• #Somaliland, dove Israele pensa di trasferire i palestinesi di #Gaza

    Israele ha riconosciuto la sovranità dell’autoproclamato Stato subsahariano, che si trova in una posizione strategica ed è ricco di minerali preziosi. Il governo somalo teme che Tel Aviv voglia sfollare lì i palestinesi di Gaza.

    Il Somaliland, conosciuto anche come Somalia britannica, è una striscia di terra che si affaccia sul golfo di Aden, un braccio di mare che collega l’oceano Indiano al Mar Rosso e quindi al canale di Suez. Una posizione strategica fra il Corno d’Africa e una delle principali rotte di comunicazione tra Asia ed Europa. Dal 1991 la Repubblica del Somaliland, attraverso la creazione di un’amministrazione parallela e sostitutiva, si è resa autonoma dal resto della nazione. Tecnicamente si tratta di un’indipendenza de facto, ma non de jure, nel senso che manca il riconoscimento legale e internazionale della sua esistenza. Israele è il primo e attualmente unico membro delle Nazioni Unite ad averne ufficialmente riconosciuto l’indipendenza.

    Separati in casa

    La regione, abitata da popolazioni somale che parlano dialetti dello stesso ceppo, ha alle spalle una storia diversa rispetto al resto del Paese, che fu controllato dall’Italia prima come colonia e poi come territorio in amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite, fino all’indipendenza del 1960. In quegli stessi anni il Somaliland aveva ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ma la sua esistenza durò appena sei giorni, cioè fino al 1° luglio 1960, quando si unì alla Somalia in un’unica nazione. Le due realtà rimasero comunque separate, con movimenti indipendentisti crescenti nell’ex territorio amministrato dagli inglesi.

    Negli anni Ottanta il Movimento nazionale somalo, un partito politico nato a Londra nel 1981, avviò una serrata guerriglia contro la dittatura militare del presidente della Somalia Siad Barre, che governava il paese dal 1969, con l’obiettivo di ottenere la secessione. Il conflitto aveva profonde radici tribali e claniche: i clan erano e continuano a essere la spina dorsale della società somala e all’epoca la rivolta non fu altro che una risposta alle dure politiche attuate dal regime di Barre contro il principale clan del Somaliland, gli Isaaq.

    Quando, alla fine del 1988, il Movimento occupò Hargeisa e Burao, le due principali città del nord, Siad Barre ordinò il bombardamento della regione con il dichiarato obiettivo di eliminare il clan Isaaq, impiegando mercenari sudafricani e rhodesiani per pilotare la flotta aerea ereditata dai britannici. I civili diventarono l’obiettivo principale e l’aviazione somala distrusse sistematicamente tutte le fonti d’acqua presenti nella regione a fortissimo rischio di siccità.

    Alcuni arrivarono a parlare di una campagna genocidiaria contro gli Isaaq, ma nonostante questa violenza il movimento nel 1990 aveva raggiunto il controllo di tutto il Nord. Tra il 27 aprile e il 18 maggio del 1991, la Grande conferenza dei clan del Nord decretò che la Somalia settentrionale avrebbe revocato la sua unione volontaria con il resto del paese per dare vita alla Repubblica del Somaliland.
    Libere elezioni da trent’anni

    Dietro alla decisione del Somaliland di separarsi definitivamente da Mogadiscio c’erano anche questioni politiche: i clan del Nord decisero di non farsi trascinare nell’infinita guerra civile somala che continua a dilaniare il Paese e ha favorito la presenza di gruppi terroristici legati ad al Qaeda, che tengono sotto controllo intere province. Dopo aver scelto come capitale Hargeisa, la seconda città più popolosa dell’intera Somalia, il Somaliland ha cominciato a cullare il sogno di costituire una vera nazione, ricordando che nella sua breve esistenza nel 1960 ricevette il riconoscimento internazionale da parte di 35 paesi, fra i quali Cina, Egitto, Etiopia, Francia, Ghana, Libia, Unione Sovietica e Israele.

    All’epoca, anche il segretario di Stato americano Christian Herter inviò un messaggio di congratulazionie la stessa Gran Bretagna siglò diversi accordi bilaterali. Addirittura, la regina Elisabetta II auspicò che l’amicizia fra i popoli del neo-indipendente Somaliland e del Regno Unito potesse continuare a lungo. Questo breve, ma storico passaggio è rimasto impresso nelle menti degli abitanti, che sono riusciti a creare uno Stato pacifico dove da trent’anni si vota in libere elezioni. Un evento estremamente raro nel continente africano.
    La strategia di Israele

    Il 26 dicembre 2025 Israele è diventato il primo paese membro delle Nazioni Unite a riconoscere formalmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, rompendo un silenzio lungo decenni. La notizia è stata accolta con grande gioia dalla popolazione, che ha riempito le strade della capitale per festeggiare. Il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdlahuli, detto Irro, ha parlato di «un grande giorno per il popolo e la Repubblica del Somaliland, una pagina d’oro nella storia della nostra nazione dopo trentaquattro anni di lotta».

    La diplomazia di Tel Aviv ha lavorato mesi prima di arrivare al riconoscimento, consapevole dell’importanza strategica di un’area così complessa. Il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden a ridosso dello stretto di Bab el-Mandeb, passaggio chiave tra oceano Indiano e Mar Rosso. Israele può già contare su due basi nella vicina Eritrea, la prima nell’arcipelago delle isole Dahlak, la seconda sulla montagna più alta della nazione africana, dove è stato impiantato un potente radar capace di intercettare trasmissioni a lungo raggio.

    Parallelamente, il governo di Benjamin Netanyahu ha firmato un accordo di cooperazione con gli Emirati Arabi Uniti per l’utilizzo congiunto di una base nella remota isola di Socotra, all’ingresso del Mar Rosso, appartenente al governo riconosciuto dello Yemen. Metà della nazione della penisola arabica è però occupata dagli Houthi – una tribù di fede sciita proveniente dal nord dello Yemen – che sono un proxy (cioè un alleato) dell’Iran, l’unico rimasto ancora attivo, e che da mesi bersaglia Israele con droni e missili.

    Le navi di passaggio verso il Canale di Suez sono diventate l’obiettivo primario degli alleati di Teheran, che hanno obbligato molte imbarcazioni a cambiare rotta circumnavigando il continente africano, allungando i tempi e aumentando le spese. Israele ha reagito bombardando più volte le principali città yemenite e distruggendo una parte delle infrastrutture degli Houthi, sempre guardando con estremo interesse a una base navale in questa regione che potesse facilitare le incursioni aeree nello Yemen.
    Con il benestare degli Usa

    Per Tel Aviv il Somaliland rappresenta quindi una grande occasione, tanto da spingere il ministro degli Esteri, Gideon Saar, a invitare il presidente del Somaliland in Israele e dichiarare che i due paesi stabiliranno relazioni diplomatiche complete, con la nomina di funzionari e l’apertura di ambasciate. Più cauti gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che si è detto pronto a valutare la situazione, aggiungendo poi: «Ma qualcuno sa esattamente cos’è il Somaliland?».

    Una politica volta a dissimulare un atto che Washington conosceva bene e che ha pienamente approvato. Non a caso il ministro della Presidenza del Somaliland, Khadar Hussein Abdi, ha dichiarato che sono già pronti una serie di accordi che concederanno agli Usa l’accesso esclusivo a tutti i minerali strategici e alle basi navali. Naturalmente, anche Israele avrebbe un accesso privilegiato alle ricchezze dell’ex Somalia britannica, oltre alla gestione condivisa con gli Emirati Arabi Uniti del porto di Berbera, suo principale hub marittimo.

    Secondo i dati diramati dal governo locale, le risorse minerarie comprenderebbero litio, coltan, cobalto e altri minerali strategici, che fanno della neonata Repubblica un luogo piuttosto appetibile. Per Israele, come detto, l’interesse prioritario è indubbiamente strategico, ma anche la gestione dell’intelligence del paese africano e la vendita di macchinari agricoli rientrano nel piano d’affari. Tel Aviv, inoltre, punta ad aumentare la sua influenza geopolitica nel Corno d’Africa, con il ministro degli Esteri del governo di Hargeisa che si è detto pronto ad aderire agli Accordi di Abramo per rafforzare la cooperazione con il governo Netanyahu, soprattutto in materia di difesa.
    Tensione tra vicini

    L’attuale presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, in un discorso alla televisione di Stato ha condannato fermamente le recenti mosse delle autorità del Somaliland, avvertendo che minacciano l’unità e la sovranità nazionale: «La Somalia è una soltanto, una nazione sovrana che va da Mogadiscio ad Hargeisa e chiunque affermi il contrario merita di essere processato per alto tradimento. L’illegale amministrazione di Hargeisa vuole svendersi allo straniero nel tentativo di ottenere il riconoscimento internazionale. Questo riconoscimento non è semplicemente un gesto diplomatico, ma una copertura per gli obiettivi strategici israeliani. Tel Aviv punta allo sfollamento forzato dei palestinesi in Somalia e sta tentando di esportare il suo problema da Gaza nel Corno d’Africa. Si tratta di un passo estremamente pericoloso e il mondo intero, soprattutto gli arabi e i musulmani, devono considerarlo una seria minaccia».

    Israele e il governo del Somaliland hanno negato che il vero obiettivo sia trasferire i palestinesi in Somalia, ma il presidente Hassan Sheikh Mohamud ha continuato ad attaccare per difendere anche gli interessi della Turchia, suo principale alleato nell’area. Ankara conta quasi 20mila soldati a Mogadiscio e sa bene che Tel Aviv ha intenzione di indebolire la sua influenza dal Medioriente al Mediterraneo fino al continente africano.

    Non sorprende che, dopo la rinnovata alleanza, la Turchia stia pressando anche l’Egitto per evitare che l’Etiopia riconosca il Somaliland in cambio di uno sbocco sul mare, mentre l’avvicinamento all’Arabia Saudita è usato in funzione anti-Emirati Arabi, alleati di Israele e pronti a investire un miliardo di dollari nella nazione africana. La mossa israeliana ha quindi aperto un vaso di Pandora rimasto chiuso per anni e oggi il riconoscimento del piccolo ma strategico Somaliland, oltre ad aver creato alleanze fino a poco tempo fa impensabili, potrebbe cambiare gli equilibri in tre continenti.

    https://lavialibera.it/it-schede-2623-somaliland_dove_israele_pensa_di_trasferire_i_palestinesi
    #déplacements_forcés #Somaliland #transfert #expulsion #Somalie #Israël #palestiniens #réfugiés_palestiniens

  • « Des #pogroms purs et simples » : l’indignation de quatre anciens hauts gradés israéliens face aux exactions des colons en Cisjordanie
    https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/17/des-pogroms-purs-et-simples-l-indignation-de-quatre-anciens-hauts-grades-isr

    Dans une lettre ouverte à la hiérarchie militaire, rendue publique lundi 16 mars, quatre anciens majors et brigadier généraux, membres de Commandants pour la sécurité d’#Israël, une organisation qui rassemble plus de 550 officiers retraités, dénoncent la « violence et le terrorisme » des colons juifs qui multiplient les attaques, parfois mortelles, contre des #Palestiniens.

    « Il ne s’agit pas ici de quelques émeutiers ou de “mauvaises herbes”. Ces actes de violence s’appuient sur un système organisé comportant plusieurs niveaux hiérarchiques institutionnels. Ce système a des objectifs clairs : vider de larges zones de toute présence palestinienne par le biais de menaces, d’atteintes graves à la vie et aux biens, ainsi que d’émeutes et de pogroms purs et simples », ajoutent les anciens militaires, reprenant les constats déjà formulés par des ONG et des organisations internationales.

    https://archive.ph/n58R9

    (ils écrivent cela avec tout le respect du au "succès contre le Hamas" et en défense d’Israël)

    edit (comme de coutume) je ne retrouve pas, mais ce qualificatif de pogrom était déjà employé au moins deux ans avant le 7 octobre 2023 par des Israéliens considérés comme honorables en Israël même (ça devait être des militaires, dans les colonnes du Haaretz).

  • What the Joint List’s revival signifies for Palestinian politics in Israel
    By Abed Abou Shhadeh January 28, 2026
    https://www.972mag.com/joint-list-revival-palestinian-politics-israel

    For Palestinians inside Israel, last week proved to be a collective breaking point. It began when Ali Zbeedat, the owner of a grocery store chain in the northern city of Sakhnin, shut down his businesses last Monday to protest an extortion attempt by criminal gangs. Over the following days, Zbeedat’s defiant act sparked coordinated strikes across dozens of Arab localities, where residents are similarly fed up with their abandonment by the state in the face of an epidemic of organized crime.

    The escalation culminated in a mass demonstration in Sakhnin last Thursday, with an estimated 50,000 people taking to the streets in what was the largest mobilization of Palestinian citizens in years.

    This sequence of events generated exceptional political momentum. Just hours after the demonstration, amid sustained public pressure, the leaders of Israel’s four major Arab-led parties — Hadash, Balad, Ta’al, and Ra’am — met with the heads of local authorities and signed a brief, symbolic document bearing the logo of the Sakhnin Municipality. In it, they expressed their intention to revive the Joint List ahead of this year’s election, the historic electoral alliance formed 10 years ago that aimed to overcome the ideological divides and interpersonal rivalries among the community’s fragmented leadership, but broke down in 2022.

    This is a historic event in a volatile political moment. Even before the publication of polls gauging the Joint List’s electoral strength — predicting that it could secure 15-16 of the Knesset’s 120 seats, making it the third largest force in Israeli politics — the popular demand for unity suggests the possibility for unprecedented voter turnout in Arab society.

    Israeli news outlets described the renewal of the Joint List as “drama in the political system,” and rightly so. Such a scenario would alter the balance between opposing blocs and force Zionist parties across the spectrum — from Yair Golan’s center-left Democrats to Prime Minister Benjamin Netanyahu’s Likud — to recalibrate their strategies. (...)

    #Palestiniens48

  • Soyez-en sûrs : beaucoup des horreurs que l’Occident a permises à Gaza se rapprocheront de nous

    L’histoire montre que les crimes de l’empire se sont ensuite reproduits sur le sol européen. La déshumanisation et la terreur militarisée semblent désormais normalisées.

    Par Owen Jones - "The Guardian"

    L’impact du génocide israélien, facilité par l’Occident, à Gaza est évident. Mais que nous a-t-il fait, à nous ? Les Palestiniens sont comme des « canaris dans une mine de charbon », m’explique l’analyste palestinien Muhammad Shehada. « Nous lançons un avertissement majeur quant à ce qui vous attend. Quand une classe politico-médiatique se délecte du meurtre de nos enfants, pensez-vous qu’elle se souciera des vôtres ? »

    Il y a un avertissement de notre passé récent et terrifiant que nous devrions entendre. Le colonialisme, écrivait l’auteur martiniquais Aimé Césaire, « œuvre à déciviliser le colonisateur, à le brutaliser au sens propre du terme, à le dégrader, à l’éveiller à ses instincts enfouis, à la convoitise, à la violence, à la haine raciale et au relativisme moral ». Les horreurs de l’impérialisme occidental – avec sa déshumanisation et sa violence – ont finalement été, selon lui, réinjectées en Europe sous la forme du fascisme. C’était le « boomerang » impérial, comme l’a reconnu la philosophe germano-américaine Hannah Arendt.

    Qu’est-ce qui va revenir en Occident des champs d’exécution de Gaza ? Tout génocide exige la déshumanisation totale de ses victimes, et les Palestiniens ne font pas exception. Ils étaient des « animaux humains » et des « bêtes humaines » qui subiraient « l’enfer », ont déclaré les dirigeants israéliens. « C’est toute une nation qui est responsable », a déclaré le président israélien Isaac Herzog. D’autres politiciens israéliens ont appelé à « effacer tout Gaza de la surface de la Terre ». « Il n’est pas exagéré de dire qu’il y a très peu de civils palestiniens innocents », a déclaré le député républicain [américain] Brian Mast, tandis que le présentateur de Fox News, Jesse Waters, a qualifié les Palestiniens de « sauvages ».

    Mais cette déshumanisation va au-delà de ses expressions les plus violentes. Personne n’a prétendu qu’une vie palestinienne possédait ne serait-ce qu’une fraction de la valeur d’une vie israélienne. Voyez ce qui a été normalisé. Des hôpitaux bombardés et détruits, avec plus de 1700 professionnels de santé tués. Des civils massacrés alors qu’ils s’abritaient dans des écoles. Plus de 2600 Palestiniens affamés ont été abattus en tentant de collecter de la nourriture depuis mai. Des adolescents recevaient des balles dans différentes parties du corps, « comme des exercices de tir », a témoigné le chirurgien britannique Nick Maynard : « Un jour, ils arrivaient principalement avec des blessures par balle à la tête ou au cou, un autre jour à la poitrine, un autre jour à l’abdomen. » La torture industrialisée infligée aux détenus, des amputations de jambes causées par des blessures causées par les menottes aux viols répétés d’un homme par des soldats israéliens avec des fusils M16, semble-t-il.

    On pourrait continuer longtemps ainsi. Ces horreurs comptent parmi les moments les plus sombres de l’humanité. Qu’elles aient été facilitées par les gouvernements occidentaux, et acclamées ou simplement tolérées par les médias occidentaux, aura de profondes conséquences. Il en va de même pour le fait que les Occidentaux qui ont protesté contre cette barbarie gratuite aient été diabolisés, licenciés, déportés, battus par des policiers, arrêtés et menacés d’expulsion. Il en sera de même pour la destruction de ce qui reste d’un « ordre international », torpillé pour protéger Israël de toute responsabilité, comme ce fut le cas lorsque les juges de la Cour pénale internationale ont été sanctionnés par les États-Unis après avoir émis des mandats d’arrêt contre des dirigeants israéliens pour crimes de guerre et crimes contre l’humanité.

    Le gouvernement israélien a encore davantage viré à droite et a cherché à nouer des liens avec les mouvements d’extrême droite internationaux, comme ceux de France, de Suède, d’Espagne et de Hongrie, conscient que ces partis sont ses plus fidèles soutiens. Le ministre israélien de la Diaspora et de la Lutte contre l’antisémitisme a même invité Tommy Robinson [identitaire britannique] en visite officielle, le qualifiant de « leader courageux en première ligne contre l’islam radical ».

    L’extrême droite occidentale voit Israël comme un modèle : un État ethnique menant ce qu’elle considère comme une guerre légitime contre l’islam. Le chef du parti d’extrême droite espagnol Vox a déclaré : « Nous, Européens, devons voir ce qui arrive à Israël », exigeant que, pour se protéger, l’Europe « arrête l’immigration massive et expulse les immigrants illégaux. Nous ne voulons pas d’une Europe musulmane. » Lorsqu’Israël a adopté une loi accordant le droit à l’autodétermination uniquement au peuple juif, le leader d’extrême droite néerlandais Geert Wilders l’a qualifiée de « fantastique », d’« exemple pour nous tous », exigeant de son peuple qu’il « définisse son propre État-nation, sa culture autochtone, sa langue et son drapeau… cela nous aidera à éviter de devenir musulmans ».

    Écoutez l’universitaire israélien Shmuel Lederman lorsqu’il affirme que Gaza est devenue « un laboratoire de violence génocidaire », mais aussi un terrain d’essai pour « de nouvelles armes et technologies de sécurité ». Israël, note le journaliste australien Antony Loewenstein, teste depuis longtemps ses inventions sur les Palestiniens, puis les exporte : logiciels espions, reconnaissance faciale et bases de données biométriques, drones, clôtures intelligentes et systèmes de ciblage basés sur l’IA.

    En ce moment même, les Palestiniens fouillent les décombres pour récupérer leurs morts, priant pour que l’assaut génocidaire cesse définitivement, tandis que les camions d’aide bloqués par Israël arrivent enfin [pas vraiment, à en croire l’UNRWA aujourd’hui]. Mais comme l’a observé Donald Trump plus tôt cette année : « Une civilisation a été anéantie à Gaza. » Suite aux grands crimes de l’histoire, le débat a toujours porté sur ce que l’on savait à l’époque. Malgré la campagne israélienne de mensonges, de déformations, de détournements, de manipulations et de brouillage des pistes : nous savions tous. Pas les détails les plus hideux – camouflés par la plupart des médias –, mais nous en savions plus qu’assez. Les crimes d’Israël n’étaient pas cachés : ses dirigeants s’en sont vantés et ils ont été diffusés en direct au monde entier.

    Le prix payé par les Palestiniens dépasse l’imagination. Mais quel prix allons-nous payer, nous ? L’Occident s’est déshumanisé, tandis qu’un mouvement d’extrême droite qui considère les musulmans et la gauche comme des ennemis de l’intérieur est en pleine expansion. Après le bombardement par les États-Unis de bateaux vénézuéliens soupçonnés de trafic de drogue, le procureur général américain a promis « la même approche avec les antifas : détruire l’organisation entière, de fond en comble. Nous allons les démanteler. » « Antifas » – ou l’antifascisme – est un fantôme, un épouvantail qui peut s’appliquer à n’importe quel dissident de gauche.

    Ne vous attendez pas à ce que la déshumanisation violente et les technologies militaires dystopiques perfectionnées à Gaza y demeurent cantonnées. Notre sombre histoire nous enseigne le contraire. Quel dommage que nous n’en ayons pas tiré les leçons.

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/oct/14/horrors-gaza-west-history-empire

  • Une cible à la fois : La logique qui a aidé les libéraux israéliens à commettre un génocide
    Yuval Abraham | 20 octobre 2025 | 972 mag
    https://divergences.be/spip.php?article4355
    Source : https://www.972mag.com/israelis-logic-gaza-genocide

    Soldats israéliens dans le nord de la bande de Gaza, July 22, 2025.

    En associant un objectif militaire à chaque acte de tuerie, les Israéliens de tous bords pouvaient participer au massacre sans s’interroger sur la moralité de leurs actes.

    Quelques mois après le 7 octobre, je me suis inscrit à un cours d’introduction au génocide à l’Université ouverte d’Israël. Le conférencier a commencé le premier cours en nous disant - une vingtaine d’étudiants juifs-israéliens réunis sur Zoom - qu’à la fin du semestre, nous comprendrions exactement ce qu’implique un génocide et que nous serions capables d’expliquer pourquoi Israël ne commet pas de génocide à Gaza.

    En bref, son argument était le suivant : Israël détruit peut-être Gaza, mais ses actions sont motivées par des objectifs militaires et non par une « intention de détruire » un groupe spécifique « en tant que tel », comme le stipule la Convention sur le génocide. Sans cette intention, conclut-il, le terme de génocide ne s’applique pas. (...)

  • Gilles Deleuze et la Palestine
    https://lestempsquirestent.org/fr/numeros/numero-7/gilles-deleuze-et-la-palestine

    Nous évoquerons (...) les quatre éléments qui nous paraissent centraux dans l’analyse deleuzienne de ce conflit (une théorie de la colonisation, le parallèle avec les populations autochtones d’Amérique, le statut du génocide palestinien et l’instrumentalisation de l’antisémitisme). Enfin, nous esquisserons quelques pistes de réflexion plus contemporaines à partir de Deleuze, notamment concernant la victoire de ce qu’il appelle les « forces aveugles de la guerre » à laquelle nous sommes en train d’assister.

    edit "C’est un #génocide, mais où l’extermination physique reste subordonnée à l’évacuation géographique : n’étant que des Arabes en général, les #Palestiniens survivants doivent aller se fondre avec les autres Arabes. L’extermination physique, qu’elle soit ou non confiée à des mercenaires, est parfaitement présente. Mais ce n’est pas un génocide, dit-on, puisqu’elle n’est pas le “but final” : en effet, c’est un moyen parmi d’autres. " G. Deleuze, « Grandeur de Yasser Arafat », 1984.

    #Palestine #colonisation_de_dépeuplement #Gilles_Deleuze #Israël

    • En vertu de cette colonisation de « dépeuplement », une des grandes idées développées dans le texte de Deleuze et Sanbar est le parallèle historique entre le peuple palestinien et les populations précolombiennes massacrées par les colons européens lors de la conquête de l’Ouest. C’est ce qui explique que les Palestinien·nes soient assimilé·es dès le titre aux « Indien·nes », au sens des « Peaux-Rouges ». L’argument, qui naît de leurs conversations communes, a une portée heuristique mais également explicative. Dans les sciences politiques ou dans l’histoire des relations internationales, on explique généralement le soutien des États-Unis par une des quatre modalités suivantes : soit un argument géopolitique selon lequel Israël est un allié stratégique dans une région clef ; soit un argument militaire selon lequel Israël est un laboratoire pour tester des techniques de contre-insurrection ; soit un argument idéologique qui attribue au sionisme chrétien ou à l’AIPAC une influence importante sur le Congrès américain ; soit un argument moral qui prend acte des atrocités de la Shoah et se perpétue progressivement sur cette ligne. Bien que cette quadruple lecture, avec tous les niveaux d’enchevêtrement possibles, soit largement partagée, la thèse Sanbar/Deleuze est qu’en reconnaissant les crimes de guerre, les nettoyages ethniques ou les génocides des Palestinien·nes, les États-Unis devraient reconnaître leur propre histoire coloniale – et donc le génocide des Amérindien·nes. En effet, selon Sanbar et Deleuze, le parallèle entre l’histoire palestinienne et l’histoire américaine éclaire singulièrement le soutien des États-Unis à Israël  : contre les explications habituelles (et parfois tendancieuses) qui interprètent ce soutien par « la puissance d’un lobby sioniste », les auteurs avancent l’idée d’une « destinée commune » entre ces deux pays. La naissance de la jeune Nation américaine s’est faite avec le sang des Native Americans, massacres que les Américain·es se sont empressé·es de transformer en une lutte des « forces civilisationnelles » aux valeurs chrétiennes contre des sauvages dénués de toute morale, notamment par l’entremise d’un récit cinématographique suprémaciste. Selon Deleuze et Sanbar, les Américain·es voient donc dans le projet sioniste le miroir de la grandeur de leur Nation et de son histoire (blanche). L’interprétation deleuzienne rejoint les analyses décoloniales : Deleuze interprète le soutien américain non pas seulement comme un calcul politique, mais comme un choix structurel en lien avec la défense d’intérêts coloniaux et impériaux, et avec la réticence à reconnaître les violences foncières et ethniques subies par les Palestinien·nes. En ce sens, il met au premier plan la question de la justice historique et du droit international.

      #États-Unis #histoire_coloniale #suprémacisme #ethnocratie

  • VIDEO Gaza : le D9 israélien, un bulldozer de guerre au service de l’anéantissement de l’enclave
    https://www.lemonde.fr/videos/video/2025/10/16/gaza-le-d9-israelien-un-bulldozer-de-guerre-au-service-de-l-aneantissement-d


    Cette vidéo est très démonstrative du comment faire le génocide/urbicide en pratique
    Elle est sous #pay_wall . Je ne sais pas comment l’extraire, mais ça le vaut
    En particulier, les vidéos de conducteurs d’engins qui expriment toute à la fois leur enthousiasme de détruire ces bâtiments mais témoignent aussi du fait qu’il s’agit très clairement d’ordres venant d’en haut. Et plusieurs d’entre eux le justifient par la volonté de coloniser Gaza. Mais après on nous dira qu’il n’y a pas d’intentionnalité...

  • « Si le plan Trump est mis en œuvre, Gaza pourrait échapper au contrôle israélien pour la première fois depuis 1967 », Yezid Sayigh
    https://www.lemonde.fr/international/article/2025/10/12/si-le-plan-trump-est-mis-en-uvre-gaza-pourrait-echapper-au-controle-israelie


    Un véhicule militaire du côté israélien de la frontière avec la bande de Gaza, le 9 octobre 2025, après que Donald Trump a annoncé que l’Etat hébreu et le Hamas s’étaient mis d’accord sur la première phase d’un cessez-le-feu. AMMAR AWAD / REUTERS

    Ce plan consiste à déployer une force de sécurité internationale dans la bande de #Gaza, à placer ce territoire sous la tutelle d’un organe de gouvernance international et à relancer son économie, en l’ouvrant sur le reste du monde. Certains observateurs y voient un acte de reddition, un retour à l’époque du mandat britannique. L’implication dans ce projet de gens comme Tony Blair ou le gendre de [Donald] Trump, Jared Kushner, est évidemment source d’inquiétudes. Mais je préfère me concentrer sur les potentialités de ce plan. S’il est mis en œuvre de manière intégrale, alors Gaza pourrait devenir un territoire sous protection internationale. Un espace qui échapperait au contrôle israélien pour la première fois depuis 1967, avec lequel les pays reconnaissant l’Etat de #Palestine pourraient interagir et qui deviendrait, de facto, la première base territoriale de cet Etat.

    Bien sûr, je ne suis pas optimiste. Je pense que c’est précisément parce qu’ils ne veulent pas d’un tel scénario, que [le premier ministre Benyamin] Nétanyahou et ses alliés d’extrême droite vont chercher à empêcher la mise en œuvre de ce plan.

    https://justpaste.it/6gum5

    Un appel à la diplomatie internationale qui peut aussi s’entendre comme une invitation à contraindre les états concernés. Encore un effort pour être suisses ! https://seenthis.net/messages/1140193

    #Palestiniens #Hamas #Fatah

  • Defense Minister Says Israel Plans to Concentrate All Gaza’s Population in ’Humanitarian’ Zone Built on Rafah’s Ruins - Israel News - Haaretz.com
    https://www.haaretz.com/israel-news/2025-07-07/ty-article/.premium/defense-minister-israel-to-concentrate-all-gaza-population-in-rafah-humanitarian-zone/00000197-e56a-d1ad-ab97-e5ef764e0000

    Defense Minister Israel Katz said today (Monday) in a conversation with reporters that he has ordered the IDF to prepare a plan to establish a “humanitarian city” on the ruins of Rafah, where the entire population of the Gaza Strip will later be concentrated. According to Katz, the plan is to initially bring 600,000 Palestinians, mainly from the Mawasi area, into the “humanitarian city” that will be established. He said that the Palestinians will be admitted there after being inspected, and they will not be allowed to leave

    Le ministre de la Défense, Israël Katz, a déclaré aujourd’hui lors d’une conversation avec des journalistes qu’il avait ordonné à l’armée israélienne d’élaborer un plan pour établir une « cité humanitaire » sur les ruines de Rafah, où toute la population de la bande de Gaza sera ensuite concentrée. Selon Katz, le plan prévoit d’accueillir initialement 600 000 Palestiniens, principalement originaires de la région de Mawasi, dans la « cité humanitaire » qui sera créée. Il a précisé que les Palestiniens y seront admis après avoir été inspectés et qu’ils ne seront pas autorisés à en sortir.

  • Pour la première fois de ma vie, j’éprouve la honte d’être juif (...), une honte, inhabituelle dans la longue histoire de notre peuple, celle d’être complice d’un carnage. Jacob Rogozinski
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/02/05/jacob-rogozinski-qui-nous-pardonnera-si-nous-ne-parvenons-pas-a-demander-par

    Jacob Rogozinski, philosophe : « Qui nous pardonnera si nous ne parvenons pas à demander pardon pour ces crimes à Gaza ? »

    J’éprouve une grande joie à l’annonce de l’accord de cessez-le-feu à #Gaza et de la libération des otages israéliens. Mais ma joie se mêle à un sentiment très différent. Tout cela arrive très tard, beaucoup trop tard : tant de souffrances et de morts auraient pu être évitées ! Même si ce cessez-le-feu menait enfin à une paix durable, comment oublier que, pendant plus d’une année, [le premier ministre israélien] Benyamin Nétanyahou et son armée ont affamé et massacré des populations civiles ? Qu’ils ont détruit la plupart des habitations, des hôpitaux et des écoles de Gaza ; et que les membres les plus extrémistes de son gouvernement envisagent toujours une recolonisation de ce territoire et l’expulsion de ses habitants ?

    En agissant ainsi, la droite et l’extrême droite israéliennes ont pris tous les #juifs en otages, ceux d’Israël comme ceux de la #diaspora. Ils en ont fait les complices de leurs crimes et ils l’ont fait au nom du peuple juif, c’est-à-dire aussi « en mon nom ». Pour la première fois de ma vie, j’éprouve la honte d’être juif. Mais ce n’est pas la honte de jadis, la honte de ceux que l’on insultait, que l’on humiliait, que l’on parquait dans les ghettos : c’est une nouvelle sorte de #honte, inhabituelle dans la longue histoire de notre peuple, celle d’être complice d’un carnage.
    Fils de survivants de la Shoah, je suis né et j’ai vécu en paix en France, où je n’ai jamais été la cible ni même le témoin direct d’un acte ou d’une parole antisémite. Le désastre qui a anéanti tant des miens m’a été profitable : il m’a gratifié d’une robuste bonne conscience. Il m’a donné la certitude d’être toujours du bon côté, du côté des victimes de l’histoire, de ceux à qui l’on a fait tort, et cela m’a empêché de voir un autre tort dont j’étais malgré moi le complice.

    De l’indicible horreur de la Shoah était né l’Etat d’#Israël, refuge pour tous les juifs persécutés. Pour des survivants comme mes parents, cela signifiait que, peut-être, l’horreur n’allait plus recommencer. Ainsi, l’existence d’Israël était une bénédiction, et chacune de ses actions était bénie. Cela dispensait de s’interroger sur les injustices qui avaient précédé et suivi sa naissance.

    Je me suis rendu plusieurs fois en Israël. D’abord avec mes parents qui voulaient revoir leurs amis d’autrefois – ceux, peu nombreux, qui avaient survécu. Puis, adolescent, pour travailler à la récolte des fruits dans un kibboutz en Galilée. Et récemment encore, invité dans des universités. Je ne me suis jamais senti « chez moi » dans ce pays, et pourtant j’étais heureux d’y être, heureux d’en être. J’avais l’impression de participer – sans en payer le prix – à l’exaltante aventure des pionniers qui, m’avait-on appris, avaient « fait refleurir le désert ».

    Demander pardon

    Je ne savais pas, je ne voulais pas savoir que cette terre n’avait jamais été déserte ; qu’elle appartenait déjà à un autre peuple et qu’il en avait été dépossédé ; que la création de l’Etat avait forcé à l’exil des centaines de milliers d’hommes et de femmes ; que cette injustice avait entraîné toujours plus d’injustices, toujours plus de violence. Je ne voulais pas voir que, peu à peu, David s’était métamorphosé en Goliath. La passion de l’ignorance est une puissante passion, et elle est encore plus scandaleuse lorsqu’elle concerne celui qui se prétend « philosophe ».

    A la différence d’autres religions, le judaïsme accorde plus d’importance à la pratique qu’à la croyance, ce qui permet de prier sans être forcément « croyant ». A la jeune Hannah Arendt qui déclarait à un rabbin qu’elle avait « perdu la foi », celui-ci lui avait répondu : « Qui vous a demandé d’avoir la foi ? » Mon père se disait « anarchiste et athée » (et, au grand scandale de ses amis, il affirmait que les #Palestiniens avaient le droit d’avoir leur Etat). Cela ne l’empêchait pas d’être le chantre de notre petite communauté et, les jours de fête, de chanter les prières en pleurant. Je devais avoir 10 ans quand j’ai osé lui demander pourquoi il priait, alors qu’il se disait athée. Il m’a répondu : « Je prie pour les morts. » Devenu adulte, j’ai décidé de suivre son exemple. Il me semblait possible de m’adresser à un Autre, sans savoir s’il existait quelque part et s’il entendrait ma voix.

    Cette année, j’ai cessé de le faire. Comment demander pardon pour nos fautes en priant avec ceux qui approuvent un massacre ? Pour invoquer l’Autre, un juif doit le faire avec d’autres juifs – au moins dix d’entre eux – parce que leur invocation est celle d’un peuple qui renouvelle son alliance chaque fois qu’il s’adresse à son Dieu. C’est ce peuple qui fait défaut aujourd’hui.

    Agression féroce

    Faire défaut est plus grave que commettre une faute, car celui qui commet cette faute peut le reconnaître, tôt ou tard, et demander pardon, alors que celui qui fait défaut ne peut même pas se reconnaître comme l’auteur d’une faute. C’est ce qui arrive désormais à une très grande partie des Israéliens. « Pour nous, disent-ils, c’est tous les jours le 7-Octobre » : pour eux, certes, mais aussi pour les civils palestiniens innocents que leur armée a massacrés. L’agression féroce qu’a subie Israël l’a aveuglé, anesthésié, privé de tout sens éthique, de toute empathie envers les autres victimes de cette guerre. C’est en cela que ce peuple fait défaut.

    Est-ce moi qui ai « trahi » mon peuple en protestant contre le carnage, comme on me l’a reproché, ou est-ce ce peuple qui s’est trahi lui-même ? « Lo-’Ammi », « pas mon peuple » : une voix avait commandé à Osée, un prophète des temps bibliques, de nommer ainsi son fils. Ce qui veut dire, lui déclare cette voix : « Vous n’êtes pas mon peuple et je ne suis pas votre Dieu. Mais un jour viendra, poursuit la voix, où je pardonnerai, où je dirai à Pas-mon-peuple : “Tu es mon peuple” et il me répondra : “Mon Dieu”. »

    Qui prophétisera pour nous aujourd’hui ? Qui nous pardonnera ces dizaines de milliers d’hommes, de femmes et d’enfants affamés, mutilés, tués, si nous ne parvenons pas à demander pardon pour ces crimes ? Si j’arrive à prier de nouveau, je prierai pour un peuple à venir, un peuple qui soit digne de l’alliance.

    Jacob Rogozinski est professeur émérite à la faculté de philosophie de Strasbourg. Il est notamment l’auteur de « Moïse l’insurgé » (Ed. du Cerf, 2022) et « Inhospitalité » (Ed. du Cerf, 2024).

  • Plus de 250 parlementaires de 17 pays de l’Union européenne appellent à la suspension de l’accord d’association UE-Israël
    jeudi 23 janvier 2025 - Association France Palestine Solidarité
    https://www.france-palestine.org/Plus-de-250-parlementaires-de-17-pays-de-l-Union-europeenne-appell

    Communiqué de la Coordination européenne des comités et associations pour la Palestine dont l’AFPS est membre
    Plus de 250 parlementaires de 17 pays de l’Union européenne appellent à la suspension de l’accord d’association UE-Israël

    Plus de 250 parlementaires de 17 pays de l’UE appellent à la suspension de l’accord d’association UE-Israël, citant les violations par Israël de l’article 2, la clause dite des « droits humains » du traité. La France et ses parlementaires ont joué un rôle moteur dans l’aboutissement de cette lettre, en réunissant 99 signataires issu.es de 9 groupes parlementaires, au Sénat, à l’Assemblée Nationale et au Parlement Européen. (...)

    https://www.france-palestine.org/IMG/pdf/lettre_parlementaires_commission_europeenne.pdf

  • Amos Goldberg, historien israélien : « Ce qui se passe à Gaza est un génocide, car Gaza n’existe plus »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/10/29/amos-goldberg-historien-israelien-ce-qui-se-passe-a-gaza-est-un-genocide-car

    Amos Goldberg, historien israélien. YANN LEGENDRE
    L’historien Amos Goldberg, titulaire de la chaire Jonah M. Machover d’études sur la Shoah à l’Université hébraïque de Jérusalem, a publié, en avril, dans le magazine en ligne Local Call (Siha Mekomit en hébreu), un article accusant Israël de commettre un « génocide » à Gaza. Il s’en explique dans un entretien au « Monde ».

    En avril, vous avez accusé votre pays de commettre un « génocide » à Gaza. Comment en êtes-vous arrivé à cette conclusion, six mois après le début de la guerre ?
    Cela m’a pris du temps. Le 7-Octobre a été un choc, une tragédie, une attaque horrible. Cela a été douloureux et criminel, d’une magnitude telle que nous n’en avions jamais connue. Quelque 850 civils [1 200 personnes au total] ont été tués en un jour. Des hommes, des femmes, des enfants, et même des bébés et des personnes âgées ont été pris en otage. Des kibboutz ont été totalement détruits. Puis les témoignages ont commencé à affluer sur la cruauté de l’attaque, les violences sexuelles, les destructions commises par le Hamas. Je connais personnellement des gens, certains très proches, qui ont été touchés. Il y en a qui ont été tués, d’autres ont été pris en otage, certains ont tout juste survécu. Je n’avais pas les mots pour expliquer cet événement, pour le digérer, pour en faire le deuil. C’était révoltant, traumatisant, personnel.

    Je comprenais bien le contexte de l’occupation, de l’apartheid [en Cisjordanie], du siège [de Gaza], mais, même si cela pouvait expliquer ce qu’il se passait, cela ne pouvait pas justifier de telles atrocités. Immédiatement après l’attaque, les bombardements israéliens massifs ont commencé et, en quelques semaines, des milliers de civils gazaouis sont morts. Et il n’y avait pas seulement les bombardements. Une rhétorique génocidaire est apparue et a dominé dans les médias, l’opinion publique et la sphère politique : « Nous devons les supprimer [les Palestiniens], ce sont des animaux humains » [Yoav Gallant, ministre de la défense, le 10 octobre 2023] ; « C’est toute une nation qui est responsable » [Isaac Herzog, président d’Israël, le 14 octobre 2023] ; « Nous devrions larguer une bombe nucléaire sur Gaza » [Amichai Eliyahu, ministre du patrimoine, le 5 novembre 2023] ; « C’est la Nakba de Gaza 2023 » [Avi Dichter, ministre de l’agriculture, le 11 novembre 2023, en référence au déplacement forcé et à l’expulsion de 700 000 Palestiniens, pendant la guerre de 1948, après la création d’Israël]. Ces propos étaient tellement choquants que, pour cela non plus, je n’avais pas de mots.

    Lire aussi | Article réservé à nos abonnés L’accusation de génocide à Gaza, une épreuve sans précédent pour la justice internationale

    En janvier, j’ai signé une lettre, avec 50 autres universitaires spécialistes de la Shoah et des études juives, demandant à Yad Vashem [Institut international pour la mémoire de la Shoah, à Jérusalem] de condamner les discours, explicites ou implicites, qui, en Israël, appelaient au génocide à Gaza. Si ce n’est pas quelque chose que nous avons appris de la Shoah, alors qu’avons-nous appris ? Un des premiers textes adoptés par Israël à sa création fut la convention sur le génocide [le 9 décembre 1948]. Dont l’une des clauses précise que le génocide n’est pas uniquement constitué des crimes commis, mais aussi des incitations à les commettre. Et c’était clairement le cas. Yad Vashem a refusé de condamner ces discours.

    Alors j’ai commencé à écrire, comprenant qu’un immense désastre humain et politique se déployait sous nos yeux. En avril, j’ai écrit, en hébreu : « Oui, c’est un génocide. » Le texte a été traduit en anglais et lu par beaucoup à travers le monde.

    Comment en êtes-vous arrivé à cette accusation contre un pays qui, comme vous le rappelez, fut « créé en réponse à la Shoah » ?
    Tout d’abord, je tiens à dire que c’est extrêmement douloureux, car j’accuse ma propre société, je m’accuse moi-même. Je lutte contre l’occupation et l’apartheid depuis des années, et je sais qu’Israël a commis des crimes dans les territoires occupés, mais je n’aurais jamais imaginé que nous puissions atteindre un tel bain de sang et une telle cruauté, même après le 7-Octobre.

    Il existe une définition légale du génocide que les Nations unies ont adoptée dans la convention sur le génocide, et, même si je ne suis pas un expert en droit, de nombreux juristes à travers le monde sont convaincus qu’Israël a franchi le seuil du génocide, et je suis d’accord avec eux. En janvier, la Cour internationale de justice [CIJ] a affirmé que l’accusation de génocide était « plausible ». En mars, Francesca Albanese [rapporteuse spéciale des Nations unies pour les territoires occupés] concluait son rapport en indiquant qu’il y avait des fondements raisonnables de penser que le seuil indiquant qu’Israël avait commis un génocide avait été franchi. Plusieurs lettres ouvertes signées par des centaines d’universitaires, dont des juristes, ont émis les mêmes inquiétudes.

    A mes yeux, Israël a le droit absolu de se défendre après le 7-Octobre, mais il a surréagi de manière criminelle. Quel est le fondement du génocide ? Selon la convention sur le génocide, il s’agit de l’annihilation délibérée d’un groupe ou d’une partie d’un groupe national, ethnique, religieux ou racial. L’accent est mis sur la destruction du groupe, pas sur la mort de tous ses membres. Il n’est pas besoin de tuer tous les membres d’un groupe pour qu’il s’agisse d’un génocide. Ce qui est arrivé à Srebrenica, où « seuls » 8 000 hommes furent tués, a été reconnu comme un génocide par le Tribunal pénal international pour l’ex-Yougoslavie. Les Etats-Unis ont reconnu, en mars 2023, que ce que la Birmanie a fait aux Rohingya est un génocide, même si la plupart d’entre eux furent « seulement » expulsés et que « seuls » 10 000 d’entre eux ont été tués, selon le département d’Etat. Ces exemples diffèrent de la Shoah ou du génocide arménien, où il y eut une tentative de tuer tout, ou presque tout un groupe. Les Israéliens et beaucoup d’autres pensent que tous les génocides doivent ressembler à la Shoah, mais c’est faux.

    Ce qui se passe à Gaza est un génocide, car Gaza n’existe plus. Le territoire a été totalement détruit. Le niveau et le rythme de tueries indiscriminées touchant un nombre énorme de personnes innocentes, y compris dans des lieux définis par Israël comme des zones sûres, la destruction de maisons, d’infrastructures, de presque tous les hôpitaux et universités, les déplacements de masse, la famine organisée, l’écrasement des élites et la déshumanisation étendue des Palestiniens dessinent l’image globale d’un génocide.

    Donc, nous avons la destruction, l’intention et un modèle récurrent d’extrême violence contre les civils. Nous ne savons toujours pas ce que la CIJ décidera dans le dossier porté par l’Afrique du Sud contre Israël, mais si nous lisons Raphael Lemkin [1900-1959], le juriste juif polonais qui a forgé le terme et fut l’initiateur principal de l’instauration de la convention sur le génocide, c’est exactement ce qu’il avait en tête lorsqu’il parlait de génocide.

    Ce débat est-il possible en Israël ?
    Pas encore. Mais même si elles n’utilisent pas le terme de « génocide » et si elles ne pensent pas qu’un génocide est commis, un nombre croissant de personnes ont des doutes sur la logique et les objectifs de cette guerre. Beaucoup s’opposent à la poursuite de celle-ci, car elles comprennent que l’arrêter est une condition pour le retour des otages. Seule une petite minorité s’oppose à la guerre pour des raisons morales, mais il pourrait y avoir un peu plus d’espace pour des voix isolées comme la mienne ; toutefois, il se peut que je sois démenti.

    La guerre doit cesser. Maintenant. Etendre la guerre au Liban est désastreux pour les deux camps. Il s’agit d’une condamnation à mort pour les otages et pour des milliers de personnes dans la région.

    La violence de l’Etat et des colons en Cisjordanie est toujours aussi cruelle et mortelle. Israël n’a aucune solution à aucun de ces problèmes, si ce n’est la force brutale. La seule solution, qu’Israël refuse, est de reconnaître les Palestiniens et leurs droits. Nous ne pouvons pas attendre la décision de la CIJ. Pour les Palestiniens de Gaza, pour les Israéliens, pour le peuple libanais et pour les otages, cela va être trop tard. Lorsque l’on a autant de preuves, nous devons prendre le risque de dire que l’on est face à un génocide, avant même la décision de justice, sinon quel est l’intérêt d’avoir étudié la notion de génocide, si c’est pour dire seulement de manière rétroactive : « Ah oui, il s’agissait bien d’un génocide » ? C’est ainsi que l’histoire jugera ce qui est en train de se passer.

    Je pense qu’il y a de bonnes chances pour que la CIJ reconnaisse que le crime de génocide ou tout au moins des actes génocidaires, tels que l’attaque sur l’hôpital Al-Shifa ou le fait d’affamer délibérément des centaines de milliers de personnes, ont été commis. Et pour ceux qui ne pensent pas qu’il s’agit d’un génocide, je voudrais ajouter : le fait est, sans aucun doute, que de graves crimes de guerre et des crimes contre l’humanité ont été commis. C’est déjà grave !

    Depuis le 7-Octobre, des peurs existentielles ont été réactivées des deux côtés : la Shoah pour les juifs, la Nakba pour les Palestiniens. Sont-elles justifiées ?
    Il n’y a pas de symétrie. Il ne s’agit pas d’un holocauste pour les juifs, car Israël a l’une des armées les plus puissantes au monde. Israël a subi un immense coup, mais il ne s’agit pas d’une menace comparable à la Shoah. Pour les Palestiniens, la Nakba est en cours depuis 1948. Et il faudra des générations pour se remettre de ces attaques sur Gaza.

    Il s’agit en effet d’une seconde Nakba. Les Palestiniens traversent une situation très traumatisante, qui menace leur existence même. Nous, les Israéliens, traversons aussi une situation très traumatisante, mais, selon moi, [nous ne sommes] pas [face à] une menace existentielle.

    La violence des crimes commis le 7-Octobre est sans précédent. L’ampleur de la riposte israélienne aussi. Comment expliquer cette déshumanisation dans les deux camps ?
    Je ne suis pas un spécialiste de la société palestinienne. Je ne peux répondre sur ce point. Mais les guerres ont toujours provoqué la déshumanisation de l’autre camp. Et nous sommes en guerre depuis des décennies, depuis 1948. Israël ne peut justifier la Nakba, l’occupation, l’apartheid, et maintenant la guerre génocidaire à Gaza, sans déshumaniser les Palestiniens. Si nous reconnaissons qu’ils sont des êtres humains, nous ne pouvons pas leur faire subir cela. En raison de sa cruauté et de son ampleur épouvantable, le 7-Octobre a accéléré ce processus.

    En déshumanisant l’autre, vous vous autorisez à agir de manière inhumaine. Et ce phénomène est pire encore chez les jeunes. Plusieurs générations sont nées après 1967 et n’ont connu Israël que [comme un Etat] pratiquant l’occupation ; y compris moi-même, qui suis né en 1966. Mais, pour ceux nés après la deuxième intifada [2000-2005], l’idée de paix est totalement étrangère. Il n’y a même pas eu de discussions de paix ou de négociations sérieuses pendant leur âge adulte, un mur de séparation a été construit… Et, après tant d’années de gouvernements de droite, dirigés en partie par Benyamin Nétanyahou, vous voyez les conséquences.

    Il y a aussi l’idée qu’Israël est fort – du moins jusqu’au 7-Octobre –, aussi pourquoi devrait-il faire des concessions et renoncer à ses privilèges ? En 2018, Israël a instauré la loi sur l’« Etat-nation » [qui précise que le droit à l’autodétermination dans l’Etat d’Israël est réservé au peuple juif], un texte qui ne concerne que nous [les juifs]. Les Palestiniens ne font pas partie de la nation dont se revendique l’Etat et, par conséquent, ils seront toujours discriminés, même dans l’Etat d’Israël. Dans ce contexte, il est difficile pour les jeunes [juifs] d’humaniser les Palestiniens, et c’est une immense tragédie.

    Dans votre livre « The Holocaust and the Nakba. A New Grammar of Trauma and History », coécrit avec le politiste Bashir Bashir (Columbia University Press, 2018, non traduit), vous plaidez pour une empathie mutuelle entre Israéliens et Palestiniens. Est-ce toujours possible ?
    Avec mon ami Bashir Bashir, on suggère une vision : le « binationalisme égalitaire » dans lequel juifs et Palestiniens pourraient vivre ensemble entre « la rivière et la mer », sur la base d’une égalité totale, dans laquelle les deux jouiraient de tous leurs droits individuels. Aucun des deux camps ne jouirait de privilèges, comme c’est le cas aujourd’hui pour les juifs. Nous n’avons pas seulement besoin d’empathie, mais d’un « vacillement empathique » dans lequel votre empathie pour la souffrance de l’autre vous amène à reconsidérer vos propres fondamentaux. Dans ce bain de sang, de telles idées semblent de la science-fiction.

    Qu’attendez-vous des prochaines années ?
    Du sang, du sang, du sang. Je ne vois rien d’autre qu’un avenir terrible. Mais on doit s’accrocher à notre humanité partagée et espérer qu’un jour, qui n’est pas encore en vue, les choses changeront.

  • Karim Kattan, écrivain palestinien : « Pourquoi Gaza a-t-elle disparu derrière des sophismes, des approximations, des murmures désolés ? »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/10/08/karim-kattan-ecrivain-palestinien-pourquoi-gaza-a-t-elle-disparu-derriere-de

    Quel bien étrange paradoxe : #Gaza est partout et nulle part. Il est aussi courant de lire chaque jour le nombre de morts que de commenter les averses en automne. Phénomènes météorologiques, violence atmosphérique : la pluie est normale, et mourir amputé, torturé, affamé par les Israéliens à Gaza aussi. Nous redoutions ce moment mais le savions inévitable tant la mécanique du #racisme est prévisible : les gens s’y sont habitués. Les Israéliens comptaient-ils sur ça, sur l’effet du temps qui atténue l’horreur, facilite le consentement, habitue au pire ? Quoi qu’il en soit, la crise ne suscite plus le même intérêt. Gaza, champ de mort, la Palestine mutilée : dorénavant une normalité et non une urgence. Un aléa, non des crimes contre l’humanité. Une guerre, non des atrocités.

    En France, comme ailleurs, des controverses détournent l’attention. Chaque jour apporte sa petite polémique, où des représentants du pouvoir français s’indignent au sujet des propos tenus par Untel ou Untel et lancent des accusations en tout genre, peu caractérisées, expriment des indignations morales approximatives qui ne souffrent aucune démonstration. Le tout, souvent, pour taire la parole en soutien à la survie et la liberté des Palestiniens. On aurait rêvé qu’ils s’indignent avec au moins autant de ferveur au sujet des dizaines de milliers de victimes palestiniennes.

    Quant aux automatismes journalistiques que l’on aperçoit un peu partout – utilisation de la voix passive, de verbes approximatifs, déshistorisation, euphémismes –, ils viennent créer des ambiguïtés, rendre impersonnelles les atrocités, amoindrir les réalités de l’apartheid, de l’occupation, de la colonisation. C’est à se demander vraiment qui tue les #Palestiniens, dans quel but, et depuis quand.

    Les témoignages des citoyens, des journalistes, des médecins et des rares étrangers pénétrant dans l’enclave détruite mettent en lumière à quel point ce paysage discursif est défaillant. Ils montrent que l’enfer est là depuis près d’un an déjà. Même les soldats le décrivent, car ils sont fiers d’avoir créé cet enfer. Tout cela en dépit du black-out médiatique total imposé par Israël, qui s’assure qu’aucun journaliste étranger ne puisse pénétrer dans Gaza, à moins d’être escorté par l’armée.

    Démissions consenties

    Manière grossière, mais efficace, d’empêcher la production d’une iconographie directe de ses crimes – bien sûr, les Palestiniens la produisent chaque heure, mais on ne croit jamais entièrement ce que nous disons, nous soupçonnant toujours de mensonge et d’imprécision. Ce fait, qui conditionne la manière dont les nouvelles circulent ou non depuis Gaza, devrait être mentionné dans chaque article pour contextualiser les sources, leur absence ou leur fiabilité. Or, il est seulement rappelé de temps à autre, de façon incidente, jamais comme l’élément structurant de l’information en #Israël-Palestine.

    Pourtant, les instances internationales, les spécialistes, les chercheurs, les juristes alertent. Beaucoup affirment que tous les critères sont réunis et que nous faisons face à un risque de génocide – ce mot qui semble horrifier les politiciens plus que les réalités qu’il désigne. Certains disent même que ce génocide serait en cours. En tout cas, l’agression est si furieuse que Gaza est aujourd’hui le lieu au monde le plus dangereux pour les enfants.
    Où est Gaza ? Pourquoi a-t-elle disparu derrière des sophismes, des approximations, des murmures désolés ? C’est qu’on a consenti à bien des démissions avec nos mots.

    En plus de Gaza, d’autres ont disparu : où êtes-vous, mes pairs, mes collègues, mes amis – vous, les #écrivains ? Où est votre parole collective, vous, penseurs et faiseurs de mots ? Mes amis, auriez-vous perdu l’usage du langage, oublié comment vous organiser ? N’avez-vous pas vu qu’on détruit aussi les livres, qu’on décime les vôtres, qu’on rase vos lieux sacrés d’apprentissage, d’inspiration, d’oisiveté, de souvenir : bibliothèques, universités, ruelles, chambres, jardins ? Voici devant vous l’endroit où l’on vous assassine et mutile impunément ; où meurent le plus de gens qui écrivent et le plus d’enfants qui rêvent.

    Où sont vos têtes, vous si fiers de vos pensées ? Où sont vos plumes, vous qui vous épanchiez partout en cette rentrée littéraire ? Vous étiez partout, mais là, vous n’êtes pas. Où êtes-vous ?

    Gaza n’a pas disparu de l’esprit de tous, fort heureusement. On salue ceux qui se réunissent, ceux qui militent, qui écrivent et qui regardent ; les étudiants qui résistent face à des administrations hostiles ; les activistes, mais aussi les citoyens qui œuvrent pour la justice, et certains d’entre vous qui osent prendre la parole. Mais ces derniers sont rares : où êtes-vous ?

    La normalisation de l’horreur

    J’entends que la normalisation de l’horreur, le rétrécissement de l’empathie, est aussi un mécanisme de défense, pas seulement un processus sinistre. Toutefois, ces dernières semaines, j’ai commencé à soupçonner que l’on peut nommer et théoriser un nouveau principe organisateur : la haine des Palestiniens. C’est peut-être cela qui vous fait accepter l’anéantissement et l’invasion en vous contentant de vagues formules d’empathie. Vous n’utilisez pas les mots que vous maniez si aisément ailleurs : massacres, atrocités, crimes, car, au fond, vous trouvez que tout cela est dans l’ordre des choses.
    Alors, nous détestez-vous ? Comment pouvons-nous comprendre autrement votre attitude cette année passée ? On parle beaucoup de déshumanisation, mais ce préfixe « dé- » suggère qu’on nous aurait d’abord considérés comme humains et qu’au terme d’un processus nous aurions perdu ce statut. Je crains que vous n’ayez jamais considéré les Palestiniens comme des êtres humains.

    Je vous soupçonne désormais de cette haine. Certes, elle est nourrie d’islamophobie, de haine anti-arabe, de racisme, du substrat colonial qui charpente la pensée française. Certes, elle est passive, froide, nourrie d’indifférence. Mais elle est aussi, dans cette nouvelle séquence historique, une haine singulière des Palestiniens.
    C’est peut-être seulement ainsi que je peux m’expliquer votre démission intellectuelle, qui risque de devenir, chaque jour un peu plus, votre complicité. Contre toute attente, j’espère me tromper, mes amis. Je comptais sur vous. Je croyais en vous. Où êtes-vous ?

    Karim Kattan est un écrivain palestinien, né à Jérusalem et vivant en France. Son premier roman, « Le Palais des deux collines », est paru aux éditions Elyzad en 2021 et a reçu le Prix des cinq continents de la #francophonie la même année. Il vient de publier « L’Eden à l’aube » (Elyzad, 336 p., 21,50 €).

    #intellectuels

    • « Je vous soupçonne désormais de cette haine. Certes, elle est nourrie d’islamophobie, de haine anti-arabe, de racisme, du substrat colonial qui charpente la pensée française. Certes, elle est passive, froide, nourrie d’indifférence. Mais elle est aussi, dans cette nouvelle séquence historique, une haine singulière des Palestiniens.
      C’est peut-être seulement ainsi que je peux m’expliquer votre démission intellectuelle, qui risque de devenir, chaque jour un peu plus, votre complicité. Contre toute attente, j’espère me tromper, mes amis. Je comptais sur vous. Je croyais en vous. Où êtes-vous ? »

      Je ne m’y attendais pas chez cet auteur en particulier mais voilà un des symptômes de la brisure définitive (?) entre « nous » et les autres...

  • Omer Bartov, historien : « Israël va-t-il enfin comprendre que son pouvoir a des limites ? »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/10/07/omer-bartov-historien-israel-va-t-il-enfin-comprendre-que-son-pouvoir-a-des-

    Le premier ministre israélien, Benyamin Nétanyahou, martèle qu’il poursuivra la guerre à Gaza tant qu’Israël n’aura pas remporté de « victoire totale ». Il se refuse cependant, obstinément, à exposer les objectifs politiques de ce conflit. Faut-il en déduire qu’Israël fait la guerre sans stratégie claire ? Si cette guerre n’est pas la continuation de la politique par d’autres moyens, s’agit-il d’une guerre pour la guerre, d’une guerre absolue, d’une guerre d’anéantissement ? Ou bien Nétanyahou dissimule-t-il ses objectifs politiques pour ne pas torpiller l’argument selon lequel sa guerre est une guerre de défense légitime ?

    Selon maints observateurs, si Nétanyahou s’oppose à un accord sur un cessez-le-feu et à l’échange des otages contre des prisonniers palestiniens, c’est parce qu’il redoute que les ministres d’extrême droite Bezalel Smotrich et Itamar Ben Gvir, hérauts de l’occupation militaire et de la colonisation de la bande de Gaza, ne renversent son gouvernement. Une chute du gouvernement pourrait signifier la création d’une commission d’enquête sur la tragédie du 7-Octobre et la reprise du procès de Nétanyahou pour corruption. Avec pour conséquence que sa carrière politique pourrait prendre fin plus tôt que prévu et qu’il pourrait lui-même se retrouver derrière les barreaux. D’où sa volonté inébranlable de poursuivre la guerre à Gaza et l’offensive au Liban, à tout le moins jusqu’aux élections américaines du 5 novembre – dans l’espoir que Donald Trump soit réélu et qu’il tire pour lui les marrons du feu –, voire jusqu’aux prochaines élections israéliennes, programmées en octobre 2026.

    Ces enjeux immédiats ne doivent pas masquer le fait que Nétanyahou poursuit une stratégie à long terme, la même que celle menée depuis le début de sa longue carrière politique. Une stratégie qui, malgré quelques différences cruciales, a beaucoup en commun avec les politiques sionistes d’avant la création de l’Etat hébreu. Et qui est à l’origine de la crise actuelle. Ce n’est donc qu’en la remplaçant par un nouveau modèle politique que l’on peut espérer en finir avec cette « guerre de cent ans » qui oppose Israël aux Palestiniens et à leurs alliés.

    Dogmatisme idéologique et fanatisme religieux

    Au cœur de la vision du monde de Nétanyahou se trouve ainsi la conviction que la totalité d’Eretz Israel, la « terre d’Israël », qui couvre au moins les territoires compris entre le fleuve Jourdain et la mer Méditerranée, appartient aux juifs ; que la mission de l’Etat est de concrétiser leur droit historique et moral sur cette terre par un processus de #colonisation continue, en tirant parti de toutes les occasions politiques et militaires qui se présentent ; que la population palestinienne vivant sur ce territoire doit se plier à l’hégémonie israélo-juive ou, lorsque c’est possible, sous la pression ou la contrainte, partir.

    Alors que le #sionisme signifiait, à ses débuts, différentes choses pour différentes personnes et que, lors du mandat britannique en Palestine [1923-1948], une minorité de sionistes se montraient favorables à la coexistence des Palestiniens et des juifs, l’intensification de la résistance palestinienne à la colonisation juive, qui s’est accompagnée d’éruptions périodiques de violences intercommunautaires, a marginalisé les voix les plus conciliantes. Pendant la guerre israélo-arabe de 1948, l’expulsion de la majorité des Palestiniens de ce qui est devenu l’Etat d’Israël, puis la décision d’interdire leur retour, tout cela sous le commandement du premier ministre socialiste David Ben Gourion, ont été applaudies par une grande partie, si ce n’est la vaste majorité des juifs israéliens : le rêve d’établir un Etat majoritairement juif se réalisait enfin.

    Vingt ans plus tard, en 1967, la stupéfiante victoire d’Israël lors de la guerre des Six-Jours a été vécue par la plupart des Israéliens comme la réalisation d’un autre rêve encore : établir une domination juive sur les terres « historiques » de l’Israël biblique, qui incluent Jérusalem réunifiée, Naplouse et Hébron. Fondé peu après, le Mouvement pour le #Grand_Israël a recruté de nombreux membres des élites intellectuelles et académiques auparavant ancrées à gauche. Malgré des déclarations diverses et variées sur « l’échange de terres contre la paix », Israël dans son ensemble s’est vite habitué à régner sur la totalité du territoire, tout en « gérant » l’occupation de ses habitants palestiniens. Et le projet de colonisation de la Cisjordanie a pris de l’ampleur, avant même que la droite n’accède pour la première fois au pouvoir, en 1977.

    Les responsables travaillistes israéliens ont toujours été conscients des ressources économiques, militaires et politiques limitées du pays. Bien avant la création d’un Etat, ils s’employaient à prendre possession des terres progressivement, avec pragmatisme – « acre par acre », disait un slogan. Mais ces dernières décennies, et en particulier depuis Nétanyahou, un nouveau cocktail de dogmatisme idéologique et de fanatisme religieux est apparu. La population israélienne s’est droitisée, notamment en réaction à la vague d’attentats-suicides de la seconde Intifada [2000-2005] ; l’influence de factions de plus en plus messianiques au sein du mouvement de colonisation s’est également accrue ; et le segment laïque et progressiste de la société a perdu du terrain, en butte à des critiques de plus en plus acerbes.

    Régime colonial

    Un demi-siècle d’occupation menée derrière des murs et des clôtures, à travers des routes de contournement et des postes de contrôle, a accoutumé la population juive à ignorer l’oppression d’une population ne vivant qu’à quelques kilomètres d’elle. Cette normalisation de l’occupation s’est accompagnée de la diabolisation de la résistance, de la lente plongée de l’oppresseur et de l’opprimé dans la barbarie, et de l’exacerbation de la corruption morale résultant inévitablement d’un régime colonial.

    Le massacre du 7 octobre 2023 perpétré par le Hamas en Israël a fait voler en éclats le modèle d’un #apartheid « géré » en Cisjordanie, qui ne dit pas son nom, et d’une annexion rampante. Non seulement les #Palestiniens sont de nouveau apparus comme des ennemis redoutables, mais ils sont aussi parvenus à convaincre certaines parties de la région de leur venir en aide. La vision du monde de Nétanyahou n’a pas changé d’un iota et, au sein de sa coalition nationaliste religieuse, le fanatisme de ses partenaires n’a fait qu’aller croissant. Pour Nétanyahou, outre mettre en péril sa survie personnelle, la fin de la guerre exposerait au grand jour la vacuité de la tactique à laquelle il s’adonne depuis des dizaines d’années : assurer la faiblesse de l’Autorité palestinienne et la survie du Hamas, car cette faiblesse et cette survie constituent son plus solide argument contre la négociation d’un accord.

    Quand la guerre sera finie, il faudra élaborer une politique de réconciliation entre Israéliens et Palestiniens. Or, les extrémistes de l’actuel gouvernement considèrent le 7-Octobre non pas comme une catastrophe, mais comme l’occasion d’accomplir enfin leur objectif d’#annexion et de #nettoyage_ethnique, qu’importent le sang versé et la dégradation de l’image de l’Etat hébreu sur la scène internationale, car Dieu est avec eux.

    Est-il possible de stopper cette course à l’abîme ? Israël va-t-il enfin comprendre que son pouvoir a des limites ? Je ne pense pas qu’un changement puisse venir de l’intérieur. En revanche, une intervention internationale soigneusement planifiée a, à l’heure actuelle, de meilleures chances d’aboutir à un changement de paradigme qu’à tout autre moment depuis la fin de la guerre du Kippour [du 6 au 24 octobre 1973], voire plus. Chaque jour, Israël perd un peu de sa force militaire, économique, sociale et politique. Les Palestiniens, trahis par leurs dirigeants, sont victimes d’une politique de destruction systématique à Gaza, mais aussi en Cisjordanie. L’expansion actuelle de la guerre au Liban, où les forces d’invasion de Tsahal [l’armée israélienne] risquent de s’enliser comme cela s’est produit dans le passé, et la menace croissante d’une guerre totale avec l’Iran rendent une intervention internationale encore plus urgente.

    Le moment est venu pour les leaders du monde d’agir, pour leurs propres intérêts, pour éviter l’explosion de troubles nationaux et une situation de chaos international. En ces jours, si des puissances comme la France, l’Allemagne, l’Espagne et le Royaume-Uni menaient des actions sous la houlette des Etats-Unis, celles-ci pourraient rapidement transformer les opinions publiques de la région, en proie à un sentiment d’impuissance et au désespoir.

    Le coût de l’inaction

    Les étapes nécessaires pour y parvenir ont déjà été clairement exposées, mais elles n’ont jamais été mises en œuvre avec la détermination requise. Dans un premier temps, il faut un cessez-le-feu immédiat à Gaza, suivi de l’échange des otages contre des prisonniers et du départ de Tsahal de la bande de Gaza, sous la menace d’un embargo sur les armes. En l’absence des livraisons continues d’armes en provenance des Etats-Unis et d’Europe, en effet, Israël ne peut se battre pendant plus de quelques semaines. Tout cela doit mettre un terme aux affrontements avec le Liban et apaiser les tensions avec l’Iran.

    Dans un deuxième temps, une force internationale principalement arabe prendra le pouvoir dans la bande de Gaza et les dirigeants du Hamas s’exileront. Troisièmement, la pouvoir sera progressivement transféré à l’Autorité palestinienne, qui devra être pilotée par de nouveaux dirigeants.

    Dernière étape, cruciale pour l’ensemble du processus : Israël et l’Autorité palestinienne entameront des négociations, sous l’égide de la communauté internationale et des principaux Etats arabes, afin d’élaborer des plans de partage des territoires, dans l’idéal dans le cadre d’une confédération de deux Etats souverains.

    Si cette dernière phase ne manquera pas d’être longue et ardue, elle a des chances de bénéficier du soutien croissant des juifs israéliens et des Palestiniens, et d’affaiblir les extrémistes. Reste que rien de tout cela ne pourra se faire sans une pression politique ferme et constante. Il y aura un prix à payer en politique intérieure, mais, pour les dirigeants qui prendront ce risque, les bénéfices politiques à long terme seront plus importants. Le coût de l’inaction serait d’ailleurs bien plus élevé. Israël pourrait devenir un véritable Etat d’apartheid, et donc un handicap permanent pour ses soutiens occidentaux et la cause de violences continues dans la région.

    Pour ceux qui se soucient véritablement de l’avenir d’#Israël et ne supportent plus de rester les bras croisés pendant que les Palestiniens se font massacrer, l’heure est venue de faire pression sur les gouvernements pour qu’ils agissent, au nom des droits humains et de l’ordre international.

    Traduit de l’anglais par Valentine Morizot
    Omer Bartov est un historien israélien, spécialiste de la seconde guerre mondiale et de la Shoah. Professeur à l’université Brown (Rhode Island), il est l’auteur, entre autres, de L’Armée d’Hitler. La Wehrmacht, les nazis et la guerre (Hachette, 1999) et Anatomie d’un génocide. Vie et mort dans une ville nommée Buczacz (Plein Jour, 2021).

  • La gestation d’un système de sanctions contre les colons israéliens de Cisjordanie
    https://www.lemonde.fr/international/article/2024/07/20/la-gestation-d-un-systeme-de-sanctions-contre-les-colons-israeliens-de-cisjo


    Un enclos installé par des colons pour y planter des arbes, signe d’un projet de construction d’une nouvelle colonie illégale sur les terres du village bédouin de Mouarrajat (Cisjordanie), le 25 mai 2024.
    VIRGINIE NGUYEN HOANG/HUMA POUR « LE MONDE »

    Quelques dizaines de personnes et d’entités, qui contribuent à l’expulsion des Palestiniens en Cisjordanie, ont été sanctionnées depuis le début de l’année, à l’initiative des Etats-Unis, de l’Union européenne et de la France. D’une portée pour l’instant limitée, ces mesures enclenchent des mécanismes et établissent des précédents, qui inquiètent l’Etat hébreu.

    La décision rendue par la Cour internationale de justice, vendredi 19 juillet à La Haye, qui juge « illicite » l’occupation des territoires palestiniens, promet d’alimenter la réflexion de Washington, de l’Union européenne (UE) et de plusieurs Etats ayant commencé à imposer des sanctions contre des citoyens et des organisations israéliennes, impliqués dans les violences de la colonisation. Ces mesures punitives, dont les plus récentes ont été prises par l’Union européenne le 15 juillet ont été impulsées en décembre 2023 par l’administration américaine de Joe Biden.

    Encore symboliques et réversibles, touchant des dizaines d’individus sans grande autorité et une poignée d’entités, elles n’en brisent pas moins « un tabou » selon un diplomate européen, pour qui « en discuter sérieusement n’était pas même envisageable il y a deux ans ». Aussi fragiles soient-elles, elles enclenchent des mécanismes, posent des précédents juridiques et ouvrent un champ de possibles, qui préoccupent les autorités israéliennes. « Avec les avancées des cours de la justice internationale et ces vagues de sanctions, Israël risque de plus en plus concrètement de se voir assimilé à un Etat paria », résume un autre diplomate européen.

    #paywall

    • Un décret pris par le président Joe Biden en février permet à l’administration de sanctionner des individus et des entités en #Israël, sans passer par le Congrès, pour violences, mais aussi pour avoir contribué à déstabiliser la #Cisjordanie et accaparé de terres palestiniennes. Fort de ce levier juridique, son administration adopte un nouveau train de #sanctions régulièrement, à quelques mois d’intervalle, de manière planifiée et avec des conséquences concrètes : en raison de leurs transactions en dollars, les banques israéliennes, où les personnes et les entités mises sous sanctions disposent de comptes, sont obligées de geler ces avoirs.

      Un levier de pression

      En juin, deux patrons de fermes israéliennes, parmi des dizaines implantées depuis 2017 dans de vastes zones reculées de Cisjordanie, ont ainsi été visés. Ces #colonies_agricoles contribuent au déplacement forcé de Bédouins, à l’ombre de la guerre à Gaza. Ces hommes ont été sanctionnés pour des faits de violences, mais également pour #accaparement_de_terres.

      Une #jurisprudence se construit ainsi, ouvrant la voie à des sanctions contre des organisations plus importantes, voire des responsables politiques. Avant la présidentielle américaine de novembre, plusieurs nouvelles cibles sont évoquées par des sources diplomatiques et des experts : en premier lieu, Regavim, organisation impliquée dans l’implantation des fermes et la destruction de bâti palestinien, ainsi que d’infrastructures financées par l’UE (écoles, panneaux solaires).

      Autre objectif plus ambitieux : fin juin, le Canada a été le premier à sanctionner Amana, la principale entreprise israélienne de BTP en Cisjordanie, matrice du mouvement des #colons, dirigée par Ze’ev « Zambish » Hever. En avril, des fuites dans la presse américaine ont aussi évoqué la possibilité de sanctionner Bezalel Smotrich, le ministre des finances et ministre de tutelle de la Cisjordanie au sein du ministère de la défense, qui a fait de l’annexion pure et simple des territoires la politique officielle du gouvernement israélien.

      Washington a tenté d’user de ces sanctions, prises en parallèle à ses #livraisons_d’armes à Israël, comme d’un levier de pression sur la conduite de la guerre à Gaza. La manœuvre n’a guère eu de succès, mais elle ne se réduit pas à cet objectif, tout comme elle ne peut se résumer à un simple geste envers les électeurs d’origine arabe du Michigan, Etat-clé pour la présidentielle de novembre.

      L’élaboration de ces mécanismes de sanctions est aussi le fruit d’une réflexion sécuritaire, menée par l’armée et le département d’Etat, ce qui peut expliquer en partie pourquoi elle n’a suscité jusqu’ici que peu de critiques de la part des républicains. « Ils considèrent la colonisation comme le principal risque pesant sur la Cisjordanie, y compris pour Israël. Ils veulent renforcer les forces de sécurité de l’Autorité palestinienne, qui sont perçues par leurs proches comme des collaborateurs avec Israël et sont humiliés chaque fois que les colons entrent dans leurs villages », résume une source diplomatique occidentale.

      Côté européen, la France a joué un rôle moteur, aux côtés des Pays-Bas et de la Belgique, pour faire adopter deux petits paquets de sanctions par le Conseil de l’Europe depuis avril. Forcément unanimes, ces initiatives font elles aussi jurisprudence. En juillet, la France avait proposé de sanctionner Regavim. L’Allemagne s’y est opposée. La Hongrie et la République tchèque, chevaux de Troie de la droite israélienne en Europe, freinent aussi les ambitions.

      Cependant, l’UE a sanctionné Tzav 9, un groupement de coupeurs de routes, qui assaillent en Cisjordanie les camions de nourriture destinée à Gaza. Le cas d’Amana est également discuté, sans faire l’unanimité. L’entreprise contesterait fermement sa désignation devant les tribunaux de l’UE. La France a sanctionné elle-même 28 colons violents, sans les nommer.

      Louis Imbert (Jérusalem, correspondant)

      #Palestiniens #CIJ #État_paria

    • En Israël, sur les traces de « Zambish », le colon bâtisseur
      https://www.lemonde.fr/international/article/2020/06/11/en-israel-sur-les-traces-de-zambish-le-colon-batisseur_6042441_3210.html

      Ze’ev Hever, entrepreneur au passé terroriste, est le principal constructeur des colonies dans les territoires palestiniens. L’Etat israélien s’apprête à légaliser son « œuvre », en annexant une partie de la Cisjordanie à partir du 1er juillet [2020].

      Toute sa vie, le « roi » des colons israéliens, Ze’ev Hever, a attendu ce jour. Voilà trente ans que le patron d’Amana, l’entreprise de bâtiment des colons, construit en Cisjordanie occupée, peuplant de centaines de milliers de juifs son empire de caravanes et de pavillons à tuiles rouges.

      https://justpaste.it/4b563

  • Au Liban, l’Université américaine de Beyrouth [#AUB] renoue avec son vieil engagement propalestinien
    https://www.lemonde.fr/international/article/2024/06/15/au-liban-l-universite-americaine-de-beyrouth-renoue-avec-son-vieil-engagemen

    Le monde qui choisit une photo où il n’y a que des voilées, me rappelle la série sioniste montrant Beyrouth comme une zone de Daech.

    C’est la renaissance d’un vieux compagnonnage. Depuis le début de la guerre à #Gaza, lancée à la suite de l’attaque meurtrière menée par le Hamas dans le sud d’Israël, le 7 octobre 2023, la prestigieuse Université américaine de Beyrouth (AUB) est à la pointe, au #Liban, des initiatives universitaires en soutien aux #Palestiniens. Ce faisant, l’établissement de la rue Bliss renoue avec son riche passé militant, l’époque où il servait d’aiguillon à la mobilisation de l’intelligentsia arabe sur la question palestinienne.

  • Kenneth Stern, juriste américain : « Notre définition de l’antisémitisme n’a pas été conçue comme un outil de régulation de l’expression »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/05/21/kenneth-stern-juriste-americain-notre-definition-de-l-antisemitisme-n-a-pas-

    L’universitaire new-yorkais déplore, dans un entretien au « Monde », l’utilisation du concept d’antisémitisme à des fins politiques dans le cadre de la guerre Israël-Hamas.
    Propos recueillis par Valentine Faure

    Le juriste américain Kenneth Stern est directeur du Center for the Study of Hate de l’université de Bard (New York) et auteur de The Con­flict Over the Con­flict : The Israel/​Palestine Cam­pus Debate (University of Toronto Press, 2020, non traduit). Il a été le principal rédacteur du texte sur la définition de l’#antisémitisme de l’Alliance internationale pour la mémoire de l’Holocauste (IHRA), utilisée dans de nombreux pays, dont la France, où elle a été adoptée en 2019 par l’Assemblée nationale en tant qu’« instrument d’orientation utile en matière d’éducation et de formation et afin de soutenir les autorités judiciaires et répressives dans les efforts qu’elles déploient pour détecter et poursuivre les attaques antisémites ». Depuis plusieurs années, il s’élève contre le détournement de cette définition à des fins politiques, pour faire taire les propos critiques envers la politique du gouvernement israélien.

    Vous avez été le principal rédacteur de la définition de l’antisémitisme adoptée en 2016 par l’IHRA, une organisation intergouvernementale basée à Stockholm. Dans quel contexte est-elle née ?

    Après la deuxième Intifada [2000-2005], nous avons observé une nette résurgence de l’antisémitisme en Europe. Chargé de rédiger un rapport, l’Observatoire européen des phénomènes racistes et xénophobes [EUMC] a identifié un problème : ceux qui collectaient les données dans différents pays d’Europe n’avaient pas de point de référence commun sur ce qu’ils devaient inclure ou exclure de leurs enquêtes. Ils travaillaient avec une définition temporaire qui décrivait l’antisémitisme comme une liste d’actes et de stéréotypes sur les #juifs. Les attaques liées à #Israël – lorsqu’un juif est visé en tant que représentant d’Israël – étaient exclues du champ de l’antisémitisme si l’agresseur n’adhérait pas à ces stéréotypes.

    En avril 2004, une école juive de Montréal a été incendiée en réaction à l’assassinat par Israël d’un dirigeant du Hamas. J’ai profité de l’occasion pour interpeller publiquement le directeur de l’EUMC sur le fait que, selon leur définition temporaire, cet acte n’était pas considéré comme antisémite. L’American Jewish Committee, où j’étais expert en matière d’antisémitisme, a pris l’initiative de travailler avec l’EUMC pour élaborer une nouvelle définition, dans le but principal d’aider les collecteurs de données à savoir ce qu’il faut recenser, à travers les frontières et le temps. Le texte liste onze exemples contemporains d’antisémitisme, parmi lesquels « la négation du droit du peuple juif à l’autodétermination » et l’application d’un traitement inégalitaire à Israël, à qui l’on demande d’adopter des comportements qui ne sont ni attendus ni exigés d’une autre nation. Les exemples reflètent une corrélation entre ces types de discours et le niveau d’antisémitisme. Il ne s’agit cependant pas de dire qu’il y a un lien de cause à effet, ou que toute personne tenant de tels propos devrait être qualifiée d’antisémite.

    Aujourd’hui, vous regrettez l’usage qui a été fait de ce texte. Pourquoi ?

    Depuis 2010, des groupes de la #droite_juive américaine ont tenté de s’approprier cette définition, de la marier aux pouvoirs conférés par le Title VI (la loi de 1964 sur les droits civils, qui protège contre la discrimination fondée sur la race, la couleur et l’origine nationale) et de l’utiliser pour tenter de censurer les discours propalestiniens sur les campus. En 2019, Donald Trump a signé un décret exigeant que le gouvernement analyse les plaintes pour antisémitisme en tenant compte de cette définition. Une violation du Title VI peut entraîner le retrait des fonds fédéraux aux établissements d’enseignement supérieur. Au moment de l’adoption de ce décret, Jared Kushner, le gendre de Trump, a clairement indiqué son objectif dans une tribune au New York Times : qualifier tout #antisionisme d’antisémitisme.

    Or, notre définition n’a pas été conçue comme un outil de régulation de l’expression. Sur les campus universitaires, les étudiants ont le droit absolu de ne pas être harcelés ou intimidés. Mais il est acceptable d’être dérangé par des idées. Nous ne voudrions pas que la définition du #racisme utilisée sur les campus inclue l’opposition à la discrimination positive ou à Black Lives Matter, par exemple. L’université est censée être un lieu où les étudiants sont exposés à des idées, où ils apprennent à négocier avec la contradiction, etc. Nous devons être en mesure de répondre et d’argumenter face à ces discours.

    Lors de son témoignage au Congrès sur l’antisémitisme, dans le contexte de manifestations propalestiniennes sur les campus américains, à la question de savoir si « appeler au génocide des juifs violait le règlement sur le harcèlement à Harvard », Claudine Gay, qui était alors présidente de cette université, a répondu que « cela peut, en fonction du contexte ». Comment comprendre cette réponse ?

    Les universités, publiques comme privées, sont tenues de respecter le premier amendement, qui garantit la #liberté_d’expression. La distinction générale du premier amendement est la suivante. Je peux dire : « Je pense que tous les “X” devraient être tués » ; je ne peux pas crier cela si je suis avec un groupe de skinheads brandissant des battes et qu’il y a un « X » qui marche dans la rue à ce moment-là. La situation doit présenter une urgence et un danger. Il y a une distinction fondamentale entre le fait d’être intimidé, harcelé, discriminé, et le fait d’entendre des propos profondément dérangeants. David Duke [homme politique américain, néonazi, ancien leader du Ku Klux Klan] a été vilipendé, mais pas sanctionné, lorsque, étudiant dans les années 1970, il disait que les juifs devraient être exterminés et les Noirs renvoyés en Afrique, et qu’il portait même un uniforme nazi sur le campus. S’il avait été renvoyé, il serait devenu un martyr du premier amendement.

    La suspension de certaines sections du groupe des Students for Justice in Palestine [qui s’est illustré depuis le 7 octobre 2023 par ses messages de soutien au Hamas] est profondément troublante. Les étudiants doivent pouvoir exprimer des idées, si répugnantes soient-elles. La distinction que j’utilise ne se situe pas entre les mots et l’acte, mais entre l’expression (qui peut se faire par d’autres moyens que les mots) et le harcèlement, l’intimidation, les brimades et la discrimination, qui peuvent se faire par des mots également – de vraies menaces, par exemple. En d’autres termes, oui, cela dépend du contexte. Claudine Gay [qui a démissionné depuis] avait donc raison dans sa réponse, même si elle s’est montrée sourde au climat politique.

    Comment analysez-vous la décision de la présidente de Columbia, suivie par d’autres, d’envoyer la police pour déloger les manifestants propalestiniens ?

    La décision de faire appel à la police aussi rapidement n’a fait qu’enflammer la situation. Les campements ont probablement violé les règles qui encadrent le droit de manifester sur le campus. Mais faire appel à la police pour arrêter des étudiants devrait être, comme lorsqu’un pays entre en guerre, la dernière mesure prise par nécessité. D’autres #campus qui connaissent des manifestations similaires ont abordé le problème différemment, déclarant que, tant qu’il n’y a pas de violence ou de harcèlement, ils ne feront pas appel à la #police.

    Vous parlez de « zone grise » de l’antisémitisme. Qu’entendez-vous par là ?

    Dans sa forme la plus dangereuse, l’antisémitisme est une théorie du complot : les juifs sont considérés comme conspirant pour nuire aux non-juifs, ce qui permet d’expliquer ce qui ne va pas dans le monde. Mais voici une question plus difficile : « Où se situe la limite entre la critique légitime d’Israël et l’antisémitisme ? » Cette question porte davantage sur notre besoin de délimitations que sur ce que nous voulons délimiter. Nous voulons simplifier ce qui est complexe, catégoriser un propos et le condamner. L’antisémitisme, pour l’essentiel, ne fonctionne pas ainsi : on peut être « un peu » antisémite ou, plus précisément, avoir des opinions qui se situent dans la zone grise.

    La question la plus épineuse à cet égard demeure celle de l’antisionisme.

    Moi-même sioniste convaincu, je souffre d’entendre dire qu’Israël ne devrait pas exister en tant qu’Etat juif. Je comprends les arguments de ceux qui assurent qu’une telle conception est antisémite : pourquoi les juifs devraient-ils se voir refuser le droit à l’autodétermination dans leur patrie historique ? Mais l’opposition à l’idée d’un #Etat_juif est-elle intrinsèquement antisémite ? Imaginez un Palestinien dont la famille a été déplacée en 1948. Son opposition au sionisme est-elle due à une croyance en un complot juif ou au fait que la création d’Israël lui a porté préjudice, à lui et à ses aspirations nationales ? Et si vous êtes une personne qui s’identifie à la gauche et qui a décidé d’embrasser la cause palestinienne, est-ce parce que vous considérez que la dépossession des #Palestiniens est injuste, parce que vous détestez les juifs et/ou que vous voyez le monde inondé de conspirations juives, ou quelque chose entre les deux ?

    Certains #étudiants juifs sionistes progressistes se plaignent d’être exclus d’associations (de groupes antiracistes et de victimes de violences sexuelles, par exemple) par des camarades de classe qui prétendent que les sionistes ne peuvent pas être progressistes. Or il y a eu de nombreuses annulations d’intervenants perçus comme conservateurs et n’ayant rien à voir avec Israël ou les juifs, comme Charles Murray [essayiste aux thèses controversées] ou Ann Coulter [polémiste républicaine]. Le militant sioniste est-il exclu parce qu’il est juif ou parce qu’il est considéré comme conservateur ? L’exclusion peut être une forme de maccarthysme, mais n’est pas nécessairement antisémite. A l’inverse, certaines organisations sionistes, sur les campus et en dehors, n’autorisent pas des groupes comme Breaking the Silence ou IfNotNow – considérés comme trop critiques à l’égard d’Israël – à s’associer avec elles.

    La complexité du conflit israélo-palestinien, dites-vous, devrait en faire un exemple idéal de la manière d’enseigner la pensée critique et de mener des discussions difficiles…

    Pensez à l’articulation entre distorsion historique, antisionisme et antisémitisme. Le lien ancien entre les juifs et la terre d’Israël est un fondement essentiel du sionisme pour la plupart des juifs. Est-ce une distorsion historique que d’ignorer cette histoire, de considérer que le sionisme a commencé dans les années 1880 avec Herzl et l’#immigration de juifs européens fuyant l’antisémitisme et venant en Palestine, où les Arabes – et non les juifs – étaient majoritaires ? S’agit-il d’antisémitisme, au même titre que le déni de la Shoah, lorsque les antisionistes font commencer cette histoire à un point différent de celui des sionistes, à la fin du XIXe siècle, et omettent une histoire que de nombreux juifs considèrent comme fondamentale ? Un collègue de Bard, qui s’inquiétait de voir les étudiants utiliser des termes tels que « #colonialisme_de_peuplement », « #génocide », « sionisme », a décidé de mettre en place un cours qui approfondit chacun de ces termes. Je réserve le terme « #antisémite » aux cas les plus évidents. En fin de compte, la tentative de tracer des lignes claires ne fait qu’obscurcir la conversation.

  • « C’est inhumain » : témoignage d’une infirmière qui a soigné les blessés sous les bombes à Gaza
    https://www.youtube.com/watch?v=Zgh8TRvNEAU

    16 févr. 2024
    France 24 a rencontré Imane Maarifi, infirmière de retour de Gaza. Elle livre un témoignage glaçant et des vidéos qu’elle a tourné elle même avec son téléphone au sein de l’hôpital européen de l’enclave. « C’est inhumain, même les animaux on ne les soignerait pas comme ça », réagit elle.
    #Gaza #témoignage #Palestiniens

  • « Nous, Françaises juives et Français juifs, appelons à un cessez-le-feu immédiat et durable à Gaza »

    Après cinquante-sept années d’occupation accompagnée d’humiliations, d’expulsions de leurs maisons et de leurs terres, d’emprisonnements arbitraires, de meurtres multiples, d’implantation de colonies et d’échecs de différentes actions pacifiques, on peut comprendre que de nombreuses Palestiniennes et de nombreux Palestiniens refusent de condamner l’action du Hamas du 7 octobre en la considérant comme un acte légitime de résistance à la colonisation et au terrorisme d’Etat d’#Israël.

    On peut aussi comprendre qu’après les 1 200 meurtres, les viols, les violences sexuelles et l’enlèvement de près de deux cents otages, dont une majorité de civils, de nombreuses Israéliennes et de nombreux Israéliens soutiennent les actions meurtrières de l’armée en les considérant comme une réponse légitime aux actions du Hamas.

    Toutefois, nous condamnons tous ces actes terroristes.
    Ce n’est pas parce que juives et juifs que nous condamnons les actes terroristes et les crimes de guerre que constituent les meurtres, les viols, les violences sexuelles et les enlèvements de civils perpétrés par des commandos du Hamas. Ce n’est pas bien que juives et juifs que nous condamnons les actes terroristes et crimes de guerre que sont les bombardements, destructions et massacres massifs, en très grande majorité de femmes et d’enfants, commis par l’armée israélienne et les colons à Gaza et en Cisjordanie depuis plus de trois mois.

    C’est parce que nous sommes attachés à la dignité de toute personne humaine que nous les réprouvons, sans considérer que les Palestiniens ou les Israéliens seraient criminels ou terroristes par nature.

    Au nom de ce passé

    Cette condamnation n’est pas sans liens avec notre judéité, une composante parmi d’autres de nos identités multiples, un héritage familial qui rattache certains des signataires à l’histoire du génocide des juifs d’Europe. Une grande partie des familles de celles et ceux d’entre nous qui sont originaires d’Europe centrale et orientale a été assassinée par les nazis et leurs collaborateurs locaux au cours de la Shoah.

    Certains d’entre nous, de nos parents et de nos grands-parents ont survécu à la chasse aux juifs menée par la Gestapo et la police de Vichy. Refusant d’obéir aux injonctions à se déclarer juifs et à porter l’étoile jaune, ils ont choisi de résister, de se cacher et de cacher leurs enfants. Beaucoup parmi eux ont échappé à la mort grâce à la solidarité et à la désobéissance civile de Français non juifs qui les ont cachés au péril de leur propre vie, sans demander qui ils étaient, ni d’où ils venaient.

    C’est aussi au nom de ce passé que nous affirmons qu’il est illégitime et ignoble de justifier le massacre de dizaines de milliers de civils gazaouis et cisjordaniens au nom du génocide des juifs d’Europe, auquel le peuple palestinien n’a en rien participé. Avec beaucoup de juives et de juifs à travers le monde, y compris en Israël, nous dénions au gouvernement Nétanyahou et à ses soutiens le droit, en se prévalant de la Shoah, d’agir à #Gaza et en #Cisjordanie en notre nom et en celui de nos ancêtres.

    Pour autant, comprendre ce que ressentent les deux peuples, ce n’est ni excuser ni justifier les crimes de guerre. Rien n’excuse ni ne justifie le choix du Hamas de cibler délibérément des civils. Si nous soutenons le peuple palestinien quand il revendique, y compris par la lutte armée contre l’armée israélienne ou les colons armés, ses droits nationaux face à Israël, et auparavant contre le colonisateur britannique, cette juste fin ne légitime pas tous les moyens. L’histoire montre que ceux qui se livrent à de tels actes dans leur combat pour l’indépendance en arrivent ensuite à les reproduire contre leur propre peuple.

    A égalité de dignité et de droits

    Rien ne peut davantage excuser ni justifier le traitement par Israël des #Palestiniens comme des « animaux humains ». Rien ne peut justifier la destruction de maisons, d’hôpitaux, d’écoles, de routes, de quartiers voire de villes entières, la privation de nourriture, d’eau et de soins, les déplacements forcés, ni les assassinats en masse. Rien ne peut justifier les encouragements et les soutiens aux colons armés qui exproprient et tirent à vue sur des Palestiniens de Cisjordanie.

    Rien ne justifie ou n’excuse l’antisémitisme, le racisme anti-arabe, l’apartheid. On ne peut ni justifier ni excuser la négation de l’existence et des droits des peuples palestinien et israélien. La haine sans cesse alimentée, le fondamentalisme religieux et le recours au terrorisme que partagent les dirigeants du Hamas et les dirigeants israéliens actuels ne peuvent qu’engendrer la guerre sans cesse recommencée.

    En transformant leur « Terre sainte » en charnier, ils se renforcent réciproquement. Ils empêchent toute solution politique, la seule issue, même si sa forme est difficile à prévoir, pour que ces peuples puissent un jour vivre en paix, à égalité de dignité et de droits. La recherche d’une paix juste et durable est la seule alternative à l’épuration ethnique à laquelle aspirent les fous de Dieu des deux camps.

    Nous sommes solidaires des familles des otages israéliens comme des familles des prisonniers palestiniens, solidaires de celles et ceux qui, en Israël, combattent la sale guerre en cours, et solidaires de celles et ceux qui subissent les massacres à Gaza et en Cisjordanie. Comme des millions de personnes à travers le monde, nous exigeons un cessez-le-feu immédiat et durable, ainsi que la libération des otages israéliens et des prisonniers palestiniens.

    Nous appelons le gouvernement français à œuvrer, notamment au sein des instances internationales, au #cessez-le-feu immédiat et durable.

    Auteurs : Edgar Blaustein, militant associatif ; Dominique Glaymann, professeur émérite de sociologie, université d’Evry, université Paris-Saclay ; Claude Szatan, militant associatif.
    Premiers signataires : Sophie Bessis, historienne ; Rony Brauman, ex-président de Médecins sans frontières ; Régine Dhoquois-Cohen, juriste, militante associative ; Alain Cyroulnik, syndicaliste FSU ; Laura Fedida, militante antiraciste ; Pierre Khalfa, économiste, Fondation Copernic ; Danièle Lochak, universitaire ; Pierre Tartakowsky, président d’honneur de la Ligue des droits de l’homme ; Véronique Nahoum-Grappe, chercheuse en sciences sociales, Paris ; Dominique Vidal, journaliste et historien.

    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/01/30/nous-francaises-juives-et-francais-juifs-appelons-a-un-cessez-le-feu-immedia

  • Cour internationale de justice – Ordonnance du 26 janvier 2024 - Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères
    https://www.diplomatie.gouv.fr/fr/politique-etrangere-de-la-france/justice-internationale/evenements/article/cour-internationale-de-justice-ordonnance-du-26-janvier-2024

    La France est profondément attachée au respect du droit international et réaffirme sa confiance et son soutien à la Cour internationale de justice.

    La France relève que, dans son ordonnance de ce jour, la Cour indique des mesures conservatoires sur le fondement de l’article 41 de son Statut, dans l’attente d’un jugement sur sa compétence et sur le fond.

    Dans ce cadre, la Cour va prochainement informer les parties à la Convention génocide de la faculté qui leur est ouverte de présenter des observations sur l’interprétation de la Convention. La France envisage de se prévaloir de cette faculté et de déposer des observations sur l’interprétation qu’elle fait de la Convention comme elle l’a fait dans les affaires Ukraine/Russie et Gambie/Myanmar. Elle indiquera notamment l’importance qu’elle attache à ce que la Cour tienne compte de la gravité exceptionnelle du crime de génocide, qui nécessite l’établissement d’une intention. Comme le ministre de l’Europe et des Affaires étrangères a eu l’occasion de le noter, les mots doivent conserver leur sens.

    Dans cette attente, nous rappelons aussi que, comme l’ont dit le président de la République et le Ministre, nous œuvrons à un cessez-le-feu et nous avons de nombreuses fois rappelé l’importance pour nous du respect strict du droit international humanitaire par Israël, comme la Cour vient de le faire également. Nous relevons que la Cour appelle comme la France à la libération immédiate et inconditionnelle des otages détenus à Gaza, parmi lesquels trois de nos compatriotes.

    Cette décision de la Cour renforce notre détermination à œuvrer à de tels résultats.

    #FranceDiplo

    • La défense française d’Israël

      17/1/2023
      • Guerre Israël-Hamas : Stéphane Séjourné explique le refus de Paris de soutenir l’Afrique du Sud pour son action devant la CIJ
      https://www.lemonde.fr/politique/article/2024/01/17/guerre-israel-hamas-stephane-sejourne-explique-le-refus-de-paris-de-soutenir

      https://seenthis.net/messages/1036959

      25/1/2023
      Justice internationale : « La France se doit d’intervenir à l’instance introduite par l’Afrique du Sud contre #Israël », Gérard Cahin, Professeur émérite de droit public de l’université Paris-Panthéon-Assas

      https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/01/25/justice-internationale-la-france-se-doit-d-intervenir-a-l-instance-introduit

      L’article 63 du statut de la Cour internationale de justice (#CIJ) offre à tout Etat la faculté de faire valoir son interprétation d’une convention multilatérale à laquelle il est partie lorsque cette convention est en cause dans un différend. L’Etat dit « intervenant » peut, ce faisant, influencer l’interprétation de cette convention par la Cour : elle sera alors obligatoire à son égard comme elle l’est par principe pour les parties au différend.
      Cette procédure connaît un vif succès avec le riche et récent contentieux suscité par l’application de la Convention pour la prévention et la répression du crime de #génocide du 9 décembre 1948. Sept Etats se sont portés intervenants dans l’affaire Gambie c. Myanmar, et trente-deux dans l’affaire Ukraine c. Russie.
      Ce nombre ne saurait surprendre pour une convention dans laquelle « les Etats contractants n’ont pas d’intérêts propres (mais) seulement, tous et chacun, un intérêt commun, celui de préserver les fins supérieures qui sont la raison d’être de la convention » (avis consultatif du 28 mai 1951, « Réserves à la convention sur le génocide »). La #France compte parmi ces intervenants, conjointement avec cinq autres Etats dans la première affaire, individuellement dans la seconde.

      A l’instar de l’Allemagne qui l’a annoncé le 12 janvier, la France se doit d’intervenir aussi à l’instance introduite par l’Afrique du Sud contre Israël le 29 décembre 2023 à propos de l’application de la convention dans la bande de Gaza. La continuité et la logique de sa politique juridique l’imposent, d’autant qu’elle participera, comme de nombreux Etats, à la procédure consultative concernant les « Conséquences juridiques découlant des politiques et pratiques d’Israël dans le territoire palestinien occupé, y compris Jérusalem-Est », actionnée il y a juste un an par l’Assemblée générale des Nations unies.
      Mais c’est d’abord parce que « les mots ont un sens », comme l’a déclaré à l’Assemblée nationale le 17 janvier, le ministre des affaires étrangères [#Stéphane_Séjourné] lors des questions au gouvernement, que la France doit intervenir pour faire résonner ces mots dans les termes rigoureux du droit.

      D’autres conclusions raisonnables

      Les actes recensés par la convention de 1948 et les déclarations incendiaires des agents et organes suprêmes de l’Etat d’Israël, dont l’Afrique du Sud fait état pour apporter la preuve d’un génocide, s’inscrivent dans un contexte spécifique très différent de celui des Rohingyas de Birmanie : à savoir la riposte militaire massive déclenchée par Israël, en vertu de son droit de légitime défense contre l’agression armée caractérisée perpétrée contre lui par le Hamas le 7 octobre.

      Il n’est pas douteux qu’un crime de génocide dûment qualifié rendrait d’emblée illicite l’exercice de ce droit. Il est cependant impossible de qualifier un tel crime en faisant, comme la requête sud-africaine, abstraction des conditions concrètes de cet exercice.

      On sait que la difficulté cruciale est d’inférer d’une ligne de conduite « l’intention de détruire, en tout ou en partie » (dolus specialis), ici les #Palestiniens de #Gaza « en tant que partie du groupe national, racial et ethnique plus large des Palestiniens ». Pour y parvenir, estime la CIJ, « il faut et il suffit que cette conclusion soit la seule qui puisse raisonnablement se déduire des actes en cause » (arrêt du 3 février 2015, Croatie c. Serbie, § 148). Appuyée par la France, cette approche équilibrée garantit la spécificité du « crime des crimes » sans rendre impossible la preuve de sa commission.

      Or, d’autres conclusions raisonnables peuvent se déduire des conditions du recours à la force à Gaza. Conséquence de bombardements massifs et d’un blocus destinés à démanteler la capacité militaire du Hamas, le nombre historique de victimes civiles et l’ampleur des destructions ne suffisent pas à prouver l’existence d’un plan concerté en vue de détruire un groupe humain en tant que tel.
      Des attaques indiscriminées causées par des frappes à l’aveugle ou bombes non guidées, des dommages collatéraux excessifs par rapport aux avantages militaires attendus d’attaques visant des cibles licites, la soumission d’une population à un régime alimentaire et sanitaire inférieur au minimum vital, sont assurément des violations graves du droit international humanitaire, pas automatiquement les composantes d’un génocide.

      La voix du droit

      Les conséquences de la riposte israélienne auraient été moins catastrophiques pour les Palestiniens si le Hamas ne violait pas systématiquement ses propres obligations, en installant ses objectifs militaires dans des zones densément peuplés et des bâtiments civils, en s’abritant dans un vaste réseau de tunnels creusés sous eux, en incitant ou contraignant les civils à ignorer les avertissements donnés par Israël en cas d’attaques pouvant les affecter, afin de se camoufler parmi eux ou d’en user comme boucliers humains.

      Et si elle ne remplissait pas toutes les conditions exigées, l’évacuation de la population de Gaza du nord vers le sud a aussi été ordonnée par Israël en vertu de l’exception à l’interdiction des déplacements forcés prévue par la Convention IV de Genève de 1949.
      Sur l’application de la Charte des Nations unies et du droit international humanitaire, la CIJ ne peut cependant se prononcer : comme dans l’affaire Ukraine c. Russie, sa compétence est limitée par la convention de 1948, seule base sur laquelle elle est saisie. L’analogie s’arrête là.

      Pour l’Ukraine agressée par la Russie, la convention est le moyen de prendre cette dernière au piège du fallacieux motif d’un génocide avancé pour justifier son agression. Pour l’Afrique du Sud, il s’agit en revanche de focaliser l’attention sur une notion d’autant plus émotionnellement chargée, qu’elle vise cette fois un Etat créé pour accueillir les rescapés du plus grand crime de l’histoire et en protéger à tout jamais la population.
      La procédure judiciaire maintenant lancée, il est bon que la voix du droit s’élève dans le chaos des armes. Il le serait aussi que la France, membre permanent du Conseil de sécurité, fasse entendre la sienne, pour clarifier l’interprétation d’un texte ouvert à toutes les instrumentalisations.

    • [La France] indiquera notamment l’importance qu’elle attache à ce que la Cour tienne compte de la gravité exceptionnelle du crime de génocide, qui nécessite l’établissement d’une intention.

      #à_l'insu_de_son_plein_gré

      il s’agit d’une ordonnance de référé, pour le moment, le génocide, c’est juste plausible on verra sur le fond pour le franchissement du #seuil_moral, en attendant, bien sûr, nous ne ferons rien

      je comprends ton point de vue, @biggrizzly

    • 26 janvier 2024 | 17h55 | RFI
      https://www.rfi.fr/fr/moyen-orient/20240126-direct-guerre-isra%C3%ABl-hamas-khan-youn%C3%A8s-gaza-feu-incessant-d%C

      Washington réaffirme que les accusations de génocide contre Israël sont « sans fondement »

      Les États-Unis ont réaffirmé vendredi que les accusations de « génocide » à l’encontre d’Israël « sans fondement », en réaction à la décision de la Cour internationale de justice. « Nous continuons de penser que les accusations de génocide sont sans fondement et prenons note du fait que la Cour n’a pas conclu à un génocide ni appelé à un cessez-le-feu », a déclaré un porte-parole du département d’Etat, la Cour ne s’étant pas encore prononcé, à ce stade, sur le fond.

      17h34 | RFI

      Le crime de génocide nécessite « l’établissement d’une intention », insiste Paris

      La France a indiqué vendredi que la décision de la Cour internationale de justice (CIJ) sur Gaza « renforçait sa détermination » à oeuvrer pour un cessez-le-feu, et ajouté que le crime de génocide, dont certains pays accusent Israël, nécessitait « l’établissement d’une intention ». Dans son communiqué, le ministère des Affaires étrangères français indique envisager de faire part « d’observations » à la CIJ, dans lesquelles elle indiquera notamment « l’importance qu’elle attache à ce que la Cour tienne compte de la gravité exceptionnelle du crime de génocide, qui nécessite l’établissement d’une intention ».

    • La France fait donc comme si l’intentionnalité n’avait pas été considérée dans l’ordonnance du tribunal, et qu’il serait nécessaire de le rappeler aux 15 juges contre 2 qui ont soutenu cette ordonnance. Alors que c’est l’un de ses longs développements. Dans le texte de l’ordonnance, lire les pages 15, 16, 17 et 18 :
      https://www.icj-cij.org/sites/default/files/case-related/192/192-20240126-ord-01-00-fr.pdf

      Avec notamment la citation par la juge lors de l’énoncé de l’ordonnance, à haute voix donc, des déclarations génocidaires du président Herzog et du ministre de la défense israéliens, parlant d’animaux humains, du fait qu’il n’y a pas de civils innocents à Gaza, ou encore qu’aucune goutte d’eau d’entrera dans Gaza.

      On a vraiment un gouvernement de la post-vérité, qui s’en contrefout du rapport à la réalité, tout en répétant que ce sont les autres qui mentent.

  • « Le cimetière du droit international que représente Gaza marque la fin d’un monde »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/01/25/le-cimetiere-du-droit-international-que-represente-gaza-marque-la-fin-d-un-m

    Dans le conflit israélo-palestinien, qui est marqué par la violence et le poids de considérations historiques, religieuses et géopolitiques, la voix du droit demeure encore largement inaudible. Dans un monde qui renoue dangereusement avec la pure logique de puissance, la rationalité juridique est pourtant plus légitime et nécessaire que jamais.

    La requête de l’Afrique du Sud devant la Cour internationale de justice (#CIJ) [à La Haye, qui rendra sa décision le vendredi 26 janvier], qui accuse Israël de violer la Convention de 1948 sur la prévention et la répression du crime de génocide, représente, contrairement à ce qu’affirme le ministre des affaires étrangères français, Stéphane Séjourné, un rappel salutaire : ce conflit, en général, et la sécurité d’#Israël, en particulier, ne sauraient échapper aux prescriptions du droit international. L’exercice du droit à la légitime défense n’autorise pas la commission de crimes internationaux et Israël ne jouit pas de jure d’un quelconque régime d’exception.

    Plus largement, la plainte sud-africaine ouvre un chapitre exceptionnel dans le dossier juridique du #conflit_israélo-palestinien. Cette « exceptionnalité juridique » est liée à l’extrême gravité de l’accusation : dans sa requête de 84 pages et durant ses plaidoiries devant la Cour, l’Afrique du Sud démontre rigoureusement pourquoi, selon elle, Israël commet un « #génocide » – une notion particulièrement chargée qui revêt un sens juridique bien établi.

    Pretoria a notamment rappelé que plus de 23 000 #Palestiniens de #Gaza – dont une majorité de femmes et d’enfants – ont été tués, plus de 60 000 blessés, et que l’entièreté de la population gazaouie, privée d’eau, de nourriture, de médicaments et de logements, est soumise à des conditions d’existence susceptibles d’entraîner sa disparition – actes potentiellement constitutifs d’un génocide.

    Caractère plausible du risque

    Les avocats sud-africains ont en outre mis en exergue, à travers de nombreux discours de hauts responsables politiques et militaires israéliens déshumanisant la population gazaouie dans son ensemble, ce qu’ils considèrent être une intention génocidaire manifeste. Ces actes et ces discours doivent aussi, rappellent les avocats sud-africains, s’interpréter dans un continuum plus large d’exactions et de violations des droits des Palestiniens depuis plus de soixante-quinze ans – une période durant laquelle Israël a conduit une politique d’apartheid, a occupé et colonisé le territoire palestinien et a exercé un blocus total de la bande de Gaza en violation du droit international.

    Si Israël s’est efforcé de démontrer qu’il n’existe aucune intention génocidaire, et que ses opérations militaires à Gaza sont exclusivement destinées à défendre sa population contre la menace existentielle que représenterait le Hamas, l’insistance de ses dirigeants à nier l’existence d’un « peuple palestinien » et à vouloir poursuivre une guerre aux conséquences catastrophiques pour la population pourrait pousser la Cour à reconnaître le caractère plausible du risque de génocide et à ordonner des mesures conservatoires en accord avec sa jurisprudence récente concernant le Myanmar et l’Ukraine.

    A cette « exceptionnalité juridique », s’ajoute une « exceptionnalité politique » liée aux conséquences possibles de la décision de la CIJ. La reconnaissance d’un risque de génocide de la population gazaouie constituerait une onde de choc mondiale. Juridiquement, non seulement Israël pourrait être contraint de mettre un terme à ses opérations meurtrières dans la bande de Gaza, mais ses principaux alliés, notamment les Etats-Unis, devraient reconsidérer leur soutien inconditionnel à un Etat désormais suspecté de génocide. Le non-respect par Israël de la décision (obligatoire) de la Cour pourrait donner lieu à des sanctions internationales.

    Cette évolution marquerait un tournant politique majeur tant Israël bénéficie d’une impunité de facto, en dépit de sa violation manifeste du droit international. La colonisation de la Cisjordanie, le blocus total de la bande de Gaza et la privation du droit du peuple palestinien à disposer de lui-même ont été condamnés par de multiples résolutions du Conseil de sécurité et de l’Assemblée générale des Nations unies.

    Contestation de l’hégémonie occidentale

    Plusieurs rapports des commissions d’enquête des Nations unies ont en outre dénoncé les crimes internationaux commis par Israël à l’encontre de la population palestinienne, y compris des crimes de guerre et des crimes contre l’humanité. La décision de la CIJ, qui pourrait aussi inciter la Cour pénale internationale à agir avec plus de célérité, marquerait en ce sens un changement de paradigme majeur.
    Enfin, cette requête constitue une exceptionnalité « symbolique » et géopolitique en raison de l’identité des deux parties impliquées. Israël est censé offrir un Etat aux juifs victimes d’un antisémitisme séculaire dont la dimension criminelle a atteint un niveau paroxystique avec la Shoah, et l’Afrique du Sud de Nelson Mandela (1918-2013) a vaincu l’apartheid et son idéologie fondée sur le « suprémacisme blanc » et la ségrégation raciale.

    Aujourd’hui, la requête de l’Afrique du Sud porte en elle le bouleversement du monde en cours : le discours sur l’universalisme des #droits_humains et le respect du #droit_international n’est plus assumé et incarné par l’#Occident mais par une démocratie du Sud. En cela, la guerre à Gaza nourrit de manière décisive la contestation de l’hégémonie occidentale et de sa prétention au magistère moral.

    La duplicité de l’Occident dès lors qu’il s’agit de respect du droit international par Israël sape l’édifice rhétorique et juridique qu’il a lui-même forgé à la fin de la seconde guerre mondiale. Le cimetière du droit international que représente Gaza marque la fin d’un monde.

    Béligh Nabli est professeur des universités en droit public à l’UPEC-Paris XII, auteur de Relations internationales. Droit. Théorie. Pratique (Pedone, 2023).
    Johann Soufi est avocat spécialisé en droit international et chercheur associé au Centre Thucydide de l’université Paris-II-Panthéon-Assas.

    • You’re welcome, @kassem. J’avais vu la publication. Que tu la signale m’a donné l’occasion de trouver et lire l’article. Ce qui n’a pas été sans désagrément.

      à l’est de Detroit, une autre enclave de la communauté arabe et une tout autre ambiance : Hamtramck, vingt-deux mille habitants et 40 % de la population née à l’étranger. Les courants migratoires viennent désormais essentiellement du #Yémen, où se déroule depuis des années une guerre civile dans laquelle les Etats-Unis ont longtemps apporté leur soutien à la coalition sunnite menée par l’Arabie saoudite. Et, comme à chaque fois, une guerre lointaine dépose un flot de #réfugiés pauvres sur les porches des petites maisons ouvrières américaines construites pour d’autres migrants, au début du XXe siècle.

      Le visage et le corps des femmes disparaissent sous le voile et la robe islamique, celui des hommes reste fermé, tandis que leurs enfants affichent un sourire inversement ­proportionnel à la discrétion de leurs parents. Ils ont défilé en famille dans les rues de Hamtramck pour un cessez-le-feu à #Gaza et pour la #Palestine. La petite ville, naguère majoritairement polonaise, a longtemps connu au sein de son conseil municipal la mixité des origines et des religions, sous la houlette d’une femme, Karen Majewski. La maire avait autorisé, il y a vingt ans déjà, les appels à la prière musulmane, puisque sonnent ici les cloches de l’église catholique.

      Mais, depuis les dernières élections locales, le conseil municipal est désormais exclusivement arabe, musulman et masculin. Et l’ambiance a radicalement changé. « Est-ce que l’Holocauste n’était pas une punition préventive de Dieu contre “le peuple élu” et sa sauvagerie actuelle contre les enfants et les civils palestiniens ? », a écrit Nasr Hussain, un proche du maire sur l’une des pages Facebook d’un groupe dédié à la ville. L’édile, Amer Ghalib, d’origine yéménite et sans étiquette politique, a refusé de se désolidariser de ces propos ouvertement antisémites.

      Une immense brèche s’était déjà ouverte, il y a six mois, quand le conseil municipal avait fait retirer du fronton des édifices publics et sur l’avenue centrale tous les drapeaux autres que celui des Etats-Unis. C’était en réalité pour éradiquer l’arc-en-ciel LGBTQ qui flottait dans la ville, parmi les bannières des pays d’origine de ses habitants. Des membres des minorités sexuelles sont venus s’embrasser sous les yeux horrifiés des élus, lors du temps de parole accordé au public par le conseil municipal.

      Des haines à géométrie variable

      Des plaintes pour discrimination ont été déposées contre la ville. Ce qui n’a pas empêché le maire, comme un immense bras d’honneur, de poser, en août et en septembre, avec l’ancien conseiller à la sécurité de Donald Trump Michael Flynn. Ce républicain congédié par l’ancien président (qui l’a depuis publiquement regretté) pour ses liens avec la Russie en 2017, connu également pour sa proximité avec le groupe conspirationniste d’extrême droite QAnon, est aujourd’hui en tournée aux Etats-Unis pour lancer un mouvement chrétien et nationaliste. En d’autres temps, il dénonçait l’islam comme un « cancer vicieux », mais la politique a des frontières et des haines à géométrie variable. Et les religieux, des ennemis en commun.

      Mais c’est sur l’autre versant que pleuvent les accusations d’antisémitisme. (...)

      https://fr.wikipedia.org/wiki/Arabes_américains