• Il #business dell’accoglienza? Non è quello che immaginate

    Il business dell’accoglienza non è quel di cui hanno parlato per anni alcuni esponenti politici che oggi fanno parte della maggioranza di governo. Non esattamente. O meglio, con il passare dei mesi scopriamo che fare affari sulla pelle dei migranti, a prescindere da quanto questi siano accolti in maniera dignitosa, potrebbe poi non essere qualcosa di riprovevole per il governo in carica. Partiamo da lontano e poi scopriamo perché.

    Nel 1979, negli Stati Uniti, una legge legalizzò la possibilità di affidare le carceri in appalto a privati. Il primo Stato ad approfittarne fu il Texas nel 1989, gli Stati che avevano approvato una qualche forma di privatizzazione erano trenta e i detenuti rinchiusi in carceri private erano diventati 140mila. Gli ultimi dati disponibili sul sito del Bureau of Justice statistics indicano come nel 2011 le persone rinchiuse in carceri private fossero l’8,2% del totale del quasi milione e seicentomila detenuti negli Stati Uniti contro il 7,9 dell’anno precedente – 6,7% del totale dei carcerati statali e 18% di quelli federali. Negli Usa le carceri private ha significato cosi più alti, condizioni di detenzione peggiori e anche tassi di incarcerazione più alti – per delle ragioni collegate direttamente al sistema degli appalti. Ma fermiamoci qua, che quello degli Stati Uniti è solo un esempio e qui parliamo di Italia ed Europa.

    Cosa c’entra tutto questo con l’Italia, l’immigrazione e il razzismo? Semplice: la nuova concezione del sistema di accoglienza delle persone che chiedono asilo nel nostro Paese, quelle in attesa di sapere che destino avranno, quelle in attesa di essere identificate (e così via) sembra richiamare il sistema di detenzione privato americano, appaltato a soggetti privati. Questo almeno è quanto spiega bene un dossier pubblicato dal periodico Valori nel quale si racconta della potenziale cessione a multinazionali del sistema di accoglienza. Spieghiamo citando Valori:

    Il giro di vite governativo sul sistema di accoglienza di migranti, rifugiati e richiedenti asilo imposto dal Decreto Sicurezza ha già prodotto un sicuro vincitore: il gruppo privato elvetico ORS. La società, controllata dal private equity londinese Equistone Partners, gestisce da anni decine di centri per migranti in Svizzera, Austria e Germania e il 22 agosto scorso ha annunciato ufficialmente il suo arrivo in Italia. Il contesto legale plasmato da Matteo Salvini non potrebbe essere più favorevole. Il drastico ridimensionamento del sistema Sprar in favore dei CAS, gestiti dai privati, rappresenta un’occasione troppo ghiotta. Grandi centri di massa, improntati al risparmio (almeno in apparenza) e orientati al profitto.

    La società lavora in Austria, dove però il governo in carica sta pensando di riassumere in house il sistema di accoglienza per due ragioni: appaltare fa diminuire i costi per persona ma fa crescere quelli complessivi e l’accoglienza è di pessimo livello. I centri gestiti da ORS sono infatti spesso sovraffollati e in un caso questo ha portato a una denuncia da parte di Amnesty International. Nel 2015 a Traiskirchen, centro pensato per 1800 persone, ne dormivano 4500, alcuni all’aperto. In Germania e Norvegia operano invece la Homecare e la Hero Norge AS, che a loro volta hanno visto calare i profitti (per ragioni collegate alla chiusura della rotta balcanica) e che neppure sono nuove a scandali. Ospiti della Homecare sono morti durante risse e altri hanno denunciato maltrattamenti. Trentuno dipendenti sono sotto processo in Renania.

    Il modello, insomma, non è dei migliori. Anzi: non c’è luogo del pianeta dove la privatizzazione del sistema carcerario o di accoglienza abbia generato risparmi o una maggiore qualità del servizio. Di solito, vale negli Stati Uniti come in Austria, succede che queste società abbiano una grande capacità di condizionare le scelte politiche. Negli Stati Uniti investendo pesantemente in lobbying, in Austria offrendo lavoro ad ex politici dei partiti di governo.

    Torniamo all’Italia. Perché Valori avverte del pericolo che sistemi come quello austriaco vengano adottati da noi? In parte abbiamo risposto con la citazione qui sopra: la ORS ha aperto una sede legale nel nostro Paese. E la ragione risiede nella riorganizzazione del sistema di accoglienza voluta dal governo. La chiusura dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) come Castelnuovo di Porto e l’abolizione del permesso di protezione umanitaria, che ha generato (e genererà) l’espulsione dalle strutture di accoglienza di migliaia di persone non è frutto della voglia di migliorare i servizi o di colpire quello che viene definito “il business dei rifugiati”. Probabilmente una parte degli ospiti dei CARA che ne hanno titolo verranno inviati negli Sprar che nel frattempo vengono svuotati da chi, grazie al Decreto sicurezza, non ha più le carte in regola per risiedervi.

    Obbiettivo del Decreto sicurezza è quello di avere dei centri grandi, non pensati per l’integrazione e l’accoglienza ma semplicemente come parcheggi di persone che sono in attesa di conoscere il loro destino. Che, nella mente di chi ha concepito le nuove leggi, sono per la maggior parte dei millantatori che dicono di aver diritto allo status di rifugiato pur essendo migranti economici. La conseguenza è che questi non necessitano di servizi volti a facilitare l’inclusione sociale, perché nella maggior parte finiranno con l’essere espulsi. Falso, ma utile a distruggere un sistema di accoglienza diffusa, quello degli Sprar, che stava lentamente cominciando a funzionare. I nuovi centri saranno quindi, leggiamo ancora sul dossier di Valori (e abbiamo scritto varie volte anche noi):

    Più grandi, senza gare pubbliche e con un sistema che, pur avendo costi medi inferiori, farà spendere di più allo Stato. E per i migranti non ci sarà alcun obiettivo di integrazione e un destino certo di emarginazione sociale. Saranno così i centri di “accoglienza” versione Salvini: il ministro degli Interni punta a renderli sempre più simili a strutture di detenzione. Ma il nuovo sistema costerà meno alle casse pubbliche? Basta leggere i numeri ufficiali per dire di no. Nelle strutture del Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e Rifugiati (il cosiddetto SPRAR), mediamente, un migrante costa circa 6.300 euro per i 6 mesi in cui mediamente resta in uno SPRAR. In un Centro di Accoglienza Straordinaria (i cosiddetti CAS) da 10 a 14mila. A rivelarlo sono i documenti ufficiali depositati dall’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) alla commissione Affari Costituzionali della Camera.

    Con la possibile gestione dell’accoglienza da parte dei grandi privati il business dell’accoglienza è dunque destinato a crescere, non a diminuire. Non solo, gli scandali che in questi anni hanno investito le organizzazioni che gestivano i centri, svelando corruzione e cattivi servizi, sono in buona parte colpa dello Stato. Perché? Perché spesso le assegnazioni sono state fatte ad affidamento diretto, senza gara, e perché le prefetture non facevano controlli. Non solo: i tempi di permanenza dovuti ai tempi lunghi di esame delle domande di asilo, ha reso più lunga la permanenza nei centri dei richiedenti asilo e, di conseguenza, fa crescere i costi. Anche da questo punto di vista, insomma, il Decreto sicurezza non è buono. Non per i migranti e i richiedenti asilo, non per i diritti umani e neppure per le casse pubbliche e la lotta alla corruzione.


    http://www.cronachediordinariorazzismo.org/business-accoglienza-multinazionali
    #accueil #Italie #asile #migrations #réfugiés #business_de_l'accueil #privatisation #ORS #Equistone_Partners #decreto_sicurezza #décret_sécurité #decreto_Salvini #décret_Salvini

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  • Pollution des océans : Coca-Cola pollue l’équivalent d’une benne à ordure chaque minute 17 septembre 2019 - La Relève et La Peste

    Le plus effarant de cette affaire reste peut-être l’absurdité d’une telle démarche : certes, la mise en place généralisée de systèmes de collecte demanderait une adaptation de la part de Coca-Cola (et donc des coûts), mais le rapport de Greenpeace souligne qu’une telle adaptation s’est déjà faite avec succès dans plusieurs pays, sans menacer la santé de l’entreprise.

    Un argument de poids
    « Coca-Cola cache l’étendue de son empreinte plastique et refuse de prendre des mesures significatives pour empêcher la pollution de nos océans par ses produits » 

    C’est sur ce préambule que débute un rapport publié par Greenpeace la semaine dernière, accompagné d’une action d’éclat sur le parvis du siège social de la société, à Londres : le message est assené de tout le poids (2,5 tonnes) d’une statue de l’artiste Jason de Caires Taylor, qui représente une famille de vacanciers sur une plage, indifférente aux oiseaux marins régurgitant avec peine du plastique à leurs pieds.

    L’empreinte coupable de Coca-Cola
    Dans son rapport, Greenpeace mélange les données publiées par Coca-Cola et des estimations de son cru pour les compléter. L’organisme rappelle que Coca-Cola vend plus 1,9 milliards de doses de soda par jour à travers le monde, ce qui élève sa production annuelle de bouteilles en plastique à environ 110 milliards de bouteilles. Comme l’a d’ailleurs reconnu la multinationale en 2010 dans son rapport écologique, ces produits « font partie des déchets que l’on peut trouver répandus à tort sur les littoraux à travers le monde » ; une masse de plastique qui pollue massivement les océans au rythme de l’équivalent d’une benne à ordure par minute.

    Ces déchets ne sont pas seulement une gêne esthétique pour les amateurs de farniente l’été. Les plus gros morceaux sont ingérés par les requins ou les oiseaux marins, qui, incapables de les digérer, les régurgitent – s’ils n’en meurent pas avant – sous forme de microplastiques qui vont ensuite mettre en danger toute la chaîne alimentaire océane.

    « Coca-Cola cache l’étendue de son empreinte plastique et refuse de prendre des mesures significatives pour empêcher la pollution de nos océans par ses produits »

    S’ajoute à cette pollution des océans la pollution associée à la fabrication des bouteilles neuves, issue d’hydrocarbures polluants. En effet, le rapport montre que Coca-Cola est loin d’avoir atteint son objectif de 2015 de 25% des bouteilles fabriquées à partir de plastique recyclé (rPET), avec à peine 7% de ses produits emballés dans un tel matériau. La multinationale, ajoute le rapport, a même reconnu que cet objectif était devenu un « challenge » avec la diminution récente du coût du pétrole, matière première du plastique vierge. Pourtant, le plastique utilisé pour ces bouteilles est tout à fait recyclable et certains acteurs du secteur, comme PepsiCo sur la ligne 7Up, ont d’ores et déjà atteint le 100 % recyclé.

    Trop de bouteilles à usage unique
    Il apparaît que le cœur du problème n’est pas le matériau des bouteilles, mais bien l’usage qu’il en est fait. Là où Coca-Cola fait beaucoup d’effort pour réduire la quantité de plastique utilisée pour fabriquer une bouteille, Greenpeace appelle à un passage massif au packaging réutilisable.

    Le principe est simple : au lieu de recycler une bouteille après une seule utilisation, l’entreprise peut encourager les consommateurs à rapporter la bouteille vide sur le point d’achat, où elle est récupérée contre une petite caution, nettoyée, remplie à nouveau et renvoyée sur les étalages du magasin. Ironie du sort, Coca-Cola était un pionner de ce système avec sa mythique bouteille de verre au début du siècle, avec un taux de réutilisation proche de 96% à la fin des années 1940.

    Aujourd’hui, le constat n’est plus le même : depuis plusieurs années, la proportion de contenants réutilisables dans les ventes de Coca-Cola ne fait que diminuer ; de plus d’un tiers (33%) en 2008, celle-ci est passée à moins d’un quart (25%) en 2015. Pourtant, les systèmes de collecte efficaces sont aujourd’hui largement répandus, notamment en Allemagne, en Suède et au Danemark. Dans un tel système, une bouteille de verre peut être réutilisée 50 fois avant d’être recyclée, 15 fois pour une bouteille de plastique.

    Résultats opaques et lobbying
    Au lieu d’adhérer à ces modèles écologiques, Coca-Cola s’y oppose en secret, refuse de publier des statistiques précises sur son empreinte plastique et se cache derrière de nombreux efforts de « greenwashing ».

    Dans ses pages illustrées d’oiseaux agonisants, le rapport accuse : « des courriels internes divulgués au printemps 2016 révèlent l’intention de Coca-Cola de résister à certains éléments du programme européen sur l’économie circulaire ». Ces données interceptées par Greenpeace indiquent les efforts déployés par la multinationale pour combattre la mise en place de système de collecte, en faisant une des cibles principales des 900 000€ qu’elle investit annuellement en lobbying au niveau européen.

    Le plus effarant de cette affaire reste peut-être l’absurdité d’une telle démarche : certes, la mise en place généralisée de systèmes de collecte demanderait une adaptation de la part de Coca-Cola (et donc des coûts), mais le rapport de Greenpeace souligne qu’une telle adaptation s’est déjà faite avec succès dans plusieurs pays, sans menacer la santé de l’entreprise. Au lieu de tendre vers une solution logique et responsable, Coca-Cola se cache derrière un marketing « vert » bruyant et peu efficace, comme l’initiative « Keep America Beautiful », une organisation qui insiste sur le rôle du consommateur dans la pollution en éclipsant celui du fabricant.

    En tant qu’acteur majeur du secteur, Coca-Cola devrait prendre la tête de la transformation écologique des modes de consommation, en favorisant un double mouvement : le passage au 100 % recyclé dans les matériaux d’emballage, mais aussi, plus important encore, la sensibilisation du public à la réutilisation et à la réduction maximale des emballages – car une bouteille, qu’elle soit en plastique recyclé, réutilisé ou bioplastique, reste une menace pour la vie des océans.

    Source : https://lareleveetlapeste.fr/pollution-des-oceans-coca-cola-pollue-lequivalent-dune-benne-a-ord

    #coca_cola#pollution organisée #greenpeace #plastique #ordures #greenwashing #lobbying #recyclage #emballages #santé #multinationales #alimentation #publicité #eau #agroalimentaire #marketing #sucre  #capitalisme #coca

  • Sur le plancher des vaches (III)
    Liturgie et bréviaire

    Natalie

    https://lavoiedujaguar.net/Sur-le-plancher-des-vaches-III-Liturgie-et-breviaire

    Paris, le 10 septembre 2019
    Amis,

    Le « plancher des vaches II » s’annonçait comme indigeste, si vous l’avez lu, vous l’aurez sans aucun doute vérifié, de plus, sa lecture a pu être compliquée par son caractère en fait très synthétique : les « démarches » qui y sont décrites pourraient chacune nécessiter des pages et des pages d’explications. Par ailleurs, une infinité de préceptes existant dans le joyeux monde du travail ont tout simplement été laissés de côté.

    De quoi s’agissait-il donc dans ce « plancher des vaches » ? D’une part, de s’offrir le luxe de quelques détails sur des aspects particulièrement importants s’agissant du formatage des esprits (formation par objectifs et développement personnel, et « démarches qualité »), de mettre également l’accent sur des aspects généralement méconnus, « l’initiative pour le génome des matériaux », ou encore la mondialisation, par le biais du Pacte mondial, des labels développement durable. Ramené à une phrase, le « plancher des vaches II » décrivait un mouvement progressif de chosification du vivant. (...)

    #génome #ontologie #Bruno_Latour #Descartes #Catherine_Larère #technique #religion #Walter_Benjamin #capitalisme #projet #évaluation #certification #label #valeur #organisation #Christophe_Dejours #novlangue #Castoriadis #Thucydide #L’Oréal #contrôle #qualité #SNCF

  • On a volé les toilettes en or de Maurizio Cattelan en Angleterre 15 Septembre 2019 - RTS

    Les toilettes en or massif de l’artiste italien Maurizio Cattelan ont été volées samedi au palais de Blenheim, occasionnant d’importants dégâts dans cet imposant château baroque du sud de l’Angleterre classé au patrimoine mondial de l’Unesco.

    Un homme de 66 ans a été arrêté mais le précieux lieu d’aisance n’a pas été retrouvé « pour le moment », selon la police locale.

    Baptisée « America », l’oeuvre en or 18 carats comprend siège, cuvette et chasse d’eau opérationnels. Sa valeur est estimée à environ un million de livres (1,23 million de francs).

    C’était une pièce phare de l’exposition consacrée depuis jeudi à l’iconoclaste Maurizio Cattelan dans le palais du 18e siècle, dans l’Oxfordshire.

    D’ici à la clôture de l’exposition le 27 octobre, des milliers de visiteurs auraient pu se soulager dans ces toilettes après avoir réservé un créneau de trois minutes. Une oeuvre présentée comme égalitariste par l’artiste de 58 ans : « de l’art du 1% (comprenant les personnes les plus riches de la planète) pour les 99 autres pour cents ».

    Reliées à la plomberie
    Les voleurs "se sont introduits par effraction dans le palais durant la nuit et quitté les lieux vers 04H50 , a indiqué la police dans un communiqué.

    « Comme le WC était relié à la plomberie du bâtiment, cela a causé d’importants dommages et une inondation », a précisé l’inspectrice Jesse Milne.

    La police pense que les voleurs ont utilisé « au moins deux véhicules » pour commettre leur méfait. Disant n’avoir pas connaissance d’autres oeuvres qui auraient été volées, elle a indiqué lors d’une conférence de presse qu’elle allait analyser les images des caméras de surveillance.

    Proposées en prêt à Donald Trump
    Les toilettes « America » avaient été exposées pour la première fois au musée Guggenheim de New York, où elles avaient été utilisées par quelque 100’000 personnes entre septembre 2016 et l’été 2017. 

    Le WC avait fait parler de lui quand le président américain Donald Trump se l’était vu proposer en prêt par le musée new-yorkais, après que la conservatrice eut refusé de mettre à sa disposition un tableau du Vincent Van Gogh, comme l’avait demandé la Maison Blanche.

    Pas de surveillance particulière
    En août, le frère du duc et fondateur de la Blenheim Art Foundation, Edward Spencer-Churchill, avait dit ne pas prévoir de surveillance particulière pour ces toilettes.

    « Ce ne sera pas la chose la plus facile à dérober », avait-il estimé dans le quotidien The Times. « Tout d’abord, c’est relié à la plomberie. Ensuite, un voleur potentiel n’aura aucune idée de qui a utilisé les toilettes en dernier ou ce qu’il a mangé. Donc non, je ne prévois pas de la faire garder ».

    Le château doit rouvrir dimanche après avoir été fermé au public samedi.

    Source : https://www.rts.ch/info/culture/arts-visuels/10709464-on-a-vole-les-toilettes-en-or-de-maurizio-cattelan-en-angleterre.html

    #musée #économie #art_comtemporien #idéologie #art_contemporien #art_contemporain #toilettes #valeurs #or

  • [Appli] Deck_mobiliPro | Quentin Nahelou

    deck_mobiliPro est une application d’exploration cartographique en ligne de flux, développée avec Deck.gl par Quentin Nahélou (@QuentinNahelou), pour explorer en les mobilités professionnelles intra / inter communales (fichier MOBPRO) de la région Bretagne.

    L’application prend la forme d’une belle interface composée de trois parties : une partie centrale qui correspond à la carte principale, deux parties latérales qui correspondent, pour celle de gauche, à la sélection interactive de la partie de la matrice à visualiser (flux entrants, sortants...) et pour celle droite, à l’affichage de diagrammes décrivant les effectifs d’actifs (entrants, sortants...) selon le mode de transport et le profil de l’employeur.

    Deux modalités d’exploration sont proposées :
    – une visualisation des flux entrants, ou sortants ;
    – une « analyse expérimentale » combinant la symbolisation de flux entrants et sortants.

    Accéder à l’application ; https://nahelou.github.io/site/pages/deck_mobiliPro/index.html

    ht Boris Mericksay (@BorisMericskay)

    #application #visualisation #flowmap #matrice #lieux #origine #destination #3D #deckgl #geoweb #gflowiz

  • Alternatiba 2019-Vers la transition…Conférence 1
    09.09.2019-Genève

    "Commerce de l’#or ; de la responsabilité des multinationales".

    Orateurs : Marc Ummel, -responsable politique secteur des matières premières, Swissaid. Olivier Ferrari, CEO CONINCO Explorers in finance SA et cofondateur ONE CREATION. Modération : Marine Vasina. Coordinatrice romande de la campagne Initiative multinationales responsables.

    http://libradio.org/wp-content/uploads/2019/09/Alt_C1.mp3

    #matière_premières #commerce_de_matières_premières #multinationales #extractivisme
    #audio #conférence

    ping @albertocampiphoto

  • Le droit au pantalon. Du pittoresque au symbolique

    L’ordonnance de 1800 interdisant aux femmes de s’habiller en homme revient aujourd’hui dans l’actualité à l’occasion d’un récent communiqué du ministère des #Droits_des_femmes. En prétendant abroger une #ordonnance désuète, les autorités cherchent à s’attribuer ce qui dans les faits fut obtenu par les femmes.


    https://laviedesidees.fr/Le-droit-au-pantalon.html

    #égalité #femmes #pantalons #pantalon #histoire #habits

  • #Ethnocracy | #Oren_Yiftachel

    http://www.upenn.edu/pennpress/book/14250.html

    For Oren Yiftachel, the notion of ethnocracy suggests a political regime that facilitates expansion and control by a dominant ethnicity in contested lands. It is neither democratic nor authoritarian, with rights and capabilities depending primarily on ethnic origin and geographic location. In Ethnocracy: Land and Identity Politics in Israel/Palestine, he presents a new critical theory and comparative framework to account for the political geography of ethnocratic societies.

    According to Yiftachel, the primary manifestation of ethnocracy in Israel/Palestine has been a concerted strategy by the state of “Judaization.” Yiftachel’s book argues that ethnic relations—both between Jews and Palestinians, and among ethno-classes within each nation—have been shaped by the diverse aspects of the Judaization project and by resistance to that dynamic. Special place is devoted to the analysis of ethnically mixed cities and to the impact of Jewish immigration and settlement on collective identities.

    Tracing the dynamics of territorial and ethnic conflicts between Jews and Palestinians, Yiftachel examines the consequences of settlement, land, development, and planning policies. He assesses Israel’s recent partial liberalization and the emergence of what he deems a “creeping apartheid” whereby increasingly impregnable ethnic, geographic, and economic barriers develop between groups vying for recognition, power, and resources. The book ends with an exploration of future scenarios, including the introduction of new agendas, such as binationalism and multiculturalism.

    Oren Yiftachel is Professor of Geography and Urban Studies at Ben-Gurion University in Israel.

    #frontières #géopolitique #israël #palestine #bibliographie

    • L’idée que le sionisme est un ethnonationalisme typique XIXe siècle, ce n’est pas nouveau, c’est même assez fondamental.

      Par exemple, encore assez récemment, c’est abordé dans ce commentaire sur le bouquin de Shlomo Sand de 2008 : Aux origines du roman national israélien
      http://www.laviedesidees.fr/Aux-origines-du-roman-national.html

      Les nations, au sens moderne du terme, ne préexistaient pas au nationalisme. Toutefois, le nationalisme a été protéiforme, ce qui a amené Hans Kohn, « en 1944, avec la publication de son ouvrage d’une large portée L’Idée du nationalisme, [à élaborer] sa célèbre théorie de la dichotomie qui lui valut autant adeptes que d’opposants ». Kohn considère en effet deux familles de nationalismes aux effets radicalement différents : d’une part, un nationalisme libéral et civique, de cooptation, insistant sur l’adhésion volontaire et consciente de l’individu à la nation, qui triomphera à l’ouest de l’Europe et aux États-Unis non sans vicissitudes ; d’autre part, un ethnonationalisme, essentialiste, biologisant et « volkiste », pour lequel l’appartenance de l’individu à la nation est prédestinée. Cette conception triomphera en Europe centrale et orientale, dans des États où les élites aristocratiques, sur la défensive au sein de leur « empire », privilégieront un nationalisme sans démocratie.

      De la mythistoire à l’histoire reconstituée

      C’est dans cette matrice intellectuelle, où chaque État forge sa propre histoire, que va naître le mythe national du futur État israélien, avec la Bible comme support de base.

  • Aux Etats-Unis, les activistes de Sunrise se battent pour un « New Deal vert »
    https://www.mediapart.fr/journal/international/090919/aux-etats-unis-les-activistes-de-sunrise-se-battent-pour-un-new-deal-vert

    Extrêmement organisés, les militants américains du mouvement de jeunesse Sunrise, proches de l’élue new-yorkaise Alexandria Ocasio-Cortez, ont réussi à imposer en un an l’idée d’un « New Deal vert ». Avec des grévistes adolescents comme Greta Thunberg, ils seront en première ligne le vendredi 20 septembre, nouvelle journée de grève mondiale pour le climat.

    #Analyse #organisation,_environnement,_Sunrise,_gauche,_Alexandria_Ocasio-Cortez,_grève_du_climat,_Ecologie,_mouvement,_démocrates,_A_la_Une

  • Pour exploiter l’uranium kazakh, Orano va raser une forêt protégée
    https://reporterre.net/Pour-exploiter-l-uranium-kazakh-Orano-va-raser-une-foret-protegee

    Au #Kazakhstan, premier producteur mondial d’#uranium, #Orano (ex-#Areva) va raser une #forêt protégée pour exploiter un gisement. La dérogation de l’entreprise française a été obtenue lors de la visite de Bruno Le Maire fin juillet dans ce pays d’#Asie_centrale devenu stratégique pour l’industrie nucléaire française.

    #saxaoul #nucléaire #arbre #destruction

  • Silicon Valley’s Chinese-style social credit system
    https://www.fastcompany.com/90394048/uh-oh-silicon-valley-is-building-a-chinese-style-social-credit-system

    Have you heard about China’s social credit system? It’s a technology-enabled, surveillance-based nationwide program designed to nudge citizens toward better behavior. The ultimate goal is to “allow the trustworthy to roam everywhere under heaven while making it hard for the discredited to take a single step,” according to the Chinese government.

    In place since 2014, the social credit system is a work in progress that could evolve by next year into a single, nationwide point system for all Chinese citizens, akin to a financial credit score. It aims to punish for transgressions that can include membership in or support for the Falun Gong or Tibetan Buddhism, failure to pay debts, excessive video gaming, criticizing the government, late payments, failing to sweep the sidewalk in front of your store or house, smoking or playing loud music on trains, jaywalking, and other actions deemed illegal or unacceptable by the Chinese government.

    #1984 #orwell

  • Une juste colère
    https://floraisons.blog/podcast9

    Nous rencontrons Jérôme Baschet à propos de son livre" Une juste colère, Interrompre la destruction du monde", qui sort le 12 septembre aux Éditions Divergences. Tout d’abord on reviendra sur la civilisation marchande et sa critique. Puis on s’attardera sur le mouvement des Gilets Jaunes, notamment en le mettant en parallèle avec le mouvement zapatiste. Pour terminer on proposera une réflexion sur la complémentarité des stratégies et de la nécessité de la lutte offensive. Durée : 1h37. Source : floraisons

    https://d3ctxlq1ktw2nl.cloudfront.net/staging/2019-7-30/22103885-44100-2-fa819f7174ab4.m4a

  • L’effondrement du marxisme-léninisme
    https://collectiflieuxcommuns.fr/?981-L-effondrement-du-marxisme

    Article paru dans Le Monde du 24 avril 1990 sous le titre « #Marxisme-léninisme, la pulvérisation », puis repris dans La Montée de l’insignifiance. Les carrefours du labyrinthe IV. Éditions du Seuil, 1996, pages 38-50. Source I — Faillite d’une orthodoxie L’effondrement de l’Empire romain a duré trois siècles. Deux ans ont suffi, sans secours de barbares extérieurs, pour disloquer irréparablement le réseau mondial de pouvoir dirigé depuis Moscou, ses visées à l’hégémonie mondiale, les relations (...) Marxisme-léninisme

    / Castoriadis C., #Article, #Histoire, #Politique, #Scientisme, #Paléo-marxismes, #Totalitarisme, #Organisation_politique, #Revolution, Anéantissement / (...)

    #Castoriadis_C. #Anéantissement_/_Génocide
    http://liege.mpoc.be/doc/ecologiepolitique/precurseurs/Castoriadis_Effondrement%20du%20marxisme%20leninisme_1990.pdf

  • Et nous avons brisé l’encerclement

    EZLN, SCI Moisés

    https://lavoiedujaguar.net/Et-nous-avons-brise-l-encerclement

    Communiqué du Comité clandestin révolutionnaire indigène
    Commandement général de l’Armée zapatiste de libération nationale

    Voici notre parole, la même qu’hier, qu’aujourd’hui et que demain car c’est une parole de résistance et de rébellion.

    En octobre 2016, il y a presque trois ans, lors de leur vingtième anniversaire, les peuples frères organisés dans le Congrès national indigène, main dans la main avec l’EZLN, se sont engagés à passer à l’offensive dans la défense du territoire et de la terre-mère. Poursuivis par les forces du mauvais gouvernement, les caciques, les entreprises étrangères, les criminels et les lois, comptant les morts, les agressions et les moqueries, nous, les peuples originaires, les gardiens de la terre, avons décidé de passer à l’offensive et d’étendre notre parole et notre action de résistance et de rébellion.

    Avec la formation du Conseil indigène de gouvernement (CIG) et la désignation de sa porte-parole, Marichuy, le Congrès national indigène (CNI) s’est donné pour tâche d’apporter, aux frères et sœurs de la campagne et de la ville, la parole d’alerte et d’organisation. L’EZLN est aussi passée à l’offensive dans sa lutte de la parole, de l’idée et de l’organisation. (...)

    #Mexique #peuples_originaires #Chiapas #EZLN #zapatistes #Samir_Flores #résistance #rébellion #offensive #organisation #expansion

  • « La capacité de penser de façon autonome, voire de penser tout court, est en péril »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2019/08/20/la-capacite-de-penser-de-facon-autonome-voire-de-penser-tout-court-est-en-pe

    Contre l’aliénation nouvelle que représente la manipulation des données par des algorithmes mis au service des grandes entreprises et des Etats, l’économiste Pierre Dockès en appelle, dans une tribune au « Monde », à une « insurrection civique ».

    Tribune. Les grandes vagues de changement technique ont toutes suscité des réactions de rejet pouvant aller jusqu’à la révolte. Le Moyen Age rejetait les innovations estimées maléfiques. La révolution industrielle provoqua les révoltes luddistes [luddisme : mouvement opposé au machinisme au début de la révolution industrielle]. L’avènement de la grande industrie faisait de l’usine un « bagne mitigé » et de la société une « mégamachine ».

    Pourtant la technologie n’est pas, en elle-même, responsable des maux dont on l’accable. Les luddistes s’en prenaient aux machines, mais leurs conséquences négatives s’expliquaient par leur mise en œuvre sous des rapports sociaux spécifiques. Les techniques ne sont cependant pas « innocentes » puisqu’elles ont été configurées dans un certain schéma social.

    Il en va de même aujourd’hui : l’être humain est menacé d’une #expropriation majeure de ses « capabilités » (pour reprendre les termes de l’économiste indien Amartya Sen, prix Nobel d’économie 1998), ses libertés substantielles. Pour la philosophe Simone Weil (1909-1943), « la société la moins mauvaise est celle où le commun des hommes a les plus grandes possibilités de contrôle sur l’ensemble de la vie collective et possède le plus d’indépendance » (Réflexions sur les causes de la liberté et de l’oppression sociale, 1934, Simone Weil, Gallimard, 1999). Elle valorise ainsi la vie rude du pêcheur ou celle de l’artisan médiéval car ce sont des vies « d’homme libre ». C’est sous cet angle de l’aliénation qu’il faut juger la révolution numérique, et pas seulement comme une énième révolution industrielle.

    Manipulation des #comportements
    Aux deux processus historiques majeurs reconnus par l’économiste Max Weber (1864-1920) – la formation du capital par l’expropriation des petits producteurs autonomes de leurs moyens de production (repris de Marx), et la formation de l’Etat comme détenteur du monopole de la violence légitime (dans Politik als Beruf, 1919) – s’ajoute aujourd’hui une troisième phase appuyée sur les vagues précédentes.

    Nos données privées captées, agrégées par le croisement des dossiers et revendues, permettent la manipulation des comportements, une publicité et une propagande ciblées. Les smartphones, les objets connectés (que la 5G va permettre de centupler) sont autant d’espions. Les safe cities capables de suivre précisément les déplacements de chacun et de repérer le moindre comportement « anormal » se multiplient. La monnaie privatisée va permettre une mainmise approfondie sur nos données vitales.

    Cela peut aller jusqu’à l’assujettissement par un Etat-parti totalitaire, comme dans la Chine de Xi Jinping. La reconnaissance faciale y est omniprésente, le système de notation généralisée par le « crédit social » y tient compte des « données de connexion » – soit les relations amicales (d’où les stratégies d’évitement d’« amis » mal notés) – et la sphère privée y a pratiquement disparu. Déjà une forme molle de ce système orwellien se développe dans les pays occidentaux.
    Article réservé à nos abonnés Lire aussi « Il semble illusoire de contrôler a priori les outils d’intelligence artificielle car leurs conséquences sont quasi imprévisibles »

    Cette aliénation rencontre et forge nos désirs, pour mieux les conformer aux intérêts dominants. Les humains influencés consommeront bientôt les produits qu’un algorithme désignera à partir de leurs données personnelles. L’algorithme choisira, commandera et payera pour eux, avec leur assentiment exprès, voire tacite. Beaucoup apprécient déjà que la captation de leurs données permette un formatage publicitaire personnalisé et la safe city satisfait leur désir de sécurité.

    Retrouver l’esprit libertaire
    L’imperceptible et progressif avènement d’une société de surveillance, la perte d’autonomie économique et politique et la disparition de la vie privée ne sont comparativement qu’une petite gêne, une légère démangeaison pour l’individu, tant les bénéfices techniques sont grands ! Mais la capacité même de penser de façon autonome, voire de penser tout court, est en péril.

    Sans même parler du transhumanisme, se façonne ainsi le « dernier homme », celui décrit par Nietzsche dans Ainsi parlait Zarathoustra, si méprisable qu’il ne se méprise même plus, celui que les foules d’antan et certains réseaux sociaux d’aujourd’hui réclament sous l’œil bienveillant des puissants. Comme nous l’expliquons dans La Nouvelle Résistance. Face à la violence technologique (Eyrolles, 2019), écrit avec Jean-Hervé Lorenzi et Mickaël Berrebi, il faut un sursaut démocratique. Ce combat pour l’être humain est à la hauteur de celui pour la planète – d’ailleurs les raisons profondes en sont les mêmes.

    La soi-disant autorégulation des #GAFA [Google Amazon, Facebook, Apple] est un faux-semblant, mais l’espoir de leur régulation par les Etats ne vaut guère mieux. Les Etats sont dépendants, complices ou même parfois responsables. Aux Etats-Unis, Donald Trump brandit des menaces de rétorsions en défense des GAFA pour empêcher une modeste tentative de leur faire payer des impôts. Et en Chine, l’Etat a la mainmise sur les entreprises comme Alibaba qui lui permettent d’exercer son contrôle social.

    On ne peut finalement compter que sur une insurrection civique, sur les résistances individuelles et collectives qui se développent déjà, non pas contre la révolution technologique en elle-même, mais en inventant de nouvelles techniques, de nouvelles configurations, de nouveaux usages plus sobres, en rejetant les pratiques aliénantes afin de retrouver l’esprit libertaire qui caractérisait les débuts d’Internet.

    Pierre Dockès est l’auteur de Le Capitalisme et ses rythmes, quatre siècles en perspective. Tome II : Splendeurs et misère de la croissance (Classiques Garnier, 2019) et, avec Jean-Hervé Lorenzi et Mickaël Berrebi, de La Nouvelle Résistance. Face à la violence technologique (Eyrolles, 2019).

    #algorithmes #données #data

    • non pas contre la révolution technologique en elle-même

      Tout est là : surtout ne pas s’opposer à quoi que ce soit, et moins encore à la divinité tutélaire des sociétés capitalistes et industrielles, la technologie. Il suffit de "subvertir les usages" comme on dit chez #Multitudes.

      Une forme caractéristique de #pseudo_critique (#critique_techno).

      Dans La Nouvelle Résistance , p.115 (fin du chapitre “Un monde de résistances”) on peut lire ceci :

      La vraie résistance consistera à rendre tous les hommes et toutes les femmes, quelque soit leur catégorie socio-professionnelle, quelque soit leur formation initiale, capables de s’adapter rapidement aux évolutions technologiques, et cela à plusieurs reprises dans leur vie professionnelle.

      Résister, c’est s’adapter. (apologie de la #soumission)
      La liberté, c’est l’esclavage.
      L’ignorance, c’est la force.
      La guerre, c’est la paix.

      Ce #Pierre_Dockès, c’est #Orwell !

      @colporteur @kamo

  • #Côte_d’Ivoire : #Barrick_Gold cherche un investisseur pour la #mine d’#or de #Tongon

    Le groupe minier Barrick Gold, qui exploite la plus grande mine d’or de Côte d’Ivoire, à Tongon dans le Nord, prépare une cession d’une partie de ses actifs. La transaction devrait se concrétiser avant la fin de l’année.

    https://www.jeuneafrique.com/815936/economie/cote-divoire-barrick-gold-cherche-un-investisseur-pour-la-mine-dor-de-

    #mines #extractivisme

    ping @albertocampiphoto @daphne

  • Human Rights Watch warns against new waste ’#catastrophe' | News , Lebanon News | THE DAILY STAR
    http://www.dailystar.com.lb//News/Lebanon-News/2019/Aug-12/489547-human-rights-watch-warns-against-new-waste-catastrophe.ashx

    @reka

    Currently, around 85 percent of Lebanon’s waste goes to open dumps or landfills, despite findings by researchers at the American University of Beirut that just over 10 percent of all waste cannot be recycled or composted.

    #ordures #incurie #Liban

  • La bonne idée 9 : reprendre la main sur l’algorithme
    https://www.alternatives-economiques.fr/bonne-idee-9-reprendre-main-lalgorithme/00089946

    Depuis novembre 2018, les juges français (comme bien d’autres) n’hésitent plus à requalifier les travailleurs des plates-formes, comme Deliveroo ou Uber, en salariés. Mais au lieu d’en prendre acte et de proposer des mesures qui adaptent les règles du droit social aux spécificités de la pratique, le législateur multiplie les tentatives pour permettre aux plates-formes de s’en exonérer. C’est notamment le cas avec l’article 20 du projet de loi « Orientation des mobilités ». Il propose la mise en place de « (...)

    #Deliveroo #Uber #algorithme #travail #législation

  • Israël présent dans le Golfe persique - LPH INFO
    https://lphinfo.com/israel-present-dans-le-golfe-persique

    Lors d’une séance de la commission des Affaires étrangères et de la Défense, le ministre des Affaires étrangères Israël Katz a révélé qu’Israël prend part au dispositif de protection du trafic maritime organisé par les Etats-Unis dans le Golfe persique. Il n’a pas précisé de quelle manière exactement Israël est présent, se contenant de dire que c’était sur le plan des renseignements et « d’autres domaines dans lesquels Israël a un avantage relatif ».

    Israël Katz a indiqué suite à sa dernière visite à Abou Dhabi et son entretien avec un haut dirigeant des émirats, il a donné instruction à son ministère d’être en relation avec l’Administration américaine afin qu’Israël soit partie prenante dans la protection des bâtiments qui traversent le Golfe persique et la détroit d’Ormuz. Le ministre des Affaires étrangères a souligné l’importance stratégique de cette implication israélienne pour freiner l’hégémonie iranienne et renforcer les liens avec les pays du Golfe, selon la politique qu’il mène en collaboration avec le Premier ministre Binyamin Netanyahou.

    #ormuz #grand_jeu

    • Israël dit rejoindre la coalition de guerre anti-Iran des États-Unis dans le détroit d’Hormuz
      Wed Aug 7, 2019
      https://www.presstv.com/DetailFr/2019/08/07/602881/Israel-rejoint-les-USA-dans-le-golfe-Persique

      Pour de nombreux spécialistes, l’annonce relève d’un méga coup de bluff : alors qu’Israël se dit littéralement encerclé par l’Iran et ses alliés, le ministre israélien des Affaires étrangères a annoncé qu’Israël envisageait de se joindre à la « coalition de guerre US dans le golfe Persique ». Son objectif ? Israël tenterait de se rapprocher du détroit d’Hormuz d’une part et de l’autre, sa présence dans le golfe Persique constitue une bonne opportunité pour renforcer ses relations avec les pays arabes riverains du golfe Persique.

      Israël dit avoir l’intention de se rallier à la soi-disant mission navale de « sécurisation » des eaux du golfe Persique, et de la mer Rouge et ce, sous la houlette des États-Unis. C’est ce qu’a fait savoir le ministre israélien des Affaires étrangères, Israel Katz, au cours d’une session à huis clos de la commission des affaires étrangères et de la « défense » de la Knesset. (...)

  • Le numéro 0 de la revue #Nunatak , Revue d’histoires, cultures et #luttes des #montagnes...


    Sommaire :

    La revue est disponible en ligne :
    https://revuenunatak.noblogs.org/files/2016/09/nunatakzero.pdf

    Je mettrai ci-dessous des mots-clés et citations des articles...

    –-----

    des info plus détaillées sur le numéro 1 déjà sur seenthis :
    https://seenthis.net/messages/784730

    #revue #montagne #Alpes #montagnes

  • Ce que l’orthographe doit aux instituteurs (Chronique “Tu parles”, France Inter)
    https://www.franceinter.fr/emissions/hoedt-et-piron-tu-parles/hoedt-et-piron-tu-parles-03-aout-2019

    Le dix-neuvième siècle semble un tournant majeur dans l’Histoire de l’enseignement de la langue en France. Et l’on apprend aussi, grâce à nos deux démystificateurs de la langue française, comment, historiquement, l’orthographe est devenue l’ADN de l’école française.
    […]
    Jules Ferry, le fondateur de l’école laïque et obligatoire, s’inquiétait déjà en 1880 de la vision orthographiste de l’école :
    « Ce que nous demandons à tous, c’est de nous faire des hommes, pas des grammairiens (…). À l’abus de la dictée, il faut substituer un enseignement plus libre, plus vivant, plus substantiel. Épargnons ce temps si précieux que l’on dépense souvent dans les vétilles de l’orthographe qui font de la dictée un tour de force et une espèce de casse-tête chinois. »

    #éducation #école #orthographe #sélection #LesGrandsMythes

  • Undurchsichtige Lieferwege des Goldes

    Einblicke in die schmutzigen Geheimnisse des Goldhandels gewährt der Buchator Mark Pieth in seinem neuen Buch „Goldwäsche“. Er kritisiert Sklavenarbeit in Peru und dass die Schweiz sich nicht an OECD-Regeln hält.

    Wie schmutzig das Geschäft mit dem Gold weltweit ist, hat der Jurist Mark Pieth bei Recherchen für sein Buch „Goldwäsche“ selbst in Erfahrung gebracht. Er sei zu Recherchen nach Peru und nach Südafrika gereist, um die Lieferkette nachzuvollziehen, sagte der Anti-Korruptionsexperte und Professor für Strafrecht an der Universität Basel im Deutschlandfunk Kultur.
    Sklavenarbeit in Peru

    Auf 5000 Metern in den peruanischen Anden habe er beispielsweise eine Minen-Barackenstadt mit 60.000 Minenarbeitern angesehen, die wie Sklaven beschäftigt würden.

    „Das heißt 28 Tage gratis ohne Versicherung, ohne Lohn in der Mine“, sagte Pieth. Dafür werde ihnen erlaubt, an zwei Tagen im Monat so viel Gesteine herauszuschleppen, wie sie tragen könnten. „Daraus hofft man dann noch ein bisschen Gold zu machen.“ Dabei fänden sich in diesem Gestein vielleicht etwa fünf Gramm Gold.

    „Die Stadt ist der absolut grauenhafteste Ort, den man sich vorstellen kann“, sagte Pieth. Es gebe keine Kanalisation, keine Müllentsorgung und keine Polizei.
    Undurchsichtige Lieferanten

    Als er den Lieferweg weiter gegangen sei, habe er einen Lieferanten in einer Baracke in einem peruanischen Slum aufgesucht. Der Mann habe keinen Nachweis darüber geführt, woher er das Gold eigentlich habe.

    „Der hat aber zehn Tonnen Gold im Jahr zusammen getragen von den verschiedensten Quellen.“

    Weiter gingen die Recherchen in der Schweiz, wo sich die meisten Raffinerien befinden, in denen Gold eingeschmolzen und verarbeitet wird. Die Schweiz importiere 70 Prozent des neu gewonnenen Goldes weltweit und exportiere es wieder, sagte Pieth.

    „Am Schluss haben wir da saubere, schöne Uhren oder Schmuckgegenstände.“
    Vorwürfe an die Schweiz

    Anders als die Europäische Union halte die Schweiz die bestehenden Regeln der Organisation für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung (OECD) nicht für verbindlich. Nur in der EU seien Firmen dazu verpflichtet, nachzufragen, woher ihr Gold komme. Das Schweizer Prinzip der Freiwilligkeit funktioniere nicht, wie auch die OECD inzwischen festgestellt habe. „Selbstregulierung ist in dem Bereich einfach untauglich.“

    https://www.deutschlandfunkkultur.de/anti-korruptionsexperte-mark-pieth-undurchsichtige.1008.de.htm
    #mines #extractivisme #Pérou #or #Suisse #travail #exploitation #néo-esclavagisme

    ping @albertocampiphoto