• #RECOVERY trial finds Regeneron’s monoclonal antibody combination reduces deaths for hospitalised COVID-19 patients who have not mounted their own immune response
    https://www.recoverytrial.net/news/recovery-trial-finds-regeneron2019s-monoclonal-antibody-combination-r

    RECOVERY is the first trial large enough to determine definitively whether this treatment reduces mortality in patients hospitalised with severe #COVID-19.

    Regeneron annonce un succès en étude clinique du cocktail d’anticorps anti-Covid
    https://www.rtbf.be/info/societe/detail_coronavirus-regeneron-annonce-un-succes-en-etude-clinique-du-cocktail-d-

    Cette solution a permis d’améliorer le taux de survie des personnes hospitalisées après avoir contracté le Covid-19 et ne présentant pas de réponse immunitaire.

    Le risque de décès a été réduit de 20% par rapport aux personnes ayant reçu un traitement ordinaire, précise mercredi la société new-yorkaise, se basant sur les résultats de l’étude clinique de phase III RECOVERY, menée entre septembre 2020 et mai 2021. Celle-ci a concerné 9.785 patients auxquels a été administrée une dose de 8 milligrammes en perfusion intraveineuse. Bonjour

    #anticorps_monoclonaux #traitement

  • Aspirin in patients admitted to hospital with #COVID-19 (#RECOVERY): a randomised, controlled, open-label, platform trial | medRxiv
    https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.06.08.21258132v1

    In patients hospitalised with COVID-19, aspirin was not associated with reductions in 28-day mortality or in the risk of progressing to invasive mechanical ventilation or death but was associated with a small increase in the rate of being discharged alive.

    #aspirine

  • Aspirin Use Is Associated With Decreased Mechanical Ventilation, Intensive Care Unit Admission, and In-Hospital Mortality in Hospitalized Patients With Coronavirus Disease 2019
    https://journals.lww.com/anesthesia-analgesia/fulltext/2021/04000/aspirin_use_is_associated_with_decreased.2.aspx

    Low-dose aspirin reduces risk of ICU admission and death of Covid-19 - CNN
    https://www.cnn.com/2021/03/18/health/aspirin-coronavirus-icu-wellness/index.html

    Chow cautioned that one limitation of his team’s new study was that it looked at medical records and did not randomly assign patients to take either aspirin or a placebo.

    He pointed to the #Recovery Trial in the United Kingdom, which is investigating aspirin and Covid-19 in a gold standard randomized control trial, as the ultimate arbiter in whether aspirin definitively improves outcomes as compared with patients who don’t take the drug.

    #aspirine

  • #RECOVERY trial closes recruitment to convalescent #plasma treatment for patients hospitalised with #COVID-19 — RECOVERY Trial
    https://www.recoverytrial.net/news/statement-from-the-recovery-trial-chief-investigators-15-january-2021

    Janvier 2021

    The RECOVERY trial was established as a randomised clinical trial to test a range of potential treatments for COVID-19. Since May 2020, the RECOVERY trial has included a randomised comparison of convalescent plasma vs. usual care alone. Convalescent plasma has been widely used as a treatment for COVID-19 but to date there has been no convincing evidence of the effect of convalescent plasma on clinical outcomes in patients admitted to hospital with COVID-19.

    The RECOVERY trial independent Data Monitoring Committee (DMC) held a routine meeting on Thursday 14 January to review the available safety and efficacy data.

    On the advice of the DMC, recruitment to the convalescent plasma arm of the RECOVERY trial has now closed. The DMC saw no convincing evidence that further recruitment would provide conclusive proof of worthwhile mortality benefit either overall or in any pre-specified subgroup.

  • #Covid-19 : le #tocilizumab réduit le risque de décès, selon une étude
    https://www.lemonde.fr/planete/article/2021/02/11/covid-19-le-tocilizumab-reduit-le-risque-de-deces-selon-une-etude_6069637_32

    Étude #Recovery ;

    patients en hypoxie ;

    en association aux #corticoïdes (la plupart des patients du groupe témoin prenaient aussi des corticoïdes).

    Les données « suggèrent que chez les patients Covid-19 présentant une hypoxie [manque d’apport en oxygène] et une inflammation importante, le traitement associant un corticostéroïde, tel que la dexaméthasone, et du tocilizumab réduit la mortalité d’environ un tiers chez les patients nécessitant de l’oxygène simple et de près de la moitié pour ceux nécessitant une ventilation mécanique invasive [respirateur] ».

    Tocilizumab in patients admitted to hospital with COVID-19 (RECOVERY) : preliminary results of a randomised, controlled, open-label, platform trial | medRxiv
    https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2021.02.11.21249258v1

  • Étude #Recovery : Inefficacité de l’#azithromycine chez les personnes atteintes de #Covid-19 hospitalisées

    Peter Horby sur Twitter : “New RECOVERY result. In patients hospitalised with COVID-19, #azithromycin did not provide any clinical benefit. 28 day mortality (19% vs 19%) (rate ratio 1·00; 95% confidence interval [CI] 0·90-1·12; p=0·99). No effect on secondary outcomes either.” / Twitter
    https://twitter.com/PeterHorby/status/1338475748101943298

  • Recovery persiste et signe concernant la chloroquine - Le Temps
    https://www.letemps.ch/sciences/recovery-persiste-signe-concernant-chloroquine

    L’hydroxychloroquine (HCQ) n’a aucun effet bénéfique significatif dans le traitement du Covid-19 à l’hôpital. Ce n’est pas la première fois que des scientifiques arrivent à cette conclusion, mais la dernière d’entre elles, parue dans The New England Journal of Medicine, vient de la vaste étude britannique Recovery. Il s’agit autrement dit d’un résultat majeur au sujet de ce médicament, dont l’efficacité n’a jusqu’à présent pas été prouvée.

    […]

    Parmi les résultats secondaires, les auteurs notent une durée médiane d’hospitalisation plus longue dans le groupe HCQ (16 jours contre 13) ainsi qu’une progression de maladie plus importante, évaluée par le risque de recourir à une assistance respiratoire au cours de l’hospitalisation.

  • Il «#Recovery_fund» per salvare le vite dei migranti

    C’è la tendenza, da parte dei media e del sistema politico, a trattare quanto avviene nel Mediterraneo, e più in generale la questione delle migrazioni, come un tema a sé, di solito rubricandolo come un’emergenza (securitaria o umanitaria, poco cambia rispetto alla logica del discorso). A nessuno viene in mente, ad esempio, di collegare questo tema con il “recovery fund”, di cui si discute con tutt’altro linguaggio e tono.

    A me pare, tuttavia, che questo atteggiamento sia profondamente fuorviante. Se il “recovery fund” segna un salto di qualità nel processo di integrazione europea (in direzioni che rimangono tutte da indagare, naturalmente), nel Mediterraneo si giocano partite essenziali per la definizione dei confini di quell’Europa che si intende riqualificare – e dunque sia per la qualità della sua cittadinanza sia per i suoi rapporti con l’esterno, in primo luogo con i Paesi della sponda sud, con il grande Medio Oriente e con la stessa Africa subsahariana nel suo complesso.

    La vergogna del campo di Moria e quella dei campi di detenzione in Libia sono i vertici maggiormente visibili di un regime di controllo del confine marittimo che è a tutti gli effetti un regime europeo (senza, sia chiaro, che questo esoneri dalle loro responsabilità i singoli governi nazionali, a partire da quello italiano).

    Ma certo, quello che è accaduto alla petroliera #Etienne, di proprietà del colosso danese #Maersk, è un altro tassello emblematico dell’intreccio di responsabilità nazionali ed europee in un mare che è da tempo attraversato dal confine più letale al mondo. Indifferenza, cinismo, spregio per l’elementare dovere di salvare vite in mare, corpi lasciati per settimane in disfacimento, senza alcuna assistenza: è questa l’Europa che intende riqualificarsi con il “recovery fund” dopo lo shock della pandemia? Sembrerebbe di sì, tanto più se teniamo presente che ad agire nel Mediterraneo non sono oggi i «sovranisti», ma governi come quello italiano e la Commissione di Ursula von der Leyen.

    Da questo punto di vista, acquisisce un significato particolarmente importante l’intervento di venerdì della nave #Mare_Jonio, della piattaforma Mediterranea. Molto semplicemente, i volontari di Mediterranea hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare le autorità maltesi ed europee: sono saliti a bordo, hanno prestato una prima assistenza medica ai ventisette profughi e migranti soccorsi dalla nave danese e hanno immediatamente constatato una situazione insostenibile. Di qui la decisione di trasferire i ventisette sulla Mare Jonio.

    Ma non può sfuggire, più in generale, che l’intervento di Mediterranea ha prefigurato una diversa modalità di gestire il confine marittimo nel Mediterraneo, aprendo dal basso un «corridoio umanitario» e alludendo potentemente alla costruzione di un’altra Europa attraverso l’attivismo in mare e sui confini.

    Questo attivismo si è del resto consolidato negli ultimi mesi e si è al tempo stesso almeno parzialmente trasformato. La costruzione di una vera e propria «flotta civile», che ha in Alarm Phone il suo centro di coordinamento per i soccorsi (verso la costruzione di un vero «civil MRCC» – Marittime Rescue Coordination Centre), ha determinato un approfondimento della dimensione immediatamente europea delle operazioni in mare, mentre in particolare in Germania – lo raccontava venerdì Sebastiano Canetta su queste pagine – è cresciuto un movimento che accompagna quelle operazioni in terra, coinvolgendo attori profondamente eterogenei (dalle Chiese ai Comuni come quello di Berlino e ad alcuni Länder).

    In gioco è sempre più chiaramente oggi, per l’attivismo in mare, la lotta per un’Europa diversa da quella della vergogna di Moria, della Libia e della Etienne, a partire da una nuova maniera di raccontare le migrazioni e di collegarle alle mobilitazioni sociali che si stanno producendo nel contesto della pandemia. Anche per via della grande impressione determinata dalle iniziative di Black Lives Matter negli Usa, che stanno cambiando anche in Europa la grammatica dell’antirazzismo, i linguaggi tradizionali dell’umanitarismo sono spiazzati o comunque largamente modificati. Il riconoscimento del protagonismo e delle lotte di profughi e migranti, anche in condizioni durissime come quelle dell’attraversamento del confine marittimo nel Mediterraneo, è in particolare sempre più un tratto che caratterizza l’attivismo in mare.

    La maturità della cooperazione tra diversi attori all’interno della «flotta civile» costituisce uno straordinario esempio di azione sul terreno immediatamente europeo che altri movimenti potrebbero riprendere e sviluppare. Le risonanze tra l’attivismo nel Mediterraneo e le mobilitazioni negli Stati Uniti sono un ulteriore aspetto che varrebbe senz’altro la pena di approfondire.

    Più in generale, l’attivismo in mare ci propone oggi in termini parzialmente nuovi l’attualità di una politica radicale dei confini e della migrazione senza la quale è davvero difficile riprendere la riflessione e l’iniziativa sulla questione europea. Mediterranea, con l’operazione di venerdì, ha dato una buona esemplificazione di questa politica radicale, a partire dalla necessità elementare di prestare assistenza a ventisette profughi e migranti abbandonati dall’Europa.

    http://www.euronomade.info/?p=13827
    #asile #migrations #réfugiés #Méditerranée #Sandro_Mezzadra #sauvetage

  • #Covid-19 : contre le #coronavirus, quelles #thérapies sont encore dans la course ?
    https://theconversation.com/covid-19-contre-le-coronavirus-quelles-therapies-sont-encore-dans-l

    Peu de coopération en France et peu de coopération à l’échelle internationale.

    Dominique Costagliola est directrice adjointe de l’Institut Pierre-Louis d’épidémiologie et de santé publique (Sorbonne Université, Inserm). Membre de l’Académie des sciences, elle participe au conseil scientifique du consortium REACTing.

    [...]

    L’évaluation du #Remdesivir se poursuit pour évaluer son éventuel impact sur la #mortalité dans l’essai international de l’OMS #Solidarity et son essai associé #Discovery, conduit par l’Inserm dans plusieurs pays d’Europe (France, Autriche, Belgique, Luxembourg pour l’instant). La question de l’intérêt du Remdesivir reste posée, d’autant que ce médicament est coûteux et que ce ne sera pas un « game changer » s’il ne permet pas d’améliorer la survie.

    T.C. : Quelles sont les pistes qui ont été abandonnées par les principaux essais cliniques en cours ?

    D.C. : Sur l’ensemble des molécules qui ont été testées, l’#hydroxychloroquine, clairement, ne marche pas pour les personnes hospitalisées. Le #Lopinavir, un antirétroviral dont l’utilisation principale est le traitement de l’infection à VIH, a lui aussi été abandonné à la fois par l’essai britannique #Recovery et par l’essai Solidarity. [...]

    [...]

    T.C. : Et quelles sont les thérapies encore en cours d’évaluation ?

    D.C. : L’essai Solidarity teste encore l’#azithromycine, un antibiotique de la classe des azalides (famille des macrolides) seule. Ce bras n’a pas été arrêté, on en attend encore les résultats.

    Au nombre des pistes intéressantes pour lesquelles nous n’avons pas encore de réponse formelle figure le #plasma de personnes convalescentes. Les études portant sur ce type de thérapies sont plus complexes que lorsqu’on teste un médicament dont on connaît bien le processus de fabrication. En effet, le plasma est prélevé chez des gens qui ont eu la maladie, mais tout le monde ne procède pas de la même façon pour sélectionner les donneurs. En #France par exemple, dans l’essai #CORIPLASM, on vérifie la présence d’anticorps neutralisants. Ce n’est pas forcément le cas dans toutes les études qui sont conduites et le moment d’administration peut aussi jouer un rôle. Il faudra donc en tenir compte lors de l’analyse des résultats.

    [...] De nombreux essais de par le monde évaluent cette solution (y compris l’essai #Recovery au Royaume-Uni). Des résultats positifs pourraient ouvrir la voie pour tester des combinaisons d’#anticorps_monoclonaux permettant d’envisager un processus de fabrication plus simple et généralisable que le plasma de convalescent.

    Une autre piste explorée consiste à s’attaquer non plus au virus, mais à l’orage inflammatoire qu’il déclenche : c’est la piste des immunomodulateurs en général, et des anti-interleukines en particulier (ndlr : les interleukines sont des messagers chimiques qui interviennent dans la réponse immunitaire et l’inflammation associée). Au nombre de ces médicaments figure par exemple le #Tocilizumab, un anticorps qui bloque le récepteur de l’interleukine-6, utilisé pour traiter la polyarthrite rhumatoïde. Une équipe de l’AP-HP avait communiqué fin avril sur le sujet, les résultats sont actuellement soumis en vue d’une publication. Le Tocilizumab est aussi testé dans l’essai Recovery.

    Sur la base de publications ou d’annonces récentes, l’#interféron injectable ou en nébulisation est aussi une piste d’actualité (ndlr : les interférons sont des protéines impliquées dans la réponse immunitaire notamment antivirale).

    De nombreuses autres hypothèses ont aussi été formulées et sont en cours d’évaluation, sans qu’on sache si le nombre des inclusions de participants dans ces études sera suffisant pour en tirer des conclusions.

    T.C. : Est-ce que cela signifie qu’un trop grand nombre d’essais cliniques ont été mis en œuvre ?

    D.C. : La question est complexe, et sur ce point la France et le Royaume-Uni ont eu deux approches très différentes. Les Britanniques ont été très drastiques. Ils ont essentiellement organisé un très gros essai public simple, Recovery, dans lequel ils ont inclus environ 12 000 personnes. Celui-ci à déjà produit des résultats, négatifs pour l’hydroxychloroquine et le Lopinavir, positifs pour la corticothérapie à faible dose. D’autres sont à venir.

    En France, il y a eu au contraire une flambée d’études, sans coordination initiale. En outre, l’emballement franco-français autour de l’hydroxychloroquine a entraîné une multiplication d’essais en lien avec cette molécule. C’est notamment dû à la façon dont est organisé le système. Plus les centres hospitalo-universitaires conduisent de recherche, plus ils reçoivent de dotations. Or, ce sont eux les sponsors des essais publics, justement. Et du moment qu’une équipe a un sponsor, ni l’Agence Nationale de sécurité du Médicament et des produits de santé (ANSM) ni le Comité de protection des patients ne peut s’opposer au démarrage de son essai sous prétexte qu’il y en aurait déjà suffisamment (sous réserve que ledit essai suive les règles relatives à la protection des participants, bien entendu).

    Qui plus est, la recherche est organisée de façon à valoriser l’investigateur principal des travaux. Ce système pousse à la #pléthore et peu à la #collaboration , moins valorisée. Plus de 80 propositions ont été soumises à #REACTing. L’idéal aurait de trouver un juste milieu entre un essai unique, comme au Royaume-Uni, et ces 80 propositions… On aurait pu se limiter à quelques essais en ville et à l’hôpital, par exemple. Mais cela aurait nécessité que les gens travaillent les uns avec les autres, et qu’un organisme puisse être légitime à prioriser les propositions.

    Et cela aurait fait émerger une autre difficulté : quand vous recevez autant de propositions, même si certaines n’ont qu’un rationnel modeste, comment être sûr de donner la priorité aux bonnes ? Ce n’est pas un exercice facile, dans ce contexte.

    Enfin, on peut aussi noter qu’il y a eu peu de coopérations à l’échelle européenne . Tout ceci indique qu’il faudra tirer des enseignements de cette crise, tant en matière d’organisation des essais cliniques que de coopération nationale et internationale en contexte de maladie infectieuse émergente. Et notamment dans la perspective de la poursuite de l’épidémie…

  • MGH FLARE - June 27 - The RECOVERY Trial
    https://us19.campaign-archive.com/?u=ef98149bee3f299584374540a&id=404687300b

    Les interrogations et réserves (mais pas le rejet) du « Massachusetts General Hospital » concernant l’étude #RECOVERY ;

    Étude non encore acceptée par les pairs, ouverte ; la mortalité du groupe contrôle se situe à l’extrémité maximale de la fourchette habituellement observée (ce qui soulève l’hypothèse de « facteurs de confusion ») ; résultats donnés après un court suivi (ne tenant pas compte des effets secondaires potentiels à plus long terme du corticostéroïde utilisé).

    As the data from RECOVERY are currently limited to a pre-print, there remain other important questions left yet unanswered. The mortality in the untreated patients on mechanical ventilation (40%) is at the higher end of the reported range of mortality in COVID-19 cohorts, with a lower end of the range in the high teens (Ziehr et al. 2020). This mortality rate does not invalidate the benefit of steroids, but raises the possibility of confounders if the control group differed from reference populations in important ways for which we don’t yet have data. For example, in this open label trial, concomitant medications may have been differentially given to the control ventilated patients whose providers knew they were not getting steroids. The authors state only that patients did not receive significant treatment with medications being tested in other arms of the trial. However, if other, potentially harmful medications were given more often in the control group this could lead to confounding. This potential confounder is made more plausible by the relatively high control group mortality.

    The high mortality observed in the trial also means that the number needed to treat is likely higher at other centers. Again, this does not invalidate the results but, given the potential risk of long term sequelae in survivors treated with steroids , it is worth noting. The current preprint reports outcomes at 28 days; it therefore remains possible that late harm associated with steroids would manifest at 60 or 90 day follow-up. Lastly, the trial is open label, which means that other aspects of care could have been unconsciously influenced by knowledge of the trial intervention, including anticipation of complications of critical illness, increased attention to the patient receiving dexamethasone given predictable effect of steroids such as hyperglycemia, and decisions around duration of life support.

    Overall, the data do seem generalizable. However, the large number of patients who died without being intubated, the relatively high mortality in the control group (as mentioned above), and the ability of attending physicians to opt their patients out of the trial if they felt they were likely to be harmed by steroids may all impact the ability to extrapolate the data to another healthcare setting or patient cohort.

  • #Coronavirus : l’#OMS arrête les essais sur l’#hydroxychloroquine - Sciences et Avenir
    https://www.sciencesetavenir.fr/sante/coronavirus-l-oms-arrete-les-essais-sur-l-hydroxychloroquine_145264

    « Les preuves internes apportées par l’Essai #Solidarity/#Discovery, les preuves externes apportées par l’Essai #Recovery et les preuves combinées apportées par ces deux essais largement aléatoires, mises ensemble, suggèrent que l’hydroxychloroquine - lorsqu’on la compare avec les traitements habituels des patients hospitalisés pour le #Covid-19- n’a pas pour résultat la réduction de la mortalité de ces patients », a déclaré la docteure Ana Maria Henao Restrepo, de l’OMS, au cours d’une conférence de presse virtuelle à Genève.

    [...]

    Elle a toutefois souligné que la décision d’arrêter les essais sur les patients hospitalisés souffrant du Covid-19 ne concernait pas l’usage ou l’évaluation de cette molécule en tant que traitement préventif de la maladie due au nouveau coronavirus.

  • Recruitment to the RECOVERY trial (including the Hydroxychloroquine arm) REMAINS OPEN
    https://www.recoverytrial.net/files/professional-downloads/recovery_noticetoinvestigators_2020-05-24_1422.pdf

    Après évaluation de résultats préliminaires (motivée par les mauvais résultats de l’étude Mehra et al), l’étude prospective randomisée britannique #RECOVERY est autorisée à se poursuivre en maintenant l’#HCQ dans son protocole.

    On Friday 22nd May we received a letter from the MHRA in which they notified us of their concerns relating to the use of #hydroxychloroquine as a treatment for patients with #COVID-19 in the light of the recent publication by Mehra et al in The Lancet on 22 May 2020.

    We have held two videoconferences with the MHRA and provided a detailed response [...].

    This morning we have received written confirmation from the MHRA that, “it is acceptable to allow continued randomisation into the hydroxychloroquine arm of the trial.”

    [..,]

    • The RECOVERY trial is currently the largest randomised controlled trial of HCQ for COVID-19 but is not yet sufficiently large to detect (or rule out) moderate yet important treatment effects.

    [...]

    In response to the letter provided by MHRA, the Chair of the independent DMC conducted an urgent review of unblinded data for the HCQ vs. Standard of Care comparison within RECOVERY. Following an initial review by the DMC Chair and further discussions between the RECOVERY Chief Investigators and the MHRA, the independent Data Monitoring Committee then held a full meeting by videoconference and issued a letter indicating that, “the Data Monitoring Committee saw no cogent reason to suspend recruitment for safety reasons and recommended the trial continue recruitment without interruption.”

    •Given the additional review of unblinded data conducted by the full independent Data Monitoring Committee yesterday and their recommendation to continue without interruption, it is the view of the Chief Investigators that any pause in recruitment would be unjustified and would not be in the interests of trial participants or public health.

    •The RECOVERY trial provides the best and most rapid opportunity to produce robust information on the overall effects of HCQ on the risk of death from COVID-19. These results will be of huge importance to the millions of patients who are (or will be) treated with HCQ and could have a major impact on a disease that has already caused hundreds of thousands of deaths.

  • Réaliser l’image d’un disque dur avec Testdisk

    http://korben.info/realiser-limage-dun-disque-dur-testdisk.html

    Car oui, lancer une récupération de fichiers sur un #disque dur défectueux, ce n’est pas le pied. D’abord parce que ce n’est pas fiable, ça plante tout le temps et ensuite parce que cela risque d’endommager encore plus le disque dur. J’ai donc installé Testdisk dont je vous ai déjà causé, pour réaliser une copie bit par bit du disque dur, soit 1,5 To. Cette copie sera un clone identique du disque, cela veut dire que vous pourrez récupérer dessus tous les fichiers même ceux qui ont été effacés par inadvertance.

    #data #recovery

  • Comment craquer le mot de passe root sur Ubuntu et s’en prémunir
    http://neosting.net/aide-tutoriel/comment-craquer-mot-de-passe-root-ubuntu-proteger.html

    Aucun système d’exploitation n’est vraiment parfait, et certainement pas Ubuntu et ses dérivées, même si j’en parle souvent sur ce blog. En cause ? Peut-être le fait de donner les droits Root sur un seul utilisateur, contrairement à Debian, par exemple (et beaucoup d’autres systèmes) qui nécessitent de créer deux utilisateurs distincts. Ça fait plusieurs […] #craquer #grub #mot-de-passe #recovery-mode #root #ubuntu

  • PhotoRec - CGSecurity
    http://www.cgsecurity.org/wiki/PhotoRec

    PhotoRec is file data recovery software designed to recover lost files including video, documents and #archives from hard disks, CD-ROMs, and lost pictures from digital camera memory. PhotoRec ignores the file system and goes after the underlying data, so it will still work even if your media’s file system has been severely damaged or reformatted.

    #data #disque_dur #recovery #cli #logiciel_libre

    à installer… avant d’en avoir besoin