• Le nouveau visage de #Riace...

    Riace riapre !

    Dopo molta attesa è successo tutto in un giorno abbastanza anonimo, a metà settimana, nel mese di ottobre. Una mattina finalmente i laboratori a Riace sono stati aperti. Gli operatori si son messi a spazzare davanti alle porte, i vetri sono stati lavati, tolta la polvere accumulata in un anno di inattività, sistemati nuovamente gli oggetti di artigianato che costituivano il “patrimonio” di queste botteghe uscite da un presepe vivente. Con timidezza si sono compiuti gesti normali, tanta era stata l’irruenza, la violenza usata per chiudere le botteghe e fermare un progetto di accoglienza e interazione con i migranti. Nell’aria era rimasta la paura delle incursioni della finanza, visite ispettive nel borgo più criminalizzato e infangato d’Italia, attualmente sotto processo.

    Intanto qualche pezzo di puzzle va a posto. Si fa strada la verità. È di una settimana fa la notizia che è caduta una delle accuse a Domenico Lucano per quanto riguarda la gestione nel 2011 dell’Emergenza Nord Africa. Per la gestione di quei progetti il Comune aveva applicato l’Iva del 4% così come avevano fatto tutti i Comuni d’Italia, ma nel 2016 le Fiamme Gialle avevano messo in discussione anche quello e chiesto un pagamento di 324 mila euro per recuperare la maggiorazione Iva che secondo loro doveva essere intesa fra il 20 e il 21%. Ma la Commissione Tributaria ha stabilito che non era così, ritenendo la richiesta “non esigibile ma neanche fondata” e ha condannato l’Agenzia delle Entrate a pagare 10 mila euro di spese al Comune di Riace.

    Nei mesi scorsi l’obiettivo di distruggere il progetto di accoglienza conosciuto in tutto il mondo come un simbolo è purtroppo riuscito. La maggioranza dei migranti presenti in paese è stata trasferita oppure ha deciso di tentare la fortuna altrove. Gli operatori lasciati a casa, i laboratori chiusi. Riace trasformato in un paese fantasma, come uno dei tanti luoghi semiabbandonati delle aree interne non solo della Calabria. Il sindaco allontanato per un anno intero, in “esilio” fuori da Riace. Gli asini della fattoria didattica anche loro messi sotto sequestro, perché le stalle non hanno l’agibilità, e poco importa se la maggioranza degli uffici pubblici compreso il tribunale di Locri si trovano nella stessa situazione… La furia dello Stato è passata su Riace come uno tsunami trascinando tutto e tutti.

    E tuttavia c’è stato, in questi mesi difficili, il sostegno di molti cittadini, di tante associazioni che hanno voluto caparbiamente continuare a credere nel progetto e nella sua rinascita (cosa che faticosamente sta avvenendo), portando linfa anche attraverso la raccolta fondi della Fondazione “È stato il Vento”. E ora la ripresa del progetto sta avvenendo.

    Il nuovo sindaco si è premurato anche lui di fare pulizia e poco prima della festa patronale ha sostituito i cartelli che presentavano un “Paese solidale e accogliente” con l’immagine dei santi Cosma e Damiano, evento inaugurato da due solerti preti con l’abito talare, usciti da un film neorealista di De Sica. Poi è stata la volta del cartello di Peppino Impastato che parlava di bellezza: fatto sparire anche quello. Ma per la nuova giunta non sono tutte rose. Questi sono giorni di attesa sul futuro del neo eletto sindaco #Trifoli dopo che il Ministero degli Interni e la Prefettura hanno scritto nero su bianco che non avrebbe potuto essere eletto in quanto dipendente del Comune, vigile urbano con un contratto a tempo determinato. Inoltre un amico della nuova giunta, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, è stato arrestato perché legato a una potente cosca della ‘ndrangheta.

    Intanto Riace vive. Si continua a fare pulizia nei laboratori, è stato aperto un asilo parentale, sta andando avanti la ristrutturazione di Palazzo Pinnarò, storica sede di Città Futura dove verrà istituito anche un Centro di documentazione, in collaborazione con alcune Università, con lo scopo di raccogliere tesi di laurea su Riace (chi ha informazioni al riguardo le segnali a fondazioneriaceestatoilvento@gmail.com). Ma la vera botta adrenalinica la sta dando il Frantoio di Comunità, una vera eccellenza, moderno all’avanguardia. Tutto il paese sta partecipando, una processione per assistere agli ultimi ritocchi poi quando sarà tutto a posto i proprietari degli ulivi porteranno il raccolto, e quest’anno sarà particolarmente buono.

    https://volerelaluna.it/territori/2019/10/21/riace-riapre
    #villes-refuge #ville-refuge #SPRAR #Mimmo_Lucano #nouvelle_Riace #new_Riace #Italie #asile #migrations #réfugiés

    Ça... j’aime moyennement... voire pas du tout :

    Il nuovo sindaco si è premurato anche lui di fare pulizia e poco prima della festa patronale ha sostituito i cartelli che presentavano un “Paese solidale e accogliente” con l’immagine dei santi Cosma e Damiano, evento inaugurato da due solerti preti con l’abito talare, usciti da un film neorealista di De Sica. Poi è stata la volta del cartello di #Peppino_Impastato che parlava di bellezza: fatto sparire anche quello. Ma per la nuova giunta non sono tutte rose.

    #doutes #doute #affaire_à_suivre #prêtres #saints #santa_Cosma #Santo_Damiano #changement

  • #Marseille : #procès du squat #Saint-Just
    https://fr.squat.net/2019/10/17/marseille-proces-du-squat-saint-just

    Depuis 10 mois, des mineurs isolés et des personnes en demande d’asile occupent le squat du 59 avenue de St-Just alors que les institutions chargées de les mettre à l’abri, leur refuse délibérément un toit. Pour le procès du #Squat_Saint-Just, rendez-vous Place Monthyon, devant le TGI jeudi 17 octobre à 14h, tables d’infos des […]

    #59_avenue_de_Saint_Just #Collectif_59_St-Just #rassemblement #sans-papiers

  • #Pollution, #cancers, #maladies : voyage dans l’enfer industriel d’une vallée turque

    À la fin des années 1980, la région de #Dilovasi est devenue l’une des zones les plus polluées de Turquie, avec des taux alarmants de cancers et de #maladies_respiratoires. En cause : ses treize zones industrielles, qui comptent de grandes entreprises françaises comme #Saint-Gobain.


    https://www.mediapart.fr/journal/international/061019/pollution-cancers-maladies-voyage-dans-l-enfer-industriel-d-une-vallee-tur

    #Turquie #industries #industrie #santé

    ping @albertocampiphoto

  • GRAND FORMAT. « On place la vie des #fœtus avant celle des #femmes » : voyage dans le #Missouri, au cœur du combat pour le droit à l’#avortement
    https://www.francetvinfo.fr/monde/usa/grand-format-on-est-alle-dans-le-missouri-au-coeur-du-combat-pour-l-avo

    De fins cheveux blonds relevés, le visage rond, Jane* patiente dans la salle d’attente de la clinique Planned Parenthood de #Saint-Louis, dans le Missouri (États-Unis). L’Américaine, mère célibataire de deux enfants, a mis un terme à une nouvelle grossesse début juillet. Son partenaire a refusé de « prendre ses responsabilités ». A 35 ans, Jane, intérimaire précaire dans le nettoyage, ne voulait pas de cet avenir pour un nouvel enfant. « La pauvreté est une réalité trop éprouvante pour un petit. »

    Vivant dans les environs, elle est ici pour un rendez-vous de contrôle après son IVG. Jane aurait voulu avorter dans cette clinique, près de son domicile de Fenton. Mais il a fallu aller plus loin, traverser la frontière entre le Missouri et l’Illinois, puis rouler encore 30 minutes. « Venir à Saint-Louis n’était pas une option », tranche-t-elle. « Je regardais les infos chaque jour, c’était éprouvant pour les nerfs. Et si je venais ici et n’étais finalement pas soignée ? » Car à l’heure de son avortement, l’établissement menaçait de fermer. Et cette clinique, un imposant bâtiment gris, est la dernière de l’État pratiquant encore des interruptions volontaires de grossesse (#IVG).

    Dans ce contexte de lois de plus en plus restrictives sur l’avortement dans plusieurs États américains, nous nous sommes rendus sur place, du 9 au 13 juillet, notamment dans l’État du Missouri, exemple symptomatique de ce durcissement.

    #législation_liberticide #santé #pro-life #Église_catholique #Illinois #pauvreté #féminisme #distance #transport

    Depuis l’Europe, Rebecca Gomperts, médecin basée entre les Pays-Bas et l’Autriche, a elle aussi pris les devants. Engagée pour le droit à l’avortement à travers le monde, elle prescrit désormais des pilules abortives à des femmes américaines privées d’accès à l’IVG. Elles doivent pour cela être enceintes de moins de neuf semaines et remplir un questionnaire en ligne sur le site Aid Access. Une fois leurs réponses passées en revue, Rebecca Gomperts prépare les ordonnances. Une pharmacie basée en Inde les reçoit, puis envoie les médicaments au domicile de ces Américaines, pour un coût modique de 80 euros.

  • #Marseille : #procès des minots du squat Saint Just, #rassemblement de soutien
    https://fr.squat.net/2019/09/19/marseille-proces-des-minots-du-squat-saint-just

    Le Collectif du 59 Saint Just vous donne rendez vous jeudi 19 septembre à 14 H au tribunal de Grande instance de Marseille pour le procès des minots du 59. Après l’audience des familles et des solidaires avant les vacances, c’est au tour des mineurs non accompagnés (MNA), qui ont enfin des administrateur.ice.s ad hoc, […]

    #59_avenue_de_Saint_Just #Collectif_59_St-Just #Saint-Just #sans-papiers #Squat_Saint-Just

  • Une histoire de la Nouvelle-France à partir de la morue et des perles sans oublier les castors Jean-François Nadeau - 22 Aout 2019 - Le devoir
    https://www.ledevoir.com/lire/561098/une-histoire-de-la-nouvelle-france-a-partir-de-la-morue-et-des-perles

    Les noms de Samuel de Champlain et de Jacques Cartier sont accrochés depuis longtemps à des ponts jetés sur le Saint-Laurent. L’eau a coulé dessous, jusqu’à charrier dans les mers de l’oubli les noms de leurs devanciers. Dans Une histoire de la Nouvelle-France, l’historien Laurier Turgeon, professeur à l’Université Laval, s’intéresse aux échanges culturels dans une période de flottements au commencement d’un empire colonial : le XVIe siècle.

    Quand Cartier fait son voyage en 1534, les #Autochtones montrent qu’ils ont déjà l’habitude des rapports avec les Européens. En juillet, par exemple, le navigateur malouin croise une quarantaine d’embarcations dont les occupants lui demandent, avec force signes, d’accoster. On veut lui montrer des peaux, au bout de perches. Vous en voulez ? En août, sur le chemin du retour, d’autres Autochtones montent sans crainte sur le pont. Oui, les échanges commerciaux existent déjà.

    Entre le troisième et dernier voyage de Cartier, en 1541-1542, et celui de #Samuel_de#Champlain en 1608 se trouve un trou historique dans lequel Turgeon plonge. Il faut, dit Turgeon, remonter jusqu’à cet espace de l’oubli pour mieux comprendre les effets des contacts, de part et d’autre, entre Français et #Amérindiens. Son idée ? Que les contacts initiaux, qui ont fini par structurer les relations de pouvoir asymétriques que l’on sait, ne sont pas nécessairement le fait caractéristique de cette période initiale méconnue.

    Pour essayer de mieux comprendre cette histoire, l’historien s’attache à l’étude d’objets matériels. C’est à travers eux, souvent « que les transferts culturels se manifestent ». À sa table d’historien, il va se pencher sur la morue, le pelage du #castor et la #perle de verre.

    La morue
    Commençons par la morue. En avez-vous déjà pêché ? Au nord de la baie d’Hudson, je n’ai jamais eu aussi froid, je crois, qu’au jour d’essayer d’y prendre de grosses morues. Au Nunavik, l’Arctique québécois, la morue est méprisée par les #Inuits. Ils n’en mangent pas. Des millénaires à consommer des chairs crues leur ont appris à raison que ce poisson, plein de vers et de parasites, n’est pas comestible à moins d’être très bien cuit. La plupart des premiers habitants de l’#Amérique méprisaient ce poisson, rappelle Turgeon.

    Dans ses récits, le voyageur Marc Lescabot observe que les Mi’kmaqs s’intéressent aux #merlus, #bars et #flétans pêchés par les Français mais lèvent le nez sur la morue. Même chose, dans les écrits de Chrestien Le Clercq, qui constate qu’en #Gaspésie, qui sera un haut lieu de l’exploitation de cette ressource, les Autochtones se moquent de la surconsommation que ces visiteurs blancs font du poisson.

    Séché, salé, mis en baril, voué à la consommation des multitudes, ce poisson va nourrir, à compter du XVIe siècle, une partie de l’Europe. Les Basques, les Normands, les Bretons lancent sur les eaux des vaisseaux en quête de ce poisson tout mou qu’est la morue.

    Les actes notariés en France confirment une rapide expansion des #pêcheries en Amérique. Dans les archives normandes, on trouve par exemple un acte de 1510 où le maître d’un navire indique qu’il est venu vendre, du côté de Rouen, des morues de « Terre Neusve ».

    Au Moyen Âge, on préfère le merlu et le hareng. Mais au XVIe siècle, la morue salée s’impose au point où on se préoccupe bientôt presque autant de son approvisionnement que du blé nécessaire au pain, écrit l’historien Laurier Turgeon.

    En #Europe, la morue est consommée par tous, mais elle est vendue selon sa qualité de salaison et de présentation, ce qui conforte des distinctions en classes sociales. Au nombre des mets très appréciés tirés de ce poisson : les tripes de morues, c’est-à-dire l’estomac séché puis réhydraté, que l’on consomme, en particulier, pendant le carême. L’huile de foie de morue, produite par la décomposition au soleil du foie du poisson, sert à la consommation ou à l’éclairage. Au chapitre de la consommation de ce poisson, le livre de Laurier Turgeon constitue presque une histoire de la #cuisine. On y découvre, à travers des rapports sociaux établis autour des #pêcheries, l’usage des sauces et la médiation faites entre la proximité et l’étranger à travers certains ingrédients.

    Il est beaucoup question de chaudrons en cuivre sous la plume de Laurier Turgeon. Les premières manifestations de la culture européenne en Amérique sont des objets de cuivre. Pendentifs, boucles d’oreilles, bagues, bracelets, chevillettes. Et surtout des chaudrons.

    Le chaudron a-t-il transformé la vie des Amérindiens ? Le cuivre sera un des premiers biens exportés par l’Europe en Amérique et en Afrique. Les « chaudières de cuivre » sont produites précisément pour l’exportation. Au cuivre, les natifs d’Amérique accordent une plus-value rituelle, « sans doute en raison de ses valeurs intrinsèques et de sa singularité ». Ainsi le chaudron de #cuivre, contrairement à ce qu’on croit d’instinct, ne remplace pas le pot de terre cuite utilisé quotidiennement au XVIe siècle, mais se trouve prescrit à des usages cérémoniaux et rituels. Il demeure à la marge, pour décorer l’intérieur des maisons, où il sert en des occasions particulières. Les chaudrons sont volontiers découpés pour servir à la fabrication de divers objets. Le cuivre sert aussi d’offrandes aux morts, dans des cérémonies exceptionnelles où le chaudron est déposé près des restes des disparus. Ces pratiques qui semblent venir du fond des âges sont en vérité plutôt récentes et seront abandonnées assez vite. Mais pour un temps, le chaudron de cuivre devient le pôle de ralliement et « s’impose parce que sa force d’attraction est plus forte que celle de tous les autres objets connus. »

    Le père Castor
    En 1634, après une année passée auprès des Montagnais, ainsi que les Français appelaient les Innus, le père Paul Lejeune, un jésuite, témoigne du fait que son hôte lui explique, tout amusé, que le #castor travaille parfaitement : « il fait des chaudrons, des perles, des haches, des épées, des couteaux, du pain, en bref, il fait tout ». Comment ne pas aimer cet animal, père d’un avenir meilleur, puisqu’il fabrique des richesses inattendues ?

    Le castor va doubler la morue sur les grandes routes du commerce. Il suscite à lui seul l’expansion d’un projet colonial. Au XVIe siècle, du moins au début, les documents affirment que le castor provient de « Terreneufve ». Mais à la fin du siècle, le mot Canada, « une appellation désignant généralement un lieu autochtone plus retiré dans les terres » succède au nom « Terreneufve ». Le terme, rappelle Turgeon, provient des Iroquoiens de la vallée du #Saint-Laurent. Il désigne une terre indéfinie située le long du fleuve, entre Gaspé et #Québec. Ce sont les Français qui en étendirent l’usage afin de trouver à décrire l’ensemble du territoire de commerce des fourrures.

    La traite des fourrures, observe Laurier Turgeon, est associée « à la notion de conquête ». Le verbe « conquérir » apparaît dans les documents. Au XVIe siècle, le commerce est déjà perçu « comme un moyen d’établir et de maintenir une domination économique et politique sur les peuples autochtones et le territoire qu’ils occupaient ».

    Comment faire commerce au Nouveau Monde ? Dans la balance seront lancées des perles. Un marchand basque, en 1787, en achète 50 000, au prix du salaire moyen d’un de ses marins. Perles de verre, d’émails, de jais, de coquillage, perles d’ambre, de corail, de cristal de roche, perles de bois, de corne, d’os, de cuivre, d’ivoire, de faïence, de calcédoine : les perles sont au coeur de la vie amérindienne. En lisant cette Histoire de la Nouvelle-France, on découvre aussi la place que ces verreries occupent dans la vie, en Europe, des domestiques, des valets, bref des oubliés. Avait-on bien cerné la place des perles dans les rapports coloniaux ? Laurier Turgeon croit que non. Et force est de lui donner raison.

    #cabillaud #pêche #alimentation #poisson #poissons #Morue #alimentation #histoire

  • Sur le choc des civilisations (2/2)
    https://collectiflieuxcommuns.fr/?983-Sur-le-choc-des-civilisations-1-2

    (.../...) Voir la première partie F — L’islam : conscience commune sans cohésion L’islam connaît une structure de la loyauté politique des musulmans à l’opposé de celle des Occidentaux pour lesquels l’État-nation se trouve au sommet, les autres loyautés lui étant comme subordonnées [1]. Pour l’islam les structures fondamentales étaient la famille, le clan et la tribu d’une part, la culture, la religion et l’empire de l’autre. Le tribalisme et la religion ont joué et jouent encore un rôle significatif et (...) #Saint-James_Daniel

    / #Saint-James_Daniel, #Géopolitique, #Histoire, #Anthropologie, #Multiculturalisme, #Relativisme, #Compte-rendu, (...)

    #Démographie

  • Sur le choc des civilisations (1/2)
    https://collectiflieuxcommuns.fr/?982-Sur-le-choc-des-civilisations-1-2

    Le texte qui suit est une recension du célèbre livre de Samuel P. Huntington « The clash of Civilisations and the Remaking of World Order » [1996] (paru en France en 1997 chez Odile Jacob sous le tire « Le Choc des civilisations »). Cette recension a été écrite par notre ami Daniel Saint-James, décédé en mai dernier. Commencée en 2005, sans doute sous la forme de notes personnelles, elle est restée malheureusement inachevée, mais brille discrètement par son intelligence et son érudition. Nous ne (...) #Saint-James_Daniel

    / #Saint-James_Daniel, #Géopolitique, #Histoire, #Multiculturalisme, #Relativisme, #Compte-rendu, #Démographie, (...)

    #Guerre

  • St-Jean-du-Gard (Cévennes) : pourquoi #La_Borie n’est pas expulsable
    https://fr.squat.net/2019/08/13/st-jean-du-gard-cevennes-pourquoi-la-borie-n-est-pas-expulsable

    Le projet de l’arrogance // Pourquoi La Borie n’est pas expulsable légalement Une fois l’arrivée fracassante de cette nouvelle actrice dans le dossier La Borie, ça a pris quelques temps pour se remettre de nos émotions. Rappelons que cette personne s’est installée sur un terrain où vivent déjà des gens, sans même être venue nous […]

    #Cévennes #gentrification #publication #Saint-Jean-du-Gard

  • #Richard_Gere à Lampedusa « keeps saying that he is ’not interested in politics - basta’ and that rescue is not political but spiritual. Sigh... »

    Source : Maurice Stierl, présent à la conférence de presse :


    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10158192322562079&set=a.10154070612182079&type=3&theater

    Richard Gere qui, comme vous le savez probablement a fait ces jours son cirque sur un bateau humanitaire #Open_Arms...

    Richard Gere embarque à bord de l’Open Arms

    L’acteur Richard Gere est monté à bord de l’Open Arms ce vendredi. L’acteur et activiste est venu apporter son aide et son soutien au navire humanitaire, bloqué depuis 8 jours, alors que les pas européens lui refusent d’accoster. 121 personnes se trouvent à bord.


    https://www.bfmtv.com/mediaplayer/video/richard-gere-embarque-a-bord-de-l-open-arms-1179825.html

    #ONG #sauvetage #migrations #Méditerranée #asile #acteurs #VIP #VIPs #politique #spiritualité

  • Les quartiers irréguliers de #Beyrouth - Chapitre VI - Faire face à la pression de l’occupation illégale - Presses de l’Ifpo
    https://books.openedition.org/ifpo/77

    Après les effets des plans et réglementations d’urbanisme et les conséquences des conflits fonciers non réglés, une troisième grille de lecture, qui se superpose aux deux autres, permet d’éclairer les raisons pour lesquelles les quartiers irréguliers se développent sur certains terrains plutôt que sur d’autres. Il s’agit du rapport que les propriétaires entretiennent avec leurs terrains au regard d’un certain nombre de critères – nous verrons en particulier ici leur constructibilité et la façon dont ils sont détenus, notamment en indivision – qui déterminent leurs attitudes vis-à-vis de leurs biens fonciers. Cette grille de lecture recoupe les deux précédentes et les explique en partie : constructibilité et détention en indivision des terrains, par exemple, sont étroitement liées à l’histoire foncière et urbanistique. Elle permet de lier cette histoire à des stratégies d’acteurs. Car la structure de la propriété et la constructibilité d’un terrain influent directement sur les stratégies individuelles des propriétaires.

    2L’implantation des quartiers illégaux respecte parfois les limites cadastrales de façon très précise. Cette anecdote rapportée par un propriétaire en témoigne. Pendant la guerre, des miliciens organisaient l’occupation d’un très grand terrain. Un des propriétaires des parcelles voisines a construit un mur pour protéger ses propres terrains de l’occupation. Or, ce mur était bâti trois mètres au-delà de la limite des terrains qu’il devait protéger. Les miliciens voulaient que ce propriétaire, qui empiétait sur le terrain illégalement occupé, respecte exactement les limites cadastrales. Ils ont obtenu du propriétaire que le mur soit déplacé de trois mètres.

    #saint-simon #jnah #beyrtouth #liban #urbanisation_irrégulière #quartiers_pauvres

  • #Marseille : petite histoire de la Maison du Peuple
    https://fr.squat.net/2019/08/03/marseille-petite-histoire-de-la-maison-du-peuple

    La Maison du peuple (MdP) a ouvert le samedi 1er juin 2019, dans la foulée de l’acte 29. Elle est née de la volonté de disposer d’un lieu de convergence, d’organisation, de vie collective, de mobilisation, d’auto-défense, de formation et de diffusion de culture politique dans un espace public et ouvert à tou.tes. En plein […]

    #57_rue_Brochier #Collectif_59_St-Just #Gilets_Jaunes #la_Maison_du_Peuple_de_Marseille #Saint-Just #sans-papiers #Squat_Saint-Just

  • Wilson, défiguré par la police en rentrant du travail - Bondy Blog
    https://www.bondyblog.fr/reportages/au-poste/wilson-defigure-par-la-police-en-rentrant-du-travail

    Par Ilyes Ramdani
    Le 26/07/2019

    Le 9 mai dernier, Wilson a été violemment interpellé par un équipage de police dans son quartier, à la limite d’Aubervilliers et de Saint-Denis. Bilan : un nez cassé, un œil gonflé et ensanglanté et le souvenir d’une violence inouïe. Ce responsable associatif reconnu à la Plaine a décidé de porter plainte à l’IGPN et de raconter ce qui lui est arrivé. Pour que cela serve à d’autres. Témoignage.

    Comme tous les jours, Wilson sort du travail, un peu après 18 heures. En bon banquier qui se respecte, il est en costard. Mais, avant d’aller retrouver sa femme et ses deux enfants, Wilson ne peut pas s’empêcher de faire un petit détour au quartier. C’est qu’il a un sacré match à débriefer avec ses potes : la veille, Tottenham a éliminé l’Ajax Amsterdam en demi-finale de la Ligue des champions grâce à un but inscrit dans les toutes dernières secondes. Sur les coups de 18h30, lorsqu’il prend la direction de la Plaine Saint-Denis, là où il a grandi, Wilson ne se doute pas qu’une heure ou deux plus tard, il serait placé en garde à vue, en train de pisser le sang, dans une cellule de dégrisement du commissariat voisin.

    #violence-Policière #brutalité_policière #brutalité_macronienne et #racisme

  • Si tu t’imagines #Grenoble

    L’énergie renouvelable la plus formidable du monde est ici à Grenoble. Elle est celle des plus démunis. Elle est l’#intelligence_populaire, ouvrière, l’appétit de vie des gens de #Saint_Bruno, #Villeneuve, #Mistral et des autres #quartiers de la ville. Elle est celle des #alternatifs, ceux qui pensent qu’égalité, solidarité, joie de vivre, imagination sont les moteurs les plus puissants de la vie.

    1/ PREMIERES APPROCHES DE LA VILLE

    … Une ville plutôt debout que couchée !

    On pourrait dire que cette ville située au fond d’une cuvette, cernée par les montagnes et la pollution n’est pour le moins pas très chanceuse…

    … qu’ici les dynasties bourgeoises ont disparu corps et biens…qu’une ville qui abrite autant d’étrangers a forcément une morale douteuse. N’oublions pas qu’à Grenoble la mafia a droit de cité. On pourrait dire beaucoup de bêtises, de contre-vérités et passer à côté d’une ville qui a un coeur aussi énorme que la tête. Une cité où le conflit est considéré comme un moteur, la volonté comme le plus puissant des acteurs. Une ville qui a l’audace d’expérimenter, donc de se tromper pour mieux rebondir. On pourrait aussi dire comme le géographe Raoul Blanchard (1) que si Grenoble aujourd’hui existe très fort, c’est parce qu’au départ son seul atout était la prise de conscience de ce dénuement et surtout la volonté farouche d’y faire face. Ainsi, au- delà d’une pseudo fatalité, l ‘histoire humaine pourrait bien être faite par des femmes et des hommes dégagés de toute fatalité.

    Plutôt ensemble que chacun dans son coin

    Une commémoration du 11 novembre héroïque

    Entre le 8 et le 9 Septembre 1943 les troupes allemandes se substituent aux militaires Italiens. L’occupation et la répression deviennent beaucoup plus violentes. Le 11 novembre malgré les interdictions du gouvernement de Vichy près de 2000 personnes se rassemblent pour commémorer l’armistice de 1918. 600 seront arrêtées, 369 envoyées en camp de concentration.

    (source Musée de la Résistance)

    Neyrpic : Qui ne soutient pas la classe ouvrière à Grenoble ?

    Au début du xx siècle deux entreprises émergent du tissu industriel grenoblois : Merlin-Gérin, spécialiste de la distribution électrique et Neyrpic qui deviendra un leader des grands équipements hydrauliques. L’entreprise est dirigée depuis plus de 40 ans par deux catholiques fervents qui entendent mettre en accord leurs actes avec leurs convictions. Ils sont fermes, mais à l’écoute, respectueux des options syndicales de leurs ouvriers et vont même jusqu’à engager des agitateurs, refoulés partout ailleurs. Sur cette lancée ils acceptent la mise en place fin 1962 de la section syndicale d’entreprise, qui ne deviendra légale sur tout le territoire qu’en 1968. Scandale. Le ministre des finances de l’époque Willy Baumgartner convoque le patron du CNPF. Il lui demande de faire entendre raison à ce patron non conforme. L’entreprise est absorbée par le groupe Alsthom, Georges Glazer son PDG devint le N°1 de Neyrpic. Il revient sur les avantages acquis, procède à de nombreux licenciements et… déclenche une grève historique de 9 mois. Geo Boulloud (1) militant CGT, issu de la Joc qui devint en 1965 la cheville ouvrière de l’équipe Dubedout(2) était chargé des relations extérieures au sein de l’intersyndicale. Ses liens avec les professeurs chrétiens progressistes et leur soutien au prêtre sanctionné par sa hiérarchie pour son engagement auprès des ouvriers furent décisifs face à un milieu universitaire qui s’était mobilisé contre la guerre d’Algérie et les conditions de travail précaires des nouveaux assistants.

    Le 29 Mars 1963 les grenoblois étaient invités à un meeting de soutien aux travailleurs de Neyrpic présidé par le doyen Goré de la faculté de droit.

    « Toute la population est conviée à venir s’informer et prouver par sa présence sa solidarité avec les travailleurs de la grande firme grenobloise »

    En 1968 Les ouvriers représentaient 36,2% de la population de la ville et 43,1% de l’agglomération.

    Il est à noter qu’ici la porosité entre le milieu industriel, l’université et les chercheurs s’affiche clairement en faveur des classes populaires.

    Rénovation des quartiers ne veut pas forcément dire exclusion.

    Partout en France ont lieu des opérations de rénovation des quartiers connaissant un habitat dégradé, voire insalubre. Ces opérations voient les populations d’origine modeste ou en difficulté, rejetées à la périphérie de la ville, dans des banlieues ou dans des zones dites péri-urbaines. Ainsi on peut sans exagérer dire que rénovation est devenue synonyme d’exclusion. La politique de l’équipe Dubedout a été en sens inverse. Saint Laurent, Brocherie- Chenoise, Très -Cloître ont été des quartiers d’accueil voire de transit pour les populations issues de l’immigration italienne. La mairie a recruté tous les experts nécessaires lui permettant d’atteindre la maitrise complète des différentes opérations.

    Quand une municipalité offre 3 heures de musique par semaine aux enfants du quartier Mistral.

    En 1977 René Rizzardo(3) adjoint à la culture d’Hubert Dubedout propose de mettre en place dans le quartier Mistral une expérimentation portant d’une à trois heures par semaine l’initiation à la pratique musicale. Les enfants pouvaient sans contrainte choisir la musique qu’ils voulaient écouter, comme l’instrument de leur choix. L’expérience s’arrête en 1983 avec l’arrivée d’Alain Carignon à la mairie. Ceux qui ont eu le bonheur de participer à cette initiation l’ont vécue comme une possibilité de devenir des acteurs culturels à part entière, sans forcément disposer d’un savoir académique.

    Grace à l’action déterminée du Prunier Sauvage (4), centre culturel du quartier Mistral. Cette pratique a pu revoir le jour en 2017.

    Plutôt devant que derrière…

    La journée des tuiles, première journée de la révolution française

    « Le 7 juin 1788, le lieutenant général de la province confie à des patrouilles de soldats des lettres de cachet à remettre aux parlementaires pour leur signifier un exil sur leurs terres. Mais le tocsin sonne. La population est rameutée par les auxiliaires de justice, particulièrement fâchés de perdre le Parlement, qui est leur gagne-pain. Des Grenoblois s’emparent des portes de la ville. D’autres, montés sur les toits, jettent des tuiles et divers objets sur les soldats. Vers la fin de l’après-midi, les émeutiers, maîtres de la ville, réinstallent les parlementaires dans le palais de justice. Les représentants du Dauphiné, au nombre d’environ 540, se réunissent finalement le 21 juillet au château de Vizille. Ils appellent à refuser le paiement de l’impôt et demandent aux autres assemblées provinciales d’en faire autant. C’est la première manifestation de révolte contre l’autorité royale. Louis XVI se résout donc le 8 août 1788 à convoquer les Etats Généraux. Leur ouverture est fixée au 5 mai 1789. Depuis 2015, La mairie de Grenoble célèbre l’évènement en organisant la fête de Tuiles.

    Le 1er Planning Familial

    le 10 juin 1961, le premier centre de planning familial ouvre ses portes à Grenoble. « Dans cet établissement et dans ceux qui s’ouvrent les années suivantes, on aide les femmes à contrôler les naissances et éviter un avortement clandestin dangereux » En 1967 la loi Neuwirth autorisera la contraception et la loi Weil dépénalisera l’avortement en France .

    Le 1er Observatoire des Politiques Culturelles (5)

    René Rizzardo(3), ancien adjoint à la culture d’Hubert Dubedout n’a cessé de mener une réflexion approfondie sur la culture outil d’émancipation sociale. Au ministère de la culture les préoccupations d’Augustin Girard chef du département études et prospective vont dans le même sens. Comment s’articule la création artistique et culturelle avec les évolutions de société. Comment les politiques publiques s’inscrivent sur le territoire à l’heure de la décentralisation et également du constat des fortes disparités inter-territoriales. C’est en réponse à ces questions qu’est créé à Grenoble en 1989 l’Observatoire National des Politiques Culturelles (5), aujourd’hui dirigé par Jean Pierre Saez. Cet outil n’existe qu’en France. Aussi l’observatoire mène-t-il également des missions à l’étranger.

    La première mutuelle

    La Mutuelle d’Entraide et d’Assistance aux ouvriers gantiers, ou société de secours mutuel, créée en 1803 à Grenoble par André Chevallier, est la première mutuelle de France.

    Les premières allocations familiales

     En 1916 Emile Romanet, ingénieur, décide d’accorder au personnel de l’usine JOYA de Grenoble) les premières allocations familiales.

    ….

    Comment expliquer cette position de premier plan de la cité dans le domaine sociétal et culturel ?

    A travers l’immigration massive et la nécessité où se trouvent les différentes populations, la ville est obligée de s’inventer, de faire face à tous les problèmes. Le défi est d’autant plus stimulant qu’il n’existe pas dans les années 50 de bourgeoise locale luttant pour préserver ses acquis.

    2/ LES PLUS BEAUX PAYSAGES SONT LES ETRES HUMAINS

    Transportons-nous

    Les uns disent que Grenoble est une petite ville, d’autres une ville de moyenne importance 160. 000 habitants et 450 000 pour la métropole regroupant 49 communes Personne ne dit que Grenoble est une grande ville… Pourtant il y a quelque chose qui interroge le fraichement débarqué que je suis. Cette ville est magique parce qu’à géométrie variable, petite quant au territoire, soit 18, 3 km2… mais grande ou plutôt très en pointe dans les domaines essentiels de la politique, de la culture, de la science et par voie de conséquence dans des activités pionnières d’industrie et de service. Elle est la 5ème ville la plus innovante du monde, avec 25000 chercheurs et 65000 étudiants. Le premier éco-quartier » Bonne » existe depuis 2010. Voilà une cité leader dans bien des domaines qui concentre dans un territoire restreint un nombre de talents, d’innovateurs, ahurissant. Dans une petite ville quoi de plus banal de tomber sur X, Y ou Z. On taille une bavette, on voit un verre, on déjeune, on prend rendez-vous et… on élabore ensemble. D’accord pas d’accord peu importe, on a échangé. » Rien n’était loin tout était possible… » dit Pascale Henry, dramaturge. Les idées comme les gens se rencontrent, font du ping-pong, évoluent. La fréquence des rencontres fait que l’on peut prendre le risque d’aller plus loin … Les trams quadrillent la ville, le schéma permettant d’aller d’une ligne à l’autre est clair. Les horaires prévus sont respectés. Ici on peut bouger, avancer, se croiser et plus si affinité.

    En passant par Saint Bruno

    19 Novembre 13h, J’arrive de Paris en train et J’ai rendez -vous à la gare avec Claire lapin des anges, Clarinha Coehlo en langue portugaise. Signe de reconnaissance un bonnet (pas un gilet) jaune. Claire habite un studio sur la place Saint Bruno. Elle a accepté de m’héberger pour une nuit. A l’intérieur cette jeune femme est immense, en parfaite symbiose avec un quartier qui est encore fier d’avoir hébergé les ouvriers de cette ville et les usines où ils travaillaient. Avant même de poser mes affaires je fais connaissance avec plusieurs cafés de la place. Le quartier qui a longtemps été séparé du centre- ville par une barrière, ô combien symbolique, n’a pas vraiment bonne réputation. Hier comme aujourd’hui les gens respectables du centre -ville ne souhaitent pas se mêler à la populace, d’autant que dans certains cafés, la clientèle masculine est exclusivement arabe. Dans le premier bistrot où m’emmène Claire, une chose me frappe d’emblée. Les gens qui sont là, artistes, artisans, chômeurs, travailleurs divers ne ressemblent pas à ceux que je vois à Paris. Ce n’est pas leur physique qui est différent, c’est leur façon d’occuper l’espace… Ils ne posent pas. Zut alors, il a fallu que je vienne à Grenoble pour comprendre que les parisiens, tête de chien, pouvaient être des poseurs. Claire me présente à toutes ses connaissances et amis. En chemin, nous faisons une pause au café le Saint- Bruno. C’est un peu le QG des alternatifs du quartier. Beaucoup ont quitté leur pays pour tenter de vivre décemment. Ici, moins on a d’argent plus on partage. Pas seulement les biens matériels, mais aussi les soucis, les drames, les joies, les plaisirs. On accueille tous ceux qui arrivent, on essaie d’adoucir ce qui peut l’être. Trouver un petit travail à une vieille dame sans le sou, se préoccuper de la santé de quelqu’un que l’on n’a pas vu depuis deux jours. On fait attention aux gens. Dans ce quartier, on vit avec eux. A écouter Claire, je comprends que cette conscience aiguë de la dignité de chacun n’a rien de surfait, bien au contraire cette solidarité des pauvres est une intelligence de la vie. Dans ce quartier les prêtres n’ont pas hésité à se battre pour plus de justice aux côtés de la population. Ici, les filles et les fils de pauvres n’ont pas oublié que leurs parents étaient fiers d’appartenir à la classe ouvrière. Pour gagner sa vie Clarinha est modèle vivant dans des académies. Elle est très demandée. Elle s’arrange pour gagner le strict nécessaire et consacrer le reste de son temps à la troupe des Barbarins Fourchus (6), des rockers, punk dont la priorité artistique est de donner du bonheur à tous ceux qui se donnent le mal de les visiter.J’irais donc passer une soirée avec les Barbarins Fourchus. Ma nouvelle amie ne pratique pas le « Piolle bashing » ou art de dauber sur le maire. Il est clair dit-elle qu’ils ont fait des bêtises » Mais moi je vois ces quartiers s’embellir, des endroits qui n’ont pas été pris en compte pendant des années et des années. Piolle est le seul maire qui ait pris le problème de l’écologie à bras le corps. Il fait ce qu’il pense qui doit être fait, même si son éventuelle réélection doit en souffrir. Grenoble est une cuvette polluée, il refait tous les quartiers, pas que le centre-ville et il replante des arbres. Sur la place Saint Bruno qui souffrait de la mauvaise réputation du quartier, il a fait construire une immense dragonne en bois. Dès l’inauguration les enfants se sont précipité, pour chevaucher l’animal. Le pari était gagné »

    De la place Saint -Bruno, j’emprunte à pied le cours Berriat pour me rendre rue Revol où habite Gisèle Bastrenta qui a accepté de m’héberger pour deux semaines.

    – Tu ne sais pas où dormir ? Je vais voir autour de moi s’il y a une opportunité…

    – Écoutes, j’ai une amie argentine qui occupe le 2ème étage de ma maison et qui retourne dans son pays pour deux semaines, elle est d’accord pour te prêter son lit. Je ne connaissais pas Gisèle, elle est l’amie d’une amie. J’ai les clefs de sa maison, son frigidaire m’est ouvert, comme sa machine à café. Gisèle est psy clinicienne. Elle a longtemps travaillé sur la toxicomanie des adolescents. La gestion économiciste de la santé la révolte, face au désarroi d’une jeunesse condamnée à la relégation, si ce n’est pire. Gisèle vient d’une famille italienne de 7 enfants. Son père est originaire de la vallée d’Aoste, sa mère savoyarde. Dans la montagne l’agriculture ne pouvait être que morcelée. La pauvreté était extrême. Son père voulait venir en France d’abord par amour de ce pays et aussi pour vivre mieux. Il a été salarié d’une entreprise de travaux publics. Les enfants ont été scolarisés à l’école privée. Le père de Gisèle s’est montré très exigeant avec eux, il fallait que l’ascenseur social fonctionne, que les enfants aient accès à une classe supérieure. Ils sont aujourd’hui technicien, éducateur, médecin, psychanalyste, infirmier. Nathalie la plus jeune née en 1968 est cuisinière, elle a épousé Riad Kassa d’origine algérienne. Ensemble ils ont monté un restaurant délicieux au centre-ville. Riad dit » Grenoble est une ville de révoltés, pas de défaitistes. Ici on a accueilli l’énergie plutôt que l’origine » Tous ont bien été accueillis à Grenoble, ils savent ce qu’ils doivent à la ville et à l’école.

    Combien de fois me suis-je rendu Place Saint- Bruno ? Chaque fois que je pouvais y fixer un rendez-vous. Combien de fois ai-je emprunté le cours Berriat et les rues adjacentes…Je ne sais pas. Un jour j’ai levé le nez, je croisais la rue du commandant Debelle(7). Sur la plaque émaillée, un coup de craie l’avait transformée en rue du commandant Rebelle. Le quartier regorge de lieux, alternatifs, squats, maison d’accueil, centres sociaux, associations, sièges de mouvements libertaires. La rue d’Alembert en contient déjà deux dont la réputation n’est plus à faire le 102 et le 38. L’union de quartier Berriat, Saint-Bruno et Europole dispose d’un journal mensuel, animé par Bruno de Lescure. Il suit de très près les dossiers municipaux et se montre très virulent à l’égard de l’équipe en place. Elle n’aurait pas tenu une des plus importantes promesses de campagne à savoir consulter les habitants sur les projets les plus importants de la mandature. Par ailleurs elle aurait en matière d’urbanisme reconduit deux projets majeurs de l’équipe précédente qui devaient être remis en cause. Ainsi le quartier Flaubert et la presqu’île. Le tracé de l’autoroute à vélo qui passe par le centre -ville n’a pas non plus fait l’objet d’une concertation. Les transports en commun qui devaient être gratuits… ne le sont pas.

    L’utopie Villeneuve

    Le quartier de Villeneuve, pour des raisons contradictoires, fera parler de lui dans tout l’hexagone est bien au-delà. En 1960 Grenoble a posé sa candidature aux Jeux Olympiques de 1968. Elle est acceptée en 1963. En 1964 à la veille des élections municipales de 1965 rien n’a bougé, aucun des travaux nécessaires n’a été entrepris, Hubert Dudebout (2), ingénieur, responsable des relations extérieures au CEA, n’est pas une personnalité connue. Il le deviendra en résolvant un problème essentiel pour de nombreux habitants. Par manque de pression, l’eau arrive dans leurs appartements de façon plus qu’aléatoire. Hubert Dubedout crée un syndicat des usagers de l’eau. Par ailleurs, il constate le peu d’écoute qu’ont les partis politiques en place des besoins et problèmes des habitants. Il crée alors les Gam, groupes d’action municipaux, dont la raison d’être sera d’apporter des réponses concrètes aux besoins exprimés. En 1965 L’alliance inédite des Gam, du PSU, parti de la deuxième gauche et du PS social- démocrate, gagne les élections haut la main. A tous les niveaux il est impératif de transformer la ville. La municipalité prend la mesure du défi. Elle va respecter les engagements pris et surtout profiter des JO pour donner à la cité les équipements qui lui manquent. Avec les services de l’état, elle fournit un travail acharné. Le résultat est spectaculaire. Grenoble manque également de logement. L’équipe en place ne veut pas seulement faire face mais aussi innover. Les objectifs de Villeneuve quartier, expérimental sont les suivants :

    –Lutter contre la ségrégation sociale

    –Favoriser un autre mode de vie urbain en offrant le maximum de liens sociaux

    –Inciter les habitants à être des « acteurs de la vie » du nouveau quartier

    Le quartier de la Villeneuve, à cheval sur Grenoble et Echirolles, qui sortira de terre pour partie en 1972, après des études et réflexions poussées, sera avant-gardiste dans beaucoup de domaines, ainsi la mixité sociale, l’éducation, l’architecture et l’innovation technique. Intellectuels, artistes, enseignants, ouvriers, militants divers, immigrés partagent un lieu abordable financièrement et ouvert sur le monde.

    Les écoles publiques qui jalonnent les trois sous -quartiers sont à la pointe des pédagogies alternatives. Désormais l’école sera un lieu intégré croisant plusieurs vocations …bibliothèques, salles de conférences, lieux de réunion, de loisir, cantines adultes, etc Les militants du dehors sont également les bienvenus. Les immeubles avec coursive intérieure facilitant la circulation d’un appartement à l’autre, sont plantés dans un parc immense, agrémenté d’un lac. Face à tout projet novateur, il est coutume de dire que tout commencement est forcément idyllique et qu’ensuite, la vraie vie reprend ses droits. De fait, les problèmes vont s’accumuler : drogue, délinquance, règlements de compte, etc

    Le 15 Juillet 2010 Karim après avoir braqué le casino d’Uriage est froidement abattu d’une balle dans la tête par la police sous les yeux de sa mère. Les jeunes réagissent, brûlent des voitures. Alors que la police de proximité avait disparu du quartier depuis 10 ans, le voilà mis en état de siège, Raid, GIGN, hélicoptères, barrages. C’est la guerre, relayée comme il se doit par les médias. Jo Briant( 8) témoigne « … tous sont comme submergés par un sentiment d’écrasement, d’impuissance et de désespoir face à ces évènements qui vont encore d’avantage enfoncer les habitants dans la stigmatisation et la souffrance sociale » Nicolas Sarkozy est venu à Grenoble et il a fait un discours(9) que la famille Le Pen ne renierait pas. Si certains des habitants quittent le navire, d’autres ne renoncent pas, un collectif d’habitants se forme. Il deviendra « Villeneuve debout »(10) sous l’impulsion d’Alain Manac’h, militant exemplaire formé à l’éducation populaire par « Culture et liberté ». Les habitants prennent en main les problèmes, une pièce sur la délinquance est jouée, des colloques organisés, ainsi qu’une université populaire. En 2012 deux éducateurs sont assassinés par une bande de voyous. Le verdict de la justice scandalise les avocats. Celui qui a donné des coups de couteaux et « balancé » tous ses camarades présente bien. Il écopera de 8 ans de prison. Les autres qui n’ont pas fière allure et parlent mal, prendront entre 12 et 15 ans pour avoir participé à la bagarre.

    En 2013, après 3 mois d’incubation (ce qui inspirait respect et confiance) une journaliste « d’Envoyé spécial » produit une émission « Villeneuve le rêve brisé » qui révolte tous les habitants du quartier, comme tous ceux qui ne craignent pas de dénoncer le mensonge médiatique (11). Villeneuve est un enfer, délits, meurtres et drogue ne cessent de rendre la vie impossible aux braves gens, s’il en restait. Les habitants indignés, c’est une première, sont allés en justice. Ils ont été déboutés, mais l’occasion les a mobilisés. Quoiqu’on en dise, tous les primo habitants n’ont pas quitté le navire. Mais le plus important est ailleurs : L’utopie Villeneuve a été délibérément sabotée. En 1983 Alain Carignon candidat du RPR bat Dubedout. Faisant fi des listes d’attente il exige que des logements en nombre soient attribués à des familles en situation difficile, principalement des émigrés. Ainsi Villeneuve a connu tous les problèmes des cités de banlieue. Non seulement les médias ont été dans le sens du vent, mais ils en ont énormément rajouté. J’ai eu le bonheur de rencontrer plusieurs habitants de ce quartier.

    Témoignage de Jo Briant repris dans son livre » ABéCéDaire pour le temps présent »(12)

    « Nous avons été aussitôt enthousiastes, car ce projet urbain répondait tout à fait à notre rêve d’un quartier sans ségrégation, pluriculturel, facilitant rencontres et échanges entre les habitants… Nous étions encore bercés par l’utopie de Mai 68, par l’espérance d’un autre mode de vie sociale… Nous voulions vraiment vivre à la Villeneuve….A l’image de l’ensemble du quartier notre montée et notre coursive étaient cosmopolites, des immigrés de toutes origines, surtout maghrébins, des chiliens à partir de 1974, après le coup d’état du 11 Septembre 1973. Dans les locaux sociaux qui n’étaient pas encore vandalisés ou squattés, il n’était pas rare que nous organisions des rencontres à caractère festif, voire des apéros ou des repas collectifs »

    Jouda Bardi

    travaille à la Régie de Quartier de Villeneuve, elle est militante de l’association « Pas sans nous » Elle est également l’un des moteurs de l’université populaire(13) et membre du collectif « Nous citoyennes » insurgé contre les projets de loi islamophobes.

     » On agit dans les quartiers, pas seulement pour la communauté musulmane, mais pour tous. On veut faire grandir nos enfants dans un quartier populaire dans des conditions décentes. On a beaucoup travaillé, sans moyens mais en toute indépendance. Pour avoir une salle de réunion consacrée à la culture, sur les discriminations, les préjugés, la place des femmes dans la société, comprendre pourquoi il y a un mur entre les gens. Aujourd’hui on n’a pas d’espace pour discuter. On prend plaisir à en créer. On fait connaissance, on n’est pas d’accord, ce n’est pas grave. Les politiques créent des espaces de non discussion. Je m’élève contre la ségrégation, l’assignation systématique, les étiquettes, les raisons que l’on a de nous mettre de côté. Je mets en place des jeux qui ouvrent les portes, permettent de s’impliquer et favorisent le débat. On peut tout se dire en respectant les règles de la communication non violente. On essaie de faire une bibliothèque humaine. Les jeux sont de super outils à la disposition de gens qui ont envie de créer des ponts. On est là pour colmater les brèches que certains politiques creusent, ça devient de plus en plus difficile. La société est atteinte. Ils ont beaucoup joué sur le clivage entre les uns et les autres. C’est un jeu dangereux à visée électoraliste. La société en paye le prix fort. L’université populaire est un lieu où l’on peut parler de tout cela, chacun peut s’exprimer, s’occuper de la fête du quartier. On travaille sur le vieillissement, le féminisme. C’est le regard des autres qui nous discrimine, ça pourrait être utile d’aller travailler là où ces représentations se construisent, car ce qui est au départ leur problème, finit par devenir le nôtre. Nos enfants, on ne veut pas qu’ils réfléchissent. Si on n’est pas derrière eux, ils n’apprendront rien à l’école.

    Les journalistes qui viennent ici sortent nos propos de leur contexte, pour nous faire dire autre chose que ce que l’on a dit »

    David Bodinier urbaniste, militant associatif

    Dans les maquis de la résistance, ce sont nouées de vraies relations, dont il reste quelque chose à Saint -Bruno et à Villeneuve. Sinon dans la ville, les différents publics et les classes sociales sont séparées. Villeneuve est un collectif ouvert qui veut éviter cette ségrégation. C’est à Villeneuve qu’a été créée la première télévision de quartier, une centrale d’aspiration des déchets tout à fait innovante. L’eau du lac est issue de la nappe phréatique. Il y a ici une volonté de transformer les rapports sociaux, ce que ne permettent pas les révolutions par le haut. Prendre le pouvoir ne suffit pas. Modestement, il s’agira d’évaluer, réévaluer ce qui est transformé en le confrontant au vécu des gens. On n’a, ici à Grenoble, pas pris conscience, assez tôt qu’il fallait panser les plaies de la désindustrialisation, Grenoble, avec sa classe ouvrière était une ville d’industrie. La nouvelle gauche se tourne vers l’avenir, en faisant l’impasse sur la période précédente et la lutte des classes. Les problèmes actuels de violence et de drogue en sont la conséquence directe. Comment la nouvelle équipe municipale fera-t-elle face à cette histoire ? Ce n’est pas évident.

    Willy Lavastre et la Batukavi (14)

    « Il y a eu une première période de 72 à la fin des années 80, où des expérimentations pédagogiques alternatives, comme celles de Steiner, Montessori ont été injectées ici dans l’école publique financées par l’état. On peut faire l’hypothèse que le renouvellement des populations a empêché une domination appuyée de la classe dominante, il n’y a pas eu de sédimentation idéologique dissimulant les finalités réelles. Alain Carignon (RPR) comme Michel Destot le maire (PS) qui lui a succédé ont utilisé Villeneuve pour y placer des populations en difficulté. Ensuite, on a beau jeu de constater qu’il y a repli communautaire. Les moyens alloués aux quartiers diminuent et le clientélisme lui se porte de mieux en mieux. Les écoles alternatives, non sécurisées, n’étaient pas faites pour accueillir des gosses venant de pays en crise. Les premiers publics qui ont choisi de venir habiter ici étaient issus des classes moyennes et populaires, mais pas les plus démunis.

    En 2010 Karim a été tué à bout portant par la police. Le corps abattu est resté exposé pendant presque deux heures. Pendant un mois et demi, ça été l’enfer. Un jeune, mis en avant dans le reportage de 2013 d’Envoyé spécial, a avoué avoir reçu 250€ pour pointer un flingue. Les jeunes n’ont pas leur place dans notre quartier. En créant l’association Afric-impact on a monté en 1989, le premier programme d’éducation à la citoyenneté locale et internationale, pour lutter contre les représentations discriminantes touchant le continent africain et la diaspora. On a créé plus de 50 clubs avec des animateurs reliés à des écoles dans plusieurs villes, et organisé des rencontres interculturelles en imaginant des jeux, mettant en avant 8 personnages illustrant toute la gamme des relations Noir/blanc. Maintenant ces outils existent et sont librement partagés. On a aussi créé des jeux sur les sans- papiers. On voulait faire prendre conscience aux jeunes que les africains n’avaient ni besoin d’eux, ni de transfert de compétence. Ils ont besoin de notre argent. Le clivage n’est pas blanc/noir mais riche/ pauvre.

    On leur a dit, mais vous les africains vous êtes souriants. Ils répondaient, il ne manquerait plus que cela que l’on fasse la gueule avec la galère que l’on a !

    On leur a répondu, mais vous vous vous occupez de vos vieux !

    – bien obligés, on n’a pas de sécurité sociale. Pour la remplacer … on fait beaucoup d’enfants !

    Accueillons ceux qui peuvent venir ici.

    J’avais un père qui a monté des festivals de Jazz, j’ai fait des percussions et le conservatoire.

    On a créé des groupes de Batucada, comme on conçoit un outil intégrant musique, danse, marionnettes géantes. On y a réfléchi pendant l’année 2009. En faisant l’hypothèse que le Brésil pouvait obtenir la coupe du monde de 2014 comme les JO.et que l’on serait capable d’accompagner des projets internationaux. Fixer 2014 comme objectif était motivant pour les enfants. Un rêve possible à accomplir, après des tournées au festival d’Aurillac et au Maroc. On se moquait de nous quand on évoquait l’idée d’aller au Brésil. Aujourd’hui on est en capacité de faire 1200 prestations et les médias parlent de nous. On est partenaires des JO de Tokio 2024. Nos moyens, on les obtient par du financement participatif, des prestations payantes, des subventions publiques, des participations privées. On a rencontré les palestiniens dans leur camp au Liban, et visité de nombreux pays d’Europe, on a été au Maroc et là on revient de New-york. Point Important le conseil d’administration de notre association est en majorité composé de mineurs. Nous sommes dirigés par des enfants. S’ils peuvent rêver, être fiers d’eux même et reconnus bien au- delà du quartier, c’est aussi qu’ils ont travaillé en fonction d’un objectif à remplir » Il y a quelque chose qui me frappe dans la démarche de Willy. Ici en France, il y a des gens qui agissent dans le secteur culturel, d’autres dans le socio -culturel, d’autres dans l’économique…comme si ces domaines étaient séparés par des cloisons étanches. La Batukavi elle, décloisonne …Willy me regarde, il est visiblement ému : « écoutes c’est extraordinaire c’est la première fois que je prends conscience de cela. En France on est sans cesse confrontés au cloisonnement. Comment est-ce possible que nos jeux super-performants, éducatifs n’arrivent pas à pénétrer l’éducation nationale ? On n’a pas le droit de parler de psychologie, ce n’est pas notre domaine. Les entreprises ne peuvent pas entrer dans le domaine de l’éducation nationale. Au rectorat on nous a dit : « l’éducation nationale c’est nous. Vous ne pouvez être dans le secteur de l’éducation populaire qui a une histoire très lourde (ou connotée politiquement) Vous êtes dans l’animation populaire ! » La Batucavi est un bel ambassadeur de la Villeneuve et des quartiers, sans compter que cette démarche, aussi joyeuse que compétente, est à même d’inspirer d’autres explorateurs.

    En 2012, face aux projets de démolition avancés par l’ANRU, les habitants se mobilisent au sein d’ateliers populaires d’urbanisme pour inventer un nouveau Villeneuve, trop conscients que » Ce qui se fait sans les habitants, pour les habitants, se fait le plus souvent contre les habitants » Ce projet urbain s’inscrit dans une approche globale de l’urbanisme, qui ne dissocie pas les questions sociales, professionnelles, politiques, culturelles, économiques, éducative. Dans les années 75/ 78 François Gillet, proche des Gam d’Hubert Dudebout est maire de Meylan, une commune de l’agglomération grenobloise qui manque singulièrement de logements. Non seulement Meylan veut apporter sa contribution, mais également innover. Le quartier des Béalières sera un des premiers éco-quartiers de la région, une cité jardin aux immeubles entièrement ouverts.Une concertation très poussée implique autant les habitants que les professionnels. L’atelier public d’urbanisme dont Robert Chartier est un pivot, impulse, organise, mais la décision revient aux politiques. Priorité est donnée aux piétons, les enfants peuvent jouer tranquillement sur la voie publique. Les architectes qui ont également travaillé sur Villeneuve font tout pour faciliter les relations de voisinage, ils multiplient les espaces de rencontre. L’union de quartier associe les habitants au devenir de leur quartier, elle développe partage, solidarité et relation avec de nouveaux habitants résidant dans des immeubles plus traditionnels, c’est à dire fermés.

    Dans le quartier Mistral

    Selon Hassen Bouzeghoub directeur du Centre d’Education Populaire, Le Plateau(15) »Mistral est une enclave urbaine à l’ouest de la ville, ici on est au bout de quelque chose. Il n’y a pas moins de 35 communautés dans ce lieu. Derrière il y a un mur et ensuite la Drac ». Mistral fait partie des quartiers dits difficiles de Grenoble. Il fut d’abord un quartier ouvrier. La population en a été trop souvent stigmatisée. Aujourd’hui les barres d’immeubles ont été détruites, le quartier est en pleine rénovation. Pour ceux qui l’ont connu dans les années 60/70, la nostalgie est grande, au-delà de ceux qui ont eu la chance d’habiter la cité jardin, aujourd’hui détruite. Ces années – là ont vu arriver les rapatriés d’Algérie, de nombreux espagnols, relativement peu de maghrébins. Les italiens, eux, étaient là depuis longtemps. Tout le monde se connaissait, on se parlait, on se rendait service. Ces années là- étaient celles de l’ouverture, on était persuadé que le monde pouvait changer et que chacun pouvait y contribuer. Brahim Rajab a fait en 2005 un film (4) sur l’histoire récente du quartier- Mistral « Décibel années » Dans ces années- là, l’équipe municipale portait une vraie attention aux populations des quartiers. Pour eux, la culture n’était pas seulement un moyen de donner du sens ou d’élever le débat, mais aussi un moyen puissant pour désenclaver le quartier, travailler à sa reconnaissance et ainsi changer son image. Point majeur, il ne s’agissait pas de faire le bien des gens mais plutôt de donner les moyens à tous de se saisir des outils proposés.

    René Rizzardo(3) : « Mistral a été pour nous comme pour beaucoup d’élus et pour Hubert Dubedout, un terreau d’expériences de ce que l’on pouvait changer au niveau d’une mairie » La musique a été le vecteur principal choisi pour se donner du mouvement. A trois niveaux différents.

    – D’abord en organisant des grands concerts rock/ pop/ punk /musiques du monde à l’occasion de la fête du quartier, ce qui n’empêchait pas l’organisation de petits bals populaires et autres animations. Bernard Lavilliers, encore peu connu a été un des premiers à venir à Mistral avec son percussionniste Mino Celenu, à l’époque pas plus connu que lui. Quelques années plus tard Lavilliers est revenu jouer gratuitement à Mistral « Si vous dites aux gens que vous les aimez et que vous ne revenez jamais, cela ne veut rien dire »

    –Forts de premiers succès prometteurs, responsables techniques, jeunes, artistes se sont réunis pour mettre sur pied une fréquence de programmation soutenue. Les jeunes du quartier n’avaient pas les moyens d’aller à des concerts au centre- ville et un des objectifs était également de faire venir régulièrement à Mistral un public extérieur. Téléphone, Starshooter, Dire Straits, Bob Marley et bien d’autres sont venus et ont remporté un énorme succès. Avec l’avènement du Hip Hop la danse a été mise à l’honneur.

    – Conscients de la difficulté d’accès au conservatoire de musique, les élus ont mis sur pied une nouvelle expérimentation dans les quartiers, celle d’écoles de musique. Mistral sera un des premiers choisis. Trois heures, au lieu d’une, seront consacrées à la musique. Le travail se fera autour de l’éveil et des techniques de base. Des musiciens présenteront aux élèves leurs différents instruments. Un an après, chaque élève pourra choisir sur une liste l’instrument qu’il souhaite pratiquer. Chaque élève aura droit à des cours particuliers, lui permettant de progresser rapidement. Les élèves étaient trop motivés pour rater un seul cours. En 1983, Hubert Dubedout(2) est battu. Ni les expérimentations, ni la culture, n’ont désormais droit de cité dans les quartiers. Le traitement social et la politique des grands frères (16) suffiront pour acheter la paix sociale. Accusé d’escroquerie et de corruption passive, le maire Alain Carignon sera condamné à cinq ans de prison (21). Michel Destot (PS) lui succédera pour trois mandats. Parmi nos interlocuteurs, certains pensent qu’il aura été un maire clientéliste. Sa politique culturelle ne sera pas radicalement différente du maire précédent. D’autres comme Marie Laure Mas ont un avis beaucoup plus nuancé » Destot n’encourageait pas la politique des grands frères (16). Il faisait avec. Le drame de ce quartier c’est que tout le monde fait avec. Pourquoi ? parce que les mecs qui tiennent le quartier sont superpuissants. C’est pour moi une zone en dehors de la démocratie. Ce ne sont pas les lois de la république qui s’y appliquent, mais la loi de ceux qui tiennent le quartier à travers le trafic de stupéfiants »

    Le Prunier Sauvage, lieu de vie artistique (4)

    Son directeur, Brahim Rajab à l’orée de 2019, le définit ainsi : » Un lieu de vie culturel et artistique tel le Prunier Sauvage est un lieu foisonnant, où des artistes professionnels croisent des amateurs. Un endroit où l’on rencontre des enfants qui, un instrument sous le bras, viennent apprendre et grandir en musique. Les habitants d’ici refont le monde avec les habitants de là-bas, où chaque pas nous mène vers l’autre et élargit notre horizon. Un espace où l’imaginaire est roi, où l’on vibre, partage, et crée ensemble. En 2019, avec la programmation concoctée par l’équipe du Prunier Sauvage et ses complices, nous aurons une irrésistible envie de courir, les enfants danseront à l’école, Ulysse s’échouera au pied des HLM. Nous voyagerons à travers le son, des Balkans à la Colombie, en passant par l’Afrique et l’Orient. Nous suivrons une petite fille afghane, frêle papillon dans les griffes de la bête. Et tous ensemble, nous chercherons l’hospitalité à l’heure où les portes se font lourdes »

    Rencontre avec Brahim Rajab

    « Depuis 1983, La culture et la république ont déserté le quartier. La pratique de la politique des grands frères( 17))très efficace à court terme pour acheter la paix sociale, se révèle à terme une catastrophe. L’emprise de la religion est de plus en plus forte ainsi que le trafic de drogue. Mais grâce au travail des associations, et à la Maison des habitants, Mistral ne connait pas un chaos total. Depuis que la nouvelle équipe municipale est en charge, on voit des techniciens de la mairie qui s’implantent dans le quartier, la république revient. La nouvelle municipalité qui ne connaissait pas ce type de territoire a su écouter, elle essaie des choses pour être plus présente. La première adjointe du maire, Elisa Martin(17) a pris en charge cette mission. A l’origine du Prunier Sauvage se trouve une association dont certains membres avaient connu et très fortement apprécié l’expérimentation des 3 heures de musique par semaine initiée par René Rizzardo( 3), dans un contexte de forte mixité sociale »

    Brahim Rajab est arrivé du Maroc en 1978. A Fontaine, petite ville de l’agglomération grenobloise, on ne se préoccupait des origines de personne. A Partir de 1983 Alain Carignon comme le maire socialiste Michel Destot, ont procédé à un regroupement ethnique des population, ce qui a fortement contribué au repli sur lui -même du quartier. « L’ UE, via un programme de développement de territoire qui n’a à priori rien à voir avec la culture, nous a permis de mettre en place le festival Mistral, Courant d’ Airs en 2002. Cela a forcé les institutions locales à accorder un peu d’attention à nos propos. Nous subissons un trafic de plus en plus structuré, la mafia, l’emprise religieuse. Nous voulons que les gamins qui grandissent ici aient accès à d’autres références. Nous voulons élargir leur capital culturel en liaison avec leur environnement de proximité. On ne doit pas laisser toute la place à ce qui les enferme. Au départ c’était très difficile, avec un petit budget et beaucoup de gens contre nous, dont les techniciens du milieu culturel qui ne voulaient pas que l’on aille sur leur terrain. Le Prunier Sauvage, c’est un peu une herbe folle qui résiste malgré tout, une petite équipe de trois personnes. Et la population qui nous soutient. Grâce au rétablissement des 3 heures de musique par semaine, on a pu monter un petit orchestre d’enfants. Il faut prendre en compte les droits culturels. Les citoyens ne sont pas seulement un public à qui l’on vend. L’important est d’avoir un impact politique dans la vie de la cité. Avec les partenaires du Prunier, on va pouvoir en quelques années changer le quartier, modifier la trajectoire de certains jeunes, en tous cas leur donner toutes leurs chances. La culture n’est pas un gadget » mais un levier. Nous voulons prendre en considération les citoyens avec leur richesse culturelle pour aller vers le partage, vers une culture commune. L’orchestre choisit les morceaux qu’il veut jouer. Nous organisons des repas partagés artistes/ habitants, pour que ces derniers s’approprient le lieu, de même pour les personnes âgées du foyer. nous accueillons aussi des conférences gesticulées et développons un projet autour des arts de la rue. La culture est une arme essentielle pour lutter contre l’assignation culturelle et sociale. Quand on se sent considéré, écouté, que l’on a accès à des espaces d’expression, on est mis en valeur, encouragé, on fait partie du jeu, on n’est pas hors- jeu. Au -delà de son quartier, on appartient alors à une communauté plus globale. On a construit un char » Machine à rêver » Son équipage part à la recherche de l’homo Oeniricus qui a perdu sa capacité à rêver. Il s’agit de l’aider à retrouver ses rêves. A chaque halte, jusqu’au centre- ville, interviennent un groupe de citoyens et d’artistes amateurs et de gamins en chant ,en musique, en poésie. Avec le Parc des Arts on est en train de monter un gros projet qui participe des arts de la rue, du cirque et autres improvisations. Il est impératif de tout faire pour que les habitants de nos quartiers, les enfants en particulier, retrouvent la confiance en eux ». Brahim en sait quelque chose lui qui a grandi ici et été exposé au mépris. Ainsi monsieur x, qui dit devant lui » Moi je vais à la montagne, parce que l’été, il y a trop d’arabes sur la plage. L’ancrage territorial est très important, Le Prunier Sauvage travaille avec beaucoup d’autres structures, « les arts du récit », Mixart le plus gros festival des arts de la rue et surtout avec les écoles du quartier, la maison des habitants, la maison de l’enfance, qui mettent sur pied des résidences. Travailler à une double échelle, ici et ailleurs est très important. Un jour lors d’un repas partagé ,on demande à nos hôtes où ils aimeraient aller. L’un répond : j’aimerais aller à l’opéra… Moi aussi… moi aussi. On a pris contact avec l’opéra de Lyon qui s’est montré enthousiaste. un groupe de 21 habitants du quartier a été reçu. Ils ont visité l’opéra, assisté à un spectacle. Très bien mais cela ne nous suffisait pas. On a demandé que des membres de l’orchestre de l’opéra viennent nous visiter. Ils ont accepté et sont venus animer un atelier de chant lyrique. la rencontre avec l’orchestre des enfants du quartier a été magique. C’est comme cela que l’on essaie de réinventer les choses. Notre lieu ne respecte pas les clivages castrateurs. Ce qui a été néfaste, c’est la création d’un Ministère de la Culture. Éducation populaire /jeunesse et culture ont été séparés. Selon le voeu de Malraux on impose une vision de la culture qui donne la primauté à l’esthétique et aux oeuvres d’en haut. Ce parti-pris nie toute forme de diversité et fait de nous des consommateurs de culture, pas des acteurs. » La Bobine (18) « se bat sur le même terrain que le Prunier. Ils prennent de vrais risques avec une programmation aussi variée que possible pour un jeune public, sans flatter l’intellect de personne.

    Nouvelles Résistances –

    Dans cette ville l’esprit d’insoumission ,la revendication égalitaire s’inscrivent dans des lieux : centres sociaux sauvages, squats, centres culturels, maisons des habitants, bibliothèques(19). Il faut également prendre en compte qu’à Grenoble, sont arrivées des populations de plusieurs continents fuyant la misère locale. La pauvreté d’ici, malgré des conditions de logement souvent indignes, a constitué un pas en avant, il semble bien qu’elle ait forgé un éventail de valeurs humaines où le partage, l’entre-aide, la primauté du lien humain, seront constitutifs d’une culture populaire digne, joyeuse, porteuse de progrès et d’exigence, une culture des laborieux, sans cesse confrontée aux contraintes du terrain et donc susceptible de développer une intelligence collective sans tabous. On a trop souvent tendance à oublier qu’avant l’atomisation des tâches un ouvrier pouvait être fier d’ouvrer…d’oeuvrer. Une ville comme Grenoble nous rappelle qu’il existait, qu’il existe encore et pourrait exister une authentique culture populaire de fierté, de luttes, de partage et d’imagination. Si on remonte un peu plus loin dans le temps on s’aperçoit qu’ici sont également nées les premières sociétés mutualistes. La première société de secours mutuels de France fut créée le 1er mai 1803 par les ouvriers gantiers grenoblois. Suivirent celle des cordonniers , des peigneurs de chanvre, des mégissiers, chamoisiers, tanneurs et corroyeurs, des tisserands, drapiers et tapissiers en juillet 1808. Un siècle plus tard se crée celle des maçons, tailleurs de pierre et charpentiers. C’est également à Grenoble que virent le jour les trois premières sociétés mutualistes féminines en 1822. Toutes ces associations mutualistes se regroupent dans une maison de la mutualité. Elles visent à protéger l’ouvrier et sa famille, en cas de maladie, par le versement d’une allocation. Certaines versent également des indemnités de chômage, voire des pensions aux vieillards. Sur un axe plus politique on ne peut passer sous silence la trajectoire de Joseph Bernard, ouvrier serrurier, militant anarchiste, puis socialiste révolutionnaire. Il est l’un des fondateurs du mouvement libertaire et du syndicalisme dans l’Isère et dans le Rhône. En 1879 il participe au congrès national ouvrier de Marseille, vote la motion féministe et à son retour organise une chambre fédérale ouvrière qui est, à Grenoble, le premier groupement professionnel et politique de la classe ouvrière. On notera que la plupart des ouvrages consacrés à la ville ont une singulière tendance à passer sous silence l’histoire du mouvement ouvrier des années 50/ 60, alors que la population ouvrière pouvait représenter jusqu’à 40% de la population active. Silence relatif également sur les prêtres militants, condamnés par leur hiérarchie. Dans ce schéma, coincé entre la répression de l’état bourgeois assimilant l’ensemble du mouvement au terrorisme d’une minorité et le communisme stalinien éliminant et disqualifiant tout mouvement révolutionnaire pouvant lui faire de l’ombre, la mouvance anarcho-libertaire travaillant à la construction d’une société égalitaire s’auto-administrant ne pouvait qu’être boycottée, maltraitée ,voire éliminée. On ne peut donc que constater un énorme déphasage entre le bouillonnement politique, culturel , scientifique et l’une de ses sources d’inspiration. Ce déphasage explique sans doute la tendance au repli sur soi d’initiatives généreuses et altruistes, voire une certaine mélancolie. Ceux que l’histoire a blessés, peuvent être en permanence en proie au doute, voire à une remise en question. Aujourd’hui leur modestie comme leurs convictions égalitaires sonnent étrangement juste à nos oreilles qui savent qu’aucune révolution, aucun encerclement ne peuvent justifier la descente aux enfers du goulag et autres camps de la mort.

    Le 38 rue d’Alembert – Centre social Tchoukar (19)

     » Nous partons d’un constat simple : la ville a besoin d’espaces où peuvent s’inventer et se réinventer nos vies, indépendamment des pouvoirs publics. Des lieux d’entraides, de débrouille, où se tissent des liens et des solidarités dans la rencontre plutôt que derrière un guichet. Où il est possible de résister, partager nos joies et nos combats ; développer des initiatives so-ciales et culturelles pour toutes les personnes qui ne se reconnaissent pas dans les cadres habituels ou qui en sont simplement exclues. De lieux où les activités sont gratuites, où l’on peut partager des moments, des savoirs et des pratiques librement : prendre des cours de français ou de soutien scolaire, réparer un jean ou un vélo, voir une pièce de théâtre dans un lieu improbable, y entrer en curieuse et en sortir le ventre plein, l’esprit léger et le cœur réchauffé. Ces espaces existent à Grenoble et ils sont précieux. Ces six derniers mois, la politique d’austérité de la Ville a mis directement en péril des espaces communs dont nous avons pourtant cruel-lement besoin….Dans ce contexte, nous avons urgemment besoin de maintenir et densifier les liens entre les habitants et les habitantes, afin qu’ils puissent continuer à subvenir à leurs besoins, et sur-tout à s’auto-organiser. Le quartier nous appartient, nous le défendons collectivement.

     » C’est dans cette optique que le Lieu Com-mun, centre social Tchoukar du 38 rue d’Alembert, s’est installé à Saint-Bruno il y a deux ans. Il est au-jourd’hui menacé par les pouvoirs publics, proprié-taires des lieux, qui souhaitent le raser pour construire à la place des logements sociaux. ….Nous désirons poursuivre l’aventure du 38 afin que perdure ce que nous y avons déjà mis en place : un magasin gratuit, une laverie, une cantine sur la place, une salle de répét, un atelier de réparation de vélos, un atelier couture, un cinéma de quartier, une salle de sport, un lieu d’activités qui rayonne au -delà du quartier St-Bruno. Ici et maintenant, nous construisons petit à petit un quartier populaire tel que nous l’imaginons. Ne laissons pas la mairie tailler nos rêves en pièce ! »

    extraits de la lettre ouverte produite par le 38 face aux menaces d’expulsion

    Rencontre avec Alan et Clément … à moins que ce soit avec Paul et Léon !!!

    Le 38, centre social autogéré existant depuis 4 ans se situe dans la proximité idéologique des centres sociaux autonomes italiens. Dans les années 70 Le mouvement autonome, alors partisan de l’action directe, rejette l’affiliation à toute structure pyramidale et anti égalitaire de type syndical ou partisan. » On essaie de transformer le monde de l’endroit où on habite, à partir de gestes quotidiens. Dans l’atelier vélo, gratuit, on ne répare pas à la place des gens, on leur apprend à réparer( on ne fait pas pour les gens, mais avec eux) On pratique la solidarité dans un monde qui a choisi l’individualisme. Ce que l’on a évidemment en commun c’est l’endroit où l’on habite. On croise pas mal de monde, ici au café le Saint Bruno, à Cap Berriat(20), dans le quartier, des syndicats comme Solidaires, Sud, la CNT, Ici-Grenoble pour s’informer autrement sur Grenoble et ses environs(30)

    Avec nous, la mairie pratique la brosse à reluire par devant et la répression par derrière. C’est une gauche radicale qui ne supporte pas sa propre dissidence. Ainsi des conseillers municipaux ont été exclus de la majorité, parce qu’ils ont refusé de voter un budget d’austérité, « imposé » par les dettes toxiques contractées sous les mandats précédents. Ils dealent avec leurs propres contradictions …comme nous on deale avec les nôtres. La préfecture a fermé l’Engrenage, ainsi que d’autres cafés alternatifs pour de soi-disant raisons d’insécurité. On présume que ce nettoyage prélude au retour d’Alain Carignon(21) condamné à 5 ans pour corruption et qui ferait naturellement campagne sur l’insécurité » Grenoble le Chicago français » Il dispose d’une équipe experte en calomnies et en « fake news » Comme Ségolène en 2007 , l’équipe municipale réagit en lançant sa propre campagne sur la sécurité, plutôt que d’annoncer des mesures de gauche.

    Nous ne manquons pas de nous poser des questions, la dispersion n’est pas toujours un handicap, elle peut être féconde à certains moments. Nos amis ont les mêmes interrogations sur les possibilités de convergence, peut-il y avoir d’autres zads, quels enseignements peut -on tirer de l’expérience zapatiste. quel rôle peut jouer l’esthétique dans la construction d’un lieu, dans son appropriation ? »

    La bibliothèque Antigone (22)

    est une médiathèque, une librairie pour enfants autant que pour adultes , mais aussi un lieu d’événements publics, conférences, réflexions, débats, confrontations, radicalité, c’est à dire un lieu habité tant par une proximité affective que par les d’idées. Ici, comme au 38, la volonté de changer le monde n’oublie jamais que les êtres humains , adversaires ou amis, sont fragiles, ambivalents, contradictoires. Ainsi cette volonté de transformation n’a de sens que si elle refuse d’être en surplomb, elle ne peut avoir des chances d’aboutir que dans la réciprocité. Chaque être humain est à priori un expert de sa vie qui a besoin d’être nourri par l’expérience des autres, par un capital de réflexions et savoirs lui permettant de s’exprimer, se remettre en cause, construire avec les autres. Antigone existe depuis 2002, deux femmes Christel et Aurélie en sont les cofondatrices. « Pour des raisons humaines, sociales et politiques c’est essentiel qu’ Antigone ait été fondée par des filles »En Mars 2011, la Traverse, revue des Renseignements généreux, site d’auto-défense intellectuelle, leur donnait la parole.

    extraits

     » Le plus important pour qu’une opposition puisse se construire, c’est de donner aux gens des outils de réflexion….Cet esprit de résistance, je le dois en grande partie à mon père, militant socialiste proche des idées de Jaurès. Je l’ai toujours vu manifester et protester. Il m’a élevée avec un sentiment de révolte, l’idée que les classes populaires n’auront que ce qu’elles auront réussi à défendre et à conquérir, que la vie est faite de rapports de force entre dominants et dominés, entre pauvres et riches…

    ….Antigone parce que le projet est parti, à l’origine, de deux filles qui voulaient se battre, résister et opposer la raison du coeur à la raison d’Etat. On veut montrer que les petits individus peuvent être aussi forts que les institutions. Pour nous, la symbolique de cette bataille, perdue au sens strict, cette guerre entre le pot de fer et le pot de terre, le personnage d’Antigone le symbolise complètement…. C’est un personnage féminin, et nous trouvons qu’il manque cruellement de représentation féminine dans la lutte, dans le militantisme. Souvent, les présidents d’associations, ceux qui parlent, ceux qui mettent officiellement leur nom pour appeler à manifester, ce sont des hommes, ce qui nous gêne beaucoup. Nous voulons que la dimension féminine pose la base d’Antigone, tout en remettant en question le concept de genre. Nous sommes parties du postulat que nous vivons dans un monde avec une certaine construction du genre et des personnalités, et dans ce cadre, les femmes ne proposent pas le même genre d’inventions, de résistances et d’oppositions que les hommes, et il est important qu’Antigone soit pensée et mise en place par des femmes. … On n’a jamais voulu être dans l’imaginaire ou l’esthétisme »crapouillou », on veut que ce soit un lieu chaleureux, joli, coquet. On veut que, lorsque tu rentres dans Antigone, tu ressentes quelque chose de l’ordre du ventre de la Baleine dans Pinocchio, ou la caverne d’Ali Baba. Extérieurement Antigone est moche, ne ressemble à rien, et puis tu pousses la porte et paf, il y a des petits coussins, des petites loupiotes, plein de couleurs. On a envie que les gens se sentent bien à Antigone, comme chez eux, comme chez leur grand-mère. »

    Si Antigone est profondément en affinité avec l’esprit libertaire, elle n’est pas pour autant une vitrine du mouvement anarchiste. Son postulat anti- autoritaire ne peut qu’être en cohérence avec une ouverture éloignée de tout dogmatisme. Antigone est également proche du Local autogéré, de la BAF qui refuse également le sexisme d’un langage masculin dominant, de Cortecs « Collectif de recherche transdisciplinaire esprit critique & sciences) qui a pour objectif central la transmission des divers aspects de l’esprit critique, la pensée critique ou sceptique (critical or skeptical thinking chez les anglophones) »

    La Bobine (18)

    La Bobine est un espace de rencontre entre artistes,un lieu culturel participatif dont le fonctionnement est assuré par plus de 140 bénévoles et de 20 salarié.e.s. La Bobine est auto- financée à 95% .Avec ses 5 studios dont 4 de répétition et un d’enregistrement, sa salle de spectacle de 300 places, son bar avec une scène et un restaurant ouvert sur le parc Mistral, elle est un lieu de vie où chacun a le loisir de venir soit pour manger, boire un verre, écouter un concert , créer sa propre musique ou spectacle et découvrir des possibilités d’activités qu’il ne soupçonnait pas à priori. Le lieu fait se rencontrer amateurs et professionnels, associations et grand public. Cette ouverture sur le quartier, les autres associations, les écoles sont vécues comme d’autant plus nécessaires que la Bobine n’est que récemment implantée dans le quartier Mistral. La programmation du lieu est le fruit de décisions collectives prises après débat. La motivation , l’implication sont requises et non la spécialisation, chacun étant acteur avec un savoir qu’il faut prendre en compte. L’entrée aux concerts, spectacles est à prix libre. L’objectif est que tout le monde puisse s’approprier le lieu. Mélanie qui codirige la Bobine est attentive à nouer des partenariats sur le territoire avec d’autres associations qui cassent également les codes comme le Magasin, les chorégraphes locaux du Pacifique, Le Prunier Sauvage et son projet de Parc Artistique ouvert à tous.

    Les Barbarins Fourchus (6)

    Y-a-t-il un endroit au monde où Marcel Azzola et Alice, la petite fée au pays des merveilles auraient pu avoir plaisir à se retrouver ? Réponse problématique ? Pas le moins du monde. Dans ce même lieu, on aurait pu retrouver Boris Vian, Les Clash, Raymond Queneau, Capitain Beefheart, Edith Piaf, Arthur Cravan, Franck Zappa, Alphonse Allais, les frères Trois Gros, Brigitte Fontaine, Jacques Higelin, Noureev, L’art ensemble, Oncle Paul et ses belles histoires. La compagnie des Barbarins Fourchus, « reconnue de futilité public » a l’extrême élégance de casser les codes sans le dire , de préférer l’aventure vivante à toutes les classifications mortifères. La vie étant trop sérieuse pour que l’on puisse se prendre au sérieux, les Barbarins l’aiment partout où elle circule, autant dans la rue, les bistrots que dans les théâtres où les bals de quartier. Ils sont trop goûteux des belles et bonnes choses pour proscrire à priori toute forme dite de mauvais goût. Les Barbarins ont de l’appétit, des expériences musicales, théâtrales, artistiques sans tic, des savoirs à la pelle et une exigence éthique que leur pudeur pourrait bien camoufler sous la grosse rigolade. Ce qui se voit, se boit, se mange, s’écoute, se touche est aussi ce qui se partage. Partager c’est avoir le goût des autres , c’est ouvrir grande sa porte, sans que personne puisse penser, « on fait partie de l’élite ,alors qu’il est doux de rester entre nous » Les Barbarins travaillent dans la proximité des gens, ils aiment les gens il savent les accueillir, spectateurs ou compagnies amies. Ils pratiquent le prix libre dans leurs salles du quartier Saint Bruno/ Bériat. L’humour est leur seconde nature, histoire de ne jamais dire c’est parce que l’on vous a écouté et compris que l’on fait des concerts bâtards qui deviendront « concerts pastard », et que le dimanche matin la musique classique est accueillie dans « les concerts en robe de chambre ». Bien sûr leur punkitude, leur révolte est en affinité avec les anarchistes. Comme beaucoup de ces militants de l’égalité, dans un monde profondément inégal , ils peuvent se laisser aller parfois à quelque mélancolie, mais la tendresse est toujours là , bordel, comme l’appétit qui porte en toute lucidité vers de nouvelles aventures aussi. Claire des anges qui m’a hébergé place Saint Bruno leur consacre tout son temps libre. François Laroche de Féline qui m’a accueilli dit » Delfino » est compositeur, chanteur, instrumentiste, illustrateur et co-fondateur des Barbarins forcément fourchus puisqu’ils ont plusieurs cordes à leur arc. Il vient de sortir son premier disque en solo » High down Kisses »(23) … est-ce que tu peux entendre ce que je pense, ce que je ressens » A écouter avec grand bonheur.

    Le Magasin des Horizons (24) centre national d’art et de cultures

    Vous vous posez des questions sur l’authenticité de l’art contemporain… une affaire de snobs croisant des affairistes préférant investir dans l’art contemporain plutôt que dans le Cac 40 ? Vous avez suffisamment mauvais esprit pour penser que cette avant-garde auto -proclamée à la pointe du nihilisme désenchanté n’est ni plus ni moins que réactionnaire, c’est à dire farouchement opposée à toute mise en question de ses privilèges, à tout questionnement respectueux de l’intelligence populaire et de ses imaginaires… Alors donnez- vous la peine d’entrer au Magasin des Horizons. Sous l’impulsion de Béatrice Josse, féministe déterminée et de son équipe, on y est prêt à bousculer tous les conformismes, toutes les certitudes

     » Il est temps de rallumer les étoiles »

     » Loin de l’isolement des arts trop disciplinés et catégorisés, le Magasin des Horizons entend bousculer ce qui nous restait de certitudes. Essaimer et s’ouvrir aux questions d’écologie, de féminismes, de genres et post-colonialismes…. rien de rationnel, beaucoup de magie et de spiritualité, un brin de fantaisie sont les ingrédients de cette incantation à ré-enchanter le monde. « l’art contemporain dit Béatrice Josse, c’est autre chose que des expositions, ce que l’on a démontré pendant toute la saison dernière avec des projets mêlant des artistes, des activistes, des gens du secteur social… Tout ça, c’est aussi de l’art contemporain. Il est vrai également que l’état dégradé du lieu permettait difficilement d’y tenir des expositions et qu’en attente des financements indispensables, il semblait plus gratifiant de transformer la contrainte en opportunité d’exploration trans-artistique. Elle a ainsi privilégié l’achat d’oeuvres immatérielles conçues par des femmes en lien avec la performance et le spectacle vivant » Ce n’est pas uniquement avec les yeux que l’on voit les choses » L’art visible ou invisible est protéiforme , partout où l’on veut bien se donner la peine de l’inventer, parmi d’autres utilités possibles, il est capable de relier plutôt que de s’ingénier à séparer. Ici tout désirant, toute désirante sont les bienvenus. Des artistes associés comme l’écrivaine Chloé Delaume, des chorégraphes, danseurs comme Yoann Bourgeois, Rachid Ouramdane, Marie Roche qui dirige le centre national chorégraphique » le Pacifique » des chercheurs, politologues, des formateurs animent un lieu tourné vers la multiplication, des rencontres. Ainsi des ateliers au croisement de pratiques corporelles et recherches transversales questionnant les modes de transmission de savoirs, des expérimentations ouvertes à toute personne désireuse de mener une réflexion vivante et autonome et d’améliorer par le collectif ses recherches personnelles ; des formations en atelier, en sorties ou à distance pour les autodidactes comme pour ceux qui souhaitent partager leurs recherches et leurs expériences.
    Ainsi des bivouacs de débats à thème sont créés, une Académie de la marche pour marcher, explorer, se mobiliser , débattre en mouvement, comme des manifestants revendiquant tout simplement d’inventer ensemble un art de s’interroger proche de celui de respirer, s’indigner, avancer et si possible hors de tout sexisme ! L’espoir, au bout du chemin, est de créer des passerelles susceptibles de mener à un monde commun, un monde où l’on puisse s’émerveiller, rêver ensemble, créer des aventures artistiques au coeur d’une cité où l’art sous toutes ses formes aura contribué à l’édification d’acteurs humains reliés.

    En Mars Le magasin propose une nouvelle exposition » Entropie j’écris ton nom » Les vidéos et installations présentées ne sont pas sans rapport avec la réhabilitation du lieu confiée à des artistes. » Comment avoir un langage commun, faire alliance, faire du collectif. L’art est un moyen de discuter, de raconter des histoires, dit Béatrice Josse.

    Christiane Guichard La Dame de la Casamaures (25)

    Est-il possible d’imaginer un palais oriental, ses jardins rappelant l’Alhambra de Grenade, à Saint Martin le Vinoux, juste à la sortie de Grenoble au pied de la montagne ? Est-il possible d’imaginer qu’un homme, Joseph, Jullien dit Chocard âgé de 52 ans, aussi simple qu’ouvert à toutes les chimères, ait rêvé assez fort pour réinventer les Mille et une nuits, anticiper de quelques décennies sur la création du bleu Majorelle ? Innovation stupéfiante bénéficiant de l’invention du béton par Louis Vicat en 1817. Seul un homme aussi naïf que le facteur Cheval, aussi ouvert à l’architecture rêvée d’un autre continent, a pu concevoir un tel projet. Dans les années 60, le lieu est abandonné, il est squatté par des clochards. La Casamaures est vendue.Le propriétaire compte faire une belle opération immobilière en rasant l’immeuble et en créant une zone artisanale pour des touristes. Aucun obstacle majeur ne devrait se dresser face à ce projet. D’autant que les habitants des villages situés dans l’environnement proche de l’édifice considèrent celui -ci comme une sorte de verrue, d’un goût d’autant plus douteux, que leur vision de l’arabe n’ a rien de culturel. Alors le sort en est jeté ! Et bien non, une frêle jeune femme de 29 ans à peine sortie des beaux -arts dispose, elle, de toutes les connaissances nécessaires pour apprécier le palais à sa juste valeur . Combien de fois l’a- t-elle croisé sur sa route depuis son enfance, elle, dans les bras de sa mère assise dans le bus les yeux fixés sur cette folie architecturale sise …rue de la Résistance ? Elle a zéro franc dans les poches, mais elle dit non. Elle alerte ses amis, emprunte aux uns, aux autres et forcément au banques. Elle gagne… la première manche. L’édifice est en mauvais état les peintures, les fresques, calligraphies ont énormément souffert. Avec autant d’élégance que de détermination et non sans humour, Christiane ne renoncera jamais , malgré les effondrements successifs. Elle fondera une association , organisera des expositions, colloques, se mettra financièrement la corde au cou, soutenue dans les premières années par le poète Colas Bailleul. Elle restaure le lieu. Le responsable aux travaux de la mairie lui intime l’ordre de le faire dans la palette des couleurs référencées. Elle proteste, écrit à la préfecture. Sa lettre doit être tellement extraordinaire, qu’un bon génie la transmet au ministère de la culture. Les services de Jack Lang bondissent sur cette pépite. La Casamaures sera classée monument historique. Plus récemment un projet de rocade est à l’étude. La montagne sera transpercée et la Casamaures tenant à peine debout aura toute chance de s’effondrer. Encore une fois, Christiane va se battre. Une commission d’experts est mise sur pied, elle jugera que l’utilité publique du projet n’est pas prouvée. Depuis que la dame de la Casamaures a investi le lieu des centaines , peut être des milliers de visiteurs ont franchi la porte du palais. Ils ont pu goûter la beauté du lieu, comprendre qu’à moins d’être fortement handicapé rien, ne justifie qu’un humain renonce à son idéal et à sa volonté de le partager.

    PMO – Pièces et main-d’oeuvre (26)

    L’ennemi surpuissant est le capitalisme technologique. Pour le contrer, organiser la résistance pendant qu’il est peut -être encore temps. » Pièces et Main d’Oeuvre », atelier de bricolage pour la construction d’un esprit critique à Grenoble, agit depuis l’automne 2000 : enquêtes, manifestations, réunions, livres, tracts, affiches, brochures, interventions médiatiques , etc.
    Des individus politiques animent PMO, pas un collectif. … « Nous considérons que la technologie – non pas ses « dérives »- est le fait majeur du capitalisme contemporain, de l’économie planétaire unifiée. Elle est la continuation de la guerre, c’est-à-dire de la politique, par d’autres moyens….. La technologie, c’est le front principal de la guerre entre le pouvoir et les sans-pouvoir, celui qui commande les autres fronts. Cela ne veut pas dire qu’il n’y ait pas d’autres fronts, mais que chaque innovation sur le front de la technologie entraîne en cascade une dégradation du rapport de forces entre le pouvoir et les sans-pouvoir… Nous soutenons que les idées sont décisives. Les idées ont des ailes et des conséquences. Une idée qui vole de cervelle en cervelle devient une force d’action irrésistible et transforme le rapport des forces. C’est d’abord une bataille d’idées que nous, sans-pouvoir, livrons au pouvoir, aussi devons-nous être d’abord des producteurs d’idées. …..
    Si nous avons semé quelques doutes, par exemple sur les nanotechnologies et les technologies convergentes, sur la biométrie, les RFID et les neuro-technologies, sur le téléphone portable et nombre de sujets connexes, sur la destruction du territoire, la cannibalisation de « l’écosystème » par le système technicien, c’est à force d’enquêtes, de harcèlement textuel, d’interventions lors d’occasions officielles……
    Ne jamais dénoncer les malfaisances sans dénoncer les malfaiteurs. Ne jamais répondre à leurs manœuvres de diversion et de récupération. Ne jamais lâcher le front des nécro-technologies.
    ….. Il faut vivre contre son temps »

    –Fait sans doute significatif. Parmi les responsables politiques de la mairie, qui sont l’une des cibles de PMO personne ne se hasarde à aborder de front les critiques de PMO.

    « Ils exagèrent sans doute beaucoup mais en même temps, leurs interrogations ne manquent pas de pertinence ». PMO refuse toute technologie substituant la machine à l’humain et ne pouvant qu’aboutir à une société totalitaire où le contrôle de toute action serait systématique. Historiquement PMO s’inscrit dans la lignée du mouvement luditte du XIX siècle, incitant les ouvriers à détruire les machines. Les critiques portent sur des investissements importants consacrés entre autres à : Minatec. En 2000. Le feu vert est donné au CEA, allié à l’état et aux industries de pointe pour créer un pôle de recherche et d’applications consacrées aux micro et nano- technologies. 2016 Le polygone scientifique de Grenoble s’enrichit d’une nouvelle entité Giant, créant une sorte de MIT à la Française. Sous couvert d’applications civiles seraient développées des outils destinés à créer des armes de destruction de pointe. Par ailleurs ces recherches croisent de très près le Trans humanisme. Il s’agirait de créer une humanité « augmentée » c’est à dire intégrant les technologies de pointe à l’intérieur du corps humain. Résultats attendus une envolée des performances humaines, contrôlées à chaque instant par un cerveau central. Sans oublier l’espoir ahurissant d’ allonger la vie humaine jusqu’à supprimer la mort.

    « Il y aura des gens implantés, hybridés, et ceux-ci domineront le monde. Les autres qui ne le seront pas, ne seront pas plus utiles que nos vaches actuelles gardées au pré…..

    Ceux qui décideront de rester humains et refuseront de s’améliorer auront un sérieux handicap. Ils constitueront une sous-espèce et formeront les chimpanzés du futur. »

    Kevin Warwick

    Clinatec serait une « clinique expérimentale » où l’on teste des dispositifs électroniques implantés dans le cerveau. Pilotée par le Commissariat à l’énergie atomique (CEA) de Grenoble, elle travaille sur les applications des nanotechnologies dans le champ des neurosciences, en particulier sur les maladies neurodégénératives, comme Parkinson…… Cas unique en France, l’établissement est situé en dehors du milieu hospitalier, sur un terrain du CEA dont certains bâtiments sont soumis au secret défense. …. Cette alliance entre l’industrie nucléaire, celle des nanotechnologies et des chercheurs en neurosciences augure mal du nécessaire contrôle démocratique qui devrait encadrer le périlleux usage de ces sciences pour le moins futuristes. Applications possibles : des implants cérébraux contre la dépression ou l’obésité ,des possibilités d’atténuer les effets de la maladie de Parkinson, des neuro prothèses pour les tétraplégiques. Clinatec est le résultat d’un partenariat entre le CEA, le CHU de Grenoble et l’Inserm.

    Y-a-t-il opposition radicale entre un projet démocratique tendant à réinvestir les citoyens de leur pouvoirs et une démarche scientifico-technocratique voulant peut être assurer le bien-être de chacun mais dépossédant le peuple de toute velléité d’action autonome ? Il semble bien que oui. Comment la ville peut-elle vouloir la démocratie participative et investir dans une démarche dépossédant la collectivité de son pouvoir de décision ? Mystère.

    Le laboratoire du Pacte, passeur en terre iséroise (27)

    Le Pacte unité de recherche mixte créé par le CNRS, l’université et Sciences po Grenoble est un important laboratoire de sciences sociales. 120 chercheurs, 170 doctorants y exercent des travaux dans 4 grands domaines : Environnement, Justice sociale, Gouvernance/régulations, villes et territoires. Anne Laure Amilhat-Szary qui le dirige impulse une transversalité des connaissances qui la fait participer aux aventures initiées par le Magasin ( CNAC) et par d’autres artistes, notamment chorégraphes .Avec la brochure du Pacte mettant en avant les travaux des chercheurs dans les quatre axes déterminés, il est possible d’entrer en relation et d’échanger avec chacun. Cette ouverture fait que dans une ville souvent qualifiée de laboratoire, le laboratoire des sciences sociales est à la fois en amont à la pointe des recherches actuelles et également pleinement présent sur la place publique, donc vraiment au service des citoyens.

    https://blogs.mediapart.fr/francois-bernheim/blog/300419/si-tu-timagines-grenoble-12
    #géographie_urbaine #image #imaginaire #représentation #urban_matter #utopie
    ping @albertocampiphoto @karine4 @marty

    • F.BERNHEIM : E.PIOLLE OU L’ÉLOGE de la PAUVRETÉ des AUTRES

      “Une ville qui a refusé de se soumettre à l’occupant, qui a su s’ouvrir à tous les peuples du monde, peut-elle résister aujourd’hui à la modernité néo-libérale” ? questionne François Bernheim dans le second “article” de son blog sur Grenoble.

      Etonnez-vous. Il répond “oui” : “Grenoble pourrait bien relever le défi. Est-ce insensé de penser que l’intelligence collective, en prenant le risque de l’expérimentation, est capable de renouveler la démocratie ?” .

      E.PIOLLE RÉSISTE AU NÉO-LIBÉRAL COMME AU NAZISME…

      Mais qui est donc l’héritier de cette double résistance -qui place sur le même pieds la résistance au nazisme et à la modernité néo-libérale- qui est donc cette “intelligence collective” qui “prend le risque de l’expérimentation” et ne fait rien de moins que “renouveler la démocratie” (!).

      POUR LE BONHEUR D’APRÉS-DEMAIN

      Son Nom n’est même pas prononcé. Mais juste l’énoncé de la boursouflure nous Le fait reconnaitre. Cet amalgame entre l’héroïsme des résistants et les jeux de bac à sable d’aujourd’hui, cette politique imposée pour le bonheur d’après demain qualifiée “d’expérimentation” et ce “renouvellement de la démocratie” alors qu’elle n’a jamais été plus fermée, mentie, trichée, que sous le mandat Piolle, nous sommes bien en territoire connu. Le “journaliste” sans lecteur ni journal, François Bernheim, a poursuivi ses pérégrinations grenobloises. Il n’a trouvé que ce qu’il avait déjà dans sa tête avant de venir.

      LES JEUX OLYMPIQUES de 68 : UNE AFFAIRE d’ÉTAT

      Ainsi il n’a pas vécu les Jeux Olympiques ni n’a rencontré d’acteurs de la période qui se font rares. Il n’a pas lu les rapports gouvernementaux de l’époque sur les investissements colossaux de l’Etat car le Général de Gaulle faisait des JO une affaire de fierté Nationale. Il répète donc le mantra d’un Dubedout qui prend en mains des dossiers “pas prêts” : “Rien ou presque n’a été fait pour assumer ce défi. Élu en 1965, Dubedout transformera ce handicap en opportunité.”

      EN 2009 LA GAUCHE EST BATTUE PAR ANNECY….

      Rappelons que les JO de Grenoble ont été obtenus en 1964 par un Maire gaulliste de droite Albert Michallon, authentique résistant sur la base d’un dossier que l’Etat avait constitué.

      En 2009 une municipalité de coalition PS/Verts-Ades/ -les seconds actuellement au pouvoir- a lamentablement échoué à porter une nouvelle candidature de Grenoble aux Jeux Olympiques : battus pas Annecy. Ils sont donc très bien placés pour donner des leçons de “défis” à relever.

      LA SEULE INITIATIVE de DUBEDOUT : VILLENEUVE

      Elu en 1965, un an après la désignation de Grenoble pour organiser les JO, Hubert Dubedout a contribué à leur réussite comme Maire aux côtés … d’Albert Michallon Président du Comité d’Organisation. Mais surtout c’est le gouvernement de l’époque qui a mis Grenoble à niveau : Maison de la culture, nouvel hôtel de ville, nouvelle gare, nouvelle poste, Village Olympique, centre de presse Malherbe… La seule initiative réellement de Dubedout qui suivit fut Villeneuve.

      L’URBANISME de “DROITE” : UNE VRAIE RÉUSSITE

      Si on observe aujourd’hui l’urbanisme “de droite” qu’ont été le Village Olympique et Malherbe, celui-ci souffre la comparaison. Il ne s’agissait pas de créer un homme nouveau mais les conditions pour vivre mieux. Moins lyrique, moins menteur, plus modeste, mais plus vrai. Depuis, seules les attributions de logements irresponsables ont rendu ces ensembles difficiles à vivre. Dans les années 80 la seule caserne libérée qui a bénéficié d’un projet de droite (municipalité Carignon) est Reyniès- Bayard. A comparer avec la densité de De Bonne….A Villeneuve le concept même rend l’échec inéluctable et il faut en démolir une partie.

      LES CHANTRES de la MIXITÉ N’ONT JAMAIS VOULU LA VIVRE

      Pierre Gascon, résistant, récemment décédé était le plus jeune conseiller municipal de la municipalité Michallon qui obtint les JO. Il était le Premier Adjoint d’Alain Carignon pendant ses deux mandats. Il nous a souvent raconté cette épopée ce qui nous permet de rafraîchir les mémoires à l’aune des réalités.

      François Bernheim cite avec une ferveur quasi religieuse Hubert Dubedout ou Jean Verlhac son adjoint à l’urbanisme de l’époque. Tous les élus de cette période rappellent que les chantres de Villeneuve et de la mixité n’ont jamais voulu les connaitre.

      Madame DUBEDOUT FAISAIT SES COURSES AVEC le CHAUFFEUR du MAIRE

      Hubert Dubedout vivait place Paul Mistral, vouvoyait sa femme, laquelle allait faire ses courses depuis la place Paul Mistral jusqu’au marché Sainte Claire avec la voiture du Maire et le chauffeur lui ouvrait la porte. Jean Verlhac habitait Meylan et n’était que directeur en titre de l’institut d’urbanisme comme il était de coutume à l’époque de laisser les élus accomplir leur mandat au double frais du contribuable.

      JUGER HIER à l’AUNE des VALEURS D’AUJOURD’HUI, UNE ESCROQUERIE

      On aimerait lire François Benheim relatant la même histoire avec des élus de droite ! Car la technique classique d’écraser les époques sur une même photographie est un vilain procédé pour tordre la réalité. Juger hier à l’aune des valeurs et des connaissances d’aujourd’hui est une escroquerie intellectuelle. C’est d’une prétention insoutenable.

      LA QUESTION MORALE NE SE POSE PAS

      Mais c’est ce que François Bernheim applique sans vergogne à Alain Carignon et les financements politiques de l’époque. Les campagnes de Dubedout, de Mendès-France étaient toutes autant financées par les entreprises. La question morale ne se pose donc pas. Et au plan judiciaire Alain Carignon est réhabilité. La bonne foi -s’il y en avait une- consisterait à reconnaître qu’il est un citoyen comme les autres et que ses adversaires ne peuvent combattre que ses positions.

      PAS BESOIN DE VIVRE LA MIXITÉ SOCIALE POUR LA VOULOIR

      Par ailleurs, peu nous importe à nous, le mode de vie privé des hommes publics. Comme pour les deux corps du Roi, Dubedout et Verlhac pouvaient penser que ce qui était bon pour le peuple, pour la collectivité dans son ensemble ne s’appliquait pas à eux. Ils n’avaient pas besoin de vivre dans la mixité sociale pour en être les porte paroles. N’évoquons pas la “populace” chère à François Bernheim.

      A.CARIGNON A RESPECTÉ LA DICHOTOMIE DE SES ADVERSAIRES

      Alain Carignon nous rappelle que dans toutes les controverses et batailles électorales il a respecté cette dichotomie entre la vie privée et vie publique et jamais il n’a mis en cause ses adversaires sur ce versant.

      BEAUCOUP DE GRANDS NOMS de la RÉSISTANCE à DROITE

      Mais la captation de l’esprit de la résistance au service d’intérêt électoraux à laquelle se livre François Bernheim relève, elle aussi, de l’escroquerie morale. Les grands noms de la résistance -la vraie- sont beaucoup à droite. Parmi eux le Dr Albert Michallon, Pierre Gascon, Daniel Huillier actuel Président de Résistance Unie… Eugène Chavant avait rompu avec le socialisme.

      H.DUBEDOUT NE S’EST JAMAIS ENGAGÉ DANS LA RÉSISTANCE

      Hubert Dubedout avait 18 ans en 40 et ne s’est pas engagé dans la résistance. « Résister comme l’écrit Jo Briant, c’est d’abord dépasser la tristesse et la résignation, c’est ensuite créer » écrit François Bernheim. Les convictions de Jo Briant sont certainement respectables et peuvent être combattues, mais il n’a pas été non plus -à notre connaissance- un résistant de la guerre 39/45. Il n’est donc pas le mieux placé pour symboliser l’esprit de résistance.

      L’IMMIGRATION INCONTRÔLÉE : LA MORT de NOTRE MODÈLE SOCIAL

      Car plaider comme il le fait pour que la France accueille toute la misère du monde est tout sauf courageux, iconoclaste et ne vous place pas au banc de la société ! Et ne fait bien entendu courir aucun risque pour sa vie. La pression à la baisse exercée sur les salaires par les immigrés n’est pas socialement un facteur de progrès. Mais surtout ouvrir les vannes de l’immigration sans limite c’est aussi assurément tuer à terme le modèle social Français. Il ne pourra jamais supporter une partie des 2, 5 Milliards d’Africains de 2050 qui voudraient s’installer chez nous en bénéficiant de nos prestations d’éducation et de santé, sans même évoquer un hypothétique “droit au logement”. C’est vouloir à coup sur son explosion.

      UNE POLITIQUE JUSTIFIÉE PAR UNE MORALE

      Mais de glissement sémantique en approximations synthétiques une fausse histoire se crée par amalgame. il s’agit de tout confondre afin qu’une politique soit justifiée par une morale qui ne lui appartient aucunement. Et dont aucun des membres qui la porte n’a qualité pour s’en prévaloir. Car les hommes sont les hommes. Heureusement.

      PAS UN MOT SUR L’ATTAQUE CONTRE LES BIBLIOTHÈQUES

      Ainsi François Bernheim contourne le dogmatisme culturel de la municipalité Piolle. Il parvient à expliquer longuement le développement de la lecture sous la municipalité Dubedout, s’y attarde avec lyrisme sans dire un mot de l’attaque sans précédent contre les bibliothèques menée sous un angle bêtement comptable -néo -libéral ?- par la municipalité Piolle. Alors qu’elle s’était solennellement engagée en se faisant élire de les “maintenir et de les développer”. (engagement N°110)

      MANDATS CARIGNON : LE MAIRE N’Y EST POUR RIEN

      Par contre les efforts poursuivis par la municipalité Carignon qui ouvrira bibliothèque (Alliance) Médiathéque (St Bruno) sont présentés ainsi : “Catherine Pouillet a mené la même politique, (que Dubedout NDLR) malgré l’élection d’Alain Carignon. Elle a développé la vie littéraire, créé le Printemps du livre, une grande manifestation populaire autour du livre et de la lecture. Le secteur des livres pour enfants a été fortement mis en valeur et les différentes bibliothèques ont créé des relations très étroites avec les écoles”. L’équipe municipale Carignon n’y est pour rien…

      LECTURE PUBLIQUE : AVEC PIOLLE, GRENOBLE LA DERNIÈRE

      A ce point on est confondu. Un endroit du cerveau d’Eric Piolle pense t il que les grenoblois vont sauter son épisode sur la lecture publique qui fait de Grenoble la dernière ville de sa catégorie pour la pratique de la lecture ? C’est ce à quoi a conduit sa gestion. On comprend que François Bernheim réécrive tout à sa main. Trop loin de la vérité pour être honnête.

      LA BIENNALE : UNE OPÉRATION de COM’

      Mais il n’a pas peur non plus de se faire agent de pub à répéter les éléments de langage du service de com’ : “la ville se veut en pointe dans la mise en place de la transition écologique, elle organise la Biennale des villes en transition, postule à être la capitale verte de l’Europe en 2022.”

      Un média indépendant , le site d’info Place Gre’Net a dit ce qu’il en était de la réalité de la Biennale des villes en Transition.

      DERNIÈRE VILLE AUSSI POUR LES ESPACES VERTS

      Piolle ayant fait de Grenoble par la poursuite de la bétonisation la lanterne rouge des espaces verts par habitant ( moins de 12 M2) , François Bernheim devrait s’interroger de savoir ce que les grenoblois pensent de la recherche du label de “ville verte” ?

      “ELLE POURRAIT OUBLIER QUE LE PEUPLE EXISTE…”

      Mais il est tout à son encensement “Cette gauche est sociétale plus que politicienne. L’évolution des moeurs l’intéresse plus que les jeux d’appareil. Cette gauche est en phase avec la montée en puissance de la classe moyenne. “Il remarque aussi un caillou dans la chaussure : “Elle est tellement tournée vers l’avenir, qu’elle pourrait bien oublier que la classe ouvrière comme le peuple existent encore.”

      SOUFFRIR MAINTENANT POUR UN BONHEUR FUTUR

      Bien entendu elle n’oublie pas le peuple par mépris. Ni à cause d’un nombrilisme immature et exacerbé qui fait de la sexualité une priorité relevant de l’urgence absolue. Mais parce qu’elle est “tellement tournée vers l’avenir”. L’antienne de toutes les cultures totalitaires impose de souffrir maintenant pour le bonheur futur. Elle est la bonne conscience de toute cette avant garde éclairée que nous avons la chance de posséder à la mairie de Grenoble.

      “MOINS ON POSSÈDE PLUS ON PARTAGE”

      D’ailleurs François Bernheim récidive : “Ici moins on possède plus on partage, il faut bien faire face.” Aimez cette richesse de la pauvreté semblent dire nos élus bien installés dans la mondialisation (cf Singapour). C’est une chance. Tout cela “témoigne à l’évidence d’un ancrage à gauche”.

      “DESTOT A ACHETÉ LA PAIX SOCIALE”

      S’agissant de Destot, François Bernheim lâche que “ses adversaires le disent clientéliste, achetant la paix sociale grâce à la politique des grands frères”. Qui sont ses “adversaires” ? Les élus actuels qui ont participé à 2 exécutifs de Destot sur 3. Ils n’avaient pas vu le clientélisme à ses côtés ?

      IL NE TROUVE PAS UN ANGLE POSITIF POUR CITER C.BERNARD

      Comme pour les bibliothèques que François Bernheim passe en pertes et profits -on rêverait de le lire si une municipalité de droite avait fermé des bibliothèques pour faire des économies de bouts de chandelles- la culture l’embarrasse aussi. La brillante Adjointe Corinne Bernard (Verts/Ades) n’est tout de même pas citée sous sa plume. Il était, avec elle, vraiment difficile de trouver un angle positif.

      PIOLLE “S’EST MIS A DOS la CLASSE MOYENNE CULTURELLE”

      Pour lui ” cette équipe, qui n’avait aucune expérience politique, a commis des erreurs et semble s’être mis à dos une partie de la classe moyenne culturelle.” (!)

      Ah cette “classe moyenne culturelle” qui surgit ainsi, comme on aimerait la connaitre. Tous ces acteurs de la vie culturelle grenobloise, ces collectifs, qui ont défendu la liberté théâtrale, la musique classique, la salle de musique actuelle le Ciel (réalisation Carignon…), St Marie d’En Bas, MC2 qui a vu ses crédits baisser pour la première fois de son histoire les voilà devenus “la classe moyenne culturelle” sous Piolle.

      UNE CLASSE CULTURELLE UN PEU BENÊT

      Ne sont ils pas un peu benêts les membres de cette “classe moyenne culturelle” de n’avoir pas compris que toutes ces mesures coercitives, prises contre eux, résultait d’une absence “d’expérience politique” ?

      METTRE LE SECTEUR CULTUREL AU PAS

      François Bernheim prend les grenoblois pour une résurgence du crétin des Alpes, qui ne sauraient pas voir que ces décisions, prises en toute opacité et dans l’absolue solitude du pouvoir avaient toutes le même objet : mettre le secteur culturel au pas, au service d’une idéologie.

      PIOLLE “A VOULU BOUSCULER UNE GAUCHE CULTURELLE NANTIE…”

      Non il n’y a pas “un phénomène de lutte des classes imaginaire” comme il le cite. “La nouvelle équipe a voulu bousculer une gauche culturelle nantie, (!) privilégier le lien social, le désenclavement à l’esthétique.” De qui se moque t il ?

      On s’étonne d’ailleurs que cette municipalité qu’il décrit par ailleurs comme si “en phase avec la montée de la classe moyenne” ne soit pas en phase d’abord avec cette “classe moyenne culturelle” ?

      MAIS PIOLLE A SOUTENU LA MONNAIE LOCALE

      A l’actif de la municipalité au plan culturel François Bernheim cite “la création d’une monnaie locale prometteuse le CAIRN”. C’est dire le niveau. Voilà que les mangeurs de quinoa sont la nouvelle élite culturelle de la ville. Rendez-nous Lavaudant.

      L’ENTERREMENT de la DÉMOCRATIE LOCALE

      Bien entendu il entérine la totalité des boniments sur la participation citoyenne qui aura été l’autre nom de l’enterrement de toute démocratie locale.

      L’unanimité est établie sur ce point depuis les deux membres qui ont quitté la majorité, Guy Tuscher et Bernadette Richard-Finot, lesquels ont très bien décrit de l’intérieur les tricheries de Piolle, jusqu’à “Vivre à Grenoble” dont les responsables ont été très proches de la municipalité . Mais aussi les Unions de Quartiers, le collectif “Grenoble à Coeur” et tant et tant d’associations qui ont témoigné.

      PIOLLE A DU “RABATTRE DE SES AMBITIONS”

      François Bernheim cite la litanie des budgets participatifs ou la “votation citoyenne” des leurres inefficaces et abandonnés par les Grenoblois.

      Mais s’il y a des ratés (!) “ll ne faut pas oublier que devant l’ampleur de la dette accumulée sous les mandats précédents, l’équipe qui a pris le pouvoir en 2014, a dû sérieusement rabattre sur ses ambitions, Grenoble risquant d’être mise sous tutelle étatique.”

      E.PIOLLE N’Y EST POUR RIEN

      Les malheureux n’y sont pour rien. Peu importe qu’Eric Piolle n’ait jamais dit lui-même qu’il allait en rabattre de ses ambitions. Au contraire, il a toujours dit que grâce à Lui , Grenoble entrait dans le XXI éme siécle.(!).

      Peu importe que la Chambre Régionale des Comptes ait jugé qu’il était aussi responsable que son prédécesseur. Que la gabegie a continué : des entourloupettes pour reporter des annuités d’emprunts après les élections. La ville a recruté aussi 13 00 salariés entre 2011 et 2016, elle en compte plus maintenant après les transferts à la Métro avec des services de plus en plus réduits. Surtout des recrutements de cadres A, au sommet de l’échelle, souvent illégalement aussi pour des directeurs de com, des conjoints d’Adjoints au Maire.

      F.BERNHEIM N’A PAS EMPRUNTE UN TROTTOIR de GRENOBLE

      Mais François Bernheim trouve des “habitants ” (mais ceux “qui défendent la politique de l’équipe en place” reconnait-il) qui “sont sensibles à son écoute, à la modestie de certaines mesures qui prouvent une attention au quotidien des habitants.”

      En citant les “idées sur les jardins, bouts de trottoir délaissés” François Bernheim démontre qu’il se fout des grenoblois. Il n’a pas emprunté un trottoir de la ville…

      https://grenoble-le-changement.fr/2019/05/12/f-bernheim-e-piolle-ou-leloge-de-la-pauvrete-des-autres

  • Portrait d’un imposteur, charlatan, facho, stipendié par la CIA, belliciste et misogyne (j’en oublie). Théophraste R. - 30 Juin 2019 - LGS
    https://www.legrandsoir.info/portrait-d-un-imposteur-charlatan-facho-stipendie-par-la-cia-bellicist

    Eduqué par un précepteur nazi envoyé au Tibet par Hitler, il a été jusqu’en 1959 le chef d’une théocratie si féroce que « son peuple » martyr, avec une espérance de vie de 37,5 ans, était en danger de disparition.

    En avril 1999, il a lancé un appel au gouvernement britannique afin qu’il libère l’ex-dictateur fasciste chilien Augusto Pinochet, arrêté au cours d’une visite en Angleterre (1).

    Il était l’ami du gourou japonais https://www.legrandsoir.info/le-dalai-lama-vient-de-perdre-un-ami.html de la secte Aum, Shoko Asahara qui le sponsorisait et qui a défrayé la chronique de l’horreur en faisant gazer au sarin des passagers du métro de Tokyo le 20 mars 1995.

    Il est subventionné depuis 1959 par la CIA. En 1998, son représentant à Washington a avoué : «  C’est un secret dévoilé, nous ne le contestons pas.  »

    Le 27 juin 2019, il s’est exprimé à la BBC https://www.bbc.com/news/world-asia-48772175 sur l’immigration en Europe, qu’il souhaite limitée, faute de quoi «  l’Europe pourrait devenir « musulmane ou africaine  ». Elargissant le slogan de nos fascistes («  La France au Français !  ») il a déclaré «  Europe is for Europeans  ».
    Le « chef » si peu spirituel d’une frange minoritaire des bouddhistes envisage de se réincarner en femme, mais «  il faudra qu’elle soit attirante  ». Il n’a pas dit : «  je ne me vois pas en boudin  », mais on l’a entendu.

    Despote, #charlatan, #facho, stipendié par la CIA, belliciste (partisan de la guerre en Irak et en Afghanistan), misogyne, tel est l’individu que notre site dénonce depuis des années dans de nombreux articles (2) quand la classe politico-médiatique se prosterne devant lui.

    Théophraste R. Auteur du pamphlet (que j’hésite à publier) : «  Le dalaï lama est un sale con  ».

    Notes. 
(1) Pendant les 25 années d’emprisonnement de Nelson Mandela, il s’est tu. C’est pourquoi, malgré ses efforts, et contrairement à Raul Castro, il n’a pas été autorisé à assister aux funérailles du leader Sud-Africain en décembre 2013.

    (2) Voir aussi le livre : « Dalaï lama pas si zen », de Maxime Vivas (Editions Max Milo, 2011).

    #dalaï_lama #misogynie #tibet #chine #religion #bouddhisme #femmes #politique #histoire #censure #manipulation #asile #asie #Nelson_Mandela #théocratie #augusto_pinochet #europe #migrations #emmanuel_macron #macron Curieux que #brigitte_macron, ne figure pas sur la photographie, ce devait être une demande de sa #sainteté pour qui les #femmes sont des . . . .

    • J’ai aucune raison de défendre un dirigeant religieux hein, mais on peut pas appeler ça du journalisme quoi. Article débile sans aucune source, qui mélange des trucs vrais et faux exorès (moi j’arrive jamais à avoir confiance à chaque fois que je lis le Grand soir, je pige jamais si c’est un contenu copié d’autre part, un article écrit exprès, et d’où sortent les infos, etc).

      Rien que la première phrase « putaclic » n’a aucun sens « Eduqué par un précepteur nazi envoyé au Tibet par Hitler » : il a jamais été éduqué par un précepteur étranger… il a juste croisé la route de l’alpiniste https://fr.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Harrer pendant un moment, aucun rapport avec son éducation.

      Enfin bref, super le journalisme quoi… Si c’est pour critiquer une religion, ou des personnes de pouvoir (très bien !), j’attends plus que ce genre de merde, personnellement…

  • St-Denis (93) : journées d’autodéfense populaire, les 28-30 juin au CSA de la rue Poterie
    https://fr.squat.net/2019/06/24/st-denis-93-journees-d-autodefense-populaire

    Partage d’expériences de solidarité et de lutte pour le logement, les papiers et l’émancipation de tou·te·s ! Les 28, 29 et 30 juin 2019 à #Saint-Denis, rencontrons-nous autour de pratiques d’autodéfense populaire, de dynamiques de personnes qui se défendent par leurs propres moyens face aux injustices, aux inégalités, à la précarité. Ces journées s’inscrivent dans la […]

    #CSA_du_5_rue_de_la_Poterie #Seine-Saint-Denis

  • Un Saint-Pétersbourg post-apocalyptique révélé par les clichés d’un photographe local - Russia Beyond FR
    https://fr.rbth.com/lifestyle/83067-saint-petersbourg-post-apocalyptique-photos

    Ces lieux sont semblables à des décors d’un futur jeu vidéo, dont l’intrigue se déroulerait suite à une catastrophe de grande ampleur. Beaucoup de ces photographies sont réalisées dans des lieux interdits au public, mais certains de ces recoins de Saint-Pétersbourg peuvent être visités.

    #photographie #soviétisme #saint_petersbourg

  • Lille : Rapport des juges et parties sur la pollution de Saint-Sauveur mardi 18 juin 2019 - elnorpadcado.fr
    https://www.elnorpadcado.fr/Rapport-des-juges-et-parties-sur-la-pollution-de-Saint-Sauveur

    On ne parlait plus que de ça dans les gazettes et les dîners. Tout le monde l’attendait, haletant, pétrifié, nous, vous, les élus, les promoteurs... Quoi donc ? Le Rapport. Le Rapport de « l’Agence régionale de santé ou d’un expert indépendant » sur la qualité de l’air de Saint-Sauveur. Le rapport réclamé par le Commissaire-enquêteur qui lèverait ses réserves sur la pratique de la natation en territoire pollué. Ce rapport vient de tomber. Dès les trois premiers mots, nous en savons assez pour connaître son destin, tragique mais juste : la broyeuse à papier.

    Ces trois mots, apposés en page de garde dudit rapport, sont « Pollution Santé Longévité ». Soit le pôle d’expertise sur les pollutions, auteur du rapport donc, de l’Institut Pasteur de Lille. L’Institut Pasteur n’est pas l’Agence régionale de santé (ARS). Reste à savoir s’il est un « expert indépendant ».

    On peut déjà avoir un doute quand on se penche sur les statuts de l’Institut Pasteur : une fondation créée par…la Ville de Lille (article 1) et dont les cinq membres du collège des fondateurs, au sein du Conseil d’Administration, sont tous choisis par…la Ville de Lille (article 3).

    Plus précisément, dans son Conseil d’administration, nous trouvons les mêmes personnes qui vont bétonner Saint-Sauveur. Entre autres :

    Son président : l’élu Jacques Richir, pour la mairie de Lille , défenseur et financier du projet Saint-Sauveur, qui ne s’est pas privé de le défendre en réunions publiques ;
    Son vice-président Xavier Bertrand pour le Conseil Régional , qui doit mettre 10 millions d’euros dans la construction (représenté par Nicolas Lebas).
    Son secrétaire : François Kinget , représentant Damien Castelain pour la Métropole, financier du projet, à l’origine de toutes les délibérations sur Saint Sauveur ainsi que des enquêtes publiques qui ont conduit aux réserves du commissaire enquêteur que ce rapport vise à lever ;

    Mais surtout, et la chose ne manque pas d’ironie, une représentante d’ AG2R La Mondiale dont le président n’est autre que... Jean-François Dutilleul  ! Jean-François, président d’AG2R-La Mondiale, est aussi PDG de la holding Rabot-Dutilleul https://www.elnorpadcado.fr/Rabot-Dutilleul-une-culture-du-beton-arme chargée de construire la piscine, tandis que son fils François s’était fendu en mars 2019 d’une contribution à l’enquête publique sur la ZAC Saint Sauveur pour nous rappeler les immenses bienfaits d’y construire une piscine…


    Vous avez dit « indépendance » ?

    Passons sur les autres membres du C.A., élus à la mairie de Lille et autres scientifiques. Parmi les « experts » qui pondirent le rapport, on trouve des chercheurs de l’Institut Pasteur et d’autres du C.H.U. de Lille , lui-même présidé par Martine Aubry .

    Nemo judex in causa sua , dirait un tribunal : ce rapport est celui de juges et parties. Quoi qu’il dise au-delà du troisième mot, il est nul et non avenu puisqu’il n’est ni celui de l’A.R.S., ni celui d’un expert indépendant. Il émane bien plutôt d’élus, de notables, d’industriels et de scientifiques qui nous prennent, une nouvelle fois, pour des cons.

    * Association pour la Suppression des Pollutions Industrielles (ASPI)
Association Préservation, Aménagement, Réappropriation collective de Saint-Sauveur (PARC)

    *

    #Lille #Saint-Sauveur #PS #martine_aubry #promoteurs_immobiliers #spéculation #Institut_Pasteur_de_Lille #experts #ARS #jacques_richir #xavier_bertrand #françois_kinget #damien_castelain #jean-françois_dutilleul 
    #AG2R #rabot-dutilleul #holigarchie

  • Les oubliés d’#Indochine du Camp de #Saint-Livrade.

    Cinquante ans après la chute de Dien Bien Phu, des Français rapatriés d’Indochine vivent toujours dans des baraquements.

    Une route défoncée. Des dizaines de #baraquements délabrés, alignés les uns à côtés des autres, marqués d’une lettre ou d’un numéro, et surmontés d’un toit de tôle. A quelques kilomètres du coeur de Sainte-Livrade, un village d’un peu plus de 6.000 âmes, posé sur les berges du Lot, une simple pancarte indique l’entrée du « #Centre_d'accueil_des_Français_d'Indochine », le #CAFI.

    C’est là, dans cet ancien camp militaire, que sont arrivés en avril 1956, 1.160 réfugiés, dont 740 enfants, rapatriés d’Indochine. Après les accords de Genève de 1954 et le retrait de la France du Sud-Vietnam, l’Etat français a pris en charge ces #couples_mixtes ou ces #veuves de Français (soldats ou fonctionnaires), qui fuyaient la guerre et le communisme. L’Etat les a hébergés « provisoirement » -selon les mots employés en 1956 par les autorités - dans ce #camp_de_transit. Puis les a oubliés. Cela fait cinquante ans qu’ils attendent, cinquante ans qu’ils vivent là.

    « Nous sommes restés toutes ces années sans comprendre, sans rien dire », dit Jacqueline Le Crenn. Agée de 91 ans, cette vieille femme eurasienne vit dans le même baraquement depuis qu’elle a quitté le Tonkin de son enfance, il y a près d’un demi-siècle. Son appartement comprend une entrée-cuisine, une chambre-salon, et une pièce transformée en pagode, où elle voue son culte au Boudha. « Je me suis habituée au camp et à cette vie, poursuit-elle. Je veux mourir ici. »

    Jacqueline fait partie des 48 « ayants-droits » encore en vie, sur les quelque 200 personnes hébérgés au CAFI. La plupart des enfants de rapatriés ont quitté le camp. Mais les plus fragiles sont restés : les veuves, qui n’ont jamais eu les moyens de s’installer ailleurs ; les enfants qui n’ont pas trouvé de travail ; les malades et les handicapés.

    "La guerre est venue et nous avons tout perdu"

    Selon l’association « Mémoire d’Indochine », une quinzaine de personnes handicapées vivent au CAFI, dans des conditions très précaires. Des silhouettes mal assurées hantent en effet le centre des rapatriés. Comme cet homme au teint sombre et aux yeux bridés, claudiquant le long des barraquements. Ou ce quadragénaire aux cheveux longs, qui erre dans le camp en parlant tout seul. « Certains enfants du centre ont fait des crises d’adolescence difficiles, explique le président de Mémoire d’Indochine, Georges Moll. Ils ont été conduits à l’hôpital psychiatrique, et en sont ressortis dans un état catastrophique. »

    Jacqueline Le Crenn vit seule depuis le départ de ses six enfants. La mère de cette femme au physique sec était Vietnamienne et son père, mort à la guerre de 1914-18, Français. « Nous sommes pupilles de la nation », dit fièrement Jacqueline. La vieille femme voûtée, assise à côté d’un poêle à gaz, raconte sa vie d’avant, la « vie heureuse ». La construction d’une maison au Tonkin, où son mari et elle avaient projeté de s’installer, l’achat de rizières pour leurs vieux jours. « Et puis la guerre est venue et nous avons tout perdu. »

    Après la chute de Dien Bien Phu, en 1954, la famille Le Crenn, comme la plupart des rapatriés d’Indochine, ont dû quitter le nord pour le sud du Vietnam. Ils ont ensuite attendu à Saigon, dans des camps, avant de prendre le bateau pour Marseille et d’être hébergés dans plusieurs centres de transit en France. Sainte-Livrade est l’un des deux seuls camps qui subsistent aujourd’hui, avec celui de Noyant, dans l’Allier. « C’était un déchirement, raconte encore Jacqueline. La traversée a duré un mois. Je me disais que ce n’était plus la vie. Les autres étaient sur le pont. Moi j’étais au fond du bateau et je pleurais. »

    En arrivant au camp de Sainte-Livrade, alors entouré de barbelés, le fils de Jacqueline a demandé : « Maman, c’est ici la France ? » « Le plus dur, c’était le froid, précise Jacqueline. Ensuite, il a fallu tenir, tout reconstruire, trouver de quoi vivre. » Beaucoup de rapatriés ont été embauchés dans les usines d’agro-alimentaire de la région. Ou travaillaient dans les champs de haricots.

    Claudine Cazes, 11ème de 16 enfants - et première à être née dans le CAFI, en 1957 -, se souvient des heures d’« équeutage ». « Des sacs de haricots arrivaient au camp le matin et devaient être prêts pour le soir, raconte cette aide-soignante de 47 ans, qui a quitté le camp en 1977. Tout le monde s’y mettait. » Sa mère, Vuong, âgée de 81 ans, vit toujours au CAFI. Son père, Paul, est mort l’année dernière. Français d’origine franco-chinoise, il avait fait de prestigieuses études en Indochine, et travaillait dans les forces de sécurité. Mais en arrivant en métropole, Paul Cazes n’a pas pu intégrer la police française, et a dû travailler à l’usine.

    "L’Etat français sait ce qu’il nous doit. Moi, jamais je ne lui réclamerait rien"

    Logé dans un autre barraquement du camp, Emile Lejeune, 84 ans, dit ne pas avoir de « nostalgie ». Pour sa mère et lui, le rapatriement de 1956 fut un soulagement. Militaire du corps expéditionnaire français en extrême orient (CEFEO), ce fils d’un magistrat français et d’une princesse vietnmienne a été fait prisonnier par le Vietminh en 1946, et est resté sept ans en captivité. « Là-bas, la vie et la mort étaient sur le même plan, témoigne Emile. Beaucoup de mes camarades sont morts de dysenterie, du palu, ou de malnutrition. Le pire, c’était le lavage de cerveau. On nous affaiblissait pour nous inculquer le communisme. » Sur près de 40.000 prisonniers du CEFEO, moins de 10.000 ont survécu aux camps du Vietminh.

    Chez Emile, une photo de jonque, voguant dans la baie d’Halong, des statues de Boudha, et plusieurs couvre-chefs : le traditionnel chapeau conique des vietnamiens, un chapeau colonial usé et un képi de soldat français. Son vieux képi entre les mains, le vieil homme aux yeux bridés dit qu’il n’a « pas de haine en lui ». « Mais je suis attristé, ajoute-t-il. Parce que la France en laquelle nous croyions ne nous a pas accueillis. Nous n’avons jamais été considérés comme des Français, mais comme des étrangers. Parqués, surveillés, puis abandonnés. » Emile, lui, demande juste « un peu de reconnaissance ». Au nom de « ces dames du CAFI, trop humbles pour réclamer ». Au nom de ces « épouses ou mamans de combattants, pour certains morts au champ d’honneur, morts pour la France. »

    D’abord rattachés au ministère des affaires étrangères, les rapatriés du CAFI ont ensuite été administrés par huit ministères successifs. Les directeurs du camp étaient des anciens administrateurs des colonies. « Ils reproduisaient avec nous leurs mauvaises habitudes de là-bas, se souvient Jacqueline Le Crenn. Ils nous traitaient comme des moins que rien. Nous devions respecter un couvre-feu et l’électricité était rationnée. »

    Au début des années 1980, la commune de Sainte-Livrade a racheté les sept hectares de terrain à l’Etat pour 300.000 francs, avec le projet de réhabiliter le centre. Mais ces bâtiments, contruits avant-guerre pour abriter provisoirement des militaires, n’ont jamais été rénovés. Longtemps, il n’y a eu ni eau chaude, ni salle d’eau, et des WC communs. « Pas d’isolation, pas d’étanchéité, sans parler des problèmes d’amiante, et des réseaux d’électricité hors normes », énumère la première adjointe au maire, Marthe Geoffroy.

    En 1999, la municipalité, aidée de l’Etat, a engagé un programme de réhabilitation d’urgence pour les logements ne bénéficiant pas du confort sanitaire minimal. Des travaux à « but humanitaire » dans l’attente d’une solution pour l’ensemble du CAFI. Mais depuis, rien. Le maire (UMP), Gérard Zuttion, se dit bien « un peu choqué » par cette « sorte d’abandon ». Mais il dit aussi que la commune n’a pas les moyens « d’assumer seule les déficiences de l’Etat vis-à-vis de cette population ». Le maire évoque des « projets de réhabilitation sérieux pour les prochains mois ». Puis il se ravise, parle plutôt « d’années ». « A cause de la lenteur de l’administration... »

    « C’est trop tard, tranche Claudine. Tout ce que nous voulons, au nom de nos parents, c’est la reconnaissance. » Sa mère, Vuong, écoute sa fille sans rien dire, s’affaire dans la cuisine puis s’assoit dans un grand fauteuil d’osier. Au crépuscule de sa vie, cette femme jadis ravissante, des cheveux blancs tirés dans un chignon impeccable, n’attend plus rien. Tous les matins, elle apporte une tasse de café sur l’autel où repose une photo de son mari, disparu l’année dernière. Elle dépose d’autres offrandes et brûle un bâton d’encens. Avant de mourir, l’homme de sa vie répétait à ses seize enfants : « Ma seule richesse, c’est vous. L’Etat français sait ce qu’il nous doit. Moi, jamais je ne lui réclamerait rien. Nous vivons dans le camp des oubliés. »

    http://www.rapatries-vietnam.org/oublies-indochine.php

    #camps #France #histoire #rapatriés

    Galerie photo :
    http://www.rapatries-vietnam.org/photos/cafi1/galerie-cafi.htm

    • La mémoire d’Indochine en pointillés dans le village de Sainte-Livrade

      Un fruit du dragon, un bananier, l’autel des ancêtres. Dans le sud-ouest de la France, un air d’Indochine plane sur la localité de Sainte-Livrade, 60 ans après l’arrivée de 1.160 rapatriés dont les descendants tentent de sauver la mémoire.

      C’était dans ce camp de l’armée française, comptant à l’époque 26 baraquements, un peu en dehors du village agricole de quelque 3.500 habitants, que ces « rapatriés d’Indochine », dont quelque 740 enfants, se sont installés en avril 1956, deux ans après les Accords de Genève marquant la fin de la Guerre d’Indochine, le départ des troupes françaises et l’indépendance du Vietnam et du Laos.

      Ils étaient Français, issus de couples mixtes pour certains. Il y avait aussi des veuves, et, disent certains avec une certaine pudeur, des « secondes familles » indochinoises de soldats français.

      Et alors que la France commémore la chute il y a 60 ans de Dien Bien Phu, le 7 mai 1954, il reste encore à Sainte-Livrade, à l’est de Bordeaux, une centaine de ces rapatriés et leurs enfants, dont une poignée vit encore dans les baraquements d’origine, à côté de maisons murées en passe d’être rasées.

      Il y a par exemple dans le « D1 » Mme Thi Lua Fanton d’Andon, qui explique fièrement qu’elle a eu 12 enfants, dont cinq nés en Indochine, d’où elle est arrivée à l’âge de 27 ans avec son mari, un militaire français.

      Tous ont vécu dans ce logement-bâtisse d’environ 60 m2, divisé en trois pièces : un salon-cuisine et deux chambres. « Elle préfère rester là, on lui offrirait un château qu’elle n’en voudrait pas », explique Patrick Fernand, président de l’Association des amis du Cafi (Centre d’accueil des français d’Indochine) de Sainte-Livrade, lui même descendant de rapatriés.

      De sa vie d’avant, Madame Thi, 87 ans, une femme frêle au sourire doux qui cuisine toujours avec des baguettes, parle peu. Juste le souvenir ébauché de son départ de Hanoï, dans le nord, où elle vivait, pour Saïgon, dans le sud, où « il faisait très chaud », avant d’être emmenée en France.

      Pour éviter les représailles sur ces militaires, fonctionnaires ou proches de Français, les autorités avaient décidé de les évacuer et de les accueillir, dans divers centres, en particulier à Noyant (centre), à Bias (sud-ouest) et à Sainte-Livrade. Ils furent les premiers « rapatriés », bien avant ceux d’Algérie.

      Des milliers s’éparpillèrent sur tout le territoire et les plus démunis furent installés dans des camps, une situation en principe provisoire et précaire. Dans les baraquements de Sainte-Livrade, où la France a aussi reçu des Républicains espagnols, l’eau chaude faisait défaut, l’isolation était nulle et l’électricité, rationnée.

      – ’Sale chinetoque’ -

      "Nous avons été très mal accueillis. On était partout humiliés. On nous disait +sale chinetoque+, se souvient Robert Leroy, 68 ans, ouvrier à la retraite, fils d’un colonel de l’armée française. Mais ces rapatriés, qui avaient leur école dans le camp, « n’ont pas fait de bruit », complète Patrick Fernand non sans rappeler que dans la France de l’après-guerre la vie était dure pour tous.

      L’Etat, qui a cédé le camp à la commune de Sainte-Livrade au début des années 1980, « ne s’en est pas beaucoup occupé », témoigne aussi l’ancienne maire du village, Claire Pasut.

      C’est finalement au début des années 2000 que les descendants ont commencé à réclamer. Etrangement, ils craignaient la destruction des baraquements, qui, bien qu’insalubres, semblaient être le réceptacle de toute leur mémoire.

      « Des autels privés (de culte aux ancêtres) ont dû être détruits. C’est très douloureux », explique Patrick Fernand.

      Un accord a finalement été trouvé en 2008 pour la construction de nouveaux logements. Six ans plus tard, la dernière livraison de maisons est prévue en juillet.

      Le frère aîné de Patrick Fernand, Pierre, s’installera au « 17, rue de la Soie ». Un déménagement qu’il vit comme un déracinement, même s’il a lieu à quelques centaines de mètres. L’architecture évoque pourtant le Vietnam : maisons en bois, pergolas rouges, entre lesquelles poussent des cerisiers.

      Dans les deux nouvelles épiceries, on trouve tous les produits du pays : gâteaux au soja, gingembre, pho et soupe aux raviolis, très appréciés des autres habitants du village qui s’y arrêtent pour déjeuner.

      Mais les « rapatriés » espèrent que le quartier du souvenir qu’on leur a promis dans quatre anciens baraquements comprenant la pagode, la chapelle et un lieu de mémoire, sera bien construit.

      « Allez on trinque pour la dernière fois, après ils vont tout raser », dit Patrick Fernand.

      https://www.20minutes.fr/societe/1369581-20140507-20140507-memoire-indochine-pointilles-village-sainte-livr

  • St-Denis (93) : cantine en soutien à infokiosques.net, le 23 juin 2019 au Landy Sauvage
    https://fr.squat.net/2019/06/15/st-denis-93-cantine-en-soutien-infokiosques-landy-sauvage

    Dimanche 23 juin 2019, la cantine mensuelle du Landy Sauvage [1] se tiendra en soutien au site infokiosques.net, véritable espace de ressources virtuelles libre et gratuit où sont disponibles et téléchargeables un nombre incalculable de brochures [2]. « Dans le monde merveilleux des infokiosques, l’information n’est pas soumise aux logiques commerciales, publicitaires, spectaculaires, financières qui ligotent les médias […]

    #Le_Landy_Sauvage #Saint-Denis #Seine-Saint-Denis

  • « Mime Suiveur » à Saint-Père Marc en Poulet (35)

    Pour la compagnie « Le Bateau Ivre » j’étais hier en Bretagne à Saint-Père Marc en Poulet précisément pour du Mime Suiveur. Départ gare Montparnasse à 08h00. Arrivée à Dol en Bretagne à 10h45. Voyage sans encombre. Les organisateurs m’attendaient dans la gare pour me transporter au lieu de prestation c’est à dire le Fort de Saint-Père Marc en Poulet.... https://www.silencecommunity.com/blog/view/47423/« mime-suiveur »-a-saint-pere-marc-en-poulet-35

    #journal_de_bord #artiste_mime #mime #artiste #prestation #animation #événementiel #Le_Bateau_Ivre #Saint-Père_Marc_en_Poulet #juin_2019 #2019 #Bretagne #ille-et-vilaine #Mime_Suiveur

  • "L’ #audiosurveillance arrive à Saint-Étienne : « #safe-city », oppositions et rétropédalage"

    A #Saint-Étienne, bientôt les murs auront des oreilles. Ou plus précisément les feux tricolores. Des #micros seront prochainement installés au cœur d’un quartier dit "difficile", à proximité du centre-ville. L’objectif affiché, assurer la tranquillité publique, n’est pas du goût de tout le monde. Face aux interrogations et oppositions, le nombre de "capteurs sonores" a été considérablement réduit...

    https://www.rue89lyon.fr/2019/06/10/audiosurveillance-dans-un-quartier-de-saint-etienne-safe-city-oppositions-

  • St-Jean-du-Gard (Cévennes) : appel à soutien et retour sur les derniers évènements de #La_Borie
    https://fr.squat.net/2019/05/29/st-jean-du-gard-cevennes-appel-a-soutien-et-retour-sur-les-derniers-evenem

    – Qu’est-ce que La Borie et pourquoi ce lieu est à défendre : Cet endroit au coeur des #Cévennes est une terre de résistance depuis 30 ans. Résistance face à un projet de barrage qui allait détruire la vallée du Gardon, expropriant les paysans. La lutte l’a emporté et le projet de barrage a été arrêté. […]

    #Saint-Jean-du-Gard

  • Les «antillais» sont-ils caribéens ?

    "On l’appelait département français, département d’outre-mer, sans savoir comment le nommer car lui même avait du mal à se situer sur la carte du Monde. Au loin, les autres îles s’étaient depuis longtemps enracinées dans leur drapeau et même si les difficultés torturaient leur destin, elles chevauchaient la mer avec la vaillance de petites nations intrépides".

    E. Pépin, Toxic Island

    Le titre de cet article peut sembler au premier abord assez paradoxal. En effet, les Antilles et la #Caraïbe sont en principe deux synonymes désignant la même région, en français, en anglais (The Caribbean / The Antilles1) en hollandais (De Caraïben / De Antillen) et en espagnol (El Caribe / Las Antillas).

    Il existe pourtant une vision française plus étroite de ce que représentent « les Antilles », par contraction de la terminologie d’ « #Antilles_françaises ». Cette perception se retrouve notamment dans la terminologie de l’Université des Antilles (sous entendu la Martinique et la Guadeloupe) et de la Guyane (UAG). Elle se retrouve aussi par exemple à travers l’appellation du principal journal de #Martinique et de #Guadeloupe : le « #France-Antilles » (la Guyane a son « France-Guyane »). On parle aussi volontiers dans les journaux de l’ « Hexagone2 » et des #Départements_d'Outre_Mer (#DOM) de la « #communauté_antillaise » pour désigner les personnes originaires de Martinique, de Guadeloupe et parfois par extension de Guyane3. Ces « Antillais » considèrent d’ailleurs leurs voisins de #Dominique et de #Sainte-Lucie comme des étrangers (pas des « Antillais ») qu’ils appellent les « Anglais ».

    La question ici posée est donc la suivante : les « Antillais » originaires de Martinique, Guadeloupe et #Guyane sont-ils caribéens ? L’histoire et la géographie rattachent leurs territoires à cet espace. Cependant, la départementalisation en 19464 a entrainé le façonnement sur un demi-siècle d’une #identité « antillaise » toute particulière, entre une #France très bien connectée (entre trois et six navettes aériennes journalières directes pour Paris, trois compagnies aériennes) mais lointaine (7 000 km, 8 heures de vol) et une Caraïbe proche (quelques centaines de kilomètres tout au plus pour les autres îles des Petites Antilles) mais au contraire très peu connectée. A titre d’exemple il est bien plus long et plus difficile de se rendre de Fort-de-France (Martinique) ou de Pointe-à-Pitre (Guadeloupe) à Kingston (Jamaïque) ou à Paramaribo (Suriname) que de se rendre à Paris. De manière encore plus caricaturale, pour se rendre par les airs depuis Fort-de-France à Roseau, capitale de l’île voisine de la Dominique située à une trentaine de kilomètres au Nord, il faut compter deux escales (Sainte-Lucie et Antigua par exemple), avant d’entamer les deux heures de routes qui relient l’aéroport de Melville Hall à la ville...

    Culture et populations tendent à rapprocher ces îles voisines. Les locuteurs de Guadeloupe, Martinique, Dominique et Sainte-Lucie peuvent par exemple se comprendre en créole (bien qu’il existe des variations notables) sans utiliser le français ni l’anglais. D’après une étude ethnologique, plus de 95% des Guadeloupéens parlent ainsi le #Créole comme #langue maternelle et le Français seulement comme langue secondaire. Plus de 80% des Martiniquais parlent eux le français et le créole comme langue maternelle (Lewis 2009). Par ailleurs, si il n’existe pas de statistiques ethniques dans les territoires français, d’après les estimations de chercheurs de l’Université de Laval (Québec) plus de 80% de la population martiniquaise et plus de 90% de la population guadeloupéenne se composent de noirs et de métisses5 6. Ces chiffres sont assez comparables à ceux de Sainte-Lucie (94% de noirs et de métisses7) et de la Dominique (95%8) bien que la part de la population noire y soit sensiblement plus forte.

    Le niveau de vie et l’éducation sont par contre beaucoup plus similaires entre les Antilles Françaises et la France qu’ils ne le sont par rapport à ces îles voisines. Les Martiniquais sont considérés comme de riches touristes à Sainte-Lucie et en Dominique (où on les appelle « the French »). Les « Anglais » sont eux plus souvent perçus comme des travailleurs pauvres, des clandestins (bienvenus pour les travaux agricoles ou de construction) ou des trafiquants de drogues en Martinique. Le PNB par habitant de la Dominique est deux fois et demi moindre que le PIB par habitant estimé pour la Martinique par l’INSEE (respectivement 7 284 euros9 et 19 600 euros10). Le PIB par habitant de la Martinique est pour sa part beaucoup plus proche du PNB par habitant total français (23 100 euros11), bien que sensiblement inférieur.

    Parmi les étudiants interrogés dans les différentes branches de l’Université des Antilles et de la Guyane, moins d’une personne sur deux se dit « caribéen » (31% en Guyane, 37% en Martinique, 52% en Guadeloupe). Quand on demande ensuite à ceux qui revendiquent une identité plurielle (par exemple Guadeloupéen et Français et Caribéen) de hiérarchiser leurs sentiments d’appartenance, moins de 15% de ces « Antillais » se disent avant tout Caribéens (12,5% pour les Guyanais, 11% pour les Martiniquais, 5% pour les Guadeloupéens). De manière générale on est ici avant tout Guyanais (43%), Martiniquais (71%) ou Guadeloupéen (78%) (Cruse 2011).

    Le contact physique avec ces différents espaces explique sans doute en partie cette représentation identitaire en rapport avec l’espace de vie : 90% des étudiants martiniquais ont déjà voyagé en France alors que seuls 56% ont déjà voyagé dans la Caraïbe (hors DOM Français). 76% des étudiants guadeloupéens ont été en France mais seuls 52% dans la Caraïbe. Les Guyanais ne sont que 50% à avoir été en France, mais seuls 25% ont par ailleurs déjà voyagé dans la Caraïbe (Cruse 2011). Clairement, l’espace vécu intègre beaucoup plus la France que la Caraïbe.

    Par ailleurs, les déplacements de ces étudiants dans la Caraïbe montrent une nette concentration dans les autres DOM français et dans les îles proches (Sainte-Lucie et Dominique). Mis à part la République dominicaine, qui est vendue comme une destination touristique aussi sur le marché des touristes « français d’Outre Mer », le reste de la Caraïbe demeure très peu visité. Le centre de gravité de l’espace vécu de ces étudiants se trouve entre la France et ses dépendances caribéennes.

    Cet espace vécu reflète parfaitement l’espace des échanges commerciaux. Si l’on prend l’exemple de la Martinique, les trois quarts des importations proviennent de l’Union Européenne (les deux tiers desquelles proviennent de France « métropolitaine »). Au contraire, seules 7% des importations proviennent de la Caraïbe. Pour ce qui est des exportations, 83% des ventes martiniquaises sont destinées à la France (Guadeloupe 57%12, France « métropolitaine » 25%) à comparer aux 3% à destination de la Caraïbe (INSEE 2009).

    Rien n’incite d’ailleurs aux #échanges entre les habitants des îles françaises et le reste des Caribéens. Les #prix des échanges sont prohibitifs, que l’on pense au transport, à l’envoi de marchandises ou même plus simplement aux appels téléphoniques. Une compagnie de téléphonie mobile comme Digicel facture par exemple les appels entre DOM 23 centimes d’euros par minute, d’un DOM vers la France « métropolitaine » 55 centimes, et d’un DOM vers « la Caraïbe13 » 73 centimes. Il est donc beaucoup moins cher d’appeler la France – et d’y entretenir des liens -, à 7 000 kilomètres, que la Dominique qu’on aperçoit depuis la côte sud de la Guadeloupe et depuis la côte Nord de la Martinique...

    L’ensemble de ces éléments montrent que, malgré leur positionnement géographique caribéen et les héritages culturels (langue créole, histoire commune, etc.), les Antilles françaises sont avant tout vécues comme des régions françaises. Ceci s’explique en grande partie par l’ensemble des politiques menées depuis la #départementalisation (politiques économiques et éducation notamment). La forte connexion avec la France (transport, commerce, médias, etc.) et la coupure avec le reste de la Caraïbe jouent un rôle particulièrement important dans ce processus.

    http://www.caribbean-atlas.com/fr/thematiques/qu-est-ce-que-la-caraibe/les-antillais-sont-ils-caribeens.html
    #mots #terminologie #vocabulaire #Antilles #colonisation #géographie_coloniale #ressources_pédagogiques