• J’ai été formée à peser la douleur et la souffrance, à les mesurer et à déterminer laquelle est la pire et laquelle est digne de mon attention. On m’a appris à me sentir coupable de tous les « privilèges » que j’avais et à croire que je les avais aux dépens de ciels qui étaient plus marginalisé·e·s que moi. Personne ne s’est vraiment arrêté pour m’expliquer pourquoi c’était le cas, ou d’où venait ce manque. Personne ne m’a expliqué pourquoi le fait que j’aie un endroit où vivre signifierait que quelqu’un d’autre n’en ait pas, ou pourquoi le fait que mon humanité soit reconnue signifierait que celle de quelqu’un d’autre ne le soit pas, ou encore pourquoi le fait que je ne vive pas (plus) dans une pauvreté abjecte signifierait que je devais « rendre ce que j’avais ».

      #identité #privilège #capitalisme #solidarité

    • incroyable le nombre d’épisodes du podcast de fuckingcancelled... mais en anglais. Quelqu’un connait des émissions sur le même thème en français ?

  • Donne lavoratrici immigrate tra oppressioni e resistenze: generare percorsi di trasformazione sociale

    Quali cambiamenti e processi di trasformazione possono essere messi in moto dall’intraprendere un percorso collettivo e autorganizzato di lotta sindacale sul luogo di lavoro, sia per le soggettività che vi prendono parte, sia per la collettività e i territori in cui queste lotte avvengono?

    È questa la domanda da cui ha preso avvio una ricerca empirica qualitativa che mi ha portato tra i mesi di maggio e ottobre 2021 a conoscere e intervistare svariate lavoratrici immigrate e attivisti/e di diverse realtà politico-sociali coinvolte in due percorsi di lotta dentro e fuori i rispettivi luoghi di lavoro dal 2018 ad oggi. I due casi studio analizzati si trovano in Emilia-Romagna, crocevia strategico per l’attività logistica di tutto il paese, e rappresentano due eccellenze del made in Italy conosciute a livello internazionale: lo stabilimento produttivo di un’azienda alimentare famosa per l’esportazione di prodotti di qualità e i magazzini di imballaggio e spedizione di un colosso dell’e-commerce nell’ambito della moda di lusso.
    Diversi luoghi di impiego, comuni condizioni: essere donne immigrate nel mercato del lavoro italiano

    Al 1 gennaio 2020 (ISTAT) si registrano in Italia 2.607.959 donne straniere, circa il 51,7% della popolazione immigrata europea ed extraeuropea regolarmente residente con un tasso di occupazione che si attesta attorno al 50,7% (in linea con il tasso di occupazione delle donne italiane, 50,2%), rappresentando circa il 43% della manodopera straniera totale, che nel 2019 risultava essere di 2.505.186 persone straniere con un’incidenza di quasi l’11% sulla forza lavoro complessiva del paese (Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche Sociali, 2020). È necessario precisare che questi dati non comprendono le stime del lavoro sommerso, ampiamente diffuso in tutta la penisola e che interessa un’importante fetta della popolazione immigrata (per approfondimenti: Fondazione Leone Moressa, 2020).

    Le occupazioni in cui si trovano maggiormente impiegate le donne immigrate sono caratterizzate da un’alta intensità lavorativa in settori che difficilmente possono essere delocalizzati all’estero e che necessitano di un abbattimento dei costi del lavoro vivo per mantenere un’alta competitività nel mercato o per renderli accessibili alla massa della popolazione (Cvajner, 2018). Questa segregazione lavorativa verso impieghi squalificati e spesso squalificanti determina che se la metà dei lavoratori italiani copre almeno 44 diverse professioni, il 50% degli occupati stranieri si concentra in solo 13 professioni. Se si restringe lo sguardo sulle donne, emerge che la metà delle lavoratrici italiane ricopre circa 20 professioni, mentre il 50% delle lavoratrici immigrate appena 3 ambiti occupazionali: servizi domestici, cura alla persona, pulizie (IDOS, 2020).

    Vi sono altri due settori in cui per specifiche mansioni si concentra un alto numero di manodopera straniera femminile e anch’essi sono caratterizzati da alta intensità di lavoro e dalla necessità di una forza lavoro flessibile, adattabile, attivabile al bisogno e disponibile ad orari anomali: i settori agricolo e logistico. In riferimento a quest’ultimo, i principi logistici di efficienza, tempestività, flessibilità, affidabilità e economicità che influenzano l’organizzazione del lavoro lungo tutta la filiera produttiva inserita in un sistema economico sempre più improntato alle modalità pull di produzione snella, Just in Time e toyotista, riscontrano nella manodopera immigrata femminile quelle vulnerabilità situazionali e sistemiche che la rendono facilmente sfruttabile.

    È all’interno di questa cornice che si ritrovano le donne protagoniste di questa ricerca, le quali ricoprono una posizione lavorativa regolata dai principi logistici sopra brevemente descritti e alle quali vengono imposte condizioni comunemente segnate da: sottoinquadramenti sistemici e conseguenti sottoretribuzioni; rapporti contrattuali esternalizzati e appaltati; ritmi frenetici, flessibili e mala gestione degli orari di lavoro; precarietà contrattuale dovuta ad un utilizzo scorretto dello strumento della “cooperativa” e della prassi diffusa del “cambio appalto”; clima e atteggiamenti antisindacali e violenze verbali e simboliche dal carattere sessista e razzista (SI Cobas, 2017).

    Per comprendere le ampie cause strutturali alla base di queste condizioni lavorative e di vita e, allo stesso modo, delle motivazioni che hanno spinto a mobilitarsi, è necessaria una prospettiva d’analisi intersezionale (Crenshaw, 1989) capace di riconoscere e tenere assieme i molteplici assi lungo cui scorrono simultaneamente discriminazioni e oppressioni. In questo caso, analizzando la condizione delle sette lavoratrici intervistate, gli assi intersecati dal loro locus sociale (Ribeiro, 2020) sono: il genere femminile; la classe sociale lavoratrice operaia; il background migratorio; lo status giuridico (cittadinanza straniera-permesso di soggiorno); la nazionalità/etnia (Marocco, Tunisia, Ucraina, Moldavia, Filippine); il ruolo familiare di madre.

    Queste donne, quindi, intersecano vulnerabilità e subalternità legate non solo alle necessità economiche. Tutte hanno infatti raccontato di come siano consapevoli di essere manodopera facilmente ricattabile e di come vengano quotidianamente poste di fronte a scelte escludenti e peggiorative per sé stesse e per la propria famiglia: per garantire il proprio permesso di soggiorno e quello dei figli minorenni, nati e cresciuti in Italia, necessitano di mantenere un contratto di lavoro in occupazioni che non rispettano i loro diritti e che non lasciano la possibilità di conciliare i compiti di cura e di riproduzione sociale, trovandosi per di più impossibilitate nel mettere in discussione questi ruoli familiari dato che anche i loro partners sono soggetti a simili condizioni lavorative. Usando le parole di una delle lavoratrici, non resta altra scelta che attivarsi e reclamare giustizia:

    «Si inizia ad iscriversi e a lottare innanzitutto per la disperazione, per come ci trattano i padroni: se no un’altra ragione non c’è per cui delle lavoratrici escano fuori a fare sciopero.»

    Ecco che, come afferma Anna Tsing, l’analisi del sistema della logistica è necessaria per capire i dilemmi della condizione umana odierna: le diseguaglianze e le differenze preesistenti sono più che mai reali e sfruttate, rivitalizzate e usate a proprio favore anche dal supply chains capitalism, agendo così un supersfruttamento (Tsing, 2009).

    Lo spazio sociale occupato da queste donne non deve però essere inteso in modo deterministico o passivizzante: come dimostrano i due casi studio, può rappresentare un luogo dal quale si costruiscono percorsi di lotta e rivendicazioni dal carattere plurale, inclusivo, reticolare.
    Generare processi di trasformazione e cambiamenti individuali e collettivi

    Grazie alla prospettiva intersezionale che ha permesso di considerare le ampie cause alla base di questi sfruttamenti, ho potuto allo stesso modo cogliere come queste mobilitazioni siano indispensabilmente e intrinsecamente coinvolte con altre cause sociali, ad esempio quelle per la revisione del sistema dei permessi di soggiorno e contro la violenza di genere, e come abbiano fin da subito intrecciato altre realtà politiche (dal basso e istituzionali) travalicando i confini della fabbrica e andando oltre le rivendicazioni più prettamente sindacali.

    I risultati emersi dalla ricerca evidenziano pertanto diversi cambiamenti che hanno influito sulle singole lavoratrici e sulla collettività tutta.

    Per quanto riguarda le lavoratrici, sono stati registrati cambiamenti a livello di:

    adeguamento contrattuale, salariale e di gestione dei tempi di lavoro: miglioramenti che hanno influito anche sulla qualità della vita extra-lavorativa della donna e di tutto il nucleo familiare;
    apprendimento e sviluppo di sapere esperto utile per affrontare situazioni di difficoltà, diventando un punto di riferimento anche per familiari e conoscenti;
    coscientizzazione e nuova percezione del sé, delle proprie possibilità e capacità di agency, sia ai propri occhi che a quelli delle persone esterne, determinando prese di parola e processi di autodeterminazione importanti;
    rafforzamento e ampliamento delle reti sociali e di supporto formali e informali;
    socializzazione ai movimenti sociali e alle realtà politiche presenti sul territorio, anche per i propri partners e figli/e: queste donne si sono fatte soggetti politici attivi ponendosi come cittadine attiviste (Montagna, 2017) capaci di atti di cittadinanza e di richieste di giustizia forzando il concetto formale di cittadinanza. (Cherubini, 2018; Isin, 2008).

    Gli impatti sulle comunità coinvolte si possono riassumere nei seguenti punti:

    – la diffusione di presidi di giustizia e legalità, richiamando i vari attori sociali alle loro responsabilità, diffondendo tra la cittadinanza consapevolezza in merito a queste tematiche e impedendo che alcune prassi corrotte possano replicarsi facilmente in altre fabbriche e in altri territori;
    - una rivitalizzazione delle reti sociali e delle realtà sindacali e di movimento che ha permesso contaminazioni e intersezioni delle lotte, maggiore coesione comunitaria e la costruzione di nuovi spazi e reti cittadine che trattano varie questioni politico-sociali di interesse comune;
    - costruzione di solidarietà e un contributo al processo di ricomposizione di classe.

    Conclusioni

    Ciò che emerge da questa ricerca a livello locale in riferimento ai risvolti positivi riscontrati, è che questi percorsi collettivi autorganizzati hanno generato importanti processi di cambiamento, di auto- emancipazione e trasformazione in senso migliorativo tanto per le singole soggettività quanto a livello comunitario e sociale verso la costruzione di una classe per sé combattendo pregiudizi, sfiducia, isolamento e individualismo che caratterizzano i luoghi di lavoro e la società intera. Come ha detto una lavoratrice:

    «Se noi prendiamo un frutto, sarà per tutti. È una lotta che è sempre per tutti. […] l’importante è che l’abbiamo fatta, l’importante è che si fa. E si fa per le nostre generazioni: magari un domani un’altra italiana che ha visto la nostra lotta, ce la fa anche lei!».

    Bibliografia

    Cherubini Daniela
    2018 Nuove cittadine, nuove cittadinanze? Donne migranti e pratiche di partecipazione, Milano, Maltemi Linee.

    Crenshaw Kimberlè
    1989 Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Policies, «The University of Chicago Legal Forum», 1.

    Cvajner Martina
    2018 Sociologia delle migrazioni femminili. L’esperienza delle donne post-sovietiche, Bologna, Il Mulino.

    Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione (a cura di)
    2020 X Rapporto annuale. Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

    Fondazione Leone Moressa
    2020 Immigrazione e lavoro nero, Economia dell’immigrazione

    IDOS Centro Studi e Ricerche
    2020 Dossier statistico Immigrazione 2020, Roma, IDOS.

    Isin Engin
    2008 Theorizing acts of citizenship, in Acts of citizen ship, a cura di E. Isin e G. Nielsen, London-New York, Zed Books.

    ISTAT, Stranieri residenti al 1 gennaio

    Montagna Nicola
    2017 Dominant or subordinate? The relational dynamics in a protest cycle for undocumented migrant rights, «Ethnic and Racial Studies».

    Ribeiro Djamila
    2020 Il luogo della parola, Alessandria, Capovolte.

    SI Cobas
    2017 Carne da macello. Le lotte degli operai della logistica e il teorema repressivo contro il SI COBAS e le conquiste dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, Roma, Red Star Press.

    Tsing Anna
    2009 Supply chains and the human condition, «Rethinking Marxism», 21(2).

    https://www.meltingpot.org/2022/04/donne-lavoratrici-immigrate-tra-oppressioni-e-resistenze-generare-percor
    #femmes #femmes_migrantes #migrations #travail #résistance #oppression #Italie #Emilie-Romagne #made_in_Italy #conditions_de_travail #logistique

  • Uno sguardo decoloniale sullo studio delle migrazioni
    https://www.meltingpot.org/2022/08/uno-sguardo-decoloniale-sullo-studio-delle-migrazioni

    Il dominio coloniale e la sua storia di sfruttamento, oppressione e crudeltà non sono mai terminati. Dalle condizioni in cui sono costrette a lavorare le donne in India nell’industria tessile, oppure costrette a farsi togliere l’utero per essere più produttive nelle piantagioni di canna da zucchero, fino ai braccianti costretti a lavorare in condizioni disumane nei campi di pomodori: gli esempi sono tanti. Nonostante la decolonizzazione „formale“, ossia l’autonomia politica e in parte anche economica riconquistata a caro prezzo dai Paesi colonizzati, le strutture del colonialismo continuano a perpetuarsi, riproducendo pressoché le stesse, se non ancora più crudeli e spietate, (...)

  • Raoul Vaneigem : « Contre le capitalisme, une révolution maraîchère » Par Catherine Marin - Reporterre - Entretien — Séries d’été
    https://reporterre.net/Raoul-Vaneigem-Contre-le-capitalisme-une-revolution-maraichere

    Écrivain engagé, acteur essentiel de l’Internationale situationniste, avec Guy Debord, médiéviste, Raoul Vaneigem a publié une cinquantaine de livres https://wikimonde.com/article/Raoul_Vaneigem depuis son Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations, qui participa à l’embrasement des universités en Mai 68. Un passionnant livre d’entretiens avec Gérard Berréby, Rien n’est fini, tout commence , paru en 2014 aux éditions Allia https://www.editions-allia.com/fr/livre/695/rien-n-est-fini-tout-commence , permet de mieux comprendre sa trajectoire, des milieux ouvriers du Hainaut belge à la défense du socialisme autogestionnaire.
    Parmi ses dernières publications, Rien ne résiste à la joie de vivre (éd. Grevis, 2022) et Retour à la vie (éd. L’insomniaque, à paraître en octobre). Un essai, d’Adeline Baldacchino, lui a récemment été consacré : Raoul Vaneigem — Une politique de la joie (éd. Michalon, 2022).

    Reporterre — Le 10 mai dernier https://reporterre.net/Desertons-des-jeunes-ingenieurs-appellent-a-refuser-les-jobs-destructeur , des étudiants d’AgroParisTech dénonçaient publiquement l’enseignement reçu, complices à leurs yeux des « ravages sociaux et écologiques en cours ». Après d’autres, ils appelaient à bifurquer https://reporterre.net/Comment-la-desertion-gagne-la-France pour des « vies moins cyniques », notamment à la campagne. Sont-ce là les germes d’une rébellion que vous appelez depuis longtemps de vos vœux contre le capitalisme et son mépris de la vie ?

    Raoul Vaneigem  — Quitter les centres urbains pour reprendre contact avec la nature n’est plus comparable au repli champêtre qui motiva les hippies, dans la retombée du Mouvement des occupations de Mai 68. Aux rêveurs bucoliques, les pesticides auraient tôt fait de rappeler que le profit répand ses remugles en tous lieux. Le choix de la campagne va bien au-delà d’une réaction d’autodéfense de la vie en proie à la pollution urbaine.

    L’ironie de l’histoire nous remet ici en mémoire les luttes communalistes qui, aux XIIe et XIIIe siècles, voient les villes naissantes se soulever, en Catalogne, en Italie du Nord, en Allemagne, en France occitane et picarde, contre la tyrannie des seigneurs féodaux. L’importance croissante du libre-échange, qui inaugure la lutte du capitalisme contre un immobilisme agraire, cadenassé par l’aristocratie, est alors l’élément moteur d’une lutte dressant la bourgeoisie des villes contre la puissance oppressive des féodaux https://www.mollat.com/livres/660017/raoul-vaneigem-le-mouvement-du-libre-esprit-generalites-et-temoignages-sur-l . Cependant, ce projet d’émancipation révèle très vite son ambiguïté. Dans sa Complainte des tisserandes https://www.chants-de-lutte.com/la-complainte-des-tisserandes , Chrétien de Troyes se fera l’écho de la nouvelle oppression. Pour avoir nourri les luttes communalistes, le slogan « l’air des villes rend libre » servira de tremplin à l’idéologie d’un bonheur terrestre débarrassé des dieux et de leur tutelle.

    L’attrait de la campagne tient à ce qu’elle offre de nouvelles assises aux luttes qui s’esquissent aujourd’hui, inséparablement existentielles et sociales. Car, en dehors de l’obstination des Gilets jaunes, la stagnation des combats revendicatifs est atterrante. La révolte aspire à se frayer d’autres voies. La campagne offre à la perspective d’un bouleversement collectif et individuel ce que l’on pourrait qualifier de « champ de bataille démilitarisé » , un lieu des possibles, ouvert aux gageures de la poésie créative.

    Une évidence se fait jour : le mouvement d’émancipation universelle naîtra de petites entités fédérées, de microsociétés mues par la volonté de défendre et de développer le sens humain. C’en est fini de miser sur le grand nombre des protestataires, sur les foules trop aisément manipulables, sur les nations, les ensembles surpeuplés. Si la ville peut parer à l’étouffement du surnombre, c’est en ravivant ses anciennes structures villageoises, en recréant ces solidarités de quartiers qui ont toujours été propices aux émeutes et aux insurrections — Haussmann ne s’y trompait pas, qui les quadrilla et les éventra de grandes avenues.

    En 1967 https://www.babelio.com/livres/Vaneigem-Traite-de-savoir-vivre-a-lusage-des-jeunes-genera/15798 , votre « Traité de savoir-vivre à l’usage des jeunes générations » appelait à sortir des déterminismes sociaux pour « se créer en recréant la société ». Aujourd’hui, ces jeunes adultes déserteurs qui cherchent à se réancrer dans une existence matérielle https://reporterre.net/Lola-Keraron-A-24-ans-j-ai-deserte-AgroParisTech en lien avec le vivant (boulangerie, apiculture, etc.) répondent-ils à ce mouvement ?

    Du haut de leur bureaucratie politique et syndicale, où ils gèrent les impuissances de la subversion, les rhéteurs de l’anticapitalisme ont toujours traité avec mépris ceux qui souhaitaient atténuer par des réformes une inhumanité dont ils réprouvaient viscéralement la cruauté. Les réformistes n’étaient pas révolutionnaires. Les grandes idéologies prolétariennes ne l’étaient pas davantage, si l’on en juge par le démembrement de la conscience ouvrière, dont nous leur sommes redevables. À vrai dire, il ne faut pas se leurrer, la plupart des prétendues organisations à but humanitaire — du style Kouchner https://books.openedition.org/iheid/2943?lang=fr — sont une imposture. Elles relèvent de la philanthropie, du marché caritatif, bref des bonnes œuvres du capitalisme. Mais, là comme partout, c’est à nous de poser sans relâche la question « Cui prodest ? À qui cela profite-t-il ? » Il n’est pas d’autres moyens de départager, en les passant au crible, les entreprises délétères et les initiatives salutaires.

    Ce qu’il y a d’attractif dans le projet de « se créer en recréant le monde » découvre sa pratique par l’entremise de groupes solidaires dont l’autonomie individuelle est l’élément central. Tandis que l’État et ses commanditaires multiplient les zones à détruire, un nombre croissant de collectivités lui opposent le rachat, à titre privé, de terrains qu’ils dédient à la permaculture, à l’agriculture renaturée, au maraîchage, à l’artisanat, à la recherche d’énergies non polluantes ; tout en excluant l’écologie marchande. De telles initiatives favorisent des révoltes inattendues, comme celle d’ingénieurs agronomes refusant de collaborer davantage à l’empoisonnement agro-alimentaire, de chercheurs ne supportant plus les technologies de l’inhumain, de techniciens devenus hostiles aux industries de la pollution climatique qui les emploient. Imaginez, dans la foulée, un sabotage des taxes et des impôts par les fonctionnaires devenus malgré eux les collecteurs de l’injustice !

    « La planète entière frémit du même désir d’une vie libre. »

    Sous les couleurs de l’humour et de la bonne humeur, une « révolution maraîchère » s’emploie à récupérer une terre qui est la nôtre, il faut le rappeler. Les coups qui aboliront la tutelle des États et des intérêts privés jailliront de l’existentiel et de son tissu social. Il est de la plus haute importance qu’en ces lieux de fraternité retrouvée se redécouvrent la joie de vivre ensemble, l’efflorescence des passions, le désir sans fin. Que l’apiculteur se sente au sein de ses abeilles comme au sein d’un milieu naturel et de relations véritablement humaines, c’est toute la différence avec la même occupation exercée dans le monde marchand. Ce qui s’opère sous nos yeux est un basculement radical. La résurgence de l’entraide et de l’individu autonome annonce la fin du règne de l’individualiste, de l’esclave prédateur, du petit homme au calcul égoïste. C’est le déracinement de la servitude volontaire.

    Réduire ces solidarités nouvelles à un folklore associatif, c’est oublier qu’elles peuvent être le ferment de plus amples développements. Le rejet de la barbarie a donné naissance à des zones à défendre tels le Chiapas zapatiste https://reporterre.net/Declaration-pour-la-vie-les-zapatistes-annoncent-leur-venue-en-Europe et le Rojava. La France l’illustre avec une revendication galactique d’une spécificité insolite et insolente. Si la présence imperturbable des Gilets jaunes rayonne humblement de résonances poétiques qui troublent le monde entier, ce n’est ni hasard ni magie, mais parce que la planète entière frémit du même désir d’une vie libre. Parce que partout, du Chili au Sri Lanka, le rêve d’une société radicalement nouvelle se conjugue avec l’histoire et se concrétise.

    Ces gestes forts sont l’écho d’une conscience écologique qui s’affirme. Pensez-vous que l’écologie politique, avec ses luttes contre les grands projets inutiles https://reporterre.net/La-carte-des-luttes-contre-les-grands-projets-inutiles (routiers, aériens, etc.), sa dénonciation du productivisme et du travail contraint (chez les pionniers), sa défense du vivant, peut être une chance de renaissance politique ? Dans quelle mesure ?

    Si sympathiques qu’elles soient, les manifestations en faveur du climat servent d’exutoires au sentiment d’impuissance qu’éprouvent intimement les protestataires. Comment imaginer que des mesures pratiques et un tant soit peu conséquentes contre la pollution puissent être adoptées par des États et des monopoles qui en sont la cause et les bénéficiaires ? Ce n’est pas dans les capitales que la colère est requise, c’est aux côtés des zadistes en lutte contre la propagation des nuisances, des pesticides, des inutilités rentables — on n’a même pas obtenu l’interdiction des produits qui tuent les abeilles et nous empoisonnent https://reporterre.net/Neonicotinoides-tueurs-d-abeilles-le-passage-en-force-du-gouvernement !

    De quelles vertus voulez-vous créditer la politique et le parlementarisme ? Les marchandises électorales sont interchangeables. L’envers vaut l’endroit. Le populisme fascisant réclame la liberté de ne pas se faire vacciner et le populisme gauchiste appelle à la vaccination obligatoire. Avons-nous jamais connu une telle disette de l’intelligence sensible et du sens humain ? Pendant que les pitreries médiatiques captent l’attention, les lobbies du nucléaire, du pétrole, de la pharmacie, de la 5G, du gaz de schiste, des malversations bancaires, triomphent avec le soutien d’une corruption et d’un parasitisme étatiques exhibés sans scrupules. Ce beau monde s’en donnerait à cœur joie s’il en avait un. En l’occurrence, la « totale » assurance de poursuivre son entreprise de destruction lucrative lui suffit.

    Comment passer de la désertion individuelle à l’insurrection collective ?
    L’État et ses commanditaires auraient intérêt à nous entraîner dans une guerre civile, ou du moins dans sa parodie. Ils en tireraient un double avantage. Ils nous acculeraient sur un terrain qu’ils connaissent assez pour nous écraser. Plus déplorable encore, ils nous militariseraient, ils nous mécaniseraient, nous engageant à contresens de la conscience humaine pour laquelle nous luttons. Libre à qui le souhaite de recourir à une de ces guérillas sans armes, selon le principe « ne jamais détruire un être humain, mais détruire les machines qui nous déshumanisent » .

    Néanmoins, compte tenu de l’effondrement programmé par l’écart croissant entre l’économie réelle et l’économie spéculative, mieux vaut miser sur une insurrection pacifique comme celle qu’illustrent à leur façon les zapatistes, les Gilets jaunes et ces insurgés improbables qui surgissent de partout.

    Le peuple avait fini par s’aviser que ses exploiteurs étaient des malades. Il lui apparaît maintenant que le pouvoir n’est plus assumé par des égrotants mais qu’il est géré par la terreur épidémique et l’épidémie de terreur. Le capitalisme moribond érige la morbidité en mode de gouvernement. La peur de la maladie est l’instrument d’une oppression automatisée. Une fois mise en branle, la machine fonctionne seule, elle s’accommode de dirigeants décérébrés, de créatures acéphales trébuchant de sottises en incompétences. L’État et ses commanditaires sont déchargés de toute responsabilité. Et nous, de tout devoir envers eux ! L’autodéfense sanitaire devient pour chacune et chacun la substance d’une autodéfense généralisée. Sous cet angle, l’autogestion — autrement dit l’organisation du peuple par lui-même — n’a plus rien de subversif, c’est une cure de santé parfaitement légitime !

    #raoul_vaneigem #vaneigem #gilets_jaunes #capitalisme #autogestion #état #zad #coronavirus #mai68 #zapatistes #autodéfense #anarchisme #travail #capitalisme #oppression #exploitation #effondrement #des_grands_projets..._inutiles_

    l’Internationale situationniste
    https://www.youtube.com/watch?v=jc38K2JFLDA

  • Despite its beautiful Ori games, Moon Studios is called an ’oppressive’ place to work | VentureBeat
    https://venturebeat.com/2022/03/18/despite-its-beautiful-ori-games-moon-studio-is-called-an-oppressive-pla

    Gaming fans know Moon Studios for its amazing Ori games with beautiful art and emotional stories. But a number of current and former employees consider the Ori studio an oppressive place to work. That is according to GamesBeat’s interviews with Moon developers.

    Franciska Csongrady sur Twitter :
    https://twitter.com/TigrMoth/status/1505276733771112449

    I worked at Moon Studios for two years. I was the only woman on the story team. I struggle to find the words to express what a soul-destroying experience it was to work with the heads of the studio, Thomas and Gennadiy.

    The whole studio is built on the lie that Quality justifies everything. Verbal abuse. Crunch. Public humiliation. But it just wears you down, and burns you out. Burnt out people do not produce quality.

    Anything good that you had made before they had killed your creative spark was used to lure new, unwitting devs in, to fill the places of the friends you watched leave, one by one.

    Please, don’t be fooled. Don’t perpetuate the problem by working for places like Moon. We have to stop the defeatist mentality that this is just what the industry is like. There are better places out there. You deserve better.

    #jeu_vidéo #jeux_vidéo #moon_studios #jeu_vidéo_ori #culture_toxique #ressources_humaines #encadrement #turnover #jeu_vidéo_blind_forest #jeu_vidéo_ori_and_the_will_of_the_wisps #thomas_mahler #gennadiy_korol #oppression #activision_blizzard #riot_games #ubisoft #ea #electronic_arts #microsoft #succès #violence_verbale #micromanagement #crunch #glassdoor #cd_projekt_red #jeu_vidéo_cyberpunk_2077 #sean_murray #hello_games #jeu_vidéo_no_man_s_sky #salaires #rémunération #primes #royalties #crédits #santé_mentale #santé_psychique #stress_post_traumatique #viol

  • L’#Algérie sous #Vichy

    De l’été 1940 à l’été 1943, l’#Algérie_française se donne avec enthousiasme à la révolution nationale voulue par #Pétain. Ce dont de nombreux Européens d’Algérie rêvent depuis longtemps s’accomplit : rétablissement de l’#ordre_colonial, mise au pas des populations et abrogation du #décret_Crémieux qui, en 1870, avait fait des Juifs d’Algérie des citoyens français.

    http://www.film-documentaire.fr/4DACTION/w_fiche_film/64265_0

    #WWII #seconde_guerre_mondiale #histoire #Juifs #antisémitisme #Maréchal_Pétain #collaborationnisme #impérialisme #France #Georges_Hardy #général_Weygand #Maxime_Weygand #Juifs_d'Algérie #déchéance_de_nationalité #licenciement #citoyenneté #exclusion_scolaire #Juifs_indigènes #catégorisation #Italiens_d'Algérie #indigènes #extrême_droite #Edouard_Drumont #Drumont #émeutes_antijuives #musulmans #Gabriel_Lambert #Messali_Hajj #assimilation #Ferhat_Abbas #égalité_par_le_bas #propagande #pauvreté #discriminations #typhus #Georges_Claude #confiscation_des_biens #aryanisation_économique #service_des_questions_juives #terres #camps #internement #camps_de_travail #camps_d'éloignement #indésirables #torture #Bedeau #chasse_aux_Juifs #service_d'ordre_de_la_légion (#SOL) #étoile_jaune #fascisme #oppression #résistance #José_Aboulker #Opération_Torch #général_Juin #Alphonse_Juin #François_Darlan #général_Giraud #unités_de_travail #Henri_Giraud #rafles #Fernand_Bonnier_de_la_Chappelle #Marcel_Peyrouton #débarquement #Etats-Unis #USA #spoliation #Jean_Monnet #Sidney_Chouraqui #armée_d'Afrique #camp_de_Bedeau #de_Gaulle #déshumanisation

    ping @postcolonial @isskein @karine4 @cede

  • S.C.U.M. Manifesto (1967/1971)
    https://editions-ismael.com/wp-content/uploads/2019/05/1968-Valerie-Solanas-S.C.U.M.-Manifesto.pdf

    Introduction par Christiane Rochefort

    DÉFINITION DE L’OPPRIMÉ

    Il y a un moment où il faut sortir les couteaux. C’est juste un fait. Purement technique.

    Il est hors de question que l’oppresseur aille comprendre de lui-même qu’il opprime, puisque ça ne le fait pas souffrir : mettez-vous à sa place.
    Ce n’est pas son chemin.
    Le lui expliquer est sans utilité.

    L’oppresseur n’entend pas ce que dit son opprimé comme un langage mais comme un bruit. C’est dans la définition de l’oppression.
    En particulier les « plaintes » de l’opprimé sont sans effet, car naturelles. Pour l’oppresseur il n’y a pas oppression, forcément, mais un fait de nature.

    Aussi est-il vain de se poser comme victime : on ne fait par là qu’entériner un fait de nature, que s’inscrire dans le décor planté par l’oppresseur.

    L’oppresseur qui fait le louable effort d’écouter (libéral intellectuel) n’entend pas mieux. Car même lorsque les mots sont communs, les connotations sont radicalement différents. C’est ainsi que de nombreux mots ont pour l’oppresseur une connotation-jouissance, et pour l’opprimé une connotation-souffrance. Ou : divertissement-corvée. Ou : loisir-travail. Etc. Allez donc causer sur ces bases.

    C’est ainsi que la générale réaction de l’oppresseur qui a « écouté » son opprimé est, en gros : mais de quoi diable se plaint-il ?
    Tout ça, c’est épatant.

    Au niveau de l’explication, c’est tout à fait sans espoir. Quand l’opprimé se rend compte de ça, il sort les couteaux. Là on comprend qu’il y a quelque chose qui ne va pas. Pas avant.

    Le couteau est la seule façon de se définir comme opprimé. La seule communication audible.
    Peu importent le caractère, la personnalité, les mobiles actuels de l’opprimé.

    C’est le premier pas réel hors du cercle.
    C’est nécessaire.

    Christiane Rochefort

    #féminisme #oppression #révolte

  • Israel escalates surveillance of Palestinians with facial recognition program in West Bank
    By Elizabeth Dwoskin - 8 novembre 2021 - The Washington Post
    https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/israel-palestinians-surveillance-facial-recognition/2021/11/05/3787bf42-26b2-11ec-8739-5cb6aba30a30_story.html

    HEBRON, West Bank — The Israeli military has been conducting a broad surveillance effort in the occupied West Bank to monitor Palestinians by integrating facial recognition with a growing network of cameras and smartphones, according to descriptions of the program by recent Israeli soldiers.

    The surveillance initiative, rolled out over the past two years, involves in part a smartphone technology called Blue Wolf that captures photos of Palestinians’ faces and matches them to a database of images so extensive that one former soldier described it as the army’s secret “Facebook for Palestinians.” The phone app flashes in different colors to alert soldiers if a person is to be detained, arrested or left alone.

    To build the database used by Blue Wolf, soldiers competed last year in photographing Palestinians, including children and the elderly, with prizes for the most pictures collected by each unit. The total number of people photographed is unclear but, at a minimum, ran well into the thousands.

    The surveillance program was described in interviews conducted by The Post with two former Israeli soldiers and in separate accounts that they and four other recently discharged soldiers gave to the Israeli advocacy group Breaking the Silence and were later shared with The Post. Much of the program has not been previously reported. While the Israeli military has acknowledged the existence of the initiative in an online brochure, the interviews with former soldiers offer the first public description of the program’s scope and operations.

    In addition to Blue Wolf, the Israeli military has installed face-scanning cameras in the divided city of Hebron to help soldiers at checkpoints identify Palestinians even before they present their I.D. cards. A wider network of closed-circuit television cameras, dubbed “Hebron Smart City,” provides real-time monitoring of the city’s population and, one former soldier said, can sometimes see into private homes.

    The former soldiers who were interviewed for this article and who spoke with Breaking the Silence, an advocacy group composed of Israeli army veterans that opposes the occupation, discussed the surveillance program on the condition of anonymity for fear of social and professional repercussions. The group says it plans to publish its research.

    They said they were told by the military that the efforts were a powerful augmentation of its capabilities to defend Israel against terrorists. But the program also demonstrates how surveillance technologies that are hotly debated in Western democracies are already being used behind the scenes in places where people have fewer freedoms.

    “I wouldn’t feel comfortable if they used it in the mall in [my hometown], let’s put it that way,” said a recently discharged Israeli soldier who served in an intelligence unit. “People worry about fingerprinting, but this is that several times over.” She told The Post that she was motivated to speak out because the surveillance system in Hebron was a “total violation of privacy of an entire people.”

    Israel’s use of surveillance and facial-recognition appear to be among the most elaborate deployments of such technology by a country seeking to control a subject population, according to experts with the digital civil rights organization AccessNow.

    In response to questions about the surveillance program, the Israel Defense Forces, or IDF, said that “routine security operations” were “part of the fight against terrorism and the efforts to improve the quality of life for the Palestinian population in Judea and Samaria.” (Judea and Samaria is the official Israeli name for the West Bank.)

    “Naturally, we cannot comment on the IDF’s operational capabilities in this context,” the statement added.

    Official use of facial recognition technology has been banned by at least a dozen U.S. cities, including Boston and San Francisco, according to the advocacy group the Surveillance Technology Oversight Project. And this month the European Parliament called for a ban on police use of facial recognition in public places.

    But a study this summer by the U.S. Government Accountability Office found that 20 federal agencies said they use facial recognition systems, with six law enforcement agencies reporting that the technology helped identify people suspected of law-breaking during civil unrest. And the Information Technology and Innovation Foundation, a trade group that represents technology companies, took issue with the proposed European ban, saying it would undermine efforts by law enforcement to “effectively respond to crime and terrorism.”

    Inside Israel, a proposal by law enforcement officials to introduce facial recognition cameras in public spaces has drawn substantial opposition, and the government agency in charge of protecting privacy has come out against the proposal. But Israel applies different standards in the occupied territories.

    “While developed countries around the world impose restrictions on photography, facial recognition and surveillance, the situation described [in Hebron] constitutes a severe violation of basic rights, such as the right to privacy, as soldiers are incentivized to collect as many photos of Palestinian men, women, and children as possible in a sort of competition,” said Roni Pelli, a lawyer with the Association for Civil Rights in Israel, after being told about the surveillance effort. She said the “military must immediately desist.”

    Amro, seen in Hebron on Oct. 13, says Israel has ulterior motives for its surveillance of Palestinians. “They want to make our lives so hard so that we will just leave on our own, so more settlers can move in,” he said. (Kobi Wolf/for The Washington Post)_

    Last vestiges of privacy

    Yaser Abu Markhyah, a 49-year-old Palestinian father of four, said his family has lived in Hebron for five generations and has learned to cope with checkpoints, restrictions on movement and frequent questioning by soldiers after Israel captured the city during the Six-Day War in 1967. But, more recently, he said, surveillance has been stripping people of the last vestiges of their privacy.

    “We no longer feel comfortable socializing because cameras are always filming us,” said Abu Markhyah. He said he no longer lets his children play outside in front of the house, and relatives who live in less-monitored neighborhoods avoid visiting him.

    Hebron has long been a flashpoint for violence, with an enclave of hardline, heavily protected Israeli settlers near the Old City surrounded by hundreds of thousands of Palestinians and security divided between the Israeli military and the Palestinian administration.

    In his quarter of Hebron, close to the Cave of the Patriarchs, a site that is sacred to Muslims and Jews alike, surveillance cameras have been mounted about every 300 feet, including on the roofs of homes. And he said the real-time monitoring appears to be increasing. A few months ago, he said, his 6-year-old daughter dropped a teaspoon from the family’s roof deck, and although the street seemed empty, soldiers came to his home soon after and said he was going to be cited for throwing stones.

    Issa Amro, a neighbor and activist who runs the group Friends of Hebron, pointed to several empty houses on his block. He said Palestinian families had moved out because of restrictions and surveillance.

    “They want to make our lives so hard so that we will just leave on our own, so more settlers can move in,” Amro said.

    “The cameras,” he said, “only have one eye — to see Palestinians. From the moment you leave your house to the moment you get home, you are on camera.”

    Incentives for photos

    The Blue Wolf initiative combines a smartphone app with a database of personal information accessible via mobile devices, according to six former soldiers who were interviewed by The Post and Breaking the Silence.

    One of them told The Post that this database is a pared-down version of another, vast database, called Wolf Pack, which contains profiles of virtually every Palestinian in the West Bank, including photographs of the individuals, their family histories, education and a security rating for each person. This recent soldier was personally familiar with Wolf Pack, which is accessible only on desktop computers in more secure environments. (While this former soldier described the data base as “Facebook for Palestinians,” it is not connected to Facebook.)

    Another former soldier told The Post that his unit, which patrolled the streets of Hebron in 2020, was tasked with collecting as many photographs of Palestinians as possible in a given week using an old army-issued smartphone, taking the pictures during daily missions that often lasted eight hours. The soldiers uploaded the photos via the Blue Wolf app installed on the phones.

    This former soldier said Palestinian children tended to pose for the photographs, while elderly people — and particularly older women — often would resist. He described the experience of forcing people to be photographed against their will as traumatic for him.

    The photos taken by each unit would number in the hundreds each week, with one former soldier saying the unit was expected to take at least 1,500. Army units across the West Bank would compete for prizes, such as a night off, given to those who took the most photographs, former soldiers said.

    Often, when a soldier takes someone’s photograph, the app registers a match for an existing profile in the Blue Wolf system. The app then flashes yellow, red or green to indicate whether the person should be detained, arrested immediately or allowed to pass, according to five soldiers and a screenshot of the system obtained by The Post.

    The big push to build out the Blue Wolf database with images has slowed in recent months, but troops continue to use Blue Wolf to identify Palestinians, one former soldier said.

    A separate smartphone app, called White Wolf, has been developed for use by Jewish settlers in the West Bank, a former soldier told Breaking the Silence. Although settlers are not allowed detain people, security volunteers can use White Wolf to scan a Palestinian’s identification card before that person enters a settlement, for example, to work in construction. The military in 2019 acknowledged existence of White Wolf in a right-wing Israeli publication.

    ’Rights are simply irrelevant’

    The Israeli military, in the only known instance, referred to the Blue Wolf technology in June in an online brochure inviting soldiers to be part of “a new platoon” that “will turn you into a Blue Wolf.” The brochure said that the “advanced technology” featured “smart cameras with sophisticated analytics” and “censors that can detect and alert suspicious activity in real-time and the movement of wanted people.”

    The military also has mentioned “Hebron Smart City” in a 2020 article on the army’s website. The article, which showed a group of female soldiers called “scouts” in front of computer monitors and wearing virtual-reality goggles, described the initiative as a “major milestone” and a “breakthrough” technology for security in the West Bank. The article said “a new system of cameras and radars had been installed throughout the city” that can document “everything that happens around it” and “recognize any movement or unfamiliar noise.”

    In 2019, Microsoft invested in an Israeli facial recognition start-up called AnyVision, which NBC and the Israeli business publication the Marker reported was working with the army to build a network of smart security cameras using face-scanning technology throughout the West Bank. (Microsoft said it pulled out of its investment in AnyVision during fighting in May between Israel and the Hamas militant group in Gaza.)

    Also in 2019, the Israeli military announced the introduction of a public facial-recognition program, powered by AnyVision, at major checkpoints where Palestinians cross into Israel from the West Bank. The program uses kiosks to scan IDs and faces, similar to airport kiosks used at airports to screen travelers entering the United States. The Israeli system is used to check whether a Palestinian has a permit to enter Israel, for example to work or to visit relatives, and to keep track of who is entering the country, according to news reports. This check is obligatory for Palestinians, as is the check at American airports for foreigners.

    Unlike the border checks, the monitoring in Hebron is happening in a Palestinian city without notification to the local populace, according to one former soldier who was involved in the program and four Palestinian residents. These checkpoint cameras also can recognize vehicles, even without registering license plates, and match them with their owners, the former soldier told The Post.

    In addition to privacy concerns, one of the main reasons that facial recognition surveillance has been restricted in some other countries is that many of these systems have exhibited widely varying accuracy, with individuals being put in jeopardy by being misidentified.

    The Israeli military did not comment on concerns raised about the use of facial-recognition technology.

    The Information Technology and Innovation Foundation has said that studies showing that the technology is inaccurate have been overblown. In objecting to the proposed European ban, the group said time would be better spent developing safeguards for the appropriate use of the technology by law enforcement and performance standards for facial recognition systems used by the government.

    In the West Bank, however, this technology is merely “another instrument of oppression and subjugation of the Palestinian people,” said Avner Gvaryahu, executive director of Breaking the Silence. “Whilst surveillance and privacy are at the forefront of the global public discourse, we see here another disgraceful assumption by the Israeli government and military that when it comes to Palestinians, basic human rights are simply irrelevant.”

    By Elizabeth Dwoskin
    Lizza joined The Washington Post as Silicon Valley correspondent in 2016, becoming the paper’s eyes and ears in the region. She focuses on social media and the power of the tech industry in a democratic society. Before that, she was the Wall Street Journal’s first full-time beat reporter covering AI and the impact of algorithms on people’s lives.

    #Bigbrother

  • Woman’s grocery list for husband goes viral and sparks conversation about men’s ’strategic incompetence’
    https://eu.usatoday.com/story/life/health-wellness/2021/09/15/men-weaponize-incompetence-avoid-housework-caring-kids/8336253002

    The grocery list was beautiful, meticulous, a combination of text and photos painstakingly organized. Each item featured a cut-out photograph, so there could be no mistaking it for a similar item, and included accompanying lines for quantity, aisle and price. The list came with a hand-drawn map of the store. Perfect, some education experts say, for a child working on gaining independence during their first time grocery shopping.

    Except this list wasn’t for a child. It was posted by a woman on the social media platform TikTok with the onscreen text, “When I have to send my husband to the store.”

    Some people thought the video was a joke, and while it may have been intended as hyperbole, many users on the platform cited it as an example of what gender experts call “strategic incompetence,” a tactic used by men – sometimes consciously, sometimes not – to avoid equitable division of family work. It is also referred to as “weaponized incompetence” or “performative incompetence,” in which men pretend they are unable to perform certain tasks so women will do them instead.

    On TikTok, the term #weaponizedincompetence has 3.5 million views.

    “Incompetence has its rewards. It allows men to justify the gender-based distribution of domestic labor,” said Francine M. Deutsch, Professor Emerita of Psychology at Mount Holyoke College and author of “Creating Equality at Home: How 25 couples around the world share housework and childcare.”

    Men in heterosexual relationships who fake incompetence at home or blame their poor performance on women’s unreasonable standards (ones sociologists say women have been socialized to maintain in order to be viewed as “good mothers” and “good wives”), harm women by placing the disproportionate burden of family work on their shoulders.

    According to the Pew Research Center:

    74% of mothers say they do more to manage their children’s schedules and activities than their spouse. Only 3% say their husband or partner does more.
    59% say they do more household chores than their spouse, with 6% saying their spouse does more.
    Just 39% of fathers say they were doing a “very good job” raising their children, compared with 51% of mothers.

    “There’s this assumption that women have the skills needed to complete childcare and housework, which means that we then stereotype men as having fewer skills or greater incompetence in this arena, but the reality is that no one is born knowing how to get a stubborn stain out of a shirt in the laundry or to scrub a pot effectively,” said Caitlyn Collins, a sociology professor at Washington University. “We learn how to do this. We are socialized from a very young age into learning what men and women can and should be responsible for.”
    Ruining the laundry, ignoring the children

    More than two decades ago, Deutsch interviewed hundreds of couples for her book, “Halving it All: How Equally Shared Parenting Works,” and found men employed many strategies of resistance to avoid participating equally at home. They included strategic incompetence, passive resistance – where men sit back while women repeatedly ask, nag and cajole – and praise, which may be sincere, but which Deutsch said also has the “insidious effect of keeping the work within women’s domain.”

    ’No’: The one word women need to be saying more often

    Deutsch said one husband she interviewed told her, “It would be a struggle for me to do the laundry. I don’t do it as well as Robin. I think she’s better with that sort of peasant stuff of life.”

    Strategic incompetence can look like a man ruining the laundry, leaving grease on the dishes or ignoring the children. It can sound like a husband who says, “I’m just not very good in the kitchen,” or that his daughter’s shirt buttons are too tiny to fasten himself.

    Collins said she once interviewed a successful working mom in Washington, D.C., married to a man who also worked full-time. The woman told Collins one night she asked her husband to take steak out of the freezer to thaw so she could cook it when she got home. He didn’t.

    “She said ’Caity, I’m embarrassed to say this out loud, but my husband works from home. He’s home all day long, and he could have taken the meat out of the freezer at any point in the day while I’m out at the office, so I can come home and cook, and he couldn’t even do that.’ She was embarrassed to tell me this because her husband was a very, very successful white-collar professional in D.C.” Collins said. “These are smart, capable men, and they weren’t really successful in helping their partners feel less stressed at home.”
    The problem with saying, ’but men were never taught’

    Deutsch said some of her detractors argue incompetence is not a strategy. It’s simply that men weren’t taught how to perform these tasks.

    “If you think about it for five minutes, you’ll realize that’s ridiculous,” she said. “Many women today, my husband and I, neither of us had ever held a newborn baby before our child was born. We both were novices.”

    Deutsch said she once interviewed a machinist who couldn’t figure out how to do the laundry. She’s talked to men who are employed in high-level management who did not contribute to the overall management of their homes.

    Analysis: What your mom actually needs

    “It’s one of the most intractable gendered things. And the men constantly said to me things like, ’She’s just more organized than I am.’ Well, some of these men were managers at work,” she said. “It’s not an issue of competence. It’s motivation. If you want to learn how to cook, do the laundry, take care of children, manage the household chores, certainly most men are capable of doing this.”
    Why women are sometimes unwilling to let go of the work

    Deutsch said some men are likely consciously manipulative, while others have simply learned there are benefits to doing less. And many women continue to do the lion’s share of managing their homes, Collins said, because they have been socialized to believe it is their responsibility.

    “It makes sense that women are unwilling to just let these tasks drop completely, like the laundry, changing diapers, helping with homework, scheduling doctor’s appointments,” Collins said. “Women aren’t really willing to let those things fall by the wayside and so they step in when their partners fumble to do the work, but there is no safety net for them when they don’t do those tasks.”

    That feeling you can’t name?: It’s called emotional exhaustion

    A woman who runs her household well is viewed as a “good woman,” which is why so many women have high standards for family work. It’s an authentic pressure but can have a backfire effect, leading to what gender experts call “maternal gate-keeping,” when some women prevent partners from helping because they don’t think they can complete the tasks as well.

    There are times, Deutsch said, when women must relax standards in order to achieve equity at home. Men also can’t blame their lack of participation on those standards, especially because some are non-negotiable.

    “Some standards are really important,” Deutsch said. “If the kid’s in the swimming pool, somebody has got to be watching them.”
    ’It’s a lot of work to try and be equal’

    Getting men to participate equally at home is its own kind of labor, in some ways more daunting than household tasks.

    “It’s a lot of work to try and be equal,” Collins said.

    Collins says the popularity of these videos on TikTok shows women have found an outlet for expressing frustration with their partners. They have also captivated an audience that’s encouraged them to demand better.

    “We do not teach women to express anger or rage at all in their lives and certainly not in the context of their families and in their relationships. We socialize women to put up with a lot that isn’t acceptable,” Collins said. “What you’re seeing on TikTok is a way women have found to express themselves with a veiled, kind of loving humor. But what you’re also seeing is people saying, ’that’s pretty messed up. You can expect more.’”

    Deutsch said some men won’t change. Other men can and will. But developing more empathy for their spouses may not be the right catalyst. Some degree of appreciation is likely already there, and the increased help a husband provides a burnt-out spouse at her wit’s end is not likely to last. For work to be shared at home, men need to believe equality matters. Women need to recognize they deserve it.

    “Equality is more straightforward than helping,” Deutsch said. “Helping is very ambiguous. How much help is required? When you commit to equality, it’s not ambiguous. It’s very clear what equality is. Maybe you’ll negotiate about a particular thing, but it’s a principle that you can always look to and ask, ’are we equal now?’”

    #domination_masculine #technique d’ #oppression #masculinisme #discrimination #hétérosexualité #incompétence_stratégique

  • Femmes en prison : Qu’advient-il de nous ?
    https://infokiosques.net/spip.php?article1853

    La militante noire américaine Assata Shakur est mal connue, voire inconnue en France. La traduction de ce témoignage écrit depuis la prison pour femmes de Riker’s Island vise à faire connaître Assata Shakur en France, et à travers elle un pan occulté du mouvement de libération noir, en rendant accessibles en français des textes courts : entretiens, lettres ouvertes, témoignages. Le nombre de femmes dans les prisons américaines a explosé au cours des 30 dernières années, notamment du fait de la « guerre contre la drogue » dont les victimes sont en grande majorité issues des communautés noires et latinos. Il y a actuellement aux États-Unis plus de 200 000 femmes derrière les barreaux et plus d’un million en liberté conditionnelle ou en mise à l’épreuve. F

    / #Prison,_justice,_répression, Infokiosque (...)

    #Infokiosque_fantôme_partout_ #Oppressions_de_classe
    https://www.bboykonsian.com
    https://infokiosques.net/IMG/pdf/Femmes_en_prison_qu_avient_il_de_nous-1978-12p-fil.pdf
    https://infokiosques.net/IMG/pdf/Femmes_en_prison_qu_avient_il_de_nous-1978-6pA4-cahier.pdf

  • Féminisme, intersectionnalité et lutte de classe | Le mensuel Lutte de classe n°217 - juillet-août 2021
    https://mensuel.lutte-ouvriere.org/2021/06/30/feminisme-intersectionnalite-et-lutte-de-classe_163726.html

    Le succès des manifestations du 8 mars 2021, après celles du mois de novembre 2020 contre les violences faites aux #femmes, montre qu’une partie de la jeunesse se mobilise pour exprimer sa révolte contre la persistance des #inégalités entre femmes et hommes et contre la #violence dont sont victimes les femmes dans la société actuelle. Dans ce contexte de relatif renouveau des mouvements féministes, la notion d’ #intersectionnalité – qui définit des groupes de personnes par la liste de discriminations qu’elles subissent simultanément (#sexisme, #racisme …), donc à leur intersection – s’est diffusée en France ces dernières années, et elle peut apparaître comme offrant des perspectives nouvelles à des jeunes en révolte contre l’oppression des femmes. Beaucoup y voient en effet une façon de choisir un féminisme radical, de s’affirmer antiracistes en même temps que féministes, voire, pour certaines, de remettre en cause le système capitaliste...

    – L’intersectionnalité, un mot nouveau pour un constat ancien
    – Derrière toutes les #oppressions, la division de la société en classes
    – Des positions réactionnaires
    – Féminisme et #conscience_de_classe
    – Contre toutes les oppressions, le combat communiste révolutionnaire

    #capitalisme #féminisme #lutte_de_classe #harcèlement_sexuel

  • Au devant de la lutte
    https://infokiosques.net/spip.php?article1810

    Leslie Feinberg, un-e militant-e trans étasunien-ne juif-ve et prolétaire, publie en 1996 le livre “Transgender Warriors”. Ce livre raconte l’histoire des transidentités et des personnes trans, sur plusieurs siècles et plusieurs continents, en parallèle de sa propre histoire personnelle. Le chapitre 10 se concentre sur des insurrections et luttes de classe menées par des personnes trans, travesties, et/ou de genre déviant en Europe de l’Ouest du 15e au 19e siècle. On y apprend notamment les noms de leader-euse-s trans, des récits de luttes et de victoires, et des actions menées par plusieurs groupes de personnes trans contre des propriétaires et des patrons à cette époque. #A

    / Infokiosque fantôme (partout), #Insurrections,_révoltes,_émeutes, Luttes paysannes, ruralité, #Transpédégouines,_queer, (...)

    #Infokiosque_fantôme_partout_ #Luttes_paysannes,_ruralité #Oppression_de_classe
    https://infokiosques.net/IMG/pdf/Transgender_Warriors_chap10-20p-fil-1996.pdf
    https://infokiosques.net/IMG/pdf/Transgender_Warriors_chap10-10p-cahier-1996.pdf

  • #Black_Panthers (1/2)

    L’#histoire captivante de l’une des organisations les plus subversives et controversées du XXe siècle. D’inspiration marxiste-léniniste, les Black Panthers s’imposèrent comme une alternative radicale au mouvement des droits civiques porté par Martin Luther King. Mêlant archives rares et nombreux témoignages, une plongée coup de poing au cœur du « #Black_Power ».

    Oakland, #Californie, 1966. Un an après les #émeutes de #Watts, à #Los_Angeles, deux étudiants, Huey P. Newton et Bobby Seale, fondent un collectif d’#autodéfense pour surveiller les actions de la police dans le ghetto noir. En devenant, la même année, un mouvement politique de libération afro-américaine, le Black Panther Party (BPP) se fait le porte-voix d’une communauté brutalisée dans une Amérique dominée par les Blancs. D’inspiration marxiste-léniniste, l’organisation s’impose comme une alternative radicale au mouvement des droits civiques porté par Martin Luther King. En parallèle à ses « #programmes_de_survie » (petits déjeuners gratuits pour les enfants, dispensaires…), elle revendique un penchant pour l’insurrection. Slogans, coupe afro, poing levé : les Black Panthers ouvrent un nouvel imaginaire de lutte pour la communauté noire. Le FBI, effrayé par l’aura du mouvement, y compris auprès de la jeunesse blanche, intensifie le contre-espionnage. L’arrestation de Huey P. Newton, mis en cause dans l’assassinat d’un policier, déstabilise l’organisation. En 1968, en réaction au meurtre de Martin Luther King, son porte-parole #Eldridge_Cleaver refuse de se rendre après un duel avec la police. Il s’exile à Alger et y crée la section internationale du parti.

    « Give More Power to the People »
    De son avènement au cœur des sixties à sa chute impitoyable, le réalisateur Stanley Nelson retrace l’histoire captivante et méconnue des Black Panthers. Luttant contre la suprématie blanche et le capitalisme, ses membres ont marqué l’imaginaire collectif par la radicalité de leur militantisme, leur rhétorique à la fois agressive et fédératrice mais aussi leurs codes vestimentaires et leur manière révolutionnaire d’occuper l’espace public. Au son seventies et groovy du titre « Give More Power to the People » des Chi-Lites, ce documentaire restitue la beauté rageuse du mouvement sans occulter ses tourments et parts d’ombre – violence et bataille d’ego – au moyen d’archives colossales et d’interviews fouillées de militants, d’agents du FBI ou d’historiens. Il rappelle aussi que son point de départ – la violence policière – est toujours d’actualité.

    https://www.arte.tv/fr/videos/098427-001-A/black-panthers-1-2

    #insurrection #violence #auto-défense #violences_policières #avant-garde #Oakland #oppression #apparence #image #Black_is_beautiful #look #médias #aide_sociale #auto-défense_armée #COINTELPRO #BPP #FBI #machisme #genre #journal #Martin_Luther_King #Algérie #mouvements_de_libération #Huey_Newton #Bobby_Seale

    #film #film_documentaire #documentaire

    ping @karine4 @cede

  • « Nous voulons exprimer ici notre solidarité avec les universitaires français », par #Angela_Davis, #Gayatri_Spivak, #Achille_Mbembe...

    Dans une tribune que nous publions en exclusivité, des intellectuels du monde entier, dont l’américaine Angela Davis, l’indienne Gayatri Spivak ou le camerounais Achille Mbembe, dénoncent les #attaques de Frédérique Vidal.

    Nous voulons ici exprimer notre solidarité avec les universitaires, activistes et d’autres producteurs de savoir, qui, en France sont visés par les déclarations faites en février 2021 par Frédérique Vidal, ministre de l’Enseignement supérieur, de la Recherche et de l’Innovation. Elle y dénonce « l’#islamo-gauchisme » et son effet de « #gangrène » sur la France, et appelle à une enquête au sein du CNRS et de l’université. Les travaux en question analysent et critiquent le #colonialisme et le #racisme, et soutiennent des projets décoloniaux, antiracistes et anti-islamophobes au sein de l’académie comme dans l’espace commun. Les déclarations de Vidal montrent l’embarras de l’État devant ces défis, et, partant, la volonté de les réprimer plutôt que de s’y intéresser.

    Les intentions de l’État apparaissent dans le langage utilisé. Le terme relativement nouveau d’« islamo-gauchisme » reflète une convergence beaucoup plus ancienne d’#idéologies de droite, coloniales et racistes opposées aux luttes anticoloniales, anti-islamophobes et antiracistes.

    Vidal affirme que la critique anticoloniale, décoloniale et postcoloniale, antiraciste, anti-islamophobie, l’#intersectionnalité, ainsi que les analyses féministes et queer décoloniales, sont des importations étrangères depuis les universités américaines.

    Une image blanchie de la République

    Elle ignore que la théorie décoloniale s’est développée à #Abya_Yala (Amérique latine), la théorie postcoloniale en #Inde, et que les femmes et les queers dans les luttes anticoloniales et antiracistes ont toujours pensé aux liens entre toutes ces #relations_de_pouvoir. Vidal oublie également que la théorie postcoloniale et décoloniale est redevable aux travaux antérieurs d’auteurs francophones racisés et du sud, tels que #Frantz_Fanon, #Aimé_Césaire et d’autres.

    Ce faux récit et ces actes de #répression retirent effectivement la France d’un débat mondial animé et urgent. Ils soumettent les universitaires racisé.e.s - déjà peu nombreux.ses et marginalisé.e.s - qui produisent des études critiques sur le colonialisme, l’#islamophobie, le #racisme_anti-noir, etc., ainsi que leurs allié.e.s, à des risques encore plus importants.

    L’attaque contre les universitaires et activistes progressistes et radicaux cherche à tout prix à préserver « l’#exceptionnalisme_français » et une image blanchie de la République lavée des vérités qui dérangent. Il s’agit notamment du fait que la #France reste une #puissance_coloniale (par exemple à la Réunion, en Guadeloupe, en Martinique, en Guyane, aux Iles des Saintes, la Désirade, Mayotte, en Nouvelle-Calédonie, etc.), et néocoloniale en termes de relations économiques, politiques et militaires avec les anciennes colonies.

    Cette #mentalité_coloniale se manifeste dans les structures de gouvernance de la France, en particulier vis-à-vis des citoyen.ne.s et des immigré.e.s racisé.e.s, comme en témoignent des mesures comme la dissolution du #CCIF (#Collectif_contre_l’islamophobie_en _France), et un ensemble de #lois telles que : la loi contre le port du voile ; les lois sur l’immigration ; la loi islamophobe contre le « #séparatisme » qui menace toutes les formes d’autonomie ; le projet de loi en cours d’adoption sur la « sécurité globale », qui légaliserait et institutionnaliserait la surveillance de masse, y compris au moyen de drones ; la loi interdisant de filmer les brutalités policières ; la loi (maintenant abrogée) qui exigeait que le #colonialisme ne soit enseigné que comme le décidait l’État ; lois antiterroristes abusives et discriminatoires ; et d’autres. Ces mesures visent à « intégrer » de force les populations suspectes dans des rôles de subordonnés au sein de la société française.

    Lois répressives et enquêtes internes

    C’est précisément la critique de cette #histoire_coloniale, de ce qui s’en perpétue, avec le racisme, et l’islamophobie, que l’État souhaite censurer et rendre invisible.

    Une partie de la gauche blanche, ainsi que des féministes qui ne font aucune analyse anticoloniale, anti-islamophobe et antiraciste, sont également des complices de l’#invisibilisation de l’#oppression_coloniale et du #racisme, en fournissant des #rationalisations_idéologiques au #racisme_structurel porté également par l’État. Cela aussi montre l’incohérence du terme « islamo-gauchisme ».

    La répression en France n’est pas isolée. Au Brésil, en Turquie, en Hongrie, en Pologne, aux États-Unis, en Inde et dans d’autres pays, nous assistons à la montée de la #répression_du_savoir, des études, et de mouvements sociaux critiques par des gouvernements néolibéraux, de droite et autoritaires.

    Mais partout où il y a de la répression, il y a également des formes de #résistance en réseau avec des chaînes mondiales de solidarité.

    La déclaration de Vidal et l’enquête envisagée sont apparues dans un contexte où, à la fois à l’université et dans les rues, s’est exprimée énergiquement la volonté de lutter contre l’#injustice_coloniale, raciale et économique. Par exemple, en France, les manifestations pour la défense d’#Adama_Traoré, et d’autres manifestations antiracistes dans le monde après le meurtre de George Floyd sont des formes courageuses d’#engagement qui ne peuvent qu’inquiéter Vidal et tous ceux qui l’encouragent et la soutiennent. Les lois répressives et les enquêtes n’arrêteront ni cette production de savoir, ni ces recherches, ni ces mouvements.

    En tant que chercheurs et activistes internationaux, nous nous engageons à être solidaires de nos homologues de France. Nous nous engageons à suivre attentivement la situation, à faire connaître les cas de répression à l’échelle mondiale, à inviter ceux qui sont confrontés à la répression et à la censure à s’exprimer dans nos pays, à co-rédiger des essais avec elles et eux et à les aider à traduire leur travail, à co-encadrer des étudiant.e.s et des jeunes collègues, et à s’engager dans d’autres formes de collaboration qu’elles et ils désirent.

    "1. Talal Asad, Professor of Anthropology Emeritus, Graduate Center, City University of New York""2. Paola Bacchetta, Professor, UC Berkeley""3. Homi K. Bhabha, Anne F. Rothenberg Professor of the Humanities, Harvard University""4. Angela Y Davis, Distinguished Professor Emerita, University of California, Santa Cruz""5. Gina Dent, Associate Professor, Feminist Studies, History of Consciousness, and Legal Studies. University of California, Santa Cruz""6. Roxane Dunbar Ortiz, Historian and Author""7. Nick Estes, Assistant Professor of American Studies, University of New Mexico""8. Miriam Grossi, Professor at Federal University of Santa Catarina – Brazil""9. Jin Haritaworn, Associate Professor, York University, Toronto""10. Azeezah Kanji, Legal academic and Journalist""11. Robin DG Kelley, Distinguished Professor and Gary B. Nash Endowed Chair in U.S. History, UCLA""12. Nelson Maldonado-Torres, Professor and Director, Rutgers Advanced Institute for Critical Caribbean Studies, Rutgers University""13. Achille Mbembe, University of the Witwatersrand, Johannesburg""14. Walter D Mignolo, William H. Wannamaker Distinguished Professor of Romance Studies and Professor of Literature, Duke University""15. Trinh T. Minh-ha, Professor of the Graduate School, Departments of Gender & Women’s Studies and of Rhetoric, UC Berkeley""16. Chandra Talpade Mohanty, Distinguished Professor of Women’s and Gender Studies & Dean’s Professor of the Humanities, Syracuse University""17. Cherrie Moraga, Poet, Playwright-Director, Educator, Activist""18. David Palumbo-Liu, Professor, Stanford University""19. Shailja Patel, Activist, Writer. US/Kenya""20. Vijay Prashad, Executive Director, Tricontinental : Institute for Social Research""21. Jasbir Puar, Professor, Rutgers University""22. Kamila Shamsie, Novelist and Professor of Creative Writing, University of Manchester""23. Gayatri Chakravorty Spivak, University Professor, Columbia University""24. Keeanga-Yamahtta Taylor, Assistant Professor & Charles H. Mcilwain University Preceptor, Princeton University""25. Amina Wadud, National Islamic University, Yogjakarta"

    Les autres signataires :
    https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSc46U844ETt0fBsq-6v9n1pcaVIx_U8LLMiU16VpMo5NwgU_w/viewform

    https://www.nouvelobs.com/idees/20210317.OBS41524/nous-voulons-exprimer-ici-notre-solidarite-avec-les-universitaires-franca

    #solidarité #solidarité_internationale #université #ESR #France #recherche #Spivak #Mbembe #Vidal #Frédérique_Vidal

    –—

    Ajouté à ce fil de discussion :
    https://seenthis.net/messages/902062

    ping @isskein @karine4 @cede @i_s_ @_kg_

  • Intellectuels de tous les pays, dé-trumpez-vous !

    La détestation que tentent de susciter les penseurs conservateurs envers les concepts critiques de #genre, #race ou d’#intersectionnalité est l’écho direct de la politique de Trump dont l’administration a combattu les « #gender_studies ».

    Il est amusant de voir converger le #sensationnalisme des médias et les éructations de leurs « #intellectuels » attitrés, fixés sur une série de mots-clés : #gender, #woke, intersectionnalité, #décolonial, #race… Mais ce sont aujourd’hui des mots vides qu’on agite, les mêmes sur les couvertures des magazines ou tabloïds et dans les chroniques ou tribunes. #Luc_Ferry dénonce « l’#écoféminisme » allié à « l’#islamo-gauchisme » « pour former la ”#cancel-culture-woke” ». #Isabelle_Barbéris accuse les #recherches sur le genre et l’intersectionnalité d’être des « #pseudo-sciences », mais serait bien en peine de donner des arguments scientifiques en ce sens. Les mêmes dénoncent la « #chape_de_plomb » et l’atteinte aux #libertés que constituerait l’existence même de recherches d’universitaires qui, de leur côté, n’ont jamais empêché leurs collègues de mener les leurs.

    Alors pourquoi une certaine génération d’intellectuels, que l’on a beaucoup entendue ces derniers temps, se sent-elle menacée ? Si on écarte la thèse des pathologies mentales engendrées par la pandémie – que révèlent, entre autres, les bagarres autrement plus graves entre bandes de jeunes –, on peut analyser cela en termes de stratégies de #pouvoir_académique. Nous assistons à la #radicalisation d’attitudes que les spécialistes du domaine du genre ont connue de longue date : la volonté politique de #déconsidérer, et si possible de #criminaliser, des recherches qui sont largement développées et légitimes ailleurs, par exemple en accusant ladite « théorie du genre » de ne pas être scientifique – en dépit du fait rappelé dans le journal du CNRS qu’il s’agissait de thématiques de recherche reconnues dans les programmes de l’Union européenne, et développées également dans les sciences « dures ».

    De fait, ces thèmes ont toujours été honnis par l’#extrême_droite, et les chercheurs qui s’y investissent sont régulièrement la cible des sites, médias, militants de cette obédience. Mais l’attaque du gouvernement est une #radicalisation_électoraliste qui permet à des figures opportunistes d’essayer de reprendre pied dans le milieu universitaire resté relativement imperméable aux idées d’extrême droite. La réaction quasi unanime aux déclarations polémiques des ministres #Vidal et #Blanquer (demande de démission de Vidal signée par 24 000 universitaires) est une preuve de plus de cette difficulté que rencontre cette partie ultraréactionnaire du monde intellectuel, qui a une place bien installée dans les médias, et a clairement l’oreille du pouvoir… mais ne domine pas vraiment dans les #universités ni dans les organismes de #recherche. Ce petit milieu s’est senti pousser des ailes lorsque le #pouvoir_politique a repris les idées de l’extrême droite et son agenda classique, la #chasse_aux_intellectuels qui travaillent sur le genre, la race, le #décolonial.

    Mais le mouvement reste limité : les signataires de tribunes dénonçant l’« islamo-gauchisme » qui gangrène les universités en lien bien sûr avec le « gender », sont en réalité éloignés du #monde_académique – retraités, bénéficiaires de positions protégées dans des institutions où ils n’enseignent pas ou peu, au rayonnement très faible dans la recherche. Leur seule chance d’exister dans un monde universitaire internationalisé est donc de déconsidérer leurs collègues pour tenter de les priver de ressources, par exemple en manipulant les outils d’évaluation ; d’où leur nouvel intérêt pour le Haut Conseil de l’évaluation de la recherche et de l’enseignement supérieur (Hcéres), institution dont le gouvernement a récemment pris le contrôle direct.

    Tout cela au nom de la défense du « #pluralisme ».

    Ce croisement fétide entre enjeux intellectuels et politicards n’a pas lieu par hasard. Les concepts de genre, de race et d’intersectionnalité ont été forgés dans et par de nouveaux #mouvements_sociaux et dans l’#activisme (1) qui a permis de mettre en avant de nouvelles catégories d’#oppression. Ce sont des concepts critiques, des outils qui servent à voir et analyser les #inégalités présentes dans les sociétés contemporaines. Ce qui en fait des concepts perturbants pour la pensée ultraconservatrice, qui les a constamment ciblées. Les recherches sur l’intersectionnalité ont fait voir des formes extrêmes de #discrimination et de #vulnérabilité sociales : celles subies par les femmes noires aux Etats-Unis et apparues au grand jour avec la pandémie.

    La détestation « animale » que tentent de susciter les penseurs ultraconservateurs envers les mots même de genre, race… est l’écho direct de la politique de Trump. David Chavalarias, dans un remarquable article synthétisant l’étude quantitative de la diffusion du terme « islamo-gauchisme » sur Internet et les réseaux sociaux, note que ce vocable y a été remobilisé par le gouvernement suivant les méthodes de l’#altright trumpiste (de #Steve_Bannon), de façon à déconsidérer simultanément des recherches… et des #mouvements_émancipateurs. Ce que proposent nos ministres français s’apparente au programme « éducatif » de #Trump dont l’administration a combattu les gender studies et interdit l’usage des mots tels « #fœtus » et « #transgenre » dans les institutions de santé. Trump avait créé une commission pour promouvoir « l’#éducation_patriotique » et revenir sur l’histoire de l’#esclavage, « dangereuse et erronée » selon lui. Il dénonçait, digne précurseur de nos génies nationaux, la « théorie raciale » et les études afro-américaines. Sa secrétaire à l’éducation #Betsy_DeVos avait engagé une réécriture des #manuels_d’histoire pour glorifier le passé esclavagiste et promouvoir une nouvelle version de l’#histoire des Noirs, contre les « #radicalo-gauchistes ».

    Trump voulait ainsi consolider sa politique et son discours sexistes et racistes. Et l’on sait que la mobilisation des minorités a été essentielle dans la récente élection présidentielle. Sans les activistes, Biden ne l’aurait jamais emporté par plus de 7 millions de voix d’écart sur Trump. C’est bien par une prise de conscience – ce qu’on appelle, ici avec dérision, le woke – des injustices, parfois mortelles, que promouvait et créait sa politique que la catastrophe a été évitée. Une majorité des citoyens américains a ainsi su s’appuyer sur une culture minoritaire, dans un contexte de pandémie où beaucoup plus de citoyens ont pu participer au vote.

    L’enjeu désormais en Amérique est de préserver cet acquis, contre les tentatives actuelles des républicains de réduire l’accès au vote, seul moyen qu’ils parviennent à envisager pour accéder au pouvoir. En #France aussi, ce sont les nouvelles générations, d’étudiants et de lycéens, eux-mêmes plus sensibles aux #injustices_sociales et au #racisme déguisés en « #laïcité » (2), qui redonnent espoir, contre tous ceux, intellectuels comme politiques, qui veulent les priver des moyens de connaissance et d’accès aux nouvelles idées qui ont pu aider à la victoire de Biden. Le woke, qu’on veut nous présenter comme une nouvelle dictature, c’est l’éveil de cette force, et la meilleure protection de la #démocratie.

    (1) Voir Albert Ogien, Politiques de l’activisme, sous presse.

    (2) Voir l’enquête sur la laïcité.

    https://www.liberation.fr/idees-et-debats/opinions/intellectuels-de-tous-les-pays-de-trumpez-vous-20210312_W6BYMYYMSZDIHBAO7

    #Sandra_Laugier

  • Antiracist History, Crisis Theory, and University Workers’ Struggles. Interview With #Rick_Kuhn

    The struggle against #oppression is an intrinsic feature of #Marx and #Engels’ politics, along with the conviction that the capitalist tiger can’t be skinned claw by claw. The second volume of #Henryk_Grossman’s Works, edited and introduced by Rick Kuhn, was published recently in the Historical Materialism book series. Grossman is best known for his recovery and development of Marx’s theory of capitalist breakdown. But this latest book contains political writings by him that focus on Jewish workers’ organization and mobilization in eastern Europe before the First World War, as well as the revolutionary politics of the early Communist International. Spectre’s Charles Post recently talked with Rick about Grossman’s relevance today, as well as some major, ongoing struggles by university workers in Australia.

    Rick has been a union militant and a member of the largest Marxist organization in Australia, Socialist Alternative (and its predecessors) since 1977. He’s been a campaign and solidarity activist and organizer for even longer than that. His biography Henryk Grossman and the Recovery of Marxism (University of Illinois Press, 2006) won the Deutscher Prize in 2007. He also wrote Labor’s Conflict: Big Business, Workers and the Politics of Class (Cambridge University Press, 2011) with Tom Bramble about the Australian Labor Party, and he edited the collection Class and Class Conflict in Australia (Addison Wesley Longman, 1996).

    Late last year, in the middle of jobs carnage at the Australian National University, management there refused to renew Dr. Kuhn’s (unpaid) status as an honorary associate professor. In solidarity with Rick, the editors of Spectre urge our readers to sign and share the petition calling for his reinstatement.

    What led to you to work on Grossman?

    I became a Marxist and experienced the end of the long, post-World War II boom as a young adult while participating in struggles for a more radical and relevant economics curriculum at Sydney Uni in the mid 1970s. Crisis theory has interested me since then. The origins of my Grossmania lie in a great 1978 essay “An Introduction to the History of Crisis Theories” by Anwar Shaikh. The political current to which I belonged and still belong, like Grossman, identified the tendency for the rate of profit to fall as the most important element in Marx’s theory of economic crises. There was little information available about Grossman or his work at that time. Australia and much of the world went into another recession in 1991.

    Mainly prompted by the fall of the Berlin Wall, I studied German seriously, having heard the language spoken with my grandparents when I was a child and suffered a very poor education in it for 3 years in junior high school. That study equipped me to embark on the biography of Grossman.

    Finding out about Grossman’s dramatic experiences, revolutionary politics, and growing knowledge of his economic ideas maintained commitment to the project. So did a feeling of affinity, not only because we shared a commitment to working class self-emancipation but also because we both became atheistic Jews, and because of my mother’s family’s background in Galicia during the period when Grossman lived there. I only discovered my own connection with Galicia by using skills developed for the Grossman project. That discovery also came as news and even a shock to my Mum. For me, and hopefully readers of the biography, Grossman’s life is a window onto the important radical movements and struggles during the first half of the twentieth century.

    Over a decade ago, after the biography was published, Sebastian Budgen suggested that the next logical step was to work on a collection of his works. It seemed like a good idea at the time. And that venture has helped me deal with having multiple myeloma (a kind of blood cancer). Family, friends, and comrades have been extremely indulgent and supportive of my Grossmania. Socialist Alternative’s perspectives have influenced its specific inflection.
    Why should we pay any attention to the writings of Grossman on politics? He was primarily an economist, wasn’t he? And his account of capitalist crises has long been characterized as a mechanical theory of capitalism’s breakdown.

    Yes, Grossman is best known as an economist. In fact, he was the most important Marxist economist of the twentieth century. But he was also politically engaged and active from an early age and wrote works with important political content. The theory of breakdown is what Grossman is famous for. Of course Rosa Luxemburg also insisted that capitalism’s tendency to breakdown is a core feature of Marxist theory. But her explanation of the tendency was underconsumptionist, focused on the ultimate lack of markets for capitalist commodities.

    Marx located capitalism’s fundamental economic contradiction in the heart of its process of production. The very mechanism that has led to the repeated and dramatic increases in the productivity of human labour under capitalism, through greater application of improved technologies, machinery and equipment than deployment of more workers (that is, an increasing organic composition of capital), gives rise to the tendency for the rate of profit to fall and hence crises. This is at the root of capitalism’s tendency to break down.

    Grossman was the first person to systematically develop Marx’s discussion of both the tendency for the rate of profit to fall and its countertendencies, in his The Law of Accumulation and Breakdown of the Capitalist System, Being also a Theory of Crisis. The first full translation of that book, which Jairus Banaji and I translated, is the third volume of Grossman’s Works and should be published soon. I’m impatiently waiting for the page proofs.

    When it was first published in 1929, The Law of Accumulation attracted more attention than any other work by a member of the Institute for Social Research, which gave rise to the Frankfurt School, until the late 1940s. Most of that attention was hostile. Social democrats, Communists, and some council communists dismissed it as a theory of capitalism’s automatic breakdown, without the need for class struggle.

    Paul Sweezy conveyed this complete distortion to an English reading audience in his judgement that Grossman was guilty of “mechanistic thinking.” Anyone who bothered to read not only that book carefully, but also essays published by Grossman both before and after it appeared, would find that he expressed his view that revolutionary action was necessary to overturn capitalism, with reference to Lenin, quite explicitly.

    For example, check out his essay Fifty Years of Struggle over Marxism, a penetrating history of Marxist ideas from Marx’s death until the early 1930s. It concludes with a summary of Grossman’s recovery of Marx’s breakdown theory. The translation, by Einde O’Callaghan and me, is in the first volume of Grossman’s Works but has also been issued as a short, very cheap ebook that I strongly recommend.
    So his main contribution to Marxist economics was in the area of crisis theory, the tendency for the organic composition of capital rise and the rate of profit to fall?

    Yes, but not only that. In The Law of Accumulation and other publications, which are collected in the first volume of his Works, he made other important contributions too. He identified the logic of the structure of the 3 volumes of Marx’s Capital as a journey from the abstract, the core of the analysis, identified by temporarily setting aside less important aspects of capitalism, to the concrete, as those aspects were successively incorporated into the discussion. So there was no contradiction between the first and third volumes of Capital as various critics argued.

    On this issue and other questions, Grossman demolished Marx’s critics and developed Marx’s analyses which were accurate when Marx wrote, when Grossman wrote, and remain accurate today, contrary to those bourgeois ideologues as well as self-identified Marxists who have distorted or attempted to refute them.

    Some genuinely Marxist critics of the economic ideas of Marx himself or Grossman, notably Rosa Luxemburg but also John Bellamy Foster, have made important contributions to other areas of Marxist theory. Rosa Luxemburg provided us with brilliant accounts, for example, of reformism as an essentially capitalist ideology and the dynamics of working class struggle. But she mistakenly held that Marx’s presentation of the reproduction schemes in volume 2 of Capital was flawed.

    Grossman dispatched that criticism, which underpinned her unsatisfactory theory of breakdown and imperialism. In economics, Foster is an epigone of Sweezy’s underconsumptionism but his (and Paul Burkett’s) recovery of Marx’s ecological thinking is tremendously valuable. His The Return of Nature deservedly won the Deutscher Prize last year.

    In explaining the tendency to break down, Grossman also highlighted that a satisfactory analysis of capitalism has to take into account both the value and use value aspects of production and accumulation. This was one of the foundations of his devastating refutation of marginalist theory which underpins the bourgeois ideology called “economics” taught at universities, sometimes alongside its underconsumptionist half-brother, Keynesianism, which is supposedly and misleadingly regarded as the basis of government policies (as opposed to naked capitalist self-interest).

    In 3 major studies and a shorter article, Grossman traced the historical origins of some of Marx’s key concepts in the work of earlier French, Swiss, and English writers, as well as the way in which Marx transformed these ideas. They’re in Works volume 1. In the area of economic history, Grossman wrote an essay refuting Max Weber’s The Protestant Ethic and the Spirit of Capitalism and undertook a major project on the origins of capitalism in Galicia. They will be published in Works volume 4. Then there are his contributions to the history of the modern scientific worldview that are in The Social and Economic Roots of the Scientific Revolution, edited by Gideon Freudenthal and Peter McLaughlin (Springer, 2009).
    But he also had interesting things to say about the fight against oppression?

    That’s right. The second volume of his Works primarily contains Grossman’s political writings. The hardback is horrendously expensive, but Haymarket has published it in paperback. Since Marx and Engels, Marxists have been fighting racism and the oppression of women, as well as exploitation, although you wouldn’t know it from some discussions among socialists.

    In his early 20s just after the start of the twentieth century, Grossman was a leader of Jewish workers, in Galicia, the Austrian occupied province of partitioned Poland, in their struggles against exploitation and antisemitism. Having helped organize them into socialist unions and associations, he was the founding theoretician and secretary of the Jewish Social Democratic Party of Galicia. At the outset this Party had 2000 members and intervened in Jewish workers’ and wider industrial and political struggles, on the basis of revolutionary Marxist politics.

    Grossman’s first writings, collected at the start of the second volume of his Works, provide the justifications for the JSDP’s existence and outline its activities and perspectives. He argued that Jewish workers themselves were the crucial “subjective” factor in the struggles to achieve equal rights for Jews, in accord with the Marxist principle that “the emancipation of the working class must be the act of the working class itself.” The Bund, the General Union of Jewish Workers of Poland, Lithuania, and Russia was the prime, contemporary, political inspiration for Grossman and his Party. Until 1906, the Bund was the largest Marxist organization in the Russian Empire.
    So he was essentially a Bundist? How is that relevant today?

    He was a Bundist but against some of his inclinations. He was initially a member of the Polish Social Democratic Party of Galicia (PPSD), the main socialist organization in the province. It was also a Polish nationalist party, aligned with the Polish Socialist Party (PPS) on Russian territory, rather than with Rosa Luxemburg’s Social Democracy of the Kingdom of Poland and Lithuania. Grossman helped smuggle material for Luxemburg’s party into the Russian Empire.

    For a while he was also the editor of a journal hostile to the PPS but open to other socialist currents. The PPSD neglected Jewish workers. The immediate trigger for the formation of the JPSD was the PPSD’s decision to abolish the Jewish workers’ unions and associations. Grossman and his comrades were faced with the choice of giving up on the Jewish working class or splitting from the PPSD. The new Party immediately sought affiliation to the general Austrian Social Democratic Party, which was a federation. Its application was turned down.

    Grossman abandoned Bundism under the impact of the Bolshevik revolution, if not before. When he moved to Warsaw, in 1919, he joined the Communist Workers Party of Poland, an illegal organization. As a consequence, he was arrested on several occasions, and he was an organizer of at least 1 of the Party’s above ground fronts. He wrote an introduction, on the earliest reception of Marxism in Poland, to his translation of Marx’s Critique of the Gotha Program and related documents. The introduction drew attention to the continued opportunist current in German social democracy and was issued by a publishing house which was a Communist front.

    So Grossman embraced the revolutionary Marxist perspective of organizing all those committed to the working class’s overthrow of capitalism in a single party because the struggle against all oppressions is in the interests of the working class as a whole and is therefore a responsibility of a revolutionary organization if it is to be effective. The idea, peddled by proponents of identity politics, that the oppressed must always organize separately is an obstacle to successful resistance to capitalism. That idea reinforces oppression because it implicitly or explicitly asserts that oppressed people are politically homogenous.

    The strategies and tactics for the campaigns around the issues that affect oppressed groups are often highly contested within those groups. Revolutionary organizations have to take up and intervene into the struggles of the oppressed, to both enhance their chances of success and so that they contribute to the fight against the capitalist system as a whole.
    Where did Grossman express his revised views about political organization?

    I’m glad you asked, because it was in a peculiar place.

    Grossman’s old friend and boss at the Institute for Social Research in Frankfurt, where he went in qualified exile from Poland, was Carl Grünberg. When a stroke incapacitated Grünberg, Grossman took over his job of updating old and writing new entries on socialists and socialist movements for the fourth edition of Ludwig Elster’s Dictionary of Economics. It was really an encyclopedia, in 3 thick volumes issued between 1931 and 1933. Heavy too, as I experienced in schlepping them around. Some of the entries were just a couple of paragraphs, others were very long. Grossman, for example, wrote over 21,000 words for the entry that was also published separately as Fifty Years of Struggle over Marxism. Apart from that one, all his other entries are translated in the second volume of his Works.

    The most substantial of his biographical entries was on Lenin. It outlined and endorsed Lenin’s role in the Bolshevik Party, Russian Communist Party, and Communist International. It contains much to learn and apply today, concerning questions of organization, orientation, and practical politics. His longer entries on Bolshevism and the Communist International express the same perspective. And that perspective is apparent in his very substantial contributions to the Dictionary on anarchism, Christian socialism, social democratic and Communist parties, and the Second International, as well as various socialists prominent in the history of the movement.
    Sounds like you’re a bit of a Grossman fanboy…

    I am. But not an uncritical one, as anyone who reads my introduction to the Works volumes will see.

    My survey and evaluation of criticisms of The Law of Accumulation, just out in Marxist Left Review, identifies some which are valid, although they do not invalidate his theoretical framework or main conclusions.

    And, whatever the circumstances that explain his Bundist politics, they had their limitations. The notion that the achievement of the Bundist demand for “national cultural autonomy” could itself contain and neutralize national divisions inside the working class is an illusion.

    Of particular significance, he was not immune from Stalinism. Grossman’s assessments of developments in Russia in the late 1920s, notably the first 5 Year Plan, were wrong. Like many members and sympathizers of Communist parties around the world, he did not recognize that by the end of that decade the revolution had been definitively defeated. But the passivity of the KPD in the face of the Nazis’ accession to power, with the support of the bulk of the German bourgeoisie, did shake him up.

    For a while, he had a more critical assessment of the role of the Communist International under Russian leadership. But apparently influenced by Russian support for the Republican side in the Spanish Civil War, he again became sympathetic to the official Communist movement from the mid 1930s.

    That’s clear in his correspondence. But even though The Law of Accumulation attracted the ire of Stalin’s lieutenant in economic matters, Jenö/Eugen Varga, and were criticized in Communist publications, Grossman never repudiated its arguments. And he continued to make them, even as he made further important contributions to Marxist economic theory. That’s why none of his works were ever republished in East Germany, even though he took up a professorial chair and joined the Socialist Unity (that is, Communist) Party there in 1949, the year before he died.

    So there were some slip-ups in his book on capitalist crises and breakdown; there were shortcomings in some of Grossman’s early treatment of the Jewish question; and his assessments of the Soviet Union’s foreign policies after the early 1920s and the 5 Year Plans were profoundly false.

    On the other hand, if you want insights into the situation of Jewish workers in early twentieth century eastern Europe, into capitalism’s economic trajectory that arise from Marx’s theoretical breakthroughs and what those innovations were, into the inadequacies of bourgeois economics, into the role of a revolutionary party, or into the relationship between production and early modern scientific thought, then he’s your guy.
    You’ve recently been putting some of the ideas you write about into practice?

    That’s right. Despite and because of the COVID crisis, there was the biggest ever mobilisation by university unionists in Australia last year. I have been more involved in actual class struggles than for ages. The crisis has seen managements across Australia attacking the pay and conditions of university workers. Unfortunately, the initial response of the leadership of the National Tertiary Education Union, which represents most of the academic and non-academic workforce, was complicity with the attacks. So we have had to campaign against the vice chancellors (university presidents), the federal government, and policies of our union’s leaders.
    But didn’t you retire years ago?

    I did, at the end of 2013, after working at the Australian National University for 27 years. At that point, having been active in the union and its predecessor since my first academic job, I was made a life member. The Australian National University also made me an honorary associate professor. Despite differences with the NTEU’s leadership, my life membership has continued. ANU bosses, on the other hand, decided not to renew my honorary status last November without any official reason explanation. After a petition protesting this started, they did concede me access to the university library for a few more years.
    Can you tell me a bit more about the struggles in the universities?

    First some background. The COVID crisis hit Australian universities particularly hard because they have been very reliant on very high fees from international students. Over 1/5 of all university enrollments were international students in 2019. They have been treated as cash cows by university managements. Meanwhile, both Conservative and Labor federal governments have been underfunding universities for many years.

    The pandemic led to a collapse in revenue from international students. The Conservative government, which provided support for employment in all other industries, refused to do so for universities. Then last October, it cut universities’ per student funding, so that public money will be less than half of their income for the first time.

    University bosses responded to the onset of the crisis by sacking casual workers, some of whom had been working without even fixed term contracts let alone as continuing employees for years. The first response of the NTEU leadership was not to organize resistance, but to offer the vice chancellors reductions in members’ pay (of up to 15 percent!) and in conditions of employment, in return for flimsy undertakings about minimising job cuts. Negotiations over a national deal along these lines went on behind members’ backs.
    How did unionists respond?

    There was outrage. That was promoted and provided with ammunition – in the form of evidence, arguments, advice about how to resist, and effective practical interventions in the most unionized universities in the country – by NTEU Fightback. That is a rank and file organizing center in the union, initiated by Socialist Alternative. I’ve been active in NTEU Fightback from the start. There’s a very good article that goes into more detail.

    One of the first signs of resistance to the NTEU leader’s proposed deal was at Sydney University, the best organised and the most industrially militant campus in the country. A motion to oppose such a deal was carried at a union meeting by 117 to 2. It was moved by Alma Torlakovic, a member of NTEU Fightback and Socialist Alternative.

    We argue that a concessionary approach is disastrous. It not only results in worse wages and conditions; it also undermines members’ self-confidence and weakens the union’s capacity to fight. The alternative is to devote resources to resisting employers’ attacks. Much of the time that may mean using “proper channels” but in ways that mobilize members in collective action, to build solidarity and the union – like organizing protests alongside formal appeals or consultations with management. That’s the path to recruitment and more militant and effective mass action, that is strikes, in the future.
    What’s the explanation for the behavior of your union’s officials?

    Very briefly: union officials are bargaining agents. They are not exploited by bosses. Their job is to do deals over the terms under which their members’ ability to work is sold. They are under pressure from their members below, who want to defend and improve wages and conditions, and from employers and governments above, who want to maximise profits and the economic growth it generates. Their prime interest is in maintaining their role as intermediaries. So union officials are essential for unions, but they don’t have the same interests as workers. I wrote a newspaper article that develops this argument in relation to our union.

    Recognizing the weakness of the NTEU, its leaders decided that it would be easier for them to stay relevant by offering concessions than leading a serious fight. A comrade put it this way: they are desperate to get their shiny black shoes (though, in some cases, it may be their natural leather Birkenstocks) under the bargaining table, even if that means being involved in implementing wage cuts and the erosion of conditions.

    There are a few differences between what university workers and metal workers do on the job. But NTEU Fightback’s perspective is summed up by the stance of the Clyde Workers Committee, which led the struggles of metal workers in Scotland during World War I:

    We will support the officials just so long as they rightly represent the workers, but we will act independently immediately [if] they misrepresent them.

    How did the campaign develop?

    We started a petition against the deal to spread the arguments against it and encourage local organizing. We built an email list of over 1500 university workers, to which we send out bulletins. During the height of the campaigns against the deal and the vice chancellors’ attacks, NTEU Fightback was issuing almost daily emails and Facebook posts. We set up a website, which now includes extensive resources about the situation in the universities and the union, the history of rank and file struggles, and the practicalities of organizing. We provided support for our members and others who were fighting the attacks at their unis. And we also convened public meetings about the current and past rank and file struggles in Australia and abroad. The transformation of the Chicago Teachers Union has been a reference point for us.

    Resistance built, and there were record-breaking union mass meetings at many universities. All this happened in the unfamiliar world of Zoom.

    Eventually, faced with this unprecedented rank and file revolt, the NTEU’s officials gave up on their proposed national deal. But they still pushed local sellouts along similar lines. NTEU Fightback has backed resistance to accepting these deals. Where they were adopted, none of them prevented widespread job cuts. Rather, they ensured that job cuts were accompanied by cuts in the pay and conditions set out in enterprise agreements (union contracts).
    So what’s next?

    University managements are using the crisis and union officials’ display of weakness, to impose their previous wishlist of increased workloads, increased casualization of work, course and job cuts, restructures, outsourcing, and reducing the research time of academics who are both teachers and researchers. So the struggle goes on, sometimes alongside the officials, sometimes despite them.

    Many contracts expire this year. We are pushing in workplaces and the union’s structures for the NTEU to adopt demands, especially around job security, workloads, and pay, that can inspire members and, crucially, to organize around these towards sustained industrial action. Today, mere threats or Duke of York tactics (marching the troops to the top of the hill and back down again) – that is, token work stoppages – won’t cut it. Determined, disruptive strikes with mass support are currently the only way to effectively defend and improve workers’ lives. That’s what he have to build towards.

    Grossman’s contributions to Marxism are highly relevant here. Because, while building towards that kind of action, as socialists we also point out to militants that the underlying problem is the crisis-prone system of capitalism and that the working class won’t succeed in overturning it in the absence of a revolutionary party which supports all struggles against oppression and exploitation.

    https://spectrejournal.com/antiracist-history-crisis-theory-and-university-workers-struggles

    #marxisme #matérialisme_historique #syndicalisme #histoire

    • Contexte de cet interview:

      Late last year, in the middle of jobs carnage at the Australian National University, management there refused to renew Dr. Kuhn’s (unpaid) status as an honorary associate professor. In solidarity with Rick, the editors of Spectre urge our readers to sign and share the petition (https://www.change.org/p/professor-brian-schmidt-anu-vice-chancellor-and-restoration-of-dr-rick-kuhn-) calling for his reinstatement.

      #université #Australie #censure

      –—

      Restoration of Dr Rick Kuhn’s honorary status at the Australian National University

      Please sign this petition, calling for the restoration of Dr Rick Kuhn’s honorary status at the Australian National University. As a life member of the National Tertiary Education Union, he has, most recently, been outspokenly involved in campaigns against the attacks on university workers’ pay, conditions and job security across the Australian higher education sector.
      We the undersigned call on the Australian National University to restore the honorary status of Dr Rick Kuhn and therefore his full access to the University’s library resources. This will enhance his ability to continue his research and publishing activity, and to contribute to the international scholarly and ANU communities.
      Unique skills and expertise are the basis of Rick’s international reputation. One of the most prominent scholars working on Marxist theory in Australia, he won the international Deutscher Prize in 2007. He is currently the editor and co-translator of the 2,500 page, four volume, project of Henryk Grossman’s works, for each of which he has written substantial introductions. The first two volumes have been written and manuscripts of the last two have been prepared.
      Rick has published extensively on the history, policies and sociology of the Australian Labor Party, ALP governments, the broader Australian labour moment and Australia’s political economy, as well as writing about Marxist theory, German and Austrian politics. Recent articles, entries in reference works and introductions to other books have evaluated aspects of Grossman’s life and work. He has also contributed articles and commentary – on fascism, Israel/Palestine, antisemitism, union issues, the ALP and health policy – to the daily and specialist press and other mass media.
      Over 33 years, the ANU has benefitted from Rick’s paid and, since retirement, unpaid labour in research and publishing, teaching and public commentary. This labour has been sustained despite a period of chemotherapy and during his current condition of partial remission from Multiple Myeloma, which has significantly reduced his life expectancy.
      Rick also has decades of experience as an activist and unpaid organiser in a wide range of social movements and campaigns, including the union movement, campaigns for LGBTIQ and women’s rights, in solidarity with the struggles of Aborigines and the Palestinians, as well as the anti-war and peace movements. This involvement has provided many insights of academic relevance.
      The trivial sum saved by not renewing Dr Kuhn’s honorary status cannot justify the harm it has done to the ANU’s and international scholarly enterprise.

      Shortly after this petition was initiated, ANU management condescended to grant Rick access to the university library for a few years. It still does not acknowledge his continuing scholarly achievement over decades or provided access to other university facilities associated with honorary status, which would aid his research.

      https://www.change.org/p/professor-brian-schmidt-anu-vice-chancellor-and-restoration-of-dr-rick-kuhn-
      #pétition

  • Verso un Ente di Decolonizzazione

    Alla Quadriennale d’Arte 2020 a Roma la nuova installazione di Decolonizing Architecture Art Research con dossier fotografico di Luca Capuano.

    Nel 1940 il regime fascista istituì l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano, seguendo il modello dell’Ente di Colonizzazione della Libia, e delle architetture coloniali in Eritrea e in Etiopia, e di quanto già sperimentato con i piani di bonifica integrale e di “colonizzazione interna” dell’Agro Pontino negli anni trenta. Utilizzando diverse forme di violenza e oppressione, forme genocidiarie nei confronti dei popoli colonizzati e ingegneria sociale e violenza di classe sul fronte italiano, il fascismo aveva individuato in questi “territori”, uno spazio geografico astratto, uniforme e omogeneo da “modernizzare” e “ripopolare”, in quanto considerato “vuoto”, “sottosviluppato” e “arretrato”. A tale scopo la Sicilia era diventata agli occhi del fascismo, l’ultimo fronte della modernizzazione, il cui mondo rurale, in contrapposizione alla città, era considerato un terreno “vergine” da occupare.

    Prima che il conflitto mondiale lo impedisse il fascismo inaugurò fino al 1943 otto borghi siciliani, mentre altri rimasero incompiuti. Seguendo i principi dell’estetica e di planimetrie moderniste, dell’architettura coloniale fascista, i borghi venivano costruiti attorno al vuoto della piazza, “centro civico” delle istituzioni dello Stato atte a “civilizzare” campagne considerate vuote e senza vita: la Casa del fascio, l’Ente della Colonizzazione, la Chiesa, le Poste, la Scuola sono soltanto alcune delle istituzioni designate a forgiare l’educazione culturale, politica e spirituale del “nuovo colono fascista”. I nuovi borghi di fondazione avrebbero cosi “connesso” tra di loro le varie parti del nuovo Impero italiano.

    Per celebrare questa unità fittizia, molti dei villaggi siciliani tra cui Borgo Bonsignore, Borgo Fazio e Borgo Giuliano presero il nome di martiri fascisti, camice nere, soldati e coloni morti in Etiopia durante la guerra coloniale di occupazione. Allo stesso tempo, il fascismo aveva continuato la “colonizzazione interna” come strumento e strategia di oppressione del dissenso interno. Se da un lato i borghi erano stati pensati come strumento e spazio di trasformazione agricola delle campagne siciliane in chiave estensiva, estrattiva e capitalista, i piani di migrazione forzate verso Sud servivano al regime ad impedire rivolte nelle campagne del Nord, spezzare i legami tra i lavoratori agricoli con i movimenti antifascisti, e trasformare i braccianti in piccoli proprietari terrieri.

    Oggi la maggior parte di questi borghi sono caduti in rovina. Il depopolamento e le migrazioni delle campagne siciliane nel dopoguerra, con il tempo hanno fatto si che gli edifici che ospitavano le istituzioni fasciste cadessero in abbandono, o in alcuni casi venissero trasformate dai residenti in abitazioni. Questi villaggi sono oggi la materializzazione di una sospensione, non la definitiva eliminazione di un percorso storico e politico. Nonostante la caduta del fascismo e la fine del colonialismo storico, la de-fascistizzazione e la decolonizzazione dell’Italia rimangono processi purtroppo incompiuti. Ad oggi il mancato processo di revisione critica ha fatto si che l’apparato culturale e politico del colonialismo e fascismo sia sopravvissuto: tra questi il razzismo istituzionale e un sentimento diffuso della presunta superiorità della civiltà europea, la conseguente deumanizzazione delle popolazioni proveniente dal mondo (post)coloniale, il sopravvivere di monumenti e strade che celebrano l’ideologia e la storia fascista e coloniale, e la carenza di un’educazione alla conoscenza critica del passato all’interno del sistema educativo italiano.

    In Italia, come dimostrato dai villaggi siciliani, questa impasse politica e culturale di lunga durata è molto visibile attraverso la normalizzazione o la noncuranza dell’architettura fascista. Come è stato dibattuto dalla critica e letteratura postcoloniale negli ultimi anni e contestato a gran voce nel 2020 sull’onda dei moti globali contro la presenza dei simboli che celebrano le violenze imperiali e coloniali negli spazi urbani dell’emisfero Nord, in Italia è molto comune trovare edifici coloniali/fascisti (oltre a monumenti, targhe, memoriali e toponomastica) che piuttosto che essere rimossi, smantellati o distrutti, sono stati lasciati intatti. Sin dalla conclusione della Seconda Guerra mondiale, l’architettura fascista (e progetti urbanistici) sono stati riutilizzati o sviluppati dai governi repubblicani per dare una casa alle nuove istituzioni liberal democratiche italiane. Le reliquie del fascismo e del colonialismo sono state progressivamente normalizzate all’interno dei paesaggi urbani, sfuggendo allo sguardo critico della cultura e della politica antifascista.

    Ad oggi, con il “ritorno” dei fascismi su scala globale e il crescente arrivo negli ultimi decenni dei migranti dall’ex mondo coloniale, la necessità di riaprire i processi di decolonizzazione e defascistizzazione si è resa più che mai urgente. E con essi, nuove domande sul “che fare” del “patrimonio” architettonico coloniale fascista. È possibile immaginare un ri-uso, senza correre il rischio di perpetuare eternamente questa stessa ideologia, e contro il pericolo dell’autoassoluzione e della nostalgia?

    Nel 2017 Asmara la capitale dell’Eritrea è stata nominata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La nomina, intitolata “Asmara – Citta modernista d’Africa”, fa riferimento alla trasformazione architettonica e urbana coloniale fascista e modernista di Asmara avvenuta durante l’occupazione coloniale italiana. Non esente da critiche, l’iscrizione di Asmara pone una serie di elementi problematici: dal rischio di presentare la città coloniale costruita dagli italiani come il modello di patrimonio urbano del continente africano, al pericolo di rinforzare impulsi nostalgici o costituire uno strumento di propaganda per il regime eritreo, fino al rischio di cedere ai paradigmi di conservazione dei beni architettonici e culturali eurocentrici imposti dall’UNESCO.

    Nonostante queste controversie, la nomina di Asmara ha comunque posto per la prima volta una serie di domande fondamentali che riguardano e accomunano entrambi ex-colonizzati ed ex-colonizzatori: chi ha il diritto a preservare, riutilizzare e ri-narrare l’architettura coloniale fascista?

    L’installazione presentata per la Quadriennale d’arte 2020 – FUORI a Palazzo delle Esposizioni a Roma, sede della Prima mostra internazionale d’arte coloniale (1931) e di altre mostre di propaganda del regime, propone di ripensare i borghi costruiti dal fascismo in Sicilia a partire dalla nomina di Asmara come patrimonio dell’umanità. L’installazione è il primo intervento verso la creazione di un Ente di Decolonizzazione che sarà aperto a coloro che avvertono l’urgenza di mettere in discussione un’ampia eredità storica, culturale e politica intrisa di colonialismo e fascismo, ed iniziare dunque un percorso comune verso nuove pratiche di decolonizzazione e defascistizzazione[1].

    L’occasione della mostra vuole dunque contribuire ad ampliare il raggio critico, a partire dal cosiddetto “patrimonio” architettonico. L’architettura a differenza di monumenti e targhe, si erge su delle fondamenta, ponendo cosi questioni di fondazione e di profondità. In questo senso, l’architettura si occupa di un problema strutturale, dando una forma alle fondamenta coloniali e fasciste sui cui si costruisce l’Italia contemporanea, a testimonianza di una continuità storica e politica tra passato e presente. Ora che molti di questi edifici coloniali e fascisti sono in buona parte in rovina, si corre il rischio che cadendo a pezzi, si portino via la memoria, ma lasciando le fondamenta di una lunga storia di violenza, oppressioni e discriminazione, come ultimo atto dell’amnesia italiana.

    Verso un Ente di Decolonizzazione presentato a Roma, è il primo atto di un lungo percorso che intende coinvolgere coloro che sentono l’urgenza di mettere in discussione concetti e pratiche ereditate dal passato e di costruire oggi spazi critici in cui incontrarsi tra uguali. Il secondo atto si svolgerà la prossima estate in Sicilia, nell’ex-ente di colonizzazione di Borgo Rizza, nel comune di Carlentini, dove cittadini, politici, studiosi, artisti e studenti cercheranno di fare i conti con la difficile eredità´ del patrimonio dell’architettura fascista e coloniale.

    La formazione di un Ente della Decolonizzazione vuole così porre la questione della riappropriazione e ri-narrazione degli spazi e simboli del colonialismo e del fascismo all’interno di un ampio percorso decoloniale, e cosi contribuire a invertire la tendenza italiana al racconto auto-assolutorio di un colonialismo “meno peggio” degli altri. In un contesto internazionale in cui le rivendicazioni degli ex-colonizzati ad una vera riparazione e al risarcimento per i crimini del colonialismo e della schiavitù si fanno sempre più forti e trascinanti, l’Ente della Decolonizzazione intende partire da semplici domande che permettano di rivendicare il diritto a re-inquadrare la narrazione storica, cominciando dalla presenza dell’eredità architettonica coloniale e fascista: dato che i borghi sono stati costruiti per dare forma e corpo alla ideologia fascista, in che modo è possibile sovvertirne i principi fondanti, partendo da questi stessi luoghi come nuovo “centro” della lotta ai fascismi contemporanei? Come trasformare questi borghi in un antidoto al fascismo? Chi ha il diritto a ri-narrare e al ri-uso di questi villaggi che vennero costruiti per celebrare i martiri fascisti nelle guerre di occupazione in Africa? È possibile immaginare un ri-uso critico di questi luoghi, che si faccia alleato di un percorso di riparazione dei crimini del passato? È ipotizzabile un ri-uso inteso come riparazione? È forse possibile un percorso di riparazione che vada oltre la sfera dei trattati bilaterali tra governi e stati? In quali forme questa riparazione o risarcimento può prendere forma? Può l’eredità architettonica giocare un ruolo in tutto ciò?

    https://www.lavoroculturale.org/verso-un-ente-di-decolonizzazione/alessandro-petti

    #décolonial #Italie #colonisation #colonialisme #architecture #fascisme #histoire #Ente_di_Colonizzazione_del_Latifondo_Siciliano #Ente di_Colonizzazione_della_Libia #Erythrée #Ethiopie #Agro_Pontino #ingéniérie_sociale #violence #oppression #vide #géographie_du_vide #ressources_pédagogiques #modernisation #Sicile #toponymie #toponymie_politique #colonisation_interne #espace #racisme_institutionnel #monuments #architecture_fasciste #normalisation #patrimoine #Asmara #UNESCO

    #photographie #Luca_Capuano

    #TRUST #master_TRUST

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    ajouté à la métaliste sur le #colonialisme_italien:
    https://seenthis.net/messages/871953

  • Le #rire du dominant

    #Xavier_Gorce a rendu un fier service au Monde en mettant fin de lui-même à la collaboration qui le liait depuis près de vingt ans au journal du soir. Le dessin de trop aura été celui où il se hasardait à se moquer des victimes d’inceste, publié sur la newsletter du quotidien, qui a provoqué la colère de nombreux lecteurs. Mais cela faisait déjà plusieurs années, notamment depuis la crise des Gilets jaunes, que le #mépris de #Gorce était devenu plus visible que son humour.

    Il est significatif que ce soit sur la question des violences sexuelles que la satire ait trébuché. La vague de témoignages qui a suivi celui de Camille Kouchner a transformé la perception de l’inceste, qui apparaît désormais comme un problème de société effrayant et trop longtemps occulté. Prendre ce sujet à la légère, comme continuent de le faire quelques défenseurs anachroniques des droits du patriarcat, est devenu tout simplement insupportable.

    En dépit de justifications laborieuses qui n’ont convaincu personne, l’embarras du dessinateur était perceptible. Il est donc regrettable de constater que le débat public à propos du dessin de presse soit devenu le théâtre d’une des pires pollutions intellectuelles, où s’empilent les sophismes les plus moisis sur le bon temps où l’on pouvait rire des victimes, la tyrannie de l’indignation, sans oublier la blague de la « cancel culture ». Legs de la crise des caricatures danoises de 2006, il est devenu impossible en France d’évoquer n’importe quel dessin sans plier le genou devant la mémoire des victimes des attentats de #Charlie. Les arguments brandis par Gorce lui-même constituent un festival de cette #caricature de débat sur les #caricatures, qui est devenu tout bonnement absurde – les soi-disant défenseurs de la liberté d’expression hurlant à la censure à la moindre critique.

    Ce que démontre pourtant la passion qui anime cette posture faussement libertaire, c’est à quel point le rire peut être l’arme de l’imposition de la #norme, d’une rare #violence_sociale. Libérateur lorsqu’il représente la voix des faibles, il devient le plus effrayant instrument d’#oppression lorsqu’il leur impose le #silence. Au fil des ans, le dessin de Gorce était devenu emblématique de cette ricanante #raison_du_plus_fort. Que ses tristes #sarcasmes perdent un peu en visibilité est une bonne nouvelle.

    http://imagesociale.fr/9342

    déjà signalé ici, je remets avec quelques tags en plus :
    https://seenthis.net/messages/897484

    Voir aussi ce fil de discussion :
    https://seenthis.net/messages/887069

    @karine4 et @cede, extrait :

    Ce que démontre pourtant la passion qui anime cette posture faussement libertaire, c’est à quel point le rire peut être l’arme de l’imposition de la #norme, d’une rare #violence_sociale. Libérateur lorsqu’il représente la voix des faibles, il devient le plus effrayant instrument d’#oppression lorsqu’il leur impose le #silence.

  • Une philosophe féministe oubliée : Jenny d’Héricourt (1809-1875), alias Jeanne-Marie Poinsard
    https://maitron.fr/spip.php?article159559
    https://fr.wikipedia.org/wiki/Jenny_d%27H%C3%A9ricourt

    Quand en 1856 Jenny P. d’Héricourt (1809-1875), sage-femme, féministe et philosophe, critiqua Pierre-Joseph Proudhon pour sa théorie sur l’infériorité féminine, celui-ci refusa tout discussion, invoquant son infériorité intellectuelle naturelle. Néanmoins d’Héricourt continua de publier de ferventes critiques des théories des philosophes sociaux de son époque sur l’inégalité des sexes.

    Caroline Arni, « La toute-puissance de la barbe » Jenny P. d’Héricourt et les novateurs modernes
    https://journals.openedition.org/clio/139

    Quand l’auteure de La Femme Affranchie. Réponse à MM. Michelet, Proudhon, É. de Girardin, A. Comte et aux autres novateurs modernes, 1860, propose une discussion à Proudhon, il répond :
    « Il y a chez vous, au cerveau comme dans le ventre, certain organe incapable par lui-même de vaincre son inertie native et que l’esprit mâle est seul capable de faire fonctionner, ce à quoi il ne réussit même pas toujours. »

    Comme quoi, pour la grenouille au fond du puits, l’univers n’est qu’un petit disque bleu...

    #Jenny_d'Héricourt #féminisme #femmes #philosophe #théories_sociales #sexisme #Proudhon #grand_homme

    • Le pire dans tout ça, c’est qu’en tant que patriarche de l’#anarchisme, aujourd’hui encore ce type d’idées phallocrates persistent chez les anarchistes où le féminisme est souvent relégué en seconde zone, traitée de bourgeoise, bien après la libération sociale des hommes.

      #militantisme
      #masculinisme

      Partout et dans tous les temps, on rencontre de ces créatures excentriques, ridicules dans leur sexe, et insupportables au nôtre : elles sont de plusieurs espèces. Chez les unes, ce chic masculin est l’effet du tempérament et d’une grande vigueur corporelle : on les appelle des virago. Ce sont les moins à craindre ; elles ne font pas de prosélytes, et il suffit de la critique des autres femmes pour les ramener à l’ordre. Chez d’autres, la tendance à l’émancipation procède, ou d’un travers d’esprit, ou de la profession qu’elles exercent, ou bien enfin du libertinage. Celles-ci sont les pires : il n’y a pas de forfait auquel l’émancipation ne les puisse mener. À certaines époques, l’esprit de secte s’en mêle ; la défaillance des mœurs publiques vient compliquer le mal : la lâcheté des hommes se fait l’auxiliaire de l’audace des femmes ; et nous voyons apparaître ces théories d’affranchissement et de promiscuité, dont le dernier mot est la PORNOCRATIE. Alors c’est fini de la société.

    • Dans Les femes de droite, Andrea Dworkin cite Jenny P. d’Héricourt qui, en 1860, tente de faire admettre au socialiste Joseph Proudhon que tant que la femme sera tenue pour inférieure, le travail salarié ne peut la libérer : sous-payée, elle demeure condamnée à vendre aussi du sexe – se vendre à un mari ou à des prostitueurs. Proudhon lui oppose une fin de non-recevoir, décrétant « naturelle » l’infériorité des femmes. Cent ans plus tard, dans la contre-culture américaine, Dworkin et Robin Morgan repèrent le même sexisme chez les hommes de gauche, au nom cette fois de la libération sexuelle. Ils « estiment trop les putains et pas assez les épouses ». Ce que voient très bien les femmes de droite, qui tiennent les féministes pour naïves et impuissantes et optent, en désespoir de cause, pour le « modèle de la ferme » contre celui du bordel et de la pornographie.
      (https://www.ababord.org/Les-femmes-de-droite)

    • « En vertu de quel droit et au nom de quel principe voudrait-on séparer l’humanité en deux camps, dont l’un aurait le privilège de prendre librement son essor, cependant que l’autre — pour éviter toute concurrence — se verrait forcé de limiter le sien ? »

      Madeleine Tribolati (1905-1995), syndicaliste (à la CFTC) ayant participé aux négociations pour les conventions collectives de 1936, in Joceline Chabot, notice dans le dictionnaire Maitron.

      (Merci à Florence Montreynaud pour ces citations quotidiennes, du site Encoreféministes@gmail.com)

    • Difficile de remplacer ce que l’on ignore et que l’on refuse de connaitre. J’adorerai me passer de citations nauséabondes, et n’être que proposition positive, mais sans celles-ci comment comprendre que même la première Internationale (car avec des proudhoniens dedans) ait refusé que les femmes travaillent quand cela a imprégné salement toutes les pensées progressistes de gauche jusqu’à maintenant.
      Oui, profiter des leçons de celles qui se sont battues contre ces hommes infects et misogynes pour que nous puissions reconnaitre leurs ennemis, celleux qui tiennent à peu de chose près le même discours aujourd’hui.
      D’autant qu’en tant que femme et femme vivante pour un monde plus juste, je m’estime victime de ce merdier dans lequel ils nous ont mises et continuent d’en être misérablement fiers.
      #survivantes

  • The Age of Instagram Face | The New Yorker
    https://www.newyorker.com/culture/decade-in-review/the-age-of-instagram-face

    This past summer, I booked a plane ticket to Los Angeles with the hope of investigating what seems likely to be one of the oddest legacies of our rapidly expiring decade: the gradual emergence, among professionally beautiful women, of a single, cyborgian face. It’s a young face, of course, with poreless skin and plump, high cheekbones. It has catlike eyes and long, cartoonish lashes; it has a small, neat nose and full, lush lips. It looks at you coyly but blankly, as if its owner has taken half a Klonopin and is considering asking you for a private-jet ride to Coachella. The face is distinctly white but ambiguously ethnic—it suggests a National Geographic composite illustrating what Americans will look like in 2050, if every American of the future were to be a direct descendant of Kim Kardashian West, Bella Hadid, Emily Ratajkowski, and Kendall Jenner (who looks exactly like Emily Ratajkowski). “It’s like a sexy . . . baby . . . tiger,” Cara Craig, a high-end New York colorist, observed to me recently. The celebrity makeup artist Colby Smith told me, “It’s Instagram Face, duh. It’s like an unrealistic sculpture. Volume on volume. A face that looks like it’s made out of clay.”

    Instagram, which launched as the decade was just beginning, in October, 2010, has its own aesthetic language: the ideal image is always the one that instantly pops on a phone screen. The aesthetic is also marked by a familiar human aspiration, previously best documented in wedding photography, toward a generic sameness. Accounts such as Insta Repeat illustrate the platform’s monotony by posting grids of indistinguishable photos posted by different users—a person in a yellow raincoat standing at the base of a waterfall, or a hand holding up a bright fall leaf. Some things just perform well.

    The human body is an unusual sort of Instagram subject: it can be adjusted, with the right kind of effort, to perform better and better over time. Art directors at magazines have long edited photos of celebrities to better match unrealistic beauty standards; now you can do that to pictures of yourself with just a few taps on your phone.

    Snapchat, which launched in 2011 and was originally known as a purveyor of disappearing messages, has maintained its user base in large part by providing photo filters, some of which allow you to become intimately familiar with what your face would look like if it were ten-per-cent more conventionally attractive—if it were thinner, or had smoother skin, larger eyes, fuller lips. Instagram has added an array of flattering selfie filters to its Stories feature. FaceTune, which was released in 2013 and promises to help you “wow your friends with every selfie,” enables even more precision. A number of Instagram accounts are dedicated to identifying the tweaks that celebrities make to their features with photo-editing apps. Celeb Face, which has more than a million followers, posts photos from the accounts of celebrities, adding arrows to spotlight signs of careless FaceTuning. Follow Celeb Face for a month, and this constant perfecting process begins to seem both mundane and pathological. You get the feeling that these women, or their assistants, alter photos out of a simple defensive reflex, as if FaceTuning your jawline were the Instagram equivalent of checking your eyeliner in the bathroom of the bar.

    “I think ninety-five per cent of the most-followed people on Instagram use FaceTune, easily,” Smith told me. “And I would say that ninety-five per cent of these people have also had some sort of cosmetic procedure. You can see things getting trendy—like, everyone’s getting brow lifts via Botox now. Kylie Jenner didn’t used to have that sort of space around her eyelids, but now she does.”

    Twenty years ago, plastic surgery was a fairly dramatic intervention: expensive, invasive, permanent, and, often, risky. But, in 2002, the Food and Drug Administration approved Botox for use in preventing wrinkles; a few years later, it approved hyaluronic-acid fillers, such as Juvéderm and Restylane, which at first filled in fine lines and wrinkles and now can be used to restructure jawlines, noses, and cheeks. These procedures last for six months to a year and aren’t nearly as expensive as surgery. (The average price per syringe of filler is six hundred and eighty-three dollars.) You can go get Botox and then head right back to the office.

    Ideals of female beauty that can only be met through painful processes of physical manipulation have always been with us, from tiny feet in imperial China to wasp waists in nineteenth-century Europe. But contemporary systems of continual visual self-broadcasting—reality TV, social media—have created new disciplines of continual visual self-improvement. Social media has supercharged the propensity to regard one’s personal identity as a potential source of profit—and, especially for young women, to regard one’s body this way, too. In October, Instagram announced that it would be removing “all effects associated with plastic surgery” from its filter arsenal, but this appears to mean all effects explicitly associated with plastic surgery, such as the ones called “Plastica” and “Fix Me.” Filters that give you Instagram Face will remain. For those born with assets—natural assets, capital assets, or both—it can seem sensible, even automatic, to think of your body the way that a McKinsey consultant would think about a corporation: identify underperforming sectors and remake them, discard whatever doesn’t increase profits and reorient the business toward whatever does.

    Another client is Kim Kardashian West, whom Colby Smith described to me as “patient zero” for Instagram Face. (“Ultimately, the goal is always to look like Kim,” he said.) Kardashian West, who has inspired countless cosmetically altered doppelgängers, insists that she hasn’t had major plastic surgery; according to her, it’s all just Botox, fillers, and makeup. But she also hasn’t tried to hide how her appearance has changed. In 2015, she published a coffee-table book of selfies, called “Selfish,” which begins when she is beautiful the way a human is beautiful and ends when she’s beautiful in the manner of a computer animation.

    On the way to Diamond’s office, I had passed a café that looked familiar: pale marble-topped tables, blond-wood floors, a row of Prussian-green snake plants, pendant lamps, geometrically patterned tiles. The writer Kyle Chayka has coined the term “AirSpace” for this style of blandly appealing interior design, marked by an “anesthetized aesthetic” and influenced by the “connective emotional grid of social media platforms”—these virtual spaces where hundreds of millions of people learn to “see and feel and want the same things.” WeWork, the collapsing co-working giant—which, like Instagram, was founded in 2010—once convinced investors of a forty-seven-billion-dollar vision in which people would follow their idiosyncratic dreams while enmeshed in a global network of near-indistinguishable office spaces featuring reclaimed wood, neon signs, and ficus trees.

    #Instagram #Chirurgie_esthétique #Botox #Kim_Kardashian #Oppression_physique

  • #Déclarations de #blanchité : la non-performativité de l’#antiracisme

    « Déclaration de blanchité : la non-performativité de l’antiracisme » est un texte publié par #Sara_Ahmed en 2004 dans la revue Borderlands. Mouvements en publie aujourd’hui la première traduction française. Ahmed y discute la notion de blanchité (#whiteness) en analysant le sens social et la portée politique du fait de se déclarer blanc.he. Elle attire également l’attention sur la possibilité, toujours ouverte, de voir réitérées des formes de #privilège et d’#oppression au moment même où l’on cherche à les déconstruire et à les dépasser. Parce que ce texte explicite des questions et des outils conceptuels qui ont été saisis de manière relativement récente par les sciences sociales en France, et qui font aujourd’hui l’objet d’attaques dans le débat public, il est urgent et nécessaire de rendre ce texte accessible au plus grand nombre.

    https://mouvements.info/declarations-de-blanchite-la-non-performativite-de-lantiracisme

    #racisme

    ping @karine4 @cede

  • Hebdo #95 : savoir, lutter, poétiser – #entretien avec #Pinar_Selek

    20 ans. Pinar Selek fête un anniversaire singulier, celui de sa libération des #prisons turques, où elle fut enfermée sur des motifs fallacieux. Avec cette militante féministe, libertaire et antimilitariste, sociologue, conteuse, détricoteuse des systèmes de domination et autrice dans le Club, nous avons évoqué l’état des #contre-pouvoirs en #Turquie, les menaces sur les #libertés_académiques en #France, ses luttes de l’exil à la défense des exilé·e·s, et sa combativité politique infatigable qui puise, entre autres, dans la #sororité.

    Pinar Selek, militante féministe turco-française, libertaire et antimilitariste, sociologue et docteure en sciences politiques, fête ces temps-ci un anniversaire singulier : les vingt ans de sa libération des prisons turques, où elle fut enfermée sur des motifs fallacieux. « 20 ans après ma libération », publié la semaine dernière dans le Club de Mediapart, est un texte tissé d’ellipses où affleure à la fois la rémanence d’une douleur encore présente et une grande vitalité.

    L’autrice raconte la #solidarité entre codétenues, le #massacre terrible vécu lors d’un transfert de prison, où elle a vu mourir ses amies ; puis, un jour, l’étrange adrénaline de la #libération, après deux ans et demie d’#enfermement et 28 jours de #grève_de_la_faim. Puis très vite, le discours antimilitariste improvisé à la sortie de #prison (« pas agressif mais créatif », écrit-elle dans une formule qui pourrait résumer la doctrine secrète de toutes ses luttes), qu’elle prononce « remplie d’une #puissance magique ». Et la foule hétéroclite et joyeuse venue l’accueillir, composée d’enfants de la rue, de combattants des libertés et d’ami·e·s… « Dans ce contexte d’une #violence extrême, j’étais arrivée à faire entendre une voix antimilitariste. Ma déclaration publique était une promesse. La #promesse d’une# lutte contre tous les systèmes de #domination, contre toutes les formes de violence et de #discrimination. J’ai tenu ma promesse, jusqu’à aujourd’hui. »

    En 1998, alors que Pinar Selek refusait de livrer les noms des militants kurdes qu’elle étudiait en tant que chercheuse en sociologie, elle est accusée d’avoir fomenté un attentat immonde (une explosion sur un marché qui s’est avéré causée par une fuite de gaz et non par une bombe), arrêtée, jetée en prison. Elle y fut torturée pendant plus de dix jours. Après sa libération en 2000 grâce à des expertises qui prouvaient son innocence, s’ensuivirent des années de va-et-vient et de harcèlement judiciaire durant lesquelles elle fut acquittée quatre fois, des décisions sans cesse annulées, un calvaire ajouté à la torture. En 2017, le procureur de la Cour de Cassation requiert une condamnation à perpétuité. Depuis, la nouvelle de cette condamnation peut tomber d’un jour à l’autre. Entre temps, Pinar a écrit des contes, des romans, un livre important sur le silence qui auréole le génocide arménien, obtenu la nationalité française et un doctorat de sciences politiques et multiplié les actions militantes – pour saisir l’ampleur de cette vie, on peut lire le beau livre biographique de conversations avec Guillaume Gamblin, L’Insolente, chroniqué dans le Club par Pascal Maillard.

    Depuis mars 2019, Pinar Selek écrit dans le Club tantôt sur les travailleurs non régularisés, ces sans-droit précaires du capitalisme mondialisé, sur une lutte féministe en Corse ou de Tunis, tantôt les scientifiques en exil, sur l’horreur des prisons en Turquie, un festival de poésie au Pays Basque ou encore l’idée d’une grève internationale des femmes.

    Au gré de cette géographie des luttes en archipel et de son nomadisme indocile, les textes ficèlent entre eux ces espaces rebelles où les plus petits êtres concoctent un autre monde. Ici les fourmis (les féministes, « ces fourmis qui portent de petites graines sur leurs dos, qui construisent, qui créent, qui ouvrent des chemins »), là les lucioles, ces coléoptères incandescents qui peuplent l’un de ses textes les plus lumineux, à propos d’une action collective autour des « 7 de Briançon », ces solidaires de la montagne jugés pour avoir aidé des exilé·e·s et refusé de les laisser mourir dans les Alpes. Dans ce billet, elle reproduit son discours, prononcé à la frontière franco-italienne. Contre la violence des Etats et des prisons, le militarisme, les nationalismes et le libéralisme sauvage, elle proclame la force des lucioles. « Les lucioles dépassent les frontières. Les frontières des prisons, des nations, des Etats, de l’Ordre. Elles se rencontrent, s’aident à passer les frontières, discutent, réfléchissent, agissent et chantent ensemble. » Dans ces billets, cette femme qui se décrit elle-même comme une « militante de la poésie » dessine une singulière poétique des luttes.

    Ecoféministe, libertaire, antimilitariste, Pinar Selek dévoile comment s’entrelacent les différentes oppressions et mène une existence « multidimensionnelle », comme elle aime à dire. Avec d’autres féministes, elle organise pour début juin prochain un mouvement transnational de lutte, « Toutes aux frontières ! », contre la politique frontalière et migratoire européenne, son histoire militariste et patriarcale, et ses effets dévastateurs pour les exilé·e·s.

    Pour l’épauler face à la persécution de l’Etat turc, ses différents comités de soutien se sont réunis en 2017 en coordination, et réfléchissent à marquer cet anniversaire. En attendant, nous avons parlé de l’état de la répression en Turquie, des menaces sur les libertés académiques en France, de l’exploitation du vivant, des politiques européennes liberticides… Mais aussi et surtout – et là, dans le cadre blafard de l’entrevue par visios interposées surgissait le plus revigorant des sourires – de sa combativité politique infatigable qui puise dans la sororité, dans l’intime, et se tisse avec une simple quête de bonheur.

    ***

    Cela fait 20 ans que vous avez été libérée, mais la procédure judiciaire n’est toujours pas terminée… où en est ce procès interminable ?

    Mon dernier acquittement a été prononcé en 2014. Désormais, c’est la Cour suprême qui doit rendre la décision définitive. En 2017, le procureur général de la cour suprême a fait un communiqué, dans lequel il demandait une condamnation à perpétuité, sans possibilité d’amnistie, et avec enfermement à l’isolation. Entre temps, ma famille a commencé à recevoir des documents officiels concernant l’argent de l’indemnisation pour l’attentat dont j’ai été accusée.

    Aujourd’hui, théoriquement, je peux aller en Turquie, il n’y a pas eu de mandat d’arrestation ; mon dernier livre, publié en 2019, se vend bien et reçoit de bonnes critiques, je ne suis pas persona non grata. Mais beaucoup de gens pensent que c’est terminé, que je suis tranquille, alors que je suis toujours dans situation difficile. Je ne suis pas simplement accusée de participation à une organisation terroriste, je suis accusée de quelque chose d’horrible, d’inimaginable. Si la Cour me déclare coupable, je serai pour toujours associée à ce massacre, malgré mes convictions antimilitaristes [voir ici l’entretien avec Jade Lindgaard, « Résister à la militarisation du monde », ndlr]. Quand je prends des positions pour les Kurdes ou les Arméniens, ils utilisent ce procès pour me ramener à ce crime. Je ne suis pas seulement une traîtresse pour la Turquie, je suis une criminelle. C’est très difficile à vivre.

    Entre l’époque où vous avez été emprisonnée et les répressions d’aujourd’hui par le gouvernement Erdogan, qu’est-ce qui a changé ?

    Mon procès, qui dure depuis à peu près 23 ans, montre justement la continuité d’un contexte autoritaire qui n’a pas commencé avec le dernier gouvernement. Les observateurs ont tendance à imputer la dérive autoritaire turque à Erdogan seul. Depuis le génocide arménien et la construction de la République sur l’oppression de ses minorités, il y a toujours eu un contexte autoritaire — et non un régime autoritaire —, et des violences d’Etat, qui provient cette constance.

    Ce qui a changé, ce sont des points de méthode. Je vois quelques différences. Quand j’étais en prison, la torture lourde était de mise. Après mes dix jours de torture intensive, je n’ai pas pu bouger les bras pendant 6 mois, mes cheveux étaient tombés… et les 90 femmes avec moi en prison étaient également torturées, y compris les jeunes simplement arrêtées en manifestation ; la plupart étaient violées, surtout les femmes kurdes, et je les entendais crier la nuit. La torture était la méthode institutionnalisée et systématique pour les aveux. Maintenant, la torture est plus ciblée, mais ils utilisent la technique des témoins secrets : beaucoup de personnes ne savent pas quelles sont leurs accusations, et le pouvoir utilise de faux témoins pour les condamner. Mais finalement, tous ces changements de méthode sont assez peu significatifs : dans tous les cas, tu es victime de quelque chose de très lourd lorsque tu es emprisonnée sans savoir pourquoi, et qu’on constitue des accusations montées de toutes pièces.

    Face à un système judiciaire aussi arbitraire, existe-t-il des recours dans la Turquie actuelle quand on est accusé injustement ?

    Mon père, avocat de 90 ans (qui plaide toujours !) [qui a fait de la prison pendant plus de quatre ans après le coup d’Etat de 1980, ndlr], est venu à Nice, il y a quelques temps, pour une conférence. La question était : qu’est-ce qu’être avocat dans un pays où il n’y a pas l’Etat de droit ? Sa réponse : « regardez le procès de Pinar, il dure depuis 20 ans. Si c’est si long, c’est grâce à nous ! ». Autrement dit, s’il n’y avait pas les avocats, qui trouvent des petite tactiques pour éviter les condamnations iniques, j’aurais certainement été condamnée en deux jours. Par ailleurs, ces procès sont des espaces publics, des agoras. Beaucoup de personnes viennent écouter, soutenir les opposants politiques qui sont jugés : une part des luttes sociales se passe dans les tribunaux, en Turquie. Les avocats, notamment, permettent de rester dans l’optique de la lutte et de la justice et de faire bouger les choses. Mon procès, et ceux des autres, cela fait partie des luttes pour la justice.

    À part les avocats, quel est l’état des luttes sociales et des contre-pouvoirs dans ce contexte turc de répression des libertés publiques ? l’Etat les étouffe-t-il complètement, comment s’organise la résistance ?

    Ce n’est pas évident d’être toujours en train de se battre pour ses droits. La population est fatiguée… Toute jeune, quand je faisais mes petites recherches sur les Kurdes, animée par un besoin de savoir, c’était très naïf, cela relevait d’un besoin très simple. En Turquie, pour faire des choses très simples, on se retrouve à vivre des expériences très dures. Concernant les contre-pouvoirs, j’ai écrit sur les transformations de l’espace militant en Turquie et montré que même si en général, les structures sociales et politiques d’une société déterminent les actions de la population, même dans un contexte autoritaire où les structures sont très fermées, il peut surgir de l’imprévisible. L’histoire des luttes sociales en Turquie est très intéressante à cet égard car elles montrent que même dans un contexte fermé de haute répression, les mouvements contestataires peuvent se multiplier et construire de nouveaux modes d’action.

    Après le troisième coup d’Etat en 1980, le mouvement féministe a émergé en fustigeant l’image de la femme moderne portée par le militarisme de l’époque, la récupération et l’instrumentalisation du corps des femmes par le nationalisme. Mais elles critiquaient aussi le gauchisme patriarcal, et elles ont initié un nouveau cycle de contestation en Turquie. Dans leur sillage, à partir de mi-80, on a vu l’émergence du mouvement LGBT, des libertaires, des écologistes, des écologistes sociaux, et des antimilitaristes. Des mouvements très convergents qui ont construit un réseau militant assez large et difficile à contrôler par l’État.

    Dans un contexte de répression, la convergence inattendue de tous ces mouvements a contribué à des voyages de concepts et d’expériences, et dans chaque groupe, il y a eu des conflits internes, des recompositions, des transformations ; ils ont révolutionné la gauche turque par le bas. Cela a eu des effets politiques réels, avec la création du Parti démocratique des peuples, dans lequel se sont coalisés les Kurdes, les féministes, les Arméniens. Ils ont réussi à peser politiquement, même si la plupart ont été emprisonnés… Mais la résistance est là. Ce 25 novembre, les féministes ont occupé les rues, et notamment beaucoup de jeunes. Et je me dis que tant que je continue à résister, cela donne aussi du courage aux autres. Je suis consciente de cette responsabilité. De même, les emprisonnés continuent à dénoncer le gouvernement, ne cèdent pas, il y a des grèves de la faim, les modes opératoires sont multiples. Cette combativité est multiforme. Mais je suis tout de même inquiète, évidemment.

    Vous avez quitté la Turquie en 2009. Dans L’insolente, vous dites que l’exil, c’est perdre des repères. Depuis cet exil, avez-vous construit de nouveaux repères ?

    En 2009, j’ai d’abord été en Allemagne. J’avais une ressource militante et plusieurs cordes à mon arc : j’étais écrivain, militante multi-engagements, chercheuse, cela faisait différents réseaux à mobiliser. J’ai trouvé dans les autres pays mes camarades. Des camarades aux noms à consonance différente : français, allemands, italiens !

    Vous considérez-vous toujours comme une exilée ? Ou plutôt comme une nomade ?

    Je suis davantage une nomade. Les nomades ne voyagent pas pour faire du tourisme mais pour les besoins de la vie, notamment pour des nécessités économiques, et en allant et venant, ils créent leur « chez eux » dans ces routes, ils laissent des traces. Ce ne sont pas des routes au sens de Foucault lorsqu’il parle des fous au Moyen-âge et à la Renaissance, qui étaient bringuebalés, prisonniers d’une forme de circulation perpétuelle, à la manière des exilés aujourd’hui que l’on renvoie d’un pays à un autre… Cette circulation leur interdit de créer, de construire, parce que c’est une fuite perpétuelle, un voyage sans fin, qui est une forme de prison en plein air. Moi, je ne suis pas condamnée à circuler et à fuir, je fais mon chemin. Peut-être que dans quelques années, je déciderai que j’aurai assez voyagé, et que je préférerai m’installer. Mais c’est cette expérience du nomadisme qui m’a sauvée de de l’exil.

    Dans votre billet, vous évoquez cette formule de Virginia Woolf : « en tant que femme je ne désire pas de pays, mon pays c’est le monde entier ». Qu’est-ce que cette phrase signifie pour vous ?

    Pour illustrer cette phrase de Virginia Woolf, avec une grande coordination féministe européenne, nous essayons d’organiser une grande action contre les frontières, cette construction issues des guerres, virile, militariste, début juin [informations à venir dans le blog de Pinar Selek, ndlr]. Nous allons réunir des dizaines de milliers de féministes qui contestent la politique européenne des frontières, pour affirmer que cette politique ne peut être menée en notre nom. Les femmes exilées sont une part importante des migrant·e·s, elles sont victimes de violences terribles, et invisibilisées.

    Cela me rappelle votre billet « La manifestation des Lucioles », pour une action collective autour du délit de solidarité à Briançon. Vous y écriviez : « Je manifeste en tant que femme. Une catégorie sociale qui n’a pas contribué à tracer les frontières. Et chaque fois qu’on transgresse ces frontières, on taillade le patriarcat ».

    Oui, exactement !

    En tant que chercheuse, que vous inspirent les récentes attaques du gouvernement contre les chercheurs en sciences humaines et sociales (Macron qualifiant les universitaires de « sécessionnistes », par exemple), visant notamment ceux qui travaillent sur les minorités raciales ? Êtes-vous inquiète pour les libertés académiques en France ?

    Oui, je suis très inquiète, sur plusieurs points. Les dernières déclarations du gouvernement d’abord, auxquelles vous faites référence. Mais les universitaires sont répondu massivement, nous nous sommes mobilisés, on s’est positionnés, et je pense qu’ils ne peuvent pas nous avoir ! Avec la LPR, ils veulent détruire les postes qui donnent une autonomie aux chercheurs. C’est très dangereux pour l’avenir de la recherche. Enfin, la privatisation ! Quand tu veux trouver un fonds pour ta recherche, il faut chercher des fonds privés, et cela tue l’autonomie des chercheurs aussi.

    Evidemment, ce n’est pas comme en Turquie, je n’ai pas à cacher mes clés USB par peur qu’on vienne confisquer mes recherches, mais le fait que l’Université demeure un service public est une indispensable garantie de son autonomie. Ce n’est pas seulement l’Etat qui sape cette indépendance, mais aussi les pouvoirs économiques, et en cela, la libéralisation de la presse sous Mitterrand doit nous servir de leçon. C’est un nouveau type de centralisation économique qui va rendre les universités concurrentielles. Nous les professeurs, on n’est pas concurrents, on est complémentaires !

    Pourquoi êtes-vous devenue sociologue et en quoi la sociologie est-elle « une forme de savoir qui peut renforcer les autres », comme vous le dites dans L’insolente ?

    Je ne voulais pas être quelque chose, je voulais faire. « Être » quelque chose, ça nous limite. Mais j’ai choisi la sociologie parce que je me posais beaucoup de questions. J’étais dans un pays conflictuel, j’avais vécu, enfant, le coup d’Etat en 1980, vu les transformations du pays et je voulais comprendre. Pour ne pas céder, et peut-être aussi pour pouvoir changer ce pays. Les sciences sociales, c’est aussi une méthode pour penser collectivement, qui oblige à la clarté et à s’inscrire dans une discussion collective, assumer qu’on ne peut pas être neutre en examinant l’ordre social, qu’on a chacun nos oeillères en fonction de notre position de la société ; la sociologie oblige à dire par quelle fenêtre on regarde. Cette méthode a changé ma vie. De plus, en Turquie, le champ universitaire n’était pas un champ clos. Le même désir de compréhension et d’analyse animait les universités et les espaces dévolus aux luttes sociales. La sociologie était publique et non pas enfermée dans des murs épais, loin des luttes de terrain.

    Je suis heureuse de m’être emparée de ces outils qui m’aident aussi dans mon militantisme et pour construire une façon de vivre… Cela ne veut pas dire que lorsque j’arrose les fleurs ou que je fais l’amour, je le fais en sociologue ! Et c’est une façon d’analyser le monde social qui, bien que précieuse, n’est pas suffisante ; je crois au besoin de la pluridisciplinarité. Pour comprendre le monde qui m’entoure, j’ai aussi eu besoin notamment de la littérature et de la philosophie. Besoin de Jean Genet, Deleuze, Virginia Woolf, Camille Claudel…

    Dans vos écrits et vos luttes, vous tissez et dévoilez le lien entre les oppressions sociales et la domination du vivant. Vous définissez-vous comme écoféministe ? Comment féminisme et écologie s’entremêlent-ils ?

    Notre relation avec les autres vivants structure l’entièreté des rapports sociaux de domination, et c’est là ce qui relie l’exploitation du vivant et les luttes contre l’oppression des femmes. Notre civilisation s’est trouvée une légitimité à tuer et exploiter massivement d’autres êtres, qui sont sans voix et sans droits. Le discours qui accompagne cela, selon lequel ces êtres sont moins « civilisés », moins intelligents, explique aussi comment on traite les exilés. Les hommes en tirent un blanc-seing pour exploiter le vivant de la dichotomie entre nature et rationalité, nature et culture. Les animaux existent pour nous. Sans repenser complètement ce mécanisme, on ne peut pas modifier radicalement notre civilisation.

    Moi, je ne me dis pas « humaniste ». Ça veut dire quoi humain ? L’humain a fait beaucoup de dégâts et de mal à ses pairs. C’est un mot qui occulte tous ses crimes. Je me sens attachée aux luttes de libération des animaux, parce que tout notre système de domination part de là. Qu’ils soient plus faibles et non organisés ne doit pas justifier qu’on régule leur vie et leur mort. L’écoféminisme est important pour moi, comme en témoigne mon dernier roman, Fourmis fêtardes (qui n’est pas encore traduit en Français), qui se passe à Nice et met en scène un mouvement de libération des chiens. Ecrire ce livre a été une expérience transformatrice pour moi. Il est peuplé d’exilés et de nomades, et j’y ai créé mon univers.

    J’ai découvert récemment un réseau écoféministe de paysannes dans les Pyrénées, qui construisent un lieu d’accueil, une sorte de refuge pour les femmes. J’étais avec elles cet été — et ça aussi, c’est aussi une manière de créer des repères ! —. Ces collectifs et ces lieux, je les trouve grâce au réseau du journal Silence, journal écologiste social, féministe, antimilitariste, qui essaie de faire converger ces luttes. Je ne me définis pas seulement comme écoféministe. Je suis aussi féministe antimilitariste, féministe libertaire…

    Dans L’insolente, vous racontez qu’en 1998, vos co-détenues ont passé des jours à vous masser tout le corps après vos deux semaines de torture. Elles vous ont aidé à aller mieux et vous ont rafistolé. Est-ce que c’est une expérience de sororité qui a compté dans la construction de votre féminisme ?

    Tout à fait ! Changer les structures, changer les lois, c’est une grande part des luttes. Mais nous devons nous renforcer entre nous, façonner ensemble une autre façon de vivre. Le soutien entre femmes dans cet épisode de ma vie, cela touche à l’intime, au corps, et c’est incroyablement concret. Quand tu vis une expérience comme celle-là, que tu vis cette solidarité avec toutes les cellules de ton corps, tu te transformes très intimement, tu évolues ! Tu te renforces comme par une sorte de magie. Sans l’amitié, la solidarité, la sororité, aucun système politique ne tient. Mais c’est aussi le bonheur qui commence avec ces expériences intimes. Quand j’apprends à cicatriser, à soigner une blessure grâce à une amie, c’est une expérience très vraie et politique. Symétriquement, quand j’aide une autre personne, son corps devient en quelques sortes le mien, une connexion entre les corps se crée, et au cœur de l’expérience de solidarité, c’est aussi mon corps qui se renforce. C’est ainsi qu’on peut saisir et vivre la lutte dans toute sa profondeur.

    Votre conception du féminisme a donc pris forme, notamment, grâce à des expériences de l’intime et du soin.

    Oui. La phrase bien connue « le privé est politique » m’a changé la vie. Evidemment, d’abord parce que les dominations se déroulent dans le privé, touchent à la sexualité et aux identités sexuelles [Pinar Selek combat aussi l’hétéronormativité, ndlr] ; mais aussi parce que les féministes ont montré les liens invisibles entre les choses du quotidien et ce qui est structurel dans la société, entre le privé et le public. Une fois que l’on a compris où se jouent les processus de domination, on peut créer de nouvelles formes d’existence, de nouveaux liens avec les autres êtres et avec le vivant. La vraie question est : comment s’épanouir et avoir des relations avec les autres êtres qui sont belles ? comment les rendre libérées de l’ordre social, enlever nos uniformes ?

    Le bonheur, c’est quelque chose que vous revendiquez. En quoi le bonheur fait-il intrinsèquement partie de la lutte, qui est souvent vue comme quelque chose de sérieux ?

    C’est parfois difficile d’exprimer cette idée dans les collectifs militants. Ici, en France, on parle surtout de liberté et pas de bonheur. Moi, je veux être libre (je suis libertaire !) et heureuse. Ce qui anime mes luttes, c’est de se sentir bien, tout simplement. Épanouie. La liberté, c’est cela aussi. En Turquie, où la religion prend une place importante, un jour, une femme voilée a pris la parole à nos réunions féministes pour dire qu’à la mosquée, on lui parlait d’elle et de son bonheur, alors que dans cet espace militant, on ne parlait que des actions à mener et des lois qu’il faudrait changer… Elle touchait un point important. Il ne s’agit pas de dire qu’il faut faire comme les religions, mais celles-ci répondent à des questions existentielles ; et les luttes, et leurs objectifs, oublient parfois la complexité de la vie et de nos besoins en tant qu’êtres humains. Vouloir être heureuse, cela fait partie de moi. Je suis multidimensionnelle. Mais c’est très simple : je suis déterminée dans mes luttes, et ça me renforce aussi. Je veux être libre et heureuse, et mon bonheur passe aussi par le fait que les autres ne souffrent pas.

    https://blogs.mediapart.fr/edition/lhebdo-du-club/article/101220/hebdo-95-savoir-lutter-poetiser-entretien-avec-pinar-selek

    #torture #harcèlement_judiciaire #condamnation #nomadisme #lucioles #fourmis #féminisme #poésie #poétique_des_luttes #oppressions #toutes_aux_frontières #résistance

    • La manifestation des Lucioles à #Briançon

      A Briançon, j’ai participé à une action collective autour des « 7 de Briançon », condamnés pour délit de solidarité et ayant reçu le prix suisse des droits humains « Alpes ouvertes » 2019. Nous avons bravé ensemble les frontières, les fascismes, les violences.

      Je viens de rentrer de Briançon, de ce territoire frontalier dans lequel se matérialisent les politiques migratoires façonnées par les rapports de domination de sexe, de race et de classe. Dans ces territoires, la criminalisation de la mobilité des opprimé.es se traduit par des corps glacés, des corps morts, des corps qui ne rêvent plus, ou bien par des réseaux criminels qui recrutent des esclaves sans protection, sans droit, au sein de l’Europe occidentale. Bien sûr que cette violence ne peut pas être mise en place sans la criminalisation de la solidarité. A Nice où j’habite, je passe mon temps devant les tribunaux, pour être solidaire avec d’autres solidaires poursuivis pour « délit de la solidarité ». Et à Briançon, j’ai participé à une action collective autour des "7 de Briançon" condamnés pour délit de solidarité. Nous avons bravé ensemble les frontières, les forteresses, les fascismes, les violences.

      Le prix suisse des droits humains "Alpes ouvertes" 2019 () est remis aux "7 de Briançon" en signe de reconnaissance et de remerciement pour leur engagement courageux dans le sauvetage de réfugié·es en montagne et dans la dénonciation des actes racistes et xénophobes. La remise de ce prix par le "Cercle d’Amis Cornelius Koch" et le Forum Civique Européen était organisée comme une action historique, émouvante, très émouvante. Nous étions une centaine devant les locaux de la police, à la frontière franco-italienne, à Montgenèvre, Police de l’air et des frontières (PAF) qui est devenue plus célèbre que les pistes de ski…Malgré le froid, nous y sommes restés quelques heures, pour la remise des prix, pour prendre la parole, pour manifester. Un an après la manifestation anti-génération identitaire qui avait déclenché les arrestations puis le jugement des 7 de Briançon. Ensuite nous sommes allés un peu plus loin, où on avait trouvé le corps glacé de Tamimou Dherman qui venait du Togo, espérant une vie meilleure. Le 7 février 2019 son corps ne rêvait plus. Notre manifestation a continué par de multiples formes, pour dire que nous ne nous habituerons pas à la mort de Tamimou, ni aux condamnations des solidaires. Nous ne nous habituerons pas à ce monde triste.

      J’ai pris la parole à la frontière et j’ai dit ceci :

      « La planète tourne. Sur cette planète, il y a une lutte infernale entre deux mondes. Le monde des oppresseurs, des dominants et le monde des lucioles qui ne veulent pas être esclaves. Maintenant, ici, nous sommes un tout petit point d’un de ces deux mondes, celui des lucioles. Celui qui se construit en permanence. Nous sommes un tout petit point de cette construction permanente.

      Je suis ici en tant que militante, en tant que réfugiée et en tant que femme.

      Je prends la parole en tant que militante qui appartient à ce fameux monde des lucioles qui n’acceptent pas ce monde injuste, qui n’acceptent pas l’horreur et qui résistent. Qui défendent et qui créent la vie, la beauté, la poésie. Qui prennent leurs lumières de leurs rêves et qui éclairent quand il fait nuit.

      Je marche avec vous en tant qu’exilée qui a vécu des difficultés, qui est passée de l’autre côté des frontières, mais aussi de l’autre côté de la relation : de solidaire à victime. Grâce à cette expérience, j’ai découvert avec joie que les dominants n’ont pas réussi à pourrir la société et qu’il y a beaucoup de femmes et d’hommes libres et beaux.

      Je manifeste en tant que femme. Une catégorie sociale qui n’a pas contribué à tracer les frontières. Et chaque fois qu’on transgresse ces frontières, on taillade le patriarcat.

      En tant que militante, en tant que réfugiée, en tant que femme, je vous remercie pour avoir transgressé ces frontières et je remercie le "Cercle d’Amis Cornelius Koch" et le Forum Civique Européen de partager les coups. La solidarité est une des bases du monde que nous construisons. Ceux qui nous imposent leur ordre, ont les armes, les prisons, l’argent. Mais ils n’arrivent pas à nous mettre en ordre. Ils mobilisent donc le fascisme avec ses nouvelles couleurs. La conception « Plutôt Hitler que le Front populaire » s’est transformée, aujourd’hui, en « Plutôt les identitaires que les solidaires ». La réponse des Lucioles est courte : « No passaran ».

      Les lucioles dépassent les frontières. Les frontières des prisons, des nations, des Etats, de l’Ordre. Elles se rencontrent, s’aident à passer les frontières, discutent, réfléchissent, agissent et chantent ensemble. Ces lucioles se croisent et se recroisent dans différents coins de la planète. Elles se reconnaissent, elles se donnent, elles s’épaulent… Comme maintenant.

      Par nos actions, nous contribuons à la construction d’une contre-culture basée sur la solidarité, la liberté et la justice. Et ce, au cœur du néo-libéralisme sauvage.

      A cette frontière franco-italienne, un italien, deux suisses, quatre français se retrouvent dans la solidarité avec des Africains. D’autres personnes, italiennes, turques, érythréennes, suisses, allemandes, des autrichiens prennent le relais… Vous voyez, les frontières de l’ancien monde s’effondrent.

      La camisole se découd. On y est presque ».

      () Le prix suisse des droits humains "Alpes ouvertes", instauré par Cornelius Koch, l’abbé suisse des réfugié·es (1940-2001)*, est décerné à des personnes et à des groupes engagés activement pour les droits des réfugié·es, des migrant·es, des personnes socialement défavorisées et des minorités menacées en Europe.

      https://blogs.mediapart.fr/pinar-selek/blog/260419/la-manifestation-des-lucioles-briancon
      #frontière_sud-alpine

    • #Toutes_aux_frontières ! Appel à une action féministe à #Nice

      Venez, venez avec vos cerfs-volants à Nice, le 5 juin pour participer à notre belle action féministe transnationale ! Pour contester ensemble les politiques européennes de la criminalisation de la migration ! Préparez vos cerfs-volants, vos danses, vos chansons pour dire que « en tant que féministes, nous n’acceptons pas les frontières ». Venez à Nice le 5 juin 2021...

      TOUTES AUX FRONTIERES !

      APPEL A UNE ACTION FEMINISTE EUROPEENNE A NICE

      Venez, venez avec vos cerfs-volants à Nice, le 5 juin pour participer à une action féministe transnationale ! Pour contester ensemble les politiques européennes de criminalisation de la migration ! Préparez vos cerfs-volants de multiples formes et de couleurs, pour les faire voler ensemble à Nice, pour dire que « en tant que féministes nous n’acceptons pas les frontières ». Préparez vos danses, vos chansons pour chanter et danser avec des dizaines de milliers de féministes, contre la criminalisation des migrations ! Venez à Nice le 5 juin 2021, pour contribuer à l’expression féministe transnationale dont ce monde triste a tant besoin !!!

      Depuis 2015, la politique européenne de fermeture des frontières a été renforcée et la migration d’autant plus criminalisée. L’espace Schengen ne cesse de renforcer un arsenal répressif à l’égard des personnes contraintes à l’exil. La fermeture des frontières ne fait que développer les économies mafieuses dans lesquelles s’articulent toutes formes de violences faites aux exilé.es. Ces politiques de criminalisation de la mobilité pèsent particulièrement sur les femmes, qui représentent 54% des migrant.e.s en Europe, ainsi que sur les lesbiennes et les personnes trans. Durant sa trajectoire migratoire, toute personne non conforme à l’ordre patriarcal est cible des violences sexistes. Il est grand temps de déployer nos forces pour rendre visible ce qui ne l’est pas.

      Nous, féministes habitantes de l’Europe, de toutes les conditions sociales et de tous les âges, quelles que soient nos provenances, nos choix, nos mondes… nous élevons nos voix pour dire « Non ! Vous ne nous représentez pas… Ces politiques ne peuvent être menées en notre nom ! Nous ne voulons plus de vos murailles qui nous entourent ! Non ! Pas en notre nom ! » Parce que, comme disait Virginia Wolf, femme de lettre féministe « En tant que femme je n’ai pas de pays. En tant que femme je ne désire aucun pays. Mon pays à moi, femme, c’est le monde entier ». Parce que les frontières politiques sont une construction virile et militariste, issues des guerres, des violences, des morts.

      Pour rompre avec cette histoire militariste et patriarcale, nous organisons, le 5 juin 2021, une grande action féministe transnationale à Nice, ville stratégique pour la gestion de la frontière Vintimille-Menton. Dans ce lieu symbolique, nous, féministes de tous les pays européens, manifesterons ensemble car les politiques migratoires se font à l’échelle européenne : c’est aussi à cette échelle que nous ripostons.

      Des événements culturels accompagneront notre manifestation, organisée et représentée par des féministes, femmes, lesbiennes, personnes trans. Toute personne est bienvenue pour participer, pour contribuer, pour aider à la logistique et nous soutenir dans cette démarche émancipatrice.

      A l’issue de la rencontre féministe européenne « Femmes, migrations, refuges », du 27 au 29 septembre 2019 à Genève, à l’initiative de la Marche Mondiale des Femmes / Suisse, pas moins de 263 militantes s’étaient retrouvées pour donner corps à un réseau européen féministe de résistances. Ensuite, le réseau s’est élargi et a renforcé notre détermination. Nous vous invitons à nous rejoindre et à enrichir notre belle action. Avec votre présence, votre parole, votre créativité…

      Nos différentes positions, sources d’influences, sensibilités féministes ne sauraient être un frein à nos convergences autour de cette action collective qui se fera dans la plus grande transparence.

      Souhaitez-vous faire partie de l’organisation ? Pourriez-vous apporter un soutien officiel ? Un soutien financier ? Pourriez-vous créer des collectifs locaux pour coorganiser cette action et préparer vos venues, proposer des activités de toutes sortes : créer, penser, chanter, danser le monde comme nous le rêvons ?

      https://blogs.mediapart.fr/pinar-selek/blog/160121/toutes-aux-frontieres-appel-une-action-feministe-nice#at_medium=cust
      #féminisme