• Oman’s Port Strategy – LobeLog
    https://lobelog.com/omans-port-strategy

    Within the Arabian Peninsula, Duqm and Salalah have much potential to further shape geopolitical relations amid strategic shifts in the regional balance of power. Any major investments by Saudi Arabia and the United Arab Emirates (UAE) in Duqm (and other Omani projects) should be watched closely for their effect on intra-Gulf politics. Some analysts contend that both countries are attempting to restrict the Sultanate’s geopolitical maneuverability as Muscat and Tehran try to maintain cooperative relations. As Riyadh and Abu Dhabi may use their petro-dollars to influence Oman’s future position in an increasingly polarized Gulf, they could use investments in Omani infrastructure projects as another way to gain leverage. Likewise, Oman’s trade infrastructure proved highly useful to Qatar last year when Doha needed alternatives to Jebel Ali as a logistics hub linking the emirate to the global economy.

    It goes without saying that Iran itself is a key factor in this equation. If tensions in the Strait of Hormuz escalate, Duqm and Salalah would need to prepare for any trade-related ramifications. The Omani government must stay vigilant and aware of any escalations of friction amid increasingly harsh rhetoric from Washington and Tehran that threaten to unleash an armed conflict in or near the strait. Yet the ports’ advantageous geographic locations could help Gulf states continue to sell their oil and gas in the event of such a crisis, as shipments via Duqm and Salalah will not need to travel through the strait. Whereas Saudi Arabia has its Red Sea coast and the UAE has one Emirate (Fujairah) outside the strait, which would enable these two states to continue exporting oil in the event of the strait’s closure, Bahrain, Kuwait, and Qatar are fully dependent on that artery for their hydrocarbon exports. As Amer No’man Ashour, chief analyst and economist at CNBC Arabia, explains:

    We all know that more than 30 per cent of oil shipments pass through the Strait of Hormuz and with this shift via the Port of Fujairah and the Duqm port, the GCC countries will ensure that their oil shipments are safe, and this will decrease the risk and the cost of insurance on ships… Al-Duqm Port is one of the best ever solutions to the oil issue… It is 800 kilometres away from UAE borders. We know that the UAE has had a partial solution via Fujairah with a capacity of 1.1 million barrels per day, but the production of the UAE is almost 3 million barrels per day. Most of Kuwait, Qatari and Saudi oil is produced in the eastern parts of the Gulf area and this new Omani port will be very suitable for exporting oil to the world.

    #oman #grand_jeu


  • ’Five years ago there was nothing’: inside Duqm, the city rising from the sand | Cities | The Guardian
    https://www.theguardian.com/cities/2018/aug/06/five-years-ago-there-was-nothing-inside-duqm-the-city-rising-from-the-s

    Potential investors examine a map of future plans for Duqm. All photographs: Wade Shepard

    by Wade Shepard in Duqm

    Oman’s sparsely inhabited coast of fishing villages and Bedouin camps is being transformed into industrial city with port, luxury hotels and housing for 111,000

    Five yers ago there was nothing here,” says Hamad Said Al Rawahi as he drives fast along a stretch of freshly paved highway in Oman’s coastal desert. He just picked me up from the side of the road in his shiny black Mercedes. I am hitchhiking – the closest thing to public transport out here.

    We are in Duqm, a nascent city about 300 miles (480km) from the capital, Muscat, that was a fishing village prior to 2011, when Oman reimagined it, along with a stretch of uninterrupted coastline and Bedouin camps, as a new special economic zone.

    #oman #extension_urbaine #urban_matter #teritoires_de_l_extension_urbaine #urbanisation ... syndrome chinois avec des projets pharaoniques du genre de “Forest City” en Malaisie aux ports de Singapour.


  • Armi italiane nel mondo: dove finiscono e chi colpiscono

    Bombe per decine di milioni di euro all’Arabia Saudita, che le usa nella guerra in Yemen. E le armi italiane finiscono pure in Nord Africa, Turchia e in tanti altri paesi del Medio Oriente. Un commercio che vede tra i protagonisti la #Rwm_Italia (della #Rheinmetall) e le autorità italiane che lo permettono. Una situazione così grave che gli attivisti hanno presentato un esposto.

    Più di 45 milioni di euro di bombe all’Arabia Saudita. Una fornitura che rappresenta un record non solo per la piccola azienda di Domusnovas in Sardegna, dove la Rwm Italia produce bombe aeree del tipo MK 82. MK83 e MK84 per conto della multinazionale tedesca Rheinmetall, ma per l’intera produzione italiana di ordigni.

    Un dato che, considerata la rilevanza a livello manifatturiero e soprattutto la criticità del destinatario e utilizzatore finale, dovrebbe apparire in chiara evidenza nella Relazione destinata al Parlamento. Di cui, invece, non si trova menzione nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2017” pubblicata – in totale silenzio (nemmeno un tweet per annunciarla) – lo scorso venerdì 4 maggio sul sito del Senato (ma non ancora disponibile su quello della Camera).
    Armi italiane in Medio Oriente e Nord Africa

    Della Relazione sul controllo del commercio di armi ci siamo in parte già occupati, commentando alcune anticipazioni offerte, in modo alquanto insolito, dal direttore dell’Unità nazionale per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama), Francesco Azzarello, con una sua intervista all’Ansa. Ma i dati che emergono dal documento ufficiale sono molto più preoccupanti di quelli finora anticipati.

    Innanzitutto perché, degli oltre 10,3 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione di materiali d’armamento rilasciate nel 2017 dal governo Gentiloni, il 57,5% è destinato a Paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato e prevalentemente ai paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Ma soprattutto perché tra i principali destinatati figurano nazioni belligeranti, monarchie assolute, regimi autoritari irrispettosi dei diritti umani, governi fortemente repressivi.

    L’esatto opposto di quello che ci si aspetterebbe: ai sensi della normativa nazionale che regolamenta questa materia, la legge 185 del 1990, le esportazioni di armamenti «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia» e dovrebbero essere regolamentate «secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 1).
    Guerra in Yemen e regimi: le armi italiane nel mondo

    L’elenco di questi Paesi è impressionante. Si comincia con il Qatar (4,2 miliardi di euro), a cui sono state fornite da Fincantieri quattro corvette, una nave per operazioni anfibie e due pattugliatori e in aggiunta il sistema di combattimento e missilistico della Mbda: un intero arsenale bellico che la sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, onorevole Maria Elena Boschi, nella sezione di sua competenza liquida sbrigativamente come una mera «fornitura di navi e di batterie costiere».

    Segue l’Arabia Saudita (52 milioni), a cui vanno aggiunti altri 245 milioni di euro per gli Efa “Al Salam” e i Tornado “Al Yamamah” riportati nei programmi intergovernativi.

    E poi Turchia (266 milioni), Pakistan (174 milioni), Algeria (166 milioni), Oman (69 milioni), Iraq (55 milioni), Emirati Arabi Uniti (29 milioni), Giordania (14 milioni), Malaysia (10 milioni), Marocco (7,7 milioni), Egitto (7,3 milioni), Tunisia (5,5 milioni), Kuwait (2,9 milioni), Turkmenistan (2,2 milioni).
    #Pakistan #Algérie #Oman #Irak #EAU #Emirats_Arabes_Unis #Jordanie #Malaysie #Maroc #Birmanie #Egypte #Tunisie #Kuwaït #Turkmenistan

    Come ha rilevato con un comunicato la Rete italiana per il Disarmo, «il risultato è evidente: gli affari “armati” dell’industria a produzione militare italiana si indirizzano sempre di più al di fuori dei contesti di alleanze internazionali dell’Italia verso le aree più problematiche del mondo».

    Armi all’Arabia Saudita: «Violati i diritti umani»

    Soprattutto le forniture di armamenti all’Arabia Saudita sono state oggetto di specifiche denunce da parte delle associazioni pacifiste italiane ed europee. Si tratta di forniture – non va dimenticato – che il Parlamento europeo ha chiesto con tre specifiche risoluzioni di interrompere ponendo un embargo sugli armamenti destinati all’Arabia Saudita «visto il coinvolgimento del paese nelle gravi violazioni del diritto umanitario accertato dalle autorità competenti delle Nazioni Unite» (risoluzione del Parlamento europeo sulle esportazioni di armi del 13 settembre 2017).

    Insieme all’’European Center for Constitutional and Human Rights (Ecchr) e all’organizzazione yemenita per i diritti umani Mwatana, lo scorso 18 aprile la Rete Italiana per il Disarmo ha presentato una denuncia penale alla Procura della Repubblica italiana di Roma.
    Autorità e Rwm Italia: chiesta apertura indagine

    Nella denuncia si chiede che venga avviata un’indagine sulla responsabilità penale dell’Autorità italiana che autorizza le esportazioni di armamenti (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento – Uama) e degli amministratori della società produttrice di armi Rwm Italia S.p.A. per le esportazioni di armamenti destinate ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita coinvolti nel conflitto in Yemen.

    La denuncia è estremamente dettagliata e riporta il caso di un raid aereo effettuato l’8 ottobre 2016, verosimilmente dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari, nello Yemen nord-occidentale, distruggendo la casa della famiglia Houssini e uccidendo sei persone, tra cui una madre incinta e quattro bambini. Sul luogo dell’attacco sono stati rinvenuti dei resti di bombe e un anello di sospensione prodotti da Rwm Italia.
    Rheinmetall nel mirino dell’azionariato critico

    Le associazioni non si sono limitate alla denuncia. Per sensibilizzare l’opinione pubblica la Fondazione Finanza Etica (Ffe) ha partecipato lo scorso 8 maggio a Berlino all’assemblea degli azionisti della Rheinmetall, l’azienda che controlla la Rwm Italia.

    All’assemblea era presente, in rappresentanza delle associazioni pacifiste italiane, Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. Numerose anche le organizzazioni tedesche che, acquistando azioni della Rheinmetall, hanno potuto partecipare all’assemblea dei soci: tra le altre va ricordata la banca cattolica Bank für Kirche und Caritas (presente in rappresentanza del network SfC-Shareholder for Change), Urgewald, Campact, varie associazioni cattoliche ed Ecchr (European Centre for Constitutional and Human Rights).

    Particolarmente significativo l’intervento di Bonyan Gamal, in cui l’attivista yemenita di Mwatana ha descritto la tragica morte della famiglia Houssini, suoi vicini di casa, centrati da una bomba prodotta dalla Rwm Italia.
    Mons. Zedda su Rwm Italia: «No a produzione di armi»

    Una presa di posizione quanto mai significativa è venuta dal vescovo di Iglesias, monsignor Giovanni Paolo Zedda. Il prelato è titolare della diocesi di cui fa parte Domusnovas, dove ha sede la fabbrica della Rwm Italia. Dopo aver ricordato nel suo messaggio la «gravissima situazione occupativa» nell’iglesiente, monsignor Zedda evidenzia che «la gravissima situazione economico-sociale non può legittimare qualsiasi attività economica e produttiva, senza che ne valutiamo responsabilmente la sostenibilità, la dignità e l’attenzione alla tutela dei diritti di ogni persona».

    «In particolare, non si può omologare la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente produce morte. Tale è il caso delle armi che – è purtroppo certo – vengono prodotte nel nostro territorio e usate per una guerra che ha causato e continua a generare migliaia di morti».

    E, in merito ai piani proposti dalla Rwm Italia per ampliare la fabbrica, monsignor Zedda afferma con chiarezza: «Qualunque idea di conservazione o di allargamento di produzione di armi è da rifiutare». Un messaggio che è stato accolto con grande attenzione dai partecipanti al convegno “Pace, lavoro, sviluppo”, che proprio in quei giorni si teneva a Iglesias per riflettere anche sulle prospettive di una possibile riconversione della fabbrica delle bombe.


    https://www.osservatoriodiritti.it/2018/05/15/armi-italiane-nel-mondo-arabia-saudita-yemen
    #armes #Italie #armement #commerce_d'armes #Arabie_Saoudite #Yémen #Turquie
    cc @albertocampiphoto

    • Armi italiane in Yemen: Governo del Cambiamento alla prova

      Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, vuole vederci chiaro sull’esportazione di armi italiane verso Arabia Saudita e altri Paesi coinvolti nel conflitto in Yemen. E si dichiara pronta a bloccare le vendite di armi «verso Paesi in guerra o verso altri Paesi che potrebbero rivenderle a chi è coinvolto». Nel frattempo, però, servirebbe più trasparenza.

      Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha annunciato ieri l’intenzione, «laddove si configurasse una violazione della legge 185 del 1990», di interrompere le esportazioni di armamenti a Paesi coinvolti in conflitti bellici. L’annuncio, pubblicato sulla sua pagina Facebook, fa seguito a una serie di dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi da diversi parlamentari del Movimento 5 Stelle (M5S) ed in particolare dal suo leader politico, Luigi Di Maio.

      Al termine della riunione della Cabina di Regia per l’Italia internazionale, il ministro dello Sviluppo economico, Di Maio, aveva infatti affermato:

      «Non vogliamo, ad esempio, continuare ad esportare armi verso Paesi in guerra o verso altri Paesi che, a loro volta, potrebbero rivenderle a chi è coinvolto in un conflitto bellico».

      Una dichiarazione salutata positivamente da alcuni parlamentari del M5S che hanno annunciato di voler avviare iniziative parlamentari «per imprimere un cambiamento anche in questo settore».
      Trenta chiede chiarimenti su esportazione armi italiane

      Ma torniamo alla dichiarazione del ministro della Difesa. A fronte delle «immagini di quel che accade in Yemen ormai da diversi anni», Elisabetta Trenta annuncia innanzitutto di aver chiesto «un resoconto dell’export, o del transito di bombe o altri armamenti dall’Italia all’Arabia Saudita». Il ministro, specificando agli organi di stampa che «fino ad ora, erroneamente, si era attribuita la paternità della questione al ministero della Difesa, mentre la competenza è del ministero degli Affari Esteri (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento-UAMA)», comunica di aver inviato «venerdì scorso una richiesta di chiarimenti, sottolineando – laddove si configurasse una violazione della legge 185 del 1990 – di interrompere subito l’export e far decadere immediatamente i contratti in essere».

      Si tratta, evidenzia, di «contratti firmati e portati avanti dal precedente governo» (leggi Armi italiane ai regimi autoritari). La titolare della Difesa annuncia infine di aver «allertato il collega Moavero, che sono certa si interesserà quanto prima dell’argomento». Al momento, dal ministero degli Esteri non risulta alcuna risposta. Ma la dichiarazione della Trenta evidenzia un’attenzione, finora inedita, da parte di un organo governativo, da non sottovalutare.
      Rete Disarmo e Amnesty su armi italiane vendute all’estero

      La Rete italiana per il Disarmo, che per anni insieme a diverse altre organizzazioni della società civile ha sollevato in varie sedi la questione, ha salutato positivamente la presa di posizione della ministro Trenta sulla questione delle vendite di bombe italiane all’Arabia Saudita, evidenziando che «va nella giusta direzione e verso l’unica e sola soluzione sensata e umana: lo stop di qualsiasi fornitura militare».

      https://www.osservatoriodiritti.it/2018/09/18/armi-italiane-in-yemen-arabia-saudita

    • Triplicherà la produzione la fabbrica di bombe in Sardegna che rifornisce i sauditi

      L’azienda tedesca investe sulle sue filiali all’estero per aggirare il blocco di forniture a Riyadh imposto da Angela Merkel

      #Rwm verso l’ampliamento. Il comitato di riconversione e Italia Nostra Sardegna in piazza per protestare: «Il comune di Iglesias non ci ascolta»

      La Rwm, la fabbrica di bombe situata a Domusnovas in Sardegna, triplicherà la sua produzione e amplierà le sue strutture su un territorio che rientra sotto il comune di Iglesias. È prevista la costruzione di due nuovi reparti produttivi; a giorni verrà pubblicata l’autorizzazione sull’albo pretorio comunale.

      Secondo Italia Nostra Sardegna, la richiesta di autorizzazione all’ampliamento è stata formulata in modo che i due reparti impiegati nel processo di miscelazione, caricamento e finitura di materiali esplodenti non vengano inquadrati come impianti chimici, così da eludere le valutazioni di Impatto ambientale e il coinvolgimento della Regione Sardegna. Con i due nuovi reparti la produzione passerà da 5 mila a 15 mila bombe l’anno.

      La Rwm è tristemente famosa per le forniture all’Arabia Saudita, che utilizza gli ordigni per bombardare i civili in Yemen nella guerra contro i ribelli sciiti Houthi che ormai va avanti dal 2015. La fabbrica è una filiale dell’azienda tedesca di armamenti Rheinmetall, il cui presidente Papperger già a maggio scorso dichiarava durante il consiglio di amministrazione il rinnovo di investimenti per il sito di Domusnovas. Gli investimenti sono arrivati e l’ampliamento ha ricevuto l’autorizzazione.

      In circa 18 mesi i lavori dovrebbero essere conclusi: a dare la tempistica approssimativa era stato proprio l’amministratore delegato di Rwm, Fabio Sgarzi, in un’intervista a La Nuova Sardegna lo scorso luglio. Proprio in quel periodo, infatti, la società aveva presentato la richiesta di ampliamento per la quale lo scorso 3 novembre è scaduta la prima fase autorizzativa.

      «Non possiamo essere complici di una tale sciagura» dichiara Arnaldo Scarpa, portavoce del Comitato di riconversione, che giovedì 8 novembre era in piazza assieme all’associazione Italia Nostra Sardegna per un sit in di protesta. Lo scorso luglio le due associazioni si sono costituite nella Conferenza dei Servizi, in cui vengono presi in considerazione gli interessi pubblici, per richiedere la necessità di una valutazione di impatto ambientale. Ma questa volta non sono stati ascoltati: in assenza di pareri contrari, la procedura di ampliamento va avanti. «Diventa così ancora più importante la protesta” continua Scarpa “Stiamo valutando gli estremi per un ricorso al Tar».

      È dal 2016 che la Rwm prova ad ampliarsi nel territorio di Iglesias: due anni fa, infatti, la società aveva richiesto l’autorizzazione per la costruzione di un nuovo campo per i test. Ma questa richiesta è al momento bloccata in fase istruttoria presso la regione Sardegna, in attesa di una Valutazione di impatto ambientale, istanza fortemente voluta dall’associazione Italia Nostra Sardegna. Fino ad ora, denunciano le associazioni, la politica locale non ha preso una posizione, sostenendo che l’approvazione o il rigetto delle autorizzazioni di ampliamento siano questioni puramente tecniche di competenza del Suap (Sportello unico per le attività produttive). «Ci siamo rivolti direttamente al Sindaco di Iglesias, al responsabile del Suap e al responsabile del procedimento del comune di Iglesias, speriamo che in questi giorni la situazione possa essere ribaltata” conclude Scarpa «la lotta non violenta continua e con maggiore motivazione».

      I progetti di espansione peraltro vanno nella direzione contraria a quella indicata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che in relazione al caso Kashoggi ha minacciato di sospendere il commercio di armi con l’Arabia Saudita. Di fatto però la Merkel sa benissimo che in mancanza di una regolamentazione definita sulle filiali all’estero, le grosse aziende tedesche di armi possono continuare a commerciare impunite.

      La Rheinmetall infatti sta implementando gli investimenti sulle sue due più grosse succursali all’estero: da un lato procede all’ampliamento della sarda Rwm e dall’altra ha appena ricevuto una grossa offerta dalla compagnia della difesa saudita Sami (Saudi Arabian Military Industries) per la sudafricana Rdm (Rheinmetall Denel Munition). Secondo una fonte anonima riportata dalla Reuters l’offerta ammonterebbe a un miliardo di dollari e riguarderebbe Denel, l’azienda che dal 2008 si è legata in una join venture con la Rheinmetall Waffe Munition tedesca e che attualmente detiene il 49% della filiale sudafricana. In tale modo i sauditi, con una quota di minoranza, entrerebbero di diritto nel consiglio di amministrazione e riuscirebbero ad impossessarsi di una grossa parte della fabbrica.

      Se nelle dichiarazioni politiche viene messa in discussione la possibilità di commerciare con l’Arabia Saudita, nei fatti quando si parla di affari milionari, la solidarietà tra i vari paesi coinvolti risulta più compatta che mai.

      https://www.dirittiglobali.it/2018/11/triplichera-la-produzione-la-fabbrica-di-bombe-in-sardegna-che-riforn
      #Allemagne




  • Oman : Des travailleuses domestiques victimes de la traite humaine et piégées. Une réforme systémique et de nouvelles lois sont nécessaires pour protéger les migrantes

    (Beyrouth) – À Oman, de nombreuses travailleuses domestiques migrantes sont piégées dans des conditions abusives, selon un rapport de Human Rights Watch publié aujourd’hui. Les autorités omanaises doivent immédiatement prendre des mesures pour réformer le système d’immigration restrictive qui lie les migrantes aux employeurs, leur permettre de bénéficier des protections déjà garanties par le droit du travail aux personnes employées dans d’autres secteurs, et enquêter sur tous les signalements de traite, de travail forcé et d’esclavage.

    https://www.hrw.org/fr/news/2016/07/13/oman-des-travailleuses-domestiques-victimes-de-la-traite-humaine-et-piegees
    #femmes #traite #trafic_d'êtres_humains #Oman #pays_du_golfe #travail #exploitation #néo-esclavagisme #travail_domestique


  • #Géopolitique du Sultanat d’Oman. Avec une carte et photos - Moyen-Orient
    http://www.diploweb.com/Geopolitique-d-Oman.html

    DIFFICILE de veiller le Sultanat d’#Oman tant les signaux sont de faibles bruits, davantage encore dans la sphère francophone. Peu de littérature académique et officielle, peu de dépêches, peu d’alertes, peu de visites médiatisées, donnent à entendre, à lire et à parler du Sultanat d’Oman. C’est d’ailleurs en des termes similaires que Pierre Razoux introduit sa note de recherche stratégique « Oman : future pièce maîtresse de la stratégie américaine dans le Golfe et l’Océan Indien » [1].
    Un Etat qui dispose d’une telle position géostratégique au #Moyen-Orient et qui demeure si discret interroge le curieux et sans aucun doutes les puissants et les puissances, dans les antichambres des ambassades et des ministères, des conseils d’administration et des états-majors. Monarchie absolue, islam, rente énergétique, voisins difficiles à fréquenter, vigie du #détroit_d’Ormuz et pourtant peu de vagues et quelques faits divers [2]. Vu de Paris, il s’agirait de créer des relations plus étroites avec Oman, alors que ses intérêts ont choisi plus massivement le Qatar et les Emirats Arabes Unis.


  • Immigration Detention in the Gulf:

    Labour migrants are a backbone of the economies of all the member states of the Gulf Cooperation Council—#Bahrain, #Kuwait, #Oman, #Qatar, Saudi Arabia, and the United Arab Emirates. While much has been reported on the abuses these workers often suffer, very little is known about what happens to them when they are arrested and detained. This GDP Special Report helps fill this gap. Based on a two-year investigation, this report shows that while all the Gulf states provide constitutional guarantees against arbitrary or unlawful arrest and imprisonment, they all make widespread use of forms of immigration-related detention for the purposes of punishing or deporting foreigners, often in situations that may be considered arbitrary or otherwise contrary to human rights norms. Read report.

    http://www.globaldetentionproject.org/publications/special-reports/immigration-detention-in-the-gulf.html
    #pays_du_golfe #travail #exploitation #détention_administrative #détention #Arabie_Saoudite


  • #Oman jails ex-minister for three years over #bribery
    http://english.al-akhbar.com/content/oman-jails-ex-minister-three-years-over-bribery

    An Omani court has sentenced a former minister to three years in jail over graft charges, in a first for the Gulf sultanate which has vowed to combat #Corruption, newspapers reported Monday. They said ex-commerce minister Mohammed bin Nasser al-Khusaibi was found guilty of bribing another official to award a contract linked to a Muscat airport expansion project to a company in which he was a shareholder. The Muscat court on Sunday also slapped Khusaibi with a hefty 800,000-riyal ($2-million) fine, the Oman Daily Observer said. read more


  • #GCC Security Pact: #Kuwait holding back
    http://english.al-akhbar.com/content/gcc-security-pact-kuwait-holding-back

    Turkish army fighter jets fly past the Kuwait Towers on February 25, 2014 during celebrations to mark Kuwait’s 53rd National Day and the 23rd Liberation Day. The first date commemorates the creation of Kuwait as a nation in 1961 while Liberation Day marks the end of Iraq’s occupation in 1991. (Photo:AFP/Yasser al-Zayyat) Turkish army fighter jets fly past the Kuwait Towers on February 25, 2014 during celebrations to mark Kuwait’s 53rd National Day and the 23rd Liberation Day. The first date commemorates the creation of Kuwait as a nation in 1961 while Liberation Day marks the end of Iraq’s occupation in 1991. (Photo:AFP/Yasser al-Zayyat)

    Kuwait continues to be the last bastion against the Gulf Cooperation Council’s (...)

    #Mideast_&_North_Africa #Articles #Bahrain #Oman #Saudi_Arabia


  • Omanis kidnapped in #Lebanon released
    http://english.al-akhbar.com/content/omanis-kidnapped-lebanon-released

    Two Omanis kidnapped this week in eastern Lebanon have been freed, their country’s foreign ministry said on Sunday. The pair were “safe and well at the Omani embassy in Beirut,” the ministry said in a statement, without disclosing any details about their release. The ministry thanked the Lebanese authorities for their role in securing the release of the captives. Lebanon’s National News Agency said the pair were freed overnight Sunday and were at the Omani embassy in Beirut waiting to be repatriated read more

    #kidnapping #Oman #Top_News


  • Burundi : des descendants d’Omanais veulent être reconnu par leur pays - Burundi - RFI

    http://www.rfi.fr/afrique/20130827-burundi-descendants-omanais-reclament-leur-pays-reconnaisse-apatrides?n

    Une cinquantaine de ceux que les Burundais ont toujours appelées « les arabes » ont organisé un sit-in hier, lundi 26 août devant les bureaux du Haut commissariat pour les réfugiés (HCR) au Burundi, pour réclamer que leur pays d’origine, le richissime Sultanat d’Oman, leur accorde la nationalité de ce pays, ou alors qu’ils soient reconnus pour ce qu’ils sont dans les faits : des apatrides. Hommes, femmes et enfants ont manifesté silencieusement, brandissant des pancartes disant « Non à l’apatridie » ou encore : « Nous voulons rentrer chez nous à Oman ». Mais les choses ne sont pas si simples.

    #burundi #minorités #oman #omanais


  • Oman: Free Reform Activists |

    Human Rights Watch
    http://www.hrw.org/news/2013/02/21/oman-free-reform-activists

    Omani authorities immediately should release and expunge the convictions of a group of reform activists jailed solely for exercising their rights to freedom of expression and association. Twenty-four members of the group who are serving prison terms have been on hunger strike since February 9, 2013, to draw attention to their plight.

    #Oman



  • TRANSEUROPEENNES ::Mao, encens et lune
    http://www.transeuropeennes.eu/fr/articles/213/Mao_encens_et_lune
    Traduction d’extraits de l’autobiographie de l’intellectuel libanais Fawwaz Traboulsi, par Véronique Bontemps et présentation par Franck Mermier :

    Les deux textes présentés ici sont tirés de son essai autobiographique Sourat al-fatat bil-lawn al-ahmar (L’image du jeune homme en rouge), dans lequel il relate son experience de militant communiste au Liban, au Royaume-Uni, au Yémen et dans le Dhofar. Dans la péninsule Arabique, Fawwaz Traboulsi a été un acteur politique et un chroniqueur des changements politiques. Il a ainsi fortement contribué à la redaction de l’ouvrage Arabia without Sultans signé par Fred Halliday et publié en 1974. C’est avec ce dernier qu’il s’est rendu dans le Dhofar, voyage périlleux réalisé à partir du Yémen du Sud et dont il rend compte dans ce texte. Intellectuel engagé mais aussi acteur majeur de la vie politique libanaise avec la fondation de l’Organisation de l’Action Communiste au Liban qui joua un rôle important durant la guerre civile libanaise et dans la résistance contre l’occupation israélienne. Le texte publié ici relate cette effervescence militante des années 1970 au Liban, l’enthousiasme parfois échevelé d’une jeunesse souhaitant rompre avec les pesanteurs et injustices d’une société libanaise régie par un système confessionnel que la guerre aura finalement renforcé. Ces rêves de justice sociale et de laïcité ne sont cependant pas éteints et Fawwaz Traboulsi livre par ce témoignage la vision d’un dirigeant qui n’aura pas failli dans ses convictions alors que tant d’autres changeaient de bord ou abandonnaient la politique.

    Franck Mermier

    Et un autre conseil de lecture : Warda, de Sonnalah Ibrahim, chez Actes Sud (en partie basé sur le témoignage de F. Traboulsi)
    #Liban
    #Oman
    #Yemen


  • Protests break out in Omani city - Middle East - Al Jazeera English
    http://english.aljazeera.net//news/middleeast/2011/04/201142215140646886.html

    At least 1,000 protesters have taken to the streets in Oman’s southern port city of Salalah in one of the biggest pro-reform demonstrations since scattered unrest began in the Gulf Arab sultanate two months ago.

    The protesters assembled in a car park across the street from the governor’s office on Friday, where a preacher led mid-day prayers and led them on a march across the city.

    “The Omani people are not afraid of protesting for as long as it takes for reform, [but] first and foremost is to get government officials, who have been embezzling funds for years, to stand trial,” Amer Hargan, the leader, told the crowd.

    #oman


  • #Oman : les heurts entre la police et des opposants ont fait six morts - LeMonde.fr
    http://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2011/02/28/oman-les-heurts-entre-la-police-et-des-opposants-ont-fait-six-morts_1485897_

    Les affrontements de dimanche entre la police et des opposants ont fait six morts dans la ville de Sohar, à Oman, ont annoncé lundi des sources hospitalières. Le premier bilan faisait état de deux morts. Les routes menant à la région de Sohar, dans le nord du pays, où se trouvent des raffineries et une usine d’aluminium, sont bloquées par des manifestants, et un supermarché a été vu en flammes dans cette ville industrielle, ont annoncé lundi des témoins.


  • AFP : Western arms makers eye lucrative Mideast market
    http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5gYuIbPZ40JULzDaBUMv4VHZjhmFg?docId=CNG.a0d7b7b8196bf0fd9798e07825395bd

    Une grande foire de vente d’#armes se tenait dans le Golfe en plein pendant la brutalissime répression des manifestants en #Libye et ailleurs.

    The six Gulf Cooperation Council countries — #Saudi_Arabia, #Bahrain, #UAE, #Oman, #Qatar, #Kuwait — along with Jordan are set to spend $68 billion (49.6 billion euros) on defence in 2011, according to research firm Frost & Sullivan. Their spending is expected to reach nearly $80 billion in 2015.

    “Undeniably, in the Gulf there are very big budgets that we don’t have in #Europe,” said Christian Mons, president of French Land Defence Manufacturers Association (GICAT).

    The dynamic market is a godsend for Western contractors as defence budgets at home are being curbed, particularly in the United States and in Western Europe. But they are faced with increasing competition from emerging economies. The #Chinese, #Ukrainian and #South_African stalls at the event expanded the most this year.


  • Novembre 2009, les américains sont toujours à la manœuvre pour Radio Sawa ; là, ils tentent de faire autoriser la diffusion de la radio de propagande américaine en arabe à Oman.

    23.11.2009 : OMAN : DIM PROSPECTS FOR RADIO SAWA - Nyheter - Wikileaks - Aftenposten.no
    http://www.aftenposten.no/spesial/wikileaksdokumenter/article4025306.ece

    In recent months, Embassy Muscat has worked, in formal meetings and behind the scenes, to discern current Omani thinking on the possibility of Radio Sawa being permitted to broadcast on the Sultanate´s FM spectrum. Most recently, the Ambassador´s first call on the Minister of Information provided what is likely as decisive (albeit not encouraging) a response as will be given.

    #cablegate #Radio_Sawa #Oman



  • Le sultanat d’#Oman a démantelé un énorme réseau d’espionnage qui touche les plus hauts niveaux de son gouvernement. Il accuse les services des #Émirats_arabes_unis.
    http://www.watan.com/مواقع-ومدونات/مصادر-خليجية-شبكة-التجسس-الامارتية-جزء-من-مشروع-اسرائيلي-لضم-سلطنة-عمان-الى-د

    اكدت مصادر خليجية مطلعة لشبكة نهرين نت الاخبارية ، ان هناك اكثر من مجرد ازمة في العلاقات بين سلطنة عمان ودولة الامارات العربية المتحدة ، اثر نجاح المخابرات العمانية في تفكيك شبكة تجسس واسعة تقف وراءها اجهزة الاستخبارات العسكرية لدولة الامارات . وقالت هذه المصادر ان ضبط السلطات العمانية لشبكة التجسس الامارتية في الشهر الماضي ، كشف عن ان مهمة هذه الشبكة ، هي اكثر من جمع المعلومات العسكرية والامنية والسياسية والاقتصادية عن سلطنة عمان ، وانما هدفها كسب ولاءات ضباط وسياسيين عمانيين، لدولة الامارات لخدمة مشروع استراتيجي وهو التحضير لمرحلة مابعد السلطان قابوس من اجل احتواء سلطنة عمان والتمهيد لضمها لدولة الامارت في مشروع كونفدرالي .