• La declassificazione delle “industrie insalubri” minaccia i centri abitati

    La legge 50 del 2026 ha tolto ai sindaci il potere di controllo sulla localizzazione degli impianti potenzialmente pericolosi per la salute pubblica. Sarà quindi più facile che sorgano o rimangano in contesti urbani. Con rischi molto elevati

    Sono state classificate per decenni dalla legge “industrie insalubri di prima classe” e la loro collocazione avrebbe dovuto essere lontana dai centri abitati. Con l’articolo 14 della legge 50 dell’aprile 2026 cambia però il quadro normativo: viene modificata una disciplina in vigore dal 1934, che individuava le attività potenzialmente più pericolose per la salute pubblica e attribuiva ai sindaci specifici poteri di programmazione e controllo sulla loro localizzazione. La novità è stata introdotta dal Governo Meloni con il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 29 gennaio 2026.

    Il provvedimento è stato presentato su proposta del ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione Tommaso Foti, di concerto con i ministri della Salute Orazio Schillaci, dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Il cambiamento è passato quasi sotto silenzio ma potrebbe avere conseguenze importanti nei centri abitati dove da anni cittadini e comitati chiedono la delocalizzazione di attività, di fatto, incompatibili con il contesto urbano. La nuova norma stabilisce che le imprese in possesso di Autorizzazione integrata ambientale (Aia) non siano più classificate come “industrie insalubri”. In apparenza una questione tecnica. Nella sostanza un cambio di paradigma che ridisegna i rapporti di forza tra cittadini, amministrazioni comunali e grandi impianti industriali.

    Per capire che cosa si perde bisogna partire da lontano. Gli articoli 216 e 217 del Testo unico delle leggi sanitarie sono norme di epoca fascista, mai abrogate e considerate pienamente legittime dalla giurisprudenza amministrativa più recente. “Sono norme vecchissime ma potentissime -spiega Marco Grondacci, giurista ambientale con oltre trent’anni di esperienza in vertenze territoriali in tutta Italia-. I sindaci raramente le hanno usate fino in fondo ma quando lo facevano cambiavano davvero le cose”.

    L’articolo 216 infatti attribuiva al Comune il potere di regolamentare la localizzazione degli impianti classificati appunto come “industrie insalubri”. L’ente locale poteva stabilire, attraverso una variante al piano urbanistico o una norma del regolamento edilizio, che un certo impianto fosse incompatibile con il contesto in cui si trovava. Poteva chiederne la delocalizzazione e farlo anche se l’impianto rispettava formalmente tutte le autorizzazioni ambientali vigenti. La presenza di scuole, ospedali, asili nido, una densità residenziale elevata erano elementi sufficienti per avviare un percorso che portasse all’allontanamento dell’impianto. “Erano strumenti che distinguevano nettamente tra il rispetto dei limiti di legge e la compatibilità con il territorio -sottolinea Grondacci-. E la Cassazione lo ha ribadito in più sentenze: un impianto che rispetta la normativa può comunque produrre disagi alla popolazione e può essere sanzionato”.

    L’articolo 14 della legge 50 del 2026 ha cambiato la norma sulle “industrie insalubri”

    Con la modifica introdotta dalla recente legge tutte le industrie soggette ad Aia escono dalla classificazione di “industrie insalubri di prima classe” non perché siano diventate meno pericolose, ma perché la norma ha deciso che le autorizzazioni ambientali già esistenti siano sufficienti, automaticamente, a garantire la loro compatibilità con la vicinanza a un centro abitato. Il problema è che molte di queste localizzazioni sono l’eredità di un modello di industrializzazione novecentesco oggi non più proponibile.

    “Sembra che le istituzioni invece di valutare con attenzione i potenziali danni e gli innumerevoli disagi causati da questa situazione, abbiano preso la strada di depotenziare gli antichi vincoli che consentivano alle amministrazioni comunali di prendere iniziative atte a favorire una ordinata riconversione dei siti industriali”, spiega Stefano Luciani, consulente tecnico in contenziosi ambientali tra industrie insalubri e cittadini che da anni si battono per la loro ricollocazione in aree industriali distanti dai centri abitati. Il nodo centrale è il valore amministrativo delle autorizzazioni. L’Aia valuta il modello di esercizio di un impianto, verifica se le tecnologie utilizzate sono le migliori disponibili, se i limiti di emissione vengono rispettati. “Molto difficilmente in un processo di rinnovo di una Aia si è messo in discussione il fatto che una cementeria o un inceneritore si trovino a duecento metri da una scuola”, sottolinea Luciani.

    “L’Aia regolamenta prevalentemente gli aspetti ambientali dell’impianto, non gli effetti sanitari della sua localizzazione. È così che molti centri abitati potrebbero essere condannati a convivere con la presenza di emissioni nocive per i prossimi decenni, subendone l’impatto sanitario, mai misurato né valutato”. A rendere ancora più evidente la frattura tra tutela ambientale e tutela sanitaria è la distinzione tra Via e Vis: la Valutazione di impatto ambientale e la Valutazione di impatto sanitario. Mentre il primo procedimento, propedeutico al rilascio dell’Aia, si occupa di tutela ambientale, la Vis è indirizzata a tutelare gli aspetti sanitari ma per gli impianti esistenti non è obbligatoria e, tranne rarissimi casi, non viene effettuata.

    Con la nuova legge questa contraddizione appare rafforzata: se c’è l’Aia si presume che la salute sia automaticamente tutelata. Di ben altro avviso è il Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa), secondo il quale l’introduzione della Vis evidenzia proprio la necessità di non limitarsi a valutare solo gli aspetti ambientali: “L’analisi degli studi di Valutazione di impatto ambientale condotti negli anni ha permesso di evidenziare -si legge- la scarsa considerazione che è stata data a una corretta valutazione dell’impatto sulla salute determinato da fattori di rischio associati a opere/impianti/progetti per le popolazioni esposte residenti nei territori limitrofi”.

    Secondo il consulente tecnico Luciani “i grandi stabilimenti soggetti all’Aia, quelli potenzialmente più impattanti per la salute pubblica, saranno meno vincolati dalla giurisdizione comunale. Il sindaco, che in linea generale assume responsabilità sanitarie nei confronti della cittadinanza, si ritrova con poteri sempre più limitati proprio dove questi servirebbero”.

    Basta dare uno sguardo a Google Maps, anche per un non esperto, per rendersi conto di quante industrie regolarizzate con Aia si trovino in aree completamente decontestualizzate. Gli esempi non mancano. Gubbio (PG), una delle città medievali più belle del mondo, è racchiusa tra due ciminiere. A Isola delle Femmine (PA), il forno di un impianto è a quattrocento metri da una spiaggia turistica, in un’area di alto valore ambientale. A Barletta una cementeria si trova nel centro abitato, a poche centinaia di metri da uno straordinario castello normanno.

    A Monselice, in provincia di Padova, un cementificio sorge dentro un parco regionale, a ridosso di case e scuole. Negli anni sono state numerose le iniziative messe in atto dai comitati civici per richiamare a un maggiore impegno per risolvere le contraddizioni, come il convegno della scorsa primavera “L’Europa verso l’economia circolare-Il caso Gubbio”, al quale hanno partecipato sia tecnici sia rappresentanti delle istituzioni.

    Nel corso dei lavori, oltre a essere stato evidenziato come il co-incenerimento dei rifiuti sia un processo contrario alle politiche europee di promozione dell’economia circolare, è stata discussa la necessità di disporre di studi epidemiologici aggiornati sulle ricadute sanitarie degli impianti collocati vicino ai centri abitati. Nel caso di Barletta, invece, in merito alle evidenze scientifiche sull’impatto sanitario delle industrie insalubri, ha creato scalpore la pubblicazione nel 2021 sulla rivista scientifica Exposure and Health: un’indagine su 366 bambini residenti in città ha dimostrato per la prima volta il fenomeno di bioaccumulo nel corpo di metalli tossici di origine antropica (nickel, cadmio, mercurio e arsenico). Lo studio inoltre accerta come coloro che vivono e frequentano la scuola nell’area in maggiore prossimità dello stabilimento siano più affetti dal bioaccumulo di metalli rispetto ai soggetti prevalentemente esposti al solo inquinamento da traffico veicolare.

    “I responsabili delle industrie potranno continuare ad affermare che il loro impianto funziona regolarmente secondo l’Aia. Ma la storia insegna che il solo rispetto di queste, fissate in modo indipendente dalla localizzazione dell’impianto, può non essere una condizione sufficiente a garantire la salute dei cittadini -conclude Luciani-. Un conto è rispettare asettici limiti normativi delle emissioni in una zona industriale, un altro è far convivere le ciminiere con luoghi stabilmente abitati. La grande proliferazione normativa italiana potrebbe così favorire il mantenimento dello status quo, rendendo compatibile amministrativamente quello che nella realtà delle cose non sarà mai conciliabile”.

    “Un conto è rispettare asettici limiti normativi delle emissioni in una zona industriale, un altro è far convivere le ciminiere con luoghi stabilmente abitati” – Stefano Luciani

    Resta così aperta una questione che la nuova norma non affronta: se il rispetto dei limiti emissivi, stabiliti quasi sempre in base a norme tecniche generali, possa essere considerato sufficiente anche quando un impianto industriale continua a operare a poche decine o centinaia di metri da case, scuole e ospedali. È su questo terreno che, secondo giuristi, tecnici e comitati, si sposteranno i contenziosi.

    https://altreconomia.it/la-declassificazione-delle-industrie-insalubri-minaccia-i-centri-abitat

    #Italie #pollution #loi #industrie #industries_polluantes #localisation #aménagement_du_territoire #santé_publique #maires #Tommaso_Foti #Orazio_Schillaci #Gilberto_Pichetto_Fratin #Adolfo_Urso #industrie_insalubre #urbanisme #plan_d'urbanisme #environnement #délocalisation #Aia #Valutazione_di_impatto_sanitario (#Vis) #autorisation_environnementale #impact_sanitaire #impact_environnemental

  • Larry Ellison Bet It All on the A.I. Boom. Will He Be the Face of the A.I. Bubble? - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2026/07/31/magazine/larry-ellison-ai-oracle.html

    [Larry Ellison] was, at 2 p.m., standing beside Donald Trump in the Roosevelt Room as the president announced “the largest A.I. infrastructure project by far in history” and told the world that his friend Larry Ellison was just the man to get it done. “He’s sort of C.E.O. of everything,” Trump said. “He’s an amazing man and an amazing businessperson.”

    Ellison began by thanking Trump. “We certainly couldn’t do this without you,” he said. “It would simply be impossible.” He then proceeded to sketch out the ambitious plan. Ellison’s database software and cloud computing company, #Oracle, and its partners — most prominently OpenAI — were going to invest as much as $500 billion over the next four years into a group of sprawling data centers, 500,000 square feet each, that would produce 10 gigawatts of computing power, using enough energy to power as many as 10 million homes. It was called Project Stargate, after the 1994 sci-fi movie in which Kurt Russell steps through a wormhole and finds himself inside a pyramid on an alien planet. This Stargate would be a portal leading humanity from the postindustrial era to the artificial-intelligence age.

    • Encore un de la bande des nazis siliconés qui promettent de nous asservir. Et pendant ce temps là, en bons moutons personne ne moufte bien au contraire et collectionne avec joie les cartes de fidélité, remplit les obligations biométriques des centrales d’échanges éthiques et pour se soigner, prendre le bus ou aller à la piscine crée sa carte numérique... et remplit le profil de ses amis avec leurs photos sur son téléphone. Trop bat la techno ruine de l’àme.

      in WP

      En 2002, après les attentats du 11 septembre, il plaide pour la création d’une base de données nationale unique combinant informations gouvernementales et données biométriques[22],[23]. En septembre 2024, lors d’une présentation aux investisseurs d’Oracle, Larry Ellison expose sa vision d’un système de surveillance généralisée utilisant l’intelligence artificielle. Il décrit un dispositif reposant sur des caméras corporelles à bas coût impossibles à désactiver complètement, des drones autonomes et une analyse vidéo permanente par IA, affirmant que « les citoyens se comporteront mieux car nous enregistrerons et rapporterons tout ce qui se passe »[23],[15]. D’après Le Grand Continent, ces positions sur la surveillance s’inscrivent dans l’engagement historique d’Oracle auprès des agences de renseignement américaines, la CIA ayant été le premier client de l’entreprise dès 1977[23].

  • OpenJDK Interim Policy on Generative AI
    https://openjdk.org/legal/ai

    (...)

    Oracle, as the corporate sponsor of the OpenJDK Community, is working to draft a full policy governing the use of generative AI tools in OpenJDK contributions. Oracle will propose that policy to the OpenJDK Governing Board in due course. Until that policy is in place, the Governing Board has approved this interim policy:

    – Contributions in the OpenJDK Community must not include content generated, in part or in full, by large language models, diffusion models, or similar deep-learning systems. Content, in this context, includes but is not limited to source code, text, and images in OpenJDK Git repositories, GitHub pull requests, e-mail messages, wiki pages, and JBS issues.

    – Contributors in the #OpenJDK Community may use generative AI tools privately to help comprehend, debug, and review OpenJDK code and other content, and to do research related to OpenJDK Projects, so long as they do not contribute content generated by such tools.

    This interim policy aims to encourage the use of generative AI tools in ways that limit their risks while we gain further experience that will inform the full policy.

    #Oracle, l’un des cavaliers de l’apocalypse #IA, te demande de ne pas pourrir son projet Java avec de l’IA. #AI #Java #LLM

  • AI Companies Are Trying to Hide a Staggering Amount of Debt
    https://futurism.com/artificial-intelligence/ai-companies-hide-debt-off-balance-sheet

    #AI companies are pouring untold billions of dollars into enormous #datacenters in their efforts to sustain increasingly complex and resource-intensive AI models.

    It’s an extremely costly undertaking built on seemingly bottomless hype — and a mountain of #debt. As Japanese financial newspaper Nikkei Asia found in a recent investigation, just five US tech giants — #Alphabet, #Microsoft, #Amazon, #Meta, and #Oracle — are hiding an estimated $1.65 trillion in debt that doesn’t appear on balance sheets. That’s even more than the $1.35 trillion in debt the five companies officially reported in their financial data for the most recent quarter.

    Meta alone has amassed around $420 billion in off-balance-sheet debt, according to Nikkei, highlighting how precarious the AI industry’s steep investment in AI has become, and inspiring comparisons to energy company Enron, which collapsed in spectacular fashion in 2001 because of similar debts hidden behind shell companies. Like Enron, they’re using special purpose vehicles, or off-balance sheet arrangements such as legally distinct subsidiaries, as a way to make their financial reporting look healthier than it actually is — often a glaring sign that something is deeply amiss behind the scenes.

  • AI tech companies have ‘hidden debt’ worth around $1.65 trillion, report claims — amount is 122% of debt reflected on the balance sheets of #Alphabet, #Amazon, #Meta, #Microsoft, and #Oracle
    https://www.tomshardware.com/tech-industry/big-tech/ai-tech-companies-have-hidden-debt-worth-around-usd1-65-trillion-repor

    Five U.S. tech giants heavily invested in #AI and its related infrastructure reportedly have an estimated $1.65 #trillion in hidden #debt, with the figures annotated in their quarterly financial statements instead of being listed in their balance sheets. According to Nikkei Asia, this is higher than the $1.35 trillion officially listed, meaning investors could be caught unaware once the hidden figures come to light.

  • Big Tech’s $2.7 #trillion #AI bill comes due: Chart of the Day
    https://finance.yahoo.com/markets/article/big-techs-27-trillion-ai-bill-comes-due-chart-of-the-day-100000100.ht

    Jared Blikre Wed, June 24, 2026 at 12:00 PM GMT+2

    The “Magnificent Seven” plus #Broadcom (AVGO) and #Oracle (ORCL) have #lost roughly $2.7 trillion in market value in June, according to Yahoo Finance analysis, as investors take a harder look at the companies funding the AI build-out.

    Initially, this month’s reset focused on the Magnificent Seven. Now the pressure captures Broadcom and Oracle — two names closely tied to the AI infrastructure build-out.

    The reset cuts across both sides of the AI complex.

    The Magnificent 7 plus Broadcom and Oracle have erased roughly $2.7 trillion in market value this month as investors reprice the companies funding and powering the AI buildout.
    The “Magnificent Seven” plus Broadcom and Oracle have erased roughly $2.7 trillion in market value this month as investors reprice the companies funding and powering the AI build-out. · Yahoo Finance analysis of AlphaSpace data

    #Nvidia (NVDA) and Broadcom are tied to the hardware boom. #Microsoft (MSFT), #Alphabet (GOOGL, GOOG), #Amazon (AMZN), #Meta (META), and Oracle are tied to the spending boom. #Apple (AAPL) and #Tesla (TSLA) remain part of the megacap growth trade investors have treated as an AI-adjacent proxy.

    The market is putting a price on the cost of the build-out.

  • Quote of the day by #Oracle co-founder #Larry_Ellison: "Citizens will be on their best behavior, because we’re constantly recording and reporting everything that is going on" — a dire warning on the erosion of #privacy
    https://www.techradar.com/pro/quote-of-the-day-by-oracle-co-founder-larry-ellison-citizens-will-be-on-t

    Legendary technologist Larry Ellison has outlined a vision for an increasingly aggressive #surveillance state in the 21st century

  • Chez Orange, le déploiement massif de l’IA fait resurgir le spectre de la souffrance au travail | Mediapart
    https://www.mediapart.fr/journal/economie-et-social/180526/chez-orange-le-deploiement-massif-de-l-ia-fait-resurgir-le-spectre-de-la-s

    L’entreprise utilise de plus en plus d’outils d’intelligence artificielle. Traumatisés par la vague de suicides des années 2000, salariés et syndicats dénoncent la surveillance croissante, l’accélération des cadences et les risques pour la santé des professionnels de l’entreprise.

    Clément Pouré

    18 mai 2026 à 16h49

    « Depuis« Depuis février, je suis enregistrée. C’est très scolaire, on a des bons et des mauvais points. Officiellement, c’est pour se former, mais je ne vois pas en quoi ça va me faire progresser. » Conseillère téléphonique, Sylvie est salariée d’Orange depuis plus de vingt ans. Elle travaille depuis peu sous haute surveillance.

    Présentée au détour d’une réunion entre syndicats et direction il y a plus d’un an, Speech Analytics, une solution d’intelligence artificielle (IA) générative populaire dans tous les centres d’appels (voir encadré), est depuis peu déployée par la multinationale des télécoms. Son principe est simple : le logiciel enregistre aléatoirement 50 % des conversations tenues par les conseillers et conseillères clientèle, les retranscrit puis les analyse automatiquement.

    S’appuyant sur un second outil d’analyse automatique des conversations, le logiciel passe ensuite au crible le comportement des opérateurs et opératrices, puis note le comportement des salarié·es. Parmi les thématiques évaluées : le bon accueil des client·es « par la prononciation des termes bonjour, bonsoir », la bonne présentation de l’entreprise en prononçant distinctement « bienvenue chez Orange » ou encore la « personnalisation de la prise de congé » : les mots « au revoir monsieur » ou « au revoir madame » ont-ils été prononcés en fin d’appel ?
    Illustration 2
    © Photo illustration Sébastien Calvet / Mediapart

    « Orange saute des deux pieds dans l’intelligence artificielle sans se soucier des salariés », s’alarme Jérôme, délégué syndical CGT au sein de l’entreprise. Revendiquant plus de cent cinquante projets d’IA en cours de développement, Orange a pour ambition de générer plus de 600 millions d’euros de valeur supplémentaire d’ici 2028 grâce à l’IA.

    #IA #Intelligence_artificielle #Travail #Surveillance #Orange

  • Procès des inculpé·es du 15 juin 2021 à Limoges - La bogue
    https://labogue.info/spip.php?article2460

    #resistance #sabotage #incendie #enedis #orange #bouygues #linky #antitech #surveillance #antiterrorisme #harcèlement #affaire_de_limoges

    Les 19 et 20 mars 2026 à Limoges, deux personnes étaient convoquées devant la justice, à la suite d’une enquête de plusieurs mois menée « avec les moyens de l’antiterrorisme » et d’un contrôle judiciaire de près de cinq ans, pour répondre d’accusations de « dégradations de biens par des moyens dangereux pour les ersonnes » et d’« association de malfaiteurs ». Les faits incriminés étaient des sabotages par incendie véhicules et antennes-relais) réalisés en opposition au déploiement du compteur Linky et de la 5G, en février 2020 et janvier 2021. Les personnes convoquées risquaient 10 ans de prison et des centaines de milliers d’euros d’amendes. Le comité de soutien et les inculpé·es ont fait de ce procès une tribune contre le numérique, qui a réuni plusieurs centaines de personnes.

    (...)

    Le vendredi 3 avril 2026, le tribunal de Limoges a rendu son délibéré concernant l’affaire du 15 juin.
    Les deux prévenus sont condamnés : l’un à une peine de 3 ans d’emprisonnement avec sursis simple, l’autre à une peine de 2 ans d’emprisonnement avec sursis simple. Ils ont en outre l’interdiction de se fréquenter pendant 3 ans. Le jugement sur les les intérêts civils (dommages intérêts) a été renvoyé au 2 septembre.
    Le comité de soutien aux inculpés considère que ces condamnations expriment la prise en compte par la justice de deux éléments essentiels :
    – d’abord, une considération pour la dureté d’un contrôle judiciaire de presque cinq ans préalable au procès, qui a constitué pour les prévenu•es une véritable « peine avant la peine », qu’il semblait juste de ne pas lourdement aggraver.
    – ensuite, le signal de la percée ô combien nécessaire et urgente dans le débat public de la principale question que soulevait ce procès : celle de la remise en question du déferlement numérique imposé, à l’œuvre dans nos sociétés depuis plusieurs dizaines d’années, source de dégâts colossaux sur l’environnement et les sociétés humaines.

    Les parties ont 10 jours pour faire appel de cette décision.

    (...)

    Victor Cachard
    auteur d’une Histoire du sabotage en deux volumes (éditions Libre), a expliqué comment le sabotage était apparu historiquement comme remède à l’action violente contre les personnes et essayant d’être plus efficace que les « bras croisés ». Le sabotage est une pratique pivot entre violence et non-violence. Cette pratique a été utilisée dans le cadre des luttes syndicales à partir de la fin du XIXe siècle. Les avocat·es (Enedis, Bouygues et Orange) des parties civiles se sont élevé·es contre cette présentation, assimilant les destructions matérielles à de la violence.

    Célia Izoard
    philosophe et journaliste, est l’autrice de plusieurs ouvrages sur le numérique (dont le dernier s’intitule La ruée minière au XXIe siècle) et traductrice de la dernière version de 1984 de Georges Orwell. Elle a dénoncé dans son intervention les effets nocifs pour la planète du déploiement de la 5G, l’exploitation minière avec les crimes et les guerres qu’elle entraîne, le gaspillage de la mise en place des Linky, et les mensonges sur l’obligation de pose du compteur.

    Jean-Michel Hupé
    chercheur en neurosciences durant 25 ans, s’est tourné ensuite vers la sociologie et a cofondé l’Atelier d’écologie politique de Toulouse (ATECOPOL). Il a rappelé tous les effets nocifs de l’IA, de la 5G et des ondes. Il soutient la nécessité de la désobéissance civile, voire du sabotage. La présidente et la procureure se sont posé des questions sur la possibilité d’invoquer « l’état de nécessité » pour justifier les actions de sabotage. Son intervention a été très attaquée par les avocats d’Enedis et de Bouygues.

    Nicolas Bérard
    journaliste à L’Âge de faire et auteur d’ouvrages sur le Linky, la 5G et le numérique, a expliqué les effets délétères de ces objets numériques sur le sommeil, la sédentarité, l’isolement, la santé mentale des jeunes. La présidente confirmait avoir suivi avec attention une émission sur la santé mentale des jeunes filles. Nicolas Bérard a regretté l’absence de prise en compte des mobilisations citoyennes.

    Karima Mersad
    enseignante chercheuse à Paris I en neurobiologie et en psychologie cognitive, a témoigné de la façon dont elle s’est rendue compte de l’apparition de symptômes perturbants pour elle (maux de tête, troubles du sommeil…). Elle a expliqué comment, de façon scientifique, elle avait étudié son environnement et progressivement compris qu’elle était victime des ondes électro-magnétiques. Elle a témoigné des difficultés vécues par les personnes électro-hypersensibles.

    Matthieu Amiech
    éditeur (éditions la Lenteur), auteur (Peut-on s’opposer à l’informatisation de nos vies ?) et contributeur régulier à la revue en ligne Terrestres : il a cité Fairtiq, une application proposée en région Occitanie qui est la seule manière d’avoir accès aux réductions sur les transports, mais exige l’utilisation d’un smartphone et de la géolocalisation. Il précisait que l’enregistrement de la plupart des trajets des citoyens était une des critiques faites au régime soviétique, alors que lorsque c’est Carole Delga (présidente de la région Occitanie) qui la met en place, il n’y pas de souci... Puis il citait le « portefeuille d’identité numérique » qui est une promesse de réunir toutes les cartes dans la même application… permettant de fait la privation de droits de manière automatique, donc le délitement complet des libertés civiles. Il donnait enfin des exemples de privations de droits sur la base de communications numériques, de messages, de relevés par des objets connectés.

    Sandrine Larizza
    salariée de France Travail au sein des services d’indemnisation des demandeurs d’emploi, a témoigné de la déshumanisation des relations avec les usagers en raison de la numérisation des services et du développement de l’IA. Elle a rappelé que selon le Défenseur des droits, une personne sur deux est en difficulté par rapport à l’accès aux services numériques.

    Romain Couillet
    est un professeur des universités, spécialiste reconnu internationalement de mathématiques appliquées dans le traitement numérique des télécommunications. Depuis 10 ans, il a pris conscience de la nocivité du développement du numérique pour les humains et la planète. Il a choisi d’arrêter ses recherches pour se consacrer aux réflexions sur les différents niveaux de refus du numérique. Il milite aussi à Stop Micro à Grenoble. Romain Couillet assimile les industriels et les chercheurs qui justifient le développement de l’IA à ceux qui niaient les dangers du tabac ou de l’amiante. Il se situe dans la filiation d’Alexander Grothendieck qui a cessé ses travaux en raison de leur usage militaire.

    Romain Couillet terminera son propos, la voix tremblante d’émotion, par l’évocation des résistant·es d’hier traité·es de terroristes qui sont aujourd’hui au Panthéon, et fera le parallèle avec ces lanceurs d’alertes jugés pour avoir essayé d’empêcher la course folle vers la destruction générale, en espérant qu’il y aura un avenir pour que dans 50 ans on puisse les réhabiliter pour ce qu’ils sont : des héros !

    Émotion dans tout le tribunal, quelques mouchoirs sortent des poches. La présidente semblera ébranlée. La procureure, de son côté, se fendra d’un rappel à l’ordre à son encontre : nous sommes dans l’enceinte d’un tribunal, et les propos de ce dernier témoin, assimilables à la justification et la promotion du sabotage, sont passibles de poursuites.
    Le tribunal était très attentif lors de ces exposés, concerné, conscient peut-être de la véracité de ces propos. La présidente semblait bienveillante à l’égard des prévenu·es et du public nombreux qui se trouvait dans la salle mais encore plus nombreux à l’extérieur.

  • Aakash Gupta ( aakashgupta)
    https://xcancel.com/aakashgupta/status/2038813799856374135

    The timeline on this is genuinely insane.

    October 2025: Sam #Altman flies to #Seoul and signs simultaneous deals with #Samsung and #SK #Hynix for 900,000 DRAM wafers per month. That’s 40% of global supply. Neither company knew the other was signing a near-identical commitment at the same time.

    Those deals were letters of intent. Non-binding. No RAM actually changed hands. But the market treated them as gospel. Contract #DRAM prices jumped 171%. A 64GB DDR5 kit went from $190 to $700 in three months.

    December 2025: Micron kills #Crucial, its 29-year-old consumer memory brand, to reallocate every wafer to AI and enterprise customers. The company explicitly said it was exiting consumer memory to “improve supply and support for our larger, strategic customers in faster-growing segments.” Translation: the AI demand signal was so loud that selling RAM to #PC builders stopped making financial sense.

    March 2026: #Google publishes #TurboQuant, a #compression #algorithm that reduces #AI #memory #requirements by 6x with zero accuracy loss. #Cloudflare's CEO called it “#Google's #DeepSeek.” The entire thesis that AI would consume infinite memory forever just got a six-month expiration date on it.

    Same month: #OpenAI and #Oracle #cancel the #Abilene #Stargate expansion. The $500 billion data center vision that justified the #RAM deals couldn’t survive its own financing terms. Bloomberg attributed the collapse partly to OpenAI’s “often-changing demand forecasting.”

    #MU is now down ~33% from its post-earnings high. Revenue up 196% year over year, #EPS up 682%, and the stock is in freefall because the company restructured its entire business around a demand signal that came from non-binding letters and is now being compressed out of existence by a research paper.

    #Micron bet the consumer division on #Sam_Altman's signature. The signature was worth exactly what the paper said: nothing binding.

  • L’IA détruit bien des emplois… mais pas pour les raisons que vous croyez
    https://www.journaldunet.com/intelligence-artificielle/1548539-l-ia-detruit-bien-des-emplois-mais-pas-pour-les-raisons-que-vo

    #Oracle est la dernière entreprise de la tech américaine à licencier massivement à cause de l’#IA. Cependant, l’objectif n’est pas de remplacer ses salariés par des machines, mais d’économiser pour compenser les dépenses gargantuesques dans les centres de données.

    #datacenter #AI #intelligence_artificielle

  • Nouvelle réalité oligarchique : Comment les relations politiques aux États-Unis déterminent les décisions stratégiques économiques de Trump et favorisent une hégémonie fasciste, par Tomasz Konicz - Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme
    https://www.palim-psao.fr/2026/03/nouvelle-realite-oligarchique-comment-les-relations-politiques-aux-etats-

    Oracle construit ainsi d’énormes centres de données dont le seul client est une petite entreprise d’IA déficitaire, impitoyablement surévaluée, qui connaît désormais ses premières difficultés financières. Oracle est déjà fortement endetté : à l’automne 2025, le ratio dette/fonds propres d’Oracle était de 427 %, contre seulement 32,7 % pour Microsoft.

    Qu’est-ce que cela signifie concrètement ? Si OpenAI venait à échouer, Oracle, l’entreprise de Larry Ellison, serait également menacée[28]. C’est précisément pour cette raison que ses relations personnelles avec la Maison Blanche sont actuellement si importantes, voire précieuses, pour Larry Ellison. C’est aussi pour cette raison que la concurrence d’Anthropic est soumise à une véritable inquisition sur la chaîne CBS, propriété d’Ellison, afin d’obtenir pour les clients d’OpenAI l’accord qui a été refusé à Anthropic. D’ailleurs, la division médias des Ellison, dirigée par le fils, est également en difficulté financière, surtout après le rachat de Warner Bros. C’est pourquoi les chaînes des Ellison sont également pleinement alignées sur la ligne de Trump : elles doivent prouver à la Maison Blanche qu’elles méritent de bénéficier d’un plan de sauvetage, le cas échéant. Les oligarques proches de Trump ne doivent pas faire faillite en période de crise, à l’instar des oligarques proches du Kremlin dans la Russie de Poutine.

    Mais quelle merde tout ça…

    #USA #États-Unis #oligarchie #népotisme #Trump #fascisme #OpenAI #Oracle #Anthropic #Tomasz_Konicz #analyse #politique

  • This startup claims it can stop lightning and prevent catastrophic wildfires | MIT Technology Review
    https://www.technologyreview.com/2026/03/03/1133848/this-startup-claims-it-can-stop-lightning-and-prevent-catastrophic

    Startup Skyward Wildfire says it can prevent catastrophic fires by stopping the lightning strikes that ignite them. So far, it hasn’t publicly revealed how it does so, but online documents suggest the company is relying on an approach the US government began evaluating in the early 1960s: seeding clouds with metallic chaff, or narrow fiberglass strands coated with aluminum.

    It just raised millions of dollars to accelerate its product development and expand its operations. But researchers and environmental observers say uncertainties remain, including how well the seeding may work under varying conditions, how much material would need to be released, how frequently it would have to be done, and what sorts of secondary environmental impacts might result.

    #Géoengineering #Orages #Ensemencement_nuages

  • #Wikidati

    Douze affaires distinctes visent directement #Rachida_Dati et sont répertoriées dans les médias. Pour chacune d’entre elle, les #faits et la #chronologie ont été résumés et sourcés précisément. Pour chaque affaire, il est essentiel de rappeler pourquoi ces faits posent problème du point de vue de la loi, mais surtout de l’intérêt général et pourquoi ils remettent en cause l’honnêteté et le désintéressement de la candidate à la mairie de Paris.

    Sommaire

    - Potentielle #corruption par #Carlos_Ghosn, ancien PDG de #Renault-Nissan
    - Potentielle corruption par #GDF-Suez
    - Potentielle corruption par le #Qatar
    - Possible complicité dans la détention illégale d’un français au Qatar
    - Possible corruption par l’#Azerbaïdjan
    - Potentielle corruption par #Orange
    - Bijoux potentiellement non déclarés à la Haute autorité pour la transparence de la vie publique
    – Recours systématique à des #procédures-baillons pour faire taire toute évocation de ses affaires
    – Prise en charge de ses frais d’avocats avec de l’#argent_public
    – Multiples interventions pour appuyer des demandes de #logements_sociaux, y compris celle de sa sœur
    – Prise en charge d’importantes #dépenses de frais de bouche et communication avec de l’argent public
    – Présentation d’un CV trompeur pour être admise à l’#Ecole_nationale_de_la_Magistrature

    https://wikidati.fr
    #justice #liste #fisc #fiscalité

    • Le nouveau mode de scrutin de la loi PLM modifiée, où le maire de Paris sera élu [correction : directement] par les électeurs donnera davantage de poids à ceux de l’ouest parisien (même type de « rééquilibrage » à Marseille et Lyon).

      En face, aucun électeur parisien n’aura à voter directement Chikirou mais tout vote LFI la renforcera. Dommage pour « la gauche ».

      #Paris #affairisme #argent_public #élections_municipales

    • WikiDati : le camp de Rachida Dati demande la dépublication d’un site internet recensant ses problèmes judiciaires
      https://www.nouvelobs.com/politique/20260304.OBS112880/wikidati-le-camp-de-rachida-dati-demande-la-depublication-d-un-site-inter

      Le directeur de campagne de la candidate LR à la mairie de Paris a saisi l’hébergeur OVH pour mettre hors ligne WikiDati.fr, qui se présente comme « l’encyclopédie des affaires de Rachida Dati », car il porterait atteinte à « la présomption d’innocence ».

    • Atteintes à la probité et proximité avec l’extrême droite : les CV gênants des colistiers de Rachida Dati à Paris
      https://www.mediapart.fr/journal/politique/010326/atteintes-la-probite-et-proximite-avec-l-extreme-droite-les-cv-genants-des

      Autre candidate, autre question. Une personne entendue comme témoin dans une affaire de corruption visant une tête de liste peut-elle être candidate sur cette même liste ? C’est la situation particulière d’Alexandra Nicol, ancienne assistante parlementaire de Rachida Dati lorsqu’elle était eurodéputée et auditionnée par la justice dans l’affaire Renault. La même qui vaut à Rachida Dati d’être renvoyée en procès en septembre prochain pour corruption et trafic d’influence. 

      Alexandra Nicol, qui figure à la 47e place, avait été entendue en février 2021 pour savoir notamment si sa patronne avait pu défendre les intérêts de Renault au Parlement européen. Devant les juges, celle qui était cheffe du bureau de l’eurodéputée entre 2009 et 2011 n’a cessé de dire qu’elle ne se souvenait de rien et l’a même répété à vingt et une reprises. 

      « Je sais que Rachida Dati n’aurait jamais commis d’infraction », s’était-elle toutefois souvenue. N’est-ce pas incongru de choisir une telle colistière ? Pas pour Rachida Dati dont l’entourage rappelle qu’Alexandra Nicol a toute légitimité, puisqu’elle a été « élue sur la liste de Valérie Pécresse au conseil régional en juillet 2021 » et qu’elle est aussi « professeure des écoles » [argh]. 

      [...]

      Max Guazzini, l’ancien président du Stade français Paris rugby, club mythique de la capitale, figure en 58e position sur la liste de Rachida Dati. C’est pourtant son adversaire de Reconquête, Sarah Knafo, que l’intéressé embrassait chaleureusement le 15 février, au stade Jean-Bouin. Une proximité avec l’extrême droite que le candidat affiche aussi sur le réseau social X, où il partage des centaines de comptes influents dans la fachosphère.

      Outre les posts du site Fdesouche, du média Frontières ou du polémiste Jean Messiha, Max Guazzini relaie aussi des contenus à la gloire de la présidente du Conseil italien, Giorgia Meloni, ou des messages islamophobes. Comme ce 18 février, lorsqu’il partage ce post d’un compte anonyme : « De nombreuses municipalités en Grande-Bretagne s’apprêtent à interdire les chiens dans la rue afin de se plier aux musulmans qui ne les supportent pas. Et vous ? Vous préférez les chiens ou les muz ? »

      Quelques jours plus tôt, entre deux messages sur la maltraitance animale – il est également secrétaire général de la Fondation Bardot –, Max Guazzini relayait aussi le message d’un compte prônant la « remigration totale ». « Tout Londres illuminé pour le ramadan. Mais pour Noël c’est interdit car cela “heurterait !” les musulmans », peut-on lire dans ce post mentionnant Renaud Camus, Éric Zemmour ou Sarah Knafo.

      Interrogée sur ses différentes prises de position, l’équipe de la candidate élude, rappelant seulement que l’intéressé avait soutenu Anne Hidalgo en 2014. « Dans une volonté de rassemblement, Rachida Dati a souhaité accueillir sur sa liste des personnalités de la société civile, déçues de la majorité sortante et désireuses d’un changement à Paris », balaie l’entourage de la candidate.

      Un entourage qui n’a guère plus à dire s’agissant de Soureya Nadji (85e position), qui revendiquait il y a quelques années encore son adhésion au parti Reconquête. « Je voterai Zemmour », annonçait-elle sur X en 2022. Rachida Dati, qui qualifiait récemment le patron de Reconquête de « raciste », a d’abord tenté de faire croire qu’il s’agissait d’une intox. « Elle n’a jamais soutenu Éric Zemmour, elle ne soutient pas Reconquête et elle n’est pas à Reconquête », a-t-elle asséné sur BFMTV. 

      « Magistral, inclusif, galvanisant, mémoriel #ZemmourPrésident  », écrivait pourtant Soureya Nadji le 23 mars 2022, après un meeting du candidat à la présidentielle. « À l’approche de la présidentielle 2022, elle a adhéré aux Amis d’Éric Zemmour qui deviendront Reconquête, avant de revenir rapidement aux Républicains, après avoir constaté l’impasse politique que représentaient l’intéressé et ses excès », reconnaît désormais l’équipe de campagne de la candidate LR auprès de Mediapart. Avant de minimiser : « Elle a soutenu durant quelques mois un candidat dont elle s’est très vite détachée. »

      Soureya Nadji qui affiche aussi un soutien public au site d’extrême droite Fdesouche figure aujourd’hui sur la même liste qu’Antoine Beauquier, l’avocat d’Éric Zemmour (36e position), mais aussi que le militant laïciste Amine El Khatmi (60e position), ancien président du Printemps républicain et fidèle chroniqueur sur CNews.

      Désavoué par son propre mouvement pour s’être dit prêt à voter pour Marine Le Pen à la présidentielle en cas de second tour face à Jean-Luc Mélenchon, Amine El Khatmi tient des propos sur l’immigration et l’islam qui n’ont pas grand-chose à envier à ceux de l’extrême droite. Raison pour laquelle des proches de la cheffe de file du Rassemblement national (RN) avaient tenté de l’attirer en vue des élections européennes de juin 2024, comme l’avait raconté Le Monde.

      Rachida Dati compte aussi comme colistier Pierre Liscia, un proche de Valérie Pécresse, qui s’était fait tristement connaître en 2023 en publiant une vidéo sur une fausse histoire de pillages de tombes au cimetière de Pantin. Poussée pendant des semaines par la fachosphère, cette vidéo alimentait un poncif antisémite, selon lequel les tombes juives abriteraient des trésors. Plusieurs responsables communautaires et rabbins avaient dénoncé auprès de Mediapart sa dangerosité. 

      L’ancienne ministre de la culture assure vouloir lutter contre les LGBTphobies. Celle qui avait déclaré dans les colonnes du magazine Elle « chez les gays, je suis Dalida ! » défilait encore récemment dans le quartier du Marais, à Paris avec le patron du Sneg & Co, le syndicat LGBT des lieux festifs parisiens. 

      Mais sur sa liste, la candidate s’est entourée de plusieurs opposant·es historiques au mariage pour tous en 2013. C’est notamment le cas de Philippe Goujon, qui revendiquait son refus de célébrer des mariages entre personnes de même sexe. « Tous les mariages sont célébrés normalement et dans le respect de la loi dans le XVe arrondissement », balaie encore l’équipe de campagne. 

      D’autres fervents soutiens de La Manif pour tous figurent également sur cette liste, à l’image de Valérie Montandon (11e position), Jean-Pierre Lecoq, Geoffroy Boulard (6e position ), Catherine Lecuyer (25e position) ou Franck Margain (62e position), un proche de Christine Boutin. Pour rappel, Rachida Dati elle-même était opposée au mariage pour tous et toutes, à la PMA et s’était abstenue en tant que députée européenne sur un vote visant les États à bannir les thérapies de conversion.

  • #repressione UK – Formazione sionista per la #polizia Italiana – #Gaza: CMCC e apartheid algortimico@0
    https://radioblackout.org/podcast/repressione-uk-formazione-sionista-per-la-polizia-italiana-gaza-cmcc-

    Estratti dalla puntata del 26 gennaio 2026 di #bello_come_una_prigione_che_brucia AGGIORNAMENTI #prisoners_for_palestine E 86 ARRESTI A LONDRA Umer, dopo avere ripreso lo sciopero della fame da oltre due settimane, ha recentemente iniziato uno sciopero della sete, come prosecuzione della mobilitazione di Prisoners for Palestine. La manifestazione di sabato 24 […]

    #biometria #groenlandia #intelligenza_artificiale #israelificazione #Oracle #Palantir #palestina #Palestine_action #sorveglianza
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/BCUPCB_Prisoners-86Arresti-London.mp3

  • JustMusic
    https://www.justmusic.de

    Mit großem Bedauern mussten wir JustMusic am 18.03.2024 schließen.

    Unser Kerngeschäft verlagerte sich zunehmend zu wenigen Online-Giganten, mit weitaus vorteilhafteren Kostenstrukturen. Diese entfachten einen Preisdruck, dem wir als Großstadt-Einzelhändler mit Vollsortiment und den damit verbundenen Personal- und Betriebskosten nicht mehr standhalten konnten. Anders als die Online-Giganten konnten wir die stetig sinkenden Margen nicht durch massenhaften Umsatz kompensieren.

    Auch im lokalen Musikfachhandel war der akute Fachkräftemangel längst offensichtlich und erschwerte ein effektives Ausschöpfen der prinzipiellen Vorteile gegenüber der Online-Konkurrenz. Diesen und andere Faktoren konnten wir nicht beeinflussen, u.a. die angeordneten Ladenschließungen und Auflagen zur Pandemie, die Inflation, die stark gestiegenen Betriebskosten oder die rückläufige Nachfrage am Luxusgut „Musikinstrument“ in wirtschaftlich unsicheren Zeiten.

    Nach langjährigem Aufbäumen, den internen Umstrukturierungen während und nach der Pandemie mit den damit verbundenen Schließungen der Filialen in Hamburg, München und Dortmund, sowie der Piano Galerie in Wilmersdorf, sahen wir keine weitere Möglichkeit mehr, den Negativtrend umzukehren.

    Mit JustMusic verabschiedete sich nicht nur ein weiteres Kaufhaus aus der Hauptstadt, sondern ein Treffpunkt für Musiker und Musikbegeisterte, ein Stück Tradition & Kultur.

    An alle unsere Kunden und Freunde des Hauses geht ein herzliches Dankeschön für ihre Treue und für ihr Interesse. Ebenfalls bedanken wir uns bei allen aktuellen und ehemaligen Kolleginnen und Kollegen für ihren Einsatz und ihre Loyalität über die Jahrzehnte.

    Wichtige Informationen zu Service und Reparaturen:

    Ab dem 18.03.2024 können wir Reparaturen nicht mehr entgegennehmen. Bereits eingegangene oder bearbeitete Serviceanfragen werden selbstverständlich zu Ende gebracht und bereits eingegangene Gewährleistungsfälle bearbeitet. Die gesetzlichen Vorgaben zur Garantie stehen dabei unverändert im Fokus.

    Wichtige Angaben für Serviceanfragen:

    Auch nach dem 18.03.2024 kommen wir natürlich unseren gesetzlichen Verpflichtungen aus Gewährleistungsansprüchen sowie berechtigten Ansprüchen aus unserer freiwilligen Justmusic-Garantie nach! Wir nehmen jedoch keine Reparaturen mehr an, die außerhalb unserer Gewährleistungs/-Garantieverpflichtung liegen.

    Bereits aufgegebene und eingesendete oder abgegebene Gewährleistungs-/Garantiefälle werden durch unseren Service und Partner natürlich auch weiterhin bearbeitet. Ihr werdet nach Fertigstellung kontaktiert und erhaltet Euer Instrument/Produkt nach Terminvereinbarung ausgehändigt oder zugesandt.

    Für alle Fragen zu Servicefällen und Reparaturen, schreibt uns bitte eine E-Mail an service@justmusic.de unter Angabe der Servicefallnummer oder Reparaturauftragsnummer.

    ✔️ Eine Rechnungskopie des gekauften Produkts bzw. Instruments
    ✔️ Eine konkrete Mangel-/ Fehlerbeschreibung
    ✔️ Die Angabe der Seriennummer des Produkts
    ✔️ Eure Kontaktdaten sowie eine Telefonnummer, sodass wir mit Euch ggf. Rücksprache halten können

    Wir bitten um Verständnis, dass eine persönliche Beanstandung oder Abgabe von Reparaturgegenständen an unserem Standort ab 18.03.2024 aus logistischen Gründen nicht möglich ist.

    Für alle anderen Anliegen wendet Euch bitte an info@justmusic.de.

    AGB | Widerruf | Impressum | Datenschutz

    © Copyright 2024 JustMusic GmbH

    #Berlin #Kreuzberg #Oranienstraße #Wirtschaft #Handel #Konzentrationsprozeß #Gentrifizierung

  • ‘Ndrangheta, mani delle cosche sulla sepoltura dei migranti: “Otto te li fai tu e 8 me li faccio io”. Poi li inumavano senza cassa di legno
    (ça date de 2019)

    Le imprese funerarie controllate dalle ’ndrine facevano cartello per spartirsi le commesse pubbliche. E l’ex consigliere regionale del Pd Giamborino e l’ex candidato dem alle politiche del 2018 Incarnato si muovono per fare affidare le gestione di un centro di accoglienza straordinaria a un imprenditore amico. Emerge anche questo dalle carte dell’inchiesta “Rinascita Scott” della procura di Catanzaro che il 19 dicembre ha portato all’arresto di 330 persone

    Le cosche avevano allungato i tentacoli sulla sepoltura dei migranti morti in mare. Le imprese funerarie controllate facevano cartello per spartirsi le commesse pubbliche e li seppellivano senza cassa per risparmiare sui costi. Emerge anche questo dalle carte dell’inchiesta “Rinascita Scott” della procura di Catanzaro che il 19 dicembre ha portato all’arresto di 330 persone.

    Le ‘ndrine con le mani nel settore delle sepolture avevano “fondato un vero e proprio business sui naufraghi morti“, annotano gli inquirenti. Un business in cui Orazio Lo Bianco la fa da padrone. E’ un pezzo grosso, tanto che quando a inizio 2017 il comune di Vibo Valentia indice una gara per seppellire le salme di 16 migranti, Lo Bianco sfrutta la forza di intimidazione derivante dalla propria appartenenza alla ‘ndrina locale e impedisce a un imprenditore funerario di Pizzo di partecipare alla gara e poi fa cartello, concorda cioè le offerte da presentare, con i colleghi intenzionati a partecipare: “A quello del Pizzo lo scacciato e gli ho detto tu vattene al Pizzo – dice intercettato Lo Bianco – Che qui i morti li facciamo noi! Gli ho detto io a Ceraso tu vuoi entrare? Si! Baldo tu vuoi entrare? Si!”. Il metodo è semplice: “Allora facciamo una cosa facciamo il prezzo uguale per tutti! Andiamo sopra e mettiamo tutti due mila euro!”. E poi partiva la spartizione: “Sedici morti! – spiega – Sedici morti erano! Otto te li fai tu ed otto me li faccio io!“.

    Il sistema è oliato e ne fanno parte elementi di spicco della criminalità locale. Rosario Pugliese, considerato dai pm ‘ndranghetista di alto rango, è suo socio occulto nella sua impresa individuale Le Stelle 1. Che faceva il bello e il cattivo tempo nei camposanti locali al punto da arrivare a seppellire nel cimitero di Bivona i cadaveri di due naufraghi sbarcati a Vibo Marina solo nell’involucro di zinco senza le casse di legno con l’aiuto di tre sodali: gli operai Francesco Paternò e Michele Lo Bianco eseguivano le operazioni di seppellimento e si adoperavano per impedire le operazioni di accertamento del mancato rispetto della commessa; e il custode del cimitero Antonio Fuoco chiudeva tutti e due gli occhi, “omettendo il controllo alle operazioni”. Il che però non impediva al cattivo odore di uscire dai loculi e di allarmare i residenti della zona, dalla cui segnalazione sono partite le indagini. Durante la riesumazione dei corpi era poi venuta fuori un’altra verità inquietante: almeno due cadaveri non erano stati inumati nei loculi assegnati.

    Il business è ampio e Lo Bianco ne gestisce una buona fetta. Titolare di una impresa individuale di edilizia artigiana, con la complicità di uno dei capi dei custodi dei cimiteri di Vibo Valentia “gestiva le cappelle e i loculi, organizzando un vero e proprio ‘mercato’ delle stesse” e tramite la sua ditta permetteva a diversi indagati di “ristrutturare le cappelle e i loculi di defunti di cui non ci sono più familiari superstiti, seppellendo nelle fosse comuni i resti delle ossa e rivendendole al prezzo di 50.000-60.000 euro“.

    I migranti però sono un business anche, e soprattutto, da vivi. E secondo gli inquirenti possono servire anche ad accrescere la credibilità di un politico in ambienti criminali. Pietro Giamborino, ex consigliere regionale del Pd, fiuta la possibilità e prova a sfruttarla. “Si metteva a disposizione con tutti i criminali”, ha raccontato il collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Per gli inquirenti è legato al “sodalizio di Piscopio” di Vibo Valentia: “In qualità di partecipe – annota il gip – contribuiva concretamente alla realizzazione degli scopi dell’associazione”. Ma non solo: secondo i pm manteneva i contatti con i vertici “ottenendo a proprio vantaggio il voto elettorale procacciatogli da altri associati”. In cambio offriva o prometteva il “conseguimento di impieghi pubblici e privati”, manteneva i rapporti con le altre cosche e con i “colletti bianchi“, ovvero “professionisti, imprenditori, politici, appartenenti alla massoneria”. Si muoveva, cioè, in quella zona grigia in cui il mondo della politica e quello delle cosche si toccano e si mescolano. Accade quando un imprenditore di Catania si rivolge a lui per vedersi aggiustato un procedimento al Tar, e accade anche quando c’è da oliare un meccanismo utile a lucrare sui richiedenti asilo.

    Siamo agli inizi del 2018. Pino Cuomo, titolare della Gemes Srl e della P&P Group Srl, ha in mente di creare un centro di accoglienza straordinaria per richiedenti asilo nel comune di Paola attraverso un progetto di recupero dell’hotel Alahambra. Così chiede a Giamborino di attivarsi per”influenzare illecitamente” la procedura amministrativa in cambio di “somme di denaro non meglio quantificate”. L’ex consigliere si rivolge a Luigi Incarnato, che in quel periodo è candidato con il Pd alle elezioni politiche del 4 marzo. Incarnato, oggi segretario del Psi calabrese, si mette a disposizione in cambio di voti e il 28 febbraio porta i due dal sindaco della cittadina del cosentino, Roberto Perrotta. La mediazione è riuscita, l’incontro è avvenuto, la richiesta dell’imprenditore viene protocollata, però giorni dopo i soldi non si vedono. Così Giamborino batte cassa: “Mi stai preparando i gelati?”, domanda il politico all’imprenditore il 3 marzo, giorno prima delle elezioni. Una macchinazione che, per i pm, consente all’esponente del Pd di aumentare ” l’autorevolezza ed il prestigio” del sodalizio ‘ndranghetistico di Piscopio “specie nei rapporti con le consorterie rivali, anche per l’aspettativa di favoritismi da parte della pubblica amministrazione”. Il che vale a Giamborino, finito ai domiciliari, la contestazione dell’aggravante mafiosa.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/21/ndrangheta-mani-delle-cosche-sulla-sepoltura-dei-migranti-otto-te-li-fai-tu-e-8-me-li-faccio-io-poi-li-inumavano-senza-cassa-di-legno/5628898
    #ndrangheta #mafia #sépolture #migrations #mourir_aux_frontières #morts_aux_frontières #cimetière #pompes_funèbres #Rinascita_Scott #business #Orazio_Lo_Bianco #Calabre #Vibo_Valentia #inhumation #monopole #prix #Rosario_Pugliese #Le_Stelle_1 #Bivona #Francesco_Paternò #Michele_Lo_Bianco #Antonio_Fuoco #sodalizio_di_Piscopio #Vibo_Valentia #accueil #Gemes #P&P_Group #hotel_Alahambra #Paola #hébergement #logement #Pino_Cuomo #Luigi_Incarnato #Roberto_Perrotta

  • Oracle, symbole du dégonflement de la #bulle de l’#IA
    https://www.lemonde.fr/economie/article/2025/12/18/oracle-symbole-du-degonflement-de-la-bulle-de-l-ia_6658498_3234.html

    La valeur de l’entreprise de #Larry_Ellison s’était envolée après l’annonce de grands investissements dans des data centers. Trois mois plus tard, la baisse est rude : − 50 %, à cause de doutes sérieux sur la concrétisation des promesses. Une désillusion qui commence à se propager à tout le secteur.

    Noël en avance ? ... ... ...

  • Ecco il #biondo_di_Caulonia, sarà il frutto del riscatto?

    La strada che collega Gioiosa Ionica a Caulonia è un susseguirsi di profumi antichi: zagare in fiore, terra arsa dal sole e brezze salmastre che arrivano dal mare. Il paesaggio, in apparenza brullo e quasi inospitale, custodisce però un giardino segreto dove cresce un frutto raro: il Biondo di Caulonia. Qui, a #Focà di Caulonia, in provincia di Reggio Calabria, l’azienda agricola biologica Campisi ha deciso di ridare vita a questo agrume dal colore del sole e dal sapore della memoria. Merito dell’intuizione di un’imprenditrice visionaria, Ilaria Campisi, la quale, in un’epoca dominata dalla standardizzazione che minaccia la biodiversità, ha scelto di andare controcorrente. «Mi avevano suggerito di estirpare quelle piante», racconta. «Ma io sentivo che quella era la mia strada».

    Da questo slancio ostinato e contrario è nato il progetto “Arance in Viaggio”, che ha trasformato un frutto un tempo relegato ai margini del mercato, in un simbolo di rinascita. Abbiamo raggiunta Ilaria Campisi per farci raccontare questa storia di visione, radici e ostinazione.

    L’inizio della storia di Arance in Viaggio sembra un segno del destino, a partire da un taccuino ritrovato in una vecchia soffitta. Ci racconta meglio questa scoperta e come ha influenzato la sua decisione di salvaguardare antiche varietà di agrumi? È stata una scelta consapevole e appassionata. Dopo un po’ di anni che avevo intrapreso questo percorso e dopo che istintivamente nel ripiantare e ammodernare tutti gli agrumeti di famiglia avevo salvato gli alberi di Biondo di Caulonia, in soffitta ho ritrovato dei vecchi taccuini di uno zio di mio padre morto nel 1943. La cosa che subito mi è saltata agli occhi era il modo di appuntare tutti i lavori agricoli che era identico al mio, ho ritrovato così la data di messa a dimora proprio di quell’agrumeto salvato che risaliva ad un secolo prima, il giorno del mio compleanno. Tutto questo può essere inteso come un segno del destino.

    Qual è stata la difficoltà più grande durante il percorso di recupero e valorizzazione del Biondo di Caulonia e, al contempo, quale la soddisfazione più grande? All’inizio era chiaro che l’agrumeto di Biondo di Caulonia sarebbe stata la parte passiva della mia azienda in quanto i frutti non venivano più recepiti dal mercato a causa dei noccioli presenti nella polpa, ma io sapevo che le qualità organolettiche straordinarie di questo frutto antico potevano essere nuovamente apprezzate. Erano in molti che mi consigliavano di estirpare quegli alberi e di piantare nuove cultivar di agrumi, ma per istinto non l’ho mai fatto; la soddisfazione più grande è vedere quanto questo frutto oggi venga apprezzato.

    Nel suo progetto, la rete di collaborazioni gioca un ruolo centrale. In che modo ha costruito la “Comunità di salvaguardia” intorno a questo agrume e quale importanza rivestono ristoratori, musicisti e proprietari terrieri nel sostenerla? Fare rete è essenziale. Nel 2015 insieme ad un gruppo di proprietari e di estimatori abbiamo fondato la Comunità di Salvaguardia del Biondo di Caulonia e di altri Agrumi Antichi, ed ognuno per la propria parte si fa ambasciatore tutelando queste arance facendo si che vengano sempre più conosciute ed apprezzata.

    Il recupero del Biondo di Caulonia non è solo la riscoperta di un frutto raro, ma anche un gesto di tutela della biodiversità del territorio. Come ritiene che l’esperienza di Caulonia possa essere replicata altrove e quali elementi reputa indispensabili per il successo di iniziative simili? Tutelare la biodiversità non vuol dire solo coltivare frutti antichi, coltivare la biodiversità è prendersi cura di un pezzetto di mondo nel rispetto della fauna della flora e delle comunità umane e questo rispetto si può attuare in ogni angolo della terra; noi siamo natura, la sostenibilità ambientale è l’unica via che può portare benessere, salute e vita. E prendendo spunto dalle parole di Vandana Shiva sono convinta che «l’intensificazione della fotosintesi, la tutela della biodiversità, la produzione biologica, sono le strade da seguire per contrastare i cambia menti climatici» e per attuare un «imperativo di sopravvivenza».

    Ha ricevuto il Premio prestigioso “Economia del Futuro” per il suo impegno nell’agricoltura sostenibile. Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento e quali prospettive apre per la promozione di eccellenze come il Biondo di Caulonia in Italia e in Europa? Quando sono stata chiamata dalla segreteria del Polo del Gusto pensavo di essere stata inserita nella rosa dei candidati al premio, invece con emozione ho scoperto di essere la premiata 2023; stentavo a credere di essere stata selezionata ed è stato incredibile che una realtà così lontana geograficamente si fosse accorta del mio operato; i valori che guidano chi mi ha premiata sono gli stessi di quelli che pratico ogni giorno, ho visto riconosciuto il mio impegno e il lavoro di tanti anni e da lì è stato un susseguirsi di riconoscimenti fino alla segnalazione nelle 100 Eccellenze Forbes di quest’anno. Questi riconoscimenti danno luce alle nostre produzioni di nicchia che sono sempre più richieste in Italia ed in Europa. Quale messaggio vorrebbe tramandare a chi desidera intraprendere un cammino simile, soprattutto alle nuove generazioni? Il lavoro a stretto contatto con la natura è sicuramente faticoso, ma se lo si fa con la giusta passione e molto impegno, dà molte soddisfazioni.

    Caulonia godeva fino alla metà degli anni ’70 di una fama internazionale legata ai propri agrumi tipici: dall’arancio biondo al chinotto, sino ad arrivare alla “Limoncella”, una particolare varietà di limetta. Sui mercati di Parigi, negli anni ’60 e ’70, si racconta che per invogliare all’acquisto si usasse lo slogan «Comprate i gustosi agrumi di Caulonia», a riprova dell’alta qualità organolettica e della forte identità territoriale di queste produzioni. Merito del microclima ideale, della specificità delle acque e della peculiare composizione dei terreni che, a tutt’oggi, consentono di ottenere frutti eccellenti.

    Fu con l’introduzione, in alcuni casi imposizione, di nuove varietà provenienti soprattutto dalla Spagna, che gli agricoltori locali hanno iniziato ad abbandonare progressivamente le pregiate varietà autoctone, a favore di cultivar più facili da vendere. Il Biondo di Caulonia o Biondo della Spina, è il frutto che più ne ha risentito, rischiando di estinguersi completamente. Si tratta di un’arancia tardiva dalla buccia sottile color giallo-arancio chiaro, la polpa finissima e gusto dolce e succoso. Proprio la buccia sottile e la presenza di noccioli stavano per decretarne la fine della coltivazione. Basta però soffermarsi sulle qualità uniche di questo frutto per comprendere l’ostinazione di Ilaria Campisi.

    La maturazione del Biondo di Caulonia è, infatti tardiva, tanto che lo si può gustare da metà marzo a fine maggio, periodo in cui la maggior parte delle altre arance ha già lasciato il mercato. Questa caratteristica lo rende ancor più prezioso per i consumatori, che possono assaporarlo fresco, in macedonie, insalate o come guarnizione per dolci. Altro punto di forza sono le sue dimensioni: un frutto può arrivare a pesare sino a 180 grammi, e che riporta prepotentemente all’attenzione la forza di un’agricoltura biologica e identitaria. Si tratta poi di un frutto molto succoso e prodotto in poche quantità. Si parla di 530.000 frutti prodotti, una quantità che non raggiunge grandi numeri in termini di quintali, ma che racchiude un valore autentico.

    «Noi consideriamo l’arancia come arte – dice Ilaria – osservando la buccia ruvida o liscia, i profumi, le sfumature che la rendono un oggetto di ‘design’ naturale». Il Biondo di Caulonia, in fondo, è una lezione di bellezza e lentezza, un invito a rispettare i tempi della natura e a mettere in contatto le persone con la ricchezza del paesaggio. La vera novità sta nell’approccio di alcuni giovani imprenditori che, come Ilaria Campisi, hanno deciso di tornare alla terra di origine scommettendo su cultivar ritenute fuori mercato. Grazie al progetto “Arance in Viaggio” e all’impegno per un’agricoltura sostenibile, Ilaria Campisi, ha ad esempio trasformato i suoi agrumeti in veri e propri giardini botanici, mettendo al centro la biodiversità. Alberi centenari rappresentano un paesaggio simbolo di storia e identità che comprende la flora e la fauna delle comunità umane.

    «Le mie arance viaggiano, in Italia e in Europa e attraverso questo viaggio cerchiamo di regalare dei viaggi sensoriali - racconta Ilaria Campisi - perchè gli agrumi non sono lo cibo, ma filosofia, saggezza contadina, bellezza e racchiudono una parte di umanità». Salvare il Biondo di Caulonia significa quindi molto di più che conservare una specie di agrume tardivo: vuol dire preservare il paesaggio, la cultura e la storia secolare di un’area geografica che fu culla della Magna Grecia.

    Recuperare la coltivazione biologica di questo “sole ovoidale” da 150-180 grammi significa anche sostenere un mercato di nicchia dal forte valore simbolico: è un invito a riscoprire la bellezza di un’agricoltura etica e a «gustare la legalità», come sottolineano i produttori di GOEL Bio. In questo cammino, la difesa e la promozione del Biondo di Caulonia si pongono come esempio concreto di come l’innovazione possa nascere dalla tutela delle radici, offrendo nuove prospettive economiche e sociali per tutto il territorio.

    https://www.avveniredicalabria.it/ecco-il-biondo-di-caulonia-sara-il-frutto-del-riscatto
    #oranges #agrumes #Italie #Calabre #Caulonia #Ilaria_Campisi

    • Il “Biondo” di Caulonia. La bella storia di Ilaria Campisi, visionaria imprenditrice agricola della Locride

      Tra la frescura della Valle delle fiumare Stilaro e dell’Allaro e le splendide coste ioniche calabresi, sorge Caulonia. Καυλωνία fu colonia greca della Magna Grecia, fondata verso la fine del sec. VII a.C. sulla costa orientale della Calabria (antico Bruzio), presso il promontorio Cocynthus (oggi Capo o Punta di Stilo). Un vero e proprio cucuzzolo collinare, che rende la città simile a una roccaforte, circondata da dirupi, detti timpi.

      L’abitato di Caulonia si spinge dal mare fin sulle serre calabresi dell’Aspromonte, a 300 metri di altezza. Comune del Parco Nazionale dell’Aspromonte, Caulonia superiore può contare su uno splendido centro storico medievale con viuzze romantiche, dette “vinedi”, piazze e palazzi signorili di grande pregio architettonico.

      Ilaria Campisi nasce qui a Caulonia, nella casa di campagna di famiglia, perchè in quegli anni non si usava partorire in ospedale. La sua vita è un esempio tangibile di passione, impegno e dedizione alla terra e alla comunità che la circonda.

      La sua storia ha destato anche la mia proverbiale curiosità quando ho letto che recentemente la rivista Forbes l’ha premiata tra le 100 Eccellenze Italiane con questa motivazione: “una donna che sta dedicando la sua vita e la sua attività lavorativa al recupero di varietà di agrumi ormai scomparsi e riesce a coniugare arte e cultura, insieme con la sua attività economica, senza dimenticare un grande senso di accoglienza verso i migranti che lavorano nella sua azienda”.

      Ilaria si occupa dell’azienda agricola di famiglia da circa 25 anni. Prima di lei, i nonni e suo padre Carmelo che l’ha condotta fino agli anni’90, quando, con l’introduzione delle normative europee in agricoltura, la concorrenza divenne stringente, tanto da abbandonare la produzione. Gli agrumeti ultra centenari furono comunque preservati nell’attesa che qualcuno tornasse a occuparsi di loro…

      A proposito di papà Carmelo, Ilaria mi racconta che in uno degli agrumeti si è verificata una mutazione spontanea, detta “chimera”, che ha prodotto una nuova qualità di agrumi: una piccola arancia rossa, un “moro” per il quale è stato avviato l’iter, lungo e costoso, per il riconoscimento e sarà chiamato “Moro Carmelo”.

      Ilaria, piglio volitivo e occhi azzurri come il mare di Caulonia, ha respirato aria agricola sin dalla nascita. Da ragazza però, voleva intraprendere la carriera teatrale e frequentare l’Accademia di Arte Drammatica a Roma, riuscì a lavorare persino con Albertazzi. Negli anni ’80 tuttavia, di teatro non si “campava” e i suoi genitori le suggerirono di assicurarsi il futuro con una laurea: Giurisprudenza le sembrò la strada più pratica, ma una volta laureata, il forte richiamo della terra si fece sentire e, contro la volontà di tutti, senza l’aiuto di nessuno, Ilaria decise di dedicarsi anima e corpo al recupero dell’azienda agricola di famiglia.

      Grazie a contributi europei, rimette in sesto gli agrumeti e, proprio quando stava per estirpare e ripiantare tutto, decise invece, contro il parere di tutti, di non toccare gli antichi alberi di arancio “Biondo di Caulonia” e di altre vecchie varietà che erano le più difficili da coltivare. Da lì nacque la passione per la ricerca degli agrumi antichi: oggi Ilaria ne ha una piccola collezione, non solo “Biondo di Caulonia”, ma anche, limette, tarocchi e sanguinelli antichi dal gusto molto più articolato e complesso rispetto a quello delle arance moderne.

      Si tratta di piante ultra centenarie, espressione di un paesaggio che si è fatto storia e della biodiversità che resiste. Inoltre, questi sanguinelli e tarocchi hanno un particolare corredo di antociani che fa sì che, anche dopo parecchi giorni dalla raccolta, il frutto conservi intatta la freschezza del gusto. Ciò si deve al fatto che si tratta di piante che hanno conservato integro il proprio patrimonio genetico, senza successive alterazioni o innesti.

      Il Biondo di Caulonia è un’arancia a polpa gialla, di fatto il suo nome è “Biondo di Spina” perché i rami presentano delle piccole spine. La varietà era stata surclassata dall’arancia Navel, soprattutto perché aveva i noccioli, non erano graditi ai consumatori. Da un po’ di anni il “problema” dei semini è stato superato, poiché il ventaglio di sapori unico e variegato che va dalla fragola al mandarino, con punte di pesca, ha conquistato il pubblico. Il gusto è molto equilibrato tra acidità e dolcezza. Matura dai primi di marzo fino a giugno. La polpa è compatta e croccante. La sua buccia è profumatissima e molto ricercata da famosi pasticcieri italiani.

      L’iter per il riconoscimento della De.Co. per gli agrumi di Caulonia è iniziato, ma l’attuazione fa fatica a concretizzarsi. Esiste una Comunità di Salvaguardia del Biondo di Caulonia e degli agrumi antichi che ha, tra i diversi progetti, quello di far funzionare la De.Co. (Denominazione Comunale di Origine). La De.Co. è un marchio di garanzia nato in seguito alla Legge n. 142 dell’8 giugno 1990, che consente ai Comuni la facoltà di disciplinare in materia di valorizzazione delle attività agroalimentari tradizionali. La De.Co., pertanto, dimostra l’origine locale del prodotto, ne fissa la sua composizione e ne garantisce gli ingredienti ai produttori del territorio e ai consumatori. Con il passare degli anni, le De.Co. sono diventate anche uno strumento di marketing territoriale, comunicando e promuovendo il patrimonio culturale e ambientale presente in una determinata zona, oltre i propri confini locali e regionali. Attraverso la certificazione De.Co. il “prodotto territoriale” agroalimentare e/o enogastronomico acquista un’identità sul mercato.

      Ilaria Campisi fonda la Comunità di Salvaguardia nel 2015, in seguito all’introduzione dell’IMU anche sui terreni agricoli. Poiché nel territorio comunale si contavano circa settanta ettari con alberi di Biondo di Caulonia, i proprietari cominciarono a estirpare per pagare meno tasse. Da quel momento, per strappare all’abbandono quanti più ettari di agrumeto possibile, nasce la Comunità di Salvaguardia, costituita oggi da venti soggetti: non solo aziende di produzione, ma, anche semplici cittadini, che nell’orto hanno qualche pianta di Biondo di Caulonia. La produzione a oggi si attesta su circa 530.000 frutti, si tratta dunque di un’arancia rara, poiché nasce solo a Caulonia e perché è coltivata su una superficie veramente limitata. Della Comunità di Salvaguardia fanno parte anche gli estimatori, ovvero gli Ambassador: musicisti, ristoratori e pasticcieri.

      Inoltre sono in corso contatti con Slow Food per riconoscere il Presidio del Biondo di Caulonia. Ilaria ha raccontato la storia degli agrumi di Caulonia a Carlo Petrini che ha raccolto con interesse le istanze di questa comunità agricola.

      Grazie anche al riconoscimento ricevuto da Forbes, tra le 100 Eccellenze Italiane, alcuni produttori hanno mostrato interesse verso la ripresa della coltivazione del Biondo di Caulonia. L’obiettivo è di crescere e mettere in produzione tutti gli ettari abbandonati, il che non ha solo un valore economico, ma, soprattutto, una valenza paesaggistica e turistica.

      La difficoltà di reperimento di manodopera agricola specializzata ha spinto Ilaria, negli anni, a dare lavoro e formare migranti. La visionaria imprenditrice agricola calabrese è riuscita a preservare la biodiversità trasformando gli agrumeti in giardini botanici.

      Dal contatto con gli immigrati, si è resa conto del loro bisogno di integrazione con la comunità locale. Ilaria ha cercato di coniugare esigenze imprenditoriali con istanze sociali. A tal fine ha dato vita al progetto “Orti in Giardino”. La Campisi ha creato tanti piccoli orti in regime biologico, da affittare a chi non ha possibilità di averne uno proprio. Gli affittuari che vengono a raccogliere i frutti o, semplicemente a godersi il tramonto, con l’occasione, socializzano con gli operai migranti, che hanno così cominciato a parlare meglio l’italiano e persino, il dialetto calabrese. Negli anni, gli orti sono diventati anche luogo per iniziative culturali, conferenze, spettacoli musicali e di teatro. Si è creata così una rete di coltura e di cultura. Gli Orti in Giardino sono anche strumento per avvicinare le persone e i bambini alla terra e all’agricoltura. Attraverso la salvaguardia di antichi saperi agricoli e la promozione di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, Campisi ha dimostrato che è possibile preservare la biodiversità, offrendo opportunità di lavoro e, al tempo stesso, promuovendo l’inclusione sociale e territoriale. Il lavoro torna a caricarsi di valore esistenziale e di respiro etico, diventando costruzione, solidarietà, crescita personale e comunitaria, un fatto davvero raro in questi tempi…tanto che nel 2019 gli Orti sono stati distrutti da un incendio doloso. La comunità creata da Ilaria Campisi non si è avvilita e gli orti sono rinati più belli e rigogliosi di prima.

      Non è facile far appassionare i giovani al lavoro agricolo: Ilaria ha cominciato a incontrare gli studenti degli istituti agrari e, in qualcuno di loro, ha intravisto quella luce negli occhi propria di chi ama la sua terra e vuole rimanerci. Per Campisi il tempo trascorso a parlare con i giovani è prezioso. Mi racconta che circa 20 anni fa, andò in una scuola elementare a parlare del suo lavoro in Agricoltura. A distanza di 20 anni, selezionando un giovane trattorista si sente dire “lei non si ricorda di me? Io sono quel bambino di 20 anni fa, ho deciso di fare questo lavoro grazie alle sue parole di allora, perché mi ha fatto capire la bellezza di lavorare la terra.”.

      Ilaria ha rivestito anche incarichi nazionali in Confagricoltura. Nel 2010, ai tempi della rivolta dei migranti a Rosarno, era presidente di Confagricoltura Calabria e si trovò a combattere con imprenditori poco etici.

      Il cambiamento climatico: oggi è davvero un problema, già in passato bastava una grandinata per perdere tutto. Oggi la siccità estrema è un problema gravissimo, in Calabria d’estate non piove. Le acque irrigue si attingono dalla fiumara d’Allaro che è molto ricca di calcio ed è perfetta per gli agrumeti. Nonostante ciò, grano e vigneti sono andati distrutti.

      Il Biondo di Caulonia viene impiegato in cucina, pasticceria e gelateria, ~ Dal Biondo di Caulonia si producono marmellate, canditi, e succhi biologici. L’azienda insiste su 30 ettari. La quotazione attuale è di circa 4 euro al kg. incluso il trasporto per ordini di 20 kg. 4,50 euro per quantità inferiori. Il prodotto arriva in tutta Europa con E – Commerce, o si vende in campo, ma, soltanto a chi ne apprezza e comprende il valore, pagando il giusto prezzo, remunerativo per tutta la filiera.

      Caulonia e la Locride scontano errori e ritardi annosi: “Come cittadini della Locride siamo il posto più lontano d’Italia… mancano le infrastrutture, è molto difficile fare impresa in questo modo. Dalla Sicilia fanno meno fatica ad esportare il prodotto. Tra l’altro il progetto della variante della statale 106 che dovrebbe colmare un gap, ha un impatto deflagrante sul territorio. Ci preoccupa molto perché è una strada che corre parallela alla 106 esistente e lascia isolati i borghi. Anas ne ha progettata un’altra che scorre più a monte e sarebbe meno impattante e più opportuna per collegare i territori. Quella variante incide sulle produzioni, noi vogliamo essere collegati al mondo con una strada che non sia calata dall’alto, ma sia efficiente e moderna. Non ha senso costruire oggi un’altra strada a due corsie che sventra il territorio. Speriamo di poter riuscire a colloquiare con Anas per far capire le esigenze di noi locridei”.

      Il Biondo di Caulonia è diventato ambasciatore della Calabria, perché chi lo consuma è curioso di venire a conoscere i luoghi di produzione. Tra l’altro, il mare di Caulonia è anche Bandiera Blu. Il turismo agricolo è un sogno nel cassetto, Ilaria non ha il tempo di occuparsene. Per la struttura ricettiva ci vorrebbero troppe risorse, sarebbe oneroso e difficile adattare un fabbricato rurale di fine ‘800.

      Ilaria ama delegare e spera di trovare dei giovani che vogliano affiancarla e proseguire in questo lavoro: “Ognuno faccia la propria parte. Evitiamo quei discorsi secondo cui in Calabria non c’è niente. La nostra regione è ricchissima e ognuno, per la propria parte, la valorizzi”.

      Non a caso la sua impresa si chiama “Arance in viaggio”, ad indicare non solo un’attività imprenditoriale, ma un impegno a preservare un patrimonio prezioso e a promuovere l’identità culturale e territoriale. In un’epoca in cui il cambiamento climatico rappresenta una minaccia concreta, l’approccio olistico di Ilaria Campisi offre un raggio di speranza. La sua missione non solo promuove la sostenibilità ambientale, ma crea un ponte tra passato e futuro, contribuendo a preservare l’eredità agricola e culturale della Calabria per le generazioni future. La storia di Ilaria è un monito che rimarca l’importanza di una visione lungimirante e di un impegno incessante per la conservazione e la valorizzazione delle radici culturali e ambientali della sua terra, Caulonia.

      https://www.lucianopignataro.it/a/il-biondo-di-caulonia-la-bella-storia-di-ilaria-campisi-visionaria-imprenditrice-agricola-della-locride/271359
      #arance_in_viaggio

    • Il tempo lento degli agrumi: Ilaria Campisi e la rinascita del “Biondo” di Caulonia

      Tra memoria, paesaggio e impresa sociale, il ritorno alla terra in Calabria e nella Locride in particolare, diventa gesto culturale e visione contemporanea: “non si trattava soltanto di salvare un’arancia, ma di restituire voce a un territorio che attraverso quel frutto si esprime da secoli”

      Nel cuore della Locride, dove la luce dello Ionio si posa sugli agrumeti e il paesaggio conserva una stratificazione antica, ha preso forma una storia che intreccia natura, identità e futuro. È la vicenda di Ilaria Campisi, imprenditrice agricola originaria di Caulonia (Rc), che ha trasformato il ritorno agli agrumeti di famiglia in un progetto capace di tenere insieme economia, cultura e responsabilità sociale.

      Il riconoscimento tra le 100 Eccellenze Italiane di Forbes Italia non è per lei e per gli altri soltanto un sigillo di successo imprenditoriale, ma il segno di una traiettoria più profonda: quella di un’agricoltura che si fa presidio culturale, custodia del territorio e pratica civile. Nella cornice milanese del Principe di Savoia, Campisi ha portato con sé una Calabria diversa, lontana dagli stereotipi, radicata e insieme proiettata. La sua scelta iniziale ha il valore di un gesto quasi controtempo: tornare alla terra. Riprendere un agrumeto secolare significa, in questo caso, riattivare una memoria agricola e familiare, ma anche confrontarsi con le fragilità di un sistema produttivo spesso marginalizzato.

      Al centro di questo percorso c’è il recupero del “Biondo della Spina”, varietà autoctona di arancia che rischiava di scomparire. Non si tratta solo di una coltivazione, ma di un’operazione culturale, che restituisce dignità a un prodotto e al contesto che lo ha generato. “Non si trattava soltanto di salvare un’arancia – si può immaginare racconti Campisi – ma di restituire voce a un territorio che attraverso quell’arancia si esprime da secoli”.

      Il “Biondo” porta con sé le tracce di un sapere agricolo antico: le piccole spine, il gusto deciso, la resistenza alle trasformazioni del tempo. Oggi, grazie al lavoro della comunità di salvaguardia presieduta da Campisi, questa varietà torna a circolare, riattivando relazioni e prospettive anche oltre i confini locali. “Caulonia è storicamente terra di agrumi – ha sottolineato – e il ‘Biondo’ ne è una delle espressioni più autentiche. La sfida è stata farlo riconoscere di nuovo, restituirgli il posto che merita”.

      Nel lavoro di Ilaria Campisi, tradizione e innovazione non si oppongono, ma dialogano. L’azienda agricola diventa uno spazio di sperimentazione, dove pratiche antiche si intrecciano a nuove modalità di narrazione e distribuzione. Il progetto “Arance in Viaggio”, premiato nel 2023 all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo nell’ambito del Premio “Economia del Futuro”, rappresenta emblematicamente questa tensione: non solo un prodotto, ma un racconto in movimento, capace di trasformare l’arancia in esperienza culturale. “L’arancia è un oggetto d’arte”, afferma. Una dichiarazione che invita a leggere il prodotto agricolo non solo come bene di consumo, ma come forma espressiva, portatrice di estetica, storia e senso.

      Accanto alla dimensione produttiva, emerge con forza quella sociale. La sua azienda si configura come un luogo di incontro e integrazione, offrendo opportunità di lavoro a migranti e persone in condizioni di vulnerabilità. In un territorio come la Locride, spesso segnato da narrazioni di marginalità, questa scelta assume un valore politico oltre che economico. La terra diventa così uno strumento di relazione e di riconoscimento reciproco. “Coltivare significa anche costruire comunità, perché il lavoro agricolo insegna a condividere tempi, fatica e responsabilità”.

      Il suo progetto non può essere separato dal luogo che lo ospita. Caulonia è un territorio sospeso tra mare e collina, dove il paesaggio racconta una lunga continuità storica. Le sue radici affondano nella Magna Grecia, attraversano dominazioni e trasformazioni, e giungono fino a oggi mantenendo una forte identità. Il centro storico, arroccato, dialoga con la marina affacciata sullo Ionio; intorno, gli agrumeti e gli uliveti disegnano un paesaggio che è al tempo stesso produttivo e simbolico. Gli agrumi, in particolare, hanno costituito per secoli una risorsa economica e culturale, tanto da rendere Caulonia un riferimento riconosciuto già in epoche passate. In questo contesto, il recupero del “Biondo” non è un’operazione nostalgica, ma un gesto di riattualizzazione: un modo per rimettere in circolo un patrimonio vivo.

      Il percorso di Ilaria Campisi suggerisce una riflessione più ampia sul senso contemporaneo dell’agricoltura. In un sistema globale che privilegia quantità e standardizzazione, esperienze come la sua indicano un’alternativa fondata su qualità, identità e relazioni. Il riconoscimento di Forbes appare allora come il segnale di un cambiamento possibile: quello di un’imprenditoria che non separa profitto e responsabilità, ma li integra in una visione coerente. “Il futuro sta nella capacità di restare fedeli ai luoghi. È lì che si costruisce il valore, non solo economico, ma anche culturale”.

      Nel gesto quotidiano di coltivare un’arancia antica si riflette così un’idea più ampia di sviluppo: lenta, consapevole, radicata. Una direzione che, partendo da Caulonia, parla a un Paese intero.

      https://calabriamundi.it/il-tempo-lento-degli-agrumi-ilaria-campisi-e-la-rinascita-del-biondo-d

  • Tonnellate di arance rubate alla cooperativa che opera sui campi tolti alle ’ndrine

    Tra il 26 novembre e il 1° dicembre ben 160 quintali di frutti pronti per essere spediti alla grande distribuzione cooperativa e ai gruppi di acquisto solidale sono stati sottratti alla società #Valle_del_Marro, che coltiva terreni confiscati alla ’ndrangheta nella #Piana_di_Gioia_Tauro. Reati che danneggiano gravemente un’impresa colpita da incendi e danneggiamenti in estate: «Le istituzioni ci tutelino»

    Un anno decisamente negativo per la cooperativa calabrese Valle del Marro - Libera Terra, che coltiva terreni confiscati alla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Due nuove azioni criminali hanno colpito questa bellissima realtà nata 21 anni fa dalla collaborazione tra Libera e la Diocesi di Oppido-Palmi col sostegno del Progetto Policoro della Cei per l’imprenditorialità giovanile al Sud, e fa parte del Consorzio Libera Terra Mediterranea. E siamo a sette episodi in cinque mesi. Dopo incendi e danneggiamenti, questa volta i criminali hanno colpito i frutti del lavoro della cooperativa, proprio nel momento della raccolta. Nel giro di pochi giorni sono stati scoperti due furti, entrambi nello stesso agrumeto confiscato alla ‘ndrangheta in località Sovereto, nel Comune di Gioia Tauro.

    Quintali di arance rubate

    Il primo furto si è verificato il 26 novembre, quando ignoti hanno rubato circa 60 quintali di arance navel biologiche. Poco dopo aver denunciato fatto ai carabinieri, il 1° dicembre gli operatori della cooperativa hanno scoperto un secondo furto nel medesimo terreno. Questa volta ad essere sottratti oltre 100 quintali di arance, pronte per essere consegnate alla grande distribuzione cooperativa, in particolare a Unicoop Firenze, e ai gruppi di acquisto solidale. Sul secondo episodio sta indagando la polizia.

    Come spiegano i soci della Valle del Marro, “la campagna agrumicola in corso nella Piana di Gioia Tauro aveva avuto un avvio anticipato rispetto agli anni precedenti, ma i volumi di produzione, soprattutto per quanto riguarda le arance, si sono rivelati inferiori rispetto alle aspettative”. Gli oltre 160 quintali rubati rappresentano circa un terzo della produzione dell’anno in quel terreno, e quindi il danno è davvero pesante. “I furti, oltretutto, – aggiungono i soci – aggravano ulteriormente la situazione economica della cooperativa, mettendo a rischio la sostenibilità finanziaria dell’impresa sociale, già messa a dura prova dall’epoca del Covid in avanti”.

    «La situazione è insostenibile»

    Non basterà a compensare le perdite l’ottima annata delle olive, sia per quantità che per qualità, perché l’incendio doloso dell’11 luglio ha devastato il bellissimo uliveto in località Baronello, frazione di Castellace, nel Comune di Oppido Mamertina, distruggendo o danneggiando gravemente 830 alberi, tra i più produttivi. Azioni sicuramente organizzate. I furti in particolare hanno richiesto mezzi e persone. “La situazione è insostenibile – commenta Domenico Fazzari, presidente della cooperativa –. I raccolti di fine anno, come olive, clementine, arance, kiwi, sono fondamentali per garantire la tenuta economica della cooperativa, dopo tutti i costi sostenuti nelle operazioni agronomiche precedenti. Invece ci troviamo in una condizione di totale affanno, sopraffatti da un senso di impotenza generato dalle annose questioni irrisolte sulla gestione dei beni confiscati: dalla problematica dei mancati titoli comunitari sui terreni, fino alla mancanza di risorse adeguate per supportare la continuità delle pratiche di riuso”.

    Non solo una questione economica

    Non è solo una questione economica. “La posta in gioco è altissima, e non c’è tempo da perdere. Dietro al nostro lavoro non c’è solo la produzione agricola, ma la dignità di braccianti liberati da condizioni di sfruttamento, e il benessere di famiglie emancipate da situazioni di estrema difficoltà. C’è un impegno sociale per educare i giovani a rifiutare la mentalità mafiosa e a credere nell’etica individuale e collettiva. Ci sono nuove sane logiche di produzione e mercato, attente alla sostenibilità autentica, che però danno fastidio a chi vuole continuare a depredare e impoverire il territorio sotto ogni punto di vista”.

    Per questo la cooperativa chiede “l’individuazione dei responsabili del doppio furto aggravato e una risposta decisa da parte delle istituzioni e della società civile, affinché venga rafforzata la protezione dei beni confiscati alla criminalità e rilanciato il loro riutilizzo, che ha dimostrato piena capacità di liberare le persone dalla ricattabilità mafiosa”. A giugno erano stati tagliati i tubi dell’impianto di irrigazione in tre terreni nel comune di Gioia Tauro, due coltivati a clementine e uno a kiwi. Rubate anche componenti fondamentali degli impianti rendendo di fatto impossibile l’irrigazione proprio in questi giorni di gran caldo. Sempre a giugno, in località Pontevecchio, è stato incendiato un terreno coltivato a grano biologico, quasi pronto per la mietitura, proprio di fronte al campo bruciato lo scorso anno. Entrambi sicuramente dolosi con le fiamme partite dall’interno dei campi e in giornate ventose. E dopo dieci giorni nuovo incendio a completare la distruzione. E luglio l’incendio dell’uliveto e ora il doppio furto di arance.

    La solidarietà verso la coop colpita

    Solidarietà e ferma indignazione esprime il Pd calabrese. “È un attacco diretto al cuore della Calabria che vuole liberarsi dalla criminalità organizzata – dichiara il senatore Nicola Irto, segretario del Pd calabrese –. Rubare prodotti agricoli coltivati su un bene confiscato è un tentativo di annientare un modello sociale alternativo alle logiche criminali, il che non può essere tollerato. Ci aspettiamo una risposta immediata e forte dello Stato. Il governo assicuri vigilanza, sicurezza e tutela alla Valle del Marro e a tutte le altre cooperative che lavorano nei beni confiscati”.

    «È proprio nella difesa del lavoro pulito, onesto e dignitoso e del diritto di fare impresa che sta il cuore della lotta alla ‘ndrangheta, ancora di più per una cooperativa che lavora i terreni sottratti alla criminalità organizzata – sottolinea il coordinamento regionale di Libera Calabria in un comunicato per esprimere solidarietà all’impresa –. Ma ad essere colpito anche è il grande valore etico e morale che sta dietro alla confisca dei beni e al loro riutilizzo a fini pubblici e sociali, la quale, nella nostra regione, rappresenta la migliore sintesi tra l’attività di contrasto e quella di prevenzione alla ‘ndrangheta». Secondo il coordinamento, è un allarme che «non può essere sottovalutato». La Cooperativa Valle del Marro - Libera Terra «non può essere scippata o interrotta», anzi «deve continuare a dimostrare che il cambiamento è possibile».

    Ai messaggi di vicinanza, si aggiunge anche quello di Unicoop Firenze e di Fondazione Il Cuore si scioglie, che «ribadiscono il loro supporto alla cooperativa»: «Daremo un contributo straordinario per supportare l’attività della cooperativa che da anni sosteniamo con la vendita dei prodotti e numerose iniziative sociali e solidaristiche. Vogliamo condannare con forza tali atti che sono il segnale di una strategia sistematica, attuata con l’obiettivo di colpire chi lavora con dignità per restituire alla collettività ciò che la criminalità organizzata aveva sottratto e per realizzare un’economia giusta e sana», ha dichiarato Daniela Mori, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Firenze. «Ad ogni attacco è sempre più difficile rialzarsi e ringraziamo Unicoop Firenze e Fondazione Il Cuore si scioglie che, ancora una volta, ci garantiscono sostegno concreto e vicinanza morale – risponde Fazzari –. Questa è una battaglia che non riguarda solo la cooperativa Valle del Marro».

    https://lavialibera.it/it-schede-2504-tonnellate_di_arance_rubate_alla_cooperativa_valle_del_ma
    #oranges #agrumes #ndrangheta #Calabre #Italie #agriculture #mafia #Gioia_Tauro #Libera_Terra #biens_confisqués #Consorzio_Libera_Terra_Mediterranea #vols #coopérative #Sovereto #Baronello #Castellace #Oppido_Mamertina #travail

  • Reggio di Calabria, une province qui tente d’améliorer le sort des travailleurs migrants agricoles (1/4)

    Chaque année des centaines de migrants s’établissent dans la province de Reggio di Calabria (dans le Sud de l’Italie) pour travailler dans les champs d’agrumes le temps de la saison des récoltes. Autrefois largement exploités, ces travailleurs migrants saisonniers voient leurs conditions de travail s’améliorer sensiblement ces dernières années grâce à des initiatives associatives et un engagement politique renouvelé. Malgré tout, l’extrême précarité, le mal logement et l’exploitation de ces populations persistent.

    Depuis le début du mois de novembre, des cyclistes peu communs ont fait leur apparition sur les routes de Rosarno et San Ferdinando, deux communes de Calabre (à l’extrême sud de l’Italie). Chaussés de bottes maculées de boue, sac au dos ou petit baluchon accroché au guidon, chasuble réfléchissant sur les épaules, ces hommes sur leur bicyclette sont des travailleurs migrants agricoles saisonniers, venus en Calabre pour travailler dans les champs d’agrumes pour la haute saison des récoltes. Chaque matin, à l’aube, ils rejoignent sur leur deux roues les champs dans lesquels ils travaillent avant d’en repartir en fin de journée une fois leurs heures terminées.

    Certains de ces travailleurs saisonniers viennent tenter leur chance pour la première fois comme Abdoulaziz, Sénégalais de 22 ans. "Je travaillais dans un hôtel à Milan qui est fermé actuellement. On m’a dit qu’il y avait du travail ici et qu’on pouvait gagner plus d’argent" , raconte-t-il au lendemain de son arrivée à San Ferdinando, plein d’espoir. D’autres sont des habitués revenant tous les ans pour la saison, le plus souvent avant de repartir pour la récolte de différents fruits ou légumes dans d’autres régions du pays. "Avant de venir j’ai récolté les tomates pendant cinq mois dans les Pouilles", explique Youri, Malien de 31 ans, de retour en Calabre pour la deuxième année consécutive.

    Terre agricole, la Calabre fournit un quart de la production nationale d’agrumes. Clémentines, mandarines, oranges et bergamotes sont cultivées dans les nombreux champs de la région et nécessitent une importante main-d’œuvre. Dans la province de Reggio di Calabria, la récolte des agrumes a employé plus de 3 000 immigrés non-européens en 2022 selon les chiffres de l’Observatoire sur l’agromafia sur un total de près de 10 000 travailleurs migrants agricoles pour toute la région de Calabre. La majorité sont originaires d’Afrique de l’Ouest (Mali, Gambie, Guinée, Sénégal, Nigéria, Burkina Faso).

    Si la présence de ces travailleurs est essentielle dans l’agriculture, ces migrants ont longtemps été les victimes d’une chaîne d’exploitation dont ils constituent le dernier maillon. Les émeutes des travailleurs - après des attaques racistes - qui ont éclaté à Rosarno en 2010 ont permis de braquer les projecteurs sur cette forme d’esclavage moderne : recrutement informel, salaires impayés, conditions de travail éreintantes. Quinze ans plus tard, grâce aux volontés d’acteurs locaux et associatifs, ainsi qu’aux tentatives des pouvoirs publics pour lutter contre le travail informel et mettre en place des projets communaux destinés aux migrants, la situation a évolué sensiblement.

    "Il n’y a presque plus de sans-papiers"

    "Il n’y a presque plus de sans-papiers parmi les travailleurs migrants saisonniers", assure Gianluca Gaetano, maire de San Ferdinando. "Avec les changements de politiques, ces personnes ont pu obtenir des permis de séjour".

    En effet, la quasi-totalité des migrants rencontrés pendant le reportage détenaient un "permisso di seggiorno" (titre de séjour). Ces permis, d’une durée de six mois à deux ans, sont faciles à obtenir, assurent les travailleurs, il suffit de présenter un contrat de travail pour en bénéficier. Mais ils restent précaires et leur durée constitue un obstacle pour une intégration sur le long terme dans le pays.

    Cette ouverture sur le marché de l’emploi s’inscrit dans une vision plus globale en Italie : la cheffe du gouvernement d’extrême droite, Giorgia Meloni, a annoncé en juillet la délivrance d’environ 500 000 visas de travail aux ressortissants de pays hors Union européenne entre 2026 et 2028 dont plus de 260 000 pour le travail saisonnier dans l’agriculture et le tourisme.

    En 2016, une autre loi appelée anti-caporalato, du nom du système de recrutement illicite de main-d’œuvre à travers des recruteurs informels (les caporali), avait également joué un rôle important dans la lutte contre l’exploitation des travailleurs et la protection des migrants. Elle ainsi renforçait les sanctions contre les employeurs malhonnêtes. La loi a aussi permis la délivrance d’un permis de séjour spécial pour les travailleurs dénonçant un cas d’exploitation.

    "Ces avancées législatives ont été appuyées depuis cinq ans environ par l’augmentation des contrôles de l’inspection du travail auprès des entreprises et producteurs agricoles notamment", assure aussi Gianluca Gaetano.

    Reste que le travail dans les champs est particulièrement pénible. "C’est difficile : les cagettes remplies sont lourdes à porter. Certains agriculteurs ont des tracteurs mais pas mon patron actuel. C’est très dur pour le dos mais on n’a pas le choix" indique Bamba, Sénégalais en Italie depuis 23 ans, sans cesser de couper les clémentines avec son sécateur. La saison de la récolte se fait durant l’hiver, les travailleurs doivent donc composer avec le froid et l’humidité. Les accidents d’échelle et autres blessures ne sont pas rares.

    "Il y a toujours autant besoin de main-d’œuvre chez les agriculteurs mais moins de travailleurs migrants à cause de la dureté du travail", détaille Giuseppe Pugliese, le cofondateur de la coopérative Mani & Terra, une initiative née suite aux émeutes de Rosarno qui regroupe une centaine de producteurs et qui offre des conditions justes et dignes de travail aux migrants employés.

    Il faut dire aussi que les salaires en Calabre sont moins élevés que dans d’autres régions italiennes : dans le nord de l’Italie, la journée de récolte peut être rémunérée 80 euros, contre environ 47 euros en Calabre.
    "Les gens ne veulent pas loger des Noirs"

    Malgré ces améliorations juridiques et sociales, des problématiques majeurs persistent dans la région, comme le mal logement des travailleurs migrants saisonniers. L’immense majorité vit dans un campement insalubre, aux portes de San Ferdinando : le tendopoli, littéralement "le village de tentes". "C’est très difficile de vivre ici, l’environnement n’est pas sain : il y a beaucoup de mouches, de rats à cause de la saleté. Je suis ici car je n’ai nulle part où aller", rapporte Bakary, Gambien de 36 ans qui revient faire la saison pour la quatrième fois en Calabre.

    Érigé en 2019 par le ministère de l’Intérieur comme solution temporaire, ce "village de tentes" est devenu au fil des ans un camp durable informel, laissé totalement à l’abandon. Selon l’ONG Caritas qui intervient dans ce bidonville isolé, environ 500 migrants y survivent actuellement dans des conditions insalubres et très précaires. Un chiffre qui peut atteindre jusqu’à 1 000 personnes au pic de la haute saison. Les tentes sont depuis longtemps devenues des cabanes de fortune, recouvertes de bâches en plastique pour tenter de faire barrage à la pluie. Les incendies, souvent dus à des courts-circuits, y sont fréquents et responsables de plusieurs décès chaque année.

    Impossible pour les travailleurs des champs de trouver des alternatives décentes. Depuis le décret-loi Salvini de 2018, ils ne peuvent plus bénéficier de places en centre d’accueil, désormais réservés aux réfugiés statutaires, ni bénéficier d’aide au logement.

    Plusieurs migrants interrogés rapportent avoir tenté de louer des appartements, sans succès. "Les gens ne veulent pas de Noirs comme locataires.. Je ne peux pas comprendre” se désole Abdoul, Sénégalais, qui n’a eu d’autre choix que de se rabattre sur le Tendopoli. Le refus de louer illustre la tension persistante entre les populations et les migrants. Un rejet qui s’exprime aussi par des violences et attaques racistes à l’encontre de ceux-ci. "Des jeunes ont déjà frappé des travailleurs circulant à vélo ou bien ont fait exprès d’ouvrir leur portière de voiture pour les faire tomber sur la route", relate Ibrahim Diabate, cofondateur du foyer social Dambe So (maison de la dignité en bambara) qui accueille des travailleurs migrants durant la saison des récoltes.
    "La migration est une richesse"

    Cette crise du logement préoccupent les édiles des mairies de la région. "Nous tentons d’améliorer les choses", assure le maire de Rosarno, Pasquale Cutri, qui dit avoir besoin de ces travailleurs dans sa commune. “La migration est une richesse. Ces personnes travaillent dans les champs : sans eux, les terres seraient abandonnées". Il souligne aussi l’intérêt démographique pour sa commune, qui subit un important exode de sa jeunesse.

    Plusieurs projets, portés par les pouvoirs politiques locaux sont en effet sortis de terre récemment à l’image du "village de la solidarité", à Rosarno. Ce village financé à hauteur de près de trois millions d’euros par le ministère de l’Intérieur italien, et sorti de terre en 2024, peut accueillir jusqu’à 100 travailleurs disposant d’un titre de séjour en échange d’un loyer mensuel de 80 euros. “Nous essayons de trouver des solutions pour proposer un logement digne à ces personnes” argumente le maire de Rosarno qui reconnaît que les émeutes de 2010 ont agit comme une alerte pour mettre en lumière la question du logement.

    Du côté de San Ferdinando aussi les initiatives fleurissent. Le maire Gianluca Gaetano travaille sur un projet combinant ferme, marché solidaire et logements. Le tout sur une superficie de trois hectares, des terrains confisqués à la mafia. "Il s’agit de donner une maison et un travail à ces migrants, qu’ils puissent passer de la condition de ’simples bras’ à celle de ’personne à part entière’. Un lieu pour sortir de la charité et qui soit rentable économiquement", détaille l’édile qui veut valoriser l’intégration pour éviter qu’un nouveau ghetto ne se créé. "L’intégration se fait par le partage du quotidien et des ressources publiques. La distance entretient l’exclusion", appuie-t-il.

    À Taurianova, au sud de Rosarno, un village de containers a été ouvert depuis mai 2024 pour répondre à l’urgence de l’accueil des travailleurs migrants. Les baraquements colorés et nommés d’après les capitales internationales peuvent accueillir jusqu’à 100 personnes en situation régulière. "J’ai pris la place d’un ami parti au Mali pour quelques mois. Lorsque j’ai vécu dans le tendopoli deux mois en 2015, j’ai beaucoup souffert, j’étais fatigué. Ici c’est mieux" raconte Seydou, un Ivorien de 46 ans, sur le territoire italien depuis 2014.

    Enfin, l’ONG Mediterranean Hope a fondé le foyer "Dambe So" qui accueille plus de 60 migrants lors de la saison des récoltes. En plus des appartements qui sont gérés par les migrants, la structure propose des consultations médicales, un soutien juridique ou encore des cours d’italien. Pour les résidents, ce cadre de vie représente une chance, dans un parcours vers l’intégration semé d’embûches.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/68469/reggio-di-calabria-une-province-qui-tente-dameliorer-le-sort-des-trava
    #Rosarno #San_Ferdinando #Reggio_di_Calabria #agriculture #travail #conditions_de_travail #précarité #mal_logement #logement #exploitation #saisonniers #travailleurs_étrangers #agrumes #oranges #Gianluca_Gaetano #sans-papiers #permis_de_séjour #caporalato #loi #mani_e_terra #tendopoli #campement #attaques_racistes #Dambe_So #Pasquale_Cutri #Taurianova #Italie #Calabre

    • DAMBE SO : UNA CASA DELLA DIGNITÀ PER I BRACCIANTI

      Dambe So è l’ostello sociale aperto nella Piana di #Gioia_Tauro per ospitare i braccianti. Un progetto di Mediterranean Hope (FCEI) che può finalmente smontare i ghetti. E che è replicabile

      Dambe So significa casa della dignità, in lingua Bambarà, una delle più diffuse in Africa occidentale. È il nome, carico di significati, che è stato scelto per l’ostello sociale che, nel febbraio del 2022, ha aperto nella Piana di Gioia Tauro per ospitare i braccianti durante il periodo della raccolta agrumicola. Si tratta di un’idea potenzialmente rivoluzionaria che punta a cambiare finalmente le condizioni di vita dei braccianti, e che può essere un modello da replicare. L’ostello sociale Dambe So è parte dei progetti di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Ne abbiamo parlato con Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope, noto anche per la sua attività di disegnatore, che per lui è un tutt’uno con quella di operatore. Non si definisce un’artista, ma un “disegnatore sociale” che racconta la sofferenza dei migranti, avendola condivisa in prima persona, nella vita prima che nei disegni. È lui l’autore di quelle immagini con il “mare spinato”, un mare che uccide, degrada e che, anche una volta superato, rimane addosso come una maledizione a chi lo ha attraversato. L’inizio della sua attività di disegnatore è molto toccante, e ve la racconteremo presto. Intanto abbiamo chiesto a #Francesco_Piobbichi, che è stato tra i protagonisti della Settimana del Rifugiato a Rieti con uno spettacolo teatrale, di raccontarci la storia dell’ostello sociale.

      La chiave di tutto è il tempo

      Quella di Dambe So è un’idea che arriva da lontano. È nata una decina di anni fa, a Nardò, nel Salento. «Conobbi un’associazione di base, di mutualità, Brigate di Solidarietà Attiva, con cui abbiamo fatto uno sciopero» ricorda Francesco Piobbichi. «Lì ho capito che uno dei punti principali per queste persone è il tempo. Il problema del lavoratore bracciante è che non ha potere, perché ci sono leggi sulle frontiere che gli impediscono di avere una stabilità. E perché il sistema della fabbrica verde concentra la forza lavoro in condizioni in cui il salario indiretto non c’è, cioè non ci sono politiche d’accoglienza degne, ma solo il campo, che affronta sempre l’accoglienza in una dinamica di tipo poliziesco». Così non è mai possibile che si stabilizzino le condizioni per cui questi lavoratori possano avere una dignità di salario e di vita. Un bracciante, infatti, è sempre costretto a rincorrere. «Pensiamo alla sua vita» riflette Piobbichi. «Lavora da mattina a sera, torna a casa e magari piove. Arriva alla tendopoli, dove non c’è l’acqua. Deve cucinare. Deve andare a letto, mentre c’è gente che urla. Come fai a organizzarti in termini di assemblea collettiva?». E così è nata la riflessione sulla chiave di tutto, il tempo. E partire da un luogo dove potersi fermare, riposare, vivere una vita dignitosa, era il punto di partenza.

      Dambe So non è uno spazio gratuito: i lavoratori contribuiscono alle spese

      È nato così l’ostello sociale, un’alternativa alla logica dei campi d’accoglienza. Non è uno spazio gratuito: i lavoratori contribuiscono alle spese con una piccola quota. Un’altra parte dei costi è sostenuta dalla quota sociale proveniente dalla vendita delle arance della filiera di Etika. «Il lavoratore contribuisce per 90 euro al mese alla spesa del mantenimento della struttura» ci spiega Piobbichi. «Non è che paghi l’affitto, ma non è neanche la carità. Si chiama casa della dignità: io sono un lavoratore, io posso pagare, e pago per quello che posso». «Dall’altra parte abbiamo aperto un ragionamento con Mani e terra, abbiamo costruito Etika, e con le chiese italiane e tedesche abbiamo venduto centinaia di migliaia di arance, riflettendo sull’utilizzo sociale della terra».

      La quota sociale è un’idea politica

      La riflessione sull’utilizzo sociale della terra è uno dei temi legati a questo progetto. «Vuol dire che la solidarietà non va fatta solo sul tema del biologico e del rispetto del lavoro, questo non basta più» ci spiega Piobbichi. «L’altro tema è costruire reti che, attraverso gruppi d’acquisto, contribuiscano a questa quota sociale». Ma a questo proposito si apre una grande discussione. «Se le piccole cooperative riescono a dare una quota consistente del proprio guadagno per sostenere Dambe So, perché la grande distribuzione non lo fa?» si chiede l’operatore di Mediterranean Hope. «E perché continuiamo sempre a far pagare allo Stato, cioè alla fiscalità generale, le politiche dell’accoglienza, quando in realtà chi dovrebbe pagare le politiche dell’accoglienza dei lavoratori braccianti dovrebbe essere la grande distribuzione? L’idea della quota sociale è un’idea politica che dice che serve il prezzo equo dei prodotti, che bisogna riflettere seriamente sul rapporto tra la terra e l’umanità, che apre tantissimi scenari. E che dice anche che non si può andare avanti su una politica in cui si continua a finanziare con risorse pubbliche i produttori e poi la grande distribuzione fa dei prezzi che li fanno saltare per aria. Nel giro di venti, trent’anni hanno chiuso tantissime aziende».

      La Calabria, un luogo dove si parla di riscatto

      L’ostello non sarà solo a disposizione dei braccianti. L’idea è che, nei mesi estivi, in cui gli appartamenti dovrebbero essere più vuoti, le associazioni non profit del territorio possano usare la struttura per il turismo solidale. «Ci stiamo lavorando» ci racconta Piobbichi. «Tutti gli appartamenti che avevamo sono pieni adesso. Ne stiamo aprendo dei nuovi per accogliere dei turisti solidali, e uno lo lasceremo per chi vuole venire qui a fare la filiera partecipata». Il discorso, infatti, è molto più ampio. Questo progetto non riguarda solo la dimensione del rapporto con i migranti, ma il rapporto con la società. «Per questo abbiamo costruito il Giardino della Memoria, gli interventi di rigenerazione eco-sociale, il Rosarno Film Festival, stiamo aprendo un gruppo d’acquisto che vuole aiutare i produttori locali ad avere uno sbocco alternativo» ci spiega Piobbichi. «Stiamo cercando di costruire un ragionamento sul riscatto. Non solo sul tema dei migranti, ma anche del riscatto della terra, di una popolazione e dei luoghi che per tanti anni sono stati incasellati da una forma di comunicazione che li ha sempre messi dentro un meccanismo. In realtà la Calabria è un luogo dove si parla di riscatto. È un territorio che vive le migrazioni dei giovani, un luogo di contraddizione. Ma io ho trovato molta facilità ad aprire un luogo come questo: non ho trovato gente che faceva la manifestazione davanti come in altre parti d’Italia, ma tranquillità. Lo dico sapendo che a Rosarno è successo quello che è successo. Ma se uno la gestisce in una certa maniera, lavorando sul tema dei diritti del territorio, la terra, la produzione, l’accoglienza, di un welfare senza la mediazione dello stato, si può fare». Dambe So è un progetto che è nato con il sostegno delle chiese evangeliche, ma l’idea è che si possa anche andare verso un meccanismo di sostenibilità economica. «Se riusciamo a fare un ragionamento sul tema di chi paga l’accoglienza, già ammontando a valle di un centesimo tutte le arance, mandarini e kiwi prodotti nella Piana, avremmo qualche milione d’euro» ragiona Piobbichi. «Che passerebbe alla filiera. E si potrebbe passare a una contrattazione di filiera. Ma chi dovrebbe farla? Una chiesa o qualcun altro?»

      Dall’ospitalità al subaffitto e all’affitto autonomo

      Dambe So nasce per ospitare i braccianti in modo temporaneo, ma la Federazione si occuperà anche di quei braccianti che decideranno di risiedere in modo stabile nella piana, aiutandoli con progetti personalizzati a trovare case in affitto. «I piani sono tutti occupati, perché ci sono braccianti che rimangono qua» ci racconta Piobbichi. «Alcuni vanno via un mese o due e poi tornano. Stiamo cercando di aprire una fase due, di passare dall’ospitalità al subaffitto, e poi all’affitto autonomo. Quattro persone, a 100 euro l’una, ce la possono fare. Il problema è che qui la maggior parte delle case non hanno l’agibilità, e quindi loro non possono rinnovare il permesso di soggiorno». Oggi l’ostello ospita circa 20 persone, ma in vista della prossima stagione si sta ampliando (grazie a un FAMI, con la Prefettura di Reggio Calabria e con finanziamenti di Fondazione Sud e di chiese estere) in modo da arrivare fino a circa 40 posti totali.

      Questo modello è replicabile

      A quasi un anno dall’apertura dell’ostello, chiediamo a Francesco Piobbichi di fare un primo bilancio. «È andata bene» ci risponde. «Quando abbiamo aperto lo abbiamo fatto quasi come una scommessa. Le cose semplici sono le più difficili da fare. Ma al tempo stesso, una volta che si parte, riesci a far capire che questo modello è replicabile. Noi non possiamo fare venti ostelli, ma se nei luoghi dove ci sono forze lavoro di questo tipo si sviluppano interventi di questo tipo, noi siamo a disposizione per far vedere come si fa. È importante l’esempio. Abbiamo avuto la fortuna di aver finanziamenti, ma questa cosa non l’abbiamo fatta per far vedere quanto siamo bravi, quanto piuttosto per far capire che si può fare, che possiamo smontare i ghetti». «La cosa che si dovrebbe fare», conclude, «è capire e paragonare quanto spende lo Stato per i ghetti, i campi container, e quante persone, invece, si potrebbero accogliere in dignità con un progetto come il nostro ».

      https://www.retisolidali.it/piobbichi-dambe-so-una-casa-della-dignita-per-i-braccianti

    • "Avant, les patrons ne faisaient pas de contrat" : une coopérative calabraise s’engage contre l’exploitation des travailleurs agricoles saisonniers (2/4)

      L’association SOS Rosarno, à travers un réseau de coopératives agricoles situées dans la province de #Reggio_di_Calabria (sud de l’Italie), milite depuis une dizaine d’années pour un modèle d’économie solidaire et plus juste. En fournissant des contrats réguliers, des salaires équitables et des conditions de travail dignes à ses employés, elle entend lutter contre l’exploitation des travailleurs migrants saisonniers.

      Perdus au milieu des champs d’agrumes de la province de Reggio di Calabria, au cœur de la Calabre (sud de l’Italie), les locaux de l’association SOS Rosarno se nichent entre deux virages d’une route sinueuse. Dans la cour, au milieu des serres et parcelles d’arbres fruitiers, des colonnes de cagettes vides sont empilées telles des Lego. Dans le hangar, une dizaine d’employés s’activent autour d’imposantes machines afin de trier et emballer les fruits récoltés récemment. Le rythme ne faiblit pas et les cagettes s’accumulent par centaines, débordantes d’agrumes attendant d’être livrées. Dans son bureau surplombant l’espace, #Giuseppe_Pugliese, alias « Peppe », l’un des cofondateurs de SOS Rosarno, enchaîne les appels téléphoniques.

      Entre deux sonneries, il répond à nos questions. « Ici, on rémunère correctement les ouvriers agricoles avec un contrat dans les règles ». Si Peppe le précise, c’est que pendant longtemps, et encore aujourd’hui, les migrants ont été exploités par des employeurs malhonnêtes profitant de leur extrême précarité. « Avant, les patrons ne faisaient pas de contrat, le salaire était petit et même parfois on était carrément pas payé lorsque l’on n’avait pas de papier » rapporte Sedou, un migrant originaire du Mali, qui travaille avec SOS Rosarno aujourd’hui.

      C’est suite aux émeutes qui ont secoué la plaine calabraise de Gioia Tauro en 2010 - après des #attaques_racistes contre des travailleurs migrants agricoles - que le projet SOS Rosarno est né. Les engagements défendus par les activistes et les petits producteurs agricoles qui y ont adhéré sont clairs : respecter les droits des travailleurs tout en respectant la terre et en produisant bio.

      Depuis 2015, SOS Rosarno chapeaute ainsi la coopérative agricole Mani e Terra qui rassemble une centaine de producteurs biologiques, 70 employés étrangers - principalement originaires d’Afrique de l’Ouest, du Maghreb ou encore d’Europe de l’Est - et quelques 200 hectares de champs où sont cultivés des agrumes (clémentines, oranges, mandarines) mais aussi des kiwi, des olives ou depuis peu des avocats.

      C’est sur ces terres que travaille Aboubacar, un Guinéen de 25 ans. « C’est un ami qui m’a parlé de SOS Rosarno. Ici, on débute à 7h30 et on fini vers 15h30/16h avec une heure de pause », détaille le jeune homme sans s’arrêter de travailler. « On a un contrat de travail et un jour de repos par semaine ».

      « Pour le respect des droits des travailleurs »

      Tous les travailleurs de SOS Rosarno - et de la coopérative - ont signé un contrat de travail en règle, des CDD d’une durée d’an, ce qui aide à obtenir ou renouveler leur titre de séjour. Les journées de travail s’étalent sur 6h40, le minimum syndical en Italie - avec une heure de pause - et la rémunération dépasse légèrement les 47 euros net, le tarif minimum en vigueur. Les salaires en Calabre sont en effet moins élevés que dans d’autres régions italiennes : dans le nord de l’Italie, la journée de récolte peut ainsi être rémunérée 80 euros.

      Les avis ne sont pas toujours dithyrambiques. « Avant la Calabre, j’étais à Trente (nord-est de l’Italie) pour récolter les pommes. J’étais payé 80 euros environ la journée, j’étais aussi logé et nourri. Ici, je dois payer un loyer de 90 euros [le producteur a loué pour ses employés des appartement, nldr] et gérer la nourriture », expose Bamba, un Sénégalais de 55 ans dont c’est la première année avec la coopérative. En gagnant entre 1 100 et 1 200 euros par mois, il confie qu’il ne lui reste pas grand chose pour vivre après avoir envoyé « entre 500 et 600 euros à sa femme et ses trois enfants au Sénégal » et payé près de 200 euros pour ses loyers de Calabre et Sicile où il réside le reste de l’année.

      « Parfois il est difficile de faire comprendre et accepter des obligations légales. Certains ne voudraient pas faire de pause, ou bien être payés à l’heure ou au poids car ils pensent pouvoir gagner plus. Les travailleurs saisonniers n’ont pas toujours une bonne compréhension de leurs droits et des répercussions sur le long terme », note #Peppe_Pugliese, qui déplore notamment le #travail_au_gris - déclaration d’une partie seulement des journées travaillées -, pratique courante de nombreux employeurs.

      Lutter contre l’#exploitation

      Si SOS Rosarno se bat au quotidien contre le travail au noir, l’exploitation des travailleurs saisonniers persiste toujours. Selon une étude du syndicat Cgil-Flai, quelque 200 000 à 300 000 #travailleurs_agricoles sont exposés en Italie à un risque de travail irrégulier et d’exploitation, particulièrement les plus précaires. « On peut parler d’#esclavage » dénonce Jean-René Bilongo, directeur de l’Observatoire Placido Rissotto, qui étudie les abus et l’exploitation dans la filière agroalimentaire.

      Sur le terrain, cela s’opère notamment via le « #caporalato », un système de recrutement illicite de main-d’œuvre très fréquent dans l’agriculture, même s’il ne se limite pas à ce secteur. « Les caporali, des intermédiaires informels, recrutent des travailleurs en situation de vulnérabilité [titres de séjour expirés ou sans-papiers, ndlr], pour des entreprises agricoles qui les emploient », argumente de son côté Massimo Ferraro, directeur de l’Observatoire de l’Agromafia.

      Autre réalité calabraise, l’"#agromafia", qui désigne l’infiltration du #crime_organisé dans la chaîne agroalimentaire - aussi bien par la mafia locale, la ’Ndranhgheta, que par d’autres réseaux criminels ou corrompus - contribue également à cette traite des travailleurs migrants agricoles.

      Dans sa lutte contre le secteur informel, « Peppe » n’hésite pas à égratigner un autre responsable de la crise agricole du moment : la #grande_distribution. Il fustige les prix d’achats minimisés qui sont imposés aux petits producteurs et « finissent par les étrangler ». En 2024, au lieu des 0,30 centimes d’euro le kilo de clémentines proposés par la grande distribution, Mani e Terra fixait un prix de 0,90 centimes/kilo avec la prise en charge du transport, en plus d’équiper en matériel les ouvriers agricoles.

      https://www.youtube.com/watch?v=lDuzNGK2OAs

      « Une goutte d’eau face aux injustices »

      En plus d’un modèle économique alternatif et éthique, SOS Rosarno se bat aussi pour l’inclusion de ses travailleurs, en soutenant le projet d’hébergement social Dambe So.

      Autrefois résidence de tourisme, cette « maison de la dignité » (en bambara) sur deux niveaux, a été rénovée et financée au départ par SOS Rosarno. Depuis fin 2020, les appartements accueillent jusqu’ à 70 travailleurs migrants durant la haute saison, dont un certain nombre travaillent avec Mani e Terra, contre le paiement d’un petit loyer. Mani e Terra contribue annuellement à hauteur de 10 000 euros pour le fonctionnement du foyer.

      « C’est une petite dynamique, on aide 70 personnes à être dignes mais il en reste plus de 2 000 qui vivent de façon indigne », soulève Peppe Pugliese. Chaque année, les demandes pour obtenir une place sont en effet très nombreuses. Le cofondateur espère pouvoir agrandir bientôt la coopérative pour embaucher plus.

      Cette goutte d’eau face aux injustices offre cependant une alternative à l’absence de solution pour se loger. Les travailleurs migrants saisonniers se retrouvent souvent contraints de vivre dans le « tendopoli » (village de tentes) de San Ferdinando, un bidonville isolé où règne l’insalubrité et qui contribue un peu plus à les invisibiliser.

      https://www.infomigrants.net/fr/post/68488/avant-les-patrons-ne-faisaient-pas-de-contrat--une-cooperative-calabra

    • Calabre : le bidonville de #San_Ferdinando, symbole du mal logement des travailleurs migrants agricoles (3/4)

      Par manque de solutions d’#hébergement et à cause du refus fréquent des locaux de leur louer des appartements, les travailleurs migrants agricoles saisonniers se retrouvent majoritairement contraints à vivre dans le “tendopoli” (village de tentes) de San Ferdinando, en Calabre, dans le sud de l’Italie. Ce #bidonville insalubre, solution d’urgence proposée par l’Etat devenue permanente, illustre la problématique persistante du #mal_logement de ces populations.

      En arrivant dans une des zones industrielles de San Ferdinando, une petite ville de Calabre du sud de l’Italie, le regard est happé par un grand campement de bric et de broc, implanté à quelques mètres de l’autoroute. De plus près, c’est une véritable ville qui apparaît : de la musique aux sonorités africaines s’échappe, une tente laisse entrevoir un homme cuisinant sur une plaque de cuisson bricolée. Un peu plus loin, une mosquée a été bâtie avec des planches de tôles, tandis qu’au détour d’une allée, un petit stand bricolé propose à la vente des vêtements et chaussures... Le quotidien s’organise dans ce "tendopoli", littéralement village de tentes, un bidonville d’une centaines de #baraquements et #tentes.

      C’est ici que vivent la majorité des travailleurs migrants agricoles venus en Calabre pour la saison des récoltes des agrumes, entre novembre et mars. Selon l’ONG Caritas qui y intervient, ils sont environ 500 - tous Africains - à y survivre actuellement dans l’extrême #précarité. Un chiffre qui peut grimper jusqu’à 1 000 personnes au pic de la haute saison.

      "Je suis ici car je n’ai nulle part où aller"

      "C’est très dur de vivre ici, l’environnement n’est pas sain : il y a beaucoup de mouches et de rats à cause de la saleté et des ordures. Je suis ici car je n’ai nulle part où aller", rapporte Bakary, Gambien de 36 ans, qui revient pour la quatrième fois faire la saison en Calabre. Les chats et les chiens errants sont nombreux dans le lieu, attirés par les ordures délaissées à proximité des baraquements.

      Érigé en 2019 par le ministère de l’Intérieur comme solution temporaire après le démantèlement d’un camp de fortune, ce "village de tentes" prévu comme solution d’#urgence est depuis "devenu un #camp_informel permanent" abandonné des pouvoirs publics, reconnaît le maire de San Ferdinando, Gianluca Gaetano, interrogé par InfoMigrants. Le logo du ministère de l’intérieur floqué sur les tentes a depuis disparu sous les bâches en plastique et avec l’usure du temps.

      "Les tentes sont toutes abîmées, on les a recouvertes pour se protéger de la pluie. Mais l’eau rentre quand même", explique Joseph, un migrant Sud-Soudanais, en montrant les trous dans la toile. Malgré les couvertures achetées, il indique "souffrir du froid durant la nuit".

      L’#insalubrité règne et les installations pour assurer l’hygiène de base sont dans un état déplorable. "Je ne peux pas vivre ici, c’est le bordel ! Les douches sont tellement sales, je préfère aller dans la forêt que de les utiliser !", se plaint Abdoulaziz, Sénégalais de 22 ans, débarqué de Milan la veille de notre échange. Alors qu’il espérait pouvoir gagner rapidement de l’argent et trouver facilement un logement, le jeune homme déchante déjà face à la dure réalité du terrain.

      Les manquements génèrent des petits business de la débrouille. Plus d’eau chaude pour se doucher ? Des migrants vendent pour 0.50 centimes d’euros des seaux d’eau chauffée. En recherche d’une place pour s’installer ? "Les anciens louent des lits aux nouveaux venus. J’ai payé le mien 150 euros pour la saison", explique Abdoul, Sénégalais de 47 ans venu faire la récolte en Calabre pour la première année.

      Dans le bidonville, les #incendies sont fréquents, à cause des courts-circuits ou des bonbonnes de gaz utilisées pour cuisiner. Alors qu’autrefois les pompiers, et la police, étaient présents à l’entrée du camp, ils ont déserté les lieux après le Covid. "Avec l’étroitesse des allées, les camions de pompiers ne peuvent pas passer à l’intérieur", remarque Ferdinando, qui intervient pour Caritas dans le "tendopoli". Deux incendies ont causé le décès de deux migrants la semaine précédant notre venue.

      L’hébergement, une problématique persistante

      L’absence d’alternatives décentes pour héberger ces populations dans cette province calabraise contraints les migrants à échouer dans ce lieu insalubre. Plusieurs d’entre eux rapportent avoir tenté de louer des appartements, sans succès. "Les gens ne veulent pas de Noirs comme locataires...Je ne peux pas comprendre”, se désole Abdoul, qui n’a eu d’autre choix que de se rabattre sur le Tendopoli comme de nombreux autres travailleurs.

      Une situation particulièrement aberrante pour Mauro Destefano, coordinateur du projet Calabre pour l’ONG Emergency. "Il est d’autant plus paradoxal que les conditions minimales de dignité humaine ne soient pas garanties alors que ces populations sont en règle", s’indigne-t-il. Selon Caritas, 80% des habitants ont des permis de séjour.

      Le décret-loi Salvini de 2018, qui réserve désormais les places en centre d’accueil aux seuls réfugiés statutaires, a encore accentué la problématique du mal logement de ces populations précaires. Selon une enquête menée par le ministère du Travail et des Politiques sociales et l’Association nationale des municipalités italiennes, ils étaient au moins 10 000 employés migrants travaillant dans l’agriculture à vivre dans des bidonvilles sur le territoire italien en 2022.

      Pour tenter de juguler cette crise du logement, plusieurs projets menés par les mairies de la province sont déjà sortis de terre, d’autres sont en prévision. La ville de Rosarno, à quelques kilomètres de San Ferdinando a bâti un "village de la solidarité". Une centaine de places sont disponibles - toutes occupées pendant la haute saison des récoltes. #Taurianova, plus au sud, a installé un "village de #containers" de 100 places également - toutes pourvues. Le maire de San Ferdinando, de son côté, mise beaucoup sur une "#ferme_solidaire", qui devrait voir le jour en 2027 pour 150 à 200 travailleurs africains.

      Trop peu, selon les associations. Pour Mauro Destefano, de l’ONG Emergency, il est étrange de ne pas pouvoir faire plus "dans l’une des régions où le taux d’émigration des jeunes est parmi le plus élevé avec un pourcentage important de logements inhabités".

      Rôle essentiel des associations

      A l’entrée du "tendopoli", plusieurs Algeco servent de bureaux pour les structures associatives et syndicales intervenant dans le lieu. Leur appui est crucial pour les migrants. "Il n’y a aucune implication de la mairie pour améliorer les lieux", met en cause Ferdinando. Avec Caritas, le Calabrais s’implique au quotidien dans le soutien aux migrants du bidonville. Il les renseigne notamment dans les démarches administratives mais aussi les conseille et leur apporte de l’attention.

      Depuis un an, une blanchisserie gérée par l’ONG a été installée dans un de ces containers. Les migrants viennent déposer leur sac de vêtements à un bénévole qui se charge ensuite de lancer les programmes. Ouverte tous les jours, les machines et séchoirs fonctionnent à plein régime.

      Deux fois par semaine, l’ONG distribue aussi environ 400 repas, cuisinés par des volontaires des paroisses voisines, aux habitants du "village de tentes". Au menu lors de notre venue, pâtes au thon. Les migrants font la queue, certains en peignoir et claquettes, pour venir récupérer leur repas. Pour certains cette aide est vitale. "A cause d’un problème d’orthographe dans mes papiers, je ne peux plus travailler actuellement. C’est difficile car je n’ai plus que 25 euros et rien à manger", confesse Ismaël, Burkinabé de 23 ans.

      Un médecin vient également une fois par semaine pour des consultations médicales. Durant la haute saison, les coupures, chutes et membres cassés sont récurrents. Dans la région, l’#accès_aux_soins est compliqué. Et plus encore pour les migrants du fait de la barrière de la langue, des distances pour accéder aux structures de santé, de la méconnaissance et de la peur du rejet.

      "Il y a aussi un nombre croissant de migrants souffrant de détresse psychologique, tels que la #dépression, la #dépendance ou le #stress_post-traumatique. Ils souffrent de l’#isolement_social et du labyrinthe administratif qui les rendent fous" détaille le coordinateur. Dans ces conditions, une minorité tombe dans la #dépendance (#alcool, #drogue et 3médicaments). "Il est important de résoudre le problème de ce #ghetto, sinon il sera difficile de traiter ces pathologies efficacement et cela deviendra ingérable" alerte-t-il.

      #Ghettoïsation et #invisibilisation

      Dans le bidonville excentré du centre-ville de San Ferdinando, les nombreux #vélos déposés le long des tentes illustrent l’isolement dont sont victimes les migrants. Les lacunes dans le système de transport public dans la province de Reggio di Calabria obligent de nombreux travailleurs à se déplacer à vélo, parfois à pied, sur des routes mal éclairées et cabossées. Ils sont ainsi souvent victimes d’accidents de la route, parfois résultats d’attaques racistes délibérées.

      "Des jeunes ont déjà frappé des travailleurs circulant à vélo ou bien ont fait exprès d’ouvrir leur portière de voiture pour les faire tomber sur la route", relate Ibrahim Diabate, cofondateur du foyer social Dambe So (maison de la dignité en bambara) qui accueille des travailleurs migrants durant la saison des récoltes. D’autres témoignages rapportent des migrants percutés, laissés sans assistance en bord de route.

      L’abandon des pouvoirs publics et l’#isolement général contribuent à la ghettoïsation du "tendopoli", ce qui accroit un peu plus encore l’invisibilisation dont les migrants sont victimes.

      En janvier, une dizaine d’associations et d’ONG -dont Caritas et Emergency- ont dans une lettre adressée au préfet de Reggio Calabria réclamé des solutions rapides face à l’aggravation des conditions de vie à l’intérieur du "village de tentes" déplorant un " climat de #tension_sociale qui atteint un niveau de plus en plus critique".

      https://www.infomigrants.net/fr/post/68516/calabre--le-bidonville-de-san-ferdinando-symbole-du-mal-logement-des-t