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  • Dentro Lukavica: la scatola nera dei centri di detenzione per migranti in Bosnia ed Erzegovina

    La Ong Collective Aid ha pubblicato un durissimo rapporto sulla struttura nella zona Est di Sarajevo. Basato su interviste con ex-detenuti, organizzazioni locali e internazionali, e richieste di accesso agli atti al Servizio per gli affari degli stranieri bosniaco, illumina per la prima volta in modo sistemico le violazioni di diritti a cui sono sottoposte migliaia di persone che vi sono transitate dal 2018. È uno snodo chiave per le brutali politiche dell’Unione europea e dei suoi “return hub”

    A dicembre 2024 Rayyan (nome di fantasia) attraversa il confine croato per entrare in Bosnia ed Erzegovina. Ai poliziotti al confine mostra la sua carta d’identità italiana, la scritta “protezione sussidiaria” chiaramente visibile, e il passaporto pakistano per il timbro. L’ingresso nel Paese prosegue senza intoppi e Rayyan riesce finalmente a incontrare un lontano cugino scappato dal Pakistan e appena arrivato in Bosnia ed Erzegovina. Lui stesso ha fatto la stessa rotta in maniera irregolare anni prima per arrivare in Italia, dove ha poi ricevuto la protezione ed è riuscito ad avviare una piccola attività privata.

    Qualche giorno più tardi Rayyan saluta il cugino e si avvia nuovamente verso il confine per tornare in Italia. Passa la frontiera dal lato bosniaco ma una volta raggiunta la polizia di confine croata iniziano i problemi. Dopo alcune ore di fermo gli vengono requisiti carta d’identità e passaporto, viene rispedito in Bosnia e portato al Centro per l’immigrazione di Lukavica, a Sarajevo Est. Ci rimane per sette mesi, fino al giugno 2025.

    Lukavica è l’unica struttura esclusivamente dedicata alla detenzione e all’espulsione di migranti e rifugiati nel Paese balcanico, l’equivalente dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiani. Si trova nel territorio della Repubblica Srpska, l’entità a maggioranza serba nata con gli Accordi di pace del 1995, ed è gestita dal Servizio per gli affari degli stranieri (Sfa) un’agenzia che fa a capo al ministero della Sicurezza statale. Che cosa si svolga esattamente all’interno del Centro rimane ad oggi per lo più nascosto agli occhi del pubblico, difficilmente conosciuto anche a chi si occupa di immigrazione.

    Secondo Anna Gruber, responsabile della advocacy della Ong Collective Aid, è proprio la mancanza di trasparenza che circonda il Centro uno degli aspetti più preoccupanti. “Ci sono pochissime informazioni disponibili su come funzioni il Centro e sul perché le persone finiscano lì -spiega Gruber ad Altreconomia-. È per questo che abbiamo iniziato a indagare”.

    Collective Aid ha pubblicato il 12 maggio il report “Dentro Lukavica: la scatola nera dei Centri di detenzione per immigrati in Bosnia”. Basato su interviste con ex-detenuti, Ong locali e internazionali, e richieste di accesso agli atti a Sfa, il report dettaglia per la prima volta in modo sistemico le violazioni di diritti a cui sono sottoposte le migliaia di persone che vi sono transitate dal 2018, anno in cui la rotta balcanica ha iniziato a passare dalla Bosnia ed Erzegovina, ad oggi.

    Secondo i dati dello Sfa ottenuti tramite accesso agli atti da Collective Aid, sono state detenute da allora 4.631 persone. Tra queste 115 minori, in violazione delle garanzie internazionali contro la privazione arbitraria della libertà dei minori, e 263 donne. “È difficile raccogliere informazioni, in particolare da ex-detenuti, perché è raro che chi ci sia stato voglia parlarne. Le informazioni ci sono arrivate da frammenti di conversazioni sul campo e da altre organizzazioni partner”, aggiunge Gruber. L’accesso al Centro è quasi impossibile per giornalisti e membri della società civile. Non solo: allo stesso difensore civico bosniaco, l’autorità garante del rispetto dei diritti umani nel Paese, è stato negato l’ingresso in almeno un’occasione. E anche per gli avvocati non è semplice.

    Vaša Prava è una Ong con sede a Sarajevo che offre assistenza legale gratuita a migranti e rifugiati. I suoi avvocati hanno a loro volta denunciato una diffusa mancanza di giustificazioni chiare per la detenzione e sottolineano come Sfa etichetti frequentemente le persone come “illegali” o “minacce alla sicurezza” senza rispettare i requisiti di base stabiliti dal diritto amministrativo per l’accertamento dei fatti.

    “L’accesso al Centro è diventato più difficile negli ultimi due, tre anni”, conferma ad Altreconomia un avvocato penalista di Sarajevo che ha chiesto di rimanere anonimo per evitare di “rovinare i rapporti” con Sfa, nell’interesse dei suoi clienti. Il legale ha rappresentato dal 2018 ad oggi circa una trentina di migranti e rifugiati passati da Lukavica, incluso Rayyan. “Un tempo mi bastava presentarmi al Centro per poter incontrare i miei assistiti, ricevere la procura firmata e iniziare a rappresentarli”.

    Oggi la procedura è diversa -serve in primis una richiesta scritta dai detenuti che devono mostrare la volontà avere una rappresentanza legale-, a quel punto l’avvocato può fare richiesta a Sfa per avere un incontro con l’assistito e solo a quel punto viene fissata una data. L’avvocato spiega che possono passare anche sette giorni dal momento in cui un possibile cliente si mette in contatto con lui al momento in cui riesce a incontrarlo per la prima volta. “Si perde del tempo molto prezioso, in alcuni casi cruciale: le scadenze per gli appelli sono molto strette, tre giorni per la decisione di detenzione, otto per quella di espulsione. I passaggi burocratici così lenti in alcuni casi impediscono qualunque possibilità di azione”.

    La mancanza di trasparenza si abbina alla carenza di supervisione. “Al contrario delle prigioni, non ci sono tribunali che controllino che i diritti delle persone detenute a Lukavica vengano rispettati. L’unica autorità che ha monitorato quanto avviene all’interno del Centro è il ministero della Sicurezza, a cui appartiene l’agenzia che opera il Centro stesso. Insomma, non c’è nessuno che controlli il controllore”.

    Alcuni clienti del legale sono stati trasferiti in carcere finito il periodo di detenzione a Lukavica. Ciascuno di questi, dice l’avvocato, ha dichiarato che le condizioni di vita sono migliori in prigione che nel Centro. All’interno del Centro le condizioni sono terribili, scrive Collective Aid nel report. Le persone segnalano celle infestate dalla muffa, acqua razionata, alimentazione e igiene precarie. La detenzione in isolamento in celle individuali viene applicata indiscriminatamente. Unito alla mancanza di cure mediche e psicologiche sufficienti, questo aumenta il rischio di atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio, denuncia Collective Aid.

    Non esistono ad oggi dati pubblici rispetto a questo tipo di incidenti all’interno del Centro. Ma il primo caso seguito dall’avvocato legato a Lukavica è stato quello di una morte mai spiegata, nel dicembre 2018. Al termine di un processo che aveva trovato il suo assistito colpevole di attività criminali in Bosnia ed Erzegovina, l’uomo era stato portato a Lukavica. Due giorni dopo è uscito in una bara. “È stato aperto un processo per indagare la sua morte ma non è mai stato portato a termine. Le analisi tossicologiche hanno però mostrato nel suo sangue un cocktail di farmaci presi la notte precedente che gli sono risultati fatali”. Non è chiaro se si sia trattato di un suicidio o invece di un errore. Quello che è certo è che il personale del Centro gli ha fornito i farmaci e che i responsabili sono stati coperti e non hanno mai affrontato le conseguenze delle loro azioni.

    Il Centro di Lukavica prima del 2018 aveva una capienza di 18 posti. È con gli arrivi dalla rotta balcanica che viene allargato grazie ai contributi stanziati dall’Unione europea e dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). “Negli ultimi mesi abbiamo notato che diverse gare di appalto per l’espansione, la ricostruzione e la rinnovazione di Lukavica sono apparse sul sito dell’Oim”, dice Gruber di Collective Aid. Secondo la Ong, l’espansione fa parte del piano più ampio di piazzare nei Balcani occidentali dei grossi Centri per il rimpatrio di cittadini di Paesi terzi – i cosiddetti “return hub”, che a livello europeo sono diventati un tema di discussione nell’ultimo anno. Anche in Serbia, aggiunge Gruber, si è assistito nell’ultimo anno a un’espansione dei Centri di detenzione.

    Da Lukavica il governo bosniaco conduce abitualmente espulsioni verso altri Paesi, in particolare Pakistan e Bangladesh con cui Sarajevo ha firmato nel 2022 degli accordi bilaterali di rimpatrio. È così che nel giugno 2025 è finita la storia di Rayyan. Il suo avvocato spiega che l’Ambasciata italiana a Sarajevo ha confermato che l’uomo aveva ricevuto protezione sussidiaria in Italia ma non è stata in grado di fornire loro un visto di ingresso o altri documenti di viaggio validi per il rientro in Italia. E la polizia croata, di fronte alle richieste di chiarimenti su che cosa fosse successo in frontiera, ha sostenuto che i documenti di Rayyan fossero falsi ma senza fornire nessuna prova a sostegno.

    “Hanno fornito una giustificazione debole per difendere il loro operato ed evitare dei problemi più grandi”, conclude il legale. Intanto Rayyan è stato rimpatriato e da allora non si è più stati in grado di contattarlo.

    https://altreconomia.it/dentro-lukavica-la-scatola-nera-dei-centri-di-detenzione-per-migranti-i
    #Bosnie #Bosnie-Herzégovine #migrations #réfugiés #route_des_Balkans #Balkans #asile #return_hub #Sarajevo

  • The EU donated equipment to the BiH Border Police to combat migrant smuggling, here’s what it includes

    The European Union, Germany, Italy and the Netherlands delivered specialized equipment to the Border Police of Bosnia and Herzegovina with the aim of strengthening the operational readiness of officers and improving border management capacity.

    The handover included a package of equipment with specialized magnifiers for viewing documents, heartbeat detectors for finding people in hidden compartments of trucks and other vehicles, in situations that often involve inhumane conditions and life-threatening risks, and a patrol boat for responding to river incidents, including search and rescue operations.

    This handover is part of a wider package of assistance for capacity building that combines specialized equipment and training, with a total investment of around 200,000 euros, under the EU4FAST project.

    “Efficient border management today requires modern technology, skilled personnel and strong institutions, and this support is designed to support all three aspects. This handover is an example of the practical and concrete support that the European Union, together with its member states, acting as ‘Team Europe’, provides in Bosnia and Herzegovina in facing the challenges of migrant smuggling, human trafficking and border management as a whole. Strengthening the capacity of the Border Police also directly helps Bosnia and Herzegovina in harmonizing with EU standards, especially within the framework of the chapter 23 and 24 of the EU accession process,” said Ambassador Luigi Soreca, Head of the EU Delegation and EU Special Representative in Bosnia and Herzegovina.

    He added that the EU remains committed to supporting Bosnia and Herzegovina on its European path, through reforms that strengthen security, the rule of law and regional cooperation.

    He also pointed out that it is important for Bosnia and Herzegovina to update its plans for unforeseen situations and be prepared in case of an increased influx of irregular migrants.

    Director of the BiH Border Police, Mirko Kuprešaković, emphasized the importance of the donated boat for the work of officers in the field.

    “Modern equipment enables a faster, more efficient and safer reaction of our officers to all the challenges they continuously face in their daily work. This support comes at the right moment, when security challenges are more and more complex, and the need for modernization and strengthening of institutions’ capacities is more and more pronounced. I want to express my sincere gratitude to the European Union, the embassies of the Slovak Republic of Germany, Italy, France and the Netherlands, as well as to all the partners who participated in the implementation of the EU4FAST project,” said Kuprešaković.

    He particularly emphasized Frontex’s significant support to the BiH Border Police, which contributes to strengthening operational capacities and work efficiency.

    German Ambassador to BiH Alfred Grannas said that Germany is proud to contribute to this joint effort, combining national expertise with European resources to achieve concrete and sustainable results within the Team Europe approach.

    “The engagement of GIZ and the German Federal Police particularly reflects Germany’s commitment to sharing practical experience and operational knowledge with partner countries from the Western Balkans region, especially Bosnia and Herzegovina. Last week we had a good example of what this means in practice: experts from the German Federal Police conducted specialized training for Border Police officers in BiH. The main focus was on document review and the use of heart rate detectors, directly linking the equipment to operational skills. Next week, the second training will be repeated for group of interns and I am delighted that we have established this practical and successful collaboration”, said Grannas.

    Oliver Janser, project manager of EU4FAST, said that today’s handover is not just a delivery of equipment.

    “It reflects a sustainable partnership built over years of cooperation, trust and shared responsibility. What we are witnessing today is the result of continuous joint efforts to strengthen capacity and respond to changing challenges at the border. Our cooperation is strategic and forward-looking. We build on what works, learn from experience and invest where it makes a real difference. Each contribution is designed to strengthen previous efforts, ensuring continuity, coherence and measurable results,” said Janser.

    Support is provided within the framework of the EU4FAST project, a regional initiative that supports the fight against human trafficking and migrant smuggling across the Western Balkans worth more than 50 million euros.

    The project is financed by the European Union, the Federal Ministry for Economic Cooperation and Development (BMZ) of Germany, the Ministry of the Interior of Italy and the Ministry of Foreign Affairs of the Netherlands. It is implemented by a consortium of implementation partners, led by GIZ, he writes Klix.

    https://bosniatoday.ba/the-eu-donated-equipment-to-the-bih-border-police-to-combat-migrant-smug
    #externalisation #migrations #réfugiés #frontières #contrôles_frontaliers #Bosnie-Herzégovine #EU #Allemagne #Italie #Pays-Bas #équipement #militarisation_des_frontières #EU4FAST #border_management #technologie #Team_Europe #France #Slovaquie #Frontex #GIZ #développement #GTZ #Balkans #route_des_Balkans #Oliver_Janser

  • Balkans : les conséquences dramatiques de la fermeture des frontières sur la vie des migrants

    Officiellement, les frontières des Balkans sont fermées et tellement bien gardées que les exilés ne tenteraient presque plus de les franchir. Mais dans les faits, les migrants sont surtout devenus indétectables et entièrement à la merci des passeurs prêts à tout pour maximiser leurs gains. Un reportage à retrouver en entier dans l’émission Accents d’Europe sur RFI.

    Personne ne sait combien d’exilés empruntent actuellement la route des Balkans, notamment parce que la plupart évitent les camps officiels où ils sont identifiés. Shaheer, un jeune Afghan de 21 ans, préfère lui la « jungle » d’Obrenovac, au sud de Belgrade.

    « J’espère qu’on va finir par me laisser entrer en Hongrie. Ce n’est pas une vie ici, c’est dangereux. On doit se cacher de la police, des gens. Aujourd’hui, il y a un type d’ici, un Serbe, qui m’a frappé. Il m’a dit : ’Dégage, tu n’as rien à faire ici’. On doit toujours fuir. Ça me rend fou, littéralement », témoigne le jeune homme qui vit dans la rue depuis un mois et demi, n’ayant plus d’argent pour poursuivre son périple vers l’Union européenne.

    Sur la route des Balkans, les prix flambent depuis l’entrée de la Croatie dans l’espace Schengen et le déploiement des gardes-frontières de l’agence européenne Frontex dans le pays. Les trafiquants font leur pub ouvertement sur TikTok et sont aussi prêts à tout - même aux pires exactions - pour maximiser leurs profits.

    Les #risques pris par les sans-papiers se matérialisent dans les #cimetières

    « Dans les Balkans, les gangs sont surtout tenus par des Afghans, tandis qu’en Libye, ils le sont par des Libyens. Mais le système est le même : ils kidnappent, torturent, violent, brisent les os et envoient des vidéos aux familles pour leur réclamer des rançons de 3 000 ou 4 000 euros. Une fois que les familles ont payé, les personnes sont libérées. Les transferts se font par Western Union ou MoneyGram », détaille Silvia Maraone, une humanitaire italienne basée de longue date en Bosnie-Herzégovine.

    Dans les Balkans, les risques toujours plus grands pris par les sans-papiers se matérialisent concrètement dans les cimetières. Les tombes portant l’inscription « N. N. », pour « Nomen nescio » ("Nom inconnu", en latin), se multiplient dans ceux qui se trouvent près des frontières. Régulièrement sollicitée par des familles de disparus, l’ONG serbe KlikAktiv a lancé l’année dernière un projet pour tenter de les identifier. « Des dizaines de personnes sont mortes noyées dans la rivière Drina, entre la Serbie et la Bosnie-Herzégovine. Malheureusement, personne n’en parle et ces victimes sont mal identifiées », déplore Milica Svabic, membre de l’ONG.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/69006/balkans--les-consequences-dramatiques-de-la-fermeture-des-frontieres-s
    #migrations #réfugiés #Balkans #route_des_Balkans #décès #mourir_aux_frontières #identification #violence
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  • Greece a testing ground for smart surveillance technologies

    Europe is rapidly building an AI-ready smart-border regime — bankrolled by the EU, pushed by Germany and tested in Greece. Defense and security firms are among the biggest winners. Much of it is unfolding under the radar, with safeguards for people on the move lagging behind.

    Border guards patrolling Greece’s frontier with North Macedonia to prevent irregular crossings have long relied on an unusual early-warning system: the storks nesting on a bridge over the Axios River. When the birds suddenly scatter, officers know someone is likely moving in the bushes below – usually migrants trying to slip out of Greece and head toward Northern Europe. Soon, their role will be obsolete.

    Smart border technology, cameras and drones, will take their place – tireless, unblinking, and financed by Brussels. Greece plans to extend the high-tech surveillance model it built along the Evros land border with Turkey – designed to stop asylum seekers entering the European Union – to its northern frontier. The aim this time is to seal the exit routes used for secondary movement toward Western Europe.

    What is being planned here is part of a broader shift driven by Berlin, Brussels and Athens: Germany wants fewer arrivals, the EU is funding new technologies, and Greece has become the test bed for Europe’s AI-enabled border regime.

    This cross-border investigation by Solomon, Die Tageszeitung (Germany), SWI Swissinfo (Switzerland) and Inkstick Media (US) took us to eight countries – including on-the-ground reporting in seven – and involved interviews with more than two dozen officials, insiders and frontline officers. We also reviewed hundreds of pages of public and internal documents, freedom-of-information request responses, procurement records and technical documentation. Taken together, the findings show how Europe is rapidly building a smart border system, who profits from it, and what risks it creates. Among the key findings:

    - How Brussels’ efforts to seal the Balkan route, combined with Berlin’s demand to curb onward movement to Germany, are driving the expansion of Greece’s new border architecture;

    – Previously unpublished details about Greece’s plan to replicate the “Evros model” – the high-tech fence-and-sensor system along the Turkish land border – at its northern borders with North Macedonia and Albania;

    - How E-Surveillance, the EU-funded program backing Greece’s new automated border monitoring, reflects a wider European trend: powerful systems advancing with vague data rules and thin public oversight;

    - How defense giants, security firms, university labs and research institutions, backed by an influential Brussels lobby, profit from a new ecosystem of EU-funded border projects.

    Drones and AI at the border

    Last September, senior EU border officials attended an internal meeting to be briefed on innovation at the headquarters of Frontex, the EU border agency, in Warsaw. According to participants, a Frontex-tested drone surveillance network was presented. It featured vertical-take-off (V-BAT) drones hovering along the Bulgarian-Turkish border, transmitting real-time video to a command hub where the system alerted the police about migrant-crossing attempts and “criminal activities.”

    One of the contractors is Shield AI. The California-based company is run by a former Navy SEAL, Brandon Tseng. Tseng claimed that the 60-day pilot in Bulgaria – a country which, like Greece, is accused of systematically violating asylum seeker rights – significantly reduced irregular border crossings and crime, citing Bulgarian officials. Shield AI declined to answer questions about the system, its deployment, costs, or data use. Frontex confirmed in a written response that the pilot demonstrated a prevention effect “contributing to a visible reduction or temporary stop of criminal activities,” adding that the deployment had “comprehensive fundamental-rights safeguards” and that the preventive effect was “an indirect outcome.”

    Such pilots illustrate the agency’s strategy for deploying “next-generation European border surveillance capabilities” across the EU’s external frontiers – and how pilots can be hard to distinguish from operational deployments.

    Frontex has also created an internal AI Hub and an AI Roundtable to identify which of the agency’s AI systems could be classified as “high-risk” under the EU AI Act. According to the regulation, systems used in migration, asylum and border control management “affect persons who are often in particularly vulnerable positions” and should, “in no circumstances,” be used either to circumvent asylum seeker rights such as through surveillance-assisted pushbacks, in which people located with the help of drones and sensors are forced back across the border before they can apply for international protection.

    Frontex stated that it “does not operate or deploy high-risk AI systems.” Greece’s Hellenic Coast Guard also said it “does not operate artificial-intelligence systems” and that all procurements include data-protection clauses — even as it acknowledged using EU-provided “electronic platforms which have an AI mechanism.” The Coast Guard declined to specify which platforms it uses, citing the confidential nature of this information and the need to protect operations.

    The choice of words is not accidental, as authorities prefer to talk about “algorithms,” “automation” or “innovation,” says Dr. Niovi Vavoula, an Associate Professor and Chair in Cyber Policy at the University of Luxembourg. “They hide behind broader words to avoid scrutiny and to keep systems upgradeable without relabelling them as AI.”

    The European Commission has said that, contrary to deployed systems, research pilots remain outside the full legal framework — a distinction that Vavoula calls increasingly untenable. Pilots at live borders now closely resemble operations, yet are still shielded from full transparency, data protection impact assessments and public scrutiny. In her view, once such systems are tested on real people in uncontrolled, active operations (as in the Bulgaria pilot), “we are past the purely testing research phase” and any research exceptions “shouldn’t be applicable”.

    The Evros Model Goes North

    Such concerns are often dismissed at a time when migration has been reframed as a security threat across Europe. “Everything to do with borders is being more and more exempt from democratic oversight, accountability, transparency,” said Bram Vranken, a researcher at Corporate Europe Observatory, a Brussels-based watchdog tracking tech and defense lobbying.

    This new narrative is evident in the replication of the “Evros model” — the high-tech fence-and-sensor system Greece installed along its border with Turkey to spot and stop irregular migration, equipped with long-range cameras, thermal sensors, drones, and central command hubs.

    Under the EU’s €35.4 million“E-Surveillance” program, Greece is bringing the Evros system to its northern borders.

    Meeting minutes and technical and other documents reviewed for this investigation detail plans for Mobile Incident-Management Centers: 4×4 vehicles with thermal cameras, drones, and encrypted communications systems, operating alongside new fixed surveillance sites and feeding real-time alerts to regional and national command centers.

    Internal documents describe these units as “essential” for monitoring blind spots where “no other advanced electronic or automated surveillance systems” exist.

    Tender documents reviewed by our team include broad secrecy clauses and stiff penalties for disclosure – standard, officials say, for national security contracts. But the same documents are thin on key safeguards: for example, daytime footage has a 15-day deletion limit, but no such explicit rule exists for thermal images. Encryption and auditing requirements are exhaustive, while privacy and data protections for people caught in the system are not.

    Dr. Vavoula calls this a “second black box”: technical opacity layered with legal omissions.

    In Evros, the system has proven effective in deterring asylum seekers from reaching EU soil, according to Greek and EU officials, as shown in a previous Solomon investigation. Which is why Evros is now more of a blueprint than a test site: the same technology used to keep migrants out of Europe will be used to keep them inside Greece, limiting movement toward the Balkans and beyond.

    For years, Greece resisted EU pressure to bolster checks at its northern exits. After a scathing 2021 Schengen evaluation, the EU demanded upgrades. The new system is expected to be fully operational in 2027. Police sources briefed on the plans say the system will automate what once depended on human observation: a crossing detected on thermal camera, auto-tracked by drone, and relayed to a rapid-response unit.
    Ample funding and political pressure

    Greece’s northern frontier has long served as a quiet exit route for people trying to reach Western Europe via the Balkan corridor, and Greek policy was to tolerate the movement to a degree, seeing it as a way to ease pressure inside the country.

    Greece’s new rush to secure those exits is partly driven by German pressure, according to Greek migration and security officials involved in the deliberations. Berlin has taken one of Europe’s hardest lines on migration, tightening asylum rules and insisting on tougher border controls across the bloc.

    When Germany’s new chancellor, Friedrich Merz, met Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis in May 2025, the message was blunt: “Secondary migration from Greece to Germany must decrease. Returns must increase.” Germany received over 25,000 asylum applications in 2024 from people already recognized as refugees in Greece.

    Asked by this investigation whether the German Interior Ministry could confirm that it was putting pressure on Greece, the official line was: “The Federal Government supports measures that contribute to an effective protection of the EU’s external borders and the fight against inhumane smuggling.”

    A senior Greek official summed up the dynamics: “Brussels wants results. Berlin wants fewer arrivals. Athens delivers both – it is that simple.” The political pressure is palpable, driven by the fact that migration remains one of the top voter concerns across much of Europe.
    Smart border winners

    The EU money at stake is vast. For 2021-2027, Greece has over €1.5 billion in EU Home Affairs funding at its disposal. Greece’s border allocation (BMVI) is the largest in the EU. Its Home Affairs package is second only to Germany’s.

    Our investigation found that much of it is earmarked for surveillance and automation:

    – a unified maritime surveillance system using radars, cameras and patrol vessels;

    - new surveillance equipment;

    - encrypted police communications in border zones;

    - offshore patrol vessels with Vertical Take-Off and Landing (VTOL) drones;

    - €100 million to extend and equip the Evros fence.

    Greek officials say one of the goals is full coverage of the land border with Turkey through a mix of personnel and high-tech detection systems. Some 2,000 border guards are currently deployed there, assisted “by technology, equipment, the fence, which is an important means of deterrence,” said Michalis Chrisochoidis, Greece’s civil protection minister.

    Spending on high-tech deterrence dwarfs investment in search and rescue or services for asylum seekers. A Solomon investigation found that just €600,000 (or 0,07 percent) of total EU border management funding to Greece was earmarked for search and rescue. In October 2025 the Greek Migration Ministry decided to cut spending and benefits for asylum related services by a hefty 30 percent.

    Across the EU, member states plan to spend less than 0.04 percent of their border funds on assistance and protection for people on the move, funnelling nearly all resources into infrastructure and surveillance.
    A corporate windfall

    Defense and security companies are major beneficiaries of Europe’s border-security boom.

    Shield AI, the US company behind the Bulgaria pilot, sells its V-BAT drones not only to Greece but also to the Netherlands and the US Coast Guard and Navy.

    Israeli defense giants, long embedded in Europe’s border-security market, are also deeply involved. Israel’s Aerospace Industries (IAI) and Elbit Systems – the country’s biggest defense company – provide Heron and Hermes drones to Frontex and Greece, including for the monitoring of vessels departing Libya for Crete.

    In 2023, IAI acquired Greece’s Intracom Defense (IDE), embedding Israeli industry inside Greece’s defense ecosystem. Other Israeli companies — including Aeronautics and Rafael — supply UAVs, sensors and analytics to Greek and EU missions. Earlier investigations have documented the reach of Israeli-made surveillance tools in Europe’s border systems and in Greek refugee camps, with companies tied to Israel’s defense sector providing key software and hardware.

    Greek firms profit too. Construction giant GEK Terna helped extend the Evros fence; Space Hellas led a multi-million expansion of the Automated Border Surveillance System in Evros; And companies like ESA Security and Byte delivered the “smart” camp monitoring systems (Centaur and Hyperion).

    Behind the contracts is a powerful lobbying network in Brussels. A web of interlocking associations – including ASD (representing Europe’s aerospace, security and defense industries); EOS (the security-industry association); and ECSO (set up in 2016 as the European Commission’s cybersecurity public-private partner) – pushes for a tech-first agenda and more public money for security R&D. Industry figures often rotate across associations advising the Commission.
    The Great Tech Bazaar

    At a major defense expo in Athens last spring, the future of Europe’s border control was on full display: radar-fusion platforms, AI powered camera networks, “heat maps” predicting migration flows. Startups pitched tools that blur the line between civil and military tech – a trend encouraged by EU policy. Even the European Commission had a booth. Its Joint Research Centre is heavily involved in, among other things, migration-route forecasts.

    The line between civilian and military tech is increasingly blurred. Programs like the EU Defense Innovation Scheme bring start-ups, companies, research centers and universities into defense and policing supply chains, creating a pipeline where tools built for commercial use are quickly turned into surveillance products.

    One example is ROBORDER, an EU-funded project to build a “fully-functional autonomous border surveillance system.” Its consortium spanned major research institutions — including the center for Research and Technology Hellas, the University of Athens and a German R&D behemoth (the Fraunhofer Society) — as well as NATO and Greece’s Defense Ministry. The project’s results then fed into REACTION, the EU-funded AI border surveillance program coordinated by Greece’s Migration Ministry. Due by the end of 2025, it promises an “automated picture” of Greek land and sea borders for early warning and response.

    Beyond winning contracts, the real prize, according to experts, is data. Dr. Vavoula said migration has become “a primary testing ground” for harvesting mass amounts of personal data that can be used to train AI models predicting movements or “riskiness” — with huge potential for bias.
    EU “set on” AI

    The EU sets the technological direction, funds it, and expects member states to align. Greece has become one of the most enthusiastic adopters.

    The EU’s Integrated Border Management Strategy is backed by the €6.7 billion BMVI fund (2021–27), while Horizon Europe adds hundreds of millions for security and border-tech research.

    Greece is building its own AI-powered surveillance hub, THORAX – a nearly €49 million system fusing radar, drone, and sensor data from the army, police and coast guard, using machine learning to flag and deal with threats.

    In 2025, the Commission proposed tripling overall home-affairs funding to €81 billion for 2028–2034, including €15.4 billion for border management, €12 billion for migration and €11.9 billion for Frontex. One of the explicit goals is to “fully digitalise border control management” and modernise law-enforcement capacities.

    Lobbying has played a key role: Companies like Airbus, Thales, Leonardo and Indra lobbied for a unified security market and then won many of the resulting contracts.

    “The EU is set on the idea of imposing AI in border management,” said Theofanis Papadopoulos, head of Greece’s Managing Authority for Migration and Home Affairs Funds. “They make these calls, fully oriented toward AI and e-surveillance. They provide funding, launch calls with this very specific orientation and this gives reason for the Member States to move towards this direction.”

    Minutes from a meeting of the committee that oversees how Greece uses EU migration and home-affairs funds confirm it: a Hellenic Police official described an integrated surveillance system as “a requirement of the European Commission” for closing the northwest route and curbing secondary migration.

    Similar tools are already being tested outside the EU — including in Britain, where a Home Office pilot using facial-age estimation algorithms on asylum seekers, uncovered through freedom-of-information requests, has raised concerns about bias and reliability and the checkered track record of some of the companies involved.
    The Human Cost

    Hans Leijtens, the executive director of Frontex, has said cutting-edge technologies can “sav[e] lives that otherwise may have been lost.” The Commission has argued they will enhance efficiency while respecting fundamental rights.

    But on the ground, the record is troubling. In June 2023, an overcrowded fishing vessel carrying hundreds of migrants from Libya sank inside Greece’s search and rescue zone. The deadliest shipwreck in the Mediterranean in recent history unfolded in plain view of Europe’s surveillance systems — not for lack of sensors or aircraft, but amid what critics describe as a failure of political will. In a written response, the Hellenic Coast Guard insisted its primary mission is the protection of life at sea, noting that its crews have rescued more than 268,000 people in over 6,500 incidents.

    Rights groups warn that “technology contributes to the growing trend of human rights violations at borders,” and that drones and cameras frequently support pushbacks and abuse. “These tools are not trained to show compassion,” Dr. Vavoula cautions. At the border, she added, the rationale is deterrence, not protection.

    Safeguards remain minimal. Tender files for Greece’s E-surveillance program this investigation reviewed are detailed on technical requirements but vague on oversight, data retention, or remedies.

    Insiders described the paperwork involved in data protection impact assessments as box-ticking exercises.

    In 2024, Greece’s Data Protection Authority issued a record fine on the country’s Migration Ministry for deploying two EU-funded camp surveillance systems without proper safeguards – violations first exposed by Solomon journalists.

    Other EU projects show similar weaknesses. Nestor, a “next generation” pre-frontier surveillance system detecting movements well before people reach the EU’s borders, relied heavily on self-assessment, with an ethics board made up mostly of consortium members, according to documents reviewed for this investigation. The European Commission said that the project was evaluated by independent experts through the European Research Executive Agency.

    Stergios Aidinlis, associate professor of AI law at the University of Durham, argues that ethics and legal oversight in such programs can be “too formalistic” and warns about the potential conflicts of interest when governments or companies are the ones doing the oversight, as in the case of NESTOR, where the Athens-based, state-affiliated Center for Security Studies heads the ethics advisory board. The center declined to comment.

    From Warsaw’s conference rooms to the Evros riverbanks the same trend appears: systems are expanding faster than the safeguards meant to govern them. Across Europe, billions in public money are flowing into an increasingly automated border infrastructure. Oversight and projections, officials and experts acknowledge, have not kept pace.

    https://wearesolomon.com/mag/format/investigation/greece-a-testing-ground-for-smart-surveillance-technologies
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  • La vicenda drammatica di tre uomini partiti dal Sudan e rimasti congelati in Bosnia

    In fuga dal conflitto nel Paese, erano in viaggio lungo la rotta balcanica per raggiungere la Germania. A pochi chilometri dalla frontiera croata hanno iniziato a non camminare più. Tra ritardi nelle cure e ricoveri posticipati, hanno subito l’amputazione di gambe e dita delle mani. Attivisti e Ong chiedono di farli spostare in un centro di cure specializzato e di non riportarli nel campo di confinamento di Lipa.

    Hanno deciso di partire di notte e di passare dalle montagne per evitare di essere avvistati dalla polizia. Le giacche e le scarpe che indossano sono quelle che i volontari distribuiscono a Bihać a chi sta attraversando la rotta. È la prima volta che provano quel viaggio, il “game”, per lasciarsi alle spalle la Bosnia ed Erzegovina e riuscire a entrare in Croazia, Unione europea. Il loro obiettivo è arrivare in Germania.

    Si chiamano Omar (40 anni), Elias (34) e Fadel (24) e sono i tre uomini sudanesi che venerdì 12 dicembre hanno subito un’amputazione delle gambe e, in due casi, anche quella delle dita delle mani dopo essere rimasti congelati mentre provavano ad attraversare a piedi il confine croato.

    Il loro viaggio è di almeno due anni, in fuga dal Sudan, passando da Libia, Turchia e Grecia, e successivamente percorrendo a piedi Macedonia, Montenegro e infine la Bosnia, dove si sono fermati al campo di transito di Lipa, nel cantone Una Sana, a 35 chilometri dalla Croazia.

    A pochi chilometri dalla frontiera, i tre hanno iniziato a sentirsi male, al punto da decidere di abbandonare la “missione” e provare a tornare indietro, al campo di confinamento di Lipa. Il processo di congelamento però è ormai in corso e in breve tempo nessuno di loro è più in grado di camminare. La polizia bosniaca li trova immobili, sdraiati nella neve. Alle mani solo uno dei tre ha ancora un guanto. L’ambulanza arriva e li trasporta nell’ospedale più vicino, nella città di Bihać. Inspiegabilmente però non vengono ricoverati: per quattro giorni i tre vengono trasportati a Bihać dalla polizia del campo, a 28 chilometri, per ricevere le cure e poi la sera riportati a Lipa, dove le condizioni igienico-sanitarie sono pessime per chiunque e chi vi transita dorme in container con altre sei persone.

    Solo al quarto giorno scatta l’emergenza. I medici di Bihać non sono in grado di fornire le cure adeguate e Omar, Elias e Fadel vengono portati all’ospedale di Sarajevo che però li rifiuta perché pieno. L’ambulanza li trasporta quindi nella città di Tuzla, a quasi 300 chilometri da Bihać. Tutto tempo che viene sottratto alle cure e quando finalmente i tre arrivano in ospedale la cancrena è in uno stato troppo avanzato e i medici dicono che non c’è più niente da fare se non l’amputazione degli arti.

    L’attivista bosniaco Nihad Suljić, fondatore dell’associazione DjelujBa!, da otto anni impegnato ad aiutare le persone in transito sulla rotta balcanica, segue da vicino tutta la vicenda. Neanche lui sa spiegarsi perché le autorità abbiano deciso di posticipare il trasporto a Tuzla e cosa sarebbe successo se si fosse intervenuti prima. Ripensando a quelle ore ricorda di aver pregato in tutti i modi possibili i medici di evitare l’amputazione e trovare un’altra soluzione, ma i dottori gli hanno detto che a quel punto dell’infezione non c’era più nulla da fare.

    Da dieci giorni Omar, Elias e Fadel sono ancora in ospedale: nessuno di loro cammina più ed Elias e Fadel non possono mangiare in autonomia. “Una cosa ora è certa -spiega Nihad Suljić ad Altreconomia– i tre non possono in nessun modo tornare all’interno di Lipa o di un altro campo per migranti dove le condizioni igieniche sono terribili. In questo momento devono poter restare per almeno altre due settimane in ospedale e poi, quando staranno meglio, in una casa di cura in cui possano passare i prossimi quattro mesi per riprendersi ed evitare ulteriori complicazioni e infezioni. Per renderlo possibile -aggiunge- serve prima di ogni altra cosa il permesso ufficiale delle autorità bosniache per farli rimanere nel Paese. Successivamente ci sarà la casa di cura e poi, si spera, le protesi”.

    La retta della struttura che potrebbe accoglierli tra qualche settimana è di 600 euro al mese a testa. I primi trenta giorni verranno offerti dal direttore della residenza, che dopo aver letto la notizia sui giornali si è reso disponibile ad accoglierli, ma gli altri tre saranno a carico dell’associazione di Nihad, DjelujBa!. Per le protesi invece i costi aumentano a 10.000 euro ciascuno, anche questi finanziati dall’associazione e dalle donazioni di privati. Per quest’ultimo intervento il presidente dell’organizzazione non governativa Iscos -attiva sulla rotta balcanica- Giancarlo Pederzolli, auspica che i tre possano essere trasportati, attraverso un corridoio umanitario, in un istituto di cura d’eccellenza, come il Centro protesi di Budrio in Emilia-Romagna. Ma questo difficilmente sarà possibile. Aprire un corridoio umanitario per dare loro una possibilità legale e sicura di arrivare in Italia o in Germania è difficilissimo perché creerebbe un precedente che evidentemente le istituzioni europee non intendono aprire. “In passato ci abbiamo già provato con un caso simile ma non ha funzionato”, commenta Nihad.

    Nel 2019 infatti un ragazzo siriano si era ritrovato nella stessa situazione di Omar, Elias e Fadel. Anche a lui le gambe erano andate in cancrena durante il viaggio a piedi verso la Croazia ed erano state amputate. In quel contesto Nihad aveva tentato di ottenere i documenti per farlo viaggiare regolarmente ma non era stato possibile. E, una volta impiantate le protesi, il ragazzo aveva ripreso il suo viaggio forzatamente illegale ed era alla fine riuscito ad arrivare in Austria a piedi.

    “Proveremo comunque in tutti i modi a farli viaggiare regolarmente -specifica l’attivista- anche se la vedo molto difficile, soprattutto in una situazione come questa dove nessuno di loro ha parenti nell’Unione”.

    Le famiglie di Omar, Elias e Fadel sono infatti ancora in Sudan, dove dal 2023 è in corso una sanguinosissima guerra civile che le Nazioni Unite hanno definito “la più grande crisi umanitaria”, con più di 150.000 persone morte e 12 milioni di sfollati. Anche i quattro figli di Omar e i sette figli di Elias sono rimasti nel Paese. L’idea era quella di arrivare per primi in Germania e poi farli venire attraverso la pratica del ricongiungimento familiare, per evitargli il viaggio pericoloso. Quando Omar ripensa ai mesi passati in Libia commenta: “Quello che abbiamo vissuto qui è comunque molto meglio di ciò che abbiamo visto e provato nei centri di detenzione di Tripoli”.

    L’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim), attiva dentro Lipa, offre come unica soluzione alle persone che si trovano nel campo quella di tornare in patria con un supplemento economico e il biglietto aereo pagato. Ma, anche volendo, per Omar, Elias e Fadel tornare ora in Sudan, con il conflitto in corso, sarebbe impossibile.

    La situazione al confine croato è così da anni. A metà dicembre abbiamo dato la notizia di un uomo morto dentro il campo di Lipa, dopo un pushback, a cui le guardie avevano negato assistenza. Il lavoro stesso di Nihad insieme a quello di altri collettivi, tra cui Sos Balkan Route, Lungo la rotta balcanica e Carovane migranti, non si limita ai vivi che provano innumerevoli volte il “game”, subendo la violenza della polizia croata nei respingimenti e le condizioni climatiche impervie del viaggio, ma anche alle famiglie di chi resta e si chiede, a chilometri di distanza, che fine abbia fatto il figlio partito mesi prima e di cui non si hanno più notizie. Solo negli ultimi tre anni sul territorio bosniaco ci sono stati circa cento morti, principalmente annegati nelle acque della Drina, il fiume che separa la Serbia dalla Bosnia. “Con l’International Commission on Missing Persons (Icmp) e altri volontari e attivisti, come l’italiano Marcello Girone Daloli, cerchiamo i corpi di chi è scomparso e di riconoscerne l’identità attraverso il Dna -racconta Nihad- questo non ridà alle famiglie i loro figli ma gli permette di poter chiudere quel cerchio di attesa. L’ultima persona di cui si sono perse le tracce è un ragazzo afghano scomparso lo scorso novembre”.

    Dal loro letto di ospedale, Omar, Elias e Fadel dicono di stare meglio. Nihad va a trovarli tutti i giorni, imbocca Elias e Fadel e li aiuta a bere e a lavarsi. Una ragazza bosniaca che ha perso la gamba a causa in un incidente d’auto è passata a salutarli. Una visita che, racconta l’attivista, li incoraggia ad avere più speranza.

    https://altreconomia.it/la-vicenda-drammatica-di-tre-ragazzi-partiti-dal-sudan-e-rimasti-congel
    #route_des_balkans #Bosnie #Balkans #réfugiés #migrations #réfugiés_soudanais #blessure #amputation #hypothermie #montagne #Croatie #frontières #Bihac #Lipa #accès_aux_soins

  • Graves

    Illegalized travelers from Asia and Africa, fleeing toward destinations in Europe, hide on train roofs, in theundercarriages of buses and trucks, or inside containers and refrigerated cargo holds in order to avoid bordercontrols, police patrols, fences, and other material or symbolic barriers—as well as the deportation anddetention. They seek passage through karst terrain and minefields, or through weaponized landscapes, forests,mountains, and numerous rivers. Some are lost while they look, wait and hope for their chance to finally crossanother border. Their premature, violent deaths are the result of contemporary bordering, racialized exclusionand persecution.Many of those that die at the borders are never found (disappearaed). If death is reported to authorities or bodies are found,a series of different procedures are carried out, after which the deceased are either repatriated or, asstipulated by law, laid to rest in graves in local cemeteries within the municipalities where they are found.These graves are among the few local material traces of the lives, escapes, and deaths of people who opposedand confronted the borders that were closed for them.

    Graves of those who died along borders and because of borders are, if we speak about Croatia and neighbouring countries, scattered along roads, places of persecution, and those very borders. Often invisible, located at the margins of cemeteries, marked in various ways, with different materials or not at all, solitary or clustered together, often anonymous, these burial sites are markers of lives cut short, violent borders, and posthumous marginalization. Maintained, with permanent tombstones or simply modestly decoratedwith flowers or other tokens of care, these graves can also be places of coming together, thoughtfulness, andmourning.

    Documenting and mapping those graves belong to a broader effort of tracing border deaths, a work done mainly through a transnational network of activists, scholars and others who work with and around those material traces, as a way of defying the persistenterasure of migrants’ lives, and demonstrating the brutalities of the contemporary European border regime.Mapping the graves is not just a documentary method that could eventually help families, community members,local communities, activists, and researchers, while the practice also supports acts of commemoration andpursuits of justice. Spatial representation of death enhances our perception of geographies of violence, death causes, losses,and traces, while the accompanying categorizations, where “unknown” is prevalent or among the most frequentdesignations, point not only to the features of these traces, but also to their opacity.

    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-grobovi-p?locale=en

    Map of Grave Locations

    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-karta-lokacija-grobova-p?locale=en

    Map of Causes of Death


    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-karta-uzoraka-smrti-p?locale=en

    Map of Grave Inscriptions


    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-karta-imena-na-grobovima-p?locale=en

    Map of Grave Markers


    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-oznake-na-grobovima-p?locale=en

    Map of Grave Markers Materials


    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-karta-materijala-nadgrobnih-obiljezja-p?locale=en

    Cartographic Assemblage: The River and Borders


    https://e-erim.ief.hr/pojam/p-kolaz-rijeka-i-granice-p?locale=en

    #tombes #Balkans #mourir_aux_frontières #morts_aux_frontières #cartographie #visualisation #cimetières #route_des_balkans

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  • Il muro di gomma di Trieste: 200 richiedenti asilo costretti dalla burocrazia al gelo del Porto

    La nuova strategia della deterrenza del Viminale si maschera dietro lungaggini e inefficienze amministrative. Per chi arriva è sempre più difficile presentare richiesta d’asilo, i tempi ormai si sono allargati a dismisura. Da mesi in centinaia sono costretti a vivere nei magazzini del #Porto_Vecchio.

    Felpe, magliette, coperte appese a una ringhiera. Odore di legna bagnata. Un filo di fumo. Sulla banchina, cose e persone stese ad asciugare. Dopo due giorni di bora è tornato il sole a Trieste. E c’è una comunità nascosta, resa volutamente invisibile, che viene fuori a cercare calore e conforto che un pallido sole regala. A pochi minuti da piazza dell’Unità, dai caffè con nostalgie asburgiche e dai locali acchiappaturisti, a pochi passi dalle vie dello shopping, da Comune, grandi banche e prefettura, si sono centinaia di persone costrette a vivere accampate nei magazzini del Porto Vecchio di Trieste.

    La polvere sotto il tappeto

    Richiedenti asilo e aspiranti tali arrivati dopo mesi di di viaggio lungo la rotta balcanica, dublinanti espulsi dal Nord Europa e rispediti in Italia, Paese primo ingresso che di loro si è disinteressata e adesso di nuovo li abbandona, marginali, homeless, transitanti. Uomini e ragazzi per lo più, tutti obbligati dall’inadempienza istituzionale a dormire all’addiaccio, a sopravvivere grazie alle reti di solidarietà che a Trieste sono macchina che funziona, nascosti come polvere sotto il tappeto. Sono 180-200, fra cui almeno un’ottantina di persone che hanno già presentato richiesta asilo, più di cinquanta che non riescono a farsi ricevere per farlo. I numeri li ha messi in fila Ics, Consorzio internazionale di solidarietà, una delle realtà pioniere dell’accoglienza diffusa a Trieste e in Italia, “ma siamo consapevoli”, dicono gli operatori che regolarmente tentano di restituire nome e diritti a quei fantasmi, “che si tratta di cifre approssimate per difetto e sempre in evoluzione”.

    La frontiera rinnovata

    Tutti avrebbero diritto a formalizzare l’istanza e ricevere accoglienza, per legge dovrebbero passare non più di tre giorni per l’avvio della procedura, ma in realtà c’è da affrontare un calvario di mesi di tentativi. Identica attesa a cui è obbligato chi, dopo innumerevoli appuntamenti cancellati, giornate e giornate passate fuori dalle questure, riesce finalmente a presentare la richiesta, ma dall’accoglienza – che non è gentile concessione, ma obbligo di legge – rimane fuori comunque.

    Perché i posti non ci sono, perché nessuno, salvo le associazioni, informa i diretti interessati che ne avrebbero diritto, perché c’è un nuovo, efficacissimo muro di gomma, che negli ultimi mesi è stato tirato su a Nord Est, nel triangolo fra Trieste, Gorizia e la frontiera. Quella che non dovrebbe esserci, ma dal 2023, per decisione del Viminale, è tornata e, a dispetto delle rassicurazioni in senso contrario del ministro Tajani, di recente è stata rinnovata nell’assai costosa scenografia dei valichi Fernetti e Rabuiese, con camionette, sbarre e check-point da Guerra fredda, tornati su metà della carreggiata. In uscita, non c’è alcun controllo. “Una costosa sceneggiata”, l’ha definita il centrosinistra locale.

    Flussi ininterrotti e rotta sempre più violenta

    Basta allontanarsi pochi chilometri, arrivare ai valichi secondari, percorrere i sentieri del Carso, per accorgersi che il passaggio non si è mai interrotto. È solo molto più costoso, difficile, pericoloso, organizzato. Dove un tempo c’erano – e neanche sempre – i passeurs (facilitatori dell’attraversament), adesso sono arrivati i trafficanti. “Da quando nell’ottobre 2023 i controlli sono stati ripristinati, non solo fra Italia e Slovenia, ma a cascata lungo altre frontiere attraversate dalla rotta, ad aumentare sono stati soprattutto i servizi offerti dagli smugglers (trafficanti organizzati, ndr) e il controllo anche violento che esercitano sulle persone" – spiega Alessandro Papes di IRC, international rescue committee, che insieme alla Diaconia valdese raccoglie dati sugli ingressi a Trieste in base alle persone fisicamente incontrate. "I passaggi sono diventati quindi sempre più invisibili e veloci”. Anche perché gli smugglers si adeguano ai controlli, modificano i percorsi e i punti di ingresso, li moltiplicano. “Ad esempio, abbiamo la percezione che sempre più persone in questo momento puntino su Gorizia. Lì però non c’è una rete che permetta un reale monitoraggio”. E allora tocca incrociare i dati sugli ingressi in Slovenia e quelli registrati in strada a Trieste, il più delle volte in piazza Libertà e al centro diurno, cuori dell’accoglienza civica in città.

    Fra Frontex e la realtà

    Una contrazione c’è stata – di circa il 34%, dato assai lontano dal 60% calcolato da Frontex nei primi sei mesi del 2025 - e sulla rotta si viaggia comunque. Afghani per lo più, inclusi nuclei familiari allargati con due o più generazioni che si mettono in cammino. “Quest’anno ne abbiamo incontrati quasi tremila, tra cui una quarantina di famiglie, e un totale di 703 minori”. Turchi, curdi, bengalesi e pakistani, sempre più nepalesi, fra cui un piccolo esercito di donne sole, ancor più esposte degli uomini alle crescenti angherie e vessazioni che si registrano su una rotta solo più invisibile.

    Campi ufficiali come Bihac, in Bosnia, sono tappa sempre più rara, mentre squat, capannoni, ruderi diventano prigioni informali, teatro di violenze sempre più organizzate e sistematiche. Torture e pestaggi in videocall per estorcere ai familiari di chi transita ulteriore denaro non sono più eccezione, ma norma. “Diversi report”, aggiunge Papes”, attestano l’utilizzo e il trattenimento sempre più frequenti in posti informali e abbandonati, sia da parte degli smugglers, sia da parte di alcune polizie di frontiera”.

    Il confine in città

    Il vero muro oggi è in città, dove la nuova strategia della deterrenza si maschera da lassismo amministrativo. È ormai diffusa in Italia, con code che si allungano per giorni e notti davanti agli uffici delle Questure, tanto da costringere gli avvocati di diverse città a diffide, class action e altre iniziative legali. Tra Trieste e Gorizia, con talvolta anche Monfalcone a giocare di sponda, la forma è quella di un cinico ping pong.

    “A Trieste mi hanno detto che se voglio presentare domanda devo prima fare far aggiustare il telefono, non si può, l’ho fatto vedere, ma loro mi hanno mandato via lo stesso”. Una barba sottile che non riesce a invecchiare il viso scavato, quasi divorato da due occhi enormi, Ahmed si guarda attorno perso, mentre Ghulam, pakistano anche lui, mostra uno smartphone nuovissimo. “L’ho preso perché sapevo che solo così avrei potuto vedere la mia famiglia, ma mi hanno detto che è troppo nuovo, quindi non va bene perché non ci sono dati da controllare”. È da tempo ormai che i telefoni sono diventati parte della procedura di controllo.

    Da un anno ormai, basta una ricerca che riguardi un’altra città, una posizione fissata su Google Maps, una foto per essere mandati via e invitati a presentarsi altrove. “È una prassi totalmente illegittima”, dice Gianfranco Schiavone, fra i fondatori di Ics. “La presentazione della richiesta asilo è un diritto, un telefono rotto, troppo vecchio, troppo nuovo o delle ricerche on line non possono essere ostative”. E neanche l’avere o meno il passaporto.

    Il girone dantesco dei passaporti

    Faisal non aveva il tempo di chiederlo, aspettare mesi, né poteva permettersi il lusso di far sapere alle autorità di avere intenzione di fuggire dal Pakistan. “Lavoravo per una Ong che si occupa di diritti delle donne pashtun, ma la nostra attività non era gradita”. Raid negli uffici, minacce, pestaggi. “Ho mandato mia moglie e le mie figlie in campagna e sono partito”. Iran, Turchia, Grecia, poi la traversata lenta dei Balcani, a Trieste è arrivato a inizio ottobre. “Ci ho messo quasi tre settimane a farmi ricevere in questura, ho spiegato di non avere il passaporto e mi hanno detto di presentare una denuncia di smarrimento, pena l’impossibilità di chiedere asilo. Ho chiesto di farla lì, ma mi hanno detto che non si non si poteva”.

    Pur perplesso, lui ci ha provato davvero. Ha girato per commissariati e stazioni dei carabinieri e tutti hanno – comprensibilmente – allargato le braccia. “Sono tornato in questura e mi hanno nuovamente mandato via”. Non è un ragazzino Faisal, ha più di cinquant’anni e di notte nei magazzini non c’è coperta che protegga da gelo e umido. Fra la documentazione che tiene ordinata in una cartellina di plastica ci sono anche diversi certificati medici che raccontano come il freddo stia lentamente compromettendo polmoni e bronchi. Ma deve continuare a dormire all’addiaccio. Senza formalizzazione della domanda, o invito per presentarla in accoglienza non si entra.

    “Non ti hanno fatto la foto, vero?”, gli chiede un ragazzo accanto a lui. E non si riferisce al fotosegnalamento, che della procedura è prassi. “Molte persone raccontano che in questura esiste una chat informale in cui circolano le foto di quelli che vengono considerati troppo insistenti. Quando li vedono in fila, li mandano via senza neanche dar loro il tempo di parlare”, dice uno dei mediatori al Centro diurno.

    Richieste illegittime, respingimenti e burocrazia creativa

    Per chi a Trieste passa per fermarsi o per restare, il Centro diurno è l’unico posto – interamente gestito dalle associazioni – in cui, durante il giorno, chi ha bisogno possa trovare riparo, vestiti asciutti, docce, medici per una visita, operatori per informazioni, supporto, assistenza, volontari per una parola di conforto, un tè, dei biscotti, corsi di italiano. E in cui quotidianamente arrivano sconfitti tutti quelli che inutilmente sono rimasti per ore al gelo davanti alla questura in attesa di poter presentare la domanda.

    “Non abbiamo numeri precisi perché le autorità preposte si sono sempre rifiutati di darceli, ma calcoliamo che quotidianamente venga permesso a meno di una decina di persone di entrare in Questura per provare a presentare richiesta d’asilo. Meno della metà ci riescono”, spiega Schiavone, che quotidianamente aggiorna la lista delle persone per cui è necessario mandare una pec di sollecito alla questura. “Ma ormai neanche questo basta, quindi stiamo pensando ad altre iniziative legali”.

    Nel caso di S.R, di cui per questioni di sicurezza si indicano solo le iniziali, è stato necessario chiamare in causa il tribunale di Trieste. Ventitré anni, nepalese, R. è arrivato in Europa legalmente, con un permesso di soggiorno temporaneo in Croazia, da lì si è spostato in Italia, dove ancora prima della scadenza dei suoi documenti, ha presentato richiesta d’asilo. Ma autonomamente – e senza alcun riferimento di legge che lo giustifichi – la Questura ha deciso che non poteva farlo e gli ha intimato di rientrare in Croazia entro sette giorni, pena l’espulsione “con destinazione fuori dal territorio dell’Unione Europea”. Un provvedimento che anche il tribunale ha ritenuto fin troppo creativo, tanto da intimare alla questura con provvedimento urgente di formalizzare immediatamente la richiesta d’asilo di R., così come le pratiche necessarie per l’inserimento in accoglienza. Quando mostra orgoglioso il suo modello C3 fresco di stampa, il verbale con cui viene formalizzata la richiesta asilo che poi toccherà alla commissione territoriale valutare, gli occhi gli brillano. “Adesso basta dormire al freddo”.

    Il silenzioso esodo dei nepalesi

    Ma è uno dei fortunati. Soprattutto fra i nepalesi, che da almeno due anni scappano da un sistema divorato dalla corruzione, sempre più iniquo, dove la casta di nascita è una condanna. Talvolta, anche a morte. La stessa che spesso affronta chi si ribella. A settembre, un’ondata di proteste è costata la morte a più di ottanta manifestanti. L’Italia non considera il Nepal un Paese sicuro, eppure “il 95 per cento delle richieste di protezione internazionale, tra cui quelle di donne, viene rigettato”, spiega la psicologa Enkeleida Saraci, che si occupa di donne in situazioni di vulnerabilità.

    Del circuito di tratta che coinvolge le nepalesi si sa ancora poco, secondo i primi dati sembra orientato sia allo sfruttamento lavorativo che sessuale, ma di certo ci sono decine di donne che subiscono sistematici abusi. “Incidenti”, li chiamano, senza scendere troppo nei dettagli. Eppure per loro anche la sola presentazione della domanda d’asilo è una lotteria.

    Dopo mesi di inutili tentativi, molti provano a bussare alla Questura di Gorizia. Dove la strategia è diversa, ma l’esito è identico.
    La burocrazia levantina di Gorizia

    “Guarda qui, sette volte mi hanno detto di tornare. E sette volte mi hanno rinviato ad altra data”. Sul foglio che mostra Dinesh ci sono sette date cancellate e poi un’altra, che promette un appuntamento fra un mese per formalizzare finalmente la domanda d’asilo. Ne sono passati già due da quando è arrivato in Italia, almeno cinque da quando è atterrato in Romania con un visto e la certezza di avere un lavoro. Così gli avevano assicurato i dipendenti dell’agenzia a cui si era rivolto, indebitandosi pur di avere una prospettiva.

    “In Nepal per chi come me è di una casta bassa non c’è futuro. Anche se abbiamo finito le scuole non troviamo lavoro, siamo costretti alla fame o arrangiarci. La corruzione sta divorando il Paese”. Lui voleva di più, per questo ha creduto a chi – a caro prezzo – gli ha promesso che in Romania avrebbe trovato alloggio, impiego e salario degno. Ma all’arrivo non c’era nulla di tutto ciò. “Per giorni ho dormito in strada. Poi ho incontrato un connazionale, mi ha detto che cercavano persone in un cantiere e siamo andati lì. Ci pagavano qualcosa, ma la polizia ha fatto un controllo e ci hanno mandati via”. Anche Abinash ha un percorso simile alle spalle e un identico elenco di scarabocchi e rinvii sul foglio che la Questura gli ha rilasciato per invitarlo a presentarsi per la formalizzazione della domanda d’asilo. L’ultima volta – l’ottava – ha chiesto agli agenti di indicare una data certa, gli è stato detto che sarebbe stato possibile solo in caso di rinuncia all’accoglienza. Un ricatto che la procedura non prevede, né concepisce, ma l’informativa legale prevista per legge il più delle volte rimane sulla carta.
    I fantasmi del Porto Vecchio

    Che arrivino in Serbia, Croazia o Romania il copione è identico, la truffa anche. E lungo tutto il viaggio alla ricerca di un posto sicuro, identiche le forme di sfruttamento. “Io – dice, mentre gli altri con lui annuiscono – voglio solo un posto in cui vivere e lavorare in pace”. Ma per adesso sono solo fantasmi, costretti a vivere negli stanzoni dei magazzini del Porto Vecchio.

    Nessuno li usa più da decenni, sono stati progressivamente abbandonati quando tutte le attività sono state spostate al Porto Nuovo, verso Muggia. Ma le strutture sono rimaste sostanzialmente integre. Il freddo è meno intenso rispetto all’esterno, i vetri alle finestre – miracolosamente quasi tutti integri – proteggono dalla bora, che però testarda entra da porte divelte e infissi bucati. Non c’è acqua, né luce, come non c’è nel magazzino occupato dai pakistani, a circa sei palazzoni di distanza. O in quello degli afghani, poco lontano. Scappano dai talebani, sarebbero rifugiati naturali, eppure anche loro faticano addirittura a chiedere asilo. Ci si divide per nazionalità, un fuoco alimentato da pezzi di truciolato diventa cucina per cuocere il pane e riscaldare le ossa. La notte cala rapida. E domani sarà tempo di provare ancora, aspettare ancora, insistere ancora nel chiedere aiuto.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2025/11/30/news/trieste_200_richiedenti_asilo_porto_vecchio-425012474
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  • #Macédoine_du_Nord : ce petit pays des #Balkans où les migrants vulnérables font une courte pause dans leur exil vers l’Europe (1/3)

    La Macédoine du Nord est un territoire de transit pour les exilés arrivés en Grèce souhaitant rejoindre l’Europe de l’Ouest. L’#asile y existe, mais il est rarement accordé dans ce petit pays hors de l’Union européenne. Dès lors, ce sont les profils les plus vulnérables - personnes blessées, familles, adolescents isolés - qui demandent l’asile. Le plus souvent, juste pour avoir quelques semaines de #répit avant de reprendre la route.

    Il se tient droit entre deux rangées de containers, vêtu d’un t-shirt blanc imprimé d’images de satellites et de cosmonautes, dans la grisaille d’octobre. Lal Mohammad, 25 ans, vient de faire enregistrer ses empreintes biométriques et celles de sa femme dans le centre de transit de Vinojug, tout au sud de la Macédoine du Nord, à la frontière avec la Grèce. Leur petite fille de 3 ans, Asra, boit un verre de jus de pomme assise sur un banc, amusée par la présence d’un chat errant à côté d’elle. La famille s’est déclarée demandeuse d’asile il y a un mois de cela, dès son entrée sur le territoire macédonien.

    Après une tentative de passage infructueuse par l’Evros, frontière terrestre entre la Turquie et la Grèce, cette famille afghane a atteint le sol hellénique après 4 jours et 4 nuits en mer. Tous trois ont passé plusieurs jours dans le camp fermé de #Thessalonique avant d’être transférés vers un second camp proche de la frontière macédonienne. "Là, on nous a dit que [pour avoir un rendez-vous pour demander l’asile], il nous faudra attendre un an et demi… Nous ne voulions pas attendre tout ce temps. Alors nous nous sommes rendus dans la forêt [marquant la frontière entre la Grèce et la Macédoine du Nord, ndlr] pour tenter le "game"" - surnom donné par les exilés aux tentatives de passages de frontières.

    Interceptée par la police macédonienne, la famille a été placée dans le centre de transit de Vinojug, l’unique centre à l’entrée du pays. Là, leur premier interlocuteur a été #Frontex, déployée depuis l’été 2023 dans le pays, surtout à la frontière avec la Grèce. Comme pour tous les exilés interceptés dans cette zone, deux choix se sont offerts à eux : soit opérer un "retour volontaire" côté grec, soit se déclarer demandeur d’asile.

    "J’ai demandé de l’aide à #ChatGPT : qu’est-ce que je dois faire ?"

    Pour Lal Mohammad, pas d’hésitation : avec sa femme et sa fille de 3 ans, pas question de faire demi-tour pour retenter une nouvelle fois le "game" dans la #forêt. Mais le passeur - qui a tout intérêt à ce que les exilés ne fassent aucune pause dans leur parcours, pour toucher plus vite la somme d’argent débloquable à chaque étape (4 000 euros pour aller de la Turquie à la Grèce, 800 euros pour aller de Macédoine en Serbie, selon le père de famille) - exerçait pourtant sur lui une forte pression.

    "Il nous harcelait, nous appelait tous les jours, en nous disant : "Revenez en Grèce". Moi je lui répondais : "Je ne vais pas fuir ne t’inquiète pas, l’argent est là, moi j’ai un enfant et une femme, je ne peux pas revenir comme ça” ; puis j’ai éteint mon portable pendant quelques jours". Le père de famille confie sa détresse : "J’ai même demandé de l’aide à ChatGPT : ’Qu’est ce que je dois faire, le passeur m’appelle tous les jours et je ne sais pas quoi faire ?’ ChatGPT m’a dit d’en parler aux responsables du centre".

    Demander l’asile ici à Vinojug signifie rester un mois dans ce centre de transit aux allures fantomatiques. On y circule entre les containers grisâtres hébergeant des bureaux d’associations, dont plusieurs ont quitté les lieux depuis des années. Les affiches sur leurs portes sont décomposées par le temps. Érigé en 2015 lors du pic d’arrivées, ce centre de transit est désormais marqué par ses infrastructures délaissées : immenses tentes d’ONG, jeux pour enfants, hangars...

    Au fond du campement s’alignent des containers abritant des chambres de 6 lits superposés. Vides pour la plupart. Ce jour-là, seule une dizaine de personnes est présente sur le campement. 320 exilés y ont défilé, au total, dans les trois premières semaines d’octobre. Dans les sanitaires au sol humide, une fuite d’eau fait entendre un bruit de gouttes en continu.

    Seulement 149 demandes d’asile enregistrées en 2025

    Au bout du mois écoulé ici, les empreintes biométriques sont relevées, comme pour Lal Mohammad et sa famille en ce jour d’octobre. Une camionnette de la police embarque dès le lendemain le groupe de demandeurs d’asile déclarés pour les transférer à #Skopje, la capitale. Là, tous seront hébergés dans l’unique centre pour demandeurs d’asile du pays, situé à #Vizbegovo, dans la banlieue.

    "J’espère que nous poursuivrons bientôt notre voyage", confie Lal Mohammad. Car le père de famille ne compte pas réellement rester en Macédoine du Nord. Il veut simplement un moment de répit pour sa famille sur une route de l’exil éprouvante.

    La Macédoine du Nord est en effet avant tout un pays de #transit, sur la route des Balkans. Un petit territoire d’à peine deux millions d’habitants mais stratégique : cerné par la Grèce, la Bulgarie, la Serbie, le Kosovo et l’Albanie, il ne se trouve pas dans l’UE ni dans Schengen et constitue la voie principale depuis la Grèce pour rejoindre la Serbie, puis de là, l’Europe de l’Ouest.

    En 2024, 4 055 personnes originaires de 35 pays ont été enregistrées au centre de Vinojug. Or, on ne comptait que 307 demandeurs d’asile cette année-là, selon les chiffres de la Macedonian Young Lawyers Association, spécialisée dans l’accompagnement des demandeurs d’asile. Dont 131 enregistrées à Vinojug.

    En 2025, le chiffre promet même d’être en deçà : depuis le début de l’année, 149 demandes ont été enregistrées. En majorité des Syriens (46 personnes), suivis des Népalais, Irakiens, Turcs, Afghans et Egyptiens. Certains vont au bout de la procédure mais combien, comme Lal Mohammad, comptent en réalité récupérer un peu - du repos, un téléphone, de l’argent ou de la santé - , avec un toit sur la tête, avant de poursuivre leur route vers la Serbie ou le Kosovo ?

    "Personne ne veut rester en Macédoine du Nord"

    Deux jours plus tard on retrouve Asra, la petite de 3 ans, assise sur un chemin caillouteux à quelques dizaines de mètres du centre pour demandeurs d’asile de Vizbegovo. Vêtue d’un t-shirt "I love my mum", elle fronce les sourcils sous ses bouclettes de cheveux châtains, concentrée à agripper des pierres une par une. Et à les jeter tour à tour, aussi loin que possible.

    "Ne jette pas sur la route, Asra !" Debout à ses côtés, Mohamad Azim, un adolescent de 16 ans, veille sur la petite. Le jeune Afghan la couve du regard puis s’agenouille auprès d’elle en ouvrant ses bras. Les traits froncés d’Asra s’évanouissent alors en un grand sourire. Contre le sweat vert à capuche de l’adolescent, elle se blottit avec force.

    Mohamad Azim a fait la rencontre d’Asra, de son père Lal Mohammad et de sa mère au centre de Vinojug. Comme eux, le jeune Afghan s’est déclaré demandeur d’asile. Mais comme eux aussi, "mon but, ce n’est pas de rester ici. Personne ne veut rester en Macédoine du Nord. Si c’était possible, je partirai tout de suite en Serbie". L’adolescent a demandé l’asile pour avoir un temps de répit. Car il reste marqué par la zone frontalière éprouvante, les nuits en forêt, le froid, la pluie. "Nous n’avions pas de quoi manger ni de quoi boire. On se nourrissait des quelques raisins que l’on trouvait".

    Lui aussi a subi les pressions du passeur pour avoir fait ce choix de la pause. "Il m’appelait sans cesse pour me dire : ’Qu’est ce que vous foutez là, revenez en Grèce, je ferai en sorte que vous traversiez de nouveau cette frontière pour aller en Serbie’". Tout en gérant cette pression, le jeune homme a pris le temps de réfléchir et de revoir ses plans : il n’envisage plus à l’Italie, mais la Suisse pour finir son parcours d’exil et y demander une protection.
    L’arrêt obligatoire des blessés

    D’autres personnes s’arrêtent simplement à Vizbegovo parce que leur corps ne leur permet plus d’avancer. Ainsi Mohamed, 25 ans, originaire du Maroc, est coincé là depuis un mois à cause d’un problème à la jambe. "J’ai quitté la Turquie en juin. J’étais seul et j’ai découpé la bâche arrière d’un camion avec un couteau pour y entrer en espérant rejoindre la Grèce. Une fois arrivé en Grèce, j’ai sauté pour descendre pendant que le camion roulait, ce qui m’a valu une fracture à la jambe droite."

    Aidé par un groupe de jeunes, il a poursuivi son chemin pour passer la frontière macédonienne avec cette jambe cassée. Intercepté et amené au centre de transit de Vinojug, il y rencontre la Croix-Rouge... Qui le transporte immédiatement à l’hôpital de Skopje. "J’ai subi une opération, on m’a posé un plâtre et depuis ma jambe s’est un peu améliorée. Je marche avec une béquille. Mais je veux continuer mon chemin. J’attends juste que ma jambe guérisse."

    Le centre pour demandeurs d’asile de Vizbegovo, de 90 places, a été rénové ces dernières années grâce à un financement de 700 000 euros de la banque de développement du Conseil de l’Europe, contracté avec l’#OIM. Si le centre paraît en bon état à l’extérieur - InfoMigrants n’a pas été autorisé à le visiter - et que les autorités assurent qu’un médecin y assure des visites régulières, les conditions à l’intérieur n’y sont pas toujours satisfaisantes, selon les exilés rencontrés.

    "La nourriture est insuffisante ici, avec un seul repas par jour, servi à midi - pour nous maintenir en vie", soupire Mohamed. Un fait corroboré par un autre jeune Afghan de 17 ans, Kayum Arubi, qui déclare : "Le centre n’est pas très propre et la nourriture, servie une fois par jour, est mauvaise".

    Pour celles et ceux qui vont au bout de la procédure d’asile, le résultat est décevant presque systématiquement. "Malheureusement, la plupart des décisions sont négatives. Le demandeur d’asile a 30 jours pour soumettre un recours auprès de la cour administrative", explique Mitko Kiprovski, avocat et chargé de plaidoyer de l’ONG Jesuit Refugee Service (JRS), qui accompagne les demandeurs d’asile dans ces démarches. Si ce premier recours n’aboutit pas, il est toujours possible de s’en référer à la Haute cour administrative de Skopje. Mais si le refus est définitif, la personne a 20 jours pour quitter le territoire.
    Mariam*, l’une des deux seules réfugiées de Macédoine du Nord : "ici, je n’ai besoin de personne"

    Ainsi, les protections internationales délivrées ces dernières années se comptent littéralement sur les doigts d’une main. En 2024, suite à une mission en Macédoine du Nord, les rapporteurs du Comité contre la Torture, organisation des Nations unies, s’inquiétaient de ne recenser que 3 personnes sous protection subsidiaire vivant dans le pays en 2023, tandis que zéro statut de réfugié n’avait été délivré entre 2016 et 2023. Le pays n’étant pas dans l’UE - bien que sa demande soit en cours -, les critères de l’asile y sont moins stricts et scrutés qu’ailleurs.

    Deux ans plus tard en 2025, on ne compte en Macédoine du Nord que 5 personnes réfugiées - à savoir deux femmes, l’une Congolaise et l’une Syrienne et leurs enfants respectifs -, ainsi que deux 2 personnes sous protection subsidiaire (un Afghan, un Marocain) vivant dans le pays. La troisième personne qui avait réussi à obtenir une protection subsidiaire, un mineur isolé syrien, a quitté le pays. Idem pour un Afghan qui avait obtenu le statut de réfugié.

    Mariam*, 30 ans, est l’une de ces exceptions vivant à Skopje. Après avoir accouché en Grèce, cette Syrienne a traversé la frontière avec la Macédoine du Nord en 2018 alors qu’elle allaitait encore sa fille. Un peu comme Mohamed des années après elle, c’est la dangerosité du passage de frontière qui a stoppé son parcours. Entre la Grèce et la Macédoine, "la police a braqué ses projecteurs sur notre groupe. Tout le monde s’est enfui autour de moi. J’ai commencé à courir moi aussi en portant ma fille, mais je suis tombée dans un trou et je me suis cassé la jambe". En arrivant au centre de transit de #Vinojug, c’est l’association JRS qui la prend sous son aile et la transfère à l’hôpital de Skopje pour la soigner.

    Toutes les années qui ont suivi, JRS l’aide dans ses démarches d’asile et de logement, jusqu’à ce que Mariam obtienne le statut de réfugiée. L’ONG assure encore aujourd’hui un suivi de sa situation. La Croix-Rouge a pu, de son côté, lui trouver du travail chez eux, puis dans un restaurant, et lui prodiguer des cours de macédonien - un vrai défi pour Mariam, qui est analphabète. Aujourd’hui, sa fille a 9 ans. Elle est scolarisée et apprend le macédonien, avec moins de difficultés grâce à son jeune âge. Quant à la jambe de Mariam, après toutes ces années, "j’ai encore des broches... Je dois les faire retirer bientôt", glisse la Syrienne.

    Même si Mariam rencontre encore des difficultés pour apprendre la langue et pour subvenir aux besoins de sa fille avec son maigre salaire, elle l’assure : "Ici, c’est mieux qu’en Grèce. Là-bas, j’avais toujours peur. Je ne me sentais jamais à l’aise. Ici, j’ai des amis macédoniens que je vais voir et qui viennent me voir, je travaille et je n’ai besoin de personne."

    https://www.infomigrants.net/fr/post/67779/macedoine-du-nord--ce-petit-pays-des-balkans-ou-les-migrants-vulnerabl
    #route_des_Balkans #migrations #réfugiés #IOM

    • En Macédoine du Nord, la zone grise entre « #retours_volontaires » et expulsions déguisées vers la #Grèce (2/3)

      Dans la zone frontalière de la Macédoine du Nord, voisine de la Grèce, les migrants interceptés en arrivant dans ce pays des Balkans se voient offrir l’option du "retour volontaire" par la police macédonienne. Les témoignages recueillis sur place indiquent que la pratique - légale et encadrée sur le papier - navigue dans une zone grise où elle se transforme parfois en expulsions déguisées.

      Un chat roux bondit sur le capot de la voiture de la police aux frontières macédoniennes garée au beau milieu de l’allée centrale. Le félin bâille, s’étire de tout son long, s’assied pour contempler ce qui l’entoure. À l’intérieur du véhicule, un agent surveille d’un air blasé les agissements d’un groupe de jeunes tout juste arrivés ici, dans le centre de transit de Vinojug. Quelques mètres plus loin, un collègue observe lui aussi distraitement le groupe, l’œil davantage attiré par l’écran de son téléphone portable.

      Agglutinés dans l’ouverture de la porte du conteneur qui abrite leurs lits superposés, ces quatre jeunes tout juste arrivés de Grèce posent mille questions à la fois à qui veut bien les entendre. "Où se trouve Skopje [la capitale macédonienne] ?", "Si nous décidons d’aller là-bas, que va-t-il se passer ? Y a-t-il un camp ouvert là-bas ? Combien de temps ça prend pour nous y transférer ?" "Et si la police décide de nous renvoyer vers la Grèce, où est-ce qu’ils nous amèneront ?", s’enquièrent-ils.

      Arrivés hier soir dans ce centre fermé situé dans la petite ville frontalière de Gevgelija au sud de la Macédoine du Nord, ces jeunes sont plein d’incertitudes. Aux exilés venus de Grèce, interceptés et placés dans le centre de Gevgelija par la police aux frontières, deux choix se présentent. Soit demander l’asile pour rester en Macédoine du Nord et être transférés au centre pour demandeurs d’asile de la capitale, Skopje. Soit opérer un "retour volontaire" vers la Grèce.

      "Si nous retournons en Grèce et que la police nous arrête, nous serons emprisonnés pendant deux ans... Et puis dans la zone frontalière il y a des mafias qui pourraient nous kidnapper, nous avons peur", craint un des jeunes du groupe, Raheem, 19 ans, originaire du Caire en Egypte. Retourner en arrière pour s’en remettre une nouvelle fois aux passeurs et tenter un passage sans encombre ne lui semble pas le meilleur calcul.

      "Nous voulons juste être tranquilles et en sécurité... Si notre tranquillité passe par le retour en Grèce, qu’il en soit ainsi. Si notre tranquillité passe par un déplacement dans la capitale à Skopje, qu’il en soit ainsi", hésite-t-il.

      Le lendemain, nous apprenons que Raheem et les autres du groupe ont tous été ramenés en Grèce par la police. Y a-t-il vraiment eu un choix éclairé et informé ? Tous ces jeunes sans exception étaient-ils vraiment "volontaires" ? Mais surtout : qu’est-ce qu’un "retour volontaire" ?
      Les retours volontaires se font "à l’oral, sans documents à signer"

      En théorie, comme le définit l’Organisation internationale pour les migrations (OIM), il s’agit du "retour assisté ou autonome vers le pays d’origine, de transit ou un pays tiers, sur la base du libre arbitre du retourné". Mais en pratique, en Macédoine du Nord, il s’agit d’une zone grise. Qui se décide uniquement à l’oral, s’installe dans un contexte de manque d’informations, et s’apparente parfois à un refoulement à chaud (ou "pushback") illégal.

      Contacté par Infomigrants, le ministère de l’Intérieur macédonien fournit sa définition de la procédure : "si ils ne sont pas demandeurs d’asile, si ils ne souhaitent pas postuler au programme AVRR (retour volontaire assisté et réintégration) de l’OIM, et si ils ne souhaitent pas rester au centre de transit de Gevgelija pour bénéficier d’une aide, ils sont libres de partir et nous savons qu’ils retournent en Grèce".

      Dans les premières années qui ont suivi le pic migratoire de 2015 et la création du centre de transit de Vinojug à Gevgelija, "la police ne laissait pas le choix et refoulait des groupes", observe Jasmin Redjepi, responsable de l’ONG Legis. En 2022 encore, le réseau Border Violence Monitoring publiait des cas documentés de pushbacks avec vidéos et localisations à l’appui. Qu’en est-il en 2025 ? "Aujourd’hui, la pratique a changé, il s’agit maintenant du choix des personnes", assure Jasmin Redjepi. Mais tout se fait à l’oral : "Il n’y a pas de document écrit à signer ou quoi que ce soit. La Grèce ne les empêche pas d’entrer en Macédoine, la Macédoine renvoie en Grèce : c’est une sorte de situation informelle entre les deux pays. C’est la même chose au nord, entre la Serbie et la Macédoine".

      Selon le responsable associatif, le déploiement en avril 2023 dans la zone frontalière sud de Frontex, l’agence européenne de protection des frontières, a fait évoluer positivement la pratique. "Désormais, quand quelqu’un veut rester ici et demander l’asile, son premier entretien se déroule avec Frontex qui indique ensuite à la police macédonienne : "Laissez-le au centre". Avant, il n’y avait que la police macédonienne, c’était bien plus arbitraire".

      L’analyse est partagée par les avocates de la Macedonian Young Lawyers Association (MYLA), qui rappellent que "ces centres de transit demeurent dans une situation juridique peu définie : ils sont placés sous un régime de "gestion de crise" qui dure depuis 2015, donc les gens à l’intérieur ont eux aussi un statut légal peu défini" - donc peu protecteur. "Ce sont des no man’s land, sous aucune juridiction", confirme Mitko Kiprovski, avocat et chargé de plaidoyer de l’ONG Jesuit Refugee Service. "Donc personne ne peut y émettre des documents, signer ou mettre un tampon".
      Sur un simple message du passeur, "les jeunes s’enfuient d’ici la nuit"

      Le "retour volontaire" est l’option très majoritairement retenue pour les exilés débarqués dans ce centre fermé de Vinojug, à la frontière. Mais pourquoi les exilés préféreraient-ils un retour vers la Grèce plutôt qu’un transfert vers la capitale et son centre ouvert pour demandeurs d’asile, à partir duquel il est aisé de partir vers la proche Serbie ?

      D’abord, à cause de la pression mise par les passeurs. Ceux-ci ont tout intérêt à ce que les exilés ne fassent aucune pause sur leur parcours, pour toucher plus vite la somme d’argent débloquable à chaque étape réussie. Or, être transféré de Vinojug vers la capitale Skopje prend du temps : souvent 30 jours d’attente. Mieux vaut donc, pour le business, que les migrants reviennent quelques centaines de mètres en arrière, tentent à nouveau le coup, passent sans encombres et atteignent plus vite la frontière serbe. "Il y a même des passeurs qui ont des stratégies : ils envoient un premier groupe en sachant qu’il va se faire intercepter, pour faire diversion et faire passer un second groupe derrière", évoque Jasmin Redjepi, de l’ONG Legis.

      C’est aussi l’analyse du ministère de l’Intérieur, qui détaille à Infomigrants : "ceux qui sont interceptés par la police macédonienne reçoivent immédiatement l’ordre des passeurs de retourner en Grèce, pour se rendre à nouveau au lieu de rassemblement, l’hôtel Hara, situé à environ 1,5 km, où un nouveau groupe est formé et où ils tentent à nouveau d’être passés clandestinement. Le paiement de l’activité de passeur ne sera effectué par la personne que lorsqu’elle sera arrivée du point A au point B, ce qui signifie qu’elle dispose d’un nombre illimité de tentatives pour être introduite clandestinement sur le territoire de notre pays. C’est pourquoi les personnes retournent volontairement en Grèce."

      De fait : de nombreux exilés acceptent la reconduite. Certains "s’enfuient" même de Vinojug avant que la police n’organise le trajet retour en fourgonnette. Car dans ce centre de transit fermé, les allées et venues sont contrôlées. "Par contre la nuit, ce n’est pas contrôlé. Souvent les jeunes s’enfuient de Vinojug la nuit. En passant au-dessus des grillages", glisse Jasmina, une autre membre de l’ONG Legis opérant au sein du centre de transit. Cette femme énergique aux cheveux rouges et au sourire doux semble connaître tous les secrets du centre, après plusieurs années d’expérience ici. Elle détaille : "Ils partent dès qu’ils reçoivent un message du passeur. Celui-ci leur indique de se rendre à telle ou telle localisation, juste de l’autre côté".

      e l’autre côté des grillages en effet, c’est la "green line" : la zone frontalière, couverte de quelques champs et d’herbes hautes. À l’horizon, la forêt et le paysage montagneux. La Grèce et son premier village, Idoméni, est toute proche. Une équipe d’InfoMigrants y avait d’ailleurs recueilli début octobre le témoignage d’une policière grecque, qui le reconnaissait : "Parfois ce sont les mêmes personnes qui retraversent, celles qui ont déjà été refoulées par la Macédoine du Nord".

      "Ces jeunes, on les retrouve ensuite 4, 5 fois de suite ici, dans le centre de transit", abonde Jasmina. Lorsqu’on lui demande son avis sur ce fonctionnement cyclique, la salariée se contente de hausser les épaules en un grand soupir.
      "Je ne voulais pas aller en Grèce les trois premières fois ! Ce sont les policiers qui me ramenaient"

      Reste que certains exilés résistent aux pressions des passeurs et ne sont en aucun cas "volontaires" pour retourner en arrière. C’est le cas de Mohammad Azim, 16 ans, qui a évité les appels "incessants" du trafiquant qu’il a payé - "Il me disait : ’Qu’est ce que vous foutez là, revenez en Grèce, je ferai en sorte que vous traversiez de nouveau cette frontière pour aller en Serbie”. Mais Mohammad Azim est fatigué de ces agissements. "Les passeurs ne font rien, on ne les voit jamais... On les paie mais je ne sais même plus pourquoi on les paie : c’est nous qui prenons tous les risques."

      Ce jeune homme assure donc avoir déclaré aux autorités, dès sa première interception, vouloir rester en Macédoine du Nord. Pour autant, la police aux frontières ne l’a laissé vraiment s’installer à Vinojug qu’au bout de la... quatrième tentative. À chaque fois, "les policiers macédoniens m’arrêtaient au passage de la frontière, ils m’envoyaient au centre de Gevgelija... Puis ils m’embarquaient avec un autre groupe de migrants qui était là dans ce centre pour nous ramener en Grèce", assure-t-il. Une expulsion, donc.

      Interrogé sur ces pratiques, le Crisis Management Centre (l’organe public régional qui régit le centre de Vinojug) nous renvoie vers le ministère de l’Intérieur, "parce qu’ils sont responsables de la procédure des retours volontaires". Du côté de Frontex, on nous invite également à nous adresser à l’Intérieur et on nous indique que "Frontex n’a pas reçu d’informations concernant le retour de demandeurs d’asile en Grèce." Sollicité par Infomigrants, l’Intérieur abonde : "nous n’avons reçu aucun signalement de ce type, ni de la part des autorités locales, ni de Frontex, ni des ONG".

      L’adolescent de 16 ans montre une camionnette blanche qui passe juste à cet instant sur la route derrière lui. "C’était dans ce genre de véhicules. Ça sert aux policiers pour mettre quasiment 10 personnes dedans. Ça s’est répété trois fois".

      Pourquoi n’a-t-il pas été refoulé, cette quatrième fois ? Difficile de le dire. Certains exilés croient savoir que cela dépend du nombre de places dans le centre de transit, ou des capacités de transfert vers Skopje. D’autres évoquent des décisions purement arbitraires. Quoi qu’il en soit : "On peut qualifier cette situation de pushback, surtout si cela se déroule loin de nos regards et que nous n’en sommes pas avertis", reconnaît et s’inquiète Jasmin Redjepi.
      Refoulé 8 fois d’affilée

      Bien que la présence de Frontex ait fait évoluer positivement les choses, il semble donc que cette pratique du refoulement vers la Grèce se poursuive. Moins systématiquement, plus discrètement. Mais tout aussi illégalement : un refoulement à chaud est contraire au droit car il empêche tout examen de la situation individuelle de la personne.

      Mohammad Azim a 16 ans. Or cette situation de minorité n’a jamais été prise en compte. Dans son rapport sur l’année 2024, les avocates de MYLA regrettaient déjà qu’il n’existe en Macédoine "rien pour les mineurs isolés, pas de procédure formelle de protection ni d’évaluation de l’âge" et que de manière générale "les migrants n’ont pas accès à un recours efficace contre l’expulsion informelle”.

      Rafiullah, un Afghan de 21 ans rencontré au centre pour demandeurs d’asile en banlieue de Skopje, raconte lui aussi avoir été refoulé... Huit fois d’affilée. Il doute même du nombre exact : "C’est seulement la 8ème ou la 9ème fois que l’on m’a enfin dit : "OK, tu peux rester ici".

      Or, Rafiullah affirme qu’il l’avait déclaré aux autorités dès la première interception : "Je voulais rester en Macédoine du Nord. Car je savais que si je demandais l’asile ici, à Gevgelija, après un mois on m’aurait transféré à Skopje. Et qu’une fois à Skopje, je pouvais aller facilement en Serbie".

      Maintenant qu’il a pu rester sur le territoire et rejoindre la capitale, le jeune homme n’a qu’une hâte : rejoindre l’Europe de l’Ouest, lui qui a un cousin travaillant dans une entreprise en France. Souriant, les yeux pétillants, il s’enquiert : "Est-ce que les Français sont plus bienveillants ? Ici, les gens dans les Balkans sont racistes : on me regarde toujours bizarrement comme ça" - il fronce les sourcils, la mine fermée, puis éclate de rire - "J’ai du mal à comprendre pourquoi".

      https://www.infomigrants.net/fr/post/67838/en-macedoine-du-nord-la-zone-grise-entre-retours-volontaires-et-expuls
      #renvois #expulsions #refoulements #push-backs

    • Interrogés, détenus comme témoins : en Macédoine du Nord, les conséquences sur les exilés de la lutte contre les passeurs (3/3)

      La lutte contre les passeurs est un enjeu stratégique en Macédoine du Nord, tant pour ce pays de transit sur la route des Balkans que pour l’Union européenne. Mais elle n’est pas sans revers : les personnes migrantes et les ONG témoignent notamment d’interrogatoires et de détentions arbitraires, sans cadre légal.

      Des dizaines et des dizaines de voitures s’entassent à l’entrée du centre de transit de Vinojug, au sud de la Macédoine du Nord. Un camion de marchandises dévoile, sous sa bâche, des montagnes de cageots. Un chien errant passe. Tous ces véhicules ont été saisis ces derniers mois par la police aux frontières macédonienne, lors des interceptions de groupes d’exilés tentant de franchir la frontière depuis la Grèce. Non loin de là, les reliefs du territoire grec dessinent l’horizon.

      "99%" des exilés qui passent dans cette zone frontalière le font grâce à un réseau de passeur, affirme le ministère de l’Intérieur macédonien, sollicité par InfoMigrants. L’Intérieur se dit tout à fait informé des lieux-clés : "lorsqu’ils arrivent en Grèce, ils reçoivent des instructions et sont envoyés vers un lieu de rassemblement situé près de la frontière, sur le territoire grec, près d’Evzoni, appelé Hôtel Hara, à environ 1,5 kilomètre" de Gevgelija, précise le ministère. Là, au pied de ce fameux hôtel tout simple, en bord de route, bordée d’une station-essence décrépie et de tables de pique-nique sous abri, "les passeurs les attendent et les conduisent à pied de manière illégale pour traverser le territoire macédonien."

      La lutte contre les passeurs en Macédoine du Nord, pays de transit pour les exilés souhaitant rejoindre l’Europe occidentale, est un enjeu national. Mais aussi et surtout européen - bien que ce petit pays des Balkans ne fasse pas partie de l’UE. Frontex y est déployé depuis avril 2023. Tout récemment, du 13 au 17 octobre, des experts de l’OLTIM (Office français de lutte contre le trafic illicite de migrants) sont venus former des policiers macédoniens sur la lutte contre les trafiquants. La formation est délivrée dans la cadre de "la coopération renforcée entre la France et le Royaume-Uni", précise le communiqué.

      Cette lutte active n’est pas sans conséquence sur les droits des exilés. À l’intérieur du centre de Vinojug, quatre jeunes hommes viennent d’arriver dans la nuit. "Le passeur m’a dit au téléphone : "Marche dans la forêt, et tu trouveras une voiture. Et dans trois ou quatre jours tu seras en Italie"", raconte l’un d’eux, Mohamed, un Soudanais de 21 ans. "Nous sommes restés deux jours dans la forêt sans manger, sous la pluie... Et il n’y avait pas de voiture", soupire-t-il.

      Les jeunes avaient formé un groupe de huit dans cette forêt. Mais ils ne sont désormais plus que quatre. Car après l’interception dans la nuit de leur groupe, "la police nous a amenés dans ce centre, a pris nos empreintes, a confisqué nos documents grecs et nos téléphones", racontent-ils. Puis quatre d’entre eux ont été emmenés à plus de deux heures de voiture de là, à Skopje, la capitale. Pour être entendus comme témoins au tribunal. Les quatre restés ici, l’air perdu, ne savent pas pourquoi, quand ils rentreront, ce qu’il va advenir d’eux-mêmes et de leurs effets personnels.
      Détenu comme témoin : la procédure "hors de tout cadre légal" en vigueur en Macédoine du Nord

      Ce transfert à Skopje pour être entendus comme témoins est une procédure inédite en Europe qui s’applique là en Macédoine du Nord. Systématiquement, une partie d’un groupe d’exilés intercepté est transféré à Skopje dans le centre de rétention de Gazi Baba (appelé "centre d’accueil pour les étrangers", en réalité un centre de détention pour ceux qui sont en irrégularité administrative). Le temps d’être présentés devant un juge. Non pas en qualité de prévenus ; mais bien de simples témoins.

      "C’est totalement illégal", dénonce Mitko Kiprovski, avocat et chargé de plaidoyer de l’ONG Jesuit Refugee Service (JRS). "C’est une situation qui n’est pas inscrite dans la loi. Le procureur donne des instructions orales à la police de détenir les personnes pour qu’elles témoignent contre les passeurs", expliquent les avocates de la Macedonian Young Lawyers Association (MYLA).

      "La détention arbitraire de migrants en situation irrégulière au centre de détention de Gazi Baba, qui doivent être présentés devant le tribunal pénal pour faire une déposition, reste préoccupante", épinglait déjà en octobre 2024 un rapport de la Commission européenne. Sollicité également sur ce sujet, le ministère de l’Intérieur n’a, à l’heure où nous écrivons ces lignes, pas répondu à nos questions sur ce point.

      De plus, parmi les quatre jeunes transférés à Skopje ce jour-là, se trouvaient deux mineurs, selon la base de données commune aux associations à Vinojug, et à la police aux frontières. "Nous avons longtemps mené un plaidoyer pour qu’il n’y ait plus de mineurs dans ce centre de détention", expliquent les avocates de la Macedonian Young Lawyers Association (MYLA). "Je passe mon temps à dire aux autorités que si elles veulent un jour intégrer l’Union européenne, il faut mettre fin à la détention administrative des enfants", insiste aussi Mitko Kiprovski.

      Cette pratique de la détention en tant que témoins s’est néanmoins améliorée. "Les années passées, les gens étaient détenus pour une plus longue période et la situation était pire", souligne Teodora Kjoseva Kostadinovska, de la Macedonian Young Lawyers Association. La période de détention en tant que témoin pouvait alors durer plusieurs semaines voire plusieurs mois.

      "Désormais, surtout en 2025, la situation s’est améliorée. Les gens sont détenus un ou deux jours. Ce qui n’est toujours pas légal, bien sûr", affirme Teodora Kjoseva Kostadinovska. En cas de jours non-ouvrés, les exilés peuvent rester jusqu’à 3 ou 4 jours en détention, précise de son côté Mitko Kiprovski.
      "La seule façon de sortir est de demander l’asile"

      Au-delà du fait qu’elle s’effectue hors de tout cadre légal, cette détention a des conséquences sur le parcours des exilés. Il est impossible de demander l’asile avant l’audience : “le dépôt d’une demande d’asile n’est autorisé qu’après que les témoignages de ces personnes devant le procureur dans le cadre des procédures engagées contre les passeurs ont été entendus", explique le rapport 2024 de la Macedonian Young Lawyers Association (MYLA).

      Enfin, après l’audience, les ONG expliquent que les personnes n’ont d’autre choix que de déposer une demande d’asile pour sortir de Gazi Baba. "La seule façon légale de sortir de détention est de faire une demande d’asile orale et ainsi d’être transféré au centre d’accueil pour demandeurs d’asile", en périphérie de Skopje, explique Mitko Kiprovski.

      MYLA a constaté aussi cette situation en 2024 à partir d’un groupe : "certains d’entre eux ont été transférés au centre d’accueil pour étrangers et, après avoir témoigné dans le cadre des procédures pénales engagées contre les passeurs, ils ont été libérés après avoir déposé une demande d’asile."

      Mais dans la pratique, ce qu’il se passe après est parfois aléatoire. Il arrive que les gens "soient laissés et partent dans des directions inconnues", indique Mitko Kiprovski. D’autres fois, les exilés sont ramenés au centre de transit de Vinojug. C’est le cas des quatre jeunes interrogés ce jour-là, qui ont rejoint, deux jours plus tard, les quatre restés à Vinojug. Tout de suite après, la police aux frontières les a reconduits sur le territoire grec, dans le cadre du "retour volontaire" qui s’applique là-bas - en réalité une zone grise frôlant parfois avec le refoulement illégal.
      "On m’a mis la pression" : des interrogatoires à l’intérieur même du centre de transit

      Rafiullah a l’allure droite, l’aisance et le sens de la tchatche des serveurs, lui qui a travaillé à ce poste dans un restaurant à Ankara, en Turquie, pendant trois mois, avant d’arriver en Grèce puis en Macédoine du Nord. L’anglais parfait, aussi. Le turc aussi : il l’a appris pendant ses mois à Ankara. Au total, ce jeune Afghan de 21 ans manie parfaitement cinq langues - en Afghanistan, il a suivi une formation de langues. "Je crois que plus j’apprends des langues, plus mon cerveau est capable d’en assimiler de nouvelles facilement", songe-t-il en souriant. Par conséquent, dans le centre de Vinojug, "j’aidais tout le monde, je faisais l’interprète".

      Mais cette faculté lui a attiré des ennuis "à cause ça, on me prenait pour un passeur". Déjà, le jeune homme a été dans le radar des autorités pour avoir tenté de passer huit fois d’affilée la frontière. "À chaque fois on me voyait avec un groupe différent. C’est aussi pour ça qu’on me prenait pour un passeur, je crois. La première fois, on ne m’a rien dit, les fois suivantes à chaque fois : pourquoi tu es avec ce groupe, tu es passeur ?"

      Debout dans son sweat à capuche vert aux côtés de Rafiullah, un autre jeune Afghan, Mohammad Azim, âgé de 16 ans, explique la logique : "quand tu essaies une fois et que tu échoues, que tu es reconduit en Grèce, le passeur te prend comme repère. Il te met avec quelques nouvelles personnes et te dit : "maintenant que tu sais comment ça fonctionne, c’est toi qui vas pouvoir les guider, et leur acheter un ticket de bus". De nombreux exilés tentent de monter dans un bus public qui se rend de Gevgelija à Skopje, très surveillé par la police.

      Rafiullah n’a pas choisi de passer huit fois : il assure avoir été refoulé contre son gré, lui qui voulait entrer dans le système d’asile pour être transféré à Skopje. Toujours est-il que la neuvième fois - il ne sait toujours pas pourquoi -, les autorités l’ont laissé s’installer à Vinojug... Non sans lui faire subir, cette fois, un véritable interrogatoire de police à l’intérieur même du centre de transit. "J’ai été interrogé par quelqu’un de la police, dans une salle en préfabriqué, tout seul. L’agent de police me demandait “tu es le passeur ? tu as aidé le passeur, non ?”. Il me mettait la pression, il me faisait croire que les autres m’avaient dénoncé comme tel."

      Pour rappel, "ces centres de transit demeurent dans une situation juridique peu définie", soulignent les avocates de MYLA. "Ils sont placés sous un régime de "gestion de crise" qui dure depuis 2015, donc les gens à l’intérieur ont eux aussi un statut légal peu défini". "Ce sont des no man’s land, sous aucune juridiction", confirme Mitko Kiprovski, avocat et chargé de plaidoyer de l’ONG Jesuit Refugee Service. "Donc personne ne peut y émettre des documents, signer ou mettre un tampon". Le cadre juridique de ce type d’interrogatoires, et l’accès à un droit à la défense, pose donc problème.

      Rafiullah explique à cet agent qu’il n’a fait qu’essayer de traverser comme les autres. "Je lui répondais que je n’avais rien à voir avec le passeur, que je savais qu’ils n’avaient rien contre moi, que moi je voulais rester ici en Macédoine. Après ça, ils m’ont laissé repartir dans le centre".

      Le jeune homme ne sera plus refoulé et bien enregistré comme demandeur d’asile à Vinojug. Mais "depuis cet interrogatoire, je n’ai plus jamais joué les interprètes. Je fermais ma bouche. Je ne parlais plus qu’anglais dans le centre". Un mois plus tard, il a été transféré au centre pour demandeurs d’asile de Skopje.
      À 16 ans, 10 mois de prison pour aide au passage

      C’est de ce centre situé en périphérie de la capitale, face à une lande à l’abandon et des toits en brique emmenant le regard vers les montagnes au loin, que sort ce midi-là, cigarette à la main, Kayum Aryoubi. D’emblée, il adresse un signe de la main. Son visage encore adolescent du haut de ses 17 ans, avec ses yeux ronds et ses grains de beauté autour d’une courte barbe, s’éclaire d’un sourire. Sur son k-way gris clair, au dos, il est écrit "A step forward" ("Un pas en avant").

      Le jeune homme est loin d’avoir eu un parcours insouciant. Il a quitté l’Afghanistan, avec un oncle, à l’âge de 10 ans. Toutes ces années, ils ont vécu en Turquie, puis en Grèce. Il y a onze mois de cela, tous deux ont franchi la frontière macédonienne : l’oncle a réussi à passer mais Kayum, lui, a été intercepté par la police. "On se trouvait dans un bus" - ce fameux bus public qui rejoint Skopje depuis Gevgelija - "quand la police nous a trouvés", commence l’adolescent. "Dans ce bus il y avait un Turc qui travaillait avec les passeurs. Mais ce Turc m’a dénoncé moi comme étant lié aux passeurs".

      Après une nuit au centre de transit de Vinojug, Kayum Aryoubi a été transféré à Skopje pour comparaître devant un tribunal. "Le Turc a témoigné contre moi. J’ai été condamné à 10 mois de prison". Il avait alors 16 ans.

      L’adolescent est incarcéré dans la prison de Kumanovo, au nord du pays, pour purger sa peine d’aide au passage. "C’était très violent”, souffle le jeune homme qui se dit traumatisé par son incarcération. "Les détenus étaient maltraités par les gardiens de cette prison, moi y compris. Je vivais dans une petite cellule avec 4 autres personnes". Les quatre étaient des prisonniers de droit commun macédoniens. "C’est là que j’ai appris le macédonien. Mais c’était très dur de vivre avec des gens de ce pays."

      À la fin de sa peine, on le transfère pour un mois à Gazi Baba, le centre de rétention pour étrangers. Les conditions au quotidien y sont meilleures, assure-t-il. Mais le jeune homme sombre mentalement. Il y a appris, il y a quinze jours, le décès de sa sœur et de ses deux frères dans un affrontement entre les Taliban et les Pakistanais. "Je me suis blessé avec un rasoir quand j’ai appris ça", confie-t-il en dévoilant, sur son torse, de longues cicatrices encore rouges. "Je voulais sortir de là. Et j’étais tellement triste que je ne savais pas ce que je faisais."

      Depuis trois jours, Kayum a été libéré de Gazi Baba et est hébergé en tant que demandeur d’asile déclaré dans ce centre ouvert de Skopje. Aujourd’hui, il veut partir en Serbie dès que possible. C’était son objectif depuis le début de son entrée sur le territoire macédonien. Mais pour ce faire, il a besoin d’un téléphone. Il y a onze mois, "quand j’ai été arrêté par la police macédonienne, ils m’ont pris mon téléphone. J’avais aussi 500 euros sur moi. Ils m’ont tout pris et ne me les ont jamais rendus", glisse-t-il.

      Le jeune homme espère un jour rejoindre la France pour y demander protection. "Obtenir l’asile y est moins difficile pour les Afghans", croit-il, "et j’ai des amis qui sont là-bas".

      https://www.infomigrants.net/fr/post/67859/interroges-detenus-comme-temoins--en-macedoine-du-nord-les-consequence
      #criminalisation_de_la_migration #passeurs #détention #détention_arbitraire

  • Aux frontières de l’Europe, un arsenal technologique contre les migrants

    "L’Union européenne déploie à ses frontières des technologies civiles et militaires pour bloquer les flux migratoires. De la Pologne à la Serbie, enquête sur le complexe techno-industriel qui érige la « forteresse Europe »."

    – Épisode 1/5 : En #Pologne, un mur de 190 kilomètres à travers la #forêt primaire
    – Épisode 2/5 : À Madrid, au Salon mondial de la #sécurité aux frontières, le #showroom des #technologies de #surveillance
    – Épisode 3/5 : Dans les #Balkans, des technologies contre les migrants qui se retournent contre la société civile
    – Épisode 4/5 : En #Italie, une #fouille intégrale des #téléphones
    – Épisode 5/5 : En #Bosnie, rencontre avec un passeur, entre les #drones et les #gangs

    https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/serie-aux-frontieres-de-l-europe-un-arsenal-technologique-contre-les-mig
    #externalisation #militarisation_des_frontières #technologie #migrations #réfugiés #Europe #Trieste #route_des_Balkans #complexe_militaro-industriel
    #podcast #audio

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    • Épisode 1/5 : En Pologne, un mur de 190 kilomètres à travers la forêt primaire

      La forêt de Białowieża est l’une des dernières forêts primaires d’Europe, préservée de l’action humaine depuis près de 12 000 ans. Mais son visage a radicalement changé depuis 2021, lorsque le Bélarus, un pays voisin de la Pologne et allié de la Russie, a créé une crise migratoire.

      Le Bélarus a entrepris de délivrer des visas à des familles venant d’Afrique et du Moyen-Orient, pour les acheminer jusqu’à Minsk, la capitale bélarusse. De là, les autorités bélarusses poussaient les exilés vers la Pologne.

      En réponse, la Pologne a entrepris d’ériger un mur à travers la forêt : une immense barrière de métal, longue de 190 kilomètres, haute de cinq mètres, protégée par trois rangées de barbelés, des caméras, des drones et des hélicoptères.

      “Il y a 5 300 caméras, le mur, des soldats, et un système de détection : si quelqu’un touche le mur, nous sommes avertis immédiatement de ce qu’il se passe”, explique Katarzyna Zdanowicz, la porte-parole des gardes frontières pour la région de Białowieża.

      On a parfois l’impression que la frontière sépare aussi deux manières de comprendre la situation. D’un côté, les activistes, qui parlent de femmes, d’enfants, et de familles qui fuient la guerre. De l’autre, le gouvernement Polonais qui dénonce une “menace” migratoire ; le premier ministre Donald Tusk va jusqu’à parler d’une “guerre hybride” dont les munitions seraient les personnes exilées envoyées sur son territoire. En conséquence, la Pologne a autorisé les gardes frontières à utiliser des armes à feu contre les réfugiés en juillet 2024. En mars 2025, le pays a carrément suspendu le droit des exilés à demander l’asile en arrivant dans le pays. Toute personne interceptée sur le territoire est systématiquement refoulée vers le Bélarus.

      Les militants sur place dénoncent des violations régulières des droits humains à l’encontre des exilés, perpétrés par les gardes frontières bélarusses, mais aussi polonais.

      https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/le-grand-reportage/en-pologne-un-mur-de-190-kilometres-a-travers-la-foret-primaire-7597265

      #murs #barrières_frontalières #Grupa_Granica #Belarus #caméras #caméras_de_surveillance #détection #Biélorussie #contrôles_frontaliers #militarisation_des_frontières #menaces #menace_migratoire #guerre_hybride #décès #mourir_aux_frontières #gardes-frontières #armes_à_feu #refoulements #push-backs #Krynki #drones

    • Épisode 2/5 : À Madrid, au #Salon_mondial_de_la_sécurité_aux_frontières, le #showroom des technologies de surveillance

      En Pologne, comme dans la plupart des pays que nous avons traversés pour cette enquête, les zones frontalières sont soumises à des régimes d’exception. Cette culture du secret qui entoure les frontières, nous avons pu en faire l’expérience à Madrid, lors du #World_Border_Security_Congress.

      En Pologne, comme dans la plupart des pays que nous avons traversés pour cette enquête, les zones frontalières sont soumises à des régimes d’exception : pas le droit de photographier, pas le droit d’enregistrer avec un micro, et une liberté de circuler très relative. Cette culture du secret qui entoure les frontières, nous avons pu en faire l’expérience dans la capitale espagnole, lors du World Border Security Congress, le salon mondial de la sécurité aux frontières, qui réunit les acteurs majeurs de l’industrie de la surveillance et de la répression de l’immigration. L’événement est tout simplement interdit aux journalistes : il nous faut nous faire accréditer par une ONG pour pouvoir y accéder, et découvrir les dernières innovations technologiques en matière de surveillance des frontières.

      Se pensant loin des micros de la presse, #Hans_Leijten, le directeur exécutif de #Frontex, livre un discours extrêmement dur :

      “Laissez-moi être clair : dans le monde actuel, il ne peut plus y avoir de repas gratuit, expose-t-il. La coopération ne fonctionne pas à sens unique. Si un pays veut bénéficier des fonds européens, alors il doit répondre aux demandes de l’Union européenne. Cela veut dire qu’il doit accepter les protocoles de réadmission, renforcer ses contrôles aux frontières, et combattre les réseaux de passeurs”.

      Ce salon, intitulé ’Patrouiller la périphérie’, incarne aussi le plan européen consistant à “externaliser les frontières”, c’est-à-dire à s’implanter dans les pays voisins de l’Union pour y stopper l’immigration avant qu’elle atteigne son territoire.

      https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/le-grand-reportage/a-madrid-au-salon-mondial-de-la-securite-aux-frontieres-le-showroom-des-

      #régimes_d'exception #intelligence_artificielle #AI #IA #industrie_de_l'armement #surveillance_mobile #usage_dual #complexe_militaro-industriel #adaptation #façonner_le_monde #business #patrouiller_la_périphérie #gestion_des_frontières

      –-

      –-> citation, voilà ce que dit Hans Leijten dans le salon intitulé « Patrouiller la périphérie », à partir de la min 4,45 :

      « Si nous voulons de la stabilité et du contrôle, alors nous devons construire les mécanismes de sécurité, et pas seulement à nos frontières, mais aussi loin, au-delà. Cette approche a porté ses fruits en Europe, dans les Balkans, où nous avons utilisé une combinaison de gestion des frontières, d’engagement politique et de traités commerciaux qui ont donné de bons résultats »

    • Épisode 3/5 : Dans les Balkans, des technologies contre les migrants qui se retournent contre la société civile

      En s’appuyant sur l’idée “d’externalisation des frontières”, l’Union européenne justifie sa présence dans les pays hors de l’Union européenne, pour y stopper l’immigration avant même que celle-ci n’atteigne son territoire.

      "Tout ce qui concerne la migration en #Bosnie-Herzégovine est payé par l’Union européenne ou les États membres, explique la chercheuse #Nidžara_Ahmetašević, spécialisée dans la migration. Par exemple, la semaine dernière, l’Union européenne a donné des drones pour les gardes frontières. La semaine précédente, elle a donné des voitures."

      Ces #financements proviennent notamment des #Fonds_de_Pré-Accession, des fonds d’aide au développement dont la vocation initiale est d’aider les pays voisins de l’Europe à atteindre un niveau de développement économique suffisant pour devenir des partenaires commerciaux, voire pour intégrer l’Union. En se penchant sur le détail des transactions, on découvre qu’une vaste partie des financements servent en réalité à financer des infrastructures de contrôle de la migration.

      Mais en déployant des technologies de type militaire chez ses voisins aux régimes politiques instables, l’Union européenne risque de créer des situations conflictuelles : ces technologies prévues contre la migration peuvent se retourner contre la société civile.
      Nous nous sommes rendus en Serbie, où les étudiants manifestent depuis plusieurs mois contre le gouvernement d’Aleksandar Vučić. En novembre 2023, le gouvernement de Vučić a déployé une arme nouvelle contre des exilés, dans le nord du pays : un canon à son. En mars 2025, ce même canon à son a, d’après plusieurs témoignages, été utilisé contre les étudiants. “La Serbie est un laboratoire pour tester les technologies aux frontières terrestres, exopse Mila Bajić, de l’association SHARE. Puisque la Serbie ne fait pas partie du territoire européen, il n’y a pas de loi européenne pour encadrer les pratiques, tel que le règlement européen sur l’intelligence artificielle, et les demandes d’accès aux informations publiques ne fonctionnent pas. Le gouvernement peut donc agir sans rien révéler.”

      https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/le-grand-reportage/dans-les-balkans-des-technologies-contre-les-migrants-qui-se-retournent-

      #externalisation_des_frontières #Balkans #route_des_Balkans #développement #aide_au_développement #intégration_européenne #drones #test #laboratoire #Serbie #frontières_terrestres #canon_à_son #armes_sonores #barrière_acoustique

      –-

      sur les #murs_sonores, voir aussi :
      La Grèce allonge son mur et le fortifie avec un #mur_acoustique...
      https://seenthis.net/messages/920711
      #mur_sonore

      et aussi :
      –> La police serbe a déjà utilisé des #armes_sonores sur des migrants
      https://seenthis.net/messages/1104712

    • Épisode 4/5 : En #Italie, une fouille intégrale des #téléphones

      L’arsenal technologique déployé aux frontières a plusieurs missions, formalisées dans les documents de la Commission européenne : détecter, contrôler, et surveiller. En Italie, dans la ville portuaire de Trieste, ces technologies ont un impact immédiat pour la vie des exilés.

      D’après de nombreux témoignages que nous avons recueillis, les policiers fouillent de manière quasi-systématique les téléphones des exilés lorsque ceux-ci effectuent leur demande d’asile.

      “Ce qu’ils font, c’est qu’ils lisent vos messages sur #WhatsApp, ils regardent vos photos, ils regardent votre historique de recherche, explique Smaïl, qui a fui le Pakistan il y a plusieurs années et vient en aide aux exilés à Trieste après avoir réussi lui-même à régulariser sa situation. S’ils voient que vous avez cherché “Milan”, ils vous disent : “Tu as cherché des informations sur Milan, alors pars à Milan”. Il y a même des gens qui m’ont dit qu’ils avaient effacé toutes les données sur leur téléphone, mais que la police a trouvé les informations quand même. S’ils font ça, c’est parce qu’ils trouvent qu’en tant que cité frontalière, ils en font déjà assez, alors ils cherchent des excuses pour renvoyer ceux qui demandent l’asile.

      Ce que décrit Smaïl ressemble point par point au logiciel #Le_Kiosk, développé par l’entreprise israélienne #Cellebrite, dont nous avons pu avoir une démonstration au cours du Salon Mondial de la Sécurité aux Frontières. En 2019, la France a annoncé équiper pas moins de 500 commissariats avec le #logiciel Le Kiosk. Ces technologies de surveillance rendent le parcours migratoire toujours plus complexe. Pourtant, les chiffres montrent que les entrées dans l’Union ne baissent pas ; en revanche, les routes sont de plus en plus dangereuses. “Vouloir stopper le mouvement des humains, c’est comme se battre contre la nature, contre la mer : les gens circulent, ils doivent trouver des moyens de passer”, regrette Smaïl.

      https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/le-grand-reportage/en-italie-une-fouille-integrale-des-telephones-3950382
      #smartphones #Trieste #danger #parcours_migratoire

    • Épisode 5/5 : En Bosnie, rencontre avec un passeur, entre les drones et les gangs

      A ce stade de l’enquête, une question continuait de nous tarauder : comment, avec tout cet arsenal pour protéger les frontières, expliquer que les entrées illégales dans l’Union européenne continuent ?

      Un paradoxe nous apparaît à la fin de cette tournée des pays des Balkans : les drones, logiciels de surveillance, caméras thermiques et autres équipements, ne sont peut-être pas essentiels pour comprendre la réalité de la migration. Au bout de trois jours passés à #Bihac, dans le nord de la #Bosnie, on comprend déjà beaucoup de la réalité de ce petit village, dernière étape avant l’entrée dans l’Union européenne : sur la place principale, il y a des exilés qui ont été refoulés la veille, qui se reposent pendant la journée, et dont tout le monde sait qu’ils vont retenter leur chance le soir-même. Et puis, il y a ces visages de gens qui ne partent pas, pendant 6 mois, 1 an : eux, ce sont les passeurs. Ici, tout le monde les connaît, ils se baladent dans la rue principale avec leurs clients, dans l’impunité la plus totale. Petit à petit, ces passeurs se sont structurés en réseau ; ces réseaux sont devenus des gangs.

      Nous nous sommes entretenus avec Ali, un passeur qui vit à la frontière entre la Bosnie et la Croatie depuis bientôt huit ans. La première fois que nous l’avons rencontré, c’était à un arrêt de bus. Il faisait presque 40°, le soleil cognait fort, et Ali venait de récupérer un groupe d’Afghans qu’il s’apprêtait à faire traverser. Il avait un pull noir à manches longues. Il a accepté de relever une de ses manches pour nous montrer son bras - lacéré par des cicatrices, du poignet jusqu’à l’épaule.

      “Ils nous ont torturés, raconte-t-il. Ils ont appelé mes parents, ils leur ont dit : “envoyez de l’argent !”. Ils nous ont tout fait. Mais crois-moi, après ça, les cicatrices font de toi quelqu’un de respecté dans le milieu.”

      Comment les passeurs arrivent-ils à déjouer les caméras thermiques, les drones, les patrouilles ? Ali ne nous donnera pas tous ses secrets, mais il laisse en deviner quelques-uns.

      “Je connais les horaires, l’heure à laquelle les gardes frontières font leur ronde, l’heure à laquelle ils sont dans la ville, détaille Ali. Mais il faut aussi s’en remettre à la chance.Tu crois que les caméras et les senseurs pourront m’arrêter. Laisse-moi te dire quelque chose : tu viens de l’Union européenne. Il y a des caméras de surveillance dans toutes les rues, dans tous les magasins. Est-ce que ça empêche les voleurs ? Non, jamais.”

      https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/le-grand-reportage/en-bosnie-rencontre-avec-un-passeur-entre-les-drones-et-les-gangs-839123
      #passeurs

  • Erased in life and death: intersecting injustices faced by people on the move in Serbia: Report summary 1/7

    A knowledge-mapping report
    Release 1: Summary of findings and death realities
    Introduction

    Our full report ‘Erased in life and death: intersecting injustices faced by people on the move in Serbia’ explores the systemic neglect, institutional silence, and structural violence surrounding the deaths of people on the move in Serbia. It is not a new intervention, nor a pioneering effort. Rather, it builds on the longstanding work of civil society organisations, cemetery workers, communities of faith, journalists, researchers, and families who have long documented, buried, and remembered the dead. Our aim is to contribute capacity, coordination, visibility, and documentation to efforts already underway.

    Below, to coincide with the start of Refugee Week 2025, the first of six sections to be released ahead of publication of the full report in July offers an overview of our initial findings and the realities of death on the move in Serbia.
    Summary of findings

    - #Border_deaths in Serbia are underreported, many people’s deaths have and will go off any official or unofficial record

    - People attempting to seek sanctuary by transiting through or seeking asylum in Serbia have died and continue to die for a range of reasons. All deaths are either directly or indirectly products of a violent border regime

    – Burial sites for people on the move are found across Serbia, with most concentrated near exit points of EU-bound migration routes

    - There is no publicly accessible official/centralised data on burial sites for people on the move in Serbia

    Purpose and scope of report

    This report attempts to map existing knowledge and identify gaps on the topic of border deaths and related procedures in Serbia. It also seeks to shed light upon the roles various stakeholders play in relation to this topic. A key objective is to map and centralise data on the known locations of named and unnamed burial sites.

    Context and urgency

    Despite hosting large public facing projects that engage with dead and missing people on the move, intergovernmental organisations generally do not engage with the topic in a meaningful way in Serbia - in some cases, their limited involvement may perpetuate procedural gaps. In the absence of meaningful engagement from intergovernmental organisations and state authorities, and amid ongoing procedural shortcomings, gaps are often filled by grassroots actors; motivated individuals or activist groups. In other instances,responsibilities may fall to municipal workers in border areas - whose only connection to the border regime is their geographic proximity.
    Gaps in data and procedures

    The Serbian commissariat for refugees and migration is reportedly in possession of centralised data on border deaths in Serbia (inside and outside of camps) although this data is withheld, and their procedures surrounding the handling of deaths are hidden. Ostensibly, official handling procedures from death to burial are identical in Serbia whether the person is documented or undocumented. Yet in reality, for people on the move, procedural steps are often missed or not adhered to. This can be for a multitude of reasons, many of which are systemic, including lack of resources, capacity, or prioritisation. Each known case differs significantly, with little consistency in procedures or outcomes. Outcomes are often shaped by who is involved at the time in each case, which results in myriad procedural challenges. These may be bureaucratic (identification, documentation ), cultural (e.g. religious traditions .)or material ( procuring, headstone maintenance). All of these issues, in various ways, contribute to a reduced sense of dignity for the deceased and their family.

    Death realities

    In practice, the management of death for persons on the move in Serbia diverges significantly from the formal procedures laid out in law:
    Identification challenges

    Most people on the move who die in Serbia lack verifiable identity documents. Individuals often either do not carry identification, carry false identification, or provide incorrect names upon registration at camps (to avoid being deported back to their home countries, for example), complicating post-mortem identification processes. As a result, morgue personnel are frequently left without reliable data to link the deceased to any formal record.Even if an individual is identified, in practice, many embassies - especially of countries experiencing political instability, conflict, or weak institutions - may be difficult to reach or be slow to respond. This may significantly delay the process.
    Storage periods and embassy involvement

    Because morgues are required to keep bodies for no longer than thirty days, the burial may proceed without embassy involvement if no response is received. However, whether morgues actually adhere to the legally mandated thirty-day storage period remains unclear. We are aware of at least one case whereby a person was buried without formal identification having taken place and before the 30-day threshold period was observed. Additionally, anecdotal evidence suggests that, in some cases, families abroad have resorted to paying bribes to morgue officials in order to facilitate the identification of deceased relatives. This raises serious concerns about both transparency and access to due process in death management systems.

    Certification and misidentification

    The issuance of death certificates is handled by the matičar (civil registrar). However, there have been repeated accounts of misidentification, including instances in which the wrong name is entered onto a death certificate. These errors may perhaps arise from inadequate identification mechanisms but are also attributed to negligence and administrative carelessness.
    Burial procedures and religious needs

    In cases where a body remains unidentified and no external individuals - such as family members or international organisations - come forward to fund a burial, the state assumes responsibility. These state-managed burials are typically carried out in the cheapest manner, involving the generic Christian wooden cross to mark the grave, despite most individuals probably having a Muslim origin. The use of the designation ‘N.N.’ (nomen nescio, or “no name”) is standard across all unidentified persons, regardless of origin or cause of death. This means that ‘N.N.’ of migrants are indistinguishable from the ‘N.N.’ graves of unidentified Serbian bodies. Unless there are many graves filling a particular burial plot, the year or date inscribed on the cross may be the only indicator by which to later locate or identify the individual.While the cost of burial is typically handled by local authorities who report a lack of state support, in practice, this responsibility is often distributed across a loose network of actors, including municipal governments, NGOs, religious charities, and at times sympathetic individuals or activists.
    Grave maintenance and access

    Serbian authorities are under no legal obligation to maintain graves unless the deceased is deemed to be of special historical or social significance. This has resulted in instances where ‘N.N.’ graves have deteriorated over time, with identifying information fading or disappearing altogether - adding additional complexity to the issue of unnamed graves. Furthermore, until today there is no publicly-available database which provides the locations of burial sites of migrants who have died within Serbia’s borders. On the other hand, it must be recognised that in most cases, border areas are in rural and isolated locations, not only geographically, but also in terms of socio-economic support from the central government. This results in a lack of adequate resources to actually comply with certain procedures.There is an additional layer of complexity introduced by religious and cultural considerations. Serbia’s ‘PUK’ state utility companies have their own funeral companies that carry out the majority of burials of people on the move, meaning that not only can they gain profit from these burials, but they effectively hold a monopoly on death procedures involving migrants. Serbia’s state funeral companies declined to respond to our request for clarification on these matters. As we understand, state-led burial procedures do not appropriately account for the correct cultural considerations for those who have died of Islamic faith - the majority of people on the move in Serbia. These considerations include burial sites oriented perpendicular to Mecca, the presence of an Imam during the burial, performance of the salat al janazah.

    The Commissariat for Refugees and Migration in Serbia declined to provide information on death and burial procedures.

    Local responses

    In some areas, particularly in southern Serbia, Muslim communities and imams have stepped in to conduct religiously appropriate funerals for people on the move. These grassroots efforts underscore both the inadequacies of the official system and the solidarity shown by the local community in addressing this humanitarian issue.

    The second summary section of this report, which details our efforts to map the deaths of people on the move across Serbia, will be published on Thursday 19 June.

    https://www.collectiveaidngo.org/blog/2025/6/8/erased-in-life-and-death-intersecting-injustices-faced-by-people-o
    #rapport #Serbie #route_des_Balkans #migrations #réfugiés #frontières #mourir_aux_frontières #morts_aux_frontières #tombes #cimetières
    ping @6donie

  • Mines, Memory, and Migration on Bosnia’s Perilous Border

    For refugees and migrants trying to reach the EU from Bosnia, leftover landmines and border violence haunt the journey.

    The Rodriguez family peers into the lens under the harsh lighting of Havana International Airport. Stretching out his arm, Josue, dressed in a sharp light grey jacket and white shirt, takes a selfie with his wife, Adriana, and their two toddlers to document their final hours in Cuba. Though their faces are partially obscured by masks — as per the COVID-19 travel rules in May 2022 — all four appear to be smiling. Half a year later, thousands of miles away, they would be running panicked through dense Balkan forests, praying that the ground would not explode underneath their feet.

    In 2021, the world was still emerging from post-pandemic lockdowns and international travel remained limited, but in Cuba an exodus was beginning. Amid nationwide protests prompted by electricity blackouts and shortages of food and medicine, with anger compounded by decades of political repression, people were forsaking the country. Official statistics estimate that more than one million Cubans left during the 2021-2023 period, but some analysts put the figure even higher. Adriana had studied communications at university but abandoned dreams of being a journalist, unable to bear the prospect of producing propaganda for the government. “Cuba is a prison,” she says by video call from Spain. “I didn’t study for five years to tell lies.”

    Unlike most asylum seekers who usually enter Europe from the Mediterranean, the Rodriguezes were able to skip a few steps. Using a Schengen area transit visa, the family flew via Zurich into Serbian capital Belgrade, assisted by a now-defunct visa-free regime that allowed Cubans to stay in the country for up to 90 days. In 2023, Cuban nationals lodged more than 4,500 asylum applications in the European Union. Upon landing, the family requested asylum and were transferred to a nearby refugee camp. They waited several months for an interview, and their daughter started to learn some Serbian words. “We were ready to stay,” Josue said, “but one day, people in the camp told us that we had 15 days to leave the country.”

    Believing Serbia’s favorable policy toward Cubans was ending, the Rodriguez family joined a group of their compatriots and headed for the border, where they paid a local fisherman to carry them across the Drina River in a wooden boat and into Bosnia. They headed up to the northwestern frontier town of Bihać with a new destination — Spain. This would necessitate a series of attempts to clandestinely cross the 570-mile Croatian border, a practice now universally referred to by migrants as “the game.” But in the early stages of the game, they had not yet been told about the minefields littering their path.

    Aladin Bajraktarević from the Bosnia and Herzegovina Mine Action Center (BHMAC) strides into the hotel breakfast room in Bihać and starts laying out A4 printouts of maps, announcing: “You are six kilometers [3.7 miles] from the nearest mine!”

    It’s April 2025, and Bajraktarević points to aerial shots of villages ringed by red blotches signifying minefields. His next photo features a prominent red blotch — blood seeping out from a flock of sheep that had wandered over a mine. “When I show the maps during presentations on landmine awareness, sometimes people don’t listen.” The next photo he places on the table shows a mangled human corpse. “When I show them these, they pay attention. I tell them, ‘Your kids can end up like this.’”

    According to BHMAC, the last recorded landmine-related fatality in the Una Sana canton was in 2009, and the victim was a deminer. Since the end of the war in 1995, at least 615 people have been killed by landmines. BHMAC suspects there are at least 20,000 mines in Una Sana, a region stretching across the northwestern frontier with Croatia. Bakrajtarević has a team of 20 deminers, but recruiting new members is a struggle. The low monthly salary of around 700 euros ($790) for a scout, Bajraktarević says, is less than the waitresses serving breakfast earn.

    In the 1990s, this region was the scene of fierce battles between multiple armies, and years of shifting frontlines have bequeathed the landscape with a deadly legacy: the country’s highest concentration of landmines near residential areas. But it is in the deep forests and high mountain passes spanning the Bosnian-Croatian border that conceal many more. After the war, this landscape was an underutilized migration route, but in 2016, EU leaders sought to prevent hundreds of thousands of people from crossing from Greece to Western and Northern Europe. Militarized borders and violent pushbacks along the EU border slowly shifted the migration flow westward, and irregular arrivals into Bosnia jumped from around 755 in 2017 to more than 24,000 in 2018.

    Towns around Bosnia’s northern border with Croatia became epicenters for migrants, media, and humanitarian organizations. Maps were distributed, warning those crossing the border about the risk of landmines. In the spring of 2021, a Pakistani man was killed and several members of his group injured after walking into a minefield in Saborsko, a small town in Croatia several miles from the Bosnian border. No migrants have been reported killed by landmines in Bosnia, but Bajraktarević and his team regularly find scattered clothes and other detritus strewn around the minefields. Anecdotally, hunters tell him they see migrants entering forests, followed by sounds of muffled explosions. “Dead or Missing in the Balkans,” a Facebook group run by locals and volunteers, contains countless pleas from people whose loved ones were last seen leaving Bosnia, “going for a game.”

    The Rodriguezes were advised to follow a route into Croatia that ended near a church, some ruined buildings, and a bus stop. The progress was relatively easy until the first landmine sign plunged the group into dread. Still, they pressed on, walking all night until finally crossing the border where they were promptly captured by Croatian police. “They arrested us and made us sit in a completely sealed van for hours in the sun. They wouldn’t let us feed the children or let them go to the bathroom,” Adriana recalls.

    She also explains that the Croatian police searched their belongings and confiscated their telephones. “I confronted them and asked for it back, I was crying because we were going to get lost. Then a female officer put her face right next to mine and told me to leave or she’d hit me. I was holding my one-year-old baby in my arms.”

    Without any means of navigation, the Cubans were left stranded on the mountainside. “They just stood there yelling at us: ‘Go to Bosnia, go to Bosnia.’ I was afraid we would never find our way back.”

    Again, they walked through the woods under the signs warning of mines. “We saw many blankets, towels, empty water bottles, and clothes,” Adriana remembers. “I can’t say exactly where the minefield began or ended because we only saw signs on the trees, and they didn’t indicate the limits, like ‘it starts here’ or ‘it ends here.’ I’ve never felt so scared.”

    Fortunately, they encountered Nedžad, a local businessman, who was hunting in the forest. “They were exhausted, lost, with small kids in their arms,” he told us when we met up on the hilltops outside Bihać. Nedžad, who preferred not to give his surname, hosted the family for a few days while they regained their strength. A former soldier who spent the war fighting on various frontlines in the immediate area, he thought the family was lucky. “They had walked straight through the minefield.”
    Nedzad, a local businessman and veteran from the 1990s war in Bosnia, walks along the edge of a mine-suspected area near Lipa migrant camp (Maryam Ashrafi)

    A Moroccan asylum seeker now living in Italy sends us a video of his passage out of Bosnia a few years prior. Sunlight filters through the trees on which hang bright red signs with skulls and crossbones. Between heavy breathing, the man narrates in the Darija dialect of Arabic: “We arrived in Croatia, walking through paths of death,” he says. “May God protect and make it easy for each person walking these paths. I do not know if the Croats will take this video away or it will remain. Please God make it easy on us, please we are in the middle of the Croatian forest. We are in the middle of mines. Please God make it easy on us.”

    At a Bihać restaurant adorned with hunting paraphernalia, Ermin Lipović scrolls through photos of the bruised and battered migrants who emerge from confrontations with the Croatian border guards. Some cradle broken arms in slings, others lie motionless on stretchers with head stabilizers. Often, migrants pushed back from Croatia become stranded in the mine-riddled forests and may alert the police, who in turn will call Lipović to guide them to safety. In his fifties, wiry and alert, Lipović leads the local branch of the Mountain Rescue Service and braves harsh terrain and extreme weather to attend to lost hikers, farmers trapped under tractors and paragliders caught in tree branches. Since 2018, migrants are increasingly among the lost.

    “Sometimes you see mothers and fathers with little children,” Lipović shakes his head. “They have milk in their backpack and it’s frozen solid. No thermal clothing, nothing. Every time you go up the mountain, you don’t know who you will meet. I go quietly. Sometimes the smuggler says, ‘Don’t come here.’ I say, ‘OK, you’re going to Croatia, but please go that way instead!’

    Lipović thinks it probable that some have died from triggering landmines deep in the forest. “You have people here buried without a name,” he says, gesturing to the other side of Bihać. There the town’s main cemetery features a section for migrants with a dozen simple gravestones inscribed with the letters NN (from the Latin nomen nescio, or “I do not know the name”).
    In a corner of the Bihać cemetery, several tombstones for migrants and people found dead near the border are marked with the letters “NN” (Maryam Ashrafi)

    We drive southeast out of Bihać toward the largely uninhabited hamlet of Lipa. It was here in December 2020 that people were seen running from clouds of black smoke after the tented settlement hastily established to house migrants was incinerated in an unexplained fire. Months before, Europe’s biggest refugee camp on the Greek island of Lesbos had also gone up in flames. Its replacement — an isolated, heavily surveilled Closed Controlled Access Centre — would herald the EU’s new model of quasi-detention facilities for asylum seekers. In November 2021, local and EU officials opened Lipa amid great fanfare, with the regional head of the International Organization for Migration (IOM), Laura Lungarotti, announcing: “Today we are turning a tragedy into an opportunity.”

    Lipa lies at the end of a two-mile-long dirt track, with rows of metal warehouses and shipping containers dotted along a windswept hilltop surrounded by barbed wire fencing. The European Commission financed the construction of the camp with an initial €1.7 million ($1.9 million) with member states also contributing an additional €500,000 ($570,000) for a small detention facility inside. Sixteen miles away from the nearest town, Lipa is in the middle of nowhere or, to use a Bosnian term, a vukojebina — “a place where the wolves fuck.”

    We saw no wolves, though bears and lynx are known to roam nearby. A note written in Arabic and Farsi stuck on a portacabin at the camp’s entrance warns migrants of the hunting season in the surrounding hills. More arresting are the other signs a few hundred yards away behind the camp. Poking out of the trees, bright red and square, with a prominent skull and crossbones and white capital letters screaming “MINES!”

    The signs were placed there by Bajraktarević’s colleagues from the national demining agency. He says that BHMAC deem it a “mine suspected area,” meaning that there is a possibility that mines or unexploded ordnance may be present. Despite this, Bajraktarević says they have not been contacted by any authority or international organization since to completely clear the area.

    We were allowed into Lipa by the state Ministry of Security under the strict instructions that we did not take any photos or speak to any of the migrants inside. After a terse exchange in Bosnian with the camp manager, our friendly but nervous minder announced: “What I have to tell you is that I am not allowed to tell you all the information.”

    During our brief tour around the facilities, we learned that Lipa has the capacity for 1,500 single male asylum seekers but was currently 10% full. The nationalities included Moroccans, Algerians, Afghans, Palestinians, Egyptians, Syrians, Libyans, and Pakistanis. On average, people stay for 10 days with access to basic services: food, showers, hygiene items, and a visiting doctor. Curiously for such an isolated facility, there is no public transport connection and migrants are obliged to use private taxis, the same ones that also drive migrants to the Croatian border for grossly inflated fees. It is also common for those without funds to walk to the camp, crossing over terrain that the state demining agency believes may contain mines.

    “It’s a business, not just for smugglers but for taxi drivers,” says a humanitarian worker in Bihać, whose organization opposed the location of the camp from the beginning. “They pay 50 euros [$58.26] each for a taxi to Lipa from the border, they fit as many as they can. Everyone is using the opportunity to get money from them.”

    Landmine awareness sessions are conducted “from time to time,” according to our minder as “this area is potentially infested with mines.” “They could be there, but it is not 100%,” he continued, adding: “But it never happened over here that somebody stepped on a mine and activated it. We all know where those landmines, maybe, are. We know where the biggest fights happened during the war, so we’re not going there.”

    In a statement to Inkstick, the spokesperson for the EU delegation in Sarajevo, Ferdinand Koenig, said that the territory of the Lipa camp was confirmed as mine-free prior to its establishment and that this one was of the essential conditions demanded by the EU before committing to financing.: “In the vicinity of Lipa, there are zones which are classified as ‘suspected but not confirmed dangerous areas’ for mines,” Koenig added “The ongoing presence of marked warning signs several hundred meters from the camp serves as a precautionary measure to protect migrants and local communities, and this marking is regularly maintained and verified, including through periodic checks, by BHMAC.”

    Though Lipa is managed by Bosnian authorities, the IOM was the primary implementing agency involved in its establishment. In a statement to Inkstick, IOM spokesman Francois Lhoumeau said: “To ensure accuracy, IOM cross-checked the BHMAC digital platform, which provides real-time updates on mine-suspected zones in the country. The platform confirms that there are no mine-contaminated areas in the immediate surroundings of TRC Lipa.”

    When we stood behind the camp, the Suspected Mines app told us we were less than two miles from a mine. Lhoumeau also said: “Prior to the opening of TRC Lipa, BHMAC informed IOM that a limited number of signs would be installed as a precautionary measure. It is important to note that the actual mined area is located significantly farther north and does not pose a direct threat to either the residents or staff operating within the TRC Lipa perimeter.”

    Given their similarity, it is difficult to know the difference between signs that have been laid “as a precautionary measure” and those that warn of known minefields. But contradiction was a common theme throughout our inquiries. Many times, we were told with extreme confidence in one breath that an area had no mines, only to be told seconds later that if there are mines then there are not many, or if there are then they are probably inactive.

    Šuhret Fazlić, the former mayor of Bihać, whose tenure coincided with the establishment of Lipa, flatly denies the area is — or ever was — mined. “I am not aware of the signs,” he says, “but if they are there then it is because of the possibility that some unexploded ammunition could be there. Or there is a theoretical possibility that there are mines in some areas, so they [BHMAC] put up the signs to release themselves of the responsibility.”

    Back at Lipa, we managed to invite a middle-aged Algerian man outside for a brief chat. He wouldn’t comment much on the camp conditions or treatment by staff but hinted at tensions inside. “You have to watch your back, even the one sleeping next to you.” He confirmed that landmine awareness sessions are given. “They told us this area near Croatia is full of bombs.” Yet, like most migrants on the route, he is not blessed with many alternative options when his sole aim is to cross the border.

    Threats of a much higher order of magnitude are presented by the Croatian border guards, who have been accused in multiple journalistic and NGO reports of theft, destruction of property, intimidation, physical abuse including use of batons, tasers and knives, and sexual assaults, including against women and minors. “Some of them hit you and take your mobile phone,” the Algerian man explains. “Some of them treat you good, just leave you on the border, and tell you to go, but the majority — no good.”

    A Croatian interior ministry spokesperson told Inkstick that their officials maintain excellent cooperation with BHMAC and “the exchange of data and information on dangerous areas is an integral part of our cooperation and is ongoing.” Despite this, migrants apprehended by Croatian forces are routinely forced back into Bosnia, including to areas still rife with unexploded ordnance. If some still had possession of the phones, they could download an app developed by the UNDP called “Mine Suspected Areas,” which provides a map showing proximity to minefields. Reviews are generally negative, with users reporting bugs, inaccuracies, and incompatibility with iPhones.

    In one village near Velika Kladuša, where mine warning signs protrude from woods next to back gardens, the app suddenly blasts a warning tone. But when we conduct a site visit with BHMAC, while heavily armored deminers lumber around minefields nearby, the app stays silent. Bajraktarevic looks at the phone and frowns, admitting: “It’s not 100% accurate.”

    Up in the green undulating hills outside Velika Kladuša on Bosnia’s farthest northwestern tip, the stillness in the air is enforced by abandonment. Residential houses are shuttered and driveways empty, the families having long left for opportunities across Europe — Bosnia records one of the world’s highest per capita emigration rates, with around 1.7 Bosnians living outside the country. Among the fields stand dilapidated wooden barns and decaying concrete outhouses where migrants huddle before or after embarking on “the game.” In the squares of tiny towns and villages, groups of pushed-back migrants gather to figure out their next move.

    In Vrnograč we meet Abdikadir, a young Somali resting with his fellow travelers fresh back from an unsuccessful game and waiting for a ride back to Lipa. He was aware of minefields on the way to Croatia because he saw them: “Yeah, there are a lot of signs, but we have the leader, he knows the way.” With little power to choose on which path they are taken, Abdikadir suggests that smugglers may be forging routes through the minefields precisely to avoid detection. “If the smugglers see police, they will run into the forest.”

    In a nearby settlement, Ibrahim Džanić leans on the gate outside his bright green house, which stands atop a valley staring across into Croatia. A retired Lego factory worker, he spends his days admiring his sun-dappled lawn among the apple blossom, tending to his rows of hives, making honey, and contentedly listening to the “beautiful music” of the bees. But in recent years, the tranquil air has been punctured by screams at night. Džanić points towards a field. “Over there, that’s where they throw them in the river,” he frowns. “You see them walking past soaking wet.”

    Just as the locals have become used to the slow rhythm of rural life, and the presence of wartime landmines underfoot, the overbearing presence of their neighbor’s border guards, and their violent ejections of migrants have become a grim routine.

    “I see them when they patrol,” Džanić says. “They used to jump out of their car and run toward me, and then after a while they realized I’m just an old man walking my dog.” He narrows his eyes. “Gaza, Ukraine — I don’t watch the news anymore. The world comes past my door.”

    In 2021, after several weeks spent monitoring the forests, a team of journalists captured high-definition footage of masked Croatian border guards conducting illegal pushbacks of migrants into Bosnia, striking them with batons, and forcing them into a river. The Croatian government insisted it was an isolated incident and announced the suspension of three officers, only for them to be soon reinstated. With little enforcement by EU officials and without any obvious effective mechanism to prevent rights violations, villagers report that the border violence is business as usual. One farmer, who gave his name as Husejn, still sees bedraggled migrants returning from unsuccessful border crossing attempts. This year there are less, though in previous times there might be hundreds a day passing through.

    “They don’t deport them normally, they just leave them in the forest,” he says, looking over at a patch of freshly planted trees in the near distance. Our Suspected Mines app informs us we are half a mile away from a mine. “They bring them all the way there, beat them up, and break their phones. We can hear when they are screaming and begging for help. We couldn’t listen to that anymore. Can you imagine that someone brings you to some forest, does that to you and you have no idea what’s happening? Imagine what you can hear and how that feels.”

    Husejn has his own experience of negotiating perilous borders, having been stranded behind enemy Serb lines in the 1990s with the only way to cross back to base through a minefield. “I thought, either I get out of here, or I’m done.” Thanks to his Yugoslav People’s Army training, he identified the zigzag pattern of the trip wires and gingerly stepped through to safety. When he and his family returned after the war, the farmland was laced with mines. But Husejn took a proactive approach. “I found those mines, put them in the ground, lit a fire, and blew them up,” he chuckles mischievously. “Then the police came around and said, ‘You can’t do that.’”

    Husejn is skeptical whether migrants may encounter the same risks, speculating that the landmines around his house may no longer be active after 30 years of rain and snow and being pushed deeper underground, but he worries for other countries where they are being freshly laid. “Countries like Ukraine, they will have to go through what we did.”

    In 2023, fueled by raging conflicts in Syria, Afghanistan, and Ukraine, 5,757 casualties of landmines and explosive remnants of war (ERW) were recorded, 84% of them civilians. In 2025, citing security concerns stemming from shared borders with Russia, the governments of Finland, Estonia, Latvia, Lithuania, and Poland announced they would withdraw from the Ottawa Convention, an international treaty that aims to eliminate anti-personnel landmines.

    According to officials, at the start of 2025 around 1.6% of Bosnia was deemed “mine suspected,” down from 8.2% in the late 1990s. They estimate that to clear the remaining 800 kilometers (497 miles) in the next decade, around €30 million (around $34.9 million) will be required — a very tall order in the age of competing foreign policy concerns and punishing aid cuts. Meanwhile, Croatian officials say they intend to be declared mine-free in 2026.

    Through its military operation EUFOR, the EU supports Bosnia’s armed forces in demining and landmine awareness training. It is also one of the largest international donors for mine action, contributing more than €46 million ($54 million) of support for efforts including mine clearance and victim assistance. Other individual member states have also provided bilateral funding. But the figure is dwarfed by the amount allocated to border migration management, which, according to EU spokesperson Koenig, is nearly €150 million ($176 million) since 2018 alone. Meanwhile, in 2024, the EU recorded approximately one million asylum claims for the second year in a row.

    For its part, the Rodriguez family’s second attempt at leaving Bosnia was difficult. “My daughter saw trees and began to cry,” Adriana recalls.

    Over a six-week period, the Rodriguezes would walk back and forth across the Bosnian minefields three times. On their fourth try, they made it to Spain, where they now have a third child. But even safely settled, years on, the memories linger.

    “If I’m driving at night and all I can see is the countryside, I get very anxious. My chest hurts, my hands tingle, and I have trouble breathing. I feel like I’m on my way to crossing the border all over again,” Adriana says. “But we had no choice. It was that or return to Cuba.”

    https://inkstickmedia.com/mines-memory-and-migration-on-bosnias-perilous-border

    #mines_anti-personnel #migration #réfugiés #route_des_Balkans #Balkans #Bosnie #violence #frontières

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    ajouté à la métaliste sur la question de la présence de #mines_anti-personnel sur la #route_des_Balkans et les dangers pour les migrants qui essaient les traverser en passant par les #forêts...
    https://seenthis.net/messages/1130082

  • The EU donates high-tech equipment worth 1.4 million BAM to strengthen operational capacities of the BiH Border Police

    The European Union donated specialised equipment worth 1.4 million BAM to the Border Police of Bosnia and Herzegovina today, with the aim of enhancing their operational capabilities. The equipment includes 25 short and medium-range drones, 30 handheld thermal imaging cameras, and 5 heartbeat detectors, along with specialised training for drone operators. In addition to advanced surveillance technologies, the donation provides four trailers designed for transporting service dogs which will be delivered next week. Together, these resources will significantly enhance surveillance and inspection capabilities at border crossing points and along the border.

    On behalf of the Delegation of the EU to Bosnia and Herzegovina, the equipment was handed over by Karel Lizerot, Head of the Section for Justice and Home Affairs, Migration, and Public Administration Reform to Border Police Director Mirko Kuprešaković, in the presence of Michael J.F. O’Mahony, Deputy Chief of Mission of the International Organization for Migration (IOM) in Bosnia and Herzegovina, who represented IOM BiH, the organization responsible for implementing the procurement and monitoring process.

    “Border security and migration management are shared priorities for Bosnia and Herzegovina and the European Union. The modern surveillance tools the Border Police officers received today will help strengthen the fight against irregular migration and smuggling. Improvements to the coordination, efficiency and the overall effectiveness of border control not only make Bosnia and Herzegovina’s borders safer but enhance our collective security. The EU is committed to supporting Bosnia and Herzegovina on its path to the EU, including strengthening border security and migration management in line with EU standards.”, said Lizerot.

    Director Kuprešaković expressed his gratitude for the long-standing and continuous cooperation with EU: “We especially appreciate that, through various projects - including donations of specialized equipment, vehicles, facilities, communication tools, and officer training, you have helped that Border police agency respond more effectively to numerous security challenges. Thanks to your support and the donated equipment, we are now able to manage the state border more efficiently and strengthen our own capacities, thereby jointly contributing to a safer environment for all citizens in Bosnia and Herzegovina and the wider region," said director Kuprešaković.

    Migration management requires a comprehensive approach to addressing complex humanitarian and security challenges. Therefore, the EU continuously supports the Ministry of Security and Bosnia and Herzegovina in building a sustainable migration management system. Recognising that this task requires significant resources, the EU funded a seven-month training programme in 2025 for 142 new Border Police cadets (the XII generation), worth one million BAM, building on last year’s training of 150 cadets from the XI generation.

    Over the past seven years, the EU has provided more than 9 million euros to strengthen the capacities of the Border Police of Bosnia and Herzegovina, including supplying specialised equipment, vehicles, communication systems, and IT infrastructure. This investment has directly enhanced the operational readiness and professionalism of border management institutions across the country.

    Cooperation between Bosnia and Herzegovina and the EU on border security and migration management will be further strengthened following the signature of the Frontex Status Agreement in Brussels on 11 June 2025, allowing the European Border and Coast Guard Agency (Frontex) to carry out joint operations with Bosnia and Herzegovina and deploy its standing corps anywhere along the country’s borders.

    The European Union, in cooperation with the International Organization for Migration (IOM), will continue to support the strengthening of Bosnia and Herzegovina’s migration and border management systems through the procurement of equipment, capacity building, and the provision of professional assistance to the Ministry of Security, the Service for Foreigners’ Affairs, Border Police and Sector for Asylum, the Directorate for Coordination of Police Bodies in Bosnia and Herzegovina, and other institutions and agencies responsible for this sector.

    The Border Police of Bosnia and Herzegovina will continue to pursue opportunities to modernise its resources and strengthen the expertise of its staff, reaffirming its commitment to building a secure, reliable, and E-standard border management system.

    https://bih.iom.int/news/eu-donates-high-tech-equipment-worth-14-million-bam-strengthen-operational-
    #Bosnia #Bosnia-Herzégovine #Balkans #route_des_Balkans #frontières #migrations #réfugiés #militarisation_des_frontières #IOM #OIM #équipement #don #UE #EU #union_européenne #drones #police #caméras #training #formations #surveillance_des_frontières #Karel_Lizerot #Mirko_Kuprešaković #coopération #border_management #Frontex_Status_Agreement #Frontex

  • La detenzione dei migranti per conto terzi in Bosnia ed Erzegovina

    Il piano del governo del Regno Unito di realizzare nei Balcani degli hub di rimpatrio dei richiedenti asilo che hanno visto respinta la propria domanda di protezione ha sollevato anche le critiche di Human rights watch. “L’esternalizzazione delle responsabilità pone le persone migranti e richiedenti asilo in una situazione di grave rischio”, spiega Michael Garcia Bochenek, consulente della divisione dei diritti dell’infanzia dell’organizzazione

    Nel marzo di quest’anno il governo del Regno Unito ha proposto di istituire in Bosnia ed Erzegovina -oltre che in Serbia, Albania e Macedonia del Nord- un centro per il rimpatrio in cui detenere i richiedenti asilo che hanno visto respinta la propria domanda di protezione in territorio britannico.

    Secondo il piano avanzato dalla ministra dell’Interno #Yvette_Cooper, le persone verrebbero inviate in queste strutture in attesa di essere rimpatriate nei loro Paesi di origine o in altri Paesi terzi. La proposta del Regno Unito si allinea alla visione della Commissione europea, che vorrebbe introdurre un Sistema europeo comune di rimpatrio con la possibilità, tra le altre cose, “di rimpatriare in un Paese terzo persone il cui soggiorno nell’Ue è irregolare che sono destinatarie di una decisione definitiva di rimpatrio”.

    Facendo riferimento ai Balcani a prendere posizione contro questo progetto è anche Human rights watch (Hrw), che ad aprile ha trascorso due settimane proprio in Bosnia per indagare la condizione delle persone migranti e richiedenti asilo.

    Secondo Michael Garcia Bochenek, consulente senior della divisione dei diritti dell’infanzia dell’organizzazione, “è una pessima strategia, anche solo considerando che si tratta di un Paese che già fatica a gestire il fenomeno migratorio già presente sul suo territorio”. Bochenek ha partecipato all’ispezione del centro di detenzione di Lukavica, nei pressi della capitale Sarajevo, rilevando “ritardi nell’esecuzione dei rimpatri dei richiedenti asilo respinti, oltre a coloro detenuti per motivi di sicurezza nazionale o penali, che in alcuni casi portano a reclusioni prolungate, fino a un massimo di 18 mesi”.

    Inoltre in occasione del monitoraggio i membri di Hrw non hanno potuto parlare in privato con le persone detenute a causa della presenza costante del personale della struttura. Tuttavia, spiega Bochenek ad Altreconomia, “Vaša Prava BiH -organizzazione bosniaca che ha il mandato di fornire consulenza legale gratuita alle persone trattenute- ha registrato diverse denunce da parte dei detenuti circa le condizioni di vita all’interno della struttura detentiva”.

    L’organizzazione che si occupa di diritti civili in Bosnia ed Erzegovina ha riferito che il servizio per gli Affari stranieri è solito non comunicare i dettagli delle accuse né ai detenuti né ai loro avvocati, soprattutto nei casi che riguardano minacce alla sicurezza nazionale. “Nel centro poi non sono previsti nemmeno servizi di supporto psicologico per le persone che presentano problematiche di salute mentale”, aggiunge Bochenek. Secondo quanto riportato da Hrw, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Bosnia avrebbe esplicitato le proprie preoccupazioni circa la trasparenza e la responsabilità nei centri di detenzione presso l’ufficio del Difensore civico del Paese, sollecitandolo a produrre un rapporto ufficiale sulle loro condizioni. Ad oggi però non è stata ancora pubblicata alcuna indagine.

    Volgendo poi l’attenzione al sistema di asilo della Bosnia ed Erzegovina nel suo complesso, il consulente senior di Human Rights Watch denuncia “l’assenza di un’adeguata protezione dei richiedenti asilo, tempi lunghissimi per lo svolgimento delle procedure, accesso limitato alla consulenza legale e preoccupazioni per le condizioni e l’accesso ai servizi”. Secondo i dati del ministero della Sicurezza del Paese, nel 2023 -ultimo anno per cui sono stati resi disponibili dati completi- la Bosnia ha registrato appena 147 domande di asilo. Di queste, solo quattro persone hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e 63 la protezione sussidiaria.

    Nel report del dicembre 2024 dedicato alla Bosnia ed Erzegovina, l’Unhcr ha rilevato poi che i tempi per l’esame della richiesta di protezione sono estremamente lunghi: sebbene la legge preveda la valutazione delle domande entro sei mesi, infatti, spesso ne trascorrono altrettanti solo per la prima audizione e fino a 344 giorni per la notifica della decisione. Bochenek precisa che “in questo lasso di tempo, i richiedenti asilo sono essenzialmente privi di diritti e possono legalmente cercare lavoro solo dopo nove mesi dalla registrazione”.

    Va detto poi che per le persone in cerca di protezione la Bosnia resta principalmente un Paese di transito verso l’Unione europea. Nel 2023 oltre quattromila cittadini di Paesi terzi sono stati riammessi in Bosnia dagli Stati membri dell’Ue in base ad accordi di riammissione. A loro volta, sulla base di questi accordi, le autorità bosniache hanno trasferito 298 persone, principalmente verso la Serbia. Sono stati invece 683 i provvedimenti di detenzione e 79 quelli di espulsione. A questo proposito però Bochenek puntualizza che “a causa della formulazione vaga del rapporto annuale sulle migrazioni del ministero della Sicurezza, non è chiaro quante di queste decisioni siano state effettivamente eseguite”. È bene ricordare, come fa il rappresentante di Hrw, che “la mancanza di accesso alla protezione e i rischi di una detenzione prolungata senza adeguate garanzie di tutela portano molti cittadini di Paesi terzi riammessi in Bosnia a tentare di varcare nuovamente i confini dell’Unione europea, principalmente attraverso la Croazia”.

    Di fronte a questa realtà fatta di ritardi nelle procedure, accesso limitato all’assistenza legale e gravi carenze circa le condizioni e l’accesso ai servizi delle persone migranti, Human rights watch non ha dubbi sui percorsi che Ue e Regno Unito dovrebbero intraprendere in collaborazione con la Bosnia ed Erzegovina e gli altri Paesi della regione. “Bisognerebbe smettere di puntare sull’esternalizzazione delle frontiere e ora anche dei rimpatri -conclude Michael Garcia Bochenek-. I partner internazionali dovrebbero dare il loro contributo per rafforzare i sistemi di protezione per richiedenti asilo e migranti in Bosnia e non solo. Cambiare strada è ancora possibile, si tratta ‛solo’ di una questione di volontà politica”.

    https://altreconomia.it/la-detenzione-dei-migranti-per-conto-terzi-in-bosnia-ed-erzegovina
    #Bosnie-Herzégovine #migrations #réfugiés #détention #route_des_Balkans #Balkans #externalisation #UK #Angleterre #Serbie #Macédoine_du_Nord #Albanie #renvois #expulsions #hubs #hub_d'expulsion #déboutés #Lukavica

  • Comment les #passeurs profitent des politiques migratoires restrictives dans les #Balkans

    Les #réseaux_criminels étendent leur mainmise sur la route migratoire des Balkans. De plus en plus de passeurs parviennent à exploiter les politiques frontalières de l’Union européenne.

    Dans les zones frontalières de la #Serbie, de la #Bosnie et de la #Hongrie, la dynamique migratoire est en constante évolution. Alors que les camps de détention aux frontières ont été fermés et que les politiques frontalières de l’Union européenne (UE) deviennent de plus en plus restrictives, les migrants empruntent des itinéraires toujours plus dangereux, contrôlés par des réseaux de trafic toujours plus sophistiqués.

    C’est le constat fait par de nombreuses ONG qui travaillent avec les migrants le long de ces itinéraires.

    Milica Svabic, de l’organisation KlikAktiv, une ONG serbe qui développe des politiques sociales, explique que « malheureusement, de plus en plus de migrants ont fait état d’#enlèvements, d’#extorsions et d’autres formes d’#abus de la part de passeurs et de groupes criminels ces derniers mois. »

    Selon elle, des groupes de passeurs afghans opèrent actuellement aux frontières de la Serbie avec la Bosnie et la Hongrie. #KlikAktiv a ainsi recueilli des témoignages d’abus commis aux deux frontières.

    Le paysage changeant des réseaux de passeurs

    En Serbie, ces changements sont frappants. Les camps de fortune ont disparu des zones frontalières. Désormais, les personnes migrantes se retrouvent cachées dans des #appartements_privés dans les centres urbains et ne se déplacent plus que la nuit.

    Les bandes criminelles afghanes et des réseaux locaux ont pris le contrôle à travers une #logistique complexe, clandestine et dangereuse.

    Milica Svabic a expliqué à InfoMigrants que son organisation a également documenté « des cas de migrants enlevés et retenus dans des lieux isolés (généralement des logements privés) jusqu’à ce que leur famille paie une #rançon pour leur libération ». Elle précise que cette rançon s’élève souvent à plusieurs milliers d’euros.

    La plateforme d’investigation Balkan Investigative Reporting Network, le #BIRN, a récemment documenté comment des membres du #BWK, un gang afghan notoire opérant en Bosnie, ont retenu des demandeurs d’asile en otage dans des camps en pleine #forêt, en exigeant des rançons de leurs proches, tout en les soumettant à d’horribles #sévices, y compris des #viols et de la #torture. Ces #agressions sont parfois filmées et envoyées aux familles comme preuve de vie et moyen de pression.

    Rados Djurovic, directeur de l’ONG serbe #Asylum_Protection_Center, confirme que les passeurs ont recours à des #appartements et d’autres lieux tenus secrets dans les grandes #villes pour y cacher des migrants, les maltraiter et organiser le passage des frontières.

    « Ces opérations sont devenues de plus en plus violentes, les passeurs ayant recours à la force pour imposer leur contrôle et obtenir des #pots-de-vin. Ils enlèvent des personnes, les retiennent dans ces appartements et extorquent de l’argent à leurs familles à l’étranger », ajoute-t-il.

    D’autres groupes de défense des droits humains et des experts en migration rapportent des cas similaires.

    Un rapport du #Mixed_Migration_Center (MMC) relate des témoignages de #vol, de #violence_physique et d’extorsion. Roberto Forin, du MMC, souligne toutefois que « le rapport n’identifie pas spécifiquement les groupes armés d’origine afghane comme étant les auteurs de ces actes ».

    L’impact des politiques frontalières et des #refoulements

    Le renforcement des mesures de sécurité le long des frontières expliquerait en partie cette évolution.

    Un porte-parole du Border Violence Monitoring Network (BVMN) explique que « l’apparition de ces groupes est simplement la conséquence de la sécurisation croissante des régions frontalières dans toute l’Europe. Alors que les politiques frontalières européennes déploient des méthodes de plus en plus violentes pour empêcher la migration, les migrants n’ont d’autre choix que de recourir à des méthodes informelles pour franchir les frontières ».

    Ce point de vue est partage par le Mixed Migration Center.

    Le réseau BVMN ajoute qu’en fin de compte, « ce sont les personnes en déplacement qui sont les plus touchées par la violence que ce soit de la part des autorités publiques ou des groupes qui prétendent les aider dans leur périple ».

    Roberto Forin du MMC prévient que « la violence et les restrictions aux frontières exacerbent la #vulnérabilité des migrants à l’#exploitation et aux abus ».

    Rados Djurovic du Asylum Protection Center souligne également le « lien direct entre les pratiques de refoulement à la frontière hongroise et l’augmentation du trafic de migrants, tant en termes d’ampleur que de violence ».

    « Par peur des refoulements et de la violence, les migrants évitent les institutions et les autorités de l’État et font confiance aux passeurs, qui exploitent souvent cette confiance », ajoute Milica Svabic, de KlikAktiv.

    Les Etats concernés dans une forme de #déni

    Le rapport du BIRN montre que des membres du #gang afghan BWK possèdent des documents d’identité délivrés par l’UE sur la base du statut de protection qui leur aurait été accordé par l’Italie.

    Selon le BIRN, certains membres du gang pourraient avoir utilisé ces documents pour franchir sans encombres les frontières dans les Balkans et échapper aux autorités. Contacté par InfoMigrants, les autorités italiennes ont refusé de commenter ces allégations.

    Plus largement, les Etats concernés par des accusations de refoulement ou de négligence le long de leurs frontières nient avec véhémence toute #responsabilité. Cette posture pourrait encourager un sentiment d’#impunité chez les passeurs.

    Les migrants se retrouvent ainsi dans un cercle vicieux. Des demandeurs d’asile déclarent avoir été battus par des forces de l’ordre. Ils se retrouvent ensuite aux mains de #bandes_criminelles qui les soumettent à d’autres #traitements_inhumains.

    Lawrence Jabs, chercheur à l’université de Bologne, affirme dans l’enquête du BIRN qu’il existe « un lien certain entre les refoulements et les prises d’otages ».

    Les conclusions du BIRN mettent en lumière un problème plus général dans les Balkans : le #crime_organisé prospère dans les régions où l’application de la loi est violente et où l’obligation de rendre des comptes semble absente. Dans certains cas, des membres du BWK se seraient infiltrés dans des #camps_de_réfugiés gérés par l’État via l’intermédiaire d’informateurs locaux, qui auraient informé le gang des passages de frontière à venir.

    En octobre 2024, plusieurs membres présumés du BWK ont été arrêtés pour avoir enlevé des migrants turcs et filmé leur torture.

    La police bosniaque décrit les opérations du BWK comme « bien établies et très rentables », certains individus associés au réseau détenant des comptes bancaires avec plus de 70 000 euros de dépôts.

    L’enquête du BIRN décrit comment un gang dirigé par des migrants afghans bénéficie d’une certaine protection en Italie. De nombreux experts en matière de migration soulignent également que la nature de ces gangs est par définition transnationale.

    Selon Rados Djurovic du Asylum Protection Center, « ces réseaux ne sont pas uniquement constitués de ressortissants étrangers. Ils sont souvent liés à des groupes criminels locaux. Il arrive même que des migrants fassent passer de la #drogue pour d’autres, toujours avec le soutien de la population locale ».

    Les bandes criminelles s’appuient aussi sur des chauffeurs et des fixeurs locaux pour faciliter le passage des frontières.

    Rados Djurovic explique à InfoMigrants que ces groupes « impliquent à la fois des populations locales et des réfugiés. Chaque personne a son rôle ». Aussi, son organisation a « documenté des cas de personnes réfugiées voyageant légalement au sein de l’UE pour rejoindre ces groupes en vue d’un gain matériel. »

    Réponse de la police

    Le 14 avril, deux corps de migrants ont été retrouvés près d’un cimetière à Obrenovac, dans la banlieue de Belgrade, la capitale serbe.

    La forêt qui entoure le cimetière est devenue un campement informel exploité par des #passeurs_afghans. Les victimes seraient des ressortissants afghans poignardés à mort. Deux autres migrants ont été blessés, l’un au cou et l’autre au nez.

    Milica Svabic précise que « des incidents similaires se sont produits par le passé, généralement entre des groupes de passeurs rivaux qui se disputent le territoire et les clients ».

    Selon Rados Djurovic, bien qu’il y ait une volonté politique de lutter contre les réseaux criminels et la migration irrégulière, le souci de préserver une bonne image empêche un véritable engagement pour s’attaquer aux causes profondes.

    Il explique que la nature lucrative de l’activité et l’implication de la population locale rendent « presque impossible le démantèlement de ces réseaux ».

    La #dissuasion plutôt que la #protection

    Malgré les efforts des ONG, le soutien institutionnel reste inadapté. « Au lieu de se concentrer uniquement sur la lutte contre la migration irrégulière et le trafic de migrants, les institutions devraient développer des mécanismes pour soutenir ceux qui ont besoin de protection », estime Rados Djurovic.

    Il rappelle que « les routes migratoires ont changé. Elles ne sont plus visibles pour les médias, le public, les institutions et dans les camps. Mais cela ne signifie pas que les gens ne continuent pas à traverser (les frontières) ».

    Cette évolution coïncide avec la fermeture de camps d’accueil de migrants situés le long des principales routes de transit. « Sur 17 camps, seuls cinq fonctionnent encore, et aucun n’est situé sur les principaux axes de transit. Il n’existe plus de camp opérationnel dans toute la région de Voïvodine, dans le nord de la Serbie, à la frontière de l’UE ».

    Or, sans accès à un logement et confrontés à des expulsions régulières, les migrants n’ont que peu d’options. « Cela renforce les passeurs. Ces derniers comblent alors le vide en proposant des logements comme un service payant », observe Rados Djurovic.

    Et les ONG ne peuvent combler l’absence de structures étatiques. Roberto Forin, du Mixed Migration Center, constate que « si certaines ONG fournissent un soutien juridique et psychosocial, la couverture n’est pas permanente et de nombreux migrants ne sont pas au courant des services disponibles ». De plus, les travailleurs humanitaires s’exposent aux dangers des bandes criminelles, limitant ainsi leur champ d’action.

    Enfin, la Serbie a pour objectif de rejoindre l’UE et cherche à s’aligner sur les politiques migratoires européennes. En ce sens, montrer que la frontière serbe est forte est devenu une priorité.

    Selon Rados Djurovic, le Serbie veut « marquer des points sur la question de la migration ». Ainsi « ils peuvent prétendre que le recours à la violence, à la police des frontières et aux opérations conjointes stoppe la migration, même si ce n’est pas vrai. Tout le monde y gagne : les personnes qualifiées d’ »étrangères" sont ciblées et la lutte contre l’immigration devient à la fois politiquement et financièrement lucrative".

    https://www.infomigrants.net/fr/post/64299/comment-les-passeurs-profitent-des-politiques-migratoires-restrictives
    #route_des_Balkans #politiques_migratoires #responsabilité #migrations #réfugiés #frontières #fermeture_des_frontières #criminalité

    ping @karine4

  • Slovénie : forte baisse des entrées irrégulières au premier trimestre 2025

    Entre janvier et mars 2025, 3 876 franchissements irréguliers de la frontière ont été comptabilisés par la police slovène, une baisse de 60% par rapport à la même période l’année précédente. Une tendance commune à l’ensemble de l’Union européenne. Selon l’agence européenne Frontex, le nombre de franchissements irréguliers des frontières de l’UE « a diminué de 31% au premier trimestre 2025 ».

    Selon les chiffres de la police slovène, le nombre de franchissements irréguliers de la frontière a drastiquement chuté. Entre janvier et mars 2025, 3 876 personnes ont rejoint la Slovénie illégalement. C’est 60% de moins par rapport à l’année précédente à la même période.

    Près de 3 300 migrants ont exprimé leur intention de demander une protection internationale, soit près de trois fois moins qu’au cours des trois premiers mois de 2024. Et parmi eux, seulement 833 ont finalement déposé une demande, soit une baisse de près de moitié par rapport à la même période l’année dernière. La plupart ont quitté le pays avant la fin de la procédure, la Slovénie étant le plus souvent un pays de transit pour les migrants qui désirent poursuivre leur route en l’ouest ou le nord de l’Europe.

    En 2024, la migration irrégulière avait déjà baissé d’un quart après une année 2023 très intense. Au moins 46 192 migrants avaient rejoint la Slovénie, contre 60 587 en 2023.

    Une tendance commune à l’ensemble de l’Union européenne (EU). Selon son agence de surveillance, Frontex, le nombre de franchissements irréguliers des frontières de l’UE « a diminué de 31% au premier trimestre 2025 » pour s’établir à près de 33 600. Une baisse observée sur toutes les grandes routes migratoires vers l’UE, « avec des baisses allant de 64% le long de la route des Balkans occidentaux à 8% le long de la frontière terrestre orientale ».

    Cette chute pourrait coïncider avec la chute du régime de Bachar al-Assad en Syrie car les ressortissants syriens, qui ont fui par milliers la dictature et la guerre, représentaient la majeure partie des migrants l’année dernière. Et en ce début d’année, leur nombre a chuté de plus de 90%, passant de 3 806 au premier trimestre 2024 à seulement 234, en 2025.

    Le nombre d’Afghans et de Marocains a également baissé de moitié, ils étaient nombreux ces dernières années à traverser la Slovénie pour tenter de rejoindre l’Italie ou les pays d’Europe du nord sans passer par la Méditerranée, une voie « couteuse » et « dangereuse ». Respectivement, ils étaient 524 et 375 à avoir traversé la frontière ces trois derniers mois.

    En revanche, le nombre de migrants en provenance du Bangladesh et d’Égypte a, lui, augmenté.

    Face à ce flux migratoire qui se tarit, Slovénie, Italie et Croatie se sont mis d’accord en janvier 2025 pour mettre en place des patrouilles à la frontière slovèno-croate en remplacement des contrôles aux frontières. Rétablis en octobre 2023 pour six mois, ces contrôles avaient depuis été prolongés de multiples fois par les trois pays.

    https://www.infomigrants.net/fr/post/64180/slovenie--forte-baisse-des-entrees-irregulieres-au-premier-trimestre-2

    #asile #migrations #2025 #chiffres #statistiques #réfugiés #Balkans #route_des_Balkans

  • Tourists or exiles: the two colours of the Bosnian spring (1/6)
    https://www.visionscarto.net/tourists-or-exiles

    BALKAN ROUTES : BACK TO THE TABLE OF CONTENTS The European Migration and Asylum Pact adopted this spring could lead to an increase in police tracking of people exiled in the Balkans. For some twenty years now, the EU and Frontex have been developing surveillance systems with lethal effects. By going up the rivers which separate several countries in the region, this portfolio goes back to the sources of this cycle of violence. In the spring of 2024, Morgane Dujmovic has carried out a (…) #Extérieur

    / #Route_des_Balkans

  • Balkan route: The Survivors of the Border (2/6)
    https://www.visionscarto.net/balkan-route-the-survivors

    BALKAN ROUTES : BACK TO THE TABLE OF CONTENTS In the spring of 2024, Morgane Dujmovic collected some thirty stories from people placed in the Borići and Lipa camps, in the northwestern region of Bosnia-Herzegovina that borders Croatia (Una-Sana). Each of these stories sheds a harsh light on migratory projects that break down, on violated bodies, on lives that are caught at this Bosnian-Croatian border, today the outer limit of the EU and the Schengen area. Who are these people trying to (…) #Extérieur

    / #Route_des_Balkans

  • #Border_memory

    This website was created to remember, document, and research the people on the move who got missing or died along the migratory routes through the Balkans.

    We do not intend to merely collect statistics, but to transform personal grief into collective action for truth and justice for our missing loved ones and for the end of the European border regime.

    This is not meant to be simply a site, but a common and open space to build solidarity alliances across and against borders, to unite sorrow and resistance, to struggle together.

    https://www.bordermemory.org
    #cartographie #visualisation #mémoire #mourir_aux_frontières #morts_aux_frontières #frontières #migrations #réfugiés #Balkans #route_des_Balkans #mémorial #mémorial_virtuel #cartographie_narrative

    ping @reka

  • Srpska policija već koristila zvučno oružje i to na migrantima
    –> La police serbe a déjà utilisé des #armes_sonores sur des migrants

    Organizacija koja se bavi pravima izbeglica utvrdila da je srpska policija još u novembru 2023. koristila „uređaj sličan oružju za proizvodnju zvuka“ prilikom prisilnog iseljavanja izbeglica iz objekta u kome su boravili u predgrađu Sombora, otkriva BIRN

    Dana 7. novembra 2023. godine, oko 13 časova, oko 35 izbeglica – mahom muškaraca, uz nekoliko žena i dece – panično je pokušalo da pobegne kroz polja nadomak napuštene kuće u predgrađu Sombora. Policija je upravo ušla u njihovo prebivalište, a iz pravca polja iza naselja odjednom je odjeknuo glasan, prodoran zvuk.

    „Redovno policijski vozilo Srbije je ušlo u naselje, što je uticalo da ljudi pobegnu u polja iza naselja. Delovalo je kao da je policija bila postavljena u polju iza naselja kako bi presrela ljude koji su pobegli“, navodi se u belešci jedne od organizacija koja je bila na licu mesta, a u koju je BIRN imao uvid.

    Ipak, iz nečeg što je izgledalo kao standardna policijska akcija izdvojila se specifična stvar.

    „Tokom pometnje, glasan probadajući zvuk – višeg tonaliteta od pucnja – emitovan je iz uređaja koji je ličio na oružje, a koji je koristio jedan od policajaca u polju iza mesta prebivališta [izbeglica]. Pretpostavlja se da je ovo korišćeno da se ubrza proces hvatanja ljudi koji su pobegli“, navodi se u belešci.

    Ovo saznanje BIRN-a da je neka vrsta zvučnog oružja upotrebljena protiv izbeglica, poklapa se sa onim što je kratko navedeno u izveštaju „Grupe za praćenje nasilja na granicama“ (Border Violence Monitoring Group) koju čini više organizacija koje se bave pravima izbeglica i migranata, objavljenom u novembru 2024. godine.

    U njemu se navodi da je srpska policija koristila „uređaj sličan oružju za proizvodnju zvuka“ prilikom prisilnog iseljavanja izbeglica iz objekta u kome su boravili.

    „Poslednje, ali ne manje važno, osoblje Collective Aid-a izvestilo je da su videli upotrebu uređaja sličnog oružju koji koristi zvučne talase kako bi proizvodio buku i plašio ljude tokom iseljenja“, navodi se u izveštaju.

    U izveštaju koji se bavi nadzornom tehnologijom koja se koristi nad izbeglicama i migrantima, ističe se i da se sumnja da je u pitanju LRAD uređaj.

    LRAD je engleska skraćenica od Long range acustic device, odnosno zvučnog uređaja dugog dometa.

    U novembru 2023, srpska policija je već neko vreme sprovodila najopsežniju akciju protiv naoružanih krijumčarskih bandi poreklom iz Avganistana, Maroka i Sirije. Tokom tih akcija stručnjaci za prava ljudi u pokretu su ukazivali i na kršenje prava običnih izbeglica, koje nemaju veze sa kriminalnim aktivnostima.

    U opsežnoj policijskoj akciji, koja je trajala više meseci, angažovani su i pripadnici redovne policije, interventnih snaga jedinica policije, žandarmerije, ali i Specijalne antiterorističke jedinice, SAJ.
    Koje zvučno oružje je korišćeno 15. marta u Beogradu?

    Ovaj događaj posebno je značajan u svetlu velikog protesta u Beogradu 15. marta, kada se pojavila sumnja da je zvučno oružje korišćeno protiv građana tokom petnaestominutne tišine, što su demantovali MUP, BIA i Vojska Srbije.

    Ne samo da su demantovali korišćenje oružja na protestu, već i inače. Ministar unutrašnjih poslova Ivica Dačić za dnevni list Danas je potvrdio da policija poseduje sonično oružje ili kolokvijalno nazvano „zvučni top“, tj. da su ti sistemi, koji su kupljeni 2021. godine, u vlasništvu MUP-a.

    Dačić je izjavio da „ti sistemi stoje „u magacinima u kutijama“ i da nisu u upotrebi, jer ne postoji zakon kojim bi njihovo korišćenje bilo dozvoljeno“.

    https://birn.rs/srpska-policija-zvucno-oruzje-migranti-sombor

    #Long_Range_Acoustic_Device (#LRAD) #frontières #migrations #armes_sonores #technologie #son #armes_soniques
    #Serbie #Balkans #route_des_Balkans

    –-

    En 2021, en Grèce :
    La Grèce allonge son mur et le fortifie avec un #mur_acoustique...
    https://seenthis.net/messages/920711

  • At the Heart of Fortress Europe II: The Politics of Fear. Austria’s Role in Border Externalisation Policies in the Balkans

    This study provides a broad mapping of Austrian-based actors, organisations, and multilateral cooperation involved in the #push-backs of people on the move. For their part, the Austrian-based actors are heavily involved in the border externalisation policies of the whole European Union.

    Austria has been active in border regime externalisations and policing in the Balkans for decades. Its actions are often implemented through different platforms, networks, and modes of cooperation that include other EU countries on bi- and multilateral levels.

    Austria’s preferred method in strengthening externalisation structures is to build strong connections with politicians in the region, in exchange for presumed assistance in the uncertain and slow-moving European integration processes, accompanied by the strengthening of the economic ties and investments in the region.

    Part II of the study shows that on the ground, police agencies are more involved in “managing” migrations than are legal experts or humanitarian organisations. This approach has led to shifting the main focus away from establishing structures that meet the needs of people on the move and basic human rights – including the right to asylum or simply the right to freedom of movement – to combating smugglers, presented as the biggest challenge for the states, borders, and migrants. In this regard, the Austrian approach mirrors the EU one.

    https://transform-network.net/publication/at-the-heart-of-fortress-europe-ii-the-politics-of-fear
    #rapport #Autriche #externalisation #migrations #réfugiés #asile #frontières #Balkans #route_des_Balkans #refoulements

  • #Frontex : l’UE va signer un accord de coopération avec la #Bosnie-Herzégovine

    Le Conseil a adopté ce jour une décision autorisant l’UE à signer un accord avec la Bosnie-Herzégovine concernant les activités opérationnelles menées par l’Agence européenne de garde-frontières et de garde-côtes (Frontex).

    Cet accord permettra à l’UE et à la Bosnie-Herzégovine d’organiser des opérations conjointes associant des garde-frontières de Frontex et de Bosnie-Herzégovine. Il prévoit également que les équipes de Frontex affectées à la gestion des frontières peuvent être déployées en Bosnie-Herzégovine et il permettra à Frontex d’aider la Bosnie-Herzégovine à gérer les flux migratoires, à lutter contre l’immigration illégale et à combattre la criminalité transfrontière.

    Contexte

    Afin d’accomplir ses tâches, Frontex peut mener des actions relatives à la #gestion_des_frontières de l’UE sur le territoire d’un pays tiers, sous réserve de l’accord de ce pays.

    Depuis l’adoption, en 2019, d’un nouveau règlement relatif à l’Agence européenne de garde-frontières et de garde-côtes, le personnel de Frontex peut exercer des pouvoirs d’exécution dans un pays tiers, tels que les vérifications aux frontières et l’enregistrement des personnes.

    En 2022, le Conseil a autorisé l’ouverture de #négociations avec quatre partenaires des Balkans occidentaux sur la coopération avec Frontex. Depuis lors, l’UE a signé des accords de coopération en matière de gestion des frontières avec la Serbie, la Macédoine du Nord et le Monténégro.

    https://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2025/01/27/frontex-eu-to-sign-cooperation-agreement-with-bosnia-and-herzegovin

    #migrations #frontières #externalisation #Balkans #route_des_Balkans #réfugiés

  • Route des Balkans : Les rescapé·es de la frontière (2/6)

    Le deuxième épisode de la série écrite par Morgane Dujmovic

    https://www.visionscarto.net/route-des-balkans-les-rescape-es

    « Au printemps 2024, Morgane Dujmovic a recueilli une trentaine de récits auprès de personnes placées dans les camps de Borići et Lipa, dans la région nord-ouest de la Bosnie-Herzégovine qui borde la Croatie (Canton d’Una-Sana). Chacun de ces récits jette une lumière crue sur des projets migratoires qui se brisent, sur des corps violentés, sur des vies qui sont prises à cette frontière bosno-croate, aujourd’hui limite extérieure de l’Union européenne et de l’espace Schengen [1]. Qui sont les personnes qui essaient de rejoindre l’Europe, au risque de tout perdre dans la traversée des frontières ? Que signifie, pour elles et eux, cette violence frontalière ? »

    #frontières #migrations #exil #Bosnie-Herzégovine #route_des_Balkans #Croatie #réfugiés #refoulement #violence

  • #Route_des_Balkans : Les rescapé·es de la frontière (2/6)
    https://www.visionscarto.net/route-des-balkans-les-rescape-es

    Au printemps 2024, Morgane Dujmovic a recueilli une trentaine de récits auprès de personnes placées dans les camps de Borići et Lipa, dans la région nord-ouest de la Bosnie-Herzégovine qui borde la Croatie (Canton d’Una-Sana). Chacun de ces récits jette une lumière crue sur des projets migratoires qui se brisent, sur des corps violentés, sur des vies qui sont prises à cette frontière bosno-croate, aujourd’hui limite extérieure de l’Union européenne et de l’espace Schengen [1]. Qui sont les (…) #Extérieur

    / Route des Balkans

  • Border imperialism in the Balkans

    Our guest is #Manja_Petrovska, a PhD candidate at the University of Amsterdam and the Université libre de Bruxelles.

    We start our conversation today in the Balkans. Before her PhD, Manja spent five years supporting people travelling through the Balkans to Europe’s more affluent northwest, including at the Macedonian-Greek border and in Bosnia.

    Witnessing the intense violence that Croatian, Greek, Macedonian, and other police forces inflicted on people on the move, she increasingly started questioning who governs and funds this violence. This led her to focus on the International Organization for Migration, or the IOM.

    From this five-year engagement, Manja co-authored a report from this five-year engagement, titled Repackaging Imperialism: The EU-IOM Border Regime in the Balkans, published by the Transnational Institute. Although the report’s other authors are not featured in this episode, everything we discuss related to the report is based on their work as well, so special thanks to Nidžara Ahmetašević, Sophie-Anne Bisiaux, and Lorenz Naegeli, as well as Niamh Ni Bhriain, who was the report’s main editor.

    As the report lays out, while the IOM portrays itself as a neutral broker and knowledge center on migration, it is, in fact, an active implementer of particular states’ border policies, bolstering police, border guards, and private contractors known to commit atrocities. Most IOM funding comes from affluent states that can directly commission projects, which the IOM then implements in regions far from its primary funders.

    What emerges from the conversation is a European Union border regime that extends its influence into the Balkans through the IOM, funding violence that northwestern European states can then distance themselves from by mobilizing racist depictions of brutality as always something occurring in various elsewheres. From the perspective of people living in the region, this is not a new phenomenon but rather one that echoes the efforts of past empires that sought to shape what we now call the Balkans. Hence the report’s title: Repackaging Imperialism.

    In addition to affecting the lives of people on the move, this regime is also leading to a remilitarization of borders in a region still recovering from war and genocide.

    We then move to discussing Manja’s current PhD project. As part of this project, she has recently attended a number of border technology fairs, which are marketplaces where security companies showcase their ideas for border security, with government officials as their clients. Manja takes us into a world where cowboy hats, raffles, and rampant alcohol consumption are used to aid in the selling of heartbeat monitors, document scanners, and weapons—illustrating how absurdly and soul-crushingly removed the worlds of weapons sales are from the people whose lives these weapons affect.

    Finally, Manja recounts her own encounter with border enforcement. After leaving one of the last security fairs she attended, she was administratively detained and taken to immigration detention in Belgium. There, she met and tried to support many others who were in a much worse situation than she was, mainly people from other Balkan states and Palestinians.

    We end the conversation by reflecting once again on the ongoing genocide in Gaza and the need to resist the brutal slaughter, starvation, displacement, and land theft of Palestinians at the hands of the Israeli state. We feel pain at this destruction of life. Weapons companies, Manja explains, profit, not only from causing mass death but also from surveilling, governing, and dividing people when displaced, once again showing us that our struggles are deeply interconnected.

    https://pca.st/1fo2d7kg

    #frontières #impérialisme #violence #Balkans #route_des_Balkans #IOM #OIM #militarisation_des_frontières
    #audio #podcast

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