• New Orleans’s Car-Crash Conspiracy | The New Yorker
    ▻https://www.newyorker.com/magazine/2026/04/20/the-car-crash-conspiracy

    High-speed accidents, crooked lawyers, and poor people desperate for cash—it was the kind of scheme that could have been cooked up only in the Big Easy.
    By Patrick Radden Keefe
    April 13, 2026

    Un véritable true crime écrit avec la dextérité que l’on connait à Patrick Radden Keefe.

    #Patrick_Radden_Keefe #Nouvelle_Orléans #Accidents #Arnaque_assurance

  • Méritons-nous nos enfants ? ~ Entre-Temps
    ▻https://entre-temps.net/meritons-nous-nos-enfants

    À l’heure d’une grande mobilisation lycéenne et étudiante, Entre-Temps a proposé à l’historienne Manon Pignot de partager les réflexions conclusives de son récent ouvrage : "Les enfants. Une autre histoire de la France - XIXe-XXIe siècle" (Tallandier, 2026). Une invitation historienne, et donc citoyenne, à prendre les enfants au sérieux.

    La « puissance paternelle » a longtemps été, en France, la clé de voûte de l’ordre social : « ne pas pénétrer à l’intérieur des familles », comme le rappelait François Guizot, fut le mot d’ordre politique et social du xixe siècle, du Code civil de 1804 jusqu’aux années 1880. À telle enseigne que la première loi punissant les maltraitances publiques contre les animaux domestiques est adoptée en 1850, soit trente-neuf ans avant celle concernant la protection des enfants maltraités ou moralement abandonnés. (...)

    Le mouvement qui mobilise actuellement les #lycéens français s’inscrit dans l’histoire longue des « révoltes collégiennes » et n’a, somme toute, rien de neuf. La répression qui le vise, en revanche, est inédite, tant dans son ampleur que dans le message envoyé : l’État républicain, qui s’est si longtemps opposé à la puissance paternelle au nom de l’intérêt de l’enfant, semble vouloir se réapproprier un « droit de correction » à grande échelle contre les velléités d’expression juvénile. Les visages éborgnés, les mâchoires fracassées, les mains amputées le disent tragiquement : la jeunesse n’a pas le droit à la parole, y compris quand il s’agit de réclamer des conditions dignes d’éducation. Y compris quand il s’agit de défendre le pacte social et moral sur lequel se fonde l’école publique depuis bientôt 150 ans : tous les élèves doivent être égaux devant le droit à l’instruction.

    #famille #pater_familias #droit_de_correction #enfance #histoire

  • Garance

    Le patrimoine cinématographique en France

    Retrouvez le catalogue commun des institutions partenaires et l’actualité du patrimoine cinématographique en France

    Et avec la rubrique en quête d’identification :

    Malgré les recherches, certains documents échappent à l’identification. Peut-être sauriez-vous nous aider ?

    ▻https://www.garance-patrimoine.fr/en-qu%C3%AAte-d-identification

    ▻https://www.garance-patrimoine.fr
    #film #France #patrimoine #catalogue #base_de_données #cinéma #affiches #patrimoine_cinématographique

  • I dubbi e le criticità dei piani di compensazione delle emissioni. Il caso del #Nkgcp in Kenya

    Con due milioni di ettari coinvolti nel Kenya settentrionale il #Northern_Kenya_grassland_carbon_project è presentato come il più grande progetto al mondo di compensazione delle emissioni di carbonio dal suolo. Ma dietro l’iniziativa secondo Survival international, si celerebbero un modello di conservazione di stampo colonialista, restrizioni alla mobilità delle comunità pastorali e violazioni dei diritti dei popoli indigeni. Le principali novità che lo riguardano.

    Definito il più grande piano di compensazione delle emissioni attraverso il sequestro del carbonio nel suolo, il Northern Kenya grassland carbon project (Nkgcp) in Kenya settentrionale rappresenta un caso emblematico delle criticità e dei dubbi che riguardano questo tipo di progetti. Tra le prime a sollevare perplessità in merito è stata la Ong Survival international, che dal 1969 lotta per la sopravvivenza dei popoli indigeni, e che ha individuato diversi aspetti problematici: il fatto che sia basato su un modello di stampo colonialista, le difficoltà nell’ottenere il Consenso libero, previo e informato (diritto fondamentale dei popoli indigeni adottato dall’Onu fin dal 2007) delle comunità interessate dal progetto e nel dimostrarne l’efficacia da un punto di vista ambientale.

    La scorsa estate si è tornato a parlare del Nkgcp a seguito del suo ripristino. Un anno prima era stato infatti sospeso a causa di una sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo (città centro-settentrionale del Kenya) che aveva sollevato dubbi sulla legittimità di alcune delle principali aree di conservazione (conservancy) coinvolte nel progetto.

    Ma andiamo con ordine. Per prima cosa i piani di compensazione delle emissioni di carbonio sono presentati come uno strumento attraverso il quale le aziende inquinanti possono compensare le loro emissioni di gas serra, responsabili del riscaldamento globale. L’idea alla base è semplice: le aziende possono scegliere di finanziare progetti certificati che, almeno in teoria, riducono, evitano o rimuovono una quantità di gas serra equivalente a quella che emettono e che desiderano compensare. Il finanziamento di questo tipo di iniziative, spesso realizzate in Paesi del Sud del mondo, nella maggior parte dei casi avviene attraverso il mercato finanziario dei crediti di carbonio -ovvero titoli negoziabili, ognuno pari a una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita- e per mezzo di compagnie specializzate nella loro vendita. Per verificare che le riduzioni delle emissioni o l’aumento dello stoccaggio di carbonio siano effettivamente in atto, intervengono organismi indipendenti di validazione e verifica che devono essere accreditati secondo i requisiti previsti da standard di certificazione. Uno dei più diffusi è il Verified carbon standard (Vcs), gestito dall’ente certificatore Verra.

    Nel concreto molto spesso i piani sostenuti tramite carbon credit consistono nella piantumazione di alberi capaci di assorbire i gas serra oppure nella protezione di aree boschive per evitare la deforestazione. Il caso del Nkgcp è leggermente differente, si tratterebbe infatti del primo programma (ma non unico, in seguito ce ne sono stati altri) che prevede la compensazione delle emissioni tramite lo stoccaggio nel suolo. Si basa infatti sul cosiddetto “ripristino dei pascoli comunitari nel Nord del Paese”, ovvero sulla sostituzione di quello che viene chiamato pascolo tradizionale “non pianificato” con il “pascolo rotazionale pianificato”. Questa pratica, secondo i promotori del Nkgcp, permetterebbe alla vegetazione dell’area di ricrescere in modo più prolifico con una previsione di “rimuovere 50 milioni di tonnellate di CO2 in 30 anni, l’equivalente delle emissioni annuali di oltre dieci milioni di auto e di generare centinaia di milioni di dollari per le comunità locali”.

    “In parole semplici il piano nasce dall’idea che i pastori nomadi che vivono nell’area su cui si sviluppa il Nkgcp abbiano la responsabilità della degradazione del suolo e che cambiando il loro modo di pascolare, limitandolo e controllandolo, è possibile invece rigenerarlo con l’effetto di permettere alla vegetazione di crescere di più e di immagazzinare più carbonio e dunque di vendere più crediti -spiega ad Altreconomia Fiore Longo, ricercatrice di Survival e responsabile della campagna per decolonizzare la conservazione-. In realtà secondo le nostre analisi non ci sono prove scientifiche che dimostrino le responsabilità dei popoli indigeni della degradazione del suolo. Al contrario abbiamo molte prove per dire che queste comunità sono tra le meno responsabili del cambiamento climatico. Siamo quindi in una situazione di ingiustizia paradossale: coloro che hanno contribuito di meno devono pagare il prezzo più alto per le presunte soluzioni alla crisi climatica”.

    Le perplessità sul progetto non riguardano soltanto l’aspetto ambientale ma affondano le radici nell’istituzione e nella gestione delle community conservancy da parte dell’ente che lo promuove: il Northern Rangelands trust (Nrt). Si tratta di un’organizzazione ombrello che raggruppa e sostiene 47 community conservancy nel Nord del Kenya, territori gestiti, almeno formalmente, dalle comunità locali con l’obiettivo di tutelare la fauna selvatica e, al tempo stesso, sostenere il benessere delle popolazioni che li abitano. Il suo lavoro è o è stato finanziato in parte da donatori internazionali, tra cui l’Unione europea e le agenzie di sviluppo della Danimarca e dell’Italia mentre i suoi crediti sono stati acquistati dalle principali società tra cui Meta, Netflix e International Airlines Group, proprietario di British Airways.

    Il Nkgcp si estende su tredici di queste conservancy, in larga parte contigue, per una superficie complessiva di circa due milioni di ettari: un’area paragonabile a quella dell’intera Puglia e pari a circa il 3,5% del territorio keniano. Qui vivono circa 100mila persone appartenenti a diversi gruppi indigeni, tra cui Samburu, Maasai, Borana e Rendille. Come detto sono comunità tradizionalmente pastorali, il cui stile di vita è strettamente legato all’allevamento di bovini, cammelli, pecore e capre. Gli animali vengono spostati in funzione delle precipitazioni, seguendo percorsi che, in alcuni casi, si estendono per centinaia di chilometri.

    “Noi di Survival all’inizio ci siamo interessati a questa zona per le violenze e le violazioni dei diritti umani che ci sembravano coerenti con il modello di conservazione che da sempre denunciamo, ovvero un sistema tipicamente coloniale dove le popolazioni indigene vengono tenute fuori dalle loro terre che vengono ‘protette’ da guardia parco armati -prosegue Longo-. In quel momento non si parlava ancora di crediti di carbonio ma appunto di meccanismi coloniali che andavano a nutrire conflitti già esistenti tra le differenti comunità locali per il controllo dei territori in una zona fortemente colpita dalla siccità e dai cambiamenti climatici”.

    La storia dell’istituzione di queste conservancy risale agli anni Venti del Novecento quando la Corona britannica, dopo la creazione della colonia del Kenya, ha ceduto diversi ettari di terra a cittadini britannici. Tra le famiglie che avevano beneficiato di questa redistribuzione coloniale c’erano anche i Craig che nella metà degli anni Novanta hanno deciso di trasformare il loro ranch in una riserva, la Lewa wildlife conservancy. “Ai tempi hanno deciso di ripopolarla di fauna portandovi delle specie protette come i rinoceronti del Kenya e poi l’hanno aperta al turismo -racconta Longo-. Successivamente hanno pensato di coinvolgere anche le comunità intorno proponendogli di creare delle aree protette (le conservancy) dove lasciare gli animali selvatici liberi, proibendo quindi le attività di pascolo. È per aiutare a gestire questi territori che nel 2004 è nata la Northern Rangeland trust con una strategia per cui, a detta loro, tutti ne uscivano vincenti”.

    Nel 2023 Survival, dopo anni di ricerca, ha pubblicato il suo report “Blood Carbon” che ha portato alla prima sospensione del progetto da parte di Verra. “A quel punto abbiamo deciso di analizzare sia il piano di compensazione delle emissioni di carbonio sia la violenza legata al metodo di conservazione e come il primo stesse alimentando il secondo. I soldi guadagnati con la vendita di crediti di carbonio potrebbero servire infatti anche a pagare i ranger armati -spiega Longo-. Inoltre il report sollevava altri importanti dubbi. Non risultavano infatti prove convincenti sul fatto che le comunità fossero state adeguatamente informate del progetto -e che quindi questo avesse ricevuto il loro Consenso libero, previo e informato- e anche sul fatto che beneficiassero effettivamente dei fondi generati dalla vendite di crediti di carbonio”.

    A seguito di questa prima denuncia Verra ha deciso di bloccare il piano per poi ripristinarlo poco tempo dopo. Si arriva così alla seconda interruzione da parte di Verra, nel 2025, dopo la sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo che ha stabilito che due delle più grandi aree di conservazione create dalla Nrt erano state istituite senza un’adeguata consultazione locale e quindi incostituzionalmente. Una di queste, la Biliqo Bulesa, contribuiva per circa il 20% ai crediti di carbonio dell’intero progetto. Nonostante questo duro colpo inferto all’operazione di Nrt dal tribunale keniano (che ha anche ordinato il ritiro dei ranger armati dell’Nrt), e il fatto che la sua sentenza avesse sollevato ulteriori gravi dubbi, Verra ha comunque deciso di ripristinare ancora una volta il Nkgcp.

    Allo stesso tempo oggi il Nkgcp si trova in fase di ristrutturazione per cercare di renderlo conforme alle nuove leggi approvate dal parlamento del Kenya che impongono nuovi obblighi a coloro che gestiscono la crescente industria dei crediti di carbonio. Survival international è però venuta a conoscenza del fatto che alcune comunità si oppongono fermamente a questo processo e la questione è tutt’altro che conclusa.

    In particolare le comunità dei Masai e Rendille che vivono nelle aree di conservazione di Leparua e Melako hanno denunciato che la Nrt li starebbe forzando a firmare accordi che vengono presentati come una soluzione ad alcune criticità del progetto, ma che in realtà potrebbero ridurre ulteriormente il controllo delle comunità sul pascolo del bestiame e sulla gestione delle proprie terre.

    Rose Orguba, difensora dei diritti umani e parte del comitato di gestione comunitaria della Melako conservancy, ha detto a Survival international che molti hanno percepito pressione, fretta e minacce, quando invece il processo di coinvolgimento dovrebbe essere trasparente, inclusivo e basato appunto sul Consenso libero, previo e informato. “Le persone che sono state trasportate con gli autobus sul luogo della riunione sono state indotte ad accettare senza aver letto il documento -ha riferito-. Il 90% della comunità è analfabeta. Per questo è stata utilizzata la propaganda per dire che avrebbero dovuto firmare quel giorno o i fondi derivanti dai crediti di carbonio sarebbero andati persi per sempre”.

    È dunque in corso “una coraggiosa resistenza a questi nuovi accordi”, così come l’ha definita Caroline Pearce, direttrice generale di Survival international. “Noi della comunità dell’area di conservazione Leparua non comprendiamo questo progetto sui crediti di carbonio della Nrt -ha detto infatti Jackson Lokadelio, membro dell’area di conservazione Leparua-. Non possiamo accettare che ci venga richiesto di firmare un documento senza sapere che cosa contiene. Perché se la firmiamo senza comprenderne il contenuto, sarà come se avessimo accettato di cedere la nostra terra. Chiedo a tutti di non lasciarsi ingannare dal denaro”.

    ▻https://altreconomia.it/i-dubbi-e-le-criticita-dei-piani-di-compensazione-delle-emissioni-il-ca
    #Kenya #compensation_carbone #nature #conservation #peuples_autochtones #colonialité #compensation_CO2 #compensations_des_émissions_de_carbone #crédits_carbone #marché_des_compensations #Verified_carbon_standard (#Vcs) #Verra #carbon_credit #arbres #forêt #pâturage #injustice #injustice_climatique #Northern_Rangelands_trust (#Nrt) #community_conservancy #Meta #Netflix #International_Airlines_Group #British_Airways #protection #Lewa_wildlife_conservancy #colonialité #tourisme #wildlife #faune_sauvage #parc #Northern_Rangeland_trust #blood_carbon #violence #Biliqo_Bulesa #justice #Leparua #Melako #élevage

    • #Blood_carbon

      Since the first National Park in the United States was established 150 years ago, “Protected Areas” have been created by colonizers and elites stealing land from Indigenous peoples and local communities – in the name of “conservation”. Today, despite widespread and horrific human rights abuses inside these areas, and without any solid evidence that they help stop biodiversity loss, Protected Areas are still being pushed by big conservation NGOs (like WWF and WCS) as the “solution” to our very real environmental problems.

      Branded as innocuous-sounding “Nature-Based Solutions”, Protected Areas are now being proposed as a way to mitigate climate change. It is claimed that Protected Areas can “protect” against deforestation and other carbon-releasing activities, and thus could be used to “compensate” for carbon emissions elsewhere. In practice, this means that Protected Areas can be used to generate ‘carbon credits’ that polluting companies, governments or individuals can buy in the markets to “offset” their emissions. The theory goes that it’s a win-win: more Protected Areas, more climate change being mitigated. Both biodiversity and the climate are saved!

      But the reality is far different.

      ▻https://www.survivalinternational.org/campaigns/BloodCarbon

  • Les viols par soumission chimique, un fléau mondial dont la société “ne veut rien savoir”
    ▻https://www.courrierinternational.com/article/societe-les-viols-par-soumission-chimique-un-fleau-mondial-do


    #femmes #violence #patriarcat

    Quid des violeurs ? L’avocate Sonja Aziz parle d’hommes qui cherchent à exercer un pouvoir patriarcal et un contrôle sur le corps d’une femme, d’hommes qui fantasmaient dès l’adolescence sur des victimes en état d’ébriété. “D’après les résultats de l’enquête, l’éventail des profils est large, précise Charlotte Förster. Du parfait inconnu à la connaissance de passage, en passant par le collègue de travail et le compagnon lui-même.” Autre constat frappant : on a tendance à surestimer le risque dans les soirées, et à le sous-estimer dans le giron du foyer.
    “La société ne veut rien savoir”

    Pour le violeur, le fait de sédater sa propre compagne présente des avantages pratiques : quand on a un trou de mémoire après une soirée en boîte, on est tenté de contacter la police. En revanche, quand on s’assoupit à côté de l’être aimé sur le canapé, et qu’on n’émerge que péniblement le lendemain, on ne soupçonne pas spontanément son compagnon d’être un délinquant sexuel. Nulle part l’agresseur ne se sent plus en sécurité que sous son propre toit, où il a la maîtrise de la situation.

    Les expertes soulignent également le fait que la société ne “veut rien savoir” du phénomène du “viol par soumission chimique”, qui n’est pourtant plus une légende urbaine depuis longtemps. Charlotte Förster et son équipe se voient obligées de prendre sur leur temps libre pour enquêter sur ces cas de sédation, les pouvoirs publics ne débloquant aucune subvention pour appuyer la recherche dans ce domaine.

  • Montricoux à travers les Arts


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    Ce parcours vous propose de découvrir le village de #Montricoux et son #patrimoine artistique et architectural. Au fil d’un récit incarné par des habitants, des artistes et des acteurs culturels, laissez-vous guider dans les rues de ce village médiéval. Chargez la cartographie au format numérique en flashant le QR code à la station A (La bascule) et déplacez-vous dans le village à la rencontre des #capsules_sonores accessibles d’un clic.

    PARCOURS À LA MÉMOIRE D’ANDRÉ LACOMBE
    La commune de Montricoux souhaite dédier ce parcours à #André_Lacombe disparu en 2023. Il avait à cœur de transmettre sa passion pour son village et son histoire.

    ▻https://montricouxatraverslesarts.fr
    #carte_sonore #cartographie_interactive #cartographie_sonore #mémoire #art #cartographie_sensible #cartographie_narrative #soundwalk #David_Lagarde
    ping @reka @fil

  • L’héritage, un sujet qui ressuscite le clivage gauche-droite
    ▻https://www.liberation.fr/idees-et-debats/editorial/lheritage-un-sujet-qui-ressuscite-le-clivage-gauche-droite-20260916_NBH65

    9 000 milliards d’euros. Le chiffre donne le vertige et fait presque passer celui de la dette française pour du pipi de chat. D’ici quatorze ans, c’est-à-dire demain, 9 000 milliards d’euros de patrimoine seront cédés en France par les baby-boomers à leurs descendants. Un esprit un brin taquin a eu la… riche idée de parler de « grande transmission ». En même temps, c’est assez parlant. Mais c’est surtout très inquiétant tant il ne fait aucun doute que cette manne qui changera de mains ne pourra qu’accentuer les inégalités de #patrimoine qui pèsent aujourd’hui sur la société française, la fossilisent, lui font faire un grand bond en arrière. Ainsi, dans les années 70, la part de la fortune héritée pesait 35 % dans le patrimoine des Français, contre 60 % aujourd’hui.

    En ces temps de disette budgétaire, il est donc assez logique que la gauche réfléchisse à une réforme de la #fiscalité sur les transmissions des héritages les plus conséquents. Elle y voit l’occasion de faire coup double : récupérer des recettes et réduire les inégalités. Il est tout aussi logique que la droite préconise l’inverse et propose surtout de ne toucher à rien, puisque le mot « #impôt » résonne dans les oreilles de sa clientèle électorale comme un gros mot. De son côté, le RN confirme que ses préoccupations sociales ne sont qu’une façade. Le sujet est donc en apparence assez simple et ressuscite le bon clivage droite-gauche. C’est à la fois vrai et trop simple car, au milieu de ces chiffres qui montrent l’impérieuse nécessité de réformer la fiscalité sur les transmissions de patrimoine XXL, et seulement XXL, se niche une donnée politico-psychologico-sociétale qui complique la donne : la grande majorité des Français et des Françaises sont hostiles à l’idée de voir les héritages taxés. Même les plus modestes , que la gauche évidemment continuerait d’épargner. Ce paradoxe est, au fond, ce qui rend ce sujet politiquement passionnant.

    ▻https://seenthis.net/messages/1133729

    #héritage #bourgeoisisme

    • Héritage : pour  2027, la gauche et la droite se disputent la part du magot
      ▻https://www.liberation.fr/economie/heritage-pour-2027-la-gauche-et-la-droite-se-disputent-la-part-du-magot-2

      Comble du paradoxe, un Français sur deux ne recevra pourtant aucun héritage au cours de sa vie et parmi les héritiers, 85 % sont exonérés d’impôt car ils touchent moins de 100 000 euros, le seuil de l’abattement en ligne directe. « Pour les successions entre 200 000 euros et 2 millions d’euros, le taux moyen effectif d’imposition est autour de 5 % contre 10 à 15 % au-dessus de 2 millions d’euros », pointe Guillaume Allègre, économiste à l’Institut français d’économie. Un barème bien loin du taux théorique d’imposition affiché entre 20 et 45 % en ligne directe et fréquemment brandi comme l’un des plus élevés de l’OCDE pour désamorcer toute tentative de hausse de la fiscalité. Pour réduire leur niveau de taxation, les très hauts patrimoines épaulés de leurs #fiscalistes et #notaires manient habilement les outils juridiques et fiscaux à disposition.

      Jean-Luc Mélenchon (LFI) veut ainsi « tout prendre au-delà de 12 millions d’euros », soit 0,1 % des héritages. Dans son contre-budget, le Parti socialiste propose quant à lui « la création d’une contribution sociale généralisée sur les héritages très élevés » prélevée sur l’héritier et calculée en fonction de l’ensemble du patrimoine reçu au cours de sa vie avec un abattement et un barème progressif « pour préserver les classes moyennes ».

      Chez Les Ecologistes, pas question de toucher à « 99 % des héritages ». La secrétaire nationale, Marine Tondelier, propose, en plus des droits actuels, une contribution de 10 % sur les successions dépassant 4 millions d’euros (top 1 %) et portée à 20 % supplémentaires pour les héritages au-dessus de 13 millions d’euros (top 0,1 %). Dispositif similaire chez Raphaël Glucksmann, candidat à la primaire socialiste, qui veut « taxer davantage les méga héritages » en relevant le taux en ligne directe de la dernière tranche (au-dessus de 1,8 million d’euros) de 45 % à 50 % pour des recettes évaluées à deux milliards d’euros par an.

      Pour atteindre au total un rendement estimé, selon les partis, entre 10 et 15 milliards, Les Ecologistes, le Parti socialiste et Place publique accompagneraient leur réforme d’une mise à plat (défendue aussi par LFI) des #niches_fiscales coûteuses comme le pacte Dutreil, censé faciliter la transmission des entreprises familiales ou comme l’effacement des plus-values latentes à la succession, cadeau fiscal franco-français oublié qui fait disparaître la plus-value théorique à la mort du propriétaire.

      Au total, ces potentiels 15 milliards d’euros représentent un véritable magot au regard de ce que rapporte l’héritage à l’Etat : 16,1 milliards d’euros pour les droits de succession et 5,1 milliards d’euros pour les donations en 2025. Loin derrière la TVA (175 milliards) ou l’impôt sur les sociétés (86 milliards) mais proche de la taxe sur les produits énergétiques (18 milliards). Plus surprenant, mais signe que ce sujet infuse dans le débat public, la CFDT s’est elle aussi lancée dans la mêlée. La patronne du premier syndicat français, Marylise Léon, a proposé de taxer toutes les héritages « dès le premier euro » au nom de « la justice sociale ».

      Héritage : le nouveau cadeau fiscal de Lecornu aux 1 % des Français les plus riches
      ▻https://www.liberation.fr/idees-et-debats/tribunes/heritage-le-nouveau-cadeau-fiscal-de-lecornu-aux-1-des-francais-les-plus-

      Le gouvernement prépare, pour le #budget 2027, un relèvement des plafonds de #donation et un allègement des #droits_de_succession.

      « Mon notaire m’envoie sa carte de vœux tous les ans » : à Saint-Germain-en-Laye, des héritiers rompus à l’optimisation fiscale
      ▻https://www.liberation.fr/economie/mon-notaire-menvoie-sa-carte-de-voeux-tous-les-ans-a-saint-germain-en-lay

      Dans cette ville ultra-aisée de l’Ouest parisien, les familles cultivent l’art des niches fiscales pour transmettre leur patrimoine à moindres frais. Même si celles-ci ont un coût considérable pour les finances publiques.

      #optimisation_fiscale

    • Le gouvernement prêt à faciliter les donations familiales, afin de « soutenir l’activité et renouer le fil de la solidarité entre les générations »

      ▻https://www.franceinfo.fr/economie/le-gouvernement-pret-a-faciliter-les-donations-familiales-afin-de-souteni

      TLDR  : Le projet est de passer l’abattement de 32k€ à 50k€ (tous les 15 ans) pour le cash ; et pour le reste, si on dépasse l’abattement de 100k€, diminuer les frais de 18k à 6k€.

      Et donc, si vous n’êtes pas d’accord, d’après Lecornu, ben vous êtes contre la solidarité entre les générations. Je rajouterais même que vous haïssez vos propres enfants.

    • Tout le monde bénéficiant largement de cette généreuse ristourne, tout le monde ne peut pas être gagnant sur tous les tableaux, et donc tout le monde devra faire un petit effort en ce qui concerne les APL.

      Pour le budget 2027, « on demande un petit effort à tout le monde », souligne le ministre du Logement pour justifier le gel des APL

      ▻https://www.franceinfo.fr/replay-radio/8h30-fauvelle-dely/pour-le-budget-2027-on-demande-un-petit-effort-a-tout-le-monde-souligne-l

  • Miguel Amorós, Lewis Mumford, 2021 – Et vous n’avez encore rien vu…
    ▻https://sniadecky.wordpress.com/2026/09/10/amoros-mumford-fr

    En rendant hommage au New-Yorkais Lewis Mumford (1895-1990), nous évoquons une figure bien étrange à notre époque, car le savoir universel est un anachronisme à l’ère de la connaissance spécialisée, où règne une ignorance fonctionnelle [1] caractéristique et où l’érudition est très peu valorisée. Christian Ferrer le considère comme « l’un des derniers humanistes du XXe siècle ». Mumford fut le témoin horrifié des désastres du règne de la bourgeoisie industrielle, des conséquences catastrophiques de ce qu’on appelait le progrès, et il voulut y remédier de manière idéaliste, c’est-à-dire en alertant le monde. Comment ? En tentant de créer une atmosphère culturelle critique envers le progrès qui convaincrait les élites conscientes du problème qu’il existait des moyens bien plus humains d’aborder et de réorienter l’évolution de la société vers des fins plus épanouissantes sans passer nécessairement par la mécanisation. L’humanité devait contrôler son environnement, et non s’y soumettre. À cette fin, il a mené un immense travail encyclopédique dans des domaines aussi variés que la sociologie, l’histoire, la technique, l’utopie, l’urbanisme, l’architecture, la critique littéraire et l’art.

    #Lewis_Mumford #Miguel_Amoros #Patrick_Geddes #urbanisme #histoire #conurbation #ville #urban_matters #mégamachine

  • Quitter #Gmail, ils l’ont fait : les #conseils pour le grand saut

    De nombreux internautes ne veulent plus confier leurs mails, leur agenda ou leurs photos à Google. Migrer vers un service indépendant et respectueux des données personnelles est une véritable #transition. Voici notre tuto.

    Cette fois, c’est parti. Au mois d’août, Emmanuel a commencé à migrer sa boîte Gmail vers un autre service de messagerie. Cet ingénieur de 62 ans, domicilié en Gironde, l’envisageait depuis plusieurs années : « Les outils de Google sont géniaux, hyperperformants mais pas vraiment respectueux de la vie privée. » Le boom de l’intelligence artificielle générative l’a décidé à franchir le pas. « On connaît le mode de fonctionnement des entreprises capitalistes comme Google. Je ne veux pas qu’un jour son intelligence artificielle puisse venir chercher des informations dans mes messages. »

    Divorcer de Google… La démarche suscite un intérêt croissant si l’on en croit la quarantaine de réponses reçues à l’appel à témoignages de Reporterre. Sur le web, un collectif d’hébergeurs alternatifs a même lancé la campagne d’information #DéMAILnagement pour accompagner les candidats au départ.

    Il est vrai que les arguments sont légion : l’exploitation des données des utilisateurs, revendues à des fins publicitaires ; l’analyse du contenu de vos messages pour affiner les services fournis ; le poids environnemental de l’entreprise engagée dans la course à l’intelligence artificielle ; et la soumission au droit étasunien qui place ses utilisateurs à la merci de décisions prises à Washington — a fortiori par le pouvoir trumpiste.

    Des offres payantes ou à prix libre

    Mais à qui confier sa messagerie ? Les autres géants du web (#Microsoft, #Apple) du même acabit que Google n’étant pas une option, c’est parmi les alternatives respectueuses des #données_personnelles et « made in Europe » qu’il faut faire son choix. Les plus utilisées sont #Proton et #Infomaniak, deux entreprises suisses proposant une offre assez complète. Les services du français #Mailo et de l’allemand #Tuta font aussi figure de challengers. Et c’est sans compter les petits acteurs indépendants, sous statut associatif ou coopératif, moins connus du grand public.

    Au total, DéMAILnagement a retenu 39 solutions différentes : pour accéder à une sélection plus restreinte, adaptée à ses besoins, il propose de remplir un formulaire en ligne.

    Avec l’abandon de Gmail, la question du #coût se présente rapidement. Même si payer pour sa nouvelle messagerie n’est pas incontournable. Sur ce point, Google nous a très mal habitués. La plupart des internautes utilisent son écosystème, très riche, gratuitement. « En réalité, on le paye avec nos données, souligne Pauline, de l’hébergeur associatif #Paheko, qui participe à la campagne DéMAILnagement. Une adresse Gmail rapporte 50 dollars par an [43 euros] à Google en revenus publicitaires exploitant le profil de l’utilisateur. »

    Les principaux acteurs alternatifs disposent d’une version basique gratuite. Ces versions présentent des limitations, plus ou moins gênantes : présence de publicité chez Mailo, absence de service de cloud/drive chez Tuta, espace de stockage un peu juste pour la boîte mail (1 Go chez Proton, Mailo et Tuta)…

    De nombreux utilisateurs acceptent de payer pour une offre plus complète, y voyant le prix d’un service respectueux de la vie privée. Comptez 1 à 5 euros par mois pour les formules les plus courantes. « Certains acteurs associatifs proposent aussi des offres à prix libre, souligne Marie, de l’hébergeur #Libretic, partie prenante à la campagne DéMAILnagement. Derrière un service qui vous est utile, il y a un coût énergétique et des personnes qui le font fonctionner. »

    Google est omniprésent dans tous les pans de notre vie en ligne

    En pratique, la plupart des services alternatifs permettent d’importer facilement l’historique de sa boîte Gmail (dossiers et messages) et de réaliser la #redirection automatique des e-mails arrivant encore à l’ancienne adresse. Selon le service choisi, l’utilisation d’un logiciel de messagerie, comme #Thunderbird, peut faciliter la période transitoire : il permet la gestion simultanée des deux boîtes (voir le tutoriel de DéMAILnagement).

    Bien sûr, l’opération se fait rarement sans tâtonnements. « Je n’arrive pas à synchroniser le #carnet_d’adresses avec mon téléphone. Et sur l’#agenda, il y a certaines choses que je ne sais plus faire », témoigne Emmanuel, le Girondin parti chez Tuta.

    Apprivoiser l’#interface de ses nouveaux outils n’est pas la seule difficulté. « Le chantier est moins la boîte mail que tous les services qui y sont accrochés. Google n’est pas seulement une boîte mail, c’est une carte d’identité dans le monde numérique », analyse Damien Van Achter, consultant et formateur en journalisme qui a raconté son « #Googlexit » sur son site personnel.

    Il a dénombré pas moins de 120 services pour lesquels il utilisait son adresse Gmail comme #identifiant, comme adresse de récupération et/ou comme support de double authentification. Changer son adresse mail sur ces multiples services en ligne est fastidieux et peut virer au casse-tête : certains imposent de contacter le support, quelques-uns ne le permettent pas du tout.

    La clé : la #patience

    L’opération de transfert peut tout de même avoir une vertu : faire du ménage. Damien Van Achter a abandonné un tiers de ses 120 comptes utilisant son adresse Gmail qui, à l’inventaire, se sont avérés inutiles : « Le désencombrement n’était pas l’objectif. C’est devenu le premier bénéfice mesurable », écrit le consultant.

    Pour parer à tout oubli, la prudence conduit à conserver l’adresse Gmail active, même inutilisée, au moins pendant un temps. « J’ai bien fait de la laisser ouverte : j’avais oublié de changer l’adresse mail liée à mon abonnement annuel de train », témoigne Marcelline, une Jurassienne de 39 ans qui a ouvert une adresse Proton l’an dernier. Du côté de la campagne DéMAILnagement, on met toutefois en garde contre la tentation de conserver Gmail « comme adresse “poubelle”, par exemple pour les mails des sites marchands » : ces messages commerciaux « en disent encore long sur qui vous êtes ». Autrement dit, un tel usage perpétue l’exploitation de vos habitudes et centres d’intérêt par Google.

    Pour réussir son divorce, une des clés est la patience, quitte à réfréner son enthousiasme initial. « J’ai voulu tout faire parfaitement tout de suite. Je me suis fait des nœuds au cerveau, c’est décourageant. Mieux vaut y aller petit à petit », témoigne Gri, 25 ans, qui, un an après avoir ouvert son adresse mail chez Proton, n’a pas encore fini de détricoter les liens de dix ans d’activité numérique avec son ancienne adresse Gmail.

    « L’opération est à envisager comme une #transition_numérique progressive plutôt que comme une rupture du jour au lendemain », abonde Booteille, référent communication chez Framasoft. Cette association d’éducation populaire consacrée au logiciel libre milite pour « dégoogliser internet » et propose depuis plus de dix ans une série d’outils gratuits (mais pas de boîte mail).

    Principal obstacle : notre #smartphone

    Se faire accompagner peut aussi aider. Le site DéMAILnagement liste déjà des conférences ou ateliers organisés dans certaines villes autour du changement d’adresse mail. Et il prépare un « tour de France » sur le sujet fin 2026 et au premier semestre 2027, avec des acteurs de l’éducation populaire. « Il y a forcément un acteur près de chez vous qui peut vous aider », assure Marie, de l’hébergeur Libretic.

    Malgré tout, au final, couper totalement le cordon avec Google reste difficile, tant l’usage de ces outils est répandu : l’effet de réseau joue à plein. « Certaines associations dont je fais partie ne voient pas le problème à me demander de travailler sur des fichiers partagés hébergés sur Google », s’agace Marc, 67 ans, qui se sent « obligé » de conserver son compte Gmail actif.

    De son côté, Damien Van Achter conserve son calendrier familial partagé (mais pas son calendrier professionnel) chez Google : « Je n’allais pas forcer mes enfants et ma compagne à changer », explique-t-il.

    Le principal fil à la patte tient dans notre poche : le smartphone, du moins s’il fonctionne sous Android, comme plus de deux tiers des appareils du marché. Dans sa version standard, #Android nécessite un compte Google. Des solutions pour s’en passer existent : certains modèles (Fairphone Murena, PinePhone, Librem...) sont ainsi vendus avec un système d’exploitation n’appartenant pas à Google préinstallé. Pour plusieurs témoins ayant écrit à Reporterre, c’est le prochain chantier, après le changement de boîte mail.

    Trois conseils pour réussir son divorce avec Gmail

    1 — Choisir une nouvelle messagerie respectueuse de la vie privée
    Il y a le choix : Proton, Infomaniak, Mailo, Tuta…

    2 — Prendre son temps pour modifier tous ses services en ligne liés à son adresse Gmail
    Pour ne rien oublier, ça peut prendre des mois.

    3 — Se faire aider, en ligne (tuto…) ou dans la vie réelle
    Un point de départ : www.demailnagement.net lancé par un collectif d’hébergeurs alternatifs.

    ▻https://reporterre.net/Quitter-Gmail-ils-l-ont-fait-les-conseils-pour-le-grand-saut
    #alternative #messagerie #email

  • La tradition
    ▻https://www.ici.fr/auvergne-rhone-alpes/puy-de-dome-63/saint-bonnet-pres-riom/tradition-la-prefecture-du-puy-de-dome-tranche-la-question-du-cou-de-l-oie-68547

    C’est le point d’orgue de la Fête Patronale, à Saint-Bonnet-près-Riom (Puy-de-Dôme) : le jeu du Cou de l’oie. Rituel de passage à l’âge adulte pour les garçons du village , la tradition consiste à arracher la tête d’oies, mais aussi de poules ou de lapins suspendus à une corde, devant tout le village.

    #masculinité #virilo-carnisme #hommerie #patriarches

  • On ne pourra pas maîtriser le #déficit_budgétaire sans hausses d’impôts

    Depuis plusieurs années, la France connaît un déficit budgétaire de l’ordre de cinq points de PIB ou plus. Ce sera encore le cas cette année, et le gouvernement ne vise pas mieux pour l’an prochain. C’est beaucoup ; c’est trop. Notre dette grimpe trop vite et les tensions sur les #taux_d’intérêt nous imposent une #charge_de_la_dette de plus en plus forte.

    Face à cette situation, le Premier ministre répète sur tous les tons qu’il ne saurait être question de mettre la fiscalité à contribution du #redressement_des_comptes_publics. Philippe Juvin, le rapporteur général du #budget, a tenu les mêmes propos le 2 septembre 2026 devant l’Association des journalistes économiques et financiers.

    C’est pourtant une triple erreur : économique, géographique et historique.

    60 milliards d’euros jetés par les fenêtres sous Macron

    Economique d’abord. Lorsqu’on souhaite réduire le #déficit_budgétaire, il n’y a que deux solutions : réduire les #dépenses ou augmenter les #recettes. Problème : lorsque l’Etat ou la Sécu dépensent moins, cela fait moins de revenus distribués dans l’économie, ce qui tire la #croissance vers le bas.

    Cela dit, lorsque les impôts augmentent, c’est pareil, on enlève des revenus, ce qui plombe aussi la croissance. Certes, mais les économistes estiment que réduire les dépenses a un impact négatif sur la croissance deux fois plus fort que si l’on augmente les impôts.

    Il existe un second argument économique. La Cour des comptes nous dit que, depuis son arrivée au pouvoir, Emmanuel Macron et ses Premiers ministres ont baissé structurellement les #recettes_budgétaires de 60 milliards d’euros par an. C’est énorme.

    Alors que le gouvernement se bat pour réduire les dépenses de 30 milliards, le « quoi qu’il en perde » fiscal du président Macron a jeté chaque année depuis dix ans 60 milliards d’euros par les fenêtres : l’économie française ne se porte en effet pas mieux que les autres.

    Côté géographie, la Cour des comptes – toujours elle −, a publié cet été une étude originale qui observe trois exemples réussis de redressement budgétaire en Allemagne, au Portugal et en Italie. A chaque fois, il y a eu des augmentations d’impôts. Cela a même représenté 80 % de l’effort au Portugal et les trois quarts en Italie.

    Indispensable contribution des plus #riches

    Petite précision : en Italie et au Portugal, ces hausses d’impôts ont été mises en œuvre par des gouvernements de droite. Ce qui amène à l’argument historique : lorsqu’il revient au pouvoir en 1958, #Charles_de_Gaulle met en place un plan d’ajustement budgétaire qui comporte des hausses d’impôt. Comme l’avait fait #Pierre_Laval en 1935.

    A toutes celles et ceux qui pensent qu’augmenter les impôts est le signe d’un gauchisme sans limite, il est donc conseillé de regarder chez nos voisins et notre propre histoire.

    Faut-il donc augmenter les impôts pour tout le monde ? Non. Parce que certains contribuables en paient moins que les autres. Les recherches universitaires montrent qu’en France, comme dans beaucoup d’autres pays, les #ultrariches sont moins taxés que les autres.

    On ne pourra donc pas échapper au débat sur la nécessaire solidarité des plus riches, sur leur #patrimoine et sur leurs #héritages, c’est-à-dire sur leur contribution au redressement des #comptes_publics.

    Côté entreprises, l’Insee nous dit que si le #taux_d’impôt officiel sur les bénéfices est de 25 %, le taux vraiment payé par les grandes entreprises est passé de 19,3 % en 2016 à 14,3 % en 2022 : une perte de recettes de 20 milliards d’euros, selon l’estimation de Gabriel Zucman.

    En fait, je me suis trompé. Il n’est pas besoin d’augmenter les impôts pour redresser nos comptes publics, juste de faire payer sa juste part à chacun.

    ▻https://www.alternatives-economiques.fr/on-ne-pourra-pas-maitriser-le-deficit-budgetaire-sans-hauss

    #impôts #fiscalité #dette_publique #dette #déficit #macronisme #économie

  • Arrêts maladie : quand le « coup de chaleur » disparaît des formulaires
    ▻https://www.liberation.fr/societe/sante/arrets-maladie-quand-le-coup-de-chaleur-disparait-des-formulaires-2026090

    Pour la protection sociale toujours trop coûteuse, pour les #arrêts_de_travail, rien ne change non plus. Ministres et candidats à la présidentielle reprennent en boucle les mêmes mensonges, les mêmes chiffres truqués, pour marteler dans l’esprit des Français que les arrêts de #travail représentent une scandaleuse gabegie. Rien ne change, et leur discours pourrait être utilement calqué sur celui de la Chambre de commerce de Paris, ancêtre du Medef, en… 1948 : « La Sécurité sociale est devenue pour l’économie une charge considérable. Les salariés ont profité de traitements dont ils n’avaient peut-être pas un besoin certain, la moindre maladie a été le prétexte de repos. L’absentéisme s’est développé. »

    Sébastien Lecornu, l’homme qui ricane parce qu’il a fait un peu chaud cet été, parle d’abus qui explosent. Jean-Pierre Farandou, ministre du Travail et des Solidarités, qui ne voyait pas l’intérêt d’une température maximale au travail, avant de se scandaliser qu’un conducteur de bus ait perdu le contrôle de son véhicule en perdant connaissance sous la chaleur, sermonne et s’inquiète : « Depuis 2019, le nombre d’arrêts indemnisés a augmenté de plus de 10%. Il y a une espèce d’accélération des arrêts maladie. » Edouard Philippe, le candidat « raisonnable » qui appelle à redresser la France et considère que la volonté affichée de Marine Le Pen de ramener l’âge de la retraite à 62 voire 60 ans en fait une dangereuse gauchiste… s’insurge sur l’« open bar » des arrêts maladie. Pour un candidat qui se dit centriste, et qui veut que tout le monde travaille jusqu’à 67 ans tout en fustigeant les arrêts de travail, Marine Le Pen n’est pas assez à droite. On appréciera ce que cela éclaire du positionnement du candidat Horizons. Les uns et les autres passent sous silence le fait que nous vivons une pandémie Covid invisibilisée, que comme cela était prévisible, le recul de l’âge de la #retraite amène des patients plus âgés à accumuler les soucis de santé dont les troubles musculosquelettiques, que l’intensification du travail et la pression managériale usent les salariés, que la France a un taux d’accidents de travail, de maladies professionnelles, de décès au travail, bien supérieur à ses voisins.

    Enfin si, quelque chose a changé...

    Le seul changement que j’ai pu remarquer sur Ameli depuis le 1er septembre lors de la déclaration des motifs d’arrêts de travail (dans lesquels sont mis en avant certains motifs : Covid, syndrome grippal, syndrome abdominal aigu, sur lesquels il est facile et rapide de cliquer), c’est que le motif « #coup_de_chaleur et #insolation » a été rendu encore plus compliqué à signaler. Alors que ce motif existe sous le code T670 dans la Classification internationale de l’OMS codant les maladies, les symptômes, les circonstances sociales et causes externes de maladies ou de blessures, il est inexistant pour la Caisse nationale d’assurance maladie. Mais ayant constaté pendant tout cet été l’incidence de la #canicule sur les #patients, et diagnostiqué comme je l’avais détaillé dans cette chronique un très grand nombre de coups de chaleur, en particulier chez des travailleurs insuffisamment protégés, je pouvais jusqu’ici forcer le formulaire de déclaration de la Cnam en marquant « coup de chaleur », ou « insolation ». Je me retrouvais alors devant une annotation en rouge « Ce motif n’est pas connu, veuillez sélectionner une des catégories suivantes (maladies du système ostéo-articulaire, troubles mentaux et du comportement, lésions traumatiques »… et enfin une dernière catégorie notée « Autres maladies » qui me permettait enfin d’insister et de notifier la cause réelle de l’arrêt de travail, fut-ce au prix d’une manipulation informatique dont je crains que nombre de confrères ne se soient pas embarrassés. Mais apparemment nous étions suffisamment nombreux à le faire pour que, sans que cela soit annoncé nulle part, le formulaire ait été modifié pour ôter la catégorie « Autres maladies ».

    #santé #médecine

  • Désastre, cendres et profit
    ►https://lundi.am/Desastre-cendres-et-profit

    À la date du 10 août 2026, près 90 000 hectares de forêts et plantations ont brûlé sur toute la France depuis le début de l’année ; pire que 2022 et ses 65 546 hectares détruits. Le département de la Gironde, dans le Sud-Ouest du pays, aura été à ce jour le plus sinistré, avec 16 feux qui ont détruit environ 40 000 hectares. Près de 200 000 personnes habitant la région ont dû quitter leur domicile pour plusieurs jours, fuyant l’avancée des flammes dans l’exode le plus important que la France ait connu depuis juin 1940... Mais si la #sécheresse extrême de cet été explique la multiplication des départs de feu, elle n’explique pas que ceux-ci aient pris une telle ampleur pour aboutir à une véritable catastrophe.

    C’est bien une économie politique à l’origine des mégas feux de forêt qui frappent de plus en plus fréquemment les zones boisées dans le sud de l’Europe, de la Grèce au Portugal. Du reste, en France les feux ne frappent plus seulement les régions méditerranéennes mais des régions jusqu’alors épargnées, comme la Bretagne.

    L’#incendie qui vient de ravager la pinède landaise, dans la Gironde, est emblématique à tous points de vue. L’on estime à environ dix-sept millions d’hectares le couvert forestier en France, qui a tendance à gagner du terrain par suite de la déprise agricole, mais sept millions ne sont que des monocultures, dont une grande partie est constituée de pins maritimes ou de sapins douglas. Ces résineux sont déjà hautement inflammables lorsqu’ils se développent de façon spontanée, comme nous le savons depuis longtemps dans les collines provençales, languedociennes et catalanes, mais le système de plantation dont la pinède dite des Landes de Gascogne est l’exemple type démultiplie le risque de façon délirante.
    « La forêt des Landes a été pensée et construite comme une usine »* a pu dire à juste titre un biologiste de l’Inrae après le grand incendie de 2022. Il est donc abusif de parler de #forêt en ce cas. Comme le dit Jean-Baptiste Vidalou, la forêt est « une réalité sensible, moins un "espace recouvert d’arbres", comme sa définition courante le laisse à penser, qu’une façon singulière d’agencer le monde, de l’imaginer, de s’y attacher » : « un certain alliage, une certaine composition tout à fait singulière de liens, d’êtres vivants, de magie ». Ce sont des #plantations qui ont brûlé durant cet été 2026 entre Bordeaux et le littoral atlantique. L’étendue et l’intensité de ce désastre ne peut se comparer qu’aux incendies ayant ravagé les plantations d’eucalyptus et de pins au Portugal ces dernières années.

    #monoculture #agropastoralisme #zones_humides #industrie_forestière #coupe_rase #écocide

    • Cette région était jadis couverte de landes, marais et marécages, mais aussi d’îlots boisés où le pin maritime côtoyait diverses espèces de chênes, ainsi que des aulnes, des bouleaux et des saules dans les endroits plus humides. La loi forestière de 1857 sur l’assainissement et la mise en culture des Landes de Gascogne imposa le #drainage de ces zones humides et leur transformation en #plantations de pins maritimes - l’argument aujourd’hui invoqué par les exploitants forestiers, selon lequel rien d’autre ne pousse sur ces terrains sableux est assez spécieux, puisque le drainage systématique a modifié la composition du sol, dans le but d’en réserver l’usage à la seule culture de résineux... Une superficie d’environ un million d’hectares se trouva ainsi vouée à la monoculture du pin maritime. Et l’humus fourni par les résineux étant notoirement plus pauvre en calcium que celui des feuillus, ces sols siliceux et acides n’ont cessé de s’appauvrir depuis un siècle et demi. Mais la défense des intérêts privés autorisant tous les mensonges, le Syndicat des sylviculteurs du Sud-Ouest peut ainsi affirmer que « la seule chose qui pousse correctement sur ces sols, c’est le pin maritime », crédité d’avoir sorti « de la misère cette région malsaine où subsistait un agropastoralisme pauvre et archaïque ».

      Les Landes de Gascogne n’ignoraient donc pas le pin maritime auparavant, qui fixait spontanément les cordons des dunes. Les Landais avaient à partir de là développé des procédés d’ensemencement efficaces, que les techniciens venus de Paris après 1857 se contentèrent de reproduire. Les pignadars formaient ainsi 70 000 hectares à la fin du XVIII° siècle, exploités en sylviculture douce pour leur résine (70% de colophane et 30% d’essence de térébenthine). Mais les indigènes savaient aussi creuser des fossés d’écoulement et réguler le couvert forestier pour l’empêcher de s’étendre au détriment des zones de #pâturage - les fameuses landes... N’en déplaise aux colonisateurs méprisants, les Landais n’étaient donc pas un peuple souffreteux, mais d’abord besogneux, comme le rapporte le comte Jacques-Antoine de Guibert en 1775 : « Le commerce des bestiaux, qui trouvent dans ces landes un pâturage excellent, la vente de la résine et des bois, y sont deux grandes sources de richesse. Presque toutes les maisons qu’on voit dans ces Landes sont bien bâties, ou en pierre ou en bois, avec des entre-cloisonnements en briques ou en terre, bien blanchies par-dessus ; elles sont toutes couvertes de tuiles. »

      Jusqu’à la loi de 1857, les Landais avaient toujours été à la fois bergers et agriculteurs, la fumure du bétail permettant d’enrichir des sols sableux, pauvres en nutriments.

      L’éradication des zones humides a toujours été un objectif de gouvernance étatique, les exemples ne manquent pas y compris dans l’histoire récente, l’écocide signifiant tout aussi bien l’ethnocide. (...)

  • « Un soupir de soulagement » : Trump suspend son projet anti-immigration dans un parc national

    Face à une mobilisation transpartisane, l’administration Trump a finalement suspendu jusqu’à nouvel ordre son projet anti-immigration à la frontière avec le Mexique, dans le #parc_national de #Big_Bend. Les opposants restent toutefois « sur leurs gardes ».

    Dans les États-Unis de #Donald_Trump, même les #parcs_nationaux ne sont plus sanctuarisés. Pourtant élevé au rang de « joyau de la couronne » du patrimoine naturel étasunien, Big Bend a été ébréché par les bulldozers et les pelleteuses de l’administration fédérale, mi-août. Dans sa chasse quasi obsessionnelle aux migrants à la frontière entre les États-Unis et le Mexique, le monarque de Mar-a-Lago disait vouloir renforcer la #sécurisation de cette portion de frontière au nom de la #sécurité_nationale, sans pour autant y ériger son emblématique mur. À la place, le ministère de la Sécurité intérieure prévoyait d’installer « de nouvelles pistes de #patrouille, des dispositifs de #surveillance et des #barrières_antivéhicules » dans l’un des espaces les plus sauvages du #Lone_Star_State (l’« État de l’étoile solitaire »).

    Mais citoyens et élus aux convictions politiques différentes ont fait cause commune pour défendre le parc et ainsi pousser Trump à suspendre tous les travaux, le 17 août, quelques jours seulement après leur lancement. L’arrêt n’est que temporaire, le temps de permettre à #Rodney_Scott, le chef de la police aux frontières, d’aller sur place et de procéder à une « évaluation personnelle » de la situation, a-t-il annoncé sur le réseau social X.

    Un répit sans doute de courte durée, qui aura eu le mérite de rassembler les opposants. « C’est presque inédit de voir une #opposition aussi transpartisane. Certaines des voix les plus virulentes viennent de républicains conservateurs influents », souligne #Bob_Krumenaker, ancien directeur de Big Bend et désormais président de #Keep_Big_Bend_Wild, un collectif non partisan réunissant habitants et anciens responsables des parcs nationaux, qui œuvrent à la préservation du seul parc national du #Texas.

    Biologiste de formation, cet ancien responsable du National Park Service pendant quarante-et-un ans estime que « l’administration a été prise au dépourvu par la capacité d’organisation de ces opposants » et espère qu’elle agira toutefois de « manière sensée », en stoppant définitivement les travaux, surtout à l’approche des élections de mi-mandat en novembre.

    Bob Krumenaker pense que cette #mobilisation peut être « un tournant » dans le combat contre l’administration Trump-II. Beaucoup disent ressentir de « la gratitude » tout en restant « sur leurs gardes ». « Avec cet arrêt des travaux, c’est comme si toute la communauté avait poussé un soupir de soulagement collectif, souligne #Anna_Claire_Beasley, directrice de la stratégie et des campagnes de #No_Big_Bend_Wall (« Pas de mur dans le Big Bend »), une coalition citoyenne de l’ouest du Texas opposée à la construction du mur. Ce combat a été épuisant. Cette pause nous permet de souffler, de nous regrouper et de recentrer nos efforts pour être prêts à affronter la suite. »

    La crainte d’une jurisprudence

    Moins connu que Yellowstone, le Grand Canyon et Yosemite, Big Bend est pourtant « l’un des lieux les plus riches en #biodiversité d’Amérique du Nord auquel les Texans sont très attachés », estime Rick LoBello, ancien garde de ce trésor national.

    Reconnu comme réserve de biosphère par l’#Unesco en 1976, le parc abrite quelque 1 200 espèces de plantes, au moins 450 espèces d’oiseaux et 75 espèces de mammifères. Parmi cette faune exceptionnelle figurent notamment l’ours noir et la gambusie de Big Bend, un petit poisson en danger d’extinction que l’on ne trouve nulle part ailleurs dans le monde.

    « Ce qui se passe actuellement menace non seulement la plus vaste zone sauvage protégée du Texas, mais porte aussi atteinte à cette zone binationale et à la vision mondiale de la #protection_de_la_nature », s’inquiète Rick LoBello.

    À ses yeux, c’est l’idée même des parcs nationaux, née aux États-Unis en 1872, qui pourrait être « gravement compromise » si Trump allait au bout de sa politique répressive, Big Bend faisant ainsi jurisprudence. « D’autres pays pourraient se dire : “Si les États-Unis peuvent détruire leurs parcs nationaux, nous pouvons le faire aussi” », craint l’actuel responsable de l’éducation et de la conservation du zoo d’El Paso, désormais à quelque 500 km de Big Bend. Avant d’ajouter : « Si j’habitais plus près, je m’enchaînerais à un bulldozer. »

    D’après les informations recueillies par Reporterre auprès d’anciens responsables du parc et de militants, les bulldozers auraient déjà défriché un large couloir d’environ 1,6 km de long et jusqu’à 30 mètres de large traversant une forêt riveraine et l’habitat du coulicou à bec jaune, une espèce protégée. Plusieurs autres zones désertiques auraient également été aplanies pour stationner des véhicules, tandis qu’une nouvelle piste creusée dans une pente rocheuse très abrupte aurait causé « des #dégâts_irréversibles ».

    Membre actif de #Friends_of_the_Riverside_Church, une organisation à but non lucratif qui œuvre pour la restauration de l’église locale, #Martha_Stafford dénonce un passage en force « sans précédent ».

    En mars, l’administration la plus climatosceptique de l’histoire des États-Unis a écarté 28 #lois environnementales, dont le #National_Historic_Preservation_Act, pour permettre la réalisation d’un projet doté de 1,7 milliard de dollars grâce à la #One_Big_Beautiful_Bill (« la grande et belle loi »), la gigantesque loi budgétaire voulue par Donald Trump pour sa politique de lutte contre l’immigration. Plusieurs associations et organisations, dont la sienne, ont déposé une plainte contre l’administration Trump.

    Un environnement « extrêmement inhospitalier »

    « La mission première du ministère de l’Intérieur est de protéger ces lieux pour les générations futures », rappelle cette habitante de #Marfa, une petite ville du #désert_de_Chihuahua, pour qui les décisions prises aujourd’hui ne devraient pas répondre aux seuls impératifs du moment.

    Elle dénonce surtout une inversion de la promesse démocratique étasunienne : « Le système est censé être “par le peuple, pour le peuple”. Ici, c’est “par l’administration, pour l’administration”, et contre le peuple. » Une logique autoritaire et sécuritaire qui peine à la convaincre : « Personne ne voit de raison de détruire ce trésor national pour un bénéfice aussi faible en matière de sécurité. »

    Selon les chiffres de la patrouille frontalière (Border Patrol) et la douane étasunienne (Customs and Border Protection), seules 200 personnes ont été interpellées par les autorités à l’intérieur du parc en 2025, soit à peine 0,045 % des arrestations enregistrées sur l’ensemble de la frontière sud-ouest. Le secteur de Big Bend couvre pourtant 26 % de la frontière avec le Mexique, mais concentre moins de 1 % des interpellations.

    « C’est un environnement extrêmement inhospitalier pour quiconque tenterait de parcourir de longues distances à pied, appuie Thomas Alex, archéologue et responsable des ressources culturelles de Big Bend pendant trente-deux ans. Il nous arrive de voir quelqu’un marcher le long d’une route, mais c’est généralement parce qu’il n’a plus d’eau ou rencontre des problèmes de santé. Les chances de survie en entrant par le parc sont très faibles. » Les températures peuvent en effet dépasser 40 °C.

    Dans le Texas de Big Bend, l’heure est en tout cas venue pour les bulldozers de Trump de rebrousser chemin jusqu’à nouvel ordre.

    ▻https://reporterre.net/Proteger-ces-lieux-pour-les-generations-futures-au-Texas-la-bataille-pou
    #frontières #nature #USA #Etats-Unis #murs #barrières_frontalières #Mexique #suspension #migrations #réfugiés #environnement_hostile #hostile_environment #résistance #justice #désert

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    ajouté à la métaliste sur le lien entre la construction de barrières frontalières et les impacts sur l’environnement/nature...
    ►https://seenthis.net/messages/515608

  • L’Eau et la Terre. #Cambodge, 1975-1979

    Des destins se croisent sur une route, au lendemain du 17 avril 1975, quand les #Khmers_rouges ont brutalement évacué toutes les villes du pays. Les paysans comme les citadins se savent en sursis au point de se définir comme des « gens n’étant pas encore morts ». Tous, Khmers rouges compris, seront au coeur de la tragédie à venir.

    ▻https://www.editions-delcourt.fr/eau-et-la-terre-ned
    #BD #bande-dessinée #livre #propagande #Khmer_Serei #génocide #Kampuchéa_démocratique #déplacements_forcés #errance #déplacés_internes #déportation #marche #massacres #Lon_Nol #S-21 #Tuol_Sleng #patriotisme #Grand_bon_en_avant #travail #fosses_communes #révolution

  • Il ricamo tradizionale palestinese preserva un’identità calpestata

    Attraverso il #tatreez #Yasmine_sit_Aboha riscopre e valorizza le proprie origini. Non è infatti “solo” una forma di decoro ma un linguaggio dove ogni ornamento racconta una storia. E il #collettivo_Carbush aiuta a diffondere queste patrimonio.

    Il collettivo Carbush nasce quando stare con le mani in mano non era più possibile. Non era più possibile per Yasmine sit Aboha, giovane italo-palestinese che vive a Milano, che le mani aveva bisogno di muoverle per scacciare un grande senso di impotenza, di farle lavorare per riscoprire le sue origini, di ricamare per cercare la complessità che si nasconde dietro anche al più semplice dei simboli: una X.

    È per questo che il 5 dicembre 2024 ha fondato Carbush, un progetto che mette al centro il ricamo tradizionale palestinese ovvero il tatreez. Questo termine letteralmente si traduce con “abbellimento” ma Yasmine ci tiene a precisare che questa parola, così come la intendiamo noi, non è abbastanza. Perché la pratica del tatreez non è nata solo per decorare gli abiti tradizionali per renderli più belli attraverso motivi ornamentali ma è un vero e proprio linguaggio dove ogni ricamo ha un suo significato e racconta una storia. E come ogni lingua ha delle origini antichissime che sono difficili da stabilire ma nel tempo si evoluta e si è arricchita, diventando anche espressione della resistenza palestinese dall’occupazione israeliana.

    Ne è un esempio “il vestito della Nakba”. Un abito che risale agli anni Trenta e dimostra come durante quella che i palestinesi hanno chiamato la “catastrofe”, ovvero l’espulsione di più di 700mila persone dalle proprie terre in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948, il ricamo fosse diventato un modo per tramandare l’identità di un popolo esiliato. La storia di questo vestito racconta infatti due vite: quella vissuta in Palestina e quella segnata dall’esilio forzato. Fu donato dalla donna che lo aveva ricamato a un’altra cacciata dalla propria casa e in cammino verso la Cisgiordania. Rachel Dedman, curatrice e storica lo scrive nel suo libro “Stitching the Intifada: embroidery and resistance in Palestine” e Yasmine lo spiega sempre a chi partecipa ai suoi laboratori dove lo insegna a chiunque voglia apprenderlo, per far comprendere il valore politico che nella storia ha assunto il tatreez. “Una volta che impari a fare una X impari a fare tutto perché è veramente un gesto così semplice -dice Yasmine-. Poi quello che cerco di trasmettere sempre è che non è una pratica individuale ma è un momento per stare insieme, per creare comunità”.

    Il ricavato della quota di partecipazione a questi workshop (l’ultimo si è svolto durante la festa di Altreconomia lo scorso 18 ottobre) insieme a quello raccolto dalla vendita dei ricami di Yasmine su magliette, felpe, segnalibri etc. viene poi donato a supporto delle famiglie palestinesi che sono riuscite a raggiungere l’Italia. Ad aiutarla in questa piccola ma significativa impresa c’è sua sorella gemella Michelle.

    “Yasmine ha iniziato a ricamare già molto tempo fa -racconta Michelle- e ho capito che ha creato Carbush per dare una risposta al suo senso di impotenza contribuendo a far conoscere la cultura palestinese che in questo momento è veramente importante. Poi però a livello personale è diventato qualcosa di più. Come spesso accade l’espressione artistica rappresenta un modo per scavare dentro sé stessi e per tentare di risolvere degli aspetti della propria vita. Mi riferisco al fatto che per noi è stato difficile ‘capire di essere palestinesi’ ed è qualcosa che è arrivato in età adulta. Sapevamo che c’era questo aspetto nella nostra vita ma è come se nella quotidianità non avesse alcun spazio, la nostra identità non veniva vista e non veniva capita perché la Palestina non si conosceva e nostro padre, palestinese originario della Cisgiordania, ce ne parlava poco”.

    Il tatreez è diventato quindi non solo un modo per agire e reagire ma anche per riscoprire le proprie origini e Carbush è il frutto dell’elaborazione che le due sorelle hanno fatto di quello che il padre ha tramandato loro anche involontariamente.

    “Nostro padre non ci ha mai detto ‘adesso vi racconto che cosa significa essere palestinese’, eppure ci ha trasmesso la sua identità”. Carbush in dialetto palestinese significa infatti “tendaccia”. È una parola che Yasmine e Michelle hanno sentito cantare proprio da lui.

    ▻https://altreconomia.it/il-ricamo-tradizionale-palestinese-preserva-unidentita-calpestata
    #broderie #Palestine #résistance #tradition #Carbush #patrimoine #artisanat

  • #rubrica. L’intestazione fittizia dei beni: prestanome e #patrimoni_mafiosi
    ▻https://informareonline.com/rubrica-lintestazione-fittizia-dei-beni-prestanome-e-patrimoni-mafi

    di Maurizio GiordanoSostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli. Dal 2014 al 2024 ha prestato servizio nella Dda. Tra gli strumenti attraverso i quali la criminalità organizzata conserva, protegge e reinveste la ricchezza accumulata mediante attività illecite, l’intestazione fittizia dei beni occupa un ruolo centrale. Il fenomeno non riguarda soltanto la formale attribuzione di […] L’articolo RUBRICA. L’intestazione fittizia dei beni: prestanome e patrimoni mafiosi proviene da Informareonline, scritto da #maurizio_giordano

    #Approfondimenti #Attualità #EVIDENZA #Magazine_Agosto_2026 #intestazioni_fittizie

  • #Bulgaria: proteste nel centro di Pastrogor e gli effetti del #patto_europeo sulla migrazione
    ▻https://radioblackout.org/podcast/bulgaria-proteste-nel-centro-di-pastrogor-e-gli-effetti-del-patto-eur

    La puntata di ferragosto di Harraga è dedicata alle recenti proteste nel centro di detenzione amministrativa di Pastrogor, in Bulgaria. Con due compagne del collettivo Rotte Balcaniche, siamo partite dalle proteste delle persone migranti recluse delle scorse settimane per fare un quadro dei recenti sviluppi in tema di detenzione, controllo e repressione delle persone in […]

    #immigrazione #rotta_balcanica
    ▻https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/08/harragabulgaria-14.8.26.mp3

  • Tassare le eredità per ridurre i divari e dare forza all’economia

    L’attuale forma di tassazione dei patrimoni ereditari si scontra con i dati di una crescente disuguaglianza di partenza per un numero sempre maggiore di persone. Per questo occorre ripensare interamente il sistema, con una riforma organica che ripensi gli obiettivi della tassazione. Occorre rafforzare la progressività, esentando la classe media e le eredità medio-basse e spostando il carico fiscale su chi riceve eredità più cospicue. Al fine di accrescere la libertà sostanziale dei giovani, per una giustizia sociale che rimarchi il concetto di pieno sviluppo della persona umana in termini di libertà, uguaglianza e partecipazione.

    Nel nostro Paese il peso delle eredità è molto cresciuto, mettendo in discussione meritocrazia e pari opportunità e accentuando le disuguaglianze. Ciò richiede di intervenire con una riforma dell’attuale imposta di successione, in chiave progressiva: per redistribuire alle nuove generazioni ricchezza, opportunità e potere con una misura di eredità universale.

    Ogni anno, poco più di un milione di persone in Italia ricevono in media 200 mila euro sotto forma di eredità o donazioni, una cifra equivalente a quasi dieci volte il reddito medio annuale di un lavoratore dipendente (pari a circa 23 mila euro). Nel complesso, il valore di tutti i lasciti ereditari vale circa il 15% del reddito nazionale, nel 2024, pari a circa 250 miliardi di euro annui, ed è raddoppiato rispetto agli anni Novanta. Tutto ciò avviene mentre sono calati i risparmi degli italiani e il reddito complessivo delle famiglie e i salari dei lavoratori sono in fase ristagnante.

    Inoltre, come ricorda il volume curato da Giacomo Gabbuti, da noi l’importanza dell’eredità è oggi ancora più forte che in passato. L’Italia non è l’unico Paese in cui il peso delle eredità cresce. Nel primo studio di un certo peso su questo tema, l’economista francese Thomas Piketty ha dimostrato che la quota delle eredità totali in percentuale del reddito nazionale in Francia ha seguito un andamento a U, passando dal 24% nel 1900 al 4% nel 1950, per poi risalire al 15% nel 2010.

    Tendenze simili, sebbene con aumenti più moderati, sono state riscontrate nel Regno Unito dall’economista britannico Tony Atkinson.

    Come mostra uno studio del 2024 pubblicato sul «Journal of European Economic Association», le eredità sono anche estremamente concentrate, molto più dei patrimoni stessi. L’1% degli eredi più ricchi in Italia controlla circa il 25% di tutti i trasferimenti, una quota cresciuta negli ultimi tre decenni. Anche tra i grandi patrimoni la componente ereditaria è molto evidente: secondo le statistiche Forbes, circa sei su dieci tra i miliardari italiani sono ereditieri. In altre parole, per diventare miliardari la strada più facile pare sia ereditare qualche miliardo dai genitori.

    È naturale che le famiglie vogliano proteggere i figli e investire nel loro successo, soprattutto in un contesto di disuguaglianze crescenti. Tuttavia, questa libertà non dovrebbe trasformarsi in un privilegio assoluto che limita le opportunità altrui. Poiché le grandi eredità non derivano dal merito individuale, esse mettono in discussione l’idea che l’attuale distribuzione della ricchezza sia davvero meritocratica e basata su pari opportunità.

    L’aumento del peso delle eredità modifica la natura stessa dell’accumulazione della ricchezza. Come previsto da Thomas Piketty ne Il Capitale nel Ventunesimo secolo, emerge un capitalismo patrimoniale in cui le dinastie familiari concentrano quote crescenti dell’attività economica e influenzano i destini delle nuove generazioni. Questo processo dà forma a quella che l’«Economist» ha definito la «nuova ereditocrazia».

    Inoltre, crescenti flussi di trasferimento possono accentuare le disuguaglianze di ricchezza come mostrato in un nuovo studio del 2025 sul «Journal of Public Economics». Da un lato, le piccole eredità diffuse tendono a ridurre le disuguaglianze, poiché migliorano la condizione economica delle famiglie di fascia media. Al contrario, le grandi eredità accentuano le disuguaglianze, perché vanno per lo più a chi è già benestante. A rafforzare questa dinamica c’è un altro fattore: chi eredita ed è già ricco tende a risparmiare e investire quanto riceve; chi invece dispone di meno risorse è spesso costretto a consumarlo. Così, chi ha di più continua ad accumulare e la distanza cresce.

    La tassazione delle eredità è una delle forme di tassazione più antica al mondo, fortemente giustificata, anche dal pensiero liberale, con argomentazioni legate sia all’equità e alla giustizia distributiva sia all’efficienza economica e alla riduzione della concentrazione di potere economico e politico.

    Non fa eccezione l’economista liberale Luigi Einaudi: «In primo luogo [l’imposta di successione] deve limitare le ricchezze possedute per eredità. Dissi altra volta che, in una società sana, duratura, i giovani debbono potere partire da situazioni non troppo disuguali. Il che si ottiene da un lato dando a tutti i giovani la possibilità di studiare, dagli asili d’infanzia alle università ed oltre, a spese dello Stato. Ma il fine si ottiene altresì decimando le fortune acquisite da tempo, cosicché i nipoti e i pronipoti di chi formò una fortuna, non possano valersene se non in parte ed alla fine non possano valersene affatto, nella gara per la vita» [in «Risorgimento liberale», 6 marzo 1946, pp. 1-2].

    Eppure, dalla metà degli anni Novanta ad oggi, in Italia le imposte sulle successioni e sulle donazioni sono state sistematicamente depotenziate e perfino abolite tra il 2001 e il 2006. Bizzarro, infatti, che la prima misura della «rivoluzione liberale» del governo Berlusconi sia stata proprio l’abolizione dell’imposta di successione.

    Nel giugno 2001, Luigi Pintor sulle pagine del «manifesto» scriveva: «Se ho capito bene, il capo di governo ha deciso all’istante di detassare il suo patrimonio, come ogni altro patrimonio miliardario, affinché i suoi familiari e discendenti possano di generazione in generazione ereditarlo intonso. I ragazzi non potranno dire che è frutto del sudore della loro fronte, ma questo sarà un titolo di merito in più».

    L’attuale timidezza italiana nel tassare i patrimoni ereditati appare evidente quando analizziamo gli elementi chiave della tassazione: la soglia di esenzione e l’aliquota di tassazione massima. In Italia, la prima è di almeno un milione di euro per eredità in linea diretta – cioè da genitori a figli (si tratta di una somma generosa che basta oggi per entrare circa nel 3% più ricco degli adulti italiani!). Mentre negli Stati Uniti circa 12 milioni di dollari, ma in Paesi come il Regno Unito o la Francia, si scende tra 100 e 350 mila euro.

    Anche le aliquote sono molto diverse: in Italia è del 4%, sempre guardando alla linea diretta dei trasferimenti, mentre la media Ocse è del 15%. In altri Paesi industrializzati come Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone può arrivare al 30, al 40 o persino al 50%. Utilizzando i nuovi dati del GC Wealth Project, il risultato è che l’aliquota media di prelievo è solo dello 0,5% del valore dei lasciti in Italia, circa un terzo della media globale.

    Certo, molti altri Paesi hanno seguito questa strada. Alcuni – come Svezia, Norvegia, Austria, Canada o Singapore – hanno addirittura abolito del tutto questa imposta. Ma abbiamo esempi opposti: Francia, Germania, Giappone, Olanda, Finlandia, dove invece la tassazione sulle eredità è stata rafforzata.

    Esistono diversi spazi di manovra per riformare l’attuale imposta di successione, una sfida assolutamente alla nostra portata. I margini di intervento sono ampi: in Francia, nel 2024 a fronte di 300 miliardi di trasferimenti sono stati incassati oltre 20 miliardi di euro dall’imposta di successione; in Italia con 250 miliardi, meno di 1 miliardo.

    Le modalità di intervento possibili sono di diversa natura. Qualsiasi intervento, tuttavia, dovrebbe essere congegnato anche per ridurre gli squilibri dell’attuale sistema di tassazione: la perdita di progressività dell’imposta che si è verificata nel corso degli anni ha fatto sì che le piccole eredità diffuse, che riducono le disuguaglianze, sono spesso tassate di più delle grandi. Negli anni Novanta, un lascito di oltre 10 milioni di euro era tassato con un’aliquota effettiva del 6-7%. Oggi siamo scesi attorno all’1%.

    Inoltre, gran parte del gettito deriva oggi da lasciti inferiori al milione di euro, anche perché le soglie di esenzione cambiano in base al grado di parentela: se eredito da un fratello, pago il 6% su tutto ciò che supera i 100 mila euro; se eredito da una zia, pago l’8% su tutto, indipendentemente dalla somma. Il risultato è paradossale: chi riceve di meno rischia di pagare di più. E questo non solo è inefficiente, ma anche iniquo, perché finisce per penalizzare proprio quelle eredità più piccole che, in teoria, dovrebbero aiutarci a ridurre le disuguaglianze.

    In Italia, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha avanzato una proposta di riforma dell’imposta di successione in chiave progressiva prevedendo di tassare i trasferimenti cumulati ricevuti nel corso della vita con tre scaglioni e tre aliquote: sotto i 500 mila euro nessuna tassazione, tra i 500 mila e 1 milione di euro, un’imposta del 5%; tra 1 e 5 milioni, al 20%; oltre i 5 milioni, al 50%. Si tratta di una riforma organica che ripensa gli obiettivi della tassazione, spostando l’attenzione sui trasferimenti cumulati nel corso della vita, come si fa solo in Irlanda, e non ricevuti in un dato anno indipendentemente da ciò che si è già ricevuto.

    Oltre agli interventi più diretti sul numero e il livello delle aliquote di tassazione si prevede anche un allargamento della cosiddetta base imponibile – eliminando le troppe esenzioni che creano buchi nel sistema, riducendo pratiche elusive e di evasione e rendendo l’imposta più equa.

    Infine, in linea con le raccomandazioni dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale, la proposta rafforza la progressività, esentando la classe media e le eredità medio-basse e spostando il carico fiscale soprattutto su chi riceve almeno 1 milione di euro, al contrario di oggi. Trovando un equilibrio tra il diritto di famiglia di aiutare i propri figli, da un lato, e l’esigenza collettiva di garantire pari opportunità, dall’altro, si migliorerebbe l’accettabilità sociale dell’imposta e la sua sostenibilità nel tempo.

    Si libererebbero, infine, risorse finanziarie – il Forum Disuguaglianze e Diversità ha stimato in almeno 5 miliardi aggiuntivi – per finanziare misure di riequilibrio delle disuguaglianze di opportunità, pensando soprattutto ai giovani. Si potrebbe istituire, ad esempio, una eredità universale, un trasferimento di una dotazione di ricchezza per tutti i neo-adulti ogni anno. Questa misura, affiancata da servizi di accompagnamento e sostegno alle scelte individuali, innalzerebbe la base di ricchezza su cui contare nella vita, redistribuendo potere ai giovani e affrontando di petto la crisi generazionale del nostro Paese con un’attenzione che non sia sporadica ma sistematica.

    Non si tratta di un mero sussidio o di un bonus monetario ma di un intervento pubblico, abilitante e capacitante, che mira ad accrescere la libertà sostanziale dei giovani, il loro grado di indipendenza e il loro riconoscimento sociale, coerente con una visione di giustizia sociale che rimarca il concetto di pieno sviluppo della persona umana in termini di libertà, uguaglianza e partecipazione.

    ▻https://rivistadissonanze.it/ricchi/tassare-le-eredita-per-ridurre-i-divari
    #taxes #taxation #fiscalité #héritage #économie #inégalités #patrimoine

  • La plus grande victoire de la #mafia est d’avoir cessé de ressembler à la mafia

    Aujourd’hui, la mafia semble plus puissante que jamais – il suffit de regarder les chiffres de la #cocaïne pour s’en rendre compte –, mais aussi plus invisible. Comment en est-on arrivé là ?

    Quand j’ai écrit Extra pure en 2020, la cocaïne était déjà partout ; aujourd’hui, elle est partout et coûte moins cher. La production mondiale a plus que triplé et les saisies atteignent des niveaux records. C’est justement là le problème : saisir des tonnes sans faire grimper le prix revient à vider l’océan à la cuillère.

    La structure a changé : on n’a plus de cartels verticaux, mais un système de courtage, des cellules interchangeables, l’Équateur devenu une plaque tournante, l’Europe du Nord avec Anvers et Rotterdam comme portes d’entrée, la ‘Ndrangheta en tant que banquier du système. Et puis les drogues de synthèse, qui n’ont besoin ni de terre ni d’agriculteurs, mais seulement d’un hangar.

    Mais la véritable nouveauté se trouve là où l’on ne regarde pas.
    Quel est cet angle mort ?

    Oliver Bullough l’a baptisé « Moneyland », un pays sans frontières où l’argent sale circule librement tandis que les lois censées le traquer restent nationales. Le criminologue Michael Levi répète depuis des années que, en matière de lutte contre le blanchiment d’argent, on mesure l’activité et jamais le résultat : on compte le nombre de signalements envoyés et non la quantité de crimes qui ont été empêchés.

    Il en résulte que l’on récupère 0,05 % des produits du crime et que les coûts de mise en conformité dépassent de cent fois l’argent saisi
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    . C’est le paradoxe du réverbère : nous cherchons les clefs là où il y a de la lumière, dans les formulaires, dans les signalements des banques, dans la bureaucratie de la conformité, alors que les clefs se trouvent dans l’obscurité et que personne ne veut s’y aventurer.
    Quels signaux plus ou moins faibles voyez-vous en France où l’on parle de plus en plus d’une mexicanisation du pays ?

    Chaque fois qu’un jeune meurt à Marseille, la France regarde le cadavre et dit : « Le Mexique ». C’est là que réside l’erreur. Le mort est la seule partie du trafic de drogue qui accepte de se laisser photographier. C’est le résidu, le bilan des erreurs, le coût d’un marché qui n’a pas encore trouvé son équilibre. Un marché qui tue est un marché immature. Quand le système fonctionne vraiment, personne ne meurt : on signe un acte notarié. Le sang n’est pas le signe de la puissance criminelle, c’est le signe de son adolescence.

    Le signal grave, c’est l’autre, et par définition, on ne le voit pas, car sa réussite coïncide exactement avec son invisibilité.

    Commençons par la langue, qui trahit toujours. Les Français parlent de « blanchiment ». En Italie, nous parlons de « recyclage ». Ce sont deux philosophies opposées.
    C’est-à-dire ?

    Le blanchiment promet la purification, la tache qui disparaît, l’argent qui redevient innocent. Le recyclage admet au contraire que la substance reste et ne change que de forme. La France s’est bercée pendant des décennies de l’illusion de pouvoir « laver » ; l’Italie a appris à ses dépens que rien ne se lave, mais se transforme. Ce n’est pas un détail lexical : Tracfin appelle encore aujourd’hui « sociétés lessiveuses » les entités qui blanchissent les fonds du crime organisé. Toute la métaphore de la lessive est présente dans le vocabulaire administratif de l’État.

    Et voici la partie historique que la France refuse de lire. Le trafic qui a inondé l’Amérique d’héroïne pendant trente ans s’appelait la « French Connection ». Le mot « français » figurait dans son nom, les laboratoires se trouvaient à Marseille, et la France a tout de même réussi à considérer cela comme l’affaire des autres : d’abord des Corses, puis des Italiens, ensuite des Maghrébins, aujourd’hui des Slaves et des Albanais.

    Chaque génération a eu son étiquette ethnique, et chaque étiquette a servi à ne pas nommer la structure. Car si les laboratoires étaient marseillais, l’argent ne restait jamais dans le milieu : il passait par des banques, des biens immobiliers sur la Côte d’Azur, des casinos, des chantiers. Le trafic peut être étranger.
    Et le blanchiment ?

    Le blanchiment, non. Le blanchiment est toujours local, par nécessité technique : pour blanchir de l’argent, il faut un notaire, un expert-comptable, un établissement de crédit, un marché public, un cadastre. Il faut donc les institutions de ce pays et les professionnels de ce pays.

    Les chiffres le montrent avec une brutalité que les chroniques n’ont pas. La Cour des comptes européenne a estimé le blanchiment à 1,3 % du PIB de l’Union chaque année, soit environ 38 milliards d’euros pour la seule France. La commission d’enquête du Sénat évalue à 50 milliards le chiffre d’affaires des réseaux spécialisés dans le blanchiment de capitaux d’origine criminelle dans le pays. Le chiffre d’affaires du trafic de drogue français est estimé par les autorités entre trois et six milliards.

    Mettons ces chiffres côte à côte : la drogue n’en représente qu’une fraction. Le Sénat l’écrit sans détours dans son rapport du 18 juin 2025 : le blanchiment d’argent est aujourd’hui le trafic le plus lucratif de France, et il n’existe pas de stratégie cohérente pour le combattre ; le système n’est qu’un assemblage de dispositifs disparates. Le titre du rapport est déjà un verdict : « Ces dizaines de milliards qui gangrènent la société. »
    Qu’en est-il des chiffres sur la supposée origine étrangère du problème ?

    Nous avons un chiffre qui met fin à tout débat sur l’origine étrangère du problème. En 2024, Tracfin a reçu plus de 215 000 déclarations de soupçons, mais le secteur non financier — notaires, greffiers, maisons de jeux — ne représente que 7 % du total. Les avocats n’en ont transmis que quinze. Les agents sportifs, une catégorie à très haut risque, n’en ont jamais transmis une seule.

    Quinze signalements pour toute une profession. Ce n’est pas un problème de frontières : c’est un problème de classe professionnelle. La ligne qui sépare l’argent sale du patrimoine propre passe par les cabinets du centre de Paris, pas par les ports. Le cas le plus révélateur remonte à sept semaines.
    Que s’est-il passé ?

    Le 9 juin 2026, la JIRS de Marseille a démantelé un réseau de blanchiment d’argent en bande organisée : treize interpellations, cinq personnes mises en examen, des sommes réinvesties dans l’immobilier ou transférées à l’étranger. 2,7 millions d’euros, des lingots d’or et quatorze voitures de luxe ont été saisis. Tout avait commencé au printemps 2024 par un simple contrôle fiscal dans la banlieue de Narbonne.

    Les sociétés utilisées comme écrans étaient des entreprises de construction de Perpignan, Narbonne et Béziers, avec une activité économique réelle et un chiffre d’affaires réel. Pas de sociétés fantômes aux Seychelles : des chantiers français qui construisaient réellement. Le président de la fédération du bâtiment des Bouches-du-Rhône admet que ces entreprises remportent les appels d’offres avec des propositions inférieures de 25, 30, voire 40 % au prix du marché, et que le secteur subit des menaces et du racket concernant les embauches sur les chantiers autour de Marseille.

    Autrement dit : l’argent de la drogue remporte des marchés publics français en vendant à perte. Il élimine les entreprises légales pour cette raison même : sa rentabilité, il l’a déjà faite ailleurs. C’est la définition parfaite d’une méthode mafieuse, et personne ne l’a importée de l’extérieur.

    Le nouveau Parquet national anticriminalité organisée a saisi, en cinq mois, près de 990 millions.
    Ce n’est donc pas suffisant…

    C’est un bon début. Mais il faut le mettre en perspective avec les 38 milliards estimés chaque année. Le rapport entre ces deux chiffres résume tout le problème français.

    C’est pourquoi le terme de « mexicanisation » est réconfortant, et doit être rejeté précisément par ceux qui dénoncent ces pratiques. Parler du Mexique revient à dire : « Ils nous importent leur violence. » Cela déplace le centre de gravité vers l’extérieur, vers l’ethnie, vers l’immigration, et transforme un problème de système économique en un problème d’ordre public.

    Les mafias ne se mesurent pas au nombre de morts qu’elles causent : elles se mesurent aux patrimoines qu’elles parviennent à blanchir. Les meurtres, c’est ce que le trafic de drogue perd. Le blanchiment d’argent, c’est ce qu’il gagne. Et aucun État n’a jamais été détruit par ce que les criminels perdent.
    La déstabilisation de certains pays européens pourrait-elle atteindre les niveaux que l’on a connus en Amérique latine ?

    La différence est structurelle, et non de degré. En Amérique latine, le trafic de drogue a érodé le monopole de l’État sur la violence, avec des territoires où l’État ne pénètre pas, des taux d’homicides à deux chiffres pour 100 000 habitants, des forces de police infiltrées jusqu’aux plus hauts échelons, des candidats assassinés en pleine campagne électorale.

    En Europe, ce n’est pas le cas. Ici, les mafias ne défient pas l’État, elles le traversent. Elles achètent des marchés publics, blanchissent des capitaux, s’immiscent dans la logistique portuaire et dans le secteur du bâtiment. Peu de violence, forte pénétration économique. Un modèle opposé, et justement pour cette raison plus difficile à percevoir.
    Quelle devrait être la réponse à adopter ?

    La dérive autoritaire n’est la réponse à aucun de ces deux modèles. Les mafias n’ont jamais eu peur d’un État fort. Elles ont peur de l’État qui contrôle l’argent. Ce qui les touche, ce sont une magistrature indépendante, les enquêtes patrimoniales, les confiscations, la transparence des marchés publics, un journalisme capable d’écrire sans craindre de poursuites abusives. Ce sont les mêmes outils que tout gouvernement autoritaire s’empresse d’affaiblir en premier lieu, car ils peuvent aussi le toucher.

    Deux exemples historiques. Le fascisme s’est vanté d’avoir vaincu la mafia grâce au préfet Mori, mais il n’a frappé que la base et a laissé intacte, voire favorisée, la bourgeoisie mafieuse qui avait rejoint le régime, à tel point qu’en 1943, ce réseau était prêt à se reconstituer. Aujourd’hui, le modèle Bukele, avec ses prisons de masse et son état d’exception permanent, a fait chuter le nombre d’homicides sans toucher au trafic de drogue ni au blanchiment d’argent. On arrête la rue, on laisse le capital intact.

    L’autoritarisme produit une sécurité perçue et une impunité réelle aux échelons supérieurs. Contre les mafias, c’est le contraire qu’il faut. Moins de spectacle, plus de bilans.
    En matière de lutte contre le crime organisé, l’Italie a une certaine expérience (notamment depuis les années 1980). Pensez-vous qu’elle est assez étudiée par les autres pays européens ?

    Absolument pas. L’Europe est à la traîne, le reste du monde l’est encore plus.

    L’Italie possède le meilleur savoir-faire au monde, et c’est un savoir-faire né du sang : l’article 416-bis existe parce que Pio La Torre a été assassiné ; l’article 41-bis et le système des collaborateurs de justice existent parce que Falcone et Borsellino ont été assassinés. Derrière chaque instrument législatif italien se cache un cercueil. C’est une législation écrite dans le deuil, et c’est pour cela qu’elle fonctionne : elle n’est pas née dans un séminaire, mais de l’urgence d’un État qui était en train de perdre pied.

    Presque aucun autre pays européen ne connaît le délit d’association de type mafieux. On juge les délits individuels – le trafic, le meurtre, le blanchiment d’argent –, mais pas l’organisation en tant que telle, ni la méthode, ni la force d’intimidation que représente le lien d’appartenance. Et presque partout, l’attaque contre le patrimoine fait défaut : mesures de prévention, confiscation élargie, administration judiciaire des entreprises. Le reste de l’Europe arrête des personnes ; l’Italie a compris qu’il fallait leur retirer leur argent, car un parrain en prison dont le patrimoine reste intact continue de diriger.

    Y a-t-il à ce niveau un décalage entre l’Europe du Nord et l’Europe du Sud ?

    L’Europe du Nord a longtemps entretenu un malentendu : celui selon lequel la mafia serait un problème folklorique du Sud, fait de casquettes et de fusils. Pendant qu’on pensait cela, la cocaïne est entrée par Rotterdam et Anvers, la ‘ndrangheta a investi dans toute l’Allemagne (Duisbourg 2007 n’a rien enseigné) et à Marseille, la DZ Mafia a mis en place un système de violence que la France peine même à nommer. Ce n’est pas que les mafias soient arrivées en Europe : c’est que l’Europe ne disposait pas des catégories pour les percevoir.

    Car le véritable phénomène est tout autre : ce ne sont pas seulement les mafias qui se sont capitalisées, c’est le capitalisme qui s’est mafiosisé. Les organisations criminelles ne sont plus le corps étranger qui s’attaque à l’économie légale. Elles sont le fournisseur de liquidités le plus fiable du marché : elles ne demandent pas de garanties, paient en espèces, et en cas de crise, elles arrivent avant les banques. Et l’économie légale a cessé de se demander d’où vient cet argent.

    Tant que l’Europe traitera la mafia comme une question d’ordre public et non de marché, de marchés publics, de logistique portuaire, de fonds publics, elle restera structurellement sans défense, et continuera à demander conseil à l’Italie sur les morts sans en copier les lois.
    S’il ne fallait retenir qu’une seule leçon de votre travail et de vos livres, laquelle ce serait ?

    La leçon est simple. On ne peut pas changer ce qu’on ne connaît pas.

    Le capitalisme criminel existe parce qu’il reste indéchiffrable. On ne peut pas le combattre si l’on ne comprend pas son mécanisme, conçu exprès pour passer inaperçu.

    Il est très facile de dire que ce sont les immigrés qui s’en prennent aux villes. La détresse a un corps, un visage, elle est dans la rue, on peut la photographier. L’argent, non. Il passe par des virements, des sociétés écrans, des marchés publics, et ne fait pas la une des journaux télévisés. Ainsi, l’indignation se porte toujours sur le pauvre visible et jamais sur le flux invisible — ce qui est exactement ce que ce flux souhaite.

    Mon travail a consisté à mettre en lumière cette ombre. J’en ai payé le prix. Chaque jour, je me demande si cela en valait la peine.
    Comment comprendre la fascination que suscitent les narcotrafiquants ? Netflix, par exemple, semble en avoir fait son fond de commerce.

    Le trafiquant de drogue ne fascine pas parce qu’il se tient en marge du système. Il fascine parce qu’il incarne le système débarrassé de toute hypocrisie. L’entrepreneur légal doit présenter un récit moral de son enrichissement : le mérite, l’innovation, la valeur apportée au territoire, et aujourd’hui, le bilan de développement durable. Le trafiquant de drogue en est dispensé. Son capital n’a pas besoin de s’excuser. Le spectateur reconnaît une structure qu’il connaît déjà : l’ascension, le risque, le capital réinvesti, l’élimination du concurrent, débarrassée des mots qui la rendent méconnaissable lorsqu’elle revêt une veste. Ce n’est pas le revers de notre monde, c’est notre monde dont on a coupé le son de la justification.

    De là naît un plaisir que j’appellerais gnostique, et c’est le véritable moteur de la série. Celui qui regarde a le sentiment d’avoir été admis au secret, d’avoir enfin vu comment fonctionne vraiment le monde. C’est la face B. Mais c’est un plaisir épistémologique, non moral, et pour cette raison dangereusement compatible avec l’inertie. Comprendre comment fonctionne la machine procure une satisfaction qui ressemble beaucoup à la capitulation.
    Que faudrait-il faire ?

    Il y a une objection à se faire à soi-même, et c’est la partie qui fait tenir tout le reste. Le narcotrafiquant n’est pas du tout dépourvu d’hypocrisie. Il dispose d’un appareil de légitimation extrêmement raffiné : la famille, l’honneur, le terrain de foot construit dans la commune, le pauvre qui se venge de l’oligarchie, la Vierge sur le mur.

    Escobar avait un discours politique, pas seulement une fortune. Il ne dit pas la vérité sur le capital : il raconte un autre mensonge, archaïque plutôt que managérial, et justement pour cela plus séduisant, car il parle le langage du mythe et non celui du communiqué de presse.

    Et là, le piège réside dans le récit lui-même. La véritable face cachée n’est pas spectaculaire. C’est le notaire, la facture gonflée, le transporteur, la société écran à Malte. La série raconte l’exception, le parrain, la fusillade, le charisme, et finit ainsi par protéger la règle, qui est la continuité parfaite entre l’économie criminelle et l’économie légale. Le narcotrafiquant représenté comme un monstre est un alibi. Si le narcotrafiquant était présenté comme un collègue, ce serait alors vraiment insupportable.
    Qu’a pu apporter en plus du livre, selon vous, l’adaptation de Gomorra aux écrans ?

    Je ne pense pas que la série apporte quelque chose : je pense qu’elle enlève. Elle enlève le « je », elle enlève la voix off, elle enlève le témoin. Il ne reste que le monde, sans personne pour le juger à notre place.

    C’est par cette soustraction que Gomorra est devenue une grammaire visuelle mondiale — au point d’universaliser Scampia. PNL tourne le clip Le monde ou rien aux Vele parce que cette banlieue est déjà la leur : Manille, Philadelphie, Paris, Le Caire… toutes les banlieues obéissent à la même logique.
    La légalisation représente-t-elle une solution pour casser les trafics de drogue ?

    Non, la légalisation ne met pas fin au trafic de drogue. Elle en élimine une partie, et il faut préciser laquelle.

    En ce qui concerne les drogues douces, l’expérience a déjà été menée et elle a fonctionné. Après la légalisation au Colorado et dans l’État de Washington, le trafic de cannabis mexicain s’est effondré : les saisies à la frontière ont été réduites à une fraction négligeable. Aucune opération de police n’avait jamais obtenu un résultat similaire. La légalisation a accompli ce que quarante ans de guerre contre la drogue n’avaient pas réussi à faire.

    Le pire modèle est celui qui reste à mi-chemin : une demande tolérée, une offre illégale. Le backdoor problem néerlandais a alimenté pendant quarante ans la filière à partir de laquelle s’est développée la Mocro Maffia. Dépénaliser la consommation sans réglementer la production est le cadeau idéal pour le crime organisé. Les Néerlandais ont reconnu le problème et tentent d’y remédier. Depuis 2023, l’Experiment gesloten coffeeshopketen, la « chaîne fermée », est en cours : dix communes — dont Breda, Tilburg, Arnhem, Groningue, Maastricht et Nimègue — où les coffee shops ne vendent que du cannabis issu d’une production légale, provenant de cultivateurs privés agréés, sous le contrôle de l’Inspection et de l’autorité alimentaire. À partir d’avril 2025, la vente de tout autre produit est interdite. Durée prévue : quatre ans.
    Quel rapport entretenez-vous maintenant avec Naples, vos terres natales mais terres où vous êtes en permanence menacé ? Comment se manifeste chez vous cette ambivalence ?

    Naples m’a chassé. C’est la blessure la plus profonde, car elle ne vient pas de mes ennemis. De la part de mes ennemis, on s’y attend, ça fait partie du jeu. Elle vient de chez moi. D’une partie de ma ville qui a décidé que le problème n’était pas la camorra, mais ceux qui en parlaient.

    Et on m’a chassé sur la base d’une fausse accusation : celle selon laquelle parler du mal détruirait le lieu qui l’abrite. C’est exactement le contraire qui s’est produit. Après ces récits, le tourisme a explosé, les ruelles dont j’avais parlé se sont remplies. Ce n’est pas à moi qu’en revient le mérite. Mais cette théorie, selon laquelle le silence protège et la parole détruit, est le mensonge le plus ancien du pouvoir criminel. Naples en est la réfutation vivante.

    C’est là que réside le paradoxe le plus obscène : ceux qui m’accusent d’avoir diffamé Naples sont très souvent ceux qui ont tiré profit de cette transformation. Ceux qui ont acheté, ceux qui ont vu la valeur d’un bien immobilier tripler dans un quartier que personne ne voulait traverser il y a vingt ans. Ils vivent de ce changement et crachent sur ceux qui l’ont déclenché.
    Si c’était à refaire, écririez-vous et publieriez-vous de nouveau vos livres à cause desquels vous êtes aujourd’hui menacé ?

    Non. Je ne le referais pas. Non pas parce que je renie quoi que ce soit de ce que j’ai écrit, mais parce que je n’ai pas été le seul à en payer le prix. Le livre est vivant et continue son chemin ; moi, je suis resté figé depuis vingt ans et ma famille s’est effondrée.
    Les derniers mots de Gomorra (« Fils de pute, je suis encore vivant ! ») sont-ils devenus, de façon presque performative, les mots qui caractérisent votre vie ?

    Je les ai écrits à 26 ans et ils sont devenus une prophétie sur ma vie.
    Quel est le lieu le plus important pour vous à Naples ? Y avez-vous un beau souvenir ?

    Je répondrais à ces deux dernières questions en citant Dante : « Il n’est pas de plus grande douleur que de se souvenir des temps heureux dans la misère »…

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