science, notamment #Stand_up_for_Science France.

  • Olivier Tesquet : « Avec le Doge ou Palantir, on a des exemples très concrets d’une nouvelle architecture du pouvoir, un pouvoir techno-fasciste » - Observatoire des multinationales
    ►https://multinationales.org/fr/enquetes/extreme-tech/tesquet-hadjadji-techno-fascisme-doge-palantir-thiel

    Depuis la réélection de Donald Trump, les courants les plus réactionnaires de la Silicon Valley semblent occuper le devant de la scène à travers des figures comme Elon Musk, Peter Thiel ou Curtis Yarvin. Dans leur livre Apocalypse Nerds. Comment les techno-fascistes ont pris le pouvoir, Nastasia Hadjadji et Olivier Tesquet proposent une radiographie de ce courant politique qui allie vision du monde ultra-réactionnaire et mysticisme technologique exacerbé. Et dont les outils et les idées inspirent de plus en plus la politique de l’administration américaine. Entretien.

    Publié le 16 octobre 2025

    #Olivier_Tesquet #Technofascisme

  • Intelligence artificielle : « Google est aujourd’hui un acteur majeur dans la course à l’IA » - RFI
    ▻https://www.rfi.fr/fr/%C3%A9conomie/20260205-intelligence-artificielle-google-est-aujourd-hui-un-acteur-majeur-dans-

    Contrairement à OpenAI qui n’est pas encore rentable, le géant du numérique Google dispose d’un matelas de liquidités confortable lui permettant d’investir massivement dans l’espoir de devenir leader de l’intelligence artificielle.

    Publié le : 05/02/2026 - 22:39
    6 min Temps de lecture
    NEW YORK, NEW YORK - MARCH 18 : In this photo illustration, Gemini Ai is seen on an iPad on March 18, 2024 in New York City. Apple announced that they’re exploring a partnership with Google to license
    Gemini, l’intelligence artificielle de Google. © Michael M. Santiago / Getty Images via AFP
    Par :
    Laura Salabert
    Suivre
    Publicité

    Au quatrième trimestre 2025, Google a dépassé une nouvelle fois les attentes des investisseurs avec un bénéfice net de +30 % sur un an, tiré par ses progrès en matière d’intelligence artificielle. Galvanisé, Alphabet (maison mère de Google) a annoncé un doublement de ses investissements dans l’IA en 2026.

    Décryptage avec Olivier Ertzscheid, enseignant-chercheur en sciences de l’information et de la communication à l’université de Nantes. Il est également l’auteur de Les IA à l’assaut du cyberespace (C&F Éditions, 2024).

    RFI : En 2026, Google prévoit d’investir entre 175 et 185 milliards de dollars pour augmenter sa puissance de calcul et construire de nouveaux datacenters, soit presque deux fois plus que le record de l’an dernier. Comment interprétez-vous ces annonces ?

    Olivier Ertzscheid : Dans l’économie numérique, il y a cette idée que le premier arrivé rafle la mise. Et c’est effectivement ce qui se passe avec l’IA. Comme ChatGPT a été le premier outil d’intelligence artificielle ouvert au grand public, il est naturellement devenu le plus utilisé. Pourtant, du côté de Google notamment, des technologies équivalentes existaient déjà, mais elles n’avaient pas été rendues publiques, avec des interfaces permettant à tout le monde d’y accéder. Aujourd’hui, OpenAI [l’entreprise qui développe ChatGPT, NDLR] a des concurrents qui se positionnent, mais rivaliser avec ChatGPT est extrêmement compliqué.

    Les investissements massifs de Google résultent d’une double logique. D’abord le géant du numérique en a les moyens [financiers], mais il y a aussi le fait que ces technologies d’IA nécessitent des infrastructures extrêmement lourdes. Donc, si Google n’investit pas maintenant et accumule du retard, l’entreprise risque d’être économiquement condamnée demain et devancée par ses concurrents.

    La course à l’IA est-elle en train de s’accélérer ?

    Il y a une conjoncture politico-économique plutôt favorable. La réglementation aux États-Unis sur la construction de data centers, par exemple, ne respecte pas toujours les normes environnementales. Donc, il y a peut-être un effet d’aubaine puisque ces firmes-là se disent qu’elles vont avoir un accompagnement de l’administration et qu’on ne va pas venir les embêter si elles ne respectent pas certaines normes.

    Dans le cas de Google, il y a aussi le fait que le modèle du moteur de recherche – qui demeure l’une des principales activités de Google en termes de revenus – a connu de profondes évolutions au cours des deux dernières années. Au départ, on ne voyait pas très bien comment ces IA conversationnelles allaient pouvoir intégrer de la publicité et trouver un modèle économique. On ne savait pas non plus si les utilisateurs allaient prendre l’habitude de passer par une IA plutôt que par un moteur de recherche.

    Aujourd’hui, le constat est que l’usage de l’IA se substitue en partie à celui des moteurs de recherche. Et on peut désormais inclure, dans des interfaces conversationnelles, des liens sponsorisés publicitaires, comme sur un moteur de recherche. Il s’agit donc aussi, pour Google, de sanctuariser la place qu’il occupe sur le terrain de la recherche à l’échelle internationale.

    À lire aussi
    Intelligence artificielle : une fin d’année entre euphorie et doutes pour les géants du secteur

    RFI : Grâce à la performance de la troisième version de Gemini, déployée à l’automne, Google estime que son application d’IA compte désormais 750 millions d’utilisateurs mensuels, contre 800 millions d’utilisateurs par semaine pour ChatGPT. Gemini partait-il de loin par rapport à ses concurrents ?

    Non, tous les assistants conversationnels, sans exception, ont été défaillants, de la même manière et sur les mêmes sujets, au moment de leur sortie. Aucun d’entre eux n’a passé [du premier coup] ce que j’appelle « le test de la Seconde Guerre mondiale ». Au début, lorsqu’on posait des questions à ChatGPT sur la Shoah, il répondait n’importe quoi, y compris des choses éminemment problématiques. Puis il a corrigé. Quand Gemini [l’agent conversationnel d’IA de Google, NDLR] est arrivé, il a fait les mêmes erreurs. Pour Claude, développé par Anthropic, ça a été la même chose.

    Google a pourtant une antériorité paradoxale sur ces sujets. On parle des grands modèles de langage [aussi abrégés LLM, un type d’IA conçus pour traiter de vastes quantités de données, les comprendre et générer des textes, NDLR] environ depuis 2022. Mais Google, lui, construit des corpus massifs qui ressemblent à ce que l’on appelle aujourd’hui des LLM depuis 2005 ! C’est à cette époque qu’il a lancé ses opérations de numérisation d’ouvrages du domaine public, puis d’ouvrages encore sous droits d’auteur dans le cadre de partenariats, avec le projet Google Books. L’objectif était déjà, à l’époque, d’entraîner son moteur de recherche, en permettant aux algorithmes d’apprendre à partir d’immenses corpus de textes auxquels personne n’avait jamais eu accès jusque-là.

    Donc, lorsque les technologies d’IA ont atteint leur niveau actuel, quand elles sont arrivées à maturité, l’immense base de données que Google avait construite et sur laquelle il entraînait déjà son algorithme de moteur de recherche a été utilisée pour développer Gemini. Il y a tout un débat aujourd’hui sur le fait que les IA s’entraînent sur des œuvres couvertes par le droit d’auteur, y compris d’ailleurs dans le domaine de la presse. Mais en fait, Google fait ça depuis 20 ans. C’est ce qui explique, au-delà des investissements massifs et de la puissance de calcul, que l’IA Gemini est souvent équivalente et, voire parfois, sur certains sujets, supérieure à ChatGPT ou à d’autres.

    Newsletter
    Recevez toute l’actualité internationale directement dans votre boite mail
    Je m’abonne

    Pensez-vous que Google pourrait rattraper OpenAI ?

    Oui, je pense. Par exemple, Google dispose de beaucoup plus de data centers, même si tous ne sont pas dédiés à son IA conversationnelle, contrairement à OpenAI. En termes de finesse de compréhension et de qualité des réponses, Gemini n’est absolument pas à la traîne par rapport à ce que fournit ChatGPT. Donc, globalement, dans la course à l’IA, Google est aujourd’hui un acteur majeur. Le géant est clairement sur le podium, aux côtés de Meta avec ses modèles LLaMA, de ChatGPT/OpenAI, et d’un ou deux autres acteurs.

    Mais Google a quelque chose que les autres n’ont pas. Un public captif, réparti sur tout un ensemble de services au sein desquels il est très probable que l’IA se déploie massivement : sur le moteur de recherche, sur la gestion des mails… On va voir comment elle va s’imposer aussi dans la diffusion et la production de vidéos via YouTube.

    Reste néanmoins la question d’une éventuelle bulle de l’IA : est-ce que tous ces investissements massifs de Google et des autres finiront un jour par exploser ou par sonner creux ? On verra. Pour l’instant, encore une fois, il n’y a pas d’éléments permettant de dire que, pour des entreprises aussi solidement structurées en termes de capital que Google aujourd’hui, il existe un danger ou un risque majeur d’explosion lié à une bulle de l’IA.

    #IA #Olivier_Ertzscheid

  • Pourquoi il ne faut pas interdire les réseaux sociaux aux moins de 15 ans (mais réfléchir à interdire CNews aux adultes avec le droit de vote). – affordance.info
    ▻https://affordance.framasoft.org/2026/01/pourquoi-il-ne-faut-pas-interdire-les-les-reseaux-sociaux-aux-

    D’abord la rationalité d’une telle décision en termes de politique de santé publique. Car tout le monde (je parle ici de la communauté scientifique, pas des experts de plateaux télé ou de votre oncle Patrick) est d’accord pour indiquer qu’il n’existe pas de consensus scientifique sur le sujet d’une addiction (aux écrans et/ou aux réseaux sociaux). Or la démonstration de cette addiction serait pourtant la seule cause rationnelle d’une nécessité d’interdiction. Interdiction qui si une addiction était un jour réellement démontrée, et si on poussait alors la logique, devrait ne pas se limiter aux moins de 15 ans mais s’étendre aussi à l’ensemble de la société et donc aux publics y compris … adultes, ou à tout le moins, pour ces publics, faire l’objet de campagnes de sensibilisation au moins équivalentes à celle contre le tabac et l’alcool (toujours pour lesdits adultes).

    Ensuite parce que, et je l’explique sur ce blog depuis des années, l’idée même d’une interdiction ou d’un couvre-feu est totalement idiote. Non pas que l’impact des médias sociaux sur les enfants et les adolescents soit nul, non pas qu’il faille le minorer, non pas que lesdits réseaux sociaux soient exempts de problèmes et ne causent aucune situation de souffrance ou de dépendance corrélées à des situations sans lien direct avec l’usage ou le non-usage des écrans ; mais cette interdiction telle qu’elle est imaginée aujourd’hui et au regard des dispositifs, des habitus technologiques partagés mais aussi de leurs failles inhérentes, cette interdiction porte en elle l’ensemble des possibilités de contournement qui seront (et sont déjà) à l’oeuvre pour s’en défaire et la rendre au mieux inopérante et au pire totalement contre-productive. Dans le seul pays (démocratique) qui l’a voté et tente de l’appliquer (l’Australie), les adolescents concernés détournent déjà les dispositifs de reconnaissance faciale supposés certifier l’âge. Et sur un autre sujet, depuis que l’on a interdit l’accès aux mineurs aux mastodontes du porno que sont Youporn ou Pornhub, on a vu croître et se multiplier les sites pornographiques se soustrayant à l’obligation de vérification d’âge et encore plus immondes en termes de violence de contenu et de pratiques que les deux sus-nommés.

    La seule vertu d’une interdiction (pour autant qu’elle repose sur un consensus scientifique et qu’elle puisse s’appliquer sans atteinte aux libertés fondamentales ce qui n’est doublement pas le cas ce celle imaginée par Emmanuel Macron), la seule vertu d’une interdiction est de minorer les effets nocifs, malsains, « addictifs » qui auraient été démontrés.

    Mais la seule chose qui est aujourd’hui démontrée, documentée et établie, et il faut donc encore une fois le marteler, c’est que les plateformes de médias sociaux sont non seulement parfaitement au courant des nuisances qu’elles produisent, mais qu’elles sont aussi parfaitement en capacité de les limiter voire de les réduire à néant (en cassant les chaînes de contamination virales, en supprimant la visibilité de certaines métriques, en embauchant en nombre suffisant des modérateurs, etc.). Et qu’elles ne le font pas parce que ce n’est pas bon pour leur modèle d’affaire. Et qu’après les industries du pétrole et du tabac, elles entretiennent de manière cynique et criminelle le troisième grand mensonge de notre modernité.

    #Olivier_Ertzscheid #Médias_sociaux #Prohibition

  • Transhumanisme et science fiction. Germinata, roman d’Olivier Fournout, sociologue à Télécom-Paris - YouTube
    ►https://www.youtube.com/watch?v=laDmSDTgZQE

    Olivier Fournout, sociologue à Télécom-Paris présente son dernier roman Germinata. Il revient sur ses recherches et ce que son travail apporte à ce roman de science fiction.

    #Olivier_Fournout #Germinata #Transhumanisme

  • La Silicon Valley est-elle devenue fasciste ? - Conférence
    ▻https://conference.sciencespo.fr/content/2025-11-17/la-silicon-valley-est-elle-devenue-fasciste_MP4XZkEZOF89Zg8Db9

    Pendant trente ans, la Silicon Valley a incarné un imaginaire libertaire et progressiste. Aujourd’hui, une partie de ses élites soutient Donald Trump et son agenda nationaliste et autoritaire. Pourquoi ce renversement spectaculaire ? Dans un entretien inédit pour Conférence, Fred Turner et Olivier Alexandre, deux des meilleurs spécialistes mondiaux de la Silicon Valley, dévoilent les ressorts idéologiques et économiques de cette mutation.

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=ujsG4mfSUhM&t=1248s

    La fin de l’idéologie californienne

    Fred Turner, dans l’esprit de son ouvrage Aux sources de l’utopie numérique : de la contre-culture à la cyberculture (C&F Éditions), rappelle que la Silicon Valley s’est construite sur l’« idéologie californienne » : mélange de cybernétique et de spiritualité New Age. Une vision où la technologie devait libérer les individus des institutions et de la politique. Ce récit fondateur s’effondre aujourd’hui. L’industrie n’est plus animée par le rêve de connexion, mais par une logique de l’extraction : extraction massive de données, d’énergie, de ressources foncières pour soutenir l’infrastructure du numérique.
    Un déplacement géographique vers le Texas

    Avec l’arrivée d’immenses fermes de serveurs et des industries énergivores de l’IA et de la crypto, une partie de la tech se tourne vers le Texas. Or l’ « idéologie texane » est bien différente de l’idéologie californienne : nationalisme chrétien, conservatisme, extractivisme pétrolier et héritage industriel. Ce déplacement coïncide avec le rapprochement avec Trump, figure politique qui incarne ce modèle économique et offre aux entreprises la permissivité réglementaire qu’elles recherchent.
    Une Silicon Valley fracturée : « rouge » contre « bleue »

    Olivier Alexandre, dans la lignée de son ouvrage La Tech (Seuil, 2023) insiste sur le fait la Silicon Valley n’est pas un bloc. Il propose de distinguer deux camps : une technologie « rouge », tournée vers la culture du hardware, résolument plus conservatrice ; et une technologie « bleue », héritière de la culture du software, qui reste attachée au progressisme de l’utopie californienne. Entre ces deux camps, la tech est devenue un champ de bataille idéologique.
    Une idéologie qui s’exporte : le risque d’un alignement européen

    Fred Turner souligne que les imaginaires de la Silicon Valley se propagent largement : la croyance que l’IA pourrait devenir une superintelligence autonome influence déjà les dirigeants et hauts fonctionnaires européens. Cette adoption sans réserve ni critique des récits californiens pousse l’Europe à suivre l’agenda techno-politique américain, au détriment de ses propres valeurs et son propre modèle numérique.

    #Fred_Turner #Olivier_Alexandre #Silicon_Valley #Idéologie #Sciences_po

  • Vivons-nous à l‘ère du #Technofascisme ?
    ▻https://lvsl.fr/vivons-nous-a-lere-du-technofascisme

    Traditionnellement progressiste, la Silicon Valley aurait-elle viré à droite, dans le sillage de l’élection de Donald #Trump ? Cette vision des choses est contestée par les journalistes #Nastasia_Hadjaji et #olivier_tesquet. Dans Apocalyspe Nerds : comment les technofascistes ont pris le pouvoir (Divergences, 2025), les auteurs analysent le courant « technofasciste », dont ils cherchent à retracer la […]

    #Société #Mirages_numériques #Curtis_Yarvin #DOGE

  • (1) Fil d’actualité | LinkedIn
    ▻https://www.linkedin.com/posts/olivier-alexandre-579b5285_quelles-donn%C3%A9es-%C3%A0-prendre-en-compte-p

    Olivier Alexandre • 1er Tech&Culture 4 j • Modifié •

    Quelles données à prendre en compte pour les centres de données ?

    Ces infrastructures informatiques, composées d’ordinateurs centraux, baies de stockage et serveurs, sont devenues la colonne vertébrale du réseau des réseaux et le moteur des IAgen.

    On pourra donc se réjouir de la perspective d’un grand centre de données, nommé "Campus IA", sur la commune de Fouju en Seine-et-Marne, pour un montant de 35 milliards d’euros. D’autant plus que ce projet s’accompagne de plusieurs promesses : souveraineté, embauches (1000 emplois), facilités d’accès aux réseaux connectique et énergétique, 20% de végétalisation, contrôle d’investisseurs français. Elles ont été présentées avec pédagogie par les porteurs et parties prenantes dans le cadre de la consultation publique ouverte jusqu’au 23 novembre 2025.

    Ce projet pose toutefois plusieurs questions, relatives à la souveraineté, au projet de société et la gestion des externalités négatives à venir. Comme le rappelait récemment Ophélie Coelho interrogée par Mathilde Saliou, la question de la souveraineté ne saurait se résumer au critère de la localisation, soit "un centre en France = un centre français".

    ▻https://lnkd.in/eDaZp2-w

    Une implantation recouvre des dimensions financières, techniques et organisationnelles. Les partenaires connus du projet sont la BPI, Mistral AI, Nvidia et MGX. Si la BPI exerce sous la supervision d’autorités publiques, une large partie du capital de Mistral AI est désormais sous contrôle d’investisseurs américains (dont Lightspeed Venture et h16z, Marc Andreessen travaillant directement avec l’administration Trump) ; l’entreprise américaine NVIDIA contrôle 80% du marché des micropuces ; et MGX est une société d’investissement émiratie.

    Ces capitaux et les ressources techniques attenantes ne sont pas neutres. Elles s’accompagnent de valeurs, modèles de développement et d’un projet de société : technosolutionnisme, ambition monopolistique, extractivisme, voire pour certains d’entre eux singularité technologique.

    Ce projet en vient ainsi à questionner le sens même du terme « société » : comment ce type d’infrastructures compose et recompose nos relations avec le reste du monde, le travail, l’habitat, l’énergie, l’eau, la biodiversité, voire même des dimensions aussi prosaïque que la lumière ou le bruit.

    Pour rappel, les centres de données consomment 2% de l’électricité mondiale (20% en Irlande) ; un seul centre absorbe jusqu’à 5 millions de litres d’eau par jour, et représente une nuisance sonore de 25 à 35 dB (la réglementation française limitant l’émergence sonore nocturne à 3 dB).

    Voici quelques-uns des enjeux que nous évoquions vendredi 7 novembre à Crisenoy, commune limitrophe de Fouju, à l’initiative d’Arnaud Saint-Martin, avec les chercheurs Clément Marquet, Pauline Gourlet, Marie Garin et Nilo Schwencke.

    Image. Construction d’un centre de données Amazon dans le comté de Loudoun (Texas) 10 février 2024 (Getty Image).

    ▻https://media.licdn.com/dms/image/v2/D4E22AQFPqFvqTL2kfg/feedshare-shrink_800/B4EZpeTiZhIIAk-/0/1762518772008?e=1764201600&v=beta&t=31-J34yojWMxYSW2X2GtzOzieAY8ZQF02rg

    #Olivier_Alexandre #Datacenters #Extractivisme #Investisseurs

  • #Olivier_De_Schutter, rapporteur de l’ONU sur l’extrême #pauvreté : « La #stigmatisation des #pauvres accroît le sentiment d’anxiété et d’insécurité économique »

    Dans une tribune au « Monde », le juriste décrit les mécanismes d’une véritable « guerre contre les pauvres plutôt que contre la pauvreté », menée par un Etat-providence qui contrôle plus qu’il ne protège.

    L’économiste juif hongrois #Karl_Polanyi, alors exilé aux Etats-Unis, détaillait en 1944 dans La Grande Transformation, les raisons de la montée de l’#extrême_droite en Europe. Il soulignait que la foi sans limites des élites dans l’#autorégulation_du_marché et l’absence de mécanismes de #sécurité_sociale au moment de la crise économique de 1929 ont plongé une grande partie de la population dans une extrême pauvreté, favorisant la désignation de #boucs_émissaires et la montée des #fascismes. Tirerons-nous les leçons de son enseignement ?

    Les parallèles avec la situation actuelle sont trop nombreux pour pouvoir être ignorés. Depuis les années 1980, l’affaiblissement progressif du #système_social hérité de la période d’après-guerre plonge de plus en plus de personnes dans un état d’#insécurité_économique. Dans un contexte de crise de la croissance keynésienne et de hausse du #chômage, les fondements mêmes de notre système social ont été graduellement remis en cause par les thèses néolibérales.

    L’approche d’une #protection_sociale_universelle, fondée sur l’existence de #droits_sociaux garantis par la Constitution, a été remplacée par une approche conditionnelle. Les dépenses de sécurité sociale sont désormais considérées comme un #coût à réduire plutôt que comme un #investissement nécessaire au maintien de la #cohésion_sociale et à la #lutte_contre_la_pauvreté.

    Dérive dystopique

    En réalité, on a assisté à un grand retournement de la #politique_sociale : du rôle protecteur qui était le sien, l’#Etat-providence est passé à un rôle de #contrôle. Les dispositifs qui le constituent expriment une #méfiance envers des pauvres jugés coûteux, peu méritants, voire #fainéants. Les politiques dites « d’#activation » conditionnent désormais l’obtention d’une #prestation_sociale à une période d’activité, dans le but affiché « d’inciter » les personnes en situation de pauvreté à travailler, suggérant qu’elles sont tentées par l’#oisiveté.

    C’est ce que traduit la récente #réforme du #revenu_de_solidarité_active (#RSA), dont le versement est désormais conditionné à quinze heures d’activité gratuites par semaine. Dans une récente communication au gouvernement français, j’ai mis en garde contre les impacts de cette mesure qui, comme le soulignent la Défenseure des droits, la Commission nationale consultative des droits de l’homme et le Conseil national des politiques de lutte contre la pauvreté et l’exclusion sociale, pourrait mener à une augmentation du taux de #non-recours aux #prestations ainsi qu’à des cas relevant de la qualification de #travail_forcé. A ce jour, le gouvernement français n’a pas répondu à nos inquiétudes à ce sujet.

    La #dématérialisation de l’accès à l’#aide_sociale est une autre illustration de cette dérive aux accents dystopiques. Le « #tout-numérique » peut aggraver le phénomène de non-recours aux #aides_sociales et fragiliser les conditions de vie de nombreuses personnes en situation de pauvreté. En outre, les outils algorithmiques permettent d’automatiser #contrôles et #sanctions.

    La #Caisse_d’allocations_familiales (#CAF) a, par exemple, ciblé de manière discriminatoire des #familles_monoparentales ainsi que des personnes en situation de handicap. Cela mène à des retraits rétroactifs de prestations, aggravant ainsi la situation des bénéficiaires. Non seulement ces formes de contrôle constituent un frein au recours aux aides sociales et à la sortie de la pauvreté, mais elles sont souvent vécues par celles et ceux qui les subissent comme une #humiliation.

    Territoires abandonnés

    L’extrême droite prospère sur l’essor des inégalités et la #peur du #déclassement au sein des classes moyennes et populaires. Dans un contexte économique morose marqué par la stagnation des salaires et de nombreuses #délocalisations, la #stigmatisation des pauvres accroît encore davantage le sentiment d’anxiété et d’insécurité économique des classes moyennes paupérisées. Elle risque ainsi de renforcer les #divisions_sociales en opposant les « pauvres » aux « encore plus pauvres », d’une part, et « nos pauvres », jugés dignes d’être aidés, aux « migrants » qui viendraient leur faire concurrence, d’autre part. Ces dynamiques alimentent le discours décliniste des populistes d’extrême droite, qui attribuent l’insécurité économique à des #boucs_émissaires désignés par leurs origines ethniques.

    Pour inverser la tendance, les politiques sociales doivent être refondées sur le principe d’#universalité de la #protection_sociale, qui constitue un droit humain. Ces efforts doivent se doubler d’un plan de #cohésion_territoriale, permettant de garantir une véritable égalité d’opportunités entre populations des zones rurales et habitants des villes, alors qu’aujourd’hui beaucoup de ruraux ont le sentiment de vivre dans des territoires abandonnés, méprisés par les élites urbaines.

    La montée des populismes d’extrême droite est le résultat direct de la refonte néolibérale du modèle social d’après-guerre. Pour enrayer leur progression, la guerre contre les pauvres doit être remplacée par une guerre contre la pauvreté.

    ►https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/22/olivier-de-schutter-rapporteur-de-l-onu-sur-l-extreme-pauvrete-la-stigmatisa
    #néolibéralisme #conditionnement #conditionnalité #inconditionnalité #immigrés #populisme

    aussi signalé par @colporteur
    ►https://seenthis.net/messages/1142934

    –-

    ajouté à la métaliste sur la #guerre_entre_pauvres :
    ►https://seenthis.net/messages/567127

  • Olivier Mannoni : « Le #fascisme commence par le #langage »

    Traducteur de l’allemand, #Olivier_Mannoni interroge, à partir du laboratoire nazi, la #brutalisation de la langue qui accompagne les #fascismes. Il nous explique comment #Trump parle comme #Hitler, et #Poutine comme un #gangster.

    ►https://www.youtube.com/watch?v=OwReaFwxI7A

    Olivier Mannoni a vécu près de dix ans avec les #mots d’Adolf Hitler, en étant chargé d’une retraduction de #Mein_Kampf dans le cadre d’une édition critique, Historiciser le mal, dirigée par l’historien Florent Brayard, parue en 2021. Traducteur réputé, fondateur de l’École de traduction littéraire, il n’est pas sorti indemne de cette fréquentation, alors même qu’il avait déjà souvent traduit des textes sur le IIIe Reich. C’est que ces mots d’hier, il les entendait aujourd’hui.

    « Nous assistons à la remontée des égouts de l’histoire. Et nous nous y accoutumons », écrit-il dans Traduire Hitler, paru en 2022, suivi en 2024 de Coulée brune, qui s’attache à montrer « comment le fascisme inonde notre langue ». « Parce qu’il permet le dialogue et la prise de décision commune, le langage est la force de la démocratie, écrit-il. Que ce langage soit perverti, et c’est la démocratie elle-même qui se distord, s’atrophie et perd sa raison d’être. »

    Durant cette « échappée », Olivier Mannoni nous explique ainsi comment Donald Trump et son entourage parlent comme Adolf Hitler et les propagandistes nazis. Cette « langue du même et de la racine » s’accompagne de mécanismes langagiers que partagent les #médias de la #haine : #simplification outrancière de la réalité, petites phrases comme autant d’uppercuts, #vérités_alternatives dans une inversion systématique du sens.

    Cette brutalisation va de pair avec une transgression permanente dont le #charlatanisme assumé et la #grossièreté illimitée sont autant d’armes langagières pour faire taire les opposant·es, les paralyser et les stupéfier. Cette #nouvelle_langue des fascismes est aussi un « #parler_pègre » dont Vladimir Poutine est coutumier, évoqué par le récent essai de la philologue Barbara Cassin La Guerre des mots.

    « On prend tout ça pour de la frime, on ne prend rien au sérieux et on sera bien étonnés le jour où ce théâtre sera devenu une sanglante réalité » : cette conversation avec Olivier Mannoni actualise l’ancienne mise en garde de #Victor_Klemperer, célèbre auteur de LTI, la langue du IIIe Reich. Lequel ajoutait ceci : « Les mots peuvent être comme de minuscules doses d’#arsenic : on les avale sans y prendre garde, ils semblent ne faire aucun effet, et voilà qu’après quelque temps, l’#effet_toxique se fait sentir. »

    Face à cette #extrême_droite pour laquelle les mots sont des armes, nous devons mener cette #bataille_du_langage. Telle est l’alerte d’Olivier Mannoni, qui écrit dans Coulée brune : « Nous sommes à ce carrefour. Si nous prenons le mauvais chemin, le pire est assuré et la #novlangue d’Orwell ne sera qu’une plaisanterie par rapport à ce que nous devrons subir. »

    ▻https://www.mediapart.fr/journal/france/101025/l-echappee-olivier-mannoni-le-fascisme-commence-par-le-langage ?
    #langue #nazisme #entretien

  • En Allemagne, la mémoire s’estompe et l’AfD donne le tempo - Olivier Cyran
    ▻https://orientxxi.info/longforms/en-allemagne-la-memoire-s-estompe-et-l-afd-donne-le-tempo/en-allemagne-la-memoire-s-estompe-et-l-afd-donne-le-tempo,8531
    ▻https://orientxxi.info/magazine/en-autriche-la-droite-marche-au-pas-du-fpo,8548
    ping @klaus

    Au sein d’une Europe en proie à la montée des #extrêmes_droites, l’Allemagne a longtemps fait figure d’exception. Du fait de son histoire, elle semblait sinon immunisée contre la tentation identitaire, du moins capable de la maintenir sous cordon sanitaire. Depuis quelques années cependant, les digues de la vertueuse exception germanique paraissent s’affaisser devant la montée du parti d’extrême droite #Alternative_für_Deutschland (#AfD), qui constitue désormais la deuxième force du pays. À rebours de l’Allemagne, l’Autriche n’a jamais connu de « dénazification » à proprement parler, aussi incomplète fût-elle, et son extrême droite d’après-guerre n’a pas eu à défier les interdits moraux qui étaient de mise chez sa puissante voisine.
    Différentes, les trajectoires de l’AfD et du Parti de la liberté d’Autriche (#FPÖ) se rejoignent pourtant sur un point : elles se sont toutes deux consolidées depuis le début de la guerre génocidaire livrée par Israël contre Gaza. Par quels ressorts ces partis ont-ils tiré profit de la guerre au Proche-Orient et de sa réception par le monde politique et médiatique, malgré un lourd passé antisémite ? Comment leur idéologie islamophobe et xénophobe a-t-elle fini par éclabousser l’ensemble de la classe politique ? Pour le comprendre, Orient XXI publie deux grands reportages en #Allemagne et en #Autriche (publication le 30 septembre).

    #Olivier_Cyran illustration #Willem

    • « Konrad Adenauer, le chancelier de l’après-guerre, l’avait dit : si nous voulons nous faire pardonner l’Holocauste, nous devons soutenir Israël. Ce n’est pas un hasard si l’accord conclu entre les deux pays en 1952 a été formalisé par son chef de cabinet, Hans Globke, un ancien juriste nazi impliqué dans la rédaction des lois antijuives du IIIe Reich. En tirant un trait d’égalité entre juifs et Israël, l’Allemagne a posé la base idéologique sur laquelle elle pouvait prétendre faire corps avec ses victimes. »

      (...) Au cours de l’année 2024, un tiers des événements publics annulés en Allemagne pour cause de soupçon d’antisémitisme avaient pour tête d’affiche une personnalité juive critique d’Israël

      [...]

      Un lien mécanique entre les discours et les actes est rarement démontrable, mais il n’étonnera personne que le nombre officiel des agressions racistes subies par des personnes musulmanes, et recensées par le ministère fédéral de l’intérieur, a explosé, passant de 610 en 2022 à 1 464 en 2023, puis encore à 1 848 en 2024. « L’effet 7 octobre 2023 », a-t-on dit, qui est aussi l’effet d’une société allemande en voie de brutalisation.

      #extrême_droite #instrumentalisation_de_l'antisémitisme

  • [C&F] À nos banquises [Roman] - Un entretien avec Olivier Fournout
    ▻https://newsletter.cfeditions.com/2025_09_16_Fournout.html

    Bonjour,

    C&F éditions est une maison d’édition connue pour son travail sur les questions numériques. Cela fait 20 ans que nous labourons ce terrain, que nous portons ce regard critique sur cet Internet que nous avons aimé et qui nous a été volé par les plateformes, les milliardaires et les manipulateurs de tout acabit. Et bien évidemment nous allons continuer, car c’est toujours (et peut être même de plus en plus) un regard nécessaire à la citoyenneté du XXIe siècle.

    Mais il nous plaît également de devenir plus « généraliste » comme on dit dans la profession, c’est-à-dire de publier des choses qui nous touchent, qui font sens à nos yeux. Des livres qui restent bien sûr sur une orbite où la critique, le regard de biais, le mélange entre l’empathie et l’acidité sont présents.

    Dernier né de ces escapades dans la fiction, le roman À nos banquises d’Olivier Fournout. Plutôt que de vous en parler, je vous met ici l’interview d’Olivier Fournout réalisé par Lorÿne Pinon, qui a été stagiaire au printemps.

    #Olivier_Fournout #A_nos_banquises #CFeditions #Roman

  • Les livres de C&F Éditions sur Cairn.info (et donc les miens aussi) – affordance.info
    ▻https://affordance.framasoft.org/2025/09/les-livres-de-cf-editions-sur-cairn-info

    Olivier Ertzscheid15 septembre 2025

    Mes trois derniers livres ont été publiés chez un éditeur un peu particulier, C&F Éditions, auquel j’ai un attachement également particulier au travers des deux personnes qui depuis longtemps font en sorte de sa bagarrer pour une certaine vision de l’édition indépendante, et qui aussi et surtout, ont permis de créer l’une des plus belles collections de livres « autour » du numérique, comme Thelonious Monk a créé sa plus belle oeuvre autour de minuit (d’ailleurs les amis de C&F Éditions ils éditent aussi des livres autour du jazz). Bref. Tout cela vous le savez, tout cela je vous l’ai déjà écrit et décrit.

    Mon dernier livre, « Les IA à l’assaut du cyberespace : vers un web synthétique« , s’est vendu à un peu moins de 350 exemplaires. Alors certes c’est plus que celui de Marlène Schiappa (245 exemplaires de « Sa façon d’être à moi », source Edistat), c’est plus que celui de l’ex-ministre déléguée au logement, Emmanuelle Wargon (157 exemplaires de « Bienvenue en politique : à ceux qui sont tentés de renoncer », source Edistat), mais mais mais, et c’est une vraie blessure narcissique, c’est beaucoup moins que celui de l’ectoplasme faux-derchique aka Jean-Michel Blanquer (888 ventes de « Ecole ouverte », source Edistat).

    Vous me direz, C&F Editions n’a pas de diffuseur, il faut donc commander les ouvrages, et j’ai fait beaucoup moins de plateaux télé que Wargon, Schiappa et Blanquer pour en assurer la promotion. Donc bah c’est pas si mal. Mais ce n’est pas suffisant pour assurer la pérennité de ces « petites » maisons d’édition qui sont – par-delà la qualité de leur catalogue – l’un des tout derniers points de résistance face à un paysage éditorial totalement gangréné par des idéologies au mieux réactionnaires, de Vincent Bolloré à Vincent Montagne.

    Donc achetez ou n’achetez pas mes livres, mais par contre achetez des livres en papier chez C&F Editions et chez d’autres éditeurs indépendants.

    Lorsque l’on veut que des idées circulent et s’imposent, on peut miser sur le matraquage publicitaire et les grands groupes éditoriaux au service de leurs intérêts rétrogrades, mais l’on peut aussi s’appuyer sur un autre essentiel, cet essentiel qui est celui de la « citabilité » des textes et donc des idées. Le fait qu’elles soient trouvables, accessibles et citables, et que par le biais de ces citations ces idées puissent se répandre et se répondre chez d’autres.

    C’est en partie pour cela que C&F Editions a décidé de diffuser son catalogue sur le site Cairn.info. Me concernant, voilà ce que ça donne.

    Et lorsque l’on clique sur l’un des ouvrages, on arrive sur cela :

    Avec donc une « barrière payante » qui vous permettra d’acheter une version numérique à 9 euros d’un ouvrage toujours en diffusion papier à 15 euros. Cairn.info permet également d’acheter « au chapitre », et il vous en coûtera alors 5 euros (le chapitre).

    Mais la vraie force de Cairn.info, c’est que l’essentiel de son catalogue est accessible gratuitement à toute une communauté d’étudiantes et d’étudiants, d’universitaires, mais aussi de journalistes, « gratuitement » car les services de documentation de bibliothèques universitaires mais aussi municipales, achètent un accès à la base Cairn.info pour leurs usagers. C’est encore une autre bataille que de faire en sorte que les universités aient assez d’argent pour « offrir » cet accès gratuit à leurs étudiant.e.s et à leurs enseignant.e.s, mais pour l’instant en tout cas, cela fonctionne encore.

    Et à la fin tout le monde s’en trouve un peu plus intelligent, instruit et curieux.

    Mais le combat est encore très loin d’être gagné comme le rappelle Hervé le Crosnier (je souligne) :

    Quand une institution (bibliothèque, université, centre de recherche…) a pré-payé un accès global à Cairn, les usagers et les usagères peuvent profiter du service. Ils et elles ont alors un impression de gratuité, qui bien entendue est soutenue par des décisions de service (public) et donc qui dépendent des modes de financement de ces institutions. Nous passons en fait d’un achat individualisé (un lecteur ou une lectrice achète un livre) à un service socialisé. Dans les moments troublés que nous traversons, quand il n’est plus question que de dette d’un côté et de refus des « taxes » de l’autre, il nous semble important de rappeler cela. Le « consentement à l’impôt » est ce qui fait société, car il permet d’accès en dehors des règles du marché.

    Cairn assure une rémunération des éditeurs qui est retransmise aux auteurs et autrices via les droits d’auteur. Mais cela reste avant tout un « mode socialisé de diffusion », qui facilité le travail universitaire (recherche analyse, citation).

    Pour autant, du point de vue de l’éditeur, c’est l’achat décentralisé qui fait la majeure partie de ses revenus, et donc sa capacité à continuer d’éditer des livres. Nous espérons donc que l’accès via Cairn fera découvrir des ouvrages, et incitera à les acheter pour constituer des bibliothèques personnelles. Nous croisons les doigts, nous avons besoin des revenus et nous aimons le support imprimé et l’indépendance de la réflexion qu’il permet.

    Alors voilà. Lisez, lisez, lisez. Consultez, consultez, consultez. Et si vous le pouvez, achetez, achetez, achetez. Des livres de maisons d’édition indépendantes.
    Catégorie : Métier Ouvrages et parutions Rubrique à brac
    Olivier Ertzscheid

    #Olivier_Ertzscheid #CFéditions #Cairn

  • 2013

    Nouvelle controverse sur les rapports entre #Daniel_Mermet et son équipe
    ▻https://www.acrimed.org/Nouvelle-controverse-sur-les-rapports-entre

    ▻https://web.archive.org/web/20130729061024/http://www.fakirpresse.info/Mes-annees-Mermet.html

    Le 10 juillet à 01:18, par Benjamin F. En réponse à : janvier 2005 - juin 2012 - Mes années #Mermet

    François,

    J’avais décidé de ne pas participer à ce débat ; mon courrier au syndicat Sud il y a un an et demi était une contribution suffisante. Des faits uniquement. Je préférais laisser le débat aux auditeurs, il leur appartient. J’y renonce à regret à la lecture de ta longue profession de foi (en forme d’épopée, bravo pour tes accents lyriques) à la gloire de ton patron, qui a brièvement été le mien.
    Parce que tu te permets de mentionner mon prénom au terme d’un paragraphe dans lequel tu décris « les intellos » « petit-bourgeois » de Là-bas si j’y suis, que celui que tu acceptes comme ton « père » aurait la faiblesse ou la naïveté d’embaucher, à la grande rage de son fils et disciple le plus dévoué. Des « fleurs fragiles », que tu « imaginais mal bourlinguer en banlieue, Nagra sous le coude, sortir les vers du nez d’un maire ».

    On ne se connaît pas #François_Ruffin, (tu connais d’ailleurs beaucoup mieux les autres reporters dont les témoignages sont repris dans l’enquête d’ #Olivier_Cyran, que tu ne nommes pas – par crainte de les rencontrer avant moi qui suis aujourd’hui loin ?).
    On s’est croisé, le temps d’un voyage en RER, et quelques fois dans le bureau.
    J’étais pas au mieux de ma forme, Mermet m’avait foutu dans la merde, et je devais savoir comment j’allais vivre dans les prochains mois. Je te l’avais raconté, en écoutant aussi ton histoire. Tu ne m’avais pas prodigué de conseils inoubliables il me semble, et si tu m’as prévenu que Là-bas est un chemin de croix, ce dont je n’ai pas souvenir, merci du conseil fraternel, mais j’étais déjà pris au piège de la précarité made in Mermet, tu le saurais si tu avais un peu tendu l’oreille. A moins que tu ne sois sourd à certaines histoires.
    Mais si tu l’avais tendue plus attentivement, tu saurais aussi que ma famille est d’origine ouvrière et immigrée, qui ne m’a d’ailleurs pas transmis le goût de vénérer les maîtres et les patrons, mais plutôt de ne pas rester indifférent aux souffrances et à l’exploitation, quelles que soient ses formes, surtout les mieux déguisées.
    Tu saurais que la banlieue, j’y ai grandi, je n’ai pas besoin de m’en fabriquer une légende, et aussi longtemps traîné mon micro, tendu au maire, aux sans papiers, aux jeunes qui galèrent et qui se battent, croque-morts employés au noir ou manœuvres éternellement en intérim, à des vendeurs de patate au cul du camion, à d’anciens bandits – dis-moi, lesquels parmi ceux-là sont selon toi les bons opprimés et les mauvais faibles ?

    Je passe sur la thèse écrite alors que j’étais prof vacataire dans les ZEP puis dans une école d’éducation populaire en Haïti. Je sais maintenant qu’à tes yeux cela est très « petit-bourgeois », le désir de voir ailleurs, la construction d’une pensée exigeante. Je pensais pour ma part qu’un bourgeois est un individu qui aspire, consciemment ou non, à maintenir un système inégalitaire dont il tire avantage. Mais je dois être un peu trop « délicat ».
    « Petit-bourgeois »… un terme de Daniel Mermet utilisait avec soin pour culpabiliser ses reporters. La voix de son maître…

    Si tu avais écouté, ça t’aurait évité d’écrire des conneries. Mais je ne me doutais pas alors du mépris avec lequel tu me regardais (ainsi que d’autres de l’équipe), pas plus que je n’avais anticipé que les promesses – douces « pétales », écris-tu – d’un Daniel Mermet s’évanouiraient au seuil du bureau 528. Le problème n’est pas que Mermet m’ait « brisé » comme tu te plais à l’écrire, mais qu’il m’ait précipité dans la précarité après m’avoir proposé des conditions de travail honnêtes. Nos rapports se sont tendus dès mon arrivée, quand j’ai insisté pour qu’il me présente le contrat qu’il m’avait vanté (un travail, un contrat, un salaire, même si cela te paraît impensable pour un journaliste, ne me semblait pas un marché de dupe, c’est pourquoi j’avais accepté de quitter un pays, un métier, des projets professionnels et humains. J’avais fait ma route, sans rien demander à personne, avait déjà eu mon compte de précarité, et j’avais construit un projet, qui fonctionnait. J’avais surtout conquis une précieuse indépendance économique et une liberté de production, que Mermet m’a confisquées. Par méthode, comme je l’ai découvert. Il faut casser les petits nouveaux, leur enthousiasme et leur confiance, et observer s’ils sont capables de sortir la tête de l’eau. S’ils se noient, on ira en chercher de nouveaux. Ca fait peur aux autres et ça ramène la discipline. Un laboratoire de la sélection naturelle en milieu radiophonique, pas sûr que tous les lecteurs de #Fakir et les auditeurs de #Là-bas_si_j’y_suis adhèrent.
    Pendant que New York était le théâtre d’un mouvement de contestation historique (« des petits-bourgeois qui veulent seulement retrouver leur niveau de consommation », disait le grand génie du journalisme que tu décris), que la Tunisie vivait ses premières élections libres après 23 ans (« c’est pas facile de reconnaître qu’on a pas gagné », avait-il sermonné deux jeunes tunisiennes inquiètes du résultat). Deux endroits où j’ai vécu, partagé des histoires, et dans lesquels j’avais des projets journalistiques. Mais mon apprentissage consistait à rester au bureau 528 à attendre que le patron arrive à 14h et qu’il écoute mes sujets à 19 ou 20h, bien qu’il ait déjà décidé de ne pas me laisser ma chance car « le courant n’était pas passé ». (Je crois que même à Koh Lanta ils n’oseraient remercier un candidat à ce motif.)

    Mais si jamais tu t’en soucies, j’ai repris ma route, je vais bien (merci) – aussi parce que ce j’ai pu dire à Daniel Mermet ce que je pensais de lui avant de partir – que ses pratiques sont dignes des patrons impitoyables qu’il fustige à longueur de temps dans l’émission qu’il produit. Crime de lèse-majesté, « Je suis le directeur de cette émission, on ne me parle pas comme ça », avait-t-il grondé. On entend ça aussi dans les coulisses de l’émission.

    Personne ne veut arrêter l’émission, François. Mermet aurait pu en sortir avec honneur en reconnaissant ses erreurs, préparer une suite que nous appelons tous, au lieu de laisser ses porte-flingues aller salir les sources de l’enquête. Mais si Là-bas tombait entre des mains comme les tiennes, je comprends que rien ne changerait. Le même désir de pouvoir mènerait la macabre danse quotidienne, où des gens comme toi regardent avec délectation d’autres se noyer, comme tu l’écris.

    Peu importe la déception avec laquelle je découvre aujourd’hui ce que tu as dans le ventre. Le plus dommage est encore qu’en surestimant ton intelligence (multipliant avec la verve d’un BHL les citations hétéroclites, Lao-Tseu, Kipling, Cavanna…) tu sous-estimes celle de tes auditeurs et lecteurs. Beaucoup ont rencontré et souffert de petits chefs, de manipulateurs et de leurs capos, en premier lieu au travail … et ne se reconnaîtront pas dans ton plaidoyer pour un état d’exception dans le code du travail dans l’intérêt d’un but (ou d’un être) supérieur.
    Maintenant je te connais François. Sache que notre prochaine rencontre se produira sous des auspices moins « délicats ».

    Benjamin

    Je laisse à celui que tu désignes comme ton père spirituel le dernier mot, ou plutôt une envolée incantatoire extraite de son interview dans la revue officielle de la SCAM suite au prix décerné pour l’ensemble de son œuvre :

    « Les patrons dignes de ce nom te font confiance une fois pour toutes, ce qui ne va pas sans une bonne engueulade de temps à autre. Discussion franche voire musclée entre professionnels. Les mauvais patrons, ceux avec lesquels tu n’as rien à partager tant ils ignorent la radio, se maintiennent par la peur. Ce sont des imposteurs, ils l’ont intégré et te le font payer, en jouant sur la précarité de ton statut. Ils font planer sur toi la menace, diffuse mais continuelle, d’être viré ; contrairement aux patrons légitimes qui n’ont pas besoin d’un tel artifice pervers pour exister »

    ▻http://www.scam.fr/Portals/0/Contenus/documents/lettres/A46.pdf

    #Ruffin #Benjamin_Fernandez

    • Le 8 juillet à 16:59, par Olivier Cyran En réponse à : Mes années Mermet

      Salut Ruffin,

      Toi et moi, on se connaît depuis un petit paquet d’années. Même si on n’a jamais eu d’atomes bien crochus, il me semble qu’on partageait une forme d’estime réciproque, due à notre allergie commune aux eaux boueuses de la presse dominante et à nos tentatives respectives de bâtir des espaces d’expression autonome – toi avec Fakir à Amiens, moi avec CQFD à Marseille. Certes, nous revendiquions des pratiques différentes : Fakir a toujours été le « journal à Ruffin », tandis que CQFD se définissait depuis ses débuts comme une aventure collective, sans patron ni rédac’chef. Nous nous retrouvions néanmoins sur de nombreux combats, en vertu desquels, comme dit l’adage, ce qui nous rassemblait restait plus fort que ce qui nous divisait. Je ne mesurais pas à quel point nos différences d’orientation ou de tempérament quant à nos manières d’opérer recoupaient en réalité un désaccord politique infiniment plus profond.

      En résumé, si j’ai bien compris l’interminable tirade que tu déroules à la gloire de ton ex-patron et de ta propre personne (réincarnations respectives de Michel-Ange et de Rudyard Kipling, corrige-moi si j’ai mal lu), « Là-bas si j’y suis » abritait à ton époque un grand, un immense reporter modeste et génial, toi-même, et puis un grouillement de médiocres, d’intellos et de faiblards, tous jetés à la baille sans que tu n’y trouves à redire, et même en te réjouissant, dis-tu, de les « voir couler ». En somme, tu confirmes les souffrances relatées dans mon article, mais en les justifiant au nom d’un darwinisme social brut de décoffrage combiné à la très haute considération que tu portes à ton nombril.

      Des médiocres, les Brygo, les Fernandez, les Aline L., les Scharf, les Hauter et tous les autres ? Les dizaines de reporters dévoués, corvéables et talentueux flingués par Mermet – des minus tout juste bons à se laisser noyer en silence ? Bien fait pour lui lorsque ton collègue de bureau se fait lyncher ?
      En bas de ton texte, tu revendiques l’imprimatur de quelques permanents anciens ou présents, mais je note que dans ce noble aréopage ne figurent ni la cheffe du répondeur, ni le réalisateur, ni son assistant, ni les deux reporters précaires qui s’échinaient pour « Daniel » depuis plusieurs mois. L’une des deux vient d’ailleurs elle-même d’être sabrée comme un bouchon de liège, dans l’indifférence souveraine de ses camarades mieux lotis. Sans doute manquait-elle d’« abnégation », elle aussi. Faut-il que ta mégalomanie ait enflé au-delà de toute proportion pour que tu ne remarques pas à quel point ta prose dégouline de morgue narcissique et de violence sociale. Amour de soi, mépris pour les autres. Sous les fatras illisibles de ta légende en construction, ton texte se donne à lire pour ce qu’il est : une apologie de l’individualisme le plus jaune. Par jaune, j’entends l’attitude qui consiste à flatter son taulier tout en s’essuyant les semelles sur les collègues virés ou maltraités. Habituellement, les jaunes évitent de fanfaronner. Il est vrai qu’ils peuvent toujours, surtout lorsqu’ils sévissent à gauche, se cramponner à une bonne cause quelconque pour justifier leur pleutrerie, leur égoïsme ou leurs ambitions. Le mange-merde fait ce qu’il peut pour continuer à se regarder dans une glace. De là à se pavaner…

      Le plus hallucinant, dans ton plaidoyer, c’est l’affirmation selon laquelle « Là-bas si j’y suis » se confond avec la personne de son producteur. Le Botticelli de France Inter ne ferait qu’un avec sa grande œuvre, qui doit mourir avec lui. Est-ce vraiment le meilleur service à rendre à cette émission de salubrité publique que de nier sa nature collective ? La défense de ton « père » impose-t-elle de compter pour rien les centaines de reportages réalisés au fil des ans par d’autres que lui et d’autres que toi ? Mermet a toujours personnalisé à l’extrême l’émission qu’il anime, s’abstenant soigneusement de préparer sa succession. Le seul fait d’envisager que l’émission puisse éventuellement survivre à son départ à la retraite – pourquoi pas sous un autre nom et selon des modalités un peu moins destructrices – est perçu de sa part comme un crime de lèse-majesté. En lui donnant raison, tu écartes par avance tout espoir de pérennisation d’un créneau journalistique hétérodoxe à France Inter. L’audience et la notoriété de LBSJS offriraient pourtant un solide point d’appui à l’engagement d’un rapport de forces avec la direction de Radio France : ils pourraient permettre de négocier la reprise de l’émission ou la création d’une émission de même nature par ceux des émules de Mermet qui ont eu la chance de ne pas se faire éclater en chemin. Je pensais que l’avenir de LBSJS te tenait à cœur. Manifestement, tu te soucies surtout de ta propre identification au rôle d’héritier.

      La sacralisation du grand chef – que ce soit sous la figure de l’entrepreneur, du leader politique ou du génie artistique –, c’est de cela justement que crève notre société pyramidale qui craque aux coutures. Ton texte, Ruffin, révèle une fracture qui va bien au-delà d’une simple opposition entre pro- et anti-Mermet. Elle touche selon moi à quelque chose de beaucoup plus essentiel. Je suis de ceux qui pensent que la crise actuelle est aussi une crise des structures de pouvoir. Que l’on fabrique des pneus chez Goodyear ou des reportages dans une émission de radio, on ne peut espérer se sortir de la déglingue qu’en partageant solidairement nos idées, nos ressources et nos savoir-faire. L’idée de l’autogestion peut te paraître utopique ou dérisoire, elle représente à mes yeux un espoir autrement plus fiable que la triste mythologie patronale et nombriliste que tu étales dans ton pensum. « Ce n’est jamais un plaisir de “tirer” sur son propre camp », précisait Article 11 en ouverture à mon papier. A vrai dire, je ne suis plus très sûr qu’on appartienne au même camp.

      Cordialement,

      #Cyran #Olivier_Cyran