• Discrimination légale et racisme environnemental : le cas des #Voyageurs

    L’été 2025 n’a pas échappé à l’éternel marronnier des installations estivales des « gens du voyage » [1] inondant, une fois de plus, la #presse quotidienne régionale. Arrivées et départs, mais surtout tensions, suscitées par ce que l’administration qualifie de « #grands_passages », se sont invariablement focalisés sur une part — minoritaire — d’installations dites « illicites ». Leur #médiatisation obéit à une même logique : #nuisances exposées, élus démunis et abandonnés, #riverains en colère ou inquiets, et enfin, un « représentant des gens du voyage » qui rappèle le manque d’#équipements, leur #non-conformité et la #suroccupation. Ces schémas reflètent une #opinion_publique défavorable et un discours antitsigane décomplexé (CNCDH, 2024). En 2024, l’arrivée de Bruno Retailleau au ministère de l’Intérieur est à l’origine d’un nouveau plan de « lutte contre les #installations_illicites des gens du voyage ». Remis en juillet 2025, le #rapport du groupe de travail éponyme formule vingt-trois propositions, dont vingt répressives : nouvelles #contraventions et #amendes, accélération des #expulsions et renforcement du #contrôle_social (accès aux aires conditionné au paiement des dettes, dépôts de garantie, enquêtes financières). Bien que dénoncées par le Défenseur des droits (2025) et par la Commission nationale consultative des gens du voyage (CNCGDV, 2025) en ce qu’elles ne répondent pas aux causes identifiées — notamment, le manque de places et l’inadéquation des équipements (voir Cour des comptes, 2012 et 2017) —, ces mesures sont favorablement accueillies par une majorité de parlementaires, allant du Parti socialiste au Rassemblement national. Le ministre Bruneau Retailleau a promis un projet de loi rapide dont la logique est claire : criminaliser encore davantage toute installation.

    https://shs.cairn.info/revue-europeenne-des-migrations-internationales-2026-1-page-147

    #discriminations #racisme_environnemental #gens_du_voyage #aires_d'accueil #William_Acker #médias #anti-tsiganisme

  • Trasparenza sulle Olimpiadi Milano-Cortina, al parlamento arrivano solo le briciole

    Tre pagine, per un solo incontro in tutto il 2025: è questo il contenuto della relazione presentata dal ministro dello Sport Abodi per rendicontare il lavoro dell’ente che avrebbe dovuto garantire trasparenza sulla pianificazione dei Giochi invernali 2026

    Poco e tardi. È di sole tre pagine il documento inviato dal ministro dello Sport Andrea Abodi al parlamento per rendicontare l’operato del 2025 del Consiglio olimpico congiunto, organismo che mette insieme tutti gli enti coinvolti nei Giochi invernali Milano-Cortina 2026. La relazione è stata presentata il 23 luglio, sforando la data di consegna del 30 giugno ed è stata assegnata alla commissione cultura solo il 28 luglio.

    Lavialibera ha chiesto l’atto al ministero dello Sport e al Comitato olimpico nazionale italiano (Coni) ed è riuscita a visionare in esclusiva i contenuti.

    Cos’è il #consiglio_olimpico_congiunto e la prima (e ultima) relazione prima dei Giochi olimpici

    Partiamo dall’inizio. Nel dossier di candidatura alle Olimpiadi era prevista la costituzione di un Consiglio olimpico congiunto incaricato «della supervisione al massimo livello dei Giochi», con il «mantenimento dei massimi standard di trasparenza e rendicontazione in tutti gli aspetti della pianificazione».

    anche nel decreto iniziale sulla manifestazione, datato 2020, si faceva riferimento a questo organo, i cui impegni sarebbero iniziati nel 2022, tre anni dopo la nascita della Fondazione Milano Cortina 2026 e un anno dopo la costituzione di Società infrastrutture Milano-Cortina (Simico). Il 30 marzo 2022 l’allora sottosegretaria con delega allo Sport Valentina Vezzali aveva firmato il decreto dell’istituzione del Consiglio, composto da 15 enti, tra ministeri, regioni, province, comuni interessati dai Giochi, società sportive, Fondazione e Simico. A questa lista si era poi aggiunto anche un membro del ministero del Turismo.

    Entro trenta giorni da quella data si sarebbero dovuti nominare i componenti, trenta giorni che si sono trasformati in due anni, come ha scoperto lavialibera nell’inchiesta “Giochi insostenibili” pubblicata a luglio 2025.
    Qualche settimana dopo, siamo entrati in possesso della prima relazione (che è stata anche l’ultima pubblicata prima dei Giochi), composta da diciotto pagine, di cui dieci solo di l’intestazione, di riferimenti ai decreti di istituzione e di convocazione della prima seduta.

    Nelle conclusioni riportate dal portavoce Massimiliano Atelli si auspicava per l’anno successivo “la piena attuazione delle funzioni di indirizzo e alla preparazione della relazione conclusiva post-Giochi, secondo un approccio fondato su responsabilità, evidenza documentale e trasparenza istituzionale”, rappresentando quello della rendicontazione finale “un momento di sintesi avanzata non solo dell’attuazione tecnica del programma, ma anche della sua percezione pubblica e istituzionale”.

    Una promessa che non trova corrispondenza con i contenuti del documento redatto quest’estate.
    La relazione del 2025: un solo incontro per prepararsi a Milano-Cortina

    Le diciotto pagine che già sembravano un contentino per il parlamento sono diminuite ulteriormente nelle tre pagine consegnate alle camere a metà luglio 2026.
    Saltate l’intestazione, il numero e il nome dei componenti e tutte le regole formali per la restituzione pubblica. Il documento che lavialibera ha ottenuto in esclusiva dal ministero dello Sport il 29 luglio è la restituzione dei contenuti dell’unico incontro svolto dal Consiglio nel 2025, a inizio febbraio.

    La prima parte è dedicata all’inquadramento normativo, dove si specifica che il Consiglio “si riunisce ogni volta che sia necessario e, comunque, almeno una volta ogni tre mesi” ed “è rappresentato da un portavoce”, di cui però non si esplicita il nome, a differenza della relazione precedente.

    Il paragrafo successivo riguarda il profilo funzionale, dove viene riportato che “l’attività del 2025 si è concentrata sull’esame della procedura di valutazione ambientale strategica (Vas) del programma per la realizzazione dei Giochi”. Per sottolineare l’importanza di questa fase, subito dopo si legge: “Il tema assume rilievo trasversale poiché riguarda, oltre alla conformità ambientale, la qualità del processo decisionale, la trasparenza della programmazione e il raccordo tra la Fondazione Milano Cortina 2026, le regioni e le province autonome coinvolte”.

    «Nota incontro Consiglio Olimpico Congiunto del 5 febbraio 2025», trasmessa dalla Direttrice Sustainability Gloria Zavatta, in data 11 febbraio 2025, e della “Relazione di sintesi al Consiglio Olimpico Congiunto delle attività svolte nel 2025 della Fondazione Milano Cortina 2026", trasmessa dalla CEO’s Assistant Cinzia Accomero della Fondazione Milano Cortina 2026, in data 8 luglio 2026.
    Il Consiglio, in quella sede, ha preso atto del Programma aggiornato.

    Ecco che arriviamo, finalmente, ai contenuti della Valutazione ambientale strategica (Vas), avviata ad aprile 2023. “La VAS – si legge – ha riguardato il Programma per la realizzazione dei Giochi, inteso quale insieme delle attività e degli interventi organizzativi necessari all’evento olimpico e paralimpico.” Subito dopo si specifica: “Sono rimaste escluse le opere permanenti già assoggettate a valutazione ambientale nell’ambito di altri strumenti di pianificazione o di specifici procedimenti autorizzativi”. Di queste opere non viene menzionata l’entità numerica o le dimensioni (e, di conseguenza, il loro possibile impatto).

    Le conclusioni riassumono i desideri e le promesse, rimarcando due aspetti. Il primo è che la fine “della procedura VAS ha segnato il passaggio dalla fase valutativa alla fase di monitoraggio dell’attuazione del Programma”.

    Il secondo riguarda “l’impegno [di Fondazione Milano-Cortina] a fornire aggiornamenti periodici sullo stato di avanzamento delle attività e sull’attuazione delle misure previste”, mentre gli enti pubblici si prendevano carico degli “adempimenti di propria competenza”. Evidentemente, se ci sono stati, gli ulteriori scambi non sono avvenuti all’interno della cornice istituzionale – e rendicontata – del Consiglio olimpico congiunto.

    La parte più interessante forse arriva proprio nelle ultime righe, con quella che pare un’ammissione. All’inizio del paragrafo si riferisce che “l’impostazione è coerente con le linee programmatiche individuate nella relazione relativa al 2024, che avevano posto l’accento sul monitoraggio sistematico, sulla sostenibilità, sulla legacy, sull’impatto economico-sociale e sulla trasparenza degli strumenti informativi”.

    Ma subito dopo, la chiosa mette in luce le discrepanze tra promesse e realtà. “La documentazione attualmente disponibile non consente, tuttavia, di riferire specifiche ulteriori determinazioni collegiali adottate dal COC nel corso del 2025 su tali linee di attività”.

    Per saperne di più, forse, servirà aspettare un altro anno.
    La strada in salita per ottenere trasparenza sul Consiglio olimpico congiunto

    Ricostruire tutto questo non è stato semplice. Per avere accesso a dati e informazioni sul lavoro del Consiglio abbiamo inviato al Coni una richiesta di accesso civico nei primi giorni di luglio. Secondo il decreto di istituzione, l’atto avrebbe dovuto essere consegnato entro il 30 giugno.

    Il 15 luglio, l’avvocata Chiara Mirabella, responsabile dell’ufficio legale e contenziosi del Coni, ci has risposto che il documento era stato pubblicato sul sito istituzionale del Senato o della Camera dei Deputati tra i documenti non legislativi. Al link, però, si menzionava solamente quello precedente, pubblicato nel 2025 sui lavori del 2024.

    Alla nostra richiesta di riesame della pratica, il 28 luglio Mirabella fa sapere a lavialibera che “come comunicatomi dalla Segreteria Generale, nel corso del 2026, a questo Comitato non è mai pervenuta alcuna convocazione di riunioni del consiglio olimpico congiunto. Pertanto, il CONI non è a conoscenza di nessuna relazione riguardante l’anno 2025”.
    In quei giorni compare l’informazione che Abodi, il 23 luglio, ha consegnato la relazione e proprio il 28 è stata trasmessa alla Commissione cultura.

    Il giorno dopo, arriva la risposta del ministero dello Sport, con allegata la relazione di tre pagine e due lettere del ministro Abodi indirizzate al presidente del Senato Ignazio La Russa e a quello della Camera Lorenzo Fontana.

    Arriva, infine, la risposta al riesame dal Coni, che nel rispondere ai nostri solleciti confermava che, con la mail ricevuta dal ministero, “l’istanza risulta integralmente soddisfatta”.

    Nel momento in cui pubblichiamo questo articolo, all’interno della pagina del Senato dedicata ai documenti non legislativi compare solamente il titolo che segnala l’esistenza della relazione, senza il pdf scaricabile dell’unico atto che avrebbe dovuto rendere conto al parlamento dell’andamento generale delle Olimpiadi.

    https://lavialibera.it/it-schede-2800-olimpiadi_milano_cortina_trasparenza_al_parlamento_arriva

    #transparence #rapport #Milano-Cortina #JO2026 #jeux_olympiques #Alpes #montagne

  • UE: l’accordo con la Tunisia sulla migrazione peggiora le violazioni dei diritti umani
    https://www.meltingpot.org/2026/07/ue-laccordo-con-la-tunisia-sulla-migrazione-peggiora-le-violazioni-dei-d

    «L’Unione Europea (UE) e i suoi Stati membri dovrebbero denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani in Tunisia e smettere di finanziare le attività abusive di controllo dell’immigrazione», hanno affermato 46 organizzazioni di tutela dei diritti umani in una dichiarazione congiunta che è stata diffusa ieri. L’appello giunge a tre anni dalla firma, il 16 luglio 2023, del protocollo d’intesa (MoU) tra l’UE e la Tunisia, motivato in gran parte dalla ricerca della cooperazione tunisina per impedire le partenze irregolari di imbarcazioni che trasportano migranti e richiedenti asilo verso l’Europa. Il MoU ha alimentato e normalizzato gravi violazioni dei diritti umani

    #Rapporti_e_dossier #Roberta_Derosas

  • #stato_delle_acque in Italia: il nuovo #rapporto_ispra sul monitoraggio nazionale
    https://informareonline.com/stato-delle-acque-in-italia-il-nuovo-rapporto-ispra-sul-monitoraggi

    Recentissimo il report n°427/2026 dell’ISPRA i cui autori sono Francesca Piva, Claudia Vendetti, Francesca Archi, Martina Bussettini e Barbara Lastoria. 103 pagine suddivise in 7 capitoli, il cui capitolo finale è dedicato ad un’ampia bibliografia. Lo strumento legislativo principale dell’Unione Europea per la protezione e gestione sostenibile delle risorse idriche è la Direttiva Quadro sulle […] L’articolo Stato delle acque in Italia: il nuovo rapporto ISPRA sul monitoraggio nazionale proviene da Informareonline, scritto da Angelo Morlando

    #Ambiente #Approfondimenti #Magazine_Luglio_2026 #Pubblicazioni_Scientifiche

  • #IA : les centres de données émettent bien plus de #CO2 qu’estimé, selon Allianz Trade

    Les centres de données, dont les besoins explosent avec l’essor de l’IA, émettraient beaucoup plus de CO2 qu’estimé jusqu’ici, selon une étude publiée mardi par l’assureur-crédit #Allianz_Trade.

    Les applications d’IA générative se multiplient, faisant que les centres de données, qui hébergent et alimentent ces services, deviennent un moteur majeur de la consommation mondiale d’électricité.

    Selon l’étude, les émissions de ces infrastructures ont atteint 286 millions de tonnes de CO2 en 2025, soit 57% de plus que les évaluations antérieures.

    L’IA représente déjà entre 15% et 20% de la consommation électrique des centres de données, et cette proportion pourrait grimper à 40% d’ici à 2030, est-il expliqué.

    « Les centres de données passent d’un phénomène marginal à un moteur structurel de la demande d’électricité dans de nombreuses régions », souligne Patrick Hoffmann, économiste climat chez Allianz Trade, cité dans un communiqué.

    Une même puissance de calcul peut générer des émissions très différentes selon l’origine de l’électricité utilisée.

    Les émissions liées au courant dépassent ainsi 600 grammes de CO2 par kilowattheure (kWh) en Inde, contre moins de 30 grammes en Norvège ou en Suède, où l’électricité est largement décarbonée.

    La France en est à 41 grammes de CO2 par kWh, contre 329 grammes en Allemagne, pays parmi les moins bien classés en Europe en raison du poids encore important du charbon dans sa production d’électricité.

    Selon Allianz Trade, près de 70% des émissions mondiales des centres de données sont aujourd’hui concentrées aux Etats-Unis et en Chine.

    Sans accélération de la décarbonation, elles pourraient atteindre jusqu’à 643 millions de tonnes de CO2 d’ici à 2030.

    Les besoins en eau augmentent également rapidement : les centres de données auraient consommé quelque 814 milliards de litres d’eau dans le monde en 2025, un volume susceptible de passer à 1.800 milliards de litres d’ici à la fin de la décennie, selon l’étude.

    S’exprimant mardi dernier à Londres, en pleine canicule en Europe, le chef de l’ONU, Antonio Guterres, a demandé aux entreprises de l’IA de dire « toute la vérité » sur le coût écologique de leurs centres de données et à s’engager à recourir aux énergies renouvelables d’ici 2030.

    https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260630-ia-les-centres-de-donn%C3%A9es-%C3%A9mettent-bien-plus-de-co2-qu-

    #AI #intelligence_artificielle #émissions_de_CO2 #rapport #statistiques #chiffres #infrastructure #data_centers #centres_de_données

    • Code, carbon, kilowatts: AI’s hidden toll and the race to green the grid

      - Data-center investment reached USD580bn in 2025, putting AI on track to become one of the world’s fastest-growing sources of electricity demand. Installed capacity is expected to double by 2030, with AI workloads already accounting for 15–20% of data-center electricity use and potentially approaching 40% by the end of the decade. Yet the sector’s environmental footprint remains underestimated as most analyses focus only on operational electricity use. This analysis takes a broader systems view across 26 countries (+93% of global capacity), adding lifecycle emissions, water use and AI’s growing resource demand.
      – Identical workloads can generate up to 24 times more emissions depending on the emission intensity of the grid, making location as decisive as demand growth. Fossil-dependent grids in Indonesia, India and Malaysia exceed 600 gCO₂/kWh, compared with under 30 gCO₂/kWh in Norway and Sweden. The US and China, which host the largest data-center clusters, sit in between at 384 gCO₂/kWh and 526 gCO₂/kWh, respectively, giving Europe’s cleaner power mix a structural advantage for low-carbon AI growth. These disparities are amplified by transmission and distribution losses of 10–15% in some markets, while less reliable grids raise electricity needs and dependence on backup generation.
      – At 286 MtCO₂ in 2025, the true carbon footprint of data centers is 57% larger than IEA estimates suggest. Electricity consumption (Scope 2) accounted for 76% of this footprint, at 218 MtCO₂, with hardware manufacturing and construction (Scope 3) contributing a further 66 MtCO₂, or 23%, and direct Scope 1 emissions remaining negligible (<1%). Emissions are also heavily concentrated geographically, with the US and China alone accounting for roughly 70% of the global total. AI accounts for an estimated 43-60 MtCO₂ of today’s emissions, and this is set to climb steeply as deployment widens and computing demand grows.
      – Without grid decarbonization, global data-center emissions would more than double to 643 MtCO₂ by 2030, leading to an estimated USD154bn in annual climate damages (up from USD68bn today). AI workloads already account for an estimated USD13bn in climate damages annually and could exceed USD50bn by 2030. By contrast, an ambitious decarbonization pathway would hold emissions to around 329 MtCO₂ despite continued growth in computing demand, and keep climate damages at USD79bn. This makes the pace of power-sector decarbonization the primary determinant of whether AI growth can be decoupled from emissions in the near term. Even under ambitious decarbonization, however, the footprint does not vanish but moves up the supply chain: as Scope 2 falls from more than 70% of the footprint today to around half by 2030, embodied emissions from servers, semiconductors and infrastructure become the binding constraint, approaching 50% of the total. Achieving genuinely low-carbon AI will therefore require not only cleaner power, but also closer attention to emissions embedded in digital infrastructure supply chains.
      – Deployed across the economy, AI could cut global CO₂ emissions by around 1.4 Gt a year by 2035, more than offsetting the emissions generated by its own infrastructure and creating net savings of roughly 750 MtCO₂. According to the IEA, these reductions would result from efficiency gains, optimization and improved resource management across sectors such as energy, industry, buildings and transport, and are equivalent to around 2.6% of current global emissions. However, this outcome is not guaranteed. With most AI applications still at an early stage of deployment, its ultimate climate impact will depend on whether these economy-wide benefits can scale faster than the infrastructure required to support them.
      – Data centers consumed 814bn liters of water in 2025 and could require 1.3–1.8trn liters by 2030, comparable to Switzerland’s annual consumption, making water the overlooked resource constraint of AI. Most of this footprint is indirect, with roughly three-quarters originating from electricity generation and the remainder from on-site cooling and semiconductor manufacturing. This ties water use closely to the energy transition, since fossil and nuclear plants require substantial cooling water while wind and solar use little or none in operation, lowering both the carbon and water footprints of a cleaner grid. Although power-sector decarbonization can help moderate future water demand, water-related risks are becoming increasingly concentrated in water-stressed regions such as South Korea, India, Mexico and parts of China, where rapid data-center growth is colliding with existing pressure on local water resources, raising the risk of access constraints and community or regulatory opposition to new capacity.
      – Realizing “green AI” will depend less on making data centers marginally more efficient than on transforming the energy systems that power them. Unlocking AI’s environmental potential will require a broader policy framework, combining clean-power expansion, greater transparency on resource use, stronger incentives to price environmental costs, and faster deployment of AI applications that reduce emissions across the wider economy.

      https://www.allianz.com/en/economic_research/insights/publications/specials_fmo/260630-ai-carbon.html

  • #Canicule : la #charge_écologique pèse lourdement sur les #femmes

    Alors que la France traverse une canicule historique, les appels à adapter nos modes de vie s’intensifient. Mais les #écogestes reposent de manière disproportionnée sur les épaules des femmes rappelle une étude de la Fondation Jean-Jaurès, jusqu’au #risque_de_décrochage.

    Avec la canicule, impossible d’accueillir les enfants dans près de 2000 #écoles en France… Et ce sont majoritairement les femmes qui vont les garder à la maison sous des températures éprouvantes. Un #poids de plus sur leurs épaules.

    Depuis que les températures record rappellent l’urgence climatique, les appels à « #faire_des_efforts » pour la planète se multiplient. Mais derrière ces #injonctions, une réalité invisibilisée : ces efforts reposent encore très majoritairement sur les femmes. C’est ce que met en lumière une étude de la Fondation Jean-Jaurès, menée avec L’ObSoCo et Citeo, publiée le 25 juin 2026.

    #Argent, #temps, #équipement : ce sont généralement les obstacles invoqués avant d’entreprendre des efforts d’#adaptation. Pourtant, l’analyse menée par Diane Blanchard, Marie Gariazzo (L’ObSoCo) et Rozenn Nardin (Citeo) lève le voile sur un angle mort majeur de cette transition : l’#éco-citoyenneté se traduit trop souvent par un surcroît de #travail_domestique invisible majoritairement pris en charge par les femmes.

    #Fatigue

    Faire ses produits ménagers, acheter en vrac, cuisiner davantage ou encore gérer le tri et le compost demandent une #organisation complexe et chronophage. Résultat : une #fatigue_écologique s’installe. Certaines femmes interrogées évoquent un sentiment d’#épuisement, voire de #décrochage.

    « C’est très bien le #do-it-yourself, mais qui prend l’initiative de cela ? […] La question environnementale, c’est une #charge supplémentaire dans la besace de la #charge_mentale et dans les #tâches_domestiques pour les femmes. » note Amandine Clavaud, directrice de l’Observatoire égalité femmes-hommes à la Fondation Jean-Jaurès.

    Injonctions et #culpabilité

    L’étude décortique les #conditions_psychologiques dans lesquelles s’implantent ces nouvelles pratiques : « les hommes et les femmes rencontrés évoluent dans un univers saturé d’attentes, d’exigences et de rôles à tenir ». Les femmes sont face à une accumulation d’#injonctions : être une bonne mère, une professionnelle investie, et désormais une consommatrice exemplaire sur le plan environnemental

    Beaucoup des participantes décrivent un sentiment de fatigue, voire d’épuisement. Elles disent avoir l’impression que leurs #efforts ne sont jamais suffisants. Cette culpabilité est renforcée par une #inquiétude réelle face au dérèglement climatique, particulièrement chez les #mères qui associent directement la dégradation de l’environnement à l’avenir de leurs enfants.

    Répartition inégale

    L’étude montre que les écogestes sont loin d’être répartis équitablement au sein des couples. Les femmes réalisent encore majoritairement les #courses alimentaires, choisissent les produits, surveillent les emballages, organisent les repas et gèrent le tri des déchets. Elles sont aussi les premières à initier de nouvelles pratiques plus durables : achats en vrac, fabrication de produits ménagers, réduction des déchets ou compostage.

    Selon les données citées, 72 % des femmes déclarent s’occuper principalement des courses alimentaires, contre seulement 42 % des hommes.

    Travail invisible des femmes

    Et cette implication reste largement invisible. Les familles disent volontiers « on » « on trie », « on mange bio ». Les autrices analysent que « ce « on » ne révèle rien du « qui fait quoi ? » et agit comme un facteur de minimisation du rôle de chacun ». Derrière cette illusion de partage, elles tranchent : « derrière le « on est écolo », c’est souvent le #travail_invisible des femmes qui en est à l’origine. Les entretiens montrent que beaucoup de femmes minimisent elles-mêmes cette différence avant de reconnaître qu’elles sont celles qui pensent au compost, surveillent le tri ou rappellent les consignes au reste de la famille.

    Politique des écogestes

    L’étude insiste sur un point clé : la #transition_écologique ne pourra pas reposer uniquement sur les efforts individuels, et encore moins sur ceux des femmes.

    Le développement du #réemploi, par exemple, suppose une réorganisation complète du quotidien -stocker, rapporter, laver les contenants. Cette #réorganisation nécessite une réflexion sur le partage des tâches au sein des familles mais aussi et surtout sur les infrastructures avec des points de collecte accessibles, des services adaptés. Faute de quoi, ces nouvelles pratiques risquent d’aggraver les déséquilibres existants et d’être impossibles à faire tenir sur la durée.

    https://www.lesnouvellesnews.fr/canicule-la-charge-ecologique-pese-lourdement-sur-les-femmes
    #genre

    • L’#écologie du #quotidien : les femmes en première ligne

      Alors que la France connaît une canicule historique, force est de constater que l’écologie du quotidien se heurte à un triptyque structurant : argent, temps, équipement. Mais à ces marqueurs sociaux et économiques s’ajoute un angle mort : celui du genre. À partir d’entretiens qualitatifs, Diane Blanchard, cheffe de projet à L’ObSoCo, Marie Gariazzo, directrice à L’ObSoCo, et Rozenn Nardin, directrice innovation et anticipation à Citeo, montrent que la charge écologique repose principalement sur les femmes dans les ménages, accentuant les inégalités femmes-hommes, la fatigue, voire le décrochage.

      https://www.jean-jaures.org/publication/lecologie-du-quotidien-les-femmes-en-premiere-ligne
      #rapport

  • 13 millions de victimes et plus de 3 000 morts en 2025 : l’Afrique paie un lourd tribut aux événements climatiques extrêmes

    L’agence onusienne, qui fait autorité pour les questions relatives à l’atmosphère terrestre, au climat et à l’eau, recommande aux pays africains de renforcer leurs systèmes d’alerte précoce, et d’investir davantage dans l’adaptation au changement climatique et la préparation aux catastrophes.

    Les #phénomènes_extrêmes liés au #climat ont sinistré au moins 13 millions de personnes et entraîné plus de 3 000 décès recensés en #Afrique en 2025, avec des répercussions sur l’ensemble des secteurs de l’économie et les moyens de subsistance des populations, selon un rapport publié le jeudi 18 juin par l’Organisation météorologique mondiale (OMM). Intitulé « State of the Climate in Africa 2025 », le rapport révèle que les #inondations et #sécheresses ont constitué les #catastrophes_météorologiques les plus importantes sur le continent durant l’année écoulée, les inondations représentant plus de la moitié de tous les événements extrêmes signalés.

    L’#Afrique_de_l’Est a été particulièrement touchée, avec plus de 8,5 millions de personnes affectées par la sécheresse, alors que des conditions de sécheresse prolongées ont aggravé l’#insécurité_alimentaire et les pénuries d’#eau dans la #Corne_de_l’Afrique et les régions voisines. En #Afrique_de_l’Ouest, le #Nigeria a connu en mai des inondations dévastatrices qui ont fait plus de 200 #morts, tandis que les inondations en #République_démocratique_du_Congo (#RDC) ont coûté la vie à plus de 160 personnes en avril, soulignant l’intensité croissante des #précipitations saisonnières extrêmes.

    Le #Sahel a enregistré des précipitations supérieures à la moyenne, prolongeant une tendance observée ces dernières années, tandis qu’une grande partie de l’Afrique de l’Est et de la Corne de l’Afrique est restée plus sèche que d’habitude. En Afrique australe, les précipitations ont été marquées par une forte #variabilité, avec des épisodes intenses qui ont provoqué des inondations. En #Afrique_de_Nord, les #vagues_de_chaleur et les sécheresses prolongées ont causé des dégâts considérables à la #production_agricole, menaçant la #sécurité_alimentaire et les #moyens_de_subsistance.

    Le rapport précise également que l’Afrique se réchauffe plus rapidement que la moyenne mondiale. La #température moyenne annuelle de l’air en surface enregistrée à l’échelle continentale s’est classée entre le troisième et le septième rang des valeurs les plus élevées jamais enregistrées en fonction des données utilisées, avec une anomalie positive de 0,51 °C par rapport à la moyenne de la période 1991-2020.

    C’est l’Afrique du Nord qui a connu la plus forte anomalie de #températures en 2025 comparativement aux autres sous-régions africaines, soit +0,76 °C par rapport à la moyenne de la période 1991-2020. À l’inverse, l’Afrique australe a enregistré l’anomalie de températures la plus faible, soit +0,21 °C par rapport à la même période de référence.

    40 % des pays africains disposent de systèmes d’alerte précoce multi-dangers

    Au-delà des inondations et des sécheresses, le rapport met en évidence des changements climatiques à long terme qui sont déjà en train de remodeler le continent.

    Les #glaciers africains ont perdu plus de 90 % de leur superficie depuis la fin du XIXe siècle. La couverture glaciaire du #mont_Kilimandjaro est passée de 11,4 km2 en 1900 à 0,98 km2 ces dernières années. La superficie des glaces du #mont_Kenya et des #montagnes du #Ruwenzori (une chaîne de montagnes d’Afrique centrale, située à la frontière entre l’#Ouganda et la RDC) a aussi diminué, passant respectivement de 1,64 km² à 0,07 km², et de 6,51 km² à seulement 0,38 km².

    D’autre part, l’élévation du niveau de la mer le long des côtes africaines entre 1999 et 2025 dépasse la moyenne mondiale (estimée à environ 3,6 mm par an) dans plusieurs régions, atteignant environ 4,2 mm par an le long de la côte atlantique, 5,2 mm par an le long de la côte de l’océan Indien, et 5,6 mm par an en mer Rouge. Parallèlement, le réchauffement et l’#acidification croissante des océans endommagent les écosystèmes marins et menacent les moyens de subsistance des communautés qui dépendent de la #pêche. La température de la mer en surface (SST) a augmenté de 0,14 °C en moyenne en Afrique par décennie depuis la fin du 19e siècle, tandis que le PH de surface de l’océan a diminué de 0,017 unité par décennie.

    Malgré la fréquence et la gravité croissantes de ces changements qui favorisent des phénomènes météorologiques extrêmes plus destructeurs et exercent une pression croissante sur des communautés déjà vulnérables, seulement 40 % des pays africains disposent de systèmes d’alerte précoce multi-dangers, privant ainsi des millions de personnes d’#alertes en temps utile qui pourraient contribuer à sauver des vies et à réduire les dégâts, surtout dans les zones rurales particulièrement affectées.

    Alors que les coûts associés aux changements climatiques dans les pays africains peuvent atteindre jusqu’à 5 % de leur produit intérieur brut (PIB) et représenter ainsi un obstacle considérable à leur développement ainsi qu’à leur capacité à réduire la #pauvreté, l’OMM les appelle eux et leurs partenaires au développement, à renforcer les #mesures_d'adaptation au changement climatique, à améliorer la préparation aux catastrophes et à accroître les #investissements dans les infrastructures d’alerte précoce, afin de protéger les communautés contre des événements climatiques de plus en plus fréquents et intenses.

    https://www.agenceecofin.com/actualites/2306-139549-13-millions-de-victimes-et-plus-de-3-000-morts-en-2025-laf
    #changement_climatique #Sud_global

    • State of the Climate in Africa 2025

      Key messages

      Extreme weather wreaks heavy economic and human cost
      – Floods are most common reported hazard
      - African glaciers – including iconic Mt #Kilimanjaro - are vanishing
      - Sea level rise along some African coasts outpaced the global average since 1999
      - Africa faces critical gap in early warning systems but is making progress

      –-

      he African continent is warming faster than the global average, and the rate of warming across the continent since 1991 is substantially higher than in any of the previous 30-year periods. The annual mean surface air temperature averaged over land areas in 2025 ranked between the third and seventh warmest on record, depending on the dataset used, according to the report.

      Extreme weather is hitting the continent hard. Floods accounted for more than half of reported events – for instance severe flooding in Nigeria in May led to over 200 deaths, and flooding in the Democratic Republic of the Congo in April led to over 160 deaths. The 2024/2025 tropical cyclone season was particularly active in the South Indian Ocean. Drought affected more than 8.5 million people in East Africa.

      https://www.youtube.com/watch?v=MMwJ4-LQz5I

      https://wmo.int/resources/publication-series/state-of-climate-africa/state-of-climate-africa-2025
      #climat #rapport

  • Rapport 2026 sur l’état des lieux du #sexisme en #France : la menace masculiniste

    Le Haut Conseil à l’Egalité a publié ce matin son rapport annuel sur l’état des lieux du sexisme en France, consacré à la menace masculiniste.

    Un an après avoir constaté une forte polarisation de la société sur les questions d’égalité et de sexisme, le rapport 2026 sur l’état des lieux du sexisme en France attire l’attention sur une dynamique préoccupante : certaines expressions de sexisme hostile ne relèvent plus seulement de pratiques individuelles isolées, mais s’inscrivent dans des logiques d’adhésion et de mobilisations idéologiques collectives.

    Le baromètre 2026 du HCE s’appuie sur une enquête Toluna Harris Interactive conduite en ligne auprès de 3061 personnes âgées de 15 ans et plus, représentative de la population française. Le questionnaire a été enrichi de questions ciblées permettant d’évaluer l’adhésion aux thèses masculinistes. Ce rapport a été mené, piloté et rédigé par la commission « Stéréotypes et rôles sociaux » du HCE, co-présidée par Muriel Reus et Pascal Huguet, accompagnés par Didier Chavrier et Céline Piques, corapporteur et corapportrice.

    Le rapport identifie deux formes de sexismes, le sexisme paternaliste et le sexisme hostile. Le sexisme paternaliste est un sexisme faussement bienveillant du quotidien qui légitime une répartition hiérarchisée des hommes et des femmes. Le sexisme hostile est un sexisme violent, se traduit par une hostilité envers les femmes et peut inclure des attitudes agressives ou dévalorisantes.

    Quelques chiffres :

    – Pour le #sexisme_paternaliste, on compte environ 7,5 millions d’hommes et 5 millions de femmes : les hommes sont majoritaires, mais les femmes véhiculent elles aussi ces normes.

    – En France, 17% des personnes de 15 ans et plus, soit près de 10 millions de personnes, adhèrent au #sexisme_hostile.

    - La question de l’#âge : plus l’âge augmente, moins le sexisme est perçu comme un problème social. Chez les jeunes, l’écart entre femmes et hommes est très élevé, mais il se réduit avec l’âge parce que la reconnaissance globale des #discriminations recule.

    Le rapport souligne également que les réseaux sociaux apparaissent comme des espaces de cristallisation et d’amplification des discriminations et des violences faites aux femmes et minorité de genre. Il identifie le cybersexisme comme la première forme de discours de haine en ligne, avec 84 % de victimes qui sont des femmes.

    Enfin, le HCE est la première institution publique française à consacrer, dans le cadre de son rapport annuel, une analyse spécifiquement dédiée aux masculinismes. Il s’agit d’un système idéologique structuré qui imprègne désormais les jeunes générations par un bombardement massif de contenus numériques. Les adultes ne sont pas épargnés par la diffusion des discours masculinistes, qui peuvent légitimer le passage à l’acte, banaliser des violences et, dans ses formes les plus extrêmes, aller jusqu’à l’apologie du viol et du meurtre. C’est une menace à d’ordre public et un enjeu de sécurité nationale.

    Le Haut Conseil à l’Egalité formule donc 25 #recommandations, et parmi elles :

    – Rendre les séances d’#EVARS obligatoires et donner un cadre et des moyens pour les appliquer.

    – Renforcer les contrôles de l’#ARCOM et de #PHAROS et créer une catégorie autonome “masculinisme” dans les signalements pour suivre le phénomène.

    - Rendre transparent les #algorithmes afin de redonner aux utilisateurs le contrôle de leur expérience en ligne.

    – Intégrer le "#terrorisme_misogyne" dans les doctrines de sécurité.

    - Confier au Haut Conseil à l’Égalité entre les femmes et les hommes (HCE), avec des moyens humains et financiers dédiés, la mission d’Observatoire national du masculinisme et des radicalisations sexistes.

    https://www.haut-conseil-egalite.gouv.fr/rapport-2026-sur-letat-des-lieux-du-sexisme-en-france-la-m

    #rapport #masculinisme

    déjà sur seenthis
    https://seenthis.net/messages/1163753
    https://seenthis.net/messages/1155085

    ... mais je remets ici pour des raisons d’archivage

  • « L’écrasante majorité des pédocriminels n’est pas pédophile » : domination et masculinité... un sociologue révèle les vrais ressorts des violences sexuelles sur enfants
    https://france3-regions.franceinfo.fr/occitanie/gers/auch/l-ecrasante-majorite-des-pedocriminels-n-est-pas-pedophil
    https://france3-regions.franceinfo.fr/image/CEjqvrzHAKTHstE9W4LNwQ2dPXc/930x620/regions/2026/06/16/6a3171e9d05ab640344876.jpg

    Après le choc du meurtre de la jeune Lyhanna dans le Gers, les Centres Ressources pour les Intervenants auprès des Auteurs de Violences Sexuelles (CRIAVS) ont été sollicités par le gouvernement. L’objectif ? Trouver des pistes de solutions à mettre en œuvre pour agir contre les violences sexuelles et les assassinats d’enfants liés à des violences sexuelles. Nous avons demandé à un sociologue du CRIAVS quelles réponses les spécialistes qui travaillent sur les auteurs de violences sexuelles peuvent apporter.

    Tristan Renard : (...) Sur toutes les enquêtes de référence en France, Virage en 2016 et CSF en 2006, renouvelée en 2023, on constate que le nombre de violences sexuelles ne baisse pas. Dans ces enquêtes, on voit que dans 95% des cas, les auteurs désignés sont des hommes. Ça concerne les victimes adultes et les victimes enfants y compris quand les victimes sont des garçons et des petits garçons.

    Il y a plusieurs choses derrière tout ça. Il y a d’une part la socialisation, c’est-à-dire l’apprentissage, l’éducation. Les #garçons, quand ils se construisent en tant que garçon et qu’ils imaginent ce qu’ils doivent faire pour être un garçon, la violence fait partie du bagage. Quand les garçons sont à l’adolescence, la prise de risque, la démonstrativité du rapport de force, l’indifférence parfois aux règles de civilité font partie de la construction du rôle de garçon, dans une forme de #masculinité dominante aujourd’hui.

    Chaque petit comportement n’est pas une violence en soi - même si certaines fois, c’est le cas - mais c’est l’ensemble qui façonne des #dispositions à agir de manière violente. Il y a l’apprentissage qui façonne des comportements violents dans les formes de masculinité actuelles.

    France 3 : Les violences sexuelles puisent dans la masculinité dominante selon vous ?

    Tristan Renard : Oui. Quasiment 90 %, des violences sexuelles sont des violences qui s’inscrivent dans des rapports de pouvoir, des rapports de domination. Par exemple, même quand la violence est le fait d’un mineur, il y a un écart d’âge.

    Quand les enfants sont victimes, c’est majoritairement le fait d’adultes, et donc c’est systématiquement dans des relations de pouvoir, un enseignant sur un élève, un entraîneur sportif sur un enfant qui est entraîné, un parent sur son enfant, etc. Cette question des #rapports_de_pouvoir, elle renvoie à notre culture institutionnelle, à notre culture familiale.

    #VSS #pédocriminalité

  • “Roma sa da che parte stare” torna in Campidoglio con “Le carte”
    https://www.assopacepalestina.org/2026/06/10/roma-sa-da-che-parte-stare-torna-in-campidoglio-con-le-carte

    Non è una disputa amministrativa, ma una scelta di dignità di fronte al genocidio. COMUNICATO STAMPA Conferenza Stampa e Consegna del Dossier al Sindaco Gualtieri Giovedì 11 giugno, ore 12:00 – Piazza del Campidoglio Roma, 8 giugno 2026 – Giovedì 11 giugno, alle ore 12:00, il comitato “Roma sa da che parte stare”, insieme agli ... Leggi tutto

    #Notizie #rapporti_Comune_di_Roma-Israele

  • Intelligence artificielle, données, calculs : quelles #infrastructures dans un monde décarboné ?

    En plein «  phénomène IA  », #The_Shift_Project a choisi d’éclairer le sujet avec son prisme  : la vision physique. Pour ce faire, nous avons étudié une composante clé des infrastructures du numérique, la filière #centre_de_données, et la manière dont elle se construit en interaction avec l’intelligence artificielle, principal déterminant de ses dynamiques aujourd’hui.

    Le programme numérique du Shift Project (voir l’ensemble de nos travaux) mène et documente depuis plusieurs années une réflexion sur les pratiques et actions qui permettent de limiter les impacts environnementaux directs et indirects du #numérique, sans empêcher l’effet net des potentiels leviers qu’il propose en matière de #transition_écologique.

    Le numérique est un secteur non négligeable  : il représentait déjà 3 à 4 % des émissions mondiales en 2020 (The Shift Project, 2021), soit du même ordre que l’intégralité des poids lourds dans le monde (IEA, 2021) et avec une augmentation de 6 %/an en moyenne de cette empreinte. À l’échelle française, il représentait 4,4 % de l’empreinte carbone du pays en 2022 (ADEME, 2025).

    Ce nouveau projet trace le contour de la manière dont le déploiement généralisé de l’IA infléchit ces dynamiques déjà insoutenables. Il éclaire les pistes à suivre pour réorienter vers la #soutenabilité énergie-carbone nos choix technologiques, qui sont de véritables choix politiques, économiques et stratégiques.

    https://theshiftproject.org/publications/intelligence-artificielle-centres-de-donnees-rapport-final
    #rapport #IA #AI #intelligence_artificielle #infrastructure

  • I numeri del cancro
    https://www.registri-tumori.it/cms/pagine/i-numeri-del-cancro

    Le dernier rapport :

    In questa tredicesima edizione dei “Numeri del cancro in Italia”, l’analisi è partita dalle cifre per poi approfondire aspetti che stanno rendendo l’oncologia medica sempre più complessa, spaziando dalla medicina di precisione, ai Molecular Tumor Board, al rapporto fra inquinamento atmosferico e cancro, fino alla Digital Health. Un capitolo del volume è dedicato in particolare ai miglioramenti nella mortalità per cancro. Il numero assoluto dei decessi oncologici offre una comprensione immediata dei cambiamenti avvenuti nel corso di qualche decennio.

    https://www.registri-tumori.it/cms/pubblicazioni/i-numeri-del-cancro-italia-2023

    #cancer #santé #Italie #rapport #cartographie #statistiques #visualisation #registro_tumori #mortalité #oncologie

  • Girls and women in criminal networks. A study of entry-points, participation, criminality and exits

    This report presents a study of girls and women in criminal networks that sheds light on what characterises the girls involved, how they become involved, their conditions, what offences they typically commit and what opportunities they have to leave criminal groups.

    https://bra.se/english/publications/archive/2025-10-22-girls-and-women-in-criminal-networks

    #femmes #criminalité_organisée #rapport #Suède #réseaux_criminels

  • Explosion des data centers en France : une trajectoire hors de contrôle

    La #loi_de_simplification_de_la_vie_économique, à travers son #article_15, assouplit le #droit de l’#urbanisme et de l’#environnement pour favoriser l’émergence de sites dits #hyperscaler – d’une surface de 40 ha minimum, soit l’équivalent de 55 terrains de foot.

    En France, la multiplication de data centers s’accélère à un rythme effréné, portée par une #volonté_politique assumée de faire du territoire un hub stratégique du #numérique. Face à cette #fuite_en_avant, le collectif #Le_nuage_était_sous_nos_pieds vient de lancer son site internet, accompagné d’une cartographie participative recensant les data centers, actuels et futurs. Un outil pensé pour rendre visible une industrie opaque et alimenter les résistances face à l’expansion incontrôlée des infrastructures numériques.

    Le secteur du numérique connaît actuellement une expansion internationale fulgurante, qui s’explique notamment par l’essor de l’Intelligence Artificielle (IA) et son utilisation, devenue régulière pour deux tiers de la population mondiale.

    La France fait partie des têtes de file dans la course effrénée au développement de l’IA et du tout numérique, passant de la 13ème place en 2023 à la 5ème place en 2024 dans le Global AI Index – un indice qui évalue les pays en fonction de leurs investissements et de leurs innovations relatifs à l’IA.
    La cartographie comme outil politique

    Dans ce contexte, le collectif Le nuage était sous nos pieds a lancé son site internet avec, notamment, la mise en ligne d’une cartographie participative afin de répertorier les data centers en France.

    « Nous avons cartographié 350 data centers déjà existants et 47 data centers en cours de déploiement à travers la France : 28 annoncés, 11 en cours d’instruction par les services de l’état et 8 en cours de construction », peut-on lire sur leur site.

    Si cette comptabilisation n’est pas complète – à cause du manque de transparence de l’industrie – elle rend toutefois compte de l’importance de la croissance du secteur dans l’Hexagone.

    « Les objectifs du collectif : politiser les infrastructures du numérique, les visibiliser, les mettre au cœur du débat public et en faire un objet de lutte », explique Antoine, l’un des membres du collectif.

    Loin d’un simple travail de recensement, la cartographie du collectif s’attaque frontalement à l’opacité d’une industrie dont le développement échappe largement au débat public, et fournit par la même occasion un outil d’enquête citoyenne indispensable pour engager un rapport de force avec l’État et les géants du numérique.

    Une expansion organisée et encouragée par l’État

    Si cette initiative voit le jour aujourd’hui, ce n’est pas un hasard. Le développement des data centers en France connaît une accélération brutale, encouragée par les pouvoirs publics. Depuis le sommet international sur l’intelligence artificielle organisé à Paris en février 2025, l’exécutif affiche sa volonté d’investir massivement dans l’IA et ses infrastructures, au nom de la compétitivité et de la souveraineté numérique.

    À cette occasion, 109 milliards d’euros d’investissement privés – majoritairement étrangers – avaient été annoncés pour accélérer cette expansion, s’ajoutant aux 400 millions d’euros de subventions annoncés par l’ancien Premier ministre, François Bayrou, et aux 10 milliards d’investissement de la BPIFrance.

    Cette stratégie se traduit concrètement par une série de mesures facilitant l’implantation des data centers. La loi de simplification de la vie économique, à travers son article 15, assouplit le droit de l’urbanisme et de l’environnement pour favoriser l’émergence de sites dits hyperscaler – d’une surface de 40 ha minimum, soit l’équivalent de 55 terrains de foot.

    L’État, en lien avec EDF et RTE, a également identifié 63 sites “clés en main”, directement raccordés et proposés aux investisseurs pour faciliter l’implantation et la construction de nouveaux data centers, accentuant davantage la responsabilité des pouvoirs publics dans cette course au gigantisme.
    L’ADEME alerte sur une trajectoire hors de contrôle

    Le 6 janvier 2026, l’ADEME a publié un rapport dans lequel l’agence avance des estimations de l’évolution du secteur jusqu’à 2060 en fonction de cinq scénarios :

    – Tendanciel : une poursuite des dynamiques actuelles qui se traduit par une explosion des usages numériques, un développement massif de l’IA, et une bascule vers des data centers hyperscaler.
    - Génération frugale : un scénario de sobriété forte reposant sur une dénumérisation partielle des usages, un moratoire sur les nouveaux data centers et des politiques publiques contraignantes.
    – Coopérations territoriales : un développement encadré des data centers, en concertation avec les territoires et sous contraintes environnementales, avec une priorité aux usages socialement utiles et une recherche de synergies locales, notamment pour limiter les tensions sur l’eau, l’énergie et le foncier.
    – Technologies vertes : les data centers deviennent des leviers de la transition écologique, soutenus par l’État au nom de la souveraineté et du mix électrique français.
    – Pari réparateur : une trajectoire qui se traduit par une confiance dans l’innovation pour compenser les impacts du numérique, avec une régulation allégée et une forte croissance des usages.

    À travers ces cinq scénarios, l’agence estime alors la consommation électrique des data centers ainsi que leurs émissions de gaz à effet de serre sur les 35 années à venir.

    « Le rapport de l’ADEME montre très clairement que la tendance actuelle est insoutenable, et qu’on va dans le mur en termes de poursuite de nos objectifs climatiques », analyse Lou Welgryn, secrétaire générale de Data for Good, pour La Relève et La Peste.

    Accaparement des ressources et tensions locales

    Derrière ces chiffres et ces estimations, des conflits très concrets se manifestent. Les data centers sont extrêmement gourmands en électricité et en eau, deux ressources déjà sous tension.

    Selon les estimations de l’ADEME, si rien n’est fait, la consommation électrique de ces infrastructures pourrait être multipliée par 3,7 d’ici à 2035, passant de 9,91 TWh/an à 36,73 TWh/an, soit près de 7% de la production actuelle d’électricité en France.

    L’implantation rapide de ces infrastructures fait émerger des conflits d’usage, comme à Marseille, qui accueille un certain nombre de data centers du fait de l’arrivée de dix-huit câbles intercontinentaux dans la cité phocéenne. Sur place, l’électricité consommée par les centres de données entre en concurrence directe avec l’électrification des ferrys et des transports locaux.

    Une problématique que la chercheuse et la professeure Anne Pasek résume ainsi : « Si nous ne faisons qu’augmenter les capacités du réseau électrique dans le seul but de répondre à une demande toujours plus croissante [des data centers], nous ne parviendrons pas à atteindre nos objectifs de décarbonation ».
    Contre-pouvoir face au techno-capitalisme

    Face à cette dynamique, la cartographie du collectif vise à « fabriquer une réflexion autour des data centers » et à « favoriser l’émergence de nouvelles contestations ». Par ce biais, elle s’inscrit dans une stratégie plus large de surveillance citoyenne, de plaidoyer et de politisation des enjeux liés aux infrastructures numériques.

    En parallèle, les associations en lutte multiplient les alertes sur les impacts du numérique et de l’IA.

    « Mettre en lumière ces problématiques et briser l’opacité permet de placer ce sujet au cœur du débat démocratique », rappelle Noémie Levain, juriste à La Quadrature du Net, pour La Relève et La Peste

    Les collectifs portent également une critique plus profonde de la trajectoire numérique empruntée actuellement, en la replaçant dans une lecture décroissante. Ils interrogent quant aux besoins réels, à la dépendance aux technologies et la compatibilité du tout-numérique avec les objectifs climatiques.

    « Il faut se poser la question : pourquoi construit-on autant de centres de données et pourquoi aurait-on besoin d’autant de puissances de calcul ? », insiste Lou Welgryn.

    En rendant visibles les infrastructures, la cartographie force le débat politique et rappelle que derrière l’IA se joue un choix de société aux conséquences durables sur les ressources, les territoires et les personnes qui les habitent.

    https://lareleveetlapeste.fr/explosion-des-data-centers-en-france-une-trajectoire-hors-de-contr

    #liste #data_centers #centres_de_données #IA #AI #France #intelligence_artificielle #infrastructure #carte #visualisation #cartographie #cartographie_participative #recensement #opacité #expansion #ressources #électricité #eau #conflits #tensions_locales #contre-pouvoir #techno-capitalisme

    ping @reka

    • Carte des data centers, des projets et des contestations en France

      Nous publions une carte participative répertoriant les data centers existants, les projets et les oppositions qui s’organisent en France autour de ces infrastructures. Notre objectif est de favoriser l’émergence ou la consolidation de contestations partout où ces bases du numérique dominant se prévoient.
      Nous avons cartographié 351 data centers déjà existants et 67 data centers actuellement en cours de déploiement à travers la France : 43 annoncés, 16 en cours d’instruction par les services de l’état et 8 en cours de construction.
      À cela il faut ajouter les 63 sites « clés-en-main » proposés par le gouvernement aux industriels de la tech pour faciliter l’implantation et la construction de nouveaux data centers - dont seulement 26 localisations précises sont publiques à ce jour. RTE et EDF mettent également 8 sites à disposition des promoteurs avec des procédures de raccordement électrique accéléré.
      Il est important de noter que le nombre de data centers ne permet pas de se faire une idée adéquate de l’accroissement des infrastructures. Les technologies impliquées sont en forte mutation, et la consommation énergétique des data centers ou le nombre de serveurs qu’ils abritent donne une indication plus ajustée des évolutions du secteur. Ainsi, les data centers actuels peuvent avoir une consommation énergétique jusqu’à plusieurs milliers de fois plus importante que les data centers historiques. Et les serveurs qu’ils abritent sont toujours plus nombreux et intenses en technologies.
      Nous avons recensés une vingtaine d’oppositions locales à ces déploiements, menées par des collectifs, des individus ou des associations.

      https://lenuageetaitsousnospieds.org/articles/2025-12-11-carte-des-data-centers-des-projets-et-des-conte
      #opposition #résistance

    • Prospective d’évolution des consommations des data centers à court, moyen et long terme de 2024 à 2060

      Cette étude de l’ADEME répond à 3 objectifs :
      1. Dresser l’état des lieux de la consommation électrique actuelle des centres de données en France ;
      2. Proposer un modèle prospectif détaillé permettant de modéliser des scénarios d’évolution des consommations des centres de données dans le temps ;
      3. Modéliser et analyser 5 scénarios prospectifs jusqu’à 2060 : un scénario tendanciel et 4 scénarios envisageant les 4 chemins possibles de transition écologique.

      Cette étude a considéré les émissions de gaz à effet de serre engendrées, la pression sur les ressources en eau, l’artificialisation des sols, la concurrence avec les d’autres usages de l’électricité, ou encore les enjeux de souveraineté numérique et distingue les consommations en France des consommations à l’étranger pour un usage français.

      https://librairie.ademe.fr/energies/8910-prospective-d-evolution-des-consommations-des-data-centers-a-co
      #ADEME #rapport

  • Vers des espaces publics inclusifs - Aménager au prisme du #genre

    Une analyse de terrain sur l’égalité de genre dans l’aménagement du canton, réalisée dans deux communes du canton, #Carouge et #Meyrin par la géographe Karine Duplan de l’Université de Genève (UNIGE), au sein de l’Institut de gouvernance de l’environnement et développement territorial de l’UNIGE, en collaboration avec l’Urban Hub, centre universitaire de compétence pour l’étude des villes et des sociétés urbaines.

    https://www.ge.ch/document/espaces-publics-inclusifs-amenager-au-prisme-du-genre
    #rapport #Genève #espace_public #genre #aménagement_du_territoire #géographie #inclusion

  • Armi e carburante verso Israele: il dossier che smentisce il silenzio italiano

    Oltre 400 spedizioni militari e 224mila tonnellate di greggio e gasolio dall’Italia dopo il 7 ottobre: il report accusa Roma di complicità nelle operazioni a #Gaza

    Nonostante le dichiarazioni ufficiali e l’assenza di nuove autorizzazioni formali, dall’Italia verso Israele il flusso non si è mai fermato. Armi, componenti elettronici, sistemi aerospaziali, carburante. Una rete logistica estesa, continua, documentata. A certificarlo è il dossier “Made in Italy, Delivered to Israel: Italian Military and Energy Transfers Fueling Genocide”, pubblicato da Giovani Palestinesi d’Italia, People’s Embargo for Palestine, Palestine Youth Movement e Weapon Watch, con il contributo dell’European Legal Support Center.

    I numeri sono difficili da ignorare: oltre 400 spedizioni di materiale militare e 224mila tonnellate di greggio e gasolio partite dall’Italia verso Israele tra ottobre 2023 e il 2025. Un’attività che coinvolge almeno 11 regioni italiane e che, secondo il report, dimostra la continuità dei rapporti militari e logistici anche nel pieno delle operazioni su Gaza.

    Il dossier ricostruisce una filiera articolata, fatta di aziende private, infrastrutture statali e hub logistici. Tra i nomi più rilevanti compare #Leonardo S.p.A., di cui vengono tracciate circa 150 spedizioni di componenti aerospaziali. Alcuni di questi materiali sarebbero stati inviati alla società israeliana #Elbit_Systems e includerebbero pannelli di controllo per comunicazioni radio e componenti elettronici destinati alle cabine di pilotaggio. Tecnologie che, secondo il rapporto, contribuiscono direttamente all’operatività di velivoli militari come gli F-15, utilizzati nei bombardamenti su Gaza.

    Accanto a Leonardo, emerge anche il ruolo di aziende attive nel settore della guerra elettronica e della cybersicurezza, come #Elettronica S.p.A. (oggi #Elt_Group), che avrebbe fornito sensori, sistemi radar e dispositivi di disturbo a Elbit Systems e #Israel_Aerospace Industries. Il Lazio appare come uno snodo centrale di questa rete, con l’aeroporto di Fiumicino utilizzato per il transito di componenti destinati a droni e veicoli militari.

    Anche il Nord Italia è coinvolto. Dall’aeroporto di Milano #Malpensa, secondo i registri analizzati, sarebbero transitati componenti aerospaziali, materiali idraulici ed elettrici, polveri metalliche e adesivi chimici utilizzati nella produzione di armi e munizioni. Una catena industriale e logistica che attraversa l’intero paese.

    Ma il dato forse più significativo riguarda il carburante. Secondo il dossier, 85mila tonnellate di greggio sarebbero partite dal porto di Taranto a bordo della nave #Seasalvia, dirette verso #Haifa. In alcune occasioni, l’imbarcazione avrebbe disattivato il sistema di tracciamento durante il tragitto, oscurando la propria rotta. Altre 138mila tonnellate di gasolio sarebbero state spedite dal terminale di #Santa_Panagia, a #Siracusa, contribuendo al rifornimento dei mezzi militari israeliani: blindati, camion, bulldozer utilizzati anche nelle demolizioni di abitazioni e infrastrutture nei territori palestinesi.

    Tutto questo mentre, sul piano ufficiale, il governo italiano sostiene di non aver concesso nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre. La relazione governativa del 2024, infatti, esclude Israele dalle nuove licenze rilasciate dall’Uama, l’autorità che supervisiona l’applicazione della legge 185/1990 sul commercio di armamenti.

    Eppure, come già segnalato dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, gli scambi non si sono interrotti. I dati dell’Agenzia delle Dogane mostrano esportazioni militari verso Israele per oltre quattro milioni di euro nello stesso periodo. Una contraddizione evidente tra il piano formale e quello sostanziale.

    Il dossier lo afferma in modo diretto: il sostegno italiano non è né casuale né neutrale. Continuare a fornire materiali, tecnologie e carburante significa, secondo gli autori, contribuire attivamente alle operazioni militari israeliane e, quindi, alla distruzione in corso a Gaza.

    Per questo le organizzazioni chiedono misure immediate: un embargo bilaterale completo sulle armi, maggiore trasparenza sui transiti e la sospensione del memorandum d’intesa militare tra Italia e Israele. Non più dichiarazioni di principio, ma atti concreti.

    Il quadro che emerge è quello di una doppia realtà. Da un lato, le dichiarazioni ufficiali sul rispetto del diritto internazionale e sulla sospensione delle autorizzazioni. Dall’altro, una filiera economica e logistica che continua a funzionare, alimentando un conflitto che ogni giorno produce nuove vittime civili. E in mezzo, ancora una volta, il silenzio.

    https://osservatorionomilscuola.com/2026/04/01/dossier-made-italy-industria-genocidio-coinvolgimento-itali
    #armes #commerce_d'armes #armement #Israël #Italie #exportation #rapport

  • Quels futurs pour les « alternatives » écolo ?
    https://blog.ecologie-politique.eu/?post/Quels-futurs-pour-les-alternatives-ecolo

    La vision d’un changement de société qui passe par une somme de changements individuels s’expliquerait rationnellement par des mécanismes de diffusion des idées, des modes de vie, un changement de culture fondé sur des exemples désirables. Mais elle puise également ses racines dans une vision un peu magique qui nous vient des sociétés dont l’ontologie procède par analogisme, comme ce fut longtemps le cas dans les sociétés occidentales (voir ici pour une explication rapide des quatre ontologies de l’anthropologue Philippe Descola). Le microcosme résonne avec le macrocosme. Les princes indianisés construisaient des villes au plan régulier pour apporter de l’ordre dans le monde, comme aujourd’hui les jardinier·es en permaculture influencent le macrocosme en cultivant leurs mandala (un petit monde qui représente le plus grand monde, l’échelle varie mais l’objet est au fond le même et en soignant l’un on soigne aussi l’autre). La surestimation de l’influence des comportements individuels sur l’ordre du monde a une très longue histoire.

    […]

    Sans les dénigrer entièrement, l’Atelier paysan a remis les « alternatives » à leur place, celle d’expérimentations, d’exemples du caractère réaliste des propositions écologistes, d’initiatives qui permettent de travailler les retours d’expérience pour renforcer un projet politique. L’éducation populaire, la diffusion des constats et des propositions, la montée en compétences des militant·es comme du plus grand public sont un autre levier pour espérer provoquer un changement social. Le dernier enfin est le rapport de force, les luttes politiques. Les trois leviers se nourrissent l’un de l’autre. Les « alternatives » donnent une idée des futurs désirables, avec l’éducation populaire elles mobilisent les forces de progrès social qui doivent peser dans les luttes.

    #alternatives #écologie #rapport_de_force #Aude_Vidal

  • L’essenziale come arma: l’acqua negata alla popolazione palestinese

    Il blocco delle forniture e la distruzione deliberata delle infrastrutture idriche sono stati utilizzati dalle autorità israeliane come forma di punizione collettiva nei confronti dei 2,1 milioni di abitanti della Striscia di Gaza. In un contesto di distruzione e morte le persone devono affrontare anche il collasso dei servizi igienico-sanitari, con gravi conseguenze su salute, dignità e sicurezza. Il report di Medici senza frontiere

    La privazione sistematica e deliberata di acqua, servizi sanitari e igiene (“Water, sanitation, hygiene”, Wash) sarebbe stata usata dall’ottobre 2023 come arma contro i palestinesi dalle autorità israeliane, nell’ambito di una campagna di punizione collettiva. È quanto denunciato dal report “Israel’s destruction and deprivation of water and sanitation in Gaza”, pubblicato il 28 aprile da Medici senza frontiere (Msf).

    Secondo la Ong, attiva a Gaza dal 1988, sono 2,1 milioni le persone residenti nella Striscia colpite da una grave scarsità d’acqua. Una mancanza che non è il risultato di eventi incidentali ma di politiche e azioni precise, con conseguenze gravissime per la salute, la dignità e la sicurezza della popolazione palestinese.

    Nel periodo analizzato dall’indagine -da gennaio 2024 a dicembre 2025- il personale di Msf ha segnalato un aumento quotidiano delle problematiche sanitarie legate alla carenza d’acqua rispetto al periodo precedente all’ottobre 2023.

    Un sondaggio dell’organizzazione ha registrato che quasi una persona su quattro tra quelle intervistate tra maggio e agosto 2025 aveva sofferto di diarrea nel mese precedente: un disturbo che colpisce più severamente i bambini sotto i 15 anni e le donne incinte, mettendo a rischio la gravidanza. Anche le malattie della pelle, legate alla scarsa igiene e alla vita in tende sovraffollate e rifugi improvvisati, sono risultate più diffuse, con il 18% delle consulenze sanitarie di Msf nel 2025 dedicate proprio a queste patologie.

    La priorità di tutte le famiglie è utilizzare l’acqua a disposizione per bere piuttosto che per l’igiene, e quando le consegne umanitarie vengono interrotte sono costrette ad approvvigionarsi da fonti insicure o saline. Tra ottobre 2023 e gennaio 2026 i prezzi dell’acqua dei fornitori privati sono infatti aumentati del 500%, rendendola di fatto fuori dalla portata della maggior parte della popolazione. La stessa Msf -la più grande distributrice non governativa a Gaza, con oltre 4,7 milioni di litri d’acqua consegnati al giorno a gennaio 2026- è consapevole che la sua offerta non riesce a colmare l’enorme fabbisogno della Striscia.

    Nei campi le persone si ritrovano inoltre a scavare latrine improvvisate nei pressi delle tende da condividere con molte altre persone. Le piogge intense spesso allagano queste strutture rudimentali che, riempendosi, diffondono rifiuti e batteri. I servizi igienici sono collassati, mentre articoli come sapone, disinfettanti, pannolini e prodotti mestruali, se disponibili, rimangono troppo costosi.

    A tutto ciò si aggiunge l’impatto sulla salute mentale per chi vive in condizioni così poco dignitose, senza privacy e in situazioni di forte disagio e stress. I palestinesi devono fare i conti quotidianamente con un senso di urgenza e responsabilità, soprattutto nei confronti dei bambini, legato alla necessità di procurarsi l’acqua e all’incapacità di occuparsi della propria igiene personale. “È come se chiedessimo l’essenziale della vita”, ha affermato Ali, un palestinese sfollato che vive in un campo nella città di Deir Al-Balah, intervistato da Medici senza frontiere.

    Questa situazione si inserisce in un contesto già estremamente difficile in cui, secondo il ministero della Salute di Gaza, dal 7 ottobre 2023 al 23 febbraio 2026 almeno 72.073 palestinesi sono stati uccisi e 171.756 feriti dagli attacchi israeliani, a cui si somma un numero imprecisato di persone disperse e di vittime non conteggiate o definite “indirette” perché causate dall’interruzione dell’assistenza sanitaria e di altri servizi essenziali.

    Dall’inizio dell’offensiva israeliana i palestinesi cercano dunque di sopravvivere trovandosi anche ad affrontare una forma di scarsità d’acqua ingegnerizzata. Sono tre in particolare i meccanismi alla base della crisi: la distruzione delle infrastrutture da parte delle forze armate israeliane; l’ostruzione dell’accesso umanitario all’interno di Gaza tramite lo sfollamento forzato e le restrizioni ai movimenti; e il blocco o il ritardo sistematico delle forniture essenziali.

    Nello specifico, le operazioni militari israeliane hanno causato una devastazione diffusa delle infrastrutture cosiddette Wash: si stima che il 90% sia stato danneggiato o distrutto. Msf ha documentato diversi episodi di sparatorie contro i suoi camion cisterna e di danneggiamenti a pozzi chiaramente identificati, spesso durante la stessa distribuzione di acqua alla popolazione, causando panico, ferimenti e morti tra i palestinesi e gli operatori umanitari. Molti nuclei familiari, sopraffatti dai compiti necessari per sopravvivere, non hanno altra scelta che mandare i figli a prendere l’acqua pur consapevoli del pericolo che affrontano.

    “Le autorità israeliane sanno che senza acqua la vita finisce eppure hanno deliberatamente e sistematicamente distrutto le infrastrutture idriche a Gaza, impedendo al contempo in modo sistematico l’ingresso di rifornimenti idrici -ha spiegato Claire San Filippo, responsabile delle emergenze di Msf-. I palestinesi sono rimasti feriti e sono stati uccisi semplicemente cercando di procurarsi l’acqua”.

    L’accesso ai servizi essenziali e l’ingresso dei beni di prima necessità nella Striscia sono stati limitati e ostacolati. Gli ordini di sfollamento e le interdizioni imposte dall’esercito israeliano ai palestinesi di entrare in alcune parti di Gaza hanno coperto in alcuni casi più dell’80% del territorio; senza contare che il 58% della Striscia non è attualmente accessibile.

    Allo stesso tempo da ottobre 2023 elettricità e combustibili, fondamentali per il trattamento e la distribuzione dell’acqua, sono stati tagliati. Le richieste di autorizzazione a introdurre forniture critiche sono state rifiutate o lasciate senza risposta, incluse quelle relative a unità di desalinizzazione dell’acqua, pompe, cloro e altri prodotti chimici per il trattamento, serbatoi d’acqua, repellenti per insetti e latrine. Anche quando approvate, le spedizioni sono state spesso bloccate ai valichi, lasciando attrezzature salvavita ferme per mesi.

    Secondo Msf le autorità israeliane stanno usando gli aiuti come un rubinetto, chiudendolo o aprendolo solo per permettere a qualche goccia di entrare nella Striscia, contravvenendo così al diritto internazionale umanitario. Quest’ultimo stabilisce infatti che, in quanto potenza occupante, Israele dovrebbe garantire il soddisfacimento dei bisogni fondamentali della popolazione occupata e proteggere le infrastrutture civili come i sistemi idrici e sanitari.

    Per questo motivo Medici senza frontiere chiede di porre immediatamente fine a questa situazione e invita anche gli Stati membri delle Nazioni Unite a invocare il rispetto del diritto internazionale, facendo leva su tutti gli strumenti economici, di sicurezza e legali a disposizione affinché l’accesso all’acqua pulita, a servizi igienico-sanitari sicuri e all’igiene di base venga assicurato.

    https://altreconomia.it/lessenziale-come-arma-lacqua-negata-alla-popolazione-palestinese
    #eau #Israël #accès_à_l'eau #Palestine #Gaza #punition_collective

  • L’échec prévisible du « #Rapport_Draghi »
    https://lvsl.fr/lechec-previsible-du-rapport-draghi

    Le « rapport Draghi », publié en septembre 2024, a provoqué un émoi durable dans la presse française. L’ancien président de la Banque centrale européenne y proposait une refonte de la stratégie économique et industrielle de l’Union européenne (UE), s’attaquant à plusieurs totems. Du moins en apparence : loin d’être radicalement nouveau, ce rapport réactualise le projet fédéraliste des élites du sud du continent. Et son échec, loin de constituer un coup de tonnerre, était prévisible.

    #International #BCE #économie #fédéralisme_européen #Jean_Monnet #Mario_Draghi #Union_Européenne

  • La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026

    823 minori soli nei Centri per adulti dal 2023 al 2025, mentre in accoglienza dedicata c’è posto
    Nessuna invasione, ma il Governo Meloni “programma” l’emergenza del sistema

    Assegnati porti lontani per gli sbarchi delle Ong senza che i centri al Sud siano sovraffollati

    Il sistema di accoglienza italiano riproduce ogni anno un’emergenza interna, voluta dalle scelte pubbliche, in assenza di arrivi da “invasione”. Gli accolti a fine 2024, 134.549 persone, sono lo 0,23% della popolazione residente. Grandi centri e sovraffollamento, crescita dei gestori profit, servizi per l’integrazione ridotti, aumento elevato della prima accoglienza, diminuzione dei controlli delle prefetture e mancata protezione del minore. Queste le conseguenze di uno stato “eccezionale” trasformato a regola, che penalizza i più vulnerabili, prima di tutto i minori stranieri non accompagnati. ActionAid, in collaborazione con Openpolis, ricostruisce quanto accade nei CAS-centri di accoglienza straordinaria, centri governativi di prima accoglienza e SAI-centri degli enti locali con il report “La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”. Dati inediti ottenuti con oltre 70 procedure di richiesta a Ministeri e Prefetture*.

    “La quantità di Decreti e norme introdotte dal Governo Meloni in quattro anni ha trasformato l’accoglienza da tutela delle persone straniere in un mero dispositivo di filtro e contenimento. Il futuro è già qui: l’applicazione del Patto europeo su Asilo e migrazione, infatti, è già iniziata, e i dati lo mostrano inequivocabilmente. Tra il 2021 e il 2024 la capienza della prima accoglienza sale da 3.460 a 6.357 posti (+83,7%), e gli hotspot passano da 611 a 3.054 posti e da 3 a 11 strutture.
    Cresce il segmento che concentra identificazione, screening e smistamento. La frontiera si sposta dentro i confini nazionali dove le procedure su ammissibilità, priorità e trasferimenti si fanno più rapide, rendendo più instabile il passaggio da prima assistenza ad accoglienza effettiva. L’opacità è parte dell’approccio del governo, che rende meno visibili le conseguenze delle scelte amministrative sulla vita delle persone, e sottrae queste scelte al controllo parlamentare e della società civile” – dichiara Fabrizio Coresi, esperto Migrazioni ActionAid.

    L’emergenza programmata: sovraffollamento, aumento del for profit, centri e gestori sempre più grandi.Nel 2024 i CAS ospitano 96.738 persone, 71,9% del totale. Il SAI si ferma al 24,7% e la prima accoglienza al 3,4%. Non programmare equivale a predisporre le basi di un’emergenza costante in un sistema, privo di un assetto stabile, trasparente e controllabile. Il sovraffollamento, per esempio, impatta quasi esclusivamente sui CAS adulti. Su 6.024 strutture prefettizie attive nel 2024, 973 risultano oltre la capienza stabilita, 520 sono oltre il 120% e 13 hanno presenze pari al doppio della capienza. Parallelamente crescono i gestori for profit: il numero dei posti passa da 7.089 a 14.813 tra 2022 e 2024 (+109%). Insieme all’assenza di competenze e alla penetrazione nel mercato di soggetti con scopo di lucro, il rafforzamento dei centri medi e grandi (il 36,0% della capacità di accoglienza è concentrata in centri sopra i 50 posti) e il maggior peso dei grandi gestori (i primi dieci controllano il 19,1% dei posti totali), mostrano che si tende a premiare la riduzione di costi dovuta a grandi volumi e scarsi servizi. La Croce Rossa Italiana, con le sue articolazioni territoriali, gestisce 5.743 posti e Medihospes 5.233. Quest’ultimo soggetto cresce del 40,1% tra 2022 e 2024 e gestisce il 44,45% dell’accoglienza nella città metropolitana di Roma (il 54,61% per il solo Comune).

    I minori stranieri soli nei CAS adulti, simbolo di un fallimento. ActionAid ha per la prima volta monitorato gli effetti del Decreto-legge 133/2023 che introduce la possibilità eccezionale – in casi di comprovata emergenza – di introdurre minori sopra i 16 anni temporaneamente nei Centri per adulti. Su un campione di 29 prefetture (la totalità di quelle che ospitano Msna in Cas adulti a fine 2024), a fine novembre 2025 sono almeno 823 i ragazzi registrati dal 2023 in queste strutture, ma 138 di questi erano già in centri per adulti prima del varo della norma. La legge istituzionalizza così una prassi fino ad allora illegittima. Almeno 16 prefetture registrano permanenze oltre 90 giorni (tempo ordinario consentito dalla nuova norma), ma sono almeno 13 quelle che vanno oltre i 150 giorni, con picchi fino a 1.413 giorni. Una forma stabile di accoglienza impropria, priva di servizi educativi e abitativi adatti alla minore età. Ma tutto questo avviene in violazione della stessa norma: mentre si mandano i minori nei Cas per adulti, ci sono posti liberi nei circuiti loro dedicati nello stesso comune, provincia o regione. In 9 prefetture esistono infatti posti liberi nel comune, in 21 prefetture ve ne sono liberi almeno in provincia e in tutte le 29 esaminate esistono disponibilità in regione. Ad allarmare ancora di più è l’uscita dal sistema dell’accoglienza dei minori: abbandoni, allontanamenti e revoche (almeno 407) sono il segno più tangibile del fallimento della tutela dei più fragili. Altri indicatori del fallimento riguardano il sistema Sai. Nel segmento dedicato ai Msna, a fine novembre 2025, vi erano solo 43 posti liberi su 6.563 e, nello stesso momento (dal gennaio 2023), le richieste pendenti di inserimento arrivavano a 4.725. Nessun collegamento efficace tra sistemi, nessuna tutela effettiva.

    Le mancate ispezioni dei Centri. La debolezza dei controlli è evidente e preoccupante: secondo i dati ottenuti da ActionAid dal Ministero dell’Interno, nel 2024 si sono svolti 1.564 controlli (con sanzioni per i gestori pari a circa 677mila euro). Ci sono poli iper-monitorati come Napoli (100% delle strutture), Potenza 93,2%) e Caserta (il 95,6%) e grandi zone cieche come le Prefetture di Roma, Frosinone e Ravenna. Queste ultime sono le prime tre prefetture italiane per posti gestiti sulle 33 totali, dove non si registrano controlli nel 2024 (nel 2019 erano 13). Le ispezioni inoltre diminuiscono rispetto al passato: se nel 2019 era stato raggiunto il 40,5 per cento, nel 2024 le ispezioni riguardano solo il 19,1% delle strutture. In pratica, quattro centri su cinque non vengono controllati.

    Dal mare all’accoglienza. Il report dimostra anche come l’assegnazione di porti lontani voluta con il Decreto Piantedosi di inizio 2023 usi pretestuosamente il soccorso in mare come leva per la distribuzione territoriale e prolunghi il dispositivo della frontiera anche dentro il sistema ordinario d’accoglienza. Una scelta non giustificata da reali esigenze di sovraffollamento dei Centri al Sud. Emblematico il caso del 31 dicembre 2023, quando ad una Ong è stato assegnato un porto nel Lazio. Lo sbarco ha coinvolto 55 persone, tra cui 15 minori e 13 MSNA. Nello stesso giorno, lungo il corridoio Sud-Tirreno formato da Sicilia, Calabria, Campania e Lazio, risultavano 6.370 posti inutilizzati, pari a quasi 116 volte le persone sbarcate. Aumentano dunque gli sbarchi nei porti lontani (oltre un terzo delle persone soccorse da navi Ong vengono sbarcate al centro-nord) e il peso dei salvataggi delle Ong (oltre il 16% del totale), che, con la giustificazione inconsistente della distribuzione del carico dell’accoglienza, vengono allontanate dall’area SAR del Mediterraneo. Aumentano anche i minori soli: quando una quota elevata di persone minorenni viene fatta permanere più a lungo in mare e poi redistribuita verso territori lontani, cresce il rischio di collocamenti impropri, di rallentamento della tutela e di ulteriore frattura tra luogo del salvataggio, screening iniziale e presa in carico successiva.

    * In dettaglio: 40 istanze di accesso civico generalizzato ad altrettante Prefetture e oltre 20 tra istanze di riesame e richieste informali di chiarimento; 12 istanze di accesso civico e altrettante richieste di riesame al Ministero dell’Interno con il coinvolgimento del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione e del Dipartimento di Pubblica Sicurezza – Polizia delle Frontiere, e del Servizio Centrale; un’istanza e relativo riesame rispettivamente al Ministero della Giustizia e alla Commissione Nazionale per l’Asilo.

    https://www.actionaid.it/press-area/frontiera-ovunque-centri-italia-2026
    #rapport #Italie #ActionAid #migrations #réfugiés #asile #urgence #accueil #frontière_partout #MNA #mineurs_non_accompagnés #chiffres #statistiques #hotspots #pacte_migration_et_asile #frontière_mobile #urgence_programmée #CAS #SAI #privatisation #business #profit #Medihospes #Croix-Rouge #ports #débarquement

  • #Audiovisuel_public : une commission aux méthodes d’#extrême_droite

    https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/28/audiovisuel-public-une-commission-aux-methodes-d-extreme-droite_6683895_3232

    M. #Alloncle s’est ainsi souvent servi du travail sérieux de la Cour des comptes sur France Télévisions pour propager des fausses informations. Il a beaucoup parlé du million d’euros de « frais de cocktails et de réception » dépensé par le groupe public en 2020, sans jamais expliquer qu’il s’agissait en réalité de frais de repas destinés aux salariés qui travaillaient alors que les cantines et les restaurants étaient fermés durant la crise liée au Covid-19. Il a aussi décrit un audiovisuel public en « quasi-faillite », des mots que la Cour des comptes n’avait jamais écrits. Il a offert une tribune à des personnes qui ont pu s’épancher, sans filtre, ou lancer des accusations calomnieuses, sans apporter de preuves. Un spectacle affligeant et dangereux dans une époque où le désarroi et la défiance des électeurs sont instrumentalisés par des forces politiques.


    Un exemplaire du magazine « JDNews », dans un kiosque, à Paris, le 27 avril 2026. ABDUL SABOOR / REUTERS

    Dès le début de son travail, cette commission d’enquête s’est en fait révélée être un nouveau front ouvert par l’extrême droite, obnubilée par sa bataille culturelle avant l’échéance politique de 2027. Relayé par une communauté d’internautes bien organisés, le #rapporteur a mené ses offensives autant sur les réseaux sociaux qu’au Palais-Bourbon. Les médias du milliardaire Vincent Bolloré ont abondamment soutenu ses idées et celles des députés du RN, qui souhaitent une privatisation de #France_Télévisions et de #Radio_France.

    Certains députés de la commission ont été alimentés par des questions directement préparées par la direction des affaires institutionnelles du groupe #Lagardère, contrôlé par M. #Bolloré. Au fur et à mesure des #auditions, la commission n’a cessé de s’égarer, ignorant les questions qui devraient être posées aux administrateurs de l’#audiovisuel_public, pour se transformer en un #cheval_de_Troie des obsessions de l’extrême droite et de ses soutiens. C’est un avertissement sur l’état du débat public en France et un avant-goût des risques de la campagne présidentielle de 2027.

    #rapport
    #commission_d'enquête
    #mon_député !
    #putain_de_decoupage_des_circos par #degaulle
    #RN
    #fachos_a_l'affut
    #bolloré

  • Le nombre de détenus a augmenté de 83 % depuis octobre 2023
    16 avril 2026 | - IMEMC News
    https://imemc.org/article/number-of-detainees-rises-by-83-since-october-2023

    Les institutions palestiniennes chargées de la détention des prisonniers ont signalé que le nombre de détenus palestiniens incarcérés dans les prisons israéliennes a augmenté de 83 % depuis le début de l’opération en octobre 2023. Selon les données actuelles, le nombre total de détenus a atteint plus de 9 600 début avril 2026, contre 5 250 avant octobre 2023.

    Dans un communiqué publié à l’approche de la Journée des prisonniers palestiniens, célébrée le vendredi 17 avril, ces institutions ont déclaré que la situation des détenus ne pouvait plus être considérée comme le prolongement des politiques d’occupation « traditionnelles ».

    Elle s’inscrit désormais dans un système plus large de violence visant les Palestiniens dans tous les aspects de leur vie. Les institutions ont noté que les organisations de défense des droits humains ont compilé une documentation et des témoignages exhaustifs révélant des abus généralisés à l’intérieur des prisons et des camps militaires israéliens, notamment la torture, la privation de nourriture, le refus de soins médicaux et diverses formes d’agressions physiques et sexuelles.

    Ces conditions, ont-elles déclaré, indiquent que les centres de détention sont devenus des lieux où la violence systématique est exercée, reflétant une autre dimension de la campagne de meurtres de masse en cours.
    Les institutions ont ajouté que, selon les autorités israéliennes, plus d’une centaine de détenus palestiniens sont morts dans les prisons israéliennes depuis octobre 2023, pour diverses raisons, notamment la torture et la négligence médicale, l’identité de 89 d’entre eux ayant été confirmée à ce jour, tandis que des dizaines de détenus de Gaza sont toujours victimes de disparitions forcées.

    Cette escalade coïncide avec les efforts visant à faire avancer une législation connue sous le nom de « loi sur l’exécution des prisonniers », que les groupes de défense des droits humains qualifient de discriminatoire et visant exclusivement les Palestiniens.
    Selon ces institutions, cette proposition s’inscrit dans une longue tradition d’exécutions extrajudiciaires et fait partie de la structure plus large de violence qui touche les Palestiniens.

    La déclaration — publiée par la Commission des affaires des détenus et des anciens détenus de l’Autorité palestinienne, la Société palestinienne des prisonniers, l’Association Ad-Dameer pour le soutien aux prisonniers et les droits humains, ainsi que des organisations partenaires — a appelé à une action internationale urgente pour mettre fin à la campagne de meurtres de masse en cours et s’opposer à la loi sur l’exécution proposée, sous le slogan « Ensemble contre le génocide et l’exécution ».

    Un document d’information publié à la veille de la Journée des prisonniers palestiniens a présenté des données clés sur la situation des détenus palestiniens et arabes dans les prisons et les camps militaires israéliens. Selon ce document, le nombre de détenus a augmenté de 83 % depuis octobre 2023, pour atteindre plus de 9 600 en avril 2026. Parmi eux, on compte 86 femmes, dont deux détenues avant l’escalade, et 25 placées en détention administrative.

    Les institutions ont signalé qu’environ 350 enfants de moins de 18 ans sont détenus dans les prisons d’Ofer et de Megiddo, en plus de deux jeunes filles détenues à la prison de Damon. À la fin de l’année 2025, le nombre d’enfants placés en détention administrative, sans inculpation ni procès, avait atteint 180.

    La détention administrative s’est développée à un rythme sans précédent, avec plus de 3 532 Palestiniens détenus sans inculpation ni procès en avril 2026, y compris des femmes et des enfants.

    La plupart des détenus administratifs sont d’anciens prisonniers, et cette catégorie comprend des étudiants, des journalistes, des avocats, des professionnels de santé, des universitaires, des élus, des militants, des travailleurs et des proches de Palestiniens tués et de détenus. Avant octobre 2023, le nombre de détenus administratifs s’élevait à environ 1 320.

    Le nombre de Palestiniens classés par les autorités israéliennes comme « combattants illégaux » a atteint 1 251 en avril 2026, un chiffre qui n’inclut pas ceux détenus dans des camps militaires.

    Au total, les détenus administratifs et ceux classés comme « combattants illégaux » représentent près de la moitié de l’ensemble des Palestiniens actuellement détenus, ce qui signifie qu’environ 50 % des détenus sont emprisonnés sans inculpation ni procès.

    Les organisations ont également constaté une forte augmentation du nombre de détenus malades, la majorité souffrant de maladies causées ou aggravées par les conditions de détention difficiles, la torture et le refus de soins médicaux. Elles ont averti que ce nombre continue d’augmenter en raison de la négligence médicale persistante.

    Selon les données, 326 détenus palestiniens sont morts en détention israélienne depuis 1967, dont 89 depuis octobre 2023. Des dizaines de détenus de Gaza sont toujours victimes de disparitions forcées. Le nombre de détenus dont les corps sont détenus par les autorités israéliennes est passé à 97, contre 11 avant octobre 2023.

    À la suite des échanges de prisonniers d’octobre 2025 et de la libération du détenu de longue durée Ibrahim Abu Mukh après 40 ans d’emprisonnement, huit Palestiniens détenus avant la signature des accords d’Oslo restent dans les prisons israéliennes.

    Les plus anciens d’entre eux sont Ibrahim Bayadsa et Ahmad Abu Jaber, tous deux emprisonnés depuis 1986. En outre, des dizaines de Palestiniens arrêtés pendant la deuxième Intifada ont désormais passé plus de 21 ans en prison, beaucoup d’entre eux purgeant des peines à perpétuité.
    Après l’échange de 2025, 118 Palestiniens continuent de purger des peines à perpétuité. La peine la plus longue est celle d’Abdullah Barghouti, qui purge 67 peines à perpétuité, suivi d’Ibrahim Hamed, qui en purge 54.

    Les institutions ont recensé plus de 23 000 cas d’arrestation en Cisjordanie occupée, y compris à Jérusalem occupée, depuis octobre 2023. Ce chiffre inclut les personnes qui restent emprisonnées et celles qui ont été libérées par la suite, ainsi que les personnes arrêtées à leur domicile, à des barrages routiers militaires ou contraintes de se rendre sous la pression. Il inclut également les Palestiniens retenus en otages.
    Les données n’incluent pas les milliers de personnes détenues à Gaza, dont beaucoup sont toujours victimes de disparitions forcées.

    Plus de 700 femmes ont été arrêtées depuis octobre 2023, notamment des femmes originaires des territoires de 1948, de Gaza et de Cisjordanie. Le nombre d’arrestations d’enfants s’élève à environ 1 800 cas.

    Plus de 240 journalistes ont été arrêtés, dont 43 sont toujours détenus, parmi lesquels trois femmes. Un journaliste, Marwan Harzallah, originaire de Naplouse, est décédé pendant sa détention en Israël.

    Les institutions ont déclaré que les campagnes d’arrestation s’accompagnent de violentes agressions physiques, de menaces à l’encontre des détenus et de leurs familles, de destructions massives de logements, de la confiscation de véhicules, d’argent et d’or, ainsi que de dégâts considérables aux infrastructures, en particulier dans les camps de réfugiés de Tulkarem et de Jénine.

    Les forces israéliennes ont également procédé à des exécutions sur le terrain, y compris contre des proches de détenus, et ont intensifié les interrogatoires sur le terrain, touchant des milliers de personnes en Cisjordanie et à Gaza.

    La déclaration réitère les appels à activer la compétence universelle pour poursuivre les responsables de torture, de crimes de guerre et de crimes contre l’humanité ; à suspendre toute coopération diplomatique, militaire, économique et universitaire avec Israël jusqu’à ce que ce pays se conforme au droit international ; et à mettre fin à toute collaboration avec la Knesset et les tribunaux israéliens, décrits dans la déclaration comme des institutions discriminatoires.

    Ces institutions ont également appelé à la libération immédiate et inconditionnelle de tous les détenus politiques palestiniens, à la fin de la détention administrative et au démantèlement du système des tribunaux militaires.

    Elles ont exhorté à une coopération totale avec la Cour pénale internationale, au soutien de ses enquêtes, à l’exécution des mandats d’arrêt contre les responsables de crimes internationaux, ainsi qu’à un accès sans restriction pour le Comité international de la Croix-Rouge afin de rendre visite aux détenus et de surveiller les conditions de détention dans les prisons.

    #Prisonniers #rapport

  • State trafficking

    Between Tunisia and Libya, from 2023 to the present, partly thanks to EU funds for border enforcement, state agencies and militias have been selling and buying human beings: black migrants, including many women, minors, and children. Victims of state trafficking have shared their experiences with RRX researchers, identifying detention sites and the authorities responsible for these crimes. RRX’s new report, Women State Trafficking, details how this business specifically operates against women. We claim an immediate humanitarian corridor for all the witnesses of the report still in Libya and Tunisia! Their voices must be audible before EU and international courts!

    https://statetrafficking.net

    Visual geomapping of state trafficking by a witness:


    https://statetrafficking.net/geo

    #trafic_d'êtres_humains #violence #Libye #Tunisie #migrations #réfugiés #frontières #milices #femmes #rapport #images_satellites #images_satellitaires #géolocalisation
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