• La brutale coerenza del colonialismo

    Il capitalismo è colonialismo. La sua riproduzione richiede un’appropriazione costante e sfrenata di risorse umane e materiali. Se oggi viviamo in un palese disprezzo dello Stato di diritto, in cui la forza è diventata legge, sembra che ci troviamo di fronte a un nuovo scenario. O forse no?

    Nel settembre del 1847, i soldati americani entrarono a Città del Messico e, l’anno successivo, con il Trattato di Guadalupe Hidalgo, il Messico perse la metà del suo territorio (l’odierno Texas, il Nuovo Messico, l’Utah, il Colorado, l’Arizona e la California) a favore del suo potente vicino, che traeva profitto dal cotone prodotto dagli schiavi e inviato alle fabbriche tessili di Manchester che guidavano la rivoluzione industriale oltreoceano.

    Dall’altra parte del mondo, l’Impero britannico costrinse i cinesi a consumare narcotici per garantire i profitti derivanti dalla produzione di oppio del Bengala. Per riequilibrare la bilancia dei pagamenti con l’Impero Celeste, la Compagnia delle Indie Orientali trasformò i terreni agricoli del nord-est dell’India in campi di papavero. La produzione di oppio era gestita come un monopolio dalla Compagnia e, successivamente, dallo Stato britannico. L’oppio era probabilmente la merce più remunerativa del XIX secolo. Londra condusse due guerre contro la Cina per garantirsi questa redditizia impresa.

    Questa è storia, ma l’intricato intreccio tra capitalismo e colonialismo è ancora centrale ai giorni nostri. Gli Stati uniti sembrano determinati a prendere la Groenlandia, resta da vedere se attraverso l’acquisizione o l’occupazione militare.

    Il capitalismo è colonialismo. La sua riproduzione richiede un’appropriazione costante e sfrenata di risorse umane e materiali. Il rendere produttivo il mondo è stato costantemente accompagnato dall’idea che il pensiero e la moralità europei occupino una posizione di superiorità nell’umanità. Storicamente, ciò si è rivelato un mandato razziale in cui alcune vite contano più di altre.
    Se oggi viviamo in un palese disprezzo dello Stato di diritto, in cui la forza è diventata legge, sia che si tratti del genocidio a Gaza, dei rapimenti a Caracas o dei migranti lungo le rotte del Nord Africa, del Mediterraneo, dei Balcani e della Manica, sembra che ci troviamo di fronte a un nuovo scenario.

    O forse no? Piuttosto, con il mandato politico che un tempo sosteneva la socialdemocrazia, oggi sempre più in frantumi, ci troviamo di fronte allo scheletro politico delle storie più profonde che hanno plasmato il mondo moderno. Naturalmente, la sintassi delle tecnologie e delle coordinate è cambiata, ma resta la brutale coerenza da considerare. Inoltre, l’Europa non rispetta nemmeno più le proprie leggi o il diritto internazionale: basti pensare all’invasione dell’Iraq, alla distruzione della Libia e all’ingerenza in Ucraina, molto prima dell’aggressione russa.

    Oggi, l’Europa si rifiuta di riconoscere il genocidio a Gaza e di rispettare la Corte penale internazionale. Coloro che mettono in discussione la narrazione ufficiale possono essere detenuti per mesi senza processo. I governi occidentali e l’Ue vogliono semplicemente l’adesione al copione (non alla storia o ai fatti), il che porta alla repressione della libertà di parola e all’annullamento dello Stato di diritto. Tutto viene sempre più censurato, punito e messo a tacere. Le accuse sembrano delle lettere di suicidio, dato che le minacce sono autoinflitte. Non provengono dalla Russia o dalla Cina, ma dall’Occidente stesso.

    Discutere dell’Ucraina dal punto di vista storico, anche in modo blando, significa essere accusati di essere putiniani; condannare il genocidio a Gaza significa essere etichettati come terroristi antisemiti. Anche il limitato esercizio del ragionamento liberale europeo, che non ha mai riconosciuto la costituzione coloniale, ora si ritira tra le rovine dello Stato di diritto lamentando per la perdita di un’Europa mitica. In fin dei conti, si tratta solo di un’altra scusa per la supremazia bianca.

    In tutto l’Occidente, la democrazia istituzionale è stata completamente svuotata. Abbiamo gli Stati uniti governati da decreti presidenziali extra-costituzionali e un’Ue gestita come una holding. Poi c’è Londra, dove, senza una costituzione scritta e con una monarchia ereditaria e una Camera dei Lord non eletta, è difficile parlare di democrazia. Quindi, quando un uomo d’affari prepotente si comporta come un gangster e si sente al di sopra della legge, non c’è alcuna possibilità di opposizione critica, ma solo umilianti compromessi. L’Ue e il resto dell’Occidente se la cavano da complici servili.

    In termini immediati, tutto è iniziato con Israele. Una volta che l’Europa, in particolare la Germania, ha deciso di sostenere incondizionatamente il genocidio a Gaza, tutte le restrizioni legali ed etiche sono scomparse. Con questo vuoto, cosa si può dire ora delle buffonate degli Stati uniti? Niente. In un mondo senza legge, cosa succederà quando invaderanno l’Europa (Groenlandia-Danimarca) e Israele riceverà il via libera da Washington per attaccare l’Iran? Sotto queste nubi tempestose, se la Cina occupasse Taiwan e la Russia continuasse ad avanzare in Ucraina, sarebbero solo incidenti locali in un mondo in fiamme. Con l’Europa in cenere.

    https://ilmanifesto.it/la-brutale-coerenza-del-colonialismo?t=Y2vVxQbQVJKObyoueQU89
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  • Énergie et inégalités. Une #histoire_politique

    Pourquoi l’histoire de l’énergie est-elle intimement liée à celle des #inégalités_sociales ? Comment penser les débats sur la #transition_énergétique à l’aune des conflits de #répartition_des_richesses ?

    Depuis des millénaires, l’usage de l’énergie façonne les sociétés humaines, structurant leurs #hiérarchies et leurs #rapports_de_pouvoir. Sa maîtrise est un vecteur d’#émancipation autant qu’elle est un outil de #domination. La propriété des #ressources et des #infrastructures_énergétiques est un terrain de #luttes sociales, politiques et géostratégiques. Selon qui possède l’énergie, des choix de société radicalement différents peuvent advenir.

    Mais comment le lien entre énergie et inégalités s’est-il construit depuis la Préhistoire ? En croisant les résultats de la recherche en histoire économique, en archéologie et sciences du climat, Lucas Chancel s’attache à montrer comment, sur la longue durée, les cadres techniques et politiques qui déterminent les usages de l’énergie s’articulent avec la répartition des richesses entre individus, groupes sociaux et nations.

    L’histoire de l’énergie ne peut se résumer à sa dimension technique, ni à la somme des choix politiques passés. Elle ouvre sur une diversité de futurs possibles, où le découplage entre consommation d’énergie, #ressources_matérielles et #prospérité est indissociable de la question de la #justice_sociale.

    Ce livre défend une transition écologique fondée sur une #réappropriation_collective de l’énergie. En puisant dans les expériences de #redistribution des richesses du siècle passé, il esquisse une alternative au désastre écologique et aux inégalités extrêmes, à travers le développement de nouvelles formes de #propriété_publique et participative au XXIe siècle.

    https://www.seuil.com/ouvrage/energie-et-inegalites-lucas-chancel/9782021516128
    #livre #énergie #inégalités #histoire

  • Enfants dans l’espace public : enquête sur une disparition - URBIS le mag
    https://www.urbislemag.fr/enfants-dans-l-espace-public-enquete-sur-une-disparition-billet-642-urbis

    Où sont passés les enfants ? Dans les rues de nos villes, combien en croise-t-on, cartables sur le dos, et rentrant de l’école ? Combien sont-ils à avoir l’autorisation parentale de jouer dans la rue ? De faire quelques courses dans un magasin proche de leur domicile ? Bien peu. Et même, de moins en moins. Clément Rivière, maître de conférences en sociologie à l’université de Lille, s’est penché sur la façon dont les parents du début du 21ème siècle encadrent les pratiques de leurs enfants dans l’espace public. Récemment publié aux Presses universitaires de Lyon, son travail met en lumière les mécanismes à l’œuvre dans la fabrication des « enfants d’intérieur ». De quoi donner à réfléchir aux urbanistes et plus largement, à tous ceux qui travaillent à la conception et à l’aménagement d’espaces publics pour tous.

    #transport #territoire #ville #enfants