• Interview with Senior #research Scientist at the US Naval Research Laboratory: Dr. Leslie Smith
    https://hackernoon.com/interview-with-senior-research-scientist-at-the-us-naval-research-labora

    Interview with Senior Research Scientist at the United States Naval Research Laboratory: Dr. Leslie SmithPart 23 of The series where I interview my heroes.Today, I’m super excited to be talking to Dr. Leslie Smith.Dr. Leslie SmithI’m sure Leslie needs no introduction to our friends from the fast.ai community. For our readers from outside of fast.ai:Leslie is currently working as a Senior Research Scientist at the Naval Center for Applied Research in AI, United States Naval Research Laboratory.His past research works include includes deep neural networks and reinforcement learning applied to robotics research. Prior to that, he has worked in the Maritime Surveillance Section.He has a background in Chemistry, he has done his Ph.D. in the Quantum Chemistry domain.His Research Objectives are to (...)

    #machine-learning #fastai #deep-learning #artificial-intelligence


  • 5 Things Early Startups Should Know about Competitor #research
    https://hackernoon.com/5-things-early-startups-should-know-about-competitor-research-df3b4a6e5f

    A typical #startup founderRecently, I’ve tried my hand at running my own startup — a #product designed to improve the development process. Aside from the extensive learning, it made me understand all of the jokes from “Silicon Valley” and think a lot about competitor research at the zero product stage. Usually, we seek to compare our idea with existing products, but how to compare something with nothing?In this post, I’m going to share some thoughts about competitor research to help early startups to get accurate, actionable information and avoid a few common mistakes.Building the first product is so exciting! That’s the reason why competitor analysis (if it’s being done) often looks like this:Of course, it’s just exaggeration. But I once saw a spreadsheet just like that! This happens when the (...)

    #competitor-analysis #marketing


  • Top 10 Global #devops Consulting and Service Providers
    https://hackernoon.com/top-10-devops-consulting-and-service-providers-globally-7f761632d7a?sour

    DevOps is in full throttle.Take a look at the supportive predictions from well-known organizations:According to MarketsAndMarkets, DevOps market size is projected to grow from USD 2.90 Billion in 2017 to USD 10.31 Billion by 2023, at a CAGR(Compound Annual Growth Rate) of 24.7% during the forecast period.By 2024, DevSecOps will be automated to the extent that 60% of new applications will have complete security and compliance assessment included in the continuous delivery pipeline, according to this IDC community.The global DevOps market size is predicted to reach USD 12.85 billion by 2025, according to a new report by Grand View #research, Inc., representing an 18.60% CAGR during the forecast period.The popularity of DevOps is not hidden.Tech giants such as Amazon, Netflix, Target, (...)

    #devops-practice #company-research


  • Dai dati biometrici alle motovedette : ecco il #business della frontiera

    La gestione delle frontiere europee è sempre di più un affare per le aziende private. Dai Fondi per la difesa a quelli per la cooperazione e la ricerca: l’Ue implementa le risorse per fermare i flussi.

    Sono 33 i miliardi che l’Europa ha intenzione di destinare dal 2021 al 2027 alla gestione del fenomeno migratorio e, in particolare, al controllo dei confini. La cifra, inserita nel #Mff, il #Multiannual_Financial_Framework (https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2018%3A321%3AFIN), (ed ora in discussione tra Commissione, Parlamento e Consiglio) rappresenta il budget complessivo Ue per la gestione delle frontiere esterne, dei flussi migratori e dei flussi di rifugiati. E viene notevolmente rafforzata rispetto al periodo precedente (2016-2020) quando i miliardi stanziati erano 12,4. Meno della metà.

    A questo capitolo di spesa contribuiscono strumenti finanziari diversi: dal fondo sulla sicurezza interna (che passa da 3,4 a 4,8 miliardi) a tutto il settore della cooperazione militare, che coincide sempre più con quello dell’esternalizzazione, come accade già per le due missioni italiane in Libia e in Niger. Anche una parte dei 23 miliardi del Fondo Europeo alla Difesa e di quello per la Pace saranno devoluti allo sviluppo di nuove tecnologie militari per fermare i flussi in mare e nel deserto. Stessa logica per il più conosciuto Fondo Fiduciario per l’Africa che, con fondi proveniente dal budget allo sviluppo, finanzia il progetto di blocco marittimo e terrestre nella rotta del Mediterraneo Centrale.

    Un grande business in cui rientrano anche i Fondi alla ricerca. La connessione tra gestione della migrazione, #lobby della sicurezza e il business delle imprese private è al centro di un’indagine di Arci nell’ambito del progetto #Externalisation_Policies_Watch, curato da Sara Prestianni. “Lo sforzo politico nella chiusura delle frontiere si traduce in un incremento del budget al capitolo della sicurezza, nella messa in produzione di sistemi biometrici di identificazione, nella moltiplicazione di forze di polizia europea ai nostri confini e nell’elaborazione di sistemi di sorveglianza - sottolinea Prestianni -. La dimensione europea della migrazione si allontana sempre più dal concetto di protezione in favore di un sistema volto esclusivamente alla sicurezza, che ha una logica repressiva. Chi ne fa le spese sono i migranti, obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e propri o business”. Tra gli aspetti più interessanti c’è l’utilizzo del Fondo alla ricerca Orizon 20-20 per ideare strumenti di controllo. “Qui si entra nel campo della biometria: l’obiettivo è dotare i paesi africani di tutto un sistema di raccolta di dati biometrici per fermare i flussi ma anche per creare un’enorme banca dati che faciliti le politiche di espulsione - continua Prestianni -. Questo ha creato un mercato, ci sono diverse imprese che hanno iniziato ad occuparsi del tema. Tra le aziende europee leader in questi appalti c’è la francese #Civipol, che ha il monopolio in vari paesi di questo processo. Ma l’interconnessione tra politici e lobby della sicurezza è risultata ancor più evidente al #Sre, #Research_on_Security_event, un incontro che si è svolto a Bruxelles a dicembre, su proposta della presidenza austriaca: seduti negli stessi panel c’erano rappresentanti della commissione europea, dell’Agenzia #Frontex, dell’industria e della ricerca del biometrico e della sicurezza. Tutti annuivano sulla necessità di aprire un mercato europeo della frontiera, dove lotta alla sicurezza e controllo della migrazione si intrecciano pericolosamente”.

    In questo contesto, non è marginale il ruolo dell’Italia. “L’idea di combattere i traffici e tutelare i diritti nasce con #Tony_Blair, ma già allora l’obiettivo era impedire alle persone di arrivare in Europa - sottolinea Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci -. Ed è quello a cui stiamo assistendo oggi in maniera sempre più sistematica. Un esempio è la vicenda delle #motovedette libiche, finanziate dall’Italia e su cui guadagnano aziende italianissime”. Il tema è anche al centro dell’inchiesta di Altreconomia di Gennaio (https://altreconomia.it/frontiera-buon-affare-inchiesta), curata da Duccio Facchini. “L’idea era dare un nome, un volto, una ragione sociale, al modo in cui il ministero degli Interni traduce le strategie di contrasto e di lotta ai flussi di persone” spiega il giornalista. E così si scopre che della rimessa in efficienza di sei pattugliatori, dati dall’Italia alla Tunisia, per il controllo della frontiera, si occupa in maniera esclusiva un’azienda di Rovigo, i #Cantieri_Navali_Vittoria: “Un soggetto senza concorrenti sul mercato, che riesce a vincere l’appalto anche per la rimessa in sicurezza delle motovedette fornite dal nostro paese alla Libia”, sottolinea Facchini.

    Motovedette fornite dall’Italia attraverso l’utilizzo del Fondo Africa: la questione è al centro di un ricorso al Tar presentato da Asgi (Associazione studi giuridici dell’immigrazione). “Il Fondo Africa di 200 milioni di euro viene istituito nel 2018 e il suo obiettivo è implementare le strategie di cooperazione con i maggiori paesi interessati dal fenomeno migratorio: dal #Niger alla LIbia, dalla Tunisia alla Costa d’Avorio - spiega l’avvocata Giulia Crescini -. Tra le attività finanziate con questo fondo c’è la dotazioni di strumentazioni per il controllo delle frontiere. Come Asgi abbiamo chiesto l’accesso agli atti del ministero degli Esteri per analizzare i provvedimenti e vedere come sono stati spesi questi soldi. In particolare, abbiamo notato l’utilizzo di due milioni di euro per la rimessa in efficienza delle motovedette fornite dall’Italia alla Libia - aggiunge -. Abbiamo quindi strutturato un ricorso, giuridicamente complicato, cercando di interloquire col giudice amministrativo, che deve verificare la legittimità dell’azione della Pubblica amministrazione. Qualche settimana fa abbiamo ricevuto la sentenza di rigetto in primo grado, e ora presenteremo l’appello. Ma studiando la sentenza ci siamo accorti che il giudice amministrativo è andato a verificare esattamente se fossero stati spesi bene o meno quei soldi - aggiunge Crescini -. Ed è andato così in profondità che ha scritto di fatto che non c’erano prove sufficienti che il soggetto destinatario stia facendo tortura e atti degradanti nei confronti dei migranti. Su questo punto lavoreremo per il ricorso. Per noi è chiaro che l’Italia oggi sta dando strumentazioni necessarie alla Libia per non sporcarsi le mani direttamente, ma c’è una responsabilità italiana anche se materialmente non è L’Italia a riportare indietro i migranti. Su questo punto stiamo agendo anche attraverso la Corte europea dei diritti dell’uomo”.

    http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/620038/Dai-dati-biometrici-alle-motovedette-ecco-il-business-della-frontie

    #externalisation #frontières #UE #EU #Europe #Libye #Forteresse_européenne #asile #migrations #réfugiés #privatisation #argent #recherche #frontières_extérieures #coopération_militaire #sécurité_intérieure #fonds_fiduciaire_pour_l'Afrique #technologie #militarisation_des_frontières #fonds_fiduciaire #développement #Horizon_2020 #biométrie #données #données_biométriques #base_de_données #database #expulsions #renvois #marché #marché_européen_de_la_frontière #complexe_militaro-industriel #Tunisie #Côte_d'Ivoire #Italie
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    • Gli affari lungo le frontiere. Inchiesta sugli appalti pubblici per il contrasto all’immigrazione “clandestina”

      In Tunisia, Libia, Niger, Egitto e non solo. Così lo Stato italiano tramite il ministero dell’Interno finanzia imbarcazioni, veicoli, idranti per “ordine pubblico”, formazione delle polizie e sistemi automatizzati di identificazione. Ecco per chi la frontiera rappresenta un buon affare.

      Uno dei luoghi chiave del “contrasto all’immigrazione clandestina” che l’Italia conduce lungo le rotte africane non si trova a Tunisi, Niamey o Tripoli, ma è in un piccolo comune del Veneto, in provincia di Rovigo, affacciato sul Canal Bianco. È ad Adria, poco distante dal Po, che ha sede “Cantiere Navale Vittoria”, un’azienda nata nel 1927 per iniziativa della famiglia Duò -ancora oggi proprietaria- specializzata in cantieristica navale militare e paramilitare. Si tratta di uno dei partner strategici della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il ministero dell’Interno, per una serie di commesse in Libia e Tunisia.

      La Direzione è il braccio del Viminale in tema di “gestione” dei flussi provenienti da quei Paesi ritenuti di “eccezionale rilevanza nella gestione della rotta del Mediterraneo centrale” (parole della Farnesina). Quella “rotta” conduce alle coste italiane: Libia e Tunisia, appunto, ma anche Niger e non solo. E quel “pezzo” del Viminale si occupa di tradurre in pratica le strategie governative. Come? Appaltando a imprese italiane attività diversissime tra loro per valore, fonti di finanziamento, tipologia e territori coinvolti. Un principio è comune: quello di dar forma al “contrasto”, sul nostro territorio o di frontiera. E per questi affidamenti ricorre più volte una formula: “Il fine che si intende perseguire è quello di collaborare con i Paesi terzi ai fini di contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Tra gli ultimi appalti aggiudicati a “Cantiere Navale Vittoria” (ottobre 2018) spicca la rimessa in efficienza di sei pattugliatori “P350” da 34 metri, di proprietà della Guardia nazionale della Tunisia. Tramite gli atti della procedura di affidamento si possono ricostruire filiera e calendario.

      Facciamo un salto indietro al giugno 2017, quando i ministeri degli Esteri e dell’Interno italiani sottoscrivono un’“intesa tecnica” per prevedere azioni di “supporto tecnico” del Viminale stesso alle “competenti autorità tunisine”. Obiettivo: “Migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione”, inclusi la “lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”. La spesa prevista -12 milioni di euro- dovrebbe essere coperta tramite il cosiddetto “Fondo Africa”, istituito sei mesi prima con legge di Stabilità e provvisto di una “dotazione finanziaria” di 200 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato del Fondo è quello di “rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Le autorità di Tunisi hanno fretta, tanto che un mese dopo l’intesa tra i dicasteri chiedono all’Italia di provvedere subito alla “rimessa in efficienza” dei sei pattugliatori. Chi li ha costruiti, anni prima, è proprio l’azienda di Adria, e da Tunisi giunge la proposta di avvalersi proprio del suo “know how”. La richiesta è accolta. Trascorre poco più di un anno e nell’ottobre 2018 l’appalto viene aggiudicato al Cantiere per 6,3 milioni di euro. L’“attività di contrasto all’immigrazione clandestina”, scrive la Direzione immigrazione e frontiere, è di “primaria importanza per la sicurezza nazionale, anche alla luce dei recenti sbarchi sulle coste italiane di migranti provenienti dalle acque territoriali tunisine”. I pattugliatori da “consegnare” risistemati alla Tunisia servono quindi a impedire o limitare gli arrivi via mare nel nostro Paese, che da gennaio a metà dicembre di 2018 sono stati 23.122 (di cui 12.976 dalla Libia), in netto calo rispetto ai 118.019 (105.986 dalla Libia) dello stesso periodo del 2017.


      A quel Paese di frontiera l’Italia non fornisce (o rimette in sesto) solamente navi. Nel luglio 2018, infatti, la Direzione del Viminale ha stipulato un contratto con la #Totani Company Srl (sede a Roma) per la fornitura di 50 veicoli #Mitsubishi 4×4 Pajero da “consegnare presso il porto di Tunisi”. Il percorso è simile a quello dei sei pattugliatori: “Considerata” l’intesa del giugno 2017 tra i ministeri italiani, “visto” il Fondo Africa, “considerata” la richiesta dei 50 mezzi da parte delle autorità nordafricane formulata nel corso di una riunione del “Comitato Italo-Tunisino”, “vista” la necessità di “definire nel più breve tempo possibile le procedure di acquisizione” per “garantire un dispiegamento efficace dei servizi di prevenzione e di contrasto all’immigrazione clandestina”, eccetera. E così l’offerta economica di 1,6 milioni di euro della Totani è ritenuta congrua.

      Capita però che alcune gare vadano deserte. È successo per la fornitura di due “autoveicoli allestiti ‘idrante per ordine pubblico’” e per la relativa attività di formazione per 12 operatori della polizia tunisina (352mila euro la base d’asta). “Al fine di poter supportare il governo tunisino nell’ambito delle attività di contrasto all’immigrazione clandestina” è il passe-partout utilizzato anche per gli idranti, anche se sfugge l’impiego concreto. Seppur deserta, gli atti di questa gara sono interessanti per i passaggi elencati. Il tutto è partito da un incontro a Roma del febbraio 2018 tra l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti e l’omologo tunisino. “Sulla base” di questa riunione, la Direzione del Viminale “richiede” di provvedere alla commessa attraverso un “appunto” datato 27 aprile dello stesso anno che viene “decretato favorevolmente” dal “Sig. Capo della Polizia”, Franco Gabrielli. Alla gara (poi non aggiudicata) si presenta un solo concorrente, la “Brescia Antincendi International Srl”, che all’appuntamento con il ministero delega come “collaboratore” un ex militare in pensione, il tenente colonnello Virgilio D’Amata, cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Ma è un nulla di fatto.

      A Tunisi vengono quindi consegnati navi, pick-up, (mancati) idranti ma anche motori fuoribordo per quasi 600mila euro. È del settembre 2018, infatti, un nuovo “avviso esplorativo” sottoscritto dal direttore centrale dell’Immigrazione -Massimo Bontempi- per la fornitura di “10 coppie di motori Yamaha 4 tempi da 300 CV di potenza” e altri 25 da 150 CV. Il tutto al dichiarato fine di “garantire un dispiegamento efficace dei servizi di prevenzione e di contrasto all’immigrazione clandestina”.

      Come per la Tunisia, anche in Libia il ritmo è scandito da “intese tecniche” tra ministeri “per l’uso dei finanziamenti” previsti nel Fondo Africa. Parlamento non pervenuto

      Poi c’è la Libia, l’altro fronte strategico del “contrasto”. Come per la Tunisia, anche in questo contesto il ritmo è scandito da “intese tecniche” tra ministeri di Esteri e Interno -Parlamento non pervenuto- “per l’uso dei finanziamenti” previsti nel citato Fondo Africa. Una di queste, datata 4 agosto 2017, riguarda il “supporto tecnico del ministero dell’Interno italiano alle competenti autorità libiche per migliorare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione, inclusi la lotta al traffico di migranti e le attività di ricerca e soccorso”. L’“eventuale spesa prevista” è di 2,5 milioni di euro. Nel novembre 2017 se n’è aggiunta un’altra, rivolta a “programmi di formazione” dei libici del valore di 615mila euro circa (sempre tratti dal Fondo Africa). Quindi si parte dalle intese e poi si passa ai contratti.

      Scorrendo quelli firmati dalla Direzione immigrazione e polizia delle frontiere del Viminale tra 2017 e 2018, e che riguardano specificamente commesse a beneficio di Tripoli, il “fornitore” è sempre lo stesso: Cantiere Navale Vittoria. È l’azienda di Adria -che non ha risposto alle nostre domande- a occuparsi della rimessa in efficienza di svariate imbarcazioni (tre da 14 metri, due da 35 e una da 22) custodite a Biserta (in Tunisia) e “da restituire allo Stato della Libia”. Ma anche della formazione di 21 “operatori della polizia libica” per la loro “conduzione” o del trasporto di un’altra nave di 18 metri da Tripoli a Biserta. La somma degli appalti sfiora complessivamente i 3 milioni di euro. In alcuni casi, il Viminale dichiara di non avere alternative al cantiere veneto. Lo ha riconosciuto la Direzione in un decreto di affidamento urgente per la formazione di 22 “operatori di polizia libica” e la riconsegna di tre motovedette a fine 2017. Poiché Cantiere Navale Vittoria avrebbe un “patrimonio informativo peculiare”, qualunque ricerca di “soluzioni alternative” sarebbe “irragionevole”. Ecco perché in diverse “riunioni bilaterali di esperti” per la cooperazione tra Italia e Libia “in materia migratoria”, oltre alla delegazione libica (i vertici dell’Amministrazione generale per la sicurezza costiera del ministero dell’Interno) e quella italiana (tra cui l’allora direttore del Servizio immigrazione del Viminale, Vittorio Pisani), c’erano anche i rappresentanti di Cantiere Navale Vittoria.
      Se i concorrenti sono pochi, la fretta è tanta. In più di un appalto verso la Libia, infatti, la Direzione ha argomentato le procedure di “estrema urgenza” segnalando come “ulteriori indugi”, ad esempio “nella riconsegna delle imbarcazioni”, non solo “verrebbero a gravare ingiustificatamente sugli oneri di custodia […] ma potrebbero determinare difficoltà anche di tipo diplomatico con l’interlocutore libico”. È successo nell’estate 2018 anche per l’ultimo “avviso esplorativo” da quasi 1 milione di euro collegato a quattro training (di quattro settimane) destinati a cinque equipaggi “a bordo di due unità navali da 35 metri, un’unità navale da 22 metri e un’unità navale da 28 metri di proprietà libica”, “al fine di aumentare l’efficienza di quel Paese per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Lo scopo è fornire una “preparazione adeguata su ogni aspetto delle unità navali”. Della materia “diritti umani” non c’è traccia.

      Questa specifica iniziativa italiana deriva dal Memorandum d’Intesa con la Libia sottoscritto a Roma dal governo Gentiloni (Marco Minniti ministro dell’Interno), il 2 febbraio 2017. Il nostro Paese si era impegnato a “fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina”. È da lì che i governi di Italia e Libia decidono di includere tra le attività di cooperazione anche l’erogazione dei corsi di addestramento sulle motovedette ancorate a Biserta.

      Ai primi di maggio del 2018, il Viminale decide di accelerare. C’è l’“urgenza di potenziare, attraverso la rimessa in efficienza delle imbarcazioni e l’erogazione di corsi di conduzione operativa, il capacity building della Guardia Costiera libica, al fine di aumentare l’efficienza di quel Paese per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Anche perché, aggiunge il ministero, “alla luce degli ultimi eventi di partenze di migranti dalle coste libiche”, “appare strettamente necessario ed urgente favorire il pieno ripristino dell’efficienza delle competenti Autorità dello Stato della Libia nell’erogazione dei servizi istituzionali”. E così a fine giugno 2018 viene pubblicato il bando: i destinatari sono “operatori della polizia libica” e non invece le guardie costiere. Il ministero ha dovuto però “rimodulare” in corsa l’imposto a base d’asta della gara (da 763mila a 993mila euro). Perché? Il capitolato degli oneri e il verbale di stima relativi al valore complessivo dell’intera procedura sarebbero risultati “non remunerativi” per l’unico operatore interessato: Cantiere Navale Vittoria Spa, che avrebbe comunicato “di non poter sottoscrivere un’offerta adeguata”.

      Le risorse per quest’ultimo appalto non arrivano dal Fondo Africa ma da uno dei sei progetti finanziati in Libia dall’Unione europea tramite il “Fondo Fiduciario per l’Africa” (EU Trust Fund), istituito a fine 2015 con una dotazione di oltre 4 miliardi di euro. Quello che ci riguarda in particolare s’intitola “Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase”, del valore di oltre 46 milioni di euro. Mentre l’Ue è il principale finanziatore, chi deve implementarlo in loco, dal luglio 2017, è proprio il nostro ministero dell’Interno. Che è attivo in due aree della Libia: a Nord-Ovest, a Tripoli, a beneficio delle guardie costiere libiche (tramite la costituzione di un centro di coordinamento per le operazioni di ricerca e soccorso in mare e per la dichiarazione di un’area di ricerca e soccorso in mare autonoma), e una a Sud-Ovest, nella regione del Fezzan, nel distretto di Ghat, per incrementare la capacità di sorveglianza, “in particolare nelle aree di frontiera terrestre con il Niger, maggiormente colpita dall’attraversamento illegale”. È previsto inoltre un “progetto pilota” per istituire una sede operativa per circa 300 persone, ripristinando ed equipaggiando le esistenti strutture nella città di Talwawet, non lontano da Ghat, con tre avamposti da 20 persone l’uno.

      A un passo da lì c’è il Niger, l’altra tessera del mosaico. Alla metà di dicembre 2018, non risultano appalti in capo alla Direzione frontiere del Viminale, ma ciò non significa che il nostro Paese non sia attivo per supportare (anche) la gestione dei suoi confini. A metà 2017, infatti, l’Italia ha destinato 50 milioni di euro all’EU Trust Fund per “far fronte alle cause profonde della migrazione in Africa/Finestra Sahel e Lago Ciad”, con un’attenzione particolare al Niger. Si punta alla “creazione di nuove unità specializzate necessarie al controllo delle frontiere, di nuovi posti di frontiera fissa, o all’ammodernamento di quelli esistenti, di un nuovo centro di accoglienza per i migranti a Dirkou, nonché per la riattivazione della locale pista di atterraggio”. In più, dal 2018 è scesa sul campo la “Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger” (MISIN) che fa capo al ministero della Difesa e ha tra i suoi obiettivi quello di “concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere”. Il primo corso “per istruttori di ordine pubblico a favore della gendarmeria nigerina” si è concluso a metà ottobre 2018. Pochi mesi prima, a luglio, era stata sottoscritta un’altra “intesa tecnica” tra Esteri e Difesa per rimettere in efficienza e cedere dieci ambulanze e tre autobotti. Finalità? “Il controllo del territorio volto alla prevenzione e al contrasto ai traffici di esseri umani e al traffico di migranti, e per l’assistenza ai migranti nell’ambito delle attività di ricerca e soccorso”: 880mila euro circa. Il Niger è centrale: stando all’ultima programmazione dei Paesi e dei settori in cui sono previsti finanziamenti tramite il “Fondo Africa” (agosto 2018, fonte ministero degli Esteri), il Paese è davanti alla Libia (6 milioni contro 5 di importo massimo preventivato).

      Inabissatosi in Niger, il ministero dell’Interno riemerge in Egitto. Anche lì vigono “accordi internazionali diretti al contrasto dell’immigrazione clandestina” sostenuti dall’Italia. La loro traduzione interessa da vicino la succursale italiana della Hewlett-Packard (HP). Risale infatti a fine 2006 un contratto stipulato tra la multinazionale e la Direzione del Viminale “per la realizzazione di un Sistema automatizzato di identificazione delle impronte (AFIS) per lo Stato dell’Egitto”, finalizzato alle “esigenze di identificazione personale correlate alla immigrazione illegale”: oltre 5,2 milioni di euro per il periodo 2007-2012, cui se ne sono aggiunti ulteriori 1,8 milioni per la manutenzione ininterrotta fino al 2017 e quasi 500mila per l’ultima tranche, 2018-2019. HP non ha avversari -come riporta il Viminale- in forza di un “accordo in esclusiva” tra la Hewlett Packard Enterprise e la multinazionale della sicurezza informatica Gemalto “in relazione ai prodotti AFIS per lo Stato dell’Egitto”. Affari che non si possono discutere: “L’interruzione del citato servizio -sostiene la Direzione- è suscettibile di creare gravi problemi nell’attività di identificazione dei migranti e nel contrasto all’immigrazione clandestina, in un momento in cui tale attività è di primaria importanza per la sicurezza nazionale”. Oltre alla partnership con HP, il ministero dell’Interno si spende direttamente in Egitto. Di fronte alle “esigenze scaturenti dalle gravissimi crisi internazionali in vaste aree dell’Africa e dell’Asia” che avrebbero provocato “massicci esodi di persone e crescenti pressioni migratorie verso l’Europa”, la Direzione centrale immigrazione (i virgolettati sono suoi) si è fatta promotrice di una “proposta progettuale” chiamata “International Training at Egyptian Police Academy” (ITEPA). Questa prevede l’istituzione di un “centro di formazione internazionale” sui temi migratori per 360 funzionari di polizia e ufficiali di frontiera di ben 22 Paesi africani presso l’Accademia della polizia egiziana de Il Cairo. Il “protocollo tecnico” è stato siglato nel settembre 2017 tra il direttore dell’Accademia di polizia egiziana ed il direttore centrale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere. Nel marzo 2018, il capo della Polizia Gabrielli è volato a Il Cairo per il lancio del progetto. “Il rispetto dei diritti umani -ha dichiarato in quella sede- è uno degli asset fondamentali”.

      “La legittimità, la finalità e la consistenza di una parte dei finanziamenti citati con le norme di diritto nazionale e internazionale sono stati studiati e in alcuni casi anche portati davanti alle autorità giudiziarie dai legali dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, asgi.it)”, spiega l’avvocato Giulia Crescini, parte del collegio dell’associazione che si è occupato della vicenda. “Quando abbiamo chiesto lo stato di implementazione dell’accordo internazionale Italia-Libia del febbraio 2017, il ministero dell’Interno ha opposto generiche motivazioni di pericolo alla sicurezza interna e alle relazioni internazionali, pertanto il ricorso dopo essere stato rigettato dal Tar Lazio è ora pendente davanti al Consiglio di Stato”. La trasparenza insegue la frontiera.

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      “LEONARDO” (FINMECCANICA) E GLI INTERESSI SULLE FRONTIERE

      In Tunisia, Libia, Egitto e Niger, l’azienda Leonardo (Finmeccanica) avrebbe in corso “attività promozionali per tecnologie di sicurezza e controllo del territorio”. Alla richiesta di dettagli, la società ha risposto di voler “rivitalizzare i progetti in sospeso e proporne altri, fornendo ai Governi sistemi e tecnologie all’avanguardia per la sicurezza dei Paesi”. Leonardo è già autorizzata a esportare materiale d’armamento in quei contesti, ma non a Tripoli. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, infatti, ha approvato la Risoluzione 2420 che estende l’embargo sulle armi nel Paese per un altro anno. “Nel prossimo futuro -fa sapere l’azienda di cui il ministero dell’Economia è principale azionista- il governo di accordo nazionale potrà richiedere delle esenzioni all’embargo ONU sulle armi, per combattere il terrorismo”. Alla domanda se Leonardo sia coinvolta o operativa nell’ambito di iniziative collegate al fondo fiduciario per l’Africa dell’Unione europea e in particolare al programma da 46 milioni di euro coordinato dal Viminale, in tema di frontiere libiche, l’azienda ha fatto sapere che “in passato” avrebbe “collaborato con le autorità libiche per lo sviluppo e implementazione di sistemi per il monitoraggio dei confini meridionali, nonché sistemi di sicurezza costiera per il controllo, la ricerca e il salvataggio in mare”. Attualmente la società starebbe “esplorando opportunità in ambito europeo volte allo sviluppo di un progetto per il controllo dei flussi migratori dall’Africa all’Europa, consistente in un sistema di sicurezza e sorveglianza costiero con centri di comando e controllo”.

      Export in Libia. Il “caso” Prodit

      Nei primi sei mesi del 2018, attraverso l’Autorità nazionale UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento), l’Italia ha autorizzato l’esportazione di “materiale d’armamento” verso la Libia per un valore di circa 4,8 milioni di euro. Nel 2017 questa cifra era zero. Si tratta, come impone la normativa in tema di embargo, di materiali “non letali”. L’ammontare è minimo se paragonato al totale delle licenze autorizzate a livello mondiale dall’Italia tra gennaio e giugno 2018 (3,2 miliardi di euro). Chi esporta è una singola azienda, l’unica iscritta al Registro Nazionale delle Imprese presso il Segretariato Generale del ministero della Difesa: Prodit Engineering Srl. In Libia non ha esportato armi ma un veicolo terrestre modificato come fuoristrada e materiali utilizzabili per sminamento.

      https://altreconomia.it/frontiera-buon-affare-inchiesta

      #Leonardo #Finmeccanica #Egypte #Tunisie #identification #P350 #Brescia_Antincendi_International #Virgilio_D’Amata #Massimo_Bontempi #Yamaha #Minniti #Marco_Minniti #EU_Trust_Fund #Trust_Fund #Missione_bilaterale_di_supporto_nella_Repubblica_del_Niger #MISIN #Hewlett-Packard #AFIS #International_Training_at_Egyptian_Police_Academy #ITEPA

    • "La frontiera è un buon affare": l’inchiesta sul contrasto del Viminale all’immigrazione «clandestina» a suon di appalti pubblici

      Dalla Tunisia alla Libia, dal Niger all’Egitto: così lo Stato italiano finanzia imbarcazioni, veicoli, formazione a suon di appalti pubblici. I documenti presentati a Roma dall’Arci.

      «Quando si parla di esternalizzazione della frontiera e di diritto di asilo bisogna innanzitutto individuare i Paesi maggiormente interessati da queste esternalizzazioni, capire quali sono i meccanismi che si vuole andare ad attaccare, creare un caso e prenderlo tempestivamente. Ma spesso per impugnare un atto ci vogliono 60 giorni, le tempistiche sono precise, e intraprendere azioni giudiziarie per tutelare i migranti diventa spesso molto difficile. Per questo ci appoggiamo all’Arci». A parlare è Giulia Crescini, avvocato dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che insieme a Filippo Miraglia, responsabile immigrazione di ARCI, Sara Prestianni, coordinatrice del progetto #externalisationpolicieswatch, e Duccio Facchini, giornalista di Altreconomia, ha fatto il punto sugli appalti della Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il ministero dell’Interno e più in generale dei fondi europei ed italiani stanzianti per implementare le politiche di esternalizzazione del controllo delle frontiere in Africa.

      L’inchiesta. Duccio Facchini, presentando i dati dell’inchiesta di Altreconomia «La frontiera è un buon affare», ha illustrato i meccanismi di una vera e propria strategia che ha uno dei suoi punti d’origine in un piccolo comune del Veneto, in provincia di Rovigo, affacciato sul Canal Bianco - dove ha sede una delle principale aziende specializzate in cantieristica navale militare e paramilitare - e arriva a toccare Tripoli, Niamey o Il Cairo. Il filo rosso che lega gli affidamenti milionari è uno solo: fermare il flusso di persone dirette in Italia e in Europa. Anche utilizzando fondi destinati alla cooperazione e senza alcun vaglio parlamentare.

      Il Fondo Africa, istituito con la legge di bilancio 2017, art. 1 comma 621 per l’anno 2018, è pari a 200 milioni di euro, cifra che serve per attivare forme di collaborazione e cooperazione con i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno della migrazione, anche se l’espressione in sé significa tutto e niente. «Questo fondo - ha spiegato Facchini in conferenza nella sede Arci lo scorso 6 febbraio - viene dato al ministero degli Affari esteri internazionali che individua quali sono questi Paesi: nello specifico il ministero ha indicato una sfilza di Paesi africani, dal Niger alla Libia alla Tunisia, passando per l’Egitto la Costa d’Avorio, indicando anche una serie di attività che possono essere finanziate con questi soldi. Tra queste c’è la dotazione di strumentazioni utili per il controllo della frontiera». Gli autori dell’inchiesta hanno chiesto al ministero l’elenco dei provvedimenti che sono stati messi in campo e per attivare questa protezione alla frontiera. «Siamo alla fine del 2017 e notiamo che tra questi ce n’è uno che stanzia 2 milioni e mezzo per la messa in opera di quattro motovedette. Da lì cominciamo a domandarci se in base alla normativa italiana è legittimo dare una strumentazione così specifica a delle autorità così notoriamente coinvolte nella tortura e nella violenza dei migranti. Quindi abbiamo strutturato un ricorso giuridicamente molto complicato per cercare di interloquire con il giudice amministrativo». Notoriamente il giudice amministrativo non è mai coinvolto in questioni relative al diritto di asilo - per capire: è il giudice degli appalti - ed è insomma colui che va a verificare se la pubblica amministrazione ha adempiuto bene al suo compito.

      l punto di partenza. «Il giudice amministrativo e la pubblica amministrazione – ha spiegato Giulia Crescini dell’Asgi - stanno sempre in un rapporto molto delicato fra loro perché la pubblica amministrazione ha un ambito di discrezionalità all’interno del quale il giudice non può mai entrare, quindi la PA ha dei limiti che vengono messi dalla legge e all’interno di quei limiti il ministero può decidere come spendere quei soldi. Secondo noi quei limiti sono superati, perché la legge non autorizza a rafforzare delle autorità che poi commettono crimini contro i migranti, riportando queste persone sulla terra ferma in una condizione di tortura, soprattutto nei centri di detenzione». I legati hanno dunque avviato questo ricorso, ricevendo, qualche settimana fa, la sentenza di rigetto di primo grado. La sentenza è stata pubblicata il 7 gennaio e da quel giorno a oggi i quattro avvocati hanno studiato le parole del giudice, chiedendo alle altre organizzazioni che avevano presentato insieme a loro il ricorso se avessero intenzione o meno di fare appello. «Studiando la sentenza - continua Crescini - ci siamo accorti di come. pur essendo un rigetto, non avesse poi un contenuto così negativo: il giudice amministrativo in realtà è andato a verificare effettivamente se la pubblica amministrazione avesse speso bene o meno questo soldi, cioè se avesse esercitato in modo corretto o scorretto la discrezionalità di cui sopra. Un fatto che non è affatto scontato. Il giudice amministrativo è andato in profondità, segnalando il fatto che non ci sono sufficienti prove di tortura nei confronti dei migranti da parte delle autorità. Dal punto di vista giuridico questo rappresenta una vittoria. Perché il giudice ha ristretto un ambito molto specifico su cui potremo lavorare davanti al Consiglio di Stato».

      La frontiera è un buon affare. L’inchiesta «La frontiera è un buon affare» rivela che lo sforzo politico che vede impegnate Italia e istituzioni europee nella chiusura delle frontiere si traduce direttamente in un incremento del budget al capitolo della sicurezza, nella messa in produzione di sistemi biometrici di identificazione, nella moltiplicazione di forze di polizia europea ai nostri confini e nell’elaborazione di sistemi di sorveglianza.

      La dimensione europea della migrazione - si legge in un comunicato diffuso da Arci - si allontana sempre più dal concetto di protezione a favore di un sistema volto esclusivamente alla sicurezza e alla repressione del fenomeno migratorio. La logica dell’esternalizzazione, diventata pilastro della strategia tanto europea quanto italiana di gestione delle frontiere, assume in questo modo, sempre più, una dimensione tecnologica e militare, assecondando le pressioni della lobby dell’industria della sicurezza per l’implementazione di questo mercato. L’uso dei fondi è guidato da una tendenza alla flessibilità con un conseguente e evidente rischio di opacità, conveniente per il rafforzamento di una politica securitaria della migrazione.

      Nel MFF - Multiannual Financial Framework - che definisce il budget europeo per un periodo di 7 anni e ora in discussione tripartita tra Commissione, Parlamento e Consiglio - si evidenzia l’intento strategico al netto dei proclami e dei comizi della politica: la migrazione è affrontata principalmente dal punto di vista della gestione del fenomeno e del controllo delle frontiere con un incremento di fondi fino a 34 miliardi di euro per questo settore.

      A questo capitolo di spesa - si legge ancora nel comunicato - contribuiscono strumenti finanziari diversi, dal fondo sulla sicurezza interna - che passa dai 3,4 del 2014/20120 ai 4,8 miliardi del 2021/2027 e che può essere speso anche per la gestione esterna delle frontiere - a tutto il settore della cooperazione militare che coincide sempre più con quello dell’esternalizzazione, una tendenza che si palesa con evidenza nelle due missioni militari nostrane in Libia e Niger.

      Dei 23 miliardi del Fondo Europeo alla Difesa e quello per la Pace, una buona parte saranno devoluti allo sviluppo di nuova tecnologia militare, utilizzabili anche per la creazione di muri nel mare e nel deserto. Stessa logica anche per il più conosciuto Fondo Fiduciario per l’Africa che, con fondi provenienti dal budget allo sviluppo, finanzia il progetto di blocco marittimo e terrestre nella rotta del Mediterraneo centrale.

      Sulla pelle dei migranti. Chi ne fa le spese, spiegano gli autori dell’inchiesta, sono i migranti, obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e proprio business. Questa connessione e interdipendenza tra politici e lobby della sicurezza, che sfiora a tutto gli effetti il conflitto di interessi, è risultata evidente nel corso del SRE «Research on security event» tenutosi a Bruxelles a fine dicembre su proposta della presidenza austriaca. Seduti negli stessi panel rappresentanti della commissione dell’Agenzia Frontex, dell’industria e della ricerca del biometrico e della sicurezza, manifestavano interesse per un obbiettivo comune: la creazione di un mercato europeo della sicurezza dove lotta al terrorismo e controllo della migrazione si intrecciano pericolosamente

      «Il Governo Italiano si iscrive perfettamente nella logica europea, dalle missioni militari con una chiara missione di controllo delle frontiere in Niger e Libia al rinnovo del Fondo Africa, rifinanziato con 80 milioni per il 2018/2019, che condiziona le politiche di sviluppo a quelle d’immigrazione», dichiara ancora Arci. «Molti i dubbi che solleva questa deriva politica direttamente tradotta nell’uso dei fondi europei e nazionali: dalle tragiche conseguenze sulla sistematica violazione delle convenzione internazionali a una riflessione più ampia sull’opacità dell’uso dei fondi e del ruolo sempre più centrale dell’industria della sicurezza per cui la politica repressiva di chiusura sistematica delle frontiere non è altro che l’ennesimo mercato su cui investire, dimenticandosi del costo in termine di vite umane di questa logica».

      https://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2019/02/07/news/la_frontiera_e_un_buon_affare-218538251

    • Appalti sulle frontiere: 30 mezzi di terra alla Libia dall’Italia per fermare i migranti

      Il ministero dell’Interno italiano si appresta a fornire alle autorità di Tripoli nuovi veicoli fuoristrada per il “contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. Un appalto da 2,1 milioni di euro finanziato tramite il “Fondo Fiduciario per l’Africa”, nell’ambito del quale l’Italia accresce il proprio ruolo. Il tutto mentre l’immagine ostentata di una “Libia sicura” è offuscata dagli stessi atti di gara del Viminale

      Il ministero dell’Interno italiano si appresta a fornire alle autorità della Libia trenta nuovi veicoli fuoristrada per le “esigenze istituzionali legate al contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. L’avviso esplorativo pubblicato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere, insediata presso il Viminale, risale al 5 marzo 2019 (scadenza per la presentazione della manifestazione d’interesse all’8 aprile di quest’anno).

      La fornitura riguarda 30 mezzi “Toyota Land Cruiser” (15 del modello GRJ76 Petrol e 15 del GRJ79 DC Petrol), in “versione tropicalizzata”, relativamente ai quali le autorità libiche, il 24 dicembre 2018, avrebbero esplicitato alla Direzione di Roma precise “specifiche tecniche”. Il Viminale la definisce una “richiesta di assistenza tecnica” proveniente da Tripoli per le “esigenze istituzionali legate al contrasto del fenomeno dell’immigrazione irregolare”. In forza di questa “strategia”, dunque, il governo italiano -in linea con i precedenti, come abbiamo raccontato a gennaio nell’inchiesta sugli “affari lungo le frontiere”– continua a equipaggiare le autorità del Paese Nord-africano per contrastare i flussi migratori. L’ammontare “massimo” degli ultimi due lotti (da 15 mezzi l’uno) è stimato in 2,1 milioni di euro.

      E così come è stato per la gara d’appalto da oltre 9,3 milioni di euro per la fornitura di 20 imbarcazioni destinate alla polizia libica, indetta dal Viminale a fine dicembre 2018, anche nel caso dei 30 mezzi Toyota le risorse arriveranno dal “Fondo Fiduciario per l’Africa” (EU Trust Fund), istituito dalla Commissione europea a fine 2015 con una dotazione di oltre 4 miliardi di euro. In particolare, dal progetto implementato dal Viminale e intitolato “Support to integrated Border and Migration Management in Libya – First Phase”, dal valore di oltre 46 milioni di euro e il cui “delegation agreement” risale a metà dicembre 2017 (governo Gentiloni, ministro competente Marco Minniti).

      Questo non è l’unico progetto finanziato tramite l’EU Trust Fund che vede il ministero dell’Interno italiano attivo nel continente africano. Alla citata “First Phase”, infatti, se ne sono affiancati nel tempo altri due. Uno è di stanza in Tunisia e Marocco (“Border Management Programme for the Maghreb region”), datato luglio 2018 e dal valore di 55 milioni di euro. L’altro progetto, di nuovo, ricade in Libia. Si tratta del “Support to Integrated border and migration management in Libya – Second Phase”, risalente al 13 dicembre 2018, per un ammontare di altri 45 milioni di euro. Le finalità dichiarate nell’”Action Document” della seconda fase in Libia sono -tra le altre- quelle di “intensificare gli sforzi fatti”, “sviluppare nuove aree d’intervento”, “rafforzare le capacità delle autorità competenti che sorvegliano i confini marittimi e terrestri”, “l’acquisto di altre navi”, “l’implementazione della rete di comunicazione del Maritime Rescue Coordination Centre” di Tripoli, “la progettazione specifica di programmi per la neocostituita polizia del deserto”.

      La strategia di contrasto paga, sostiene la Commissione europea. “Gli sforzi dell’Ue e dell’Italia nel sostenere la Guardia costiera libica per migliorare la sua capacità operativa hanno raggiunto risultati significativi e tangibili nel 2018”, afferma nel lancio della “seconda fase”. Di “significativo e tangibile” c’è il crollo degli sbarchi sulle coste italiane, in particolare dalla Libia. Dati del Viminale alla mano, infatti, nel periodo compreso tra l’1 gennaio e il 7 marzo 2017 giunsero 15.843 persone, scese a 5.457 lo scorso anno e arrivate a 335 quest’anno. La frontiera è praticamente sigillata. Un “successo” che nasconde la tragedia dei campi di detenzione e sequestro libici dove migliaia di persone sono costrette a rimanere.

      È in questa cornice che giunge il nuovo “avviso” del Viminale dei 30 veicoli, pubblicato come detto il 5 marzo. Quello stesso giorno il vice-presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha incontrato a Roma il vicepremier libico Ahmed Maiteeq. Un “cordiale colloquio”, come recita il comunicato ministeriale, che avrebbe visto sul tavolo “i rapporti tra i due Paesi, in particolare su sicurezza, lotta al terrorismo, immigrazione e stabilizzazione politica della Libia”.

      Ma l’immagine ostentata dal governo Conte di una “Libia sicura” è offuscata dagli stessi atti di gara del ministero dell’Interno. Tra i quesiti presentati al Viminale da parte dei potenziali concorrenti al bando dei 20 battelli da destinare alla polizia libica, infatti, si trovano richieste esplicite di “misure atte a garantire la sicurezza dei propri operatori”. “Laddove si rendesse strettamente necessario effettuare interventi di garanzia richiesti in loco (Libia)”, gli operatori di mercato hanno chiesto alla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere “che tali prestazioni potranno essere organizzate a patto che le imbarcazioni si trovino in città (Tripoli, ndr) per garantire la sicurezza degli operatori inviati per tali prestazioni”. Il ministero dell’Interno conferma il quadro di instabilità del Paese: “Le condizioni di sicurezza in Libia devono essere attentamente valutate in ragione della contingenza al momento dell’esecuzione del contratto”, è la replica al quesito. “Appare di tutto evidenza che la sicurezza degli operatori non dovrà essere compromessa in relazione ai rischi antropici presenti all’interno dello Stato beneficiario della commessa”. Per gli operatori, non per i migranti in fuga.

      https://altreconomia.it/appalti-libia-frontiere-terra
      #Libye



  • The Urgency for Speed in 2019: New #research Finds 45 Percent of Customers Won’t Buy From a Slow…
    https://hackernoon.com/the-urgency-for-speed-in-2019-new-research-finds-45-percent-of-customers

    The Urgency for Speed in 2019:New Research Finds 45% of Customers Won’t Buy From a Slow SiteBy Sarah Gooding, Communications and PR Manager at UnbounceWe’ve all experienced a slow web page. We’ve felt the frustration that builds for every second that little icon continues to spin.We all know the feeling: We want that page open, and we want it open NOW.As consumers, we expect to be able to browse the web, buy products, and find the answers to our questions quickly — and instantaneously would be even better. Unfortunately, this expectation is often unmet. In 2019 the average size of a webpage has ballooned, and with it, the length of time consumers have to wait for a page to open. Things are even slower on smartphones. The average web page has doubled in size over the past 3 years, so consumers (...)

    #marketing #landing-pages #ecommerce #page-speed


  • Columbia University to Support Smart Contract R&D
    https://hackernoon.com/columbia-university-to-support-smart-contract-r-d-c595ec815255?source=rs

    Despite its incredible proliferation in the past two years, the #blockchain is still a relatively novel technology, requiring continual development and maturation before it can attain the prominent role that many expect it to play in the digital age.QTUM, an open sourced public blockchain initiative, is donating $400,000 to academics at the University of Columbia who are advancing blockchain #research in several ways. The grant is being extended to Ronghui Gu, Columbia University’s assistant CS professor who will oversee blockchain research being conducted by post-doctorate and Ph.D. students.As it relates to its original purpose, facilitating cryptocurrency transactions, the blockchain has made incredible cultural inroads, inspiring hundreds of token projects and facilitating the global (...)

    #smart-contracts #columbia-university #qtum


  • Lessons learned from evaluating #iota on Internet of Things devices
    https://hackernoon.com/lessons-learned-from-evaluating-iota-on-internet-of-things-devices-a4457

    There are few openly available quantitative results about IOTA. Motivated by this fact, we experimented with IOTA on two different #iot devices and two modern desktop and server computers. We found that despite the theoretical scalability of the Tangle, the actual IOTA protocol has relatively high energy consumption. The Proof-of-Work and transaction signing operations are computationally complex relative to the limited capabilities of many IoT devices and and may be impractical on energy-limited / battery-powered devices.Note: this article uses results from the #research paper Distributed Ledger Technology and the Internet of Things: A Feasibility Study, presented in the 1st Workshop on Blockchain-enabled Networked Sensor Systems (BlockSys).BackgroundIf you’re reading this, you probably (...)

    #internet-of-things #cryptocurrency


  • #pioneer’s Holiday Tournament
    https://hackernoon.com/pioneers-holiday-tournament-eec1389a343e?source=rss----3a8144eabfe3---4

    My name is Daniel. I’m the founder of Pioneer. Our mission is to scalably identify and nurture the creative outsiders of the world.Traditional institutions like the Ivy League try to solve this problem by relying on a small set of individuals to screen thousands of applications. This doesn’t scale. And it leaves many geniuses (especially those from non-traditional backgrounds) undiscovered.We’re trying something radically different. We’re trying to find these “Lost Einsteins” by building an online game. Fortnite, for productivity. Players are rewarded based on the progress they make on their project. Every month, we fund the best with a $1,000 grant and up to $100,000 in follow-on investment.Just a few days ago we announced the winners of our first Pioneer Tournament. Today, we’re excited to (...)

    #tech-tournament #google-cloud-platform #research #startup



    • We, the undersigned scientists, concerned citizens, innovators welcome the general structure and ambition of the proposal for an increased European Research and Innovation budget – a significant increase in a difficult situation. However, we believe that it falls short of the effort required of Europe to face the growing geopolitical challenges as well as the very high level of competition now set notably by Asian countries: gross domestic spending on R&D in the EU as percentage of GDP, which is below 2% and lags behind Korea (4.2%), Taiwan (3.3%), Japan (3.1%), USA (2.8%), China (2.1%, and constantly rising). There is a serious danger that the situation will force many promising young scientists to leave Europe, and that Europe will become less attractive for foreign scientists.

      As we are well aware, in the next decade Europe will have to rely more on its own forces to promote its values and its leadership. An cohesive Europe will need to invest in what counts for strengthening our societies, our economies, our security and our efforts in order to tackle the major global challenges of our planet. An ambitious research and innovation policy, engaging society as a whole, represents a large European added value, and will be decisive in increasing its cohesiveness.

      Un peu contradictoire avec ça non?:

      The EU needs a stability and wellbeing pact, not more growth
      Le Guardian, le 16 septembre 2018
      https://seenthis.net/messages/722531

      238 academics call on the European Union and its member states to plan for a post-growth future in which human and ecological wellbeing is prioritised over GDP

      #Science #Université #Europe #décroissance #croissance


    • Pas de version française? A comparer avec ça:

      Petition for an increased #EU #Budget for #Research and Innovation
      https://seenthis.net/messages/722667

      We, the undersigned scientists, concerned citizens, innovators welcome the general structure and ambition of the proposal for an increased European Research and Innovation budget – a significant increase in a difficult situation. However, we believe that it falls short of the effort required of Europe to face the growing geopolitical challenges as well as the very high level of competition now set notably by Asian countries: gross domestic spending on R&D in the EU as percentage of GDP, which is below 2% and lags behind Korea (4.2%), Taiwan (3.3%), Japan (3.1%), USA (2.8%), China (2.1%, and constantly rising). There is a serious danger that the situation will force many promising young scientists to leave Europe, and that Europe will become less attractive for foreign scientists.

      As we are well aware, in the next decade Europe will have to rely more on its own forces to promote its values and its leadership. An cohesive Europe will need to invest in what counts for strengthening our societies, our economies, our security and our efforts in order to tackle the major global challenges of our planet. An ambitious research and innovation policy, engaging society as a whole, represents a large European added value, and will be decisive in increasing its cohesiveness.

      Chercheurs de gauche vs. chercheurs de droite?

      #Science #Université #Europe

    • ‘Secular stagnation’ meets the ‘GDP fetish’

      Tim Jackson introduces his new CUSP working paper ‘The Post-Growth Challenge’, in which he discusses the state of advanced economies ten years after the crisis. Our attempts to prop up an ailing capitalism have increased inequality, hindered ecological innovation and undermined stability, he argues.

      This week saw the launch of #System_Error a documentary #film from the prize-winning German Director #Florian_Opitz, who has made something of a reputation for himself critiquing the flaws in 21st century capitalism. The film explores our obsession with economic growth through the testimony of some of its most vociferous advocates. It’s a fascinating insight into the ‘GDP fetish’ that has dominated economic policy for over sixty years despite long-standing critiques to the contrary. Opitz’s film is a testament to the tenacity of the growth paradigm – even half a century later.

      If there’s one thing that might really throw a spanner in the works it’s that economic growth as we know it is slowly slipping away. Growth rates in advanced economies were declining already even before the crisis. The day after the film’s première in Berlin, former US treasury secretary, Larry Summers writing in the FT defended his contention (first advanced five years ago) that the growth rates expected by economists and yearned for by politicians may be a thing of the past. Sluggish growth, he has argued, is not simply the result of short-term debt overhang in the wake of the financial crisis but might just turn out to be the ‘new normal’. It’s an argument that has support, not only from other mainstream pundits, but also from national statistics: UK growth slumped to another five year low in the first quarter of 2018.

      Most reactions to the absence of growth consist in trying to get it back again as fast as possible – whatever the cost. Low interest rates, cheap money, inward investment, bank bailouts, government stimulus, land-grabs, tax havens, fiscal austerity, customs partnerships – you name it. Some of these things didn’t even make sense when put together. But at least they divert us from an inconvenient truth: that the future might look very different from the past. Were it not for a climate destabilised by carbon emissions, oceans which will soon contain more plastic than fish and a planet reeling from species loss a thousand times faster than any at time in the last 65 million years, it might not matter that they don’t add up. But is throwing good money after bad (so to speak) an effective strategy, even in its own right, when so much is still uncertain?

      How can we be sure that these increasingly desperate measures will work at all? We’ve been trying most of them for well over a decade, to very little avail. The best we’ve managed, claims Summers, is to stop things falling apart by throwing everything but the kitchen sink at monetary expansion and oscillating between stimulus and fiscal tightening (mostly the latter) as political preference dictates. The end result is a somewhat frightening sense, as the IPPR recently pointed out, that when the next crisis hits there will be neither fiscal nor monetary room for manoeuvre.

      In our latest CUSP working paper, I explore the dynamics of this emerging ‘post-growth challenge’. I believe it demands both a deeper understanding of how we got here and a wider palette of colours from which to paint the possibilities for our common future. The paper examines the underlying dynamics of secular stagnation, on both the demand and the supply side, and discusses its relationship to labour productivity growth, rising debt and resource bottlenecks.

      The toughest element in this challenge, not yet fully addressed on either the political left or the right, is the relationship between declining growth and social equity. The coordinates of inequality are now plain to see in the stagnant wage rate and declining living conditions of ordinary people. ‘Thousands upon thousands’ of people flocked to this year’s TUC march in London, making it abundantly clear that persistent inequality is threatening political stability. According to TUC general secretary Frances O’Grady ‘there is a new mood in the country; people have been very patient, but now they are demanding a new deal.’

      We have addressed the mathematics of this relationship in depth elsewhere. What we found was unexpected. The rising inequality that has haunted advanced economies in recent years wasn’t inevitable at all. Nor is it inevitable in the future. The problem lies, as I argue more specifically in this paper, not in secular stagnation itself but in our responses to it. Specifically, I suggest that rising inequality is the result of our persistent attempts to breathe new life into capitalism, in the face of underlying fundamentals that point in the opposite direction. Our growth fetish has hindered ecological innovation, reinforced inequality and exacerbated financial instability. Prosperity itself is being undone by this allegiance to growth at all costs.

      What’s clear now is that it’s time for policy-makers to take the ‘post-growth challenge’ seriously. Judging by the enthusiastic reception from the 900 or so people who attended the première of System Error in Berlin, such a strategy might have a surprising popular support.


      https://www.cusp.ac.uk/themes/s2/tj-blog_post-growth-challenge

    • #SYSTEM_ERROR

      Why are we so obsessed with economic growth, despite knowing that perpetual growth will kill us in the end? SYSTEM ERROR looks for answers to this principal contradiction of our time and considers global capitalism from the perspective of those who run it. In this manner, the film not only makes the absurdity of our growth-centered system uncomfortably perceptible, but also strikingly questions the seemingly irrefutable rules of the game within a bigger context.


      https://german-documentaries.de/en_EN/films/system-error.10103
      #film #documentaire

    • Europe, It’s Time to End the Growth Dependency

      Petition text

      The pursuit of economic growth is not environmentally sustainable, and it is failing to reduce inequalities, foster democracy and ensure well-being of citizens. We call on the European Union, its institutions, and member states to:
      1. Constitute a special commission on Post-Growth Futures in the EU Parliament. This commission should actively debate the future of growth, devise policy alternatives for post-growth futures, and reconsider the pursuit of growth as an overarching policy goal.
      2. Prioritise social and environmental indicators. Economic policies should be evaluated in terms of their impact on human wellbeing, resource use, inequality, and the provision of decent work. These indicators should be given higher priority than GDP in decision-making.
      3. Turn the Stability and Growth Pact (SGP) into a Stability and Wellbeing Pact. The SGP is a set of rules aimed at limiting government deficits and national debt. It should be revised to ensure member states meet the basic needs of their citizens, while reducing resource use and waste emissions to a sustainable level.
      4. Establish a Ministry for Economic Transition in each member state. A new economy that focuses directly on human and ecological wellbeing could offer a much better future than one that is structurally dependent on economic growth.


      https://you.wemove.eu/campaigns/europe-it-s-time-to-end-the-growth-dependency
      #pétition

    • Degrowth: A Call for Radical Abundance

      When orthodox economists first encounter the idea of degrowth, they often jump to the conclusion that the objective is to reduce GDP. And because they see GDP as equivalent to social wealth, this makes them very upset.

      Nothing could be further from the truth.

      I reject the fetishization of GDP as an objective in the existing economy, so it would make little sense for me to focus on GDP as the objective of a degrowth economy. Wanting to cut GDP is as senseless as wanting to grow it.

      The objective, rather, is to scale down the material throughput of the economy. From an ecological standpoint, that’s what matters. And indeed some orthodox economists might even agree. Where we differ is that while they persist in believing (against the evidence) that this can be done while continuing to grow GDP, I acknowledge that it is likely to result in a reduction of GDP, at least as we presently measure it. In other words, if we were to keep measuring the economy by GDP, that’s what we would see in a degrowth scenario.

      And that’s okay.

      It’s okay, because we know that human beings can thrive without extremely high levels of GDP.

      There are many pieces to this argument, but I want to focus on one here in particular. One of the core claims of degrowth economics is that by restoring public services and expanding the commons, people will be able to access the goods that they need to live well without needing high levels of income.

      Take London, for instance. Housing prices in London are astronomically high, to the point where a normal one-bedroom flat can cost upwards of $1 million. These prices are fictional; they are largely a consequence of financial speculation and quantitative easing. Now imagine if the government were to cap the price of housing at half its present level. Prices would still be outrageously high, but Londoners would suddenly be able to work and earn significantly less than they presently do without suffering any loss to their quality of life. Indeed, they would gain in terms of time they could spend with their friends and family, doing things they love, improvements to their health and mental well-being, etc.

      The fictionally high prices of housing in London require that people work unnecessarily long hours to earn unnecessary money simply in order to access decent shelter – which they were previously able to access with a fraction of the income. The consequence of this imperative is that everyone is forced to contribute unnecessarily to expanding the juggernaut of production, the output of which must in turn find an outlet in the form of ever-increasing consumption.

      This is a problem that’s as old as capitalism itself. And it has a name: enclosure.

      Ellen Wood argues that the origins of capitalism lay in the enclosure movement in England, during which wealthy elites walled off the commons and systematically forced peasants off the land in a violent, centuries-long campaign of dispossession. This period saw the abolition of the ancient “right to habitation”, once enshrined in the Charter of the Forest, which guaranteed that ordinary people should have access to the resources necessary for survival.

      Suddenly, England’s peasants found themselves subject to a new regime: in order to survive they had to compete with each other for leases on the newly privatized land. And the leases were allocated on the basis of productivity. So in order to retain their access to leases, farmers had to find ways to extract more and more from the earth, and from labor, even if it was vastly in surplus to need. If they didn’t, and if they lost their leases, they could face starvation. And of course this same force, the imperative of ever-increasing productivity, was also at work in the industrial sector.

      In other words, the birth of capitalism required the creation of scarcity. The constant creation of scarcity is the engine of the juggernaut.

      The same process unfolded around the world during European colonization. In South Africa, colonizers faced what they called “The Labour Question”: How do we get Africans to work in our mines and on our plantations for paltry wages? At the time, Africans were quite content with their subsistence lifestyles, where they had all the land and the water and the livestock they needed to thrive, and showed no inclination to do back-breaking work in European mines. The solution? Force them off their land, or make them pay taxes in European currency, which can only be acquired in exchange for labor. And if they don’t pay, punish them.

      Scarcity is the engine of capitalist expansion.

      And, crucially, the scarcity was artificially created. Created by elite accumulation, backed up by state violence. In both England and South Africa, there was no actual scarcity. The same land and forests and resources remained, just as they had always been. But they were locked up. Enclosed. In order to regain access to the means of survival, people had no choice but to participate in the juggernaut.

      Today, we feel the force of scarcity in the constant threat of unemployment. We must be ever-more productive at work or else lose our jobs to someone who will be more productive than we are. But there is a paradox: as productivity rises, less labor is needed. So workers get laid off and find themselves with no means of survival. Victims of artificial scarcity. And the state, desperate to reduce unemployment, must then find ways to grow the economy in order to create new jobs, just so that people can survive.

      And all of us workers join in the choir: Give us growth! We need jobs!

      Scarcity creates recruits to the ideology of growth.

      Even people who are concerned about ecological breakdown, which is most of us, are forced to submit to this logic: if you care about human lives, then you must call for growth. We can deal with the environment later.

      But there will be no later, because the problem of scarcity is never solved. Whenever scarcity is about to be solved, it is always quickly produced anew. Think about it: for 150 years, economists have predicted that “In the very near future our economy will be so productive and replete that we will all have to work no more than a few hours a day.” But the prediction never comes true. Because capitalism transforms even the most spectacular productivity gains not into abundance and human freedom, but into scarcity.

      It’s strange, isn’t it? The ideology of capitalism is that it is a system that generates immense abundance (so much stuff!) But in reality it is a system that relies on the constant production of scarcity.

      This conundrum was first noticed back in 1804, and became known as the Lauderdale Paradox. Lauderdale pointed out that the only way to increase “private riches” (basically, GDP) was to reduce what he called “public wealth”, or the commons. To enclose things that were once free so that people have to pay in order to access them. To illustrate, he noted that colonialists would often even burn down trees that produced nuts and fruits so that local inhabitants wouldn’t be able to live off of the natural abundance of the earth, but would be forced to work for wages in order to feed themselves.

      We see this happening today in the endless waves of privatization that have been unleashed all over the world. Education? Healthcare? Parks? Swimming pools? Social Security? Water? All social goods must be privatized – they must be made scarce. People must be made to pay in order to access them. And in order to pay, they will of course have to work, competing with each other in the labor market to be ever-more productive.

      This logic reaches its apogee in the contemporary vision of austerity. What is austerity, really? It is a desperate attempt to re-start the engines of growth by slashing public investment in social goods and social protections, chopping away at what remains of the commons so that people are cast once again at the mercy of starvation, forced to increase their productivity if they want to survive. The point of austerity is to create scarcity. Suffering – indeed, poverty – must be induced for the sake of more growth.

      It doesn’t have to be this way. We can call a halt to the madness – throw a wrench in the juggernaut. By de-enclosing social goods and restoring the commons, we can ensure that people are able to access the things that they need to live a good life without having to generate piles of income in order to do so, and without feeding the never-ending growth machine. “Private riches” may shrink, as Lauderdale pointed out, but public wealth will increase.

      In this sense, degrowth is the very opposite of austerity. While austerity calls for scarcity in order to generate growth, degrowth calls for abundance in order to render growth unnecessary.

      Degrowth, at its core, is a demand for radical abundance.

      https://www.localfutures.org/degrowth-a-call-for-radical-abundance


  • The Techno-Galactic Guide to Software Observation : A streaming book launch
    http://constantvzw.org/site/The-Techno-Galactic-Guide-to-Software-Observation-A-streaming-book-laun


    le stream : https://all.all-syste.ms/tgso

    Livreà tempérament à télécharger ici
    http://www.books.constantvzw.org/nl/home/tgso

    “The Techno-Galactic Guide to Software Observation is the obsessive fantasy of optimization turned on its head and stuck to the ceiling of a self-reflecting elevator. It is the ultimate book, with almost 300 pages of dos and don’ts, of forgotten histories and un-inevitable futures, of mindful agile actions and improvisational service architectures, of any and all things that you can and cannot imagine needing in a techno-galaxy.”

    The Techno-Galactic Guide to Software Observation gathers methods from the Techno-Galactic Software Observatory, a worksession that took place in June 2017. It was collectively edited by Carlin Wing, Martino Morandi, Peggy Pierrot, Anita Burato, Christoph Haag, Michael Murtaugh, Femke Snelting, Seda Gürses and designed by Christoph Haag

    #software #research #copyleft #brussels #bruxelles #theworld #constant


  • How #scientific_publications are distributed around the world ? Is it necessary to have a critical mass of #researchers in #universities, cities and regions to have quality research ? | Comment les #publications_scientifiques se répartissent-elles dans le monde ? Faut-il une masse critique de #chercheurs dans les #universités, les #villes et les régions pour avoir une recherche de qualité ?

    https://sms.hypotheses.org/11555

    #scientist, #research, #researcher, #university, #city, #quality, #geography, #sociology, #history, #scientific, #publication, #science, #web_of_science, #WOS


  • In Historic Move, Harvard Teaching and Research Assistants Vote to ...
    https://diasp.eu/p/7050664

    In Historic Move, Harvard Teaching and Research Assistants Vote to Unionize

    HN link: https://news.ycombinator.com/item?id=16888332 Posted by Mononokay (karma: 1507) Post stats: Points: 92 - Comments: 30 - 2018-04-20T20:48:23Z

    #HackerNews #and #assistants #harvard #historic #move #research #teaching #unionize #vote HackerNewsBot debug: Calculated post rank: 71 - Loop: 184 - Rank min: 60 - Author rank: 49


  • Finding Winning Ideas Using The Confidence Tool
    https://hackernoon.com/finding-winning-ideas-using-the-confidence-tool-d8f2d8cc2c15?source=rss-

    Let’s say you manage a product that helps small businesses support their customers. You’re looking to improve customers’ engagement and retention levels. There are two ideas are on the table:A dashboard to let the business owner monitor engagement statistics and trends.A chatbot to help the business owner automate communication with their customers.The dashboard idea came up a few times in talks with customers and you feel it has good potential, but there’s also a risk that only power users will use it. The chatbot is something that the entire company likes and management is quite bullish about — it feels like an big win for customers, it’s a cool project, and, yeah, chatbots are all the rage now.Which one would you choose?Photo by: Matthew HenrySuch #prioritization questions are at the heart of (...)

    #lean-startup #user-research #research #product-management



  • “Ethical issues in research using datasets of illicit origin” by Daniel R. Thomas, Sergio Pastrana, Alice Hutchings , Richard Clayton and Alastair R. Beresford

    https://dl.acm.org/citation.cfm?id=3131389 (PDF in https://www.cl.cam.ac.uk/~drt24/papers/2017-ethical-issues.pdf or on Sci-Hub)

    It is mostly about leaked datasets (such as the #Patreon database) but it talks also about active network measurements (such as the #Carna_scan). Very good reading around the question “crackers breached an Internet server, distribute the database they got, can I use it for honest research?”

    #ethics #cybercriminality #research_in_networking




  • ResearcherID, ORCID, IdHAL... Enjeux et perspectives des identifiants chercheurs | Urfist de Paris
    http://urfist.enc.sorbonne.fr/ressources/edition-scientifique/researcherid-orcid-idhal-enjeux-et-perspectives-des-identifiants
    http://urfist.enc.sorbonne.fr/sites/default/files/ab/Bouchard_Identifiants%20chercheurs_15052017_PDF.pdf

    Question 1 : Pourquoi parle-t-on de plus en plus d’identifiants chercheurs et pourquoi, dans certains pays, cette question est-elle traitée au niveau national ?
    Question 2 : Pourquoi de plus en plus d’acteurs de la communication scientifique, éditeurs comme bailleurs de fonds, demandent des numéros ORCID aux chercheurs et auteurs ?
    Question 3 : Les institutions réfléchissent de plus en plus à des systèmes d’information recherche dépassant le simple CV minimal pour leurs chercheurs (gestion de la recherche, outil de pilotage et métriques) et rassemblant des sources distinctes. Comment faire ?

    #orcid #chercheurs #identifiants_pérennes #idhal #researchid #viaf #idref
    #xyzaeiou


  • I am an Arctic researcher. Donald Trump is deleting my citations | Victoria Herrmann | The Guardian
    https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/mar/28/arctic-researcher-donald-trump-deleting-my-citations

    Just three years ago, Arctic researchers witnessed another world leader remove thousands of scientific documents from the public domain. In 2014, then Canadian prime minister Stephen Harper closed 11 department of fisheries and oceans regional libraries, including the only Arctic center. Hundreds of reports and studies containing well over a century of research were destroyed in that process – a historic loss from which we still have not recovered.

    These back-to-back data deletions come at a time when the Arctic is warming twice as fast as the global average. Just this week, it was reported that the Arctic’s winter sea ice dropped to its lowest level in recorded history

    (...) It is hard enough for modern Arctic researchers to perform experiments and collect data to fill the gaps left by historic scientific expeditions. While working in one of the most physically demanding environments on the planet, we don’t have time to fill new data gaps created by political malice.

    So please, President Trump, stop deleting my citations.

    Antarctica and the strategic plan for biodiversity
    http://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.2001656

    #arctique #research #data



  • “This article is intended to make #RIPE_Atlas users aware of ethical issues that could arise when using RIPE Atlas. We do not intend to propose any new formal processes or procedures to address the relevant ethical issues, but we do want to encourage members of the RIPE Atlas community to consider the ethical impact of their behaviour when using RIPE Atlas.”

    Not only for the RIPE Atlas users, all the persons doing active measurements on the Internet should read and think about it:

    https://labs.ripe.net/Members/kistel/ethics-of-ripe-atlas-measurements

    #ethics #research #Internet


  • Ombud’s research says - media should not exclude small parties from pre-election debates

    Latvia’s Ombud has carried a research which concludes against excluding small and marginal parties from pre-election debates. Before the last elections media in Latvia decided not to invite marginal parties for debates as they would not win seats in parliament anyway. Nevertheless, research shows that it is useful to have small parties in the debates as they often have different views on issues as well as different policies they would like to stress. That could also increase the amount of voters who participate in elections.

    http://www.diena.lv/latvija/viedokli/petijums-mazo-partiju-iesaistisana-prieksvelesanu-debates-var-uzlabot-veletaju
    Kā uzsvērts pētījumā, ja mazās partijas neiekļūst Saeimā, to idejas parasti atšķiras no lielo partiju paustajām un var pievērst uzmanību jautājumiem, kas citādi netiktu skatīti. Kā arī tās izaicina pastāvošo politisko stāvokli un liek papildus sarosīties lielajām partijām. Tās veic politiskas inovācijas un var uzlabot vēlētāju aktivitāti. Tādēļ partijas izslēgšana tās maznozīmīguma dēļ negatīvi ietekmē ne vien viņu izredzes tikt ievēlētiem, bet arī vēlēšanu procesu kopumā, uzskata pētnieki.

    #Latvia #elections2018 #pre-election_debates #research