• L’abitare sospeso a dieci anni dal terremoto nell’Appennino Centrale

    Nelle #Marche circa tremila persone vivono ancora nelle Soluzioni abitative d’emergenza, i nuovi quartieri nati dopo le terribili scosse di agosto e ottobre 2016: spazi dove sono nate nuove relazioni, nuove comunità, che permettono di affrontare lo spaesamento di centri che hanno perso l’identità, dove la ricostruzione pubblica è ancora indietro. Intervista al ricercatore Enrico Mariani.

    Intorno al 20 luglio di quest’anno una violenta grandinata si è abbattuta su Ussita (Macerata), danneggiando i tetti di circa 70 Sae, che sta per Soluzioni abitative d’emergenza, strutture che dopo il terremoto dell’ottobre 2016 hanno ospitato i residenti. Alcune fotografie pubblicate sui media locali hanno reso evidente una verità taciuta, a dieci anni dal terremoto: tante famiglie nell’Alta Valle del Nera e non solo vivono ancora nei quartieri provvisori.

    La ricostruzione nei paesi distrutti dalle scosse del 24 agosto 2016, del 26 e del 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017 -Ussita, Visso e Castelsantangelo sul Nera in provincia di Macerata, Arquata del Tronto nel piceno, Accumoli e Amatrice nel reatino, Castelluccio di Norcia in Umbria- arranca. Giuseppe Santarelli, segretario regionale della Cgil, in un report diffuso proprio il 20 luglio evidenzia i numeri relativi al territorio marchigiano: “A oggi sono rientrati a casa ben 5.452 nuclei familiari e quelli ancora fuori casa che sono nelle Sae (2.267) o che usufruiscono il contributo per disagio abitativo (5.796) sono in totale 8.759”.

    Dieci anni dopo, il ricercatore Enrico Mariani ha raccolto nel libro “Abitare sospeso” (Rosenberg & Sellier) il risultato del suo lavoro di dottorato presso il Dipartimento di Scienze della comunicazione, studi umanistici e internazionali dell’Università di Urbino Carlo Bo, un’etnografia nel post-terremoto nell’Appennino Centrale.

    “Per me era fondamentale osservare nel quotidiano che cosa succedeva di fronte alla ‘normalizzazione dell’emergenza’ -spiega Mariani ad Altreconomia-. Esiste una letteratura che parla di come si vive nel post-disastro, dei processi di adattamento, dell’importanza del capitale sociale, delle reti. Per me, però, stare nei luoghi aveva un significato più profondo, di condivisione dell’esperienza, per cercare di capire i processi di adattamento degli abitanti, ascoltare dalla loro voce come immaginavano il territorio in futuro”. Mariani nel libro racconta il suo trasferimento a Ussita, per una ricerca che ha coinvolto appunto i tre Comuni dell’Alta Valle del Nera, letteralmente sgretolati dalla scossa del 30 ottobre 2016, di magnitudo 6.5, la più forte in Italia degli ultimi trent’anni: al contrario di quella di fine agosto, che fece circa 300 vittime, il terremoto di ottobre non fece morti, perché la popolazione era in allerta, ma le conseguenze sugli edifici restano vive ancora oggi, nelle macerie per strada, negli edifici pubblici diroccati e abbandonati, mentre i cantieri di edilizia privata aperti non rispondono al disagio abitativo.

    Mariani, partiamo dalle Sae. Dalla lettura del libro emergono prospettive interessanti, che non ne evidenziano solo le criticità?
    EM Mi sono accorto che bisognava mettere in discussione il fatto che le Sae, di per sé brutte e malfunzionanti, piene di problemi, arrivate in ritardo, fossero connotate solo in modo negativo: condividendo questa esperienza abitativa, per un anno, mi sono reso conto che effettivamente le persone riuscivano a trovare modi, anche creativi, di renderle accoglienti, incentrati sulla messa in comune delle pratiche, delle risorse: un motore collettivo che ha reso alcune aree Sae spazi vivibili. Penso a Forepezza, ad Ussita, ma ci sono anche altri casi, in tutto l’Alto Nera, dove si è sperimentata una certa felicità abitativa, nonostante questa situazione.

    I dati del recente rapporto del segretario della Cgil, Santarelli, evidenziano come la ricostruzione delle case abbia visto avanzare per prime molte “seconde case”, di cui il territorio è pieno, avendo sviluppato negli anni Settanta una vocazione turistica. Queste dinamiche come sono vissute?
    EM Il fatto che continuiamo a vedere un Appennino pensato e progettato per l’accoglienza turistica, seguendo politiche e modelli di sviluppo incentrato sul turismo, non significa che gli abitanti lo accettino senza una prospettiva critica. Dalle interviste che ho condotto emerge una visione del territorio e nonostante il turismo sia un’attività importante percepiscono un insieme di questioni legate all’abitare in montagna, che non sono affrontate. C’è consapevolezza interna alta in merito all’accesso ai servizi, a una diversa condizione di abitabilità, per quanto magari facciano fatica a farsi sentire. Presentando il libro in giro, molti domandano: “Quindi perché le persone non protestano, perché questa ricostruzione è così infinita, perché non c’è un dibattito mentre vanno avanti mega progetti turistici la ricostruzione è ferma?”. L’idea che la gente non protesti, non si faccia sentire, oggi è utile in particolare a chi osserva da fuori: durante il terremoto ci aveva fatto piacere vederli eroici, resilienti, inarrestabili, adesso ci fa comodo vederli rassegnati. La mia esperienza lì dice altro, racconta di un corpo a corpo quotidiano con gli effetti del terremoto, prima, e oggi con le politiche pubbliche con cui si sta gestendo la catastrofe. La maggior parte degli abitanti ormai situa la ricostruzione nel futuro, lo fa anche per la sopravvivenza, perché è qualcosa che non dipende da loro, gestito dai tecnici, e nel frattempo bisogna fare i conti con il quotidiano. Come la maggior parte delle persone, semplicemente non hanno accesso al piano di decisione al dibattito pubblico: lo stesso accade in città, come a Roma dopo lo sgombero di Spin Time. È un problema cronico di “voice”, tutt’altro che mancanza di consapevolezza o legame con il territorio.

    La lentezza della ricostruzione riguarda in particolare il patrimonio pubblico, gli edifici che ospitavano servizi collettivi, i centri storici, come quelli di Visso o Camerino.
    EM Sono in particolare le testimonianze raccolte a Visso a far emergere questo aspetto, perché lì ad essere preclusa è la piazza, che è ancora “zona rossa”. A un certo punto, la ricerca prende due direzioni diverse per Visso e Ussita: per la seconda c’è la discussione sul modello di sviluppo turistico, con la stazione sciistica di Frontignano, mentre nel primo il centro storico come spazio che serve per ripristinare un’identità. “Io non mi riconosco più in Visso, né ci riconosco più come vissani, ci manca il luogo simbolico” mi dice qualcuno. È un’immagine molto forte, quella di un malato terminale a cui ogni sera, passando lì vicino, si tende la mano. Ad Ussita inizialmente c’era un po’ l’idea che il Monte Bove, con la sua forza, evocativa ma anche energetica, riuscisse a tenere insieme i pezzi della ricostruzione, delle temporaneità permanente, il problema grande degli spazi: il palaghiaccio, ad esempio, che per generazioni è stato un punto d’incontro, non solo per chi praticava sport. Credo che sia assolutamente urgente andare ad intervenire, perché questi spazi non sono solo belli ma anche importanti per le relazioni che vanno a ripristinare. Penso a Croc una specie di cinema (cinema all’aperto, Mariani è stato ospite dell’associazione C.A.S.A. che organizza la manifestazione a metà luglio, ndr) che è uno spazio di socialità. Quello degli spazi è un problema cronico, che incontri ovunque, anche in città. Nel post-terremoto, invece, ci si poteva incontrare solo nei luoghi di consumo.

    ▻https://altreconomia.it/labitare-sospeso-a-dieci-anni-dal-terremoto-nellappennino-centrale
    #Apennin #montagne #séisme #tremblement_de_terre #reconstruction #Marches #habitat #logement #déplacés_internes #terremotati #sfollati #Soluzioni_abitative_d’emergenza (#SAE) #Alta_Valle_del_Nera #Ussita #Visso #Castelsantangelo_sul_Nera #Macerata #Arquata_del_Tronto #Accumoli #Amatrice #Castelluccio_di_Norcia #Ombrie #post-catastrophe #Forepezza #expérimentation #tourisme #habitabilité #Visso #zone_rouge #Frontignano #ski #station_de_ski #identité #Monte_Bove

    • Abitare sospeso. Etnografia nel post-terremoto del 2016-17 in Appennino Centrale

      A distanza di ormai nove anni, nell’Appennino centrale colpito dai terremoti del 2016/17 si continua a fare esperienza di profondi cambiamenti socio-territoriali. Nel quadro di un’emergenza permanente mai davvero conclusa, il paesaggio quotidiano è de-strutturato e in continua trasformazione, composto da Zone Rosse ancora inaccessibili e strutture emergenziali, più o meno temporanee. Mentre l’incertezza sui tempi della ricostruzione mina la stessa possibilità di pensare un dopo-terremoto, nel quotidiano gli abitanti articolano nuove e originali forme di appropriazione dell’urbanistica emergenziale. Questa ricerca etnografica adotta una prospettiva specifica sulle complesse questioni suscitate dalla scelta di continuare ad abitare in un’area interna già marginale e spopolata, dopo un terremoto di questa portata. Da un lato tramite l’etnografia è possibile approssimarsi ai processi di adattamento originale e discontinuo legati ai cambiamenti degli ambienti di vita quotidiana, dall’altro l’abitare costituisce un concetto chiave nel campo discorsivo del post-disastro, sovraccarico di problemi e questioni intrecciate che riguardano il presente e il futuro dei territori. Lo studio si concentra sui tre Comuni dell’Alto Nera, Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, situati al confine tra Umbria e Marche ed epicentro della sequenza sismica di ottobre 2016.

      ▻https://www.rosenbergesellier.it/ita/titolo?ref=1793
      #livre #Enrico_Mariani

  • 🌎 Les plus fortes tensions sismiques en Californie depuis 1000 ans: #The_Big_One imminent ?
    ▻https://www.techno-science.net/actualite/plus-fortes-tensions-sismiques-californie-depuis-1000-ans-the-big-on

    C’est une découverte préoccupante qui sort des dernières recherches sur les #séismes en #Californie du Sud : les contraintes tectoniques au col de #Cajon, un carrefour #géologique majeur, n’ont jamais été aussi élevées depuis mille ans. Ce point névralgique, où se frôlent deux des #failles les plus actives de la région, pourrait être le site d’un tremblement de terre de grande ampleur.

    Le col de Cajon, situé au nord-est de #Los_Angeles, est un endroit où la #faille de #San_Andreas et celle de #San_Jacinto se rapprochent dangereusement. Depuis le dernier grand tremblement de terre dans cette zone, celui de Fort Tejon en 1857, les contraintes s’accumulent sans relâche. Les scientifiques s’inquiètent depuis longtemps de ce calme apparent, car il pourrait précéder une rupture majeure.

    Cajon Pass and the Southern San Andreas Fault System: Earthquake Cycle Stress Accumulation and Present‐Day Loading - Burkhard - 2026 - Journal of Geophysical Research: Solid Earth - Wiley Online Library
    ▻https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JB033213

    Southern California’s San Andreas and San Jacinto faults have not produced a major earthquake near Los Angeles in over a century. During that time, tectonic stress has continued to build along these faults, increasing the likelihood of a large future rupture. One key area of concern is Cajon Pass, where the two fault systems meet and could potentially rupture together. To investigate this, we used computer simulations of the last 1000 years of large earthquake activity to estimate how stress builds up on fault segments and affects neighboring segments over time. The model shows that stress has now reached high levels across the region and that the two fault systems may interact when their stress levels become similar. This suggests that Cajon Pass could act as an “earthquake gate” which sometimes blocks and other times allows large ruptures to propagate between faults. These results improve our understanding of earthquake interactions in Southern California and help refine regional hazard assessments.

  • Séisme au Kamtchatka : que sait-on de l’un des dix plus puissants tremblements de terre jamais enregistrés ?
    ▻https://theconversation.com/seisme-au-kamtchatka-que-sait-on-de-lun-des-dix-plus-puissants-trem

    Au large de la péninsule du Kamtchatka se trouve la fosse des Kouriles, une frontière tectonique où la plaque Pacifique est poussée sous la plaque d’Okhotsk.

    Alors que les plaques tectoniques se déplacent continuellement les unes par rapport aux autres, l’interface entre les plaques tectoniques est souvent « bloquée ». La tension liée au mouvement des plaques s’accumule jusqu’à dépasser la résistance de l’interface, puis se libère sous la forme d’une rupture soudaine : un séisme.

    En raison de la grande superficie de l’interface aux frontières des plaques, tant en longueur qu’en profondeur, la rupture peut s’étendre sur de vastes zones à la frontière des plaques. Cela donne lieu à certains des séismes les plus importants et potentiellement les plus destructeurs au monde.

    Un autre facteur qui influe sur la fréquence et l’intensité des séismes dans les zones de subduction est la vitesse à laquelle les deux plaques se déplacent l’une par rapport à l’autre.

    Dans le cas du Kamtchatka, la plaque Pacifique se déplace à environ 75 millimètres par an par rapport à la plaque d’Okhotsk. Il s’agit d’une vitesse relativement élevée pour des plaques tectoniques, ce qui explique que les séismes y sont plus fréquents que dans d’autres zones de subduction. En 1952, un séisme de magnitude 9,0 s’est produit dans la même zone de subduction, à environ 30 kilomètres seulement du séisme de magnitude 8,8 d’aujourd’hui.

    Parmi les autres exemples de séismes à la frontière d’une plaque en subduction, on peut citer le séisme de magnitude 9,1 qui a frappé la région de Tohoku au Japon en 2011 et le séisme de magnitude 9,3 qui a frappé Sumatra et les îles Andaman en Indonésie le 26 décembre 2004. Ces deux séismes ont débuté à une profondeur relativement faible et ont provoqué une rupture de la limite des plaques jusqu’à la surface.

    Ils ont soulevé un côté du fond marin par rapport à l’autre, déplaçant toute la colonne d’eau de l’océan située au-dessus et provoquant des tsunamis dévastateurs. Dans le cas du séisme de Sumatra, la rupture du fond marin s’est produite sur une longueur d’environ 1 400 kilomètres.

    ▻https://seenthis.net/messages/1128232

  • “Ultima neve”, perché lo sci non ha frenato lo spopolamento nell’Appennino centrale

    ▻https://vimeo.com/1080920556

    Il documentario di #Veronica_Machiavelli dà voce ai comitati e alle associazioni attive nell’area colpita dai terremoti del 2016 e 2017, dove il governo immagina la “ricostruzione” anche degli impianti di risalita, nonostante la riduzione delle precipitazioni. L’obiettivo, a quasi dieci anni dal sisma, è quello di stimolare una riflessione sul futuro di coloro che vivono nell’area del cratere

    ▻https://altreconomia.it/ultima-neve-perche-lo-sci-non-ha-frenato-lo-spopolamento-nellappennino-

    #film #documentaire #film_documentaire #neige #ski #montagne #Apennins #résistance #séisme #tremblement_de_terre #reconstruction

  • #Mayotte : #histoire_coloniale, fractures sociales et désastre environnemental

    Mayotte, petite île de l’océan Indien, symbolise à elle seule la collision brutale entre histoire coloniale, fractures sociales et désastres environnementaux. Département français depuis 2011, elle est un territoire en #crise, où la #misère humaine et les #catastrophes_naturelles s’entrelacent dans une spirale infernale. Les événements récents – #séismes, #tornades, #montée_des_eaux – ne sont que la face visible d’un #effondrement plus global. Ils révèlent une #vulnérabilité accumulée sur des décennies, amplifiée par des promesses non tenues, des #inégalités criantes et une gestion déconnectée des réalités locales.

    En 1974, Mayotte se sépare des Comores à l’issue d’un référendum où les Mahorais choisissent de rester français. Ce choix, né du désir d’échapper à l’instabilité politique des Comores indépendantes, place l’île dans une situation paradoxale : elle devient un territoire français entouré de voisins économiquement fragiles. Cette appartenance à la République française, vue comme une chance à l’époque, isole Mayotte de son propre environnement géographique et culturel. Rapidement, cette singularité engendre des tensions avec les autres îles de l’archipel, notamment l’île comorienne d’#Anjouan, d’où proviennent chaque année des milliers de migrants.

    L’intégration comme département, survenue en 2011, devait marquer une nouvelle ère pour Mayotte. Les Mahorais espéraient voir leur île se développer et accéder à des droits égaux à ceux des métropolitains c’est-à-dire que s’y applique pleinement les lois françaises et européennes, à la différence d’une collectivité territoriale. Mais cette #départementalisation s’est révélée un leurre. La croissance fulgurante de la population, (76 000 habitants en 1991, 300 000 habitants en 2023), dépasse largement la capacité des #infrastructures et des #services_publics à répondre aux exigences, tout en exacerbant l’obsolescence des équipements, faute d’entretien.

    Effondrement des services publics

    L’#éducation, en particulier, est le symbole de cet #échec. Avec des classes surchargées, des enseignants en sous-effectifs et des écoles délabrées, le #système_scolaire est incapable de répondre aux besoins d’une jeunesse nombreuse et en quête d’avenir. Cet effondrement du #système_éducatif alimente un sentiment d’#abandon et de #mépris parmi les Mahorais. Ils constatent chaque jour que la promesse d’#égalité_républicaine reste une illusion.

    Les infrastructures sanitaires et sociales sont tout aussi défaillantes. Les femmes comoriennes qui bravent les flots pour accoucher à Mayotte afin que leurs enfants acquièrent la nationalité française, contribuent à une #pression_démographique croissante. Mais ces enfants, bien que nés sur le sol français, grandissent souvent dans des conditions indignes. Ils alimentent les #bidonvilles, des espaces d’#exclusion où se forment des #bandes_de_jeunes livrés à eux-mêmes, vecteurs de #violences et d’#émeutes récurrentes. À leur majorité, en vertu du #droit_du_sol, ces enfants peuvent acquérir la #nationalité_française.

    La #colère gronde dans une population qui se sent méprisée, prise en étau entre un État central distant et des besoins locaux criants. Mais ce mépris ne se limite pas aux politiques sociales : il se manifeste aussi dans la gestion de l’#environnement. Mayotte est une île en pleine #dégradation_écologique, où les bidonvilles, sans réseaux d’#assainissement, rejettent leurs #déchets dans une #mer polluée, comme j’ai pu l’étudier dans le cadre d’une mission pour l’association Littocean. La destruction des #mangroves (due à un #développement_urbain incontrôlé et au #changement_climatique) et en conséquence des #récifs_coralliens, essentiels pour limiter l’#érosion et les submersions marines, témoigne de l’incapacité à relier environnement et développement.

    Une gestion écologique devenue symbole technocratique

    À cela s’ajoute un paradoxe criant : tandis que les populations locales luttent pour survivre, des moyens considérables sont mobilisés pour protéger l’écosystème marin par le biais du #parc_naturel de Mayotte. Ce parc, destiné à préserver la #biodiversité exceptionnelle des récifs coralliens, devient un symbole d’une gestion technocratique déconnectée des réalités humaines. Les Mahorais, exclus de ce projet, perçoivent cette #conservation comme une nouvelle forme de #colonialisme : une « #colonisation_bleue » où la priorité est donnée à la #nature, administrée par l’État français, au détriment des habitants. Ce fossé entre la préservation de l’environnement et les besoins des communautés accentue le #sentiment_d’abandon et l’idée que Mayotte n’est qu’un territoire périphérique, instrumentalisé pour des objectifs extérieurs et géopolitiques, traité comme une colonie et non comme un territoire français à part entière.

    Dans ce contexte, le changement climatique agit comme un catalyseur. Il intensifie les phénomènes naturels extrêmes, tels que les cyclones ou les #sécheresses, et exacerbe les inégalités. L’élévation du niveau de la mer menace directement les habitations précaires situées sur les littoraux, tandis que les ressources en #eau, déjà insuffisantes, s’amenuisent. Les catastrophes naturelles se multiplient, mais elles ne sont pas de simples fatalités : elles frappent un territoire déjà fragilisé, où chaque événement climatique devient un désastre humain par manque de préparation.

    Un avenir impensable et tragique

    Face à cette accumulation de crises, c’est le rapport au temps qui interroge. À Mayotte, l’idée même d’un avenir semble inatteignable. Les Mahorais vivent dans un présent sans repères, où les mêmes drames – émeutes, violences, destructions – se répètent sans fin. François Hartog, dans sa réflexion sur le #présentisme, décrit cet état où le passé perd sa valeur, où le futur est inconcevable, et où seul le présent s’impose, figé dans l’#urgence et l’incapacité d’anticiper.

    Mayotte incarne cette #temporalité_brisée. L’île n’a pas de nostalgie d’un âge d’or, car son histoire est marquée par des fractures successives : colonisation, séparation des Comores, départementalisation ratée. Elle n’a pas non plus de projet d’avenir, car les conditions de vie, les inégalités et les crises structurelles la maintiennent dans un état d’urgence permanent. Ce présentisme exacerbé renforce le sentiment d’#impuissance, rendant impossible toute perspective de reconstruction ou de progrès.

    La situation actuelle de Mayotte peut être qualifiée d’#hypercriticité : un état où les #tensions_sociales, politiques et environnementales atteignent un point de rupture, où chaque élément, même mineur, peut précipiter un #effondrement_global.

    Ce terme désigne non seulement l’accumulation des #vulnérabilités, mais aussi l’incapacité à s’en extraire. L’hypercriticité, c’est l’impossibilité de penser au-delà de l’urgence, l’incapacité de construire des ponts entre les crises pour trouver des solutions globales. À Mayotte, cet état est visible dans chaque aspect de la vie : dans l’école qui échoue à offrir un avenir, dans les bidonvilles qui s’étendent, dans la mer qui rejette les déchets de l’île et engloutit peu à peu ses côtes, dans l’#accès_à_l’eau et à un environnement sain, dans la pression démographique et ses conséquences écologiques.

    Cette crise révèle une conjonction inédite entre deux histoires : celle, humaine, de la #globalisation, avec ses migrations, ses inégalités et ses #fractures_coloniales ; et celle, planétaire, d’une Terre abîmée par la dégradation accélérée des écosystèmes. Comme l’explique Dipesh Chakrabarty dans "Une planète, plusieurs mondes" (▻https://www.cnrseditions.fr/catalogue/histoire/une-planete-plusieurs-mondes), ce croisement marque une #rupture : à Mayotte, cette rencontre s’incarne dans une « planète des pauvres », où les damnés de la Terre subissent de plein fouet l’amplification de ces dynamiques destructrices. Ici, les vulnérabilités humaines et écologiques se confondent dans un cycle sans précédent, soulignant la nouveauté tragique de cette crise.

    Toutefois, l’hypercriticité peut aussi être un point de départ. Elle force à regarder en face l’ampleur des problèmes et à repenser radicalement les relations entre les hommes, leur territoire et leur futur. Si Mayotte continue sur cette voie, elle risque de devenir un archétype de l’#effondrement_insulaire, un avertissement pour d’autres territoires. Mais si elle parvient à dépasser ce présentisme, à prendre en compte l’histoire passée, à s’attaquer aux urgences présentes tout en imaginant un avenir collectif mettant en avant la #double_identité mahoraise française et comorienne pour en faire un exemple d’#hybridité_culturelle réussie, elle pourrait, paradoxalement, transformer sa fragilité en force, en inventant un modèle résilient face aux défis du XXIe siècle. Le temps, à Mayotte, n’a pas encore retrouvé son cours, mais il n’est pas trop tard pour le remettre en mouvement.

    ▻https://theconversation.com/mayotte-histoire-coloniale-fractures-sociales-et-desastre-environne
    #Comores #colonialisme #environnement

  • A Lacq, l’injection d’eaux usées industrielles identifiée comme principale responsable des séismes | CNRS
    ▻https://www.cnrs.fr/fr/presse/lacq-linjection-deaux-usees-industrielles-identifiee-comme-principale-responsab

    Chaque année de nombreux séismes sont détectés dans la région de Lacq, dans les Pyrénées-Atlantiques, sans que la cause exacte soit clairement identifiée. Une étude internationale menée par Jean Letort, enseignant-chercheur à l’université Toulouse III – Paul Sabatier au sein de l’Institut de recherche en astrophysique et planétologie (IRAP/OMP – CNES/CNRS/UT3), vient confirmer une hypothèse récente. Les injections d’eaux usées industrielles sont à l’origine de la sismicité de la région. Les résultats ont été publiés le 23 mai dans Geophysical Journal International.

  • Au Maroc, « la #montagne a été trop longtemps marginalisée »

    La géographe marocaine #Fatima_Gebrati, spécialiste du Haut Atlas de Marrakech, souligne l’insuffisance de l’#aménagement_du_territoire dans les zones les plus violemment frappées par le #séisme. Une #marginalisation qui commence dès la période coloniale.

    Autour d’elle, le décor est apocalyptique. Lundi 11 septembre, la géographe marocaine Fatima Gebrati roule en direction de Talat N’Yacoub, une commune de la province d’#El-Haouz, pulvérisée par le séisme – même les bâtiments construits aux normes antisismiques. Elle y achemine de l’aide humanitaire aux victimes livrées à elles-mêmes.

    Elle est aussi l’autrice d’une thèse sur la mobilisation territoriale des acteurs du développement local dans le Haut Atlas de Marrakech, soutenue en 2004. Un travail qu’elle a poursuivi depuis, à l’université Cadi Ayyad. Dans un entretien à Mediapart, elle déplore les efforts insuffisants de l’État marocain pour aménager les territoires de montagne, particulièrement meurtris par le séisme.

    Mediapart : Quelles leçons tirez-vous du séisme survenu vendredi 8 septembre ?

    Fatima Gebrati : Il faut revoir l’aménagement du territoire au #Maroc principalement dans les #zones_de_montagne. L’État a fourni des efforts qui restent insuffisants. Ce séisme nous l’apprend encore de manière dramatique. J’espère qu’il va y avoir une prise de conscience et une vraie volonté au sein du gouvernement pour repenser les politiques publiques et l’aménagement du territoire.

    La montagne a été trop longtemps marginalisée en matière d’aménagements du territoire. Les raisons sont multiples et la première a à voir avec la #colonisation du Maroc par la #France. Bien avant l’indépendance, dès la colonisation, l’État a concentré ses efforts de développements dans les plaines. Comme la Tunisie ou l’Algérie, le Maroc a constitué un laboratoire d’#expérimentations. Des #barrages ont été créés pour alimenter la France, « le territoire mère », en matière agricole, industrielle, pas pour les beaux yeux des Marocains.

    Seul le « #Maroc_utile » et non « l’inutile » comptait pour la France, comme l’affirmait le maréchal #Lyautey [le grand artisan de la #colonisation_française – ndlr]. Ce Maroc « inutile », c’était la montagne, la #marge qui a une connotation politique. C’est dans les montagnes que la lutte contre la colonisation a été la plus farouche.

    Après l’indépendance, l’État a fait des efforts dans plusieurs domaines mais les sédiments hérités de la colonisation demeurent très lourds, jusqu’à aujourd’hui. Malgré les nombreux programmes dédiés, on n’a pas réussi à combler le vide et les failles qui existent sur ces territoires.

    Le plus grand déficit demeure l’aménagement du territoire. L’état des routes est catastrophique, il n’y a pas assez de routes, pas assez de connexions. Il faut renforcer le tissu routier, construire d’autres routes, désenclaver. Au niveau du bâti, les politiques ne sont pas à la hauteur. Des villages entiers se sont effondrés comme des châteaux de cartes.

    On ne s’est jamais posé la question au Maroc de savoir comment construire les maisons en montagne. Faut-il le faire en béton et autres matériaux modernes ou inventer un modèle qui préserve la spécificité des zones montagneuses et les protège des catastrophes naturelles ? C’est d’autant plus invraisemblable que les montagnes du Haut #Atlas de Marrakech sont un berceau de la civilisation marocaine à l’époque des Almoravides et des Almohades.

    Comment expliquez-vous que ce soit la société civile qui pallie depuis des années au Maroc, tout particulièrement dans les zones les plus marginalisées, les défaillances de l’État jusqu’à l’électrification ou l’aménagement des routes ?

    À la fin des années 1990, alors qu’émergeait la notion de développement durable, on a assisté à une certaine effervescence de la société civile, d’associations locales, et à une forte mobilisation d’ONG nationales et internationales. Elles ont commencé à intervenir dans le #Haut_Atlas. Dans certaines vallées, des développements touristiques ont vu le jour comme dans la vallée de Rheraya dans la province d’El-Haouz. Des microprojets locaux ont permis de ramener l’électricité avec un groupe électrogène, puis d’électrifier un douar [village – ndlr], comme Tachdirt, bien avant l’électrification menée par l’État.

    De nombreuses études ont été réalisées pour comprendre la réalité de la montagne et orienter l’État. Malheureusement, les universitaires marocains n’ont pas l’oreille du gouvernement. Nos travaux de recherche sont restés dans les tiroirs de nos universités. Deux programmes essentiels ont été investis par l’État à partir des années 1990 – l’électrification du monde rural et l’accès à l’eau potable, deux nécessités vitales –, puis dans un autre temps, la scolarisation. Des efforts colossaux ont été réalisés mais ils restent insuffisants.

    Ces régions rurales et montagneuses sont-elles marginalisées parce qu’elles sont #berbères ou plutôt #amazighes – « berbère » étant un terme colonial ?

    C’est très difficile de vous répondre. Je considère que la marginalisation de ces territoires est plus économique que politique. Après l’indépendance, le Maroc s’est retrouvé considérablement affaibli. L’État colonial a tout pompé, volé, les caisses étaient vides.

    Le Maroc s’est retrouvé sans ressources financières ou humaines puisque de nombreux hommes ont donné leur sang pour libérer le pays. Il fallait orienter l’#économie du Maroc. Le choix s’est porté sur l’#industrie et l’#agriculture. Ce fut un échec. Puis le Maroc a ciblé l’essor économique par le #tourisme. À la fin des années 60, les premières infrastructures ont été construites, des hôtels, des aéroports, des personnels ont été formés.

    Mais ces piliers restent fragiles, l’agriculture, par exemple, est soumise aux précipitations. Si une saison est sèche, le Maroc souffre. Quant au tourisme, on a vu la fragilité du secteur avec le tourisme quand, notamment, Marrakech est devenue une ville fantôme pendant la pandémie de Covid-19. Il faut créer d’autres pôles économiques aux alentours des pôles régionaux, créer de l’infrastructure de base, renforcer le tissu économique pour limiter le taux de chômage, insérer les jeunes. Le tourisme en fait partie mais il ne doit pas être tout.

    ▻https://www.mediapart.fr/journal/international/110923/au-maroc-la-montagne-ete-trop-longtemps-marginalisee

    • Séisme. Maroc : le silence gênant de Mohammed VI
      ▻https://www.courrierinternational.com/article/seisme-maroc-le-silence-genant-de-mohammed-vi

      Depuis Paris, où il séjournait, Mohammed VI a tardé à s’exprimer après le terrible tremblement de terre qui a frappé son pays, s’étonne la presse internationale.

      Depuis la France, où il séjournait, le monarque marocain s’est exprimé le 9 septembre au soir, à travers une déclaration officielle dans laquelle il décrétait trois jours de deuil et ordonnait le déploiement d’un programme d’urgence pour venir en aide aux victimes.

      Mais jusqu’à la publication, détaille l’hebdomadaire espagnol, le royal silence a contraint toutes les autres autorités marocaines à adopter la même attitude. Ni le chef du gouvernement, Aziz Akhannouch, pourtant originaire de la région touchée, ni le ministre de l’Intérieur, Abdelouafi Laftit, ne se sont exprimés ni ne se sont rendus dans les endroits les plus durement touchés par le tremblement de terre. À l’échelon local, même absence de réaction et attentisme des autorités.
      Le seul membre de la famille royale à avoir dérogé à cette réserve du roi a été le prince Moulay Hicham, son cousin germain. Le “Prince rouge”, son surnom en raison de ses positions réformatrices sur la monarchie, a exprimé sa solidarité avec le peuple marocain depuis sa résidence de Boston.

  • Turquie  : le séisme du 6 février, la souffrance des populations et les profits à venir
    ▻https://mensuel.lutte-ouvriere.org/2023/04/02/turquie-le-seisme-du-6-fevrier-la-souffrance-des-populations (le mensuel Lutte de classe, 8 mars 2023)

    Après le séisme catastrophique du 6 février dans le sud de la Turquie et le nord de la #Syrie, nous publions ici une traduction des articles de nos camarades de Sınıf Mücadelesi (#Turquie – UCI).

    Le gouvernement AKP, et tous les profiteurs dont il est le plus ardent défenseur, portent une grande responsabilité dans la catastrophe provoquée par le séisme du 6 février et les secousses qui l’ont suivi, dont les conséquences se feront sentir pendant des mois, voire des années.

    Tout ce qui s’est produit lors du tremblement de terre de 1999 se reproduit aujourd’hui à plus vaste échelle. Tout ce qu’Erdogan critiquait à l’époque s’est reproduit, car il a lui aussi suivi la loi du profit. C’est #Erdogan lui-même qui a modulé l’application de la loi promulguée en 2000, qui était censée garantir des constructions résistantes aux tremblements de terre. Après 2011, pour les provinces situées en zone sismique, il a promulgué des lois assouplissant les contrôles au profit des promoteurs. Le contrôle était presque laissé à leurs soins et des permis ou des certificats de conformité leur étaient délivrés moyennant paiement, pratiquement sans condition. Cela a ouvert la voie à une construction non réglementée et non contrôlée, menée par des entrepreneurs qui étaient des cadres à tous les niveaux du parti AKP ou ses administrateurs dans les municipalités.

    Des destructions aggravées par le système politique

    Les conséquences du #séisme sur l’économie

    785 milliards de livres de dette

    39 % des bâtiments hors de la réglementation

    La situation de la classe ouvrière

    #tremblement_de_terre #capitalisme

  • Greece fortifies border to block refugees from Turkish-Syrian earthquakes

    Patrols dispatched to frontier as migration minister calls for fences and surveillance as well as aid to preempt migration

    Greece has reinforced border controls along its land and sea frontier with Turkey amid expectations of a new wave of arrivals by people displaced in the earthquakes that have devastated south-east Turkey and northern Syria.

    Hundreds of extra border guards began patrolling the Greek-Turkish land frontier in the Evros region at the weekend as contingency measures were stepped up to stave off the expected flows.

    “The mass movement of millions of people is not a solution,” said Greece’s migration minister, Notis Mitarachi, emphasising the need for emergency aid to be sent to Turkey and Syria “before this happens”.

    It is anticipated that some of the people made homeless by the 6 February earthquakes – a disaster that has left more than 50,000 dead – will start heading towards Europe in the spring if humanitarian assistance does not arrive.

    The patrols were dispatched as Mitarachi called for the enhanced protection of the continent’s frontiers with increased surveillance infrastructure and additional fences.

    At a European conference on border management held outside Athens on Friday, he vowed that the enlargement of a controversial wall along the land border would go ahead irrespective of whether it is financed by the EU. The 22 mile-long, 5 metre-high barrier is due to double in size by the end of the year.

    “The fence will be extended along the entire length of the [Evros] river so that we can protect the European continent from illegal flows,” he said.

    Indicative of the bloc’s hardening stance towards refugees, the centre-right government has said it will also procure scores of new coastguard vessels to patrol Aegean Sea islands facing the Turkish coast.

    The prime minister, Kyriakos Mitsotakis, whose four-year term ends in July, has been noticeably tougher on the issue of migration than his leftist predecessor, Alexis Tsipras. The government’s approach, which has reportedly included forcible evictions or pushbacks of refugees in border areas, has engendered widespread criticism, not least from the EU. Rejecting the allegations, the administration has described its policies as “strict but fair”.

    With the EU border agency, Frontex, also fortifying patrols in the Aegean, ever greater numbers of refugees are risking life and limb by circumventing the Greek isles to travel in vastly overcrowded boats from Turkey to Italy.

    The 59 refugees, including a newborn baby, found dead on Sunday after their vessel ran aground in rough seas off Calabria had started their journey from the Turkish coast.

    Brussels has allocated more money to Greece to handle migration than to any other EU member state, citing its frontline role. Hugely expensive “closed controlled” holding facilities have replaced squalid camps on Samos, Leros and Kos, and similar centres for asylum seekers are expected to open in Lesbos and Chios this year. The installations have been likened by human rights groups to prisons.

    Calls for tougher action have increased since the migration crisis of 2015 when nearly 1 million Syrians fleeing civil war were granted asylum in Europe.

    Ministers representing the 15 member states attending last week’s conference in Athens called not only for agreements to be struck with third-party countries to accept refugees but for further financial support “for all types of border protection infrastructure”.

    “It is at this point crucial for Europe to decide what type of migration policy we want, and more specifically what type of border management we want,” Mitarachi told his counterparts, before making passing reference to NGOs allegedly “assisting” border crossings.

    “Clearly we need to offer asylum to people in need of protection but in an orderly way … Today, unfortunately, instead of us being proactive in asylum management, it is people-smugglers who sell places in our societies – not to those most in need but to those who pay the fees.”

    ▻https://www.theguardian.com/world/2023/feb/26/greece-fortifies-border-to-block-refugees-from-turkish-syrian-earthquak
    #Grèce #frontières #militarisation_des_frontières #Turquie #séisme #tremblement_de_terre #contrôles_frontaliers #migrations #asile #réfugiés #Evros #murs #barrières_frontalières

    –—

    sur l’extension du mur (depuis l’annonce de novembre 2021) :
    ►https://seenthis.net/messages/935658

  • D’un enfer à l’autre : la #double_peine des #réfugiés_syriens en #Turquie

    Comme les Turcs, beaucoup ont tout perdu dans le séisme qui a dévasté le sud-ouest de la Turquie. Les exilés qui avaient fui le régime de Damas affrontent aujourd’hui un violent sentiment de #rejet et s’inquiètent pour leur avenir dans le pays.

    Nour a 13 ans. Elle est syrienne. En ce 19 février 2023, elle retourne en Syrie, pays qu’elle ne connaît quasiment pas. Il y a six ans, ses parents ont fui la province de Hama, reprise par le régime d’Assad. Ils se sont installés à Antakya, en Turquie, persuadés que leurs enfants seraient cette fois à l’abri…

    De nombreuses Syriennes et Syriens avaient également choisi de vivre dans cette ville ces onze dernières années. Ce dimanche matin, au poste-frontière turc de Cilvegozu, l’adolescente pousse une grosse valise à roulettes et tire un sac rouge déjà déchiré. « À l’intérieur, il y a nos vêtements, explique-t-elle, souriante. On amène aussi des boîtes de conserve pour mes grands-parents. C’est tout ce qu’on a ! » Emmitouflée dans un grand manteau, la jeune fille se remet dans la longue file d’attente réservée aux familles.

    Des centaines de personnes patientent pour entrer dans la province d’Idlib, en Syrie. Abir, la mère de Nour, tient fermement par la main son fils de 5 ans. Lui est né en Turquie. La famille louait un appartement qui a miraculeusement résisté au séisme. « Notre propriétaire turc nous a demandé de partir pour loger d’autres personnes. On est partis en laissant nos meubles et le reste de nos affaires, raconte Abir, les yeux cernés. Oui, j’ai peur de rentrer en Syrie, c’est un pays en guerre, mais on n’a pas d’autres options. Ici, en Turquie, il n’y a pas de logement pour nous. »

    Dans une autre file d’attente, celle réservée aux hommes, derrière une barrière en plastique, Mahmoud, 21 ans, attend son cousin. Leur appartement a été détruit par le tremblement de terre, et aujourd’hui, eux aussi retournent dans leur pays. « Si la situation le permet, je vais sûrement rester à Idlib. Je vis ici depuis un an et demi, mais notre quotidien était déjà très difficile avant le séisme, confie Mahmoud à voix basse. Je n’ai jamais réussi à trouver un travail. Alors rentrer, c’est peut-être mieux. Au moins, on va retrouver un peu de dignité. »

    Retrouver une dignité en rentrant dans leur pays déchiré par une guerre sans fin : Syriennes et Syriens expriment en nombre ce même désir de n’avoir plus à vivre comme des « invités » en Turquie. Ils y bénéficient d’une « protection temporaire » qui peut être révoquée à tout moment. Ce statut les assigne à résidence dans une ville et leur interdit de retourner en Syrie. Après le tremblement de terre, les autorités turques ont exceptionnellement levé cette interdiction : les Syriens installés sur leur territoire sont autorisés à rentrer pendant six mois maximum. 40 000 personnes auraient déjà franchi la frontière en moins de trois semaines, selon des chiffres communiqués par les autorités turques et du nord-ouest de la Syrie.

    Mais pourront-ils vraiment revenir ? Au poste-frontière, la réponse des exilé·es est souvent la même : « Inch’ Allah » (« Si Dieu le veut »), lâché d’un ton las. Ces familles vivent aujourd’hui un nouveau déplacement. Le cinquième, pour certaines. Un exil sans fin.

    Spectateur de ces files d’attente qui s’allongent aux portes de la Syrie, un membre d’une ONG souffle, dépité : « J’ai discuté avec beaucoup de Syriens et ils ont de sérieux doutes sur le fait qu’Ankara les laissera revenir, surtout à l’approche de l’élection présidentielle. »

    Avant ce tremblement de terre dévastateur, les Syrien·nes installé·es en Turquie étaient déjà devenu·es un enjeu politique, à quelques mois de la présidentielle. En mai 2022, Recep Tayyip Erdoğan, en baisse dans les sondages, a annoncé un plan de retour « volontaire » pour au moins un million de personnes. Une tentative de réponse aux mouvements politiques d’opposition dominés par les ultranationalistes. Ces partis, comme Zafer ou le MHP (extrême droite), ont fait des Syrien·nes leurs boucs émissaires, les accusant notamment d’être responsables de la crise économique sans précédent qui frappe la Turquie.

    Depuis plusieurs mois, les arrestations et les expulsions vers la Syrie se sont multipliées, selon l’ONG Human Rights Watch, qui alerte dans son rapport d’octobre 2022 : « Des Syriens ainsi renvoyés ont affirmé à Human Rights Watch qu’ils avaient été arrêtés par des responsables turcs à leur domicile, sur leur lieu de travail ou dans la rue, puis détenus dans des conditions déplorables, la plupart d’entre eux étant [...] emmenés par la route vers des points de passage de la frontière vers le nord de la Syrie, et contraints de la traverser sous la menace des armes. » Aussitôt, les autorités turques ont répondu dans une lettre adressée à l’ONG : « Les allégations selon lesquelles les Syriens ont été expulsés de force et illégalement vers la Syrie ne reflètent pas la vérité. »
    Des messages racistes sur les réseaux sociaux

    Depuis le séisme, des rumeurs sans fondement inondent les réseaux sociaux. Les Syriens sont accusés d’être responsables d’une série de pillages dans la ville détruite d’Antakya, d’attaques à l’arme à feu de victimes turques, et même de viols. Sur Twitter, des messages ouvertement racistes circulent en toute impunité : « Les rescapés du tremblement de terre sont invités à venir chez moi à Ankara, à condition qu’ils ne soient pas Syriens », publie par exemple un propriétaire turc.

    Trois jours seulement après le séisme, un expert turc des tremblements de terre livre son analyse sur les réseaux sociaux, et écrit sans retenue : « Un problème de sécurité nationale est apparu dans les villes où sont concentrés les réfugiés syriens. Lorsque les citoyens turcs vont quitter la province de Hatay, qui est à moitié détruite, les Syriens vont prendre le contrôle des villes comme Antakya et Kilis. L’armée devra être déployée. » Un message partagé des milliers de fois.

    « À cause de ces messages, de nombreux Syriens ont commencé à avoir peur. Ils ont donc choisi de se faire discrets, de ne rien demander et de rester silencieux », explique Mahmoud, un activiste syrien qui vit en Turquie.

    « Il y a un discours politique qui appelle fortement au retour des Syriens dans leur pays, dans un contexte de racisme d’une partie de la population turque. Je vous parle ici de la situation avant le séisme. Et aujourd’hui, après cette catastrophe naturelle, tout cela est exacerbé, s’inquiète Marie Forestier, conseillère sur la Syrie pour l’European Institute of Peace. Pour les exilés syriens en Turquie, c’est vraiment la double peine. »

    Le 14 février 2023, dans une rue d’Antakya, cinq Syriens attendent que des secouristes sortent des décombres les corps d’un couple et de son bébé de 10 mois. Tous originaires d’Alep, ils ont fui la guerre. Lorsque la nuit tombe, les trois dépouilles sont enfin extraites des blocs de béton et immédiatement déposées dans des sacs mortuaires. Ahmed, l’un des cousins, charge les corps dans une camionnette blanche pour les amener dans un cimetière à l’entrée de la ville.

    Depuis le séisme, il s’est installé avec le reste de la famille dans un camp de fortune sur une colline à l’entrée d’Antakya. Trois abris ont été construits à la hâte avec le matériel qui a pu être récupéré. Assis autour d’un feu, son cousin Mohamed se met soudainement à hurler : « Il ne nous reste rien. Tout a été détruit ! Et regardez où on dort ! On doit aller jusqu’à l’hôpital en bas de cette colline pour chercher de l’eau. »

    Autour de lui, ses proches lui demandent de se taire, terrorisés à l’idée que les autorités turques le reconnaissent et viennent l’arrêter. Mais Mohamed continue son monologue : « Moi, je n’ai pas peur de parler. Les véhicules qui distribuent de l’aide ne viennent pas nous voir. Ils vont seulement déposer leurs colis humanitaires aux victimes turques. On n’a plus aucun avenir ici et on ne peut pas rentrer chez nous à Alep, en Syrie, alors on va mourir ici. »

    Dans un autre camp improvisé, Shirine serre contre elle son bébé âgé de moins de deux semaines, une petite fille née seulement deux jours avant le séisme. « Pour le moment, je l’allaite mais j’ai peur de ne bientôt plus avoir de lait. Qui peut tenir comme ça, dans le froid, sous la pluie ? Mon bébé pleure presque jour et nuit. C’est ma fille, j’ai tellement peur pour elle », confie la jeune maman, les larmes aux yeux. Juste à côté d’elle, Elif, une adolescente de 13 ans, essaie de distraire ses frères et sœurs. En quelques jours, tous ont dû apprendre à vivre sans eau ni électricité. « On va finir par attraper des maladies », souffle Ahmed, le père des enfants.

    Au total, cinq familles syriennes s’entassent dans un préfabriqué de chantier. Son propriétaire turc a accepté de les laisser s’installer là. Mais, dix jours après le tremblement de terre, ils n’avaient toujours pas reçu d’autre aide. « Chacun fait comme il peut, c’est un désastre ici », soupire Hassan, les mains dans les poches. Le jeune Syrien originaire d’Alep passe sa journée dehors à essayer de trouver de quoi nourrir sa famille. « Tant que l’on est en vie, on garde espoir. Si on perd cet espoir, on meurt. On n’a pas le choix. Un jour, on aura une vie digne et sûre. Pas nous mais peut-être ces enfants qui sont là autour de nous. »

    ▻https://www.mediapart.fr/journal/international/010323/d-un-enfer-l-autre-la-double-peine-des-refugies-syriens-en-turquie
    #séisme #asile #migrations #réfugiés #tremblement_de_terre #retour_au_pays

  • Abbie Cheeseman sur Twitter :

    I entered NW #Syria to start reporting for 1843mag yesterday. They are alone. No intl aid has come in. Civilians begging for tents to shelter them; the civil defence for machinery. Turkey is gridlocked with rescue efforts while areas surrounding Syrian rubble are ghost towns

    ▻https://twitter.com/cheesemanab/status/1624669042752598016

    #Syrie #séisme
    #communauté_internationale
    #punition_collective
    #sans_vergogne

  • #Container Séisme en Turquie : le port d’Iskenderun contraint de fermer Le Marin
    ▻https://lemarin.ouest-france.fr/secteurs-activites/shipping/seisme-en-turquie-quais-effondres-au-port-diskenderun-contraint

    La direction générale des affaires maritimes de Turquie a indiqué que des quais s’étaient effondrés dans le port d’Iskenderun après le séisme de magnitude 7,8 qui a touché le pays et la Syrie dans la nuit du 5 au 6 février. Un séisme suivi de dizaines de répliques, dont une de magnitude 7,5.

    Au fond du golfe d’Alexandrette (son ancien nom), Iskenderun, sur la Méditerranée, se situe à une centaine de kilomètres de l’épicentre du tremblement de terre, dont le bilan s’élevait déjà à plus de 2 300 morts en début de soirée. Plusieurs images du port ont circulé dans la matinée sur les réseaux sociaux, sur Twitter notamment, montrant pour certaines une grosse faille dans l’asphalte, pour d’autres des conteneurs écroulés. Le groupe turc Limak, qui gère le terminal à conteneurs - l’un des plus importants de Méditerranée orientale avec une capacité supérieure à un million de conteneurs EVP - a annoncé sa fermeture. Les armateurs, Maersk comme Hapag-Lloyd, ont commencé à proposer des solutions alternatives sur Mersin et Port-Saïd.

    Vers 11 h 30 (13 h 30 heure locale), une réplique a provoqué une nouvelle chute de conteneurs, celle-ci entraînant un incendie, ensuite maîtrisé par les pompiers.

    Les autres ports de la région n’auraient pas subi de dommages, ont précisé les affaires maritimes. La compagnie pétrolière et gazière d’État Botas a de son côté indiqué ne pas avoir constaté de dommages sur ses pipelines, rapportent nos confrères de Tradewinds. Le terminal pétrolier de Ceyhan, d’où sort le brut de la Caspienne et d’Irak, a néanmoins été en partie paralysé par une perte de son alimentation électrique.

    #transport #transport_maritime #mondialisation #séisme #Turquie #photographie

  • Dans l’alcôve

    Film réalisé par Claire Revol et Maëlle Banton, dans le cadre
    du projet I2PRI porté par Elise Beck membre du laboratoire Pacte.
    Il présente les résultats de l’enquête réalisée en 2019 sur 6 communes de la région grenobloise et des Hautes Alpes avec environ 200 participant.e.s dans le cadre du projet I2PRI.

    Le projet i2PRI porté par Elise Beck, financé par des fonds FEDER dans le cadre du Programme Opérationnel Interrégional Alpin et avec le support de l’atelier vidéo de l’équipe Environnements du laboratoire Pacte
    Les participant.e.s ont assisté à un protocole alternatif d’évaluation de l’information préventive sur les risques naturels “Sain et Sauf ?”, qui comprend un spectacle interactif, sous la forme d’un spectacle pour un spectateur ou une spectatrice, mis en scène et joué par le comédien Pascal Servet.

    A partir de l’analyse des résultats, six personnages incarnant différentes #attitudes et #réactions face au #risque_d'inondation ont été écrits et rejoués dans le cadre du scénario inondation du spectacle interactif, interprété par une comédienne. Le film comporte également une partie documentaire qui présente ce protocole et ses résultats.

    ▻https://www.youtube.com/watch?v=TwCMGZauP1E


    #risques #risques_naturels #inondation

    #prévention #film #préparation #information_préventive #consignes #comportements #émotion #séismes #dilemme

  • Le séisme au Teil en Ardèche est totalement inédit en France selon une étude
    Jeudi 27 août 2020 - Par Willy Moreau, France Bleu Drôme Ardèche
    ▻https://www.francebleu.fr/infos/sante-sciences/le-seisme-au-teil-en-ardeche-est-totalement-inedit-en-france-souleve-une-

    (...) Une faille jugée jusqu’à présent inactive

    L’autre point que soulève cette étude et qui rebat complètement la carte des risques sismiques en France, c’est la localisation du séisme. Le tremblement de terre au Teil a pris son départ de la faille de La Rouvière non cartographiée comme active. « On considère une faille active, explique Jean-François Ritz, si elle a généré des séismes dans la période récente au niveau géologique. Autrement dit, sur la période du quaternaire, c’est-à-dire sur les deux derniers millions d’années ».

    Des travaux de paléosismicité devront montrer si oui ou non d’autres séismes ont eu lieu il y a plusieurs centaines voire milliers d’années. « En tout cas, nous pensions avoir une cartographie des failles actives en France mais cette étude nous donne un tout autre éclairage », renchérit Jean-François Ritz.

    L’étude ne permet pas en revanche de comprendre ce qui a déclenché le séisme. L’hypothèse d’une carrière de calcaire qui aurait pu avoir contribué à son déclenchement reste aussi envisageable que d’autres processus géologiques comme la poussée lointaine de la plaque africaine ou un effet latéral de la remontée des Alpes suite au phénomène de la fonte des glaces. (...)

    #séisme #faille #failles #tremblement_de_terre

  • Les activités industrielles causent de plus en plus de séismes
    ▻https://reporterre.net/Les-activites-industrielles-causent-de-plus-en-plus-de-seismes

    Fin 2019, un tremblement de terre a secoué le village du Teil (Ardèche). Phénomène naturel ou causé par la carrière de calcaire du groupe Laffarge, toute proche ? Mines, barrages, exploitations de gaz de schiste... Depuis plus d’un siècle, les activités humaines sont responsables de séismes, toujours plus nombreux. Source : Reporterre

  • Séisme dans la Drôme et l’Ardèche : pas de risque pour les centrales nucléaires, assure EDF
    Mis à jour le 11/11/2019 | 18:59
    ▻https://www.francetvinfo.fr/societe/nucleaire/seisme-dans-la-drome-et-l-ardeche-pas-de-risque-nucleaire-assure-edf_36

    Le fournisseur d’électricité s’est voulu rassurant, affirmant que les centrales du Tricastin et de Cruas, situées à proximité de la zone où la secousse a été ressentie, n’ont subi aucun dégât.

    #commed'hab'
    #séisme

    • ▻https://www.lemonde.fr/planete/article/2019/11/11/seisme-de-magnitude-5-4-dans-le-sud-est-de-la-france_6018764_3244.html

      L’épicentre du séisme se trouvait à un peu plus d’une dizaine de kilomètres de la centrale nucléaire de Cruas (Ardèche) et à une trentaine de kilomètres du site du Tricastin (Drôme), qui regroupe notamment une centrale nucléaire et des usines d’Orano (ex-Areva) de traitement du combustible nucléaire.

      Dans la soirée, EDF a décidé d’arrêter les trois réacteurs en marche de la centrale de Cruas – le réacteur n° 1 étant déjà à l’arrêt pour maintenance – « pour procéder à des contrôles complémentaires et préventifs ». « Les premiers contrôles n’ont pas mis en évidence de dégât apparent. Des vibrations ont cependant été enregistrées, ce qui nécessite de procéder à des contrôles complémentaires et préventifs », a expliqué le groupe dans un communiqué.

      « Le seuil sismique vibratoire a déclenché une alarme sur un seul des cinq capteurs présents sur le site. Aucun dégât sur les bâtiments n’a été constaté, et les installations fonctionnent normalement », avait plus tôt assuré le préfet de la Drôme, Hugues Moutouh. L’Autorité de sûreté nucléaire (ASN) avait, elle aussi, expliqué que le séisme n’avait provoqué « aucun dommage apparent » aux sites nucléaires, mais avait demandé à EDF de vérifier si les valeurs enregistrées dépassaient les seuils à partir desquels un examen plus poussé des installations, nécessitant l’arrêt des réacteurs, est nécessaire.

      « L’ASN examinera les conditions dans lesquelles [les] réacteurs pourront redémarrer » à Cruas, a précisé l’autorité dans la soirée. Une porte-parole a ajouté que l’arrêt des réacteurs pourrait durer « quelques jours », en fonction des résultats de l’audit.

      En revanche, la centrale nucléaire du Tricastin, la plus éloignée de l’épicentre du séisme, ne devra pas être arrêtée, aucun seuil d’alerte n’y ayant été mesuré, a ajouté l’ASN. Quant à l’usine Orano du Tricastin, « des centrifugeuses ont été arrêtées, mais pas pour des raisons de sûreté. Ce sont des arrêts qui se font automatiquement pour protéger le matériel », a souligné le directeur des centrales nucléaires à l’ASN, Rémy Catteau.

      « Les installations nucléaires sont dimensionnées pour résister à des niveaux plus élevés » de mouvements, a assuré le responsable, notant qu’il faut prendre en considération l’accélération du sol ressentie sur place, et pas la magnitude mesurée au niveau de l’épicentre. Et EDF de renchérir :

      « Le risque sismique a été pris en compte dès leur conception pour l’ensemble de nos centrales nucléaires, en fonction de l’historique des séismes observés dans les régions d’implantation de nos installations. »

      Pas d’inquiétude, donc ... Mais, car il y a un mais :

      ▻https://www.ledauphine.com/france-monde/2019/11/11/seisme-la-peur-d-un-fukushima-a-la-centrale-du-tricastin

      Le séisme majoré de sécurité (SMS) a été recalculé après la catastrophe de Fukushima au Japon. Il est supérieur au séisme maximal historiquement vraisemblable qui est censé se produire tous les 1000 ans en moyenne.

      Il se base sur le tremblement de terre le plus intense de mémoire d’homme jamais recensé dans la région. Celui-ci s’est produit le 8 août 1873 avec une magnitude de 4,7 sur l’échelle de Richter. L’épicentre se situait à Châteauneuf-du-Rhône (Drôme) à 13 kilomètres de la centrale nucléaire du Tricastin.

      Le tremblement de terre de magnitude 5,4 qui s’est produit ce lundi était donc plus puissant que le séisme majoré de sécurité de magnitude 5,2 qui a été retenu par l’Autorité de sûreté du nucléaire. Son épicentre se trouvait à 26 kilomètres de la centrale du Tricastin et à 23 kilomètres de la centrale de Cruas.

      #EDF #ASN

  • Surrey earthquakes: Scientists call for oil drilling ban as mysterious tremors continue to strike region | The Independent
    ▻https://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/surrey-earthquakes-ban-oil-drilling-fossil-fuels-bgs-newdigate-a84794

    Four senior geologists have highlighted the risks to public health and the environment after 12 earthquakes struck the region within four months.

    They said there could be unstable geology that had not been identified when oil companies were given permission to explore for fossil fuels at several sites across Surrey.

    #séismes #hydrocarbures

  • Tremblements de terre au Mexique

    Quand la gestion de la catastrophe
    et la catastrophe de la gestion ne font plus qu’un

    Alèssi Dell’Umbria

    ▻https://lavoiedujaguar.net/Tremblements-de-terre-au-Mexique-Quand-la-gestion-de-la-catastrophe-

    Le 7 septembre 2017, un séisme d’une magnitude de 8,2 a frappé le sud du Mexique, principalement les États d’Oaxaca et du Chiapas. L’épicentre se situait dans l’isthme de Tehuantepec, où 78 morts furent recensés dont 37 dans la seule ville de Juchitán. Près de 60 000 maisons furent partiellement ou totalement endommagées. Le 14 septembre, des pluies torrentielles vinrent aggraver le sort des sinistrés sans toit.

    La solidarité assurée par des organisations indigènes ou des réseaux mis en place pour l’occasion a heureusement permis dans un premier temps de ravitailler les gens de l’Isthme et de parer au plus pressé.

    Parallèlement, le gouvernement fédéral dépêchait mille huit cents militaires dans l’Isthme. Ils y sont toujours, officiellement chargés de distribuer les dons provenant de diverses instances gouvernementales et d’organisations civiles type Croix-Rouge. (...)

    #Mexique #Oaxaca #séismes #solidarité

  • Depuis 2000, la terre a tremblé des centaines de fois dans l’Ouest

    ▻https://www.ouest-france.fr/monde/catastrophes/seisme/cartes-depuis-2000-la-terre-tremble-des-centaines-de-fois-dans-l-ouest-
    ▻https://www.ouest-france.fr/sites/default/files/styles/image-900x500/public/2017/09/28/cartes-depuis-2000-la-terre-tremble-des-centaines-de-fois-dans-l-ouest.

    Dans la nuit de mercredi à jeudi, un séisme a été ressenti par de nombreux habitants du sud de Rennes. Ce genre d’événement se produit très souvent dans la région : des centaines de tremblement de terre sont enregistrés chaque année dans l’Ouest. À partir des données du Réseau National de Surveillance Sismique, voici une cartographie des séismes depuis 2000.

    #cartographie #visualisation #séisme #tremblement_de_terre

  • Message du Congrès national indigène
    et du Conseil indigène de gouvernement

    ▻http://lavoiedujaguar.net/Message-du-Congres-national

    Nous, Commission de coordination et de suivi du Conseil indigène de gouvernement, avons reçu un premier soutien financier des bases d’appui zapatistes, à travers la Commission Sexta de l’EZLN, destiné, à leur demande, aux communautés, quartiers, nations, tribus et peuples originaires affectés par les cyclones, ouragans et tremblements de terre dans les États du Chiapas, d’Oaxaca, de Puebla, du Guerrero, du Morelos, de Mexico et dans la ville de Mexico.

    Dans ce but, le CNI et le CIG sont déjà en train de s’organiser pour prendre contact avec nos frères et sœurs indigènes qui souffrent des dégâts de ces catastrophes naturelles, afin de faire parvenir l’aide rassemblée dans nos propres centres de collecte lieux de dépôt, et pour former un fond de reconstruction permettant aux familles affectées de réparer ou de reconstruire leurs foyers. (...)

    #Mexique #séismes #solidarité #Conseil_indigène_de_gouvernement #zapatistes

  • Communiqué du Congrès national indigène
    pour la solidarité avec les peuples touchés par le séisme
    et dénonçant la continuité de la spoliation capitaliste

    CNI

    ▻http://lavoiedujaguar.net/Communique-du-Congres-national

    Nous, les peuples, nations, tribus et quartiers indigènes du Congrès national indigène, exprimons notre soutien et notre solidarité avec les compañer@s des peuples frères de la région de l’isthme de Tehuantepec, dans l’Oaxaca, ainsi qu’avec nos frères et sœurs de la côte du Chiapas face au séisme survenu durant la nuit du 7 septembre, qui a laissé derrière lui destruction, blessés et la mort de compañeros de nos communautés.

    Nous savons que, comme à leur habitude, les mauvais gouvernements ne vont que se moquer de notre souffrance, se prendre en photo sur les décombres et profiter de la douleur des peuples en disgrâce, raison pour laquelle nous appelons les hommes et femmes de bon cœur, les collectifs de la Sexta nationale et internationale et tout le peuple du Mexique à se solidariser (...)

    #Mexique #Oaxaca #Chiapas #séisme #solidarité #CNI

  • Géographies des émotions

    Pauline Guinard et Bénédicte Tratnjek
    Géographies, géographes et émotions [Texte intégral]
    Retour sur une amnésie… passagère ?
    Pauline Guinard et Philippe Gervais-Lambony
    #Nostalgie et géographie [Texte intégral]
    Entretien avec Philippe Gervais-Lambony
    Jean-François Staszak
    « On n’est pas un bon #légionnaire quand on n’a pas le cafard » : enjeux médicaux, culturels et politiques d’un sentiment géographique (1880-1930) [Texte intégral]
    Philippe Rekacewicz et Bénédicte Tratnjek
    Cartographier les émotions [Texte intégral]

    Carnets de recherches

    Emeline Bailly
    Les #paysages urbains en mal d’émotions [Texte intégral]
    Lucas Brunet
    Faire l’expérience des « services écosystémiques » [Texte intégral]
    Émotions et transformations du rapport aux #espaces_naturels
    Clément Colin
    Défendre et protéger son #quartier de la destruction [Texte intégral]
    Les émotions dans la #mobilisation d’habitants contre les #projets_immobiliers dans le quartier #Matta_Sur, #Santiago_du_Chili
    Dominique Chevalier et Isabelle Lefort
    Le touriste, l’émotion et la mémoire douloureuse [Texte intégral]
    Barbara Morovich et Pauline Desgrandchamp
    Créations sonores et émotions : une géographie strasbourgeoise [Texte intégral]
    Jean-François Staszak
    Quand le #cafard fait son #cinéma : la mise en scène du cafard colonial dans les #films français des années 1930 [Texte intégral]
    Anne Volvey
    Sur le terrain de l’émotion : déconstruire la question émotionnelle en géographie pour reconstruire son horizon épistémologique [Texte intégral]

    Carnets de terrain

    Véronique André-Lamat, Marie Faulon, Etienne Jacquemet et Isabelle Sacareau
    Quatre géographes face à leurs émotions [Texte intégral]
    Retour réflexif face à l’expérience de l’événement #séisme du 25 avril 2015 au #Népal
    Fabienne Cavaille
    (Ap)prendre la géographie par les #sentiments [Texte intégral]
    L’apprentissage d’une #géographie_sensible à partir des émotions littéraires
    Chrystel Oloukoi
    La #marche urbaine : un outil pour appréhender les émotions a 3Johannesburg ? [Texte intégral]
    Lisa Rebolledo
    Appréhender les émotions dans le contexte d’une thèse CIFRE [Texte intégral]
    Tentative d’objectivation face à la crise paysagère du #canal_du_Midi
    Anne-Solange Muis
    #Psychogéographie et carte des émotions, un apport à l’analyse du #territoire ? [Texte intégral]
    Benoît Feildel, Élise Olmedo, Florence Troin, Sandrine Depeau, Mathias Poisson, Nathalie Audas et Karine Duplan
    #Parcours_augmentés, une #expérience_sensible entre #arts et sciences sociales [Texte intégral]

    Carnets de lectures

    Mathilde Beaufils et Luc Illien
    Pour une géographie des plaisirs urbains [Texte intégral]

    ►http://cdg.revues.org

    #géographie_des_émotions #émotions #revue #résistance #urban_matter #colonialisme

    Et quelques seenthisiens ont contribué : @ville_en et @reka notamment