Nessuno si chiede quanto potrà reggere ancora la satura e inquinata Terra di lavoro
A Nord della provincia di Caserta il “dopo Terra dei fuochi” non si vede. Ai vecchi sversamenti e ai roghi cronici si affiancano infatti nuovi siti di stoccaggio, scaricati su suoli già compromessi. L’assenza di una visione d’insieme rende la pianificazione una deroga burocratica ripetuta. I cittadini continuano a chiedere un “piano sanitario straordinario per smettere di contare le vittime”. Basta seguire il corso del #Rio_Lanzi per rendersene conto
Il viaggio comincia dove l’acqua sembra ancora pulita. Si percorre la statale SS7 e poi la SS6 “Casilina” a Nord di Caserta: il paesaggio cambia all’altezza dell’Area di sviluppo industriale (Asi) Volturno Nord. Un cartello segnala un ponte: sotto scorre il Rio Lanzi. Si costeggiano i cancelli dell’ex Ginori Pozzi, considerato il più grande sito europeo di sversamento di rifiuti speciali pericolosi e tossico-nocivi. I 49 ettari dell’area rientrano nell’applicazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) sull’ecocidio della “Terra dei fuochi”.
La statale prosegue verso Calvi Risorta (CE); si attraversa il ponte della Casilina per raggiungere la fonte del fiume nel Comune di Rocchetta e Croce (CE). Ad accompagnare il percorso sono le parole di Mario, urbanista e attivista, co-autore di una mappatura dal basso che incrocia i siti di stoccaggio rifiuti con i dati sull’incidenza tumorale in provincia.
“La parabola di quest’area si sviluppa lungo tre assi: la tradizione agricola di canapa e tabacco, la traumatica industrializzazione degli anni Sessanta e Settanta, e l’attuale deriva speculativa del business dei rifiuti e della conversione energetica, che continuano a stratificarsi sulla stessa terra, ignorando le istanze del territorio -spiega Mario-. La mappatura, fatta con Movimento basta impianti e Medici per l’ambiente (Isde), riguarda la Terra di lavoro, nome dell’antica Campania Felix estesa tra casertano, basso Lazio e parte del Molise. Rappresenta il contrappasso di una zona storicamente agricola, poi segnata nel secondo novecento da industrializzazione selvaggia, ecomafie e oggi saturazione ambientale. Ai vecchi sversamenti e ai roghi cronici si affiancano nuovi siti di stoccaggio che si sommano su suoli già compromessi, senza che nessuno si chieda quanto la terra possa ancora reggere”.
Seguire il corso del Rio Lanzi significa ripercorrere una cronologia di denunce, illeciti e superamenti delle soglie di contaminazione registrati dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale in Campania (Arpac).
Il primo punto di rilevamento è vicino alle rovine dell’antica Cales, insediamento pre-romano degli Ausoni -va precisato che le analisi avvengono in punti di prelievo spot e non con sorveglianza continua-. Avvicinandosi al fiume su una strada sterrata si trova poco più che un rigagnolo nei periodi caldi: sulle sponde si accumulano rifiuti plastici, sacchi industriali, tubi rotti e stracci, mentre l’acqua forma una schiuma densa in superficie.
A valle l’idrografia si biforca: il canale dei Lanzi verso Francolise, il Rio Lanzi fino al litorale di Mondragone. I dati epidemiologici mostrano un’incidenza tumorale crescente verso le foci con i valori più alti nel mondragonese e a Castel Volturno. Tracciare un nesso causale resta però un’operazione epidemiologicamente impropria: i tumori hanno eziologia multifattoriale, latenze pluridecennali e dipendono anche da stile di vita e suscettibilità genetica. Gli stessi Medici per l’ambiente segnalano che la frammentarietà dei dati non consente di isolare l’impatto di una singola matrice, ciò non esclude però la centralità del principio di precauzione: l’evidenza della contaminazione chimica basta a giustificare lo stop all’esposizione, senza attendere una certezza matematica del danno sanitario. L’acqua e le falde restano testimoni dei veleni tra Napoli e Caserta. Ma il “dopo Terra dei fuochi” qui non è ancora davvero arrivato.
Per il triennio 2021-2023 la classificazione dei corpi idrici superficiali (fluviali) di Arpac restituisce un quadro netto, confermato dai dati 2024. Lungo il canale Agnena la stazione di monte a Francolise (A1BIS) registra stato ecologico “cattivo” e chimico “non buono” per superamento delle soglie di Pfos, sostanze industriali persistenti e bioaccumulabili. Più a valle, verso Mondragone (A2), la classificazione resta “cattiva” ma i contaminanti si moltiplicano: arsenico, cromo, il fungicida metalaxil, i diserbanti glifosate e Ampa che insieme all’arsenico mantengono in stato “scarso” anche il torrente Savone, principale affluente del sistema. L’unica stazione del monitoraggio operativo, la LZ2 sul Rio Lanzi, mostra stato “scarso” per arsenico e toluene, quest’ultimo è un idrocarburo industriale usato come solvente la cui presenza in un canale agricolo suggerisce reflui industriali non trattati. Il lieve miglioramento del 2024 va letto alla luce della natura temporanea dei prelievi spot, non come segno di bonifica strutturale.
A unificare l’asta fluviale è il LIMeco, indice dello stato ecologico complessivo, costantemente insufficiente: certifica una carenza cronica di ossigeno causata dal carico organico di scarichi fognari abusivi e dal dilavamento dei reflui zootecnici degli allevamenti bufalini. I modelli di vulnerabilità degli acquiferi della piana campana indicano che l’idrogeologia locale accelera la migrazione dei contaminanti verso le riserve idriche profonde, trasformando i canali superficiali in una rete di trasporto del danno verso le falde.
Il tema della reale pressione ambientale è al centro del dibattito sulle autorizzazioni industriali. Durante l’audizione in commissione parlamentare Ambiente del 26 marzo, Ignazio De Rosa ha sollevato una criticità sui criteri di pressione ambientale cumulativa: “Se nel calcolo dell’indice si includessero non solo i siti di stoccaggio attivi, ma anche gli impianti sequestrati dalla procura, quelli colpiti da incendi, le aree in attesa di bonifica e i siti illegali, la soglia massima risulterebbe con ogni probabilità già ampiamente superata”.
L’anomalia normativa sta nella valutazione atomistica dei singoli progetti nelle procedure di Valutazione di impatto ambientale (Via), regolate dalla delibera della giunta regionale 680 del 2017: ogni impianto viene esaminato come se operasse nel vuoto, calcolando emissioni e distanze tramite l’astrazione geometrica della buffer zone. Per gli impianti di trattamento rifiuti o biogas la valutazione sinergica sui vettori ambientali e sulle matrici chimico-fisiche resta un’astrazione burocratica. Questo vuoto normativo ignora il danno reale, che gli attivisti ricostruiscono con metodologie indirette, dato che i registri tumori dell’Asl di Caserta sono fermi al 2021. Mentre si accumulano nuovi impianti Antonio Rivezzi dell’Isde segnala “l’assenza di dati aggiornati sui tumori alla mammella nelle donne sotto i quarant’anni”.
Biagio, docente e attivista, spiega come il meccanismo delle soglie per ampliamenti venga aggirato con il frazionamento dei progetti: “La provincia di Caserta è stata trattata come un eldorado per investimenti speculativi dove la fragilità istituzionale ha reso possibile l’insediamento di impianti impensabili altrove”.
L’acqua scorre fino al litorale Domizio tra campagne interrotte da scheletri di lamiera. Alla foce del Savone è densa e maleodorante; le coltivazioni lambiscono le anse del fiume. Mario racconta che il depuratore cittadino lavora a un quarto della capacità reale. L’interazione tra nuova impiantistica e stress chimico preesistente innesca un effetto sinergico: due sostanze tossiche non producono un danno doppio, ma esponenzialmente superiore, un meccanismo che i modelli usati nelle autorizzazioni continuano a sottostimare.
Il futuro di questo territorio ruota attorno a tre nodi: un’area già satura non può accogliere altri siti impattanti; l’assenza di una valutazione ambientale strategica cumulativa e il mancato aggiornamento dei fattori di pressione permettono la ripetizione degli stessi modelli di sfruttamento; e la scarsa affidabilità delle reti di monitoraggio, con dati inaccessibili o parziali, costringe i cittadini a forme di monitoraggio autogestito. Sono loro a pagare il prezzo biologico di questa saturazione.
“Vogliamo immaginare un altro futuro per la nostra terra. Si deve applicare nei fatti la sentenza Cedu, particolarmente emblematica per l’area dell’ex sito Pozzi, ed estenderla a tutta la Terra di lavoro -racconta Biagio-. La richiesta è duplice: bloccare le nuove autorizzazioni impattanti e bonificare tutti i siti contaminati, integrando i principi sanciti dalla Corte negli atti di indirizzo delle giunte comunali. Ribadiamo inoltre la necessità di un piano sanitario straordinario per smettere di contare le vittime, costruendo presidi sanitari che rispondano all’ecocidio”.
Se la Terra di lavoro è stata una terra felice per chi vi ha investito ed estratto, per chi la abita ha rappresentato una condanna biologica scritta a piccole dosi, anno dopo anno. Sulle sponde del Savone e lungo il canalone dell’Agnena la vita quotidiana resta legata a quei corsi d’acqua, usati per pescare e irrigare, nella rassegnazione verso un inquinamento che sembra normale solo perché dura da sempre, una rassegnazione che la rete territoriale prova a rompere, rifiutando la logica per cui ogni nuovo impianto va valutato da solo, come se la terra e l’acqua non fossero già compromesse. Nei moduli di una Via non c’è una casella di sopportazione ecosistemica: forse è anche da lì che si dovrà ripartire.
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