In Umbria il progetto #Resta dà nuova vita agli uliveti marginali abbandonati
#Massimiliano_Buratta ha lanciato nel 2026 un’iniziativa per recuperare appezzamenti nelle colline intorno a Perugia, riscoprendo le varietà tradizionali. Con un crowdfunding l’iniziativa ambisce a creare nuove opportunità di lavoro
“La terra ha bisogno di presenza”: lo ha scritto Massimiliano Buratta sul sito di Resta, il progetto che ha avviato nel corso del 2026 in Umbria con l’obiettivo di recuperare uliveti marginali e coinvolgere una comunità a sostegno della sua iniziativa.
“Da diversi anni mi occupo di olivicoltura, dalla potatura alla gestione della pianta a tutto tondo. L’idea di Resta -racconta ad Altreconomia– nasce da ciò che ho osservato in questi anni rispetto alla cura che va data agli ulivi. Quella di cui necessitano infatti è continua nel tempo: nel momento in cui vengono abbandonati, anche solo per qualche anno, la produzione di olio si riduce e diventa più oneroso tornare a ‘riformare’ e recuperare le piante”.
Buratta ha 32 anni e prima di dedicarsi agli ulivi è stato un programmatore nell’ambito dell’automazione industriale: il sito e la scelta di strutturare una campagna di crowdfunding godono di alcune competenze che vengono dal suo passato, prima di entrare in disoccupazione, prendere un casolare con degli amici, a Collemancio, vicino Bevagna (PG), e iniziare a lavorare in ambito agricolo, dedicandosi per quattro anni all’apprendistato.
Resta è una piattaforma che permette di seguire tutte le attività legate alla gestione dei dieci uliveti attualmente curati da Massimiliano Buratta, nove dei quali in affitto e uno di famiglia, per un totale di cinquemila metri quadrati. “La gran parte sono abbandonati e tutti sono marginali”, spiega.
In questo caso per “marginali” si intendono uliveti caratterizzati da sesti d’impianto ampi, terreni in pendenza e difficoltà di accesso: condizioni che determinano una bassa resa per ettaro, tipica di molta olivicoltura italiana, e che rendono difficile competere sui mercati nazionali e internazionali con quella spagnola, che ha puntato invece su poche varietà coltivate e sesti d’impianto molto stretti, a scapito della biodiversità e anche del paesaggio. Nei dieci uliveti, oltre a Frantoio, Leccino e Moraiolo -le tre cultivar più diffuse nel Centro Italia- si trovano anche Pendolino e Dolce Agogia, varietà autoctone dell’area delle Colline del Lago Trasimeno.
“La maggior parte degli uliveti sono a Montelaguardia, a circa 400 metri sul livello del mare” aggiunge. Montelaguardia è una frazione collinare di Perugia. Qui -dall’osservazione e dalla relazione- nasce Resta, il cui credo può essere riassunto in tre claim: “Olio tracciabile, territorio curato e impatto visibile”.
Quella del 2026 sarà la prima raccolta. Buratta spiega che dei quasi cinque ettari di oliveto che gestisce non tutti ad oggi sono produttivi: chi acquista la bottiglia special edition permette al progetto di crescere e a lui -che oggi fa altri due lavori- di dedicarsi a riformare tutti gli uliveti, alcuni dei quali hanno bisogno di interventi profondi per tornare a produrre. Tutti i passi in corso e quelli futuri sono descritti sul sito, grazie a codici “scritti a mano” che permetteranno -a partire da ogni bottiglia acquistata- di leggere il lavoro di recupero, le lavorazioni svolte in campagna, la geolocalizzazione e le foto delle piante.
Le pratiche agricole di Resta sono improntate al basso impatto e con l’utilizzo di trattamenti di origine naturale. Contro la mosca, ad esempio, si usa il caolino, che è calce, o le trappole attract and kill, con un feromone che è specifico per la mosca ma non è pericoloso per altri insetti utili.
In vista dell’autunno 2026 Buratta ha immaginato anche una bottiglia speciale, una supporter edition di 100 bottiglie, tutte numerate, ognuna delle quali è associata al supporto di 20 metri quadrati di paesaggio agricolo: “Ogni utente sulla piattaforma avrà accesso a una dashboard personale con tutte le informazioni”, racconta Buratta, che al momento porta avanti il progetto da solo, salvo coinvolgere altre persone per la raccolta.
“Tutto è iniziato con un post su Facebook in cui scrivevo che ero alla ricerca di uliveti abbandonati e marginali. Sono stato contattato da tante persone e ho dovuto fare una selezione. Non ho ancora l’assetto o la capacità economica e gestionale per un numero maggiore. Quest’anno posso stimare al massimo una produzione di 500 litri -racconta-. Nel tempo, però, vorrei riuscire a portare lavoro in un settore che, per quello che ho potuto osservare, vede molto caporalato e molta occupazione irregolare. Il mio obiettivo è conciliare il lavoro alla tutela dei nostri paesaggi e della cultura che c’è dietro all’olio extravergine d’oliva”.
Le olive raccolte non saranno mescolate: ogni appezzamento racconta una storia, dietro la quale ci sono una persona o una famiglia “che me ne ha affidato la cura e vorrei far emergere anche questi volti”. Il futuro dell’olivicoltura italiana dipende anche dalla capacità di comunicare la sua unicità, che è legata a nomi, cognomi e storie di un’agricoltura contadina che non va difesa nella trappola dell’identità ma accompagnata nel futuro.
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