Tassare le eredità per ridurre i divari e dare forza all’economia
L’attuale forma di tassazione dei patrimoni ereditari si scontra con i dati di una crescente disuguaglianza di partenza per un numero sempre maggiore di persone. Per questo occorre ripensare interamente il sistema, con una riforma organica che ripensi gli obiettivi della tassazione. Occorre rafforzare la progressività, esentando la classe media e le eredità medio-basse e spostando il carico fiscale su chi riceve eredità più cospicue. Al fine di accrescere la libertà sostanziale dei giovani, per una giustizia sociale che rimarchi il concetto di pieno sviluppo della persona umana in termini di libertà, uguaglianza e partecipazione.
Nel nostro Paese il peso delle eredità è molto cresciuto, mettendo in discussione meritocrazia e pari opportunità e accentuando le disuguaglianze. Ciò richiede di intervenire con una riforma dell’attuale imposta di successione, in chiave progressiva: per redistribuire alle nuove generazioni ricchezza, opportunità e potere con una misura di eredità universale.
Ogni anno, poco più di un milione di persone in Italia ricevono in media 200 mila euro sotto forma di eredità o donazioni, una cifra equivalente a quasi dieci volte il reddito medio annuale di un lavoratore dipendente (pari a circa 23 mila euro). Nel complesso, il valore di tutti i lasciti ereditari vale circa il 15% del reddito nazionale, nel 2024, pari a circa 250 miliardi di euro annui, ed è raddoppiato rispetto agli anni Novanta. Tutto ciò avviene mentre sono calati i risparmi degli italiani e il reddito complessivo delle famiglie e i salari dei lavoratori sono in fase ristagnante.
Inoltre, come ricorda il volume curato da Giacomo Gabbuti, da noi l’importanza dell’eredità è oggi ancora più forte che in passato. L’Italia non è l’unico Paese in cui il peso delle eredità cresce. Nel primo studio di un certo peso su questo tema, l’economista francese Thomas Piketty ha dimostrato che la quota delle eredità totali in percentuale del reddito nazionale in Francia ha seguito un andamento a U, passando dal 24% nel 1900 al 4% nel 1950, per poi risalire al 15% nel 2010.
Tendenze simili, sebbene con aumenti più moderati, sono state riscontrate nel Regno Unito dall’economista britannico Tony Atkinson.
Come mostra uno studio del 2024 pubblicato sul «Journal of European Economic Association», le eredità sono anche estremamente concentrate, molto più dei patrimoni stessi. L’1% degli eredi più ricchi in Italia controlla circa il 25% di tutti i trasferimenti, una quota cresciuta negli ultimi tre decenni. Anche tra i grandi patrimoni la componente ereditaria è molto evidente: secondo le statistiche Forbes, circa sei su dieci tra i miliardari italiani sono ereditieri. In altre parole, per diventare miliardari la strada più facile pare sia ereditare qualche miliardo dai genitori.
È naturale che le famiglie vogliano proteggere i figli e investire nel loro successo, soprattutto in un contesto di disuguaglianze crescenti. Tuttavia, questa libertà non dovrebbe trasformarsi in un privilegio assoluto che limita le opportunità altrui. Poiché le grandi eredità non derivano dal merito individuale, esse mettono in discussione l’idea che l’attuale distribuzione della ricchezza sia davvero meritocratica e basata su pari opportunità.
L’aumento del peso delle eredità modifica la natura stessa dell’accumulazione della ricchezza. Come previsto da Thomas Piketty ne Il Capitale nel Ventunesimo secolo, emerge un capitalismo patrimoniale in cui le dinastie familiari concentrano quote crescenti dell’attività economica e influenzano i destini delle nuove generazioni. Questo processo dà forma a quella che l’«Economist» ha definito la «nuova ereditocrazia».
Inoltre, crescenti flussi di trasferimento possono accentuare le disuguaglianze di ricchezza come mostrato in un nuovo studio del 2025 sul «Journal of Public Economics». Da un lato, le piccole eredità diffuse tendono a ridurre le disuguaglianze, poiché migliorano la condizione economica delle famiglie di fascia media. Al contrario, le grandi eredità accentuano le disuguaglianze, perché vanno per lo più a chi è già benestante. A rafforzare questa dinamica c’è un altro fattore: chi eredita ed è già ricco tende a risparmiare e investire quanto riceve; chi invece dispone di meno risorse è spesso costretto a consumarlo. Così, chi ha di più continua ad accumulare e la distanza cresce.
La tassazione delle eredità è una delle forme di tassazione più antica al mondo, fortemente giustificata, anche dal pensiero liberale, con argomentazioni legate sia all’equità e alla giustizia distributiva sia all’efficienza economica e alla riduzione della concentrazione di potere economico e politico.
Non fa eccezione l’economista liberale Luigi Einaudi: «In primo luogo [l’imposta di successione] deve limitare le ricchezze possedute per eredità. Dissi altra volta che, in una società sana, duratura, i giovani debbono potere partire da situazioni non troppo disuguali. Il che si ottiene da un lato dando a tutti i giovani la possibilità di studiare, dagli asili d’infanzia alle università ed oltre, a spese dello Stato. Ma il fine si ottiene altresì decimando le fortune acquisite da tempo, cosicché i nipoti e i pronipoti di chi formò una fortuna, non possano valersene se non in parte ed alla fine non possano valersene affatto, nella gara per la vita» [in «Risorgimento liberale», 6 marzo 1946, pp. 1-2].
Eppure, dalla metà degli anni Novanta ad oggi, in Italia le imposte sulle successioni e sulle donazioni sono state sistematicamente depotenziate e perfino abolite tra il 2001 e il 2006. Bizzarro, infatti, che la prima misura della «rivoluzione liberale» del governo Berlusconi sia stata proprio l’abolizione dell’imposta di successione.
Nel giugno 2001, Luigi Pintor sulle pagine del «manifesto» scriveva: «Se ho capito bene, il capo di governo ha deciso all’istante di detassare il suo patrimonio, come ogni altro patrimonio miliardario, affinché i suoi familiari e discendenti possano di generazione in generazione ereditarlo intonso. I ragazzi non potranno dire che è frutto del sudore della loro fronte, ma questo sarà un titolo di merito in più».
L’attuale timidezza italiana nel tassare i patrimoni ereditati appare evidente quando analizziamo gli elementi chiave della tassazione: la soglia di esenzione e l’aliquota di tassazione massima. In Italia, la prima è di almeno un milione di euro per eredità in linea diretta – cioè da genitori a figli (si tratta di una somma generosa che basta oggi per entrare circa nel 3% più ricco degli adulti italiani!). Mentre negli Stati Uniti circa 12 milioni di dollari, ma in Paesi come il Regno Unito o la Francia, si scende tra 100 e 350 mila euro.
Anche le aliquote sono molto diverse: in Italia è del 4%, sempre guardando alla linea diretta dei trasferimenti, mentre la media Ocse è del 15%. In altri Paesi industrializzati come Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone può arrivare al 30, al 40 o persino al 50%. Utilizzando i nuovi dati del GC Wealth Project, il risultato è che l’aliquota media di prelievo è solo dello 0,5% del valore dei lasciti in Italia, circa un terzo della media globale.
Certo, molti altri Paesi hanno seguito questa strada. Alcuni – come Svezia, Norvegia, Austria, Canada o Singapore – hanno addirittura abolito del tutto questa imposta. Ma abbiamo esempi opposti: Francia, Germania, Giappone, Olanda, Finlandia, dove invece la tassazione sulle eredità è stata rafforzata.
Esistono diversi spazi di manovra per riformare l’attuale imposta di successione, una sfida assolutamente alla nostra portata. I margini di intervento sono ampi: in Francia, nel 2024 a fronte di 300 miliardi di trasferimenti sono stati incassati oltre 20 miliardi di euro dall’imposta di successione; in Italia con 250 miliardi, meno di 1 miliardo.
Le modalità di intervento possibili sono di diversa natura. Qualsiasi intervento, tuttavia, dovrebbe essere congegnato anche per ridurre gli squilibri dell’attuale sistema di tassazione: la perdita di progressività dell’imposta che si è verificata nel corso degli anni ha fatto sì che le piccole eredità diffuse, che riducono le disuguaglianze, sono spesso tassate di più delle grandi. Negli anni Novanta, un lascito di oltre 10 milioni di euro era tassato con un’aliquota effettiva del 6-7%. Oggi siamo scesi attorno all’1%.
Inoltre, gran parte del gettito deriva oggi da lasciti inferiori al milione di euro, anche perché le soglie di esenzione cambiano in base al grado di parentela: se eredito da un fratello, pago il 6% su tutto ciò che supera i 100 mila euro; se eredito da una zia, pago l’8% su tutto, indipendentemente dalla somma. Il risultato è paradossale: chi riceve di meno rischia di pagare di più. E questo non solo è inefficiente, ma anche iniquo, perché finisce per penalizzare proprio quelle eredità più piccole che, in teoria, dovrebbero aiutarci a ridurre le disuguaglianze.
In Italia, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha avanzato una proposta di riforma dell’imposta di successione in chiave progressiva prevedendo di tassare i trasferimenti cumulati ricevuti nel corso della vita con tre scaglioni e tre aliquote: sotto i 500 mila euro nessuna tassazione, tra i 500 mila e 1 milione di euro, un’imposta del 5%; tra 1 e 5 milioni, al 20%; oltre i 5 milioni, al 50%. Si tratta di una riforma organica che ripensa gli obiettivi della tassazione, spostando l’attenzione sui trasferimenti cumulati nel corso della vita, come si fa solo in Irlanda, e non ricevuti in un dato anno indipendentemente da ciò che si è già ricevuto.
Oltre agli interventi più diretti sul numero e il livello delle aliquote di tassazione si prevede anche un allargamento della cosiddetta base imponibile – eliminando le troppe esenzioni che creano buchi nel sistema, riducendo pratiche elusive e di evasione e rendendo l’imposta più equa.
Infine, in linea con le raccomandazioni dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale, la proposta rafforza la progressività, esentando la classe media e le eredità medio-basse e spostando il carico fiscale soprattutto su chi riceve almeno 1 milione di euro, al contrario di oggi. Trovando un equilibrio tra il diritto di famiglia di aiutare i propri figli, da un lato, e l’esigenza collettiva di garantire pari opportunità, dall’altro, si migliorerebbe l’accettabilità sociale dell’imposta e la sua sostenibilità nel tempo.
Si libererebbero, infine, risorse finanziarie – il Forum Disuguaglianze e Diversità ha stimato in almeno 5 miliardi aggiuntivi – per finanziare misure di riequilibrio delle disuguaglianze di opportunità, pensando soprattutto ai giovani. Si potrebbe istituire, ad esempio, una eredità universale, un trasferimento di una dotazione di ricchezza per tutti i neo-adulti ogni anno. Questa misura, affiancata da servizi di accompagnamento e sostegno alle scelte individuali, innalzerebbe la base di ricchezza su cui contare nella vita, redistribuendo potere ai giovani e affrontando di petto la crisi generazionale del nostro Paese con un’attenzione che non sia sporadica ma sistematica.
Non si tratta di un mero sussidio o di un bonus monetario ma di un intervento pubblico, abilitante e capacitante, che mira ad accrescere la libertà sostanziale dei giovani, il loro grado di indipendenza e il loro riconoscimento sociale, coerente con una visione di giustizia sociale che rimarca il concetto di pieno sviluppo della persona umana in termini di libertà, uguaglianza e partecipazione.
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