• Dimenticati ai confini d’Europa

    L’obiettivo della ricerca è dare voce alle esperienze dei migranti e dei rifugiati, per rendere chiaro il nesso tra quello che hanno vissuto e le politiche europee che i governi hanno adottato.
    Il report si basa su 117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia. Ciò che emerge chiaramente è che il momento dell’ingresso in Europa, sia che esso avvenga attraverso il mare o attraverso una foresta sul confine terrestre, non è che un frammento di un viaggio molto più lungo ed estremamente traumatico. Le rotte che dall’Africa occidentale e orientale portano fino alla Libia sono notoriamente pericolose, specialmente per le donne, spesso vittime di abusi sessuali o costrette a prostituirsi per pagare i trafficanti.

    Il report mostra che alle frontiere dell’Unione Europea, e talora anche a quelle interne, c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani. L’assenza di vie legali di accesso per le persone bisognose di protezione le costringe ad affidarsi ai trafficanti su rotte che si fanno sempre più lunghe e pericolose. I tentativi dell’UE e degli Stati Membri di chiudere le principali rotte non proteggono la vita delle persone, come a volte si sostiene, ma nella maggior parte dei casi riescono a far sì che la loro sofferenza abbia sempre meno testimoni.


    http://centroastalli.it/dimenticati-ai-confini-deuropa-2
    #Europe #frontières #asile #migrations #droits_humains #rapport #réfugiés #Sicile #Italie #Malte #Grèce #Roumanie #Croatie #Serbie #UE #EU #femmes #Libye #violence #violences_sexuelles #parcours_migratoires #abus_sexuels #viol #prostitution #voies_légales #invisibilisation #invisibilité #fermeture_des_frontières #refoulement #push-back #violent_borders #Dublin #règlement_dublin #accès_aux_droits #accueil #détention #mouvements_secondaires

    Pour télécharger le rapport :
    https://drive.google.com/file/d/1TT9vefCRv2SEqbfsaEyucSIle5U1dNxh/view

    ping @isskein

    • Migranti, il Centro Astalli: “È emergenza diritti umani alle frontiere d’Europa”

      Assenza di vie di accesso legale ai migranti forzati, respingimenti arbitrari, detenzioni, impossibilità di accedere al diritto d’asilo: è il quadro disegnato da una nuova ricerca della sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati.

      S’intitola “Dimenticati ai confini d’Europa” il report messo a punto dal Centro Astalli, la sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che descrive, attraverso le storie dei rifugiati, le sempre più numerose violazioni di diritti fondamentali che si susseguono lungo le frontiere di diversi Paesi europei. La ricerca, presentata oggi a Roma, si basa su 117 interviste qualitative realizzate nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia.

      Il report, si spiega nella ricerca, «mostra che alle frontiere dell’Unione europea, e talora anche a quelle interne, c’è una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani». Secondo padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, la ricerca mette bene in luce come l’incapacità di gestire il fenomeno migratorio solitamente attribuita all’Ue, nasca anche dalla «volontà di tanti singoli Stati che non vogliono assumersi le proprie responsabilità» di fronte all’arrivo di persone bisognose di protezione alle loro frontiere, al contrario è necessario che l’Europa torni ad essere «il continente dei diritti, non dobbiamo perdere il senso della nostra umanità». «Si tratta di una sfida importante - ha detto Ripamonti - anche in vista delle prossime elezioni europee».

      A sua volta, padre Jose Ignacio Garcia, direttore del Jesuit Refugee Service Europa, ha rilevato come «gli Stati membri dell’Ue continuano ad investire le loro energie e risorse nel cercare di impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l’Europa o, nel migliore dei casi, vorrebbero confinarli in ‘centri controllati’ ai confini esterni». «La riforma della legislazione comune in materia d’asilo, molto probabilmente – ha aggiunto - non verrà realizzata prima delle prossime elezioni europee. I politici europei sembrano pensare che se impediamo ai rifugiati di raggiungere le nostre coste, non abbiamo bisogno di un sistema comune d’asilo in Europa».

      La fotografia delle frontiere europee che esce dalla ricerca è inquietante: violazioni di ogni sorta, violenze, detenzioni arbitrarie, respingimenti disumani, aggiramento delle leggi dei singoli Paesi e del diritto internazionale. Un quadro fosco che ha pesanti ricadute sulla vita dei rifugiati già provati da difficoltà a soprusi subiti nel lungo viaggio. «Il Greek Council for Refugees – spiega la ricerca - ha denunciato, nel febbraio del 2018, un numero rilevante di casi di respingimenti illegali dalla regione del fiume Evros, al confine terrestre con la Turchia. Secondo questa organizzazione, migranti vulnerabili come donne incinte, famiglie con bambini e vittime di tortura sono stati forzatamente rimandati in Turchia, stipati in sovraffollate barche attraverso il fiume Evros, dopo essere stati arbitrariamente detenuti in stazioni di polizia in condizioni igieniche precarie». Secondo le testimonianze raccolte in Croazia e Serbia, diversi sono stati gli episodi di violenze fisiche contro rifugiati e di respingimenti immediati da parte della polizia di frontiera.

      E in effetti nel nuovo rapporto del Centro Astalli, più dei soli dati numerici e dei carenti quadri normativi ben descritti, a colpire sono i racconti degli intervistati lungo le diverse frontiere d’Europa. Un ragazzo marocchino, in Sicilia, per esempio ha raccontato «di come i trafficanti gli abbiano rubato i soldi e il cellulare e lo abbiamo tenuto prigioniero in un edificio vuoto con altre centinaia di persone per mesi». «Durante il viaggio – è ancora la sua storia – i trafficanti corrompevano gli ufficiali di polizia e trattavano brutalmente i migranti». Nel corso di un tentativo di attraversamento del Mediterraneo ricorda poi di aver sentito un trafficante dire a un altro: «Qualsiasi cosa succeda non mi interessa, li puoi anche lasciar morire».

      Ancora, una ragazza somala di 19 anni, arrivata incinta in Libia, ha raccontato di come il trafficante la minacciasse di toglierle il bambino appena nato e venderlo perché non aveva la cifra richiesta per la traversata. Alla fine il trafficante ha costretto tutti i suoi compagni di viaggio a pagare per lei ma ci sono voluti comunque diversi mesi prima che riuscissero a mettere insieme la somma richiesta. Storie che sembrano provenire da un altro mondo e sono invece cronache quotidiane lungo i confini di diversi Paesi europei.

      Infine, padre Ripamonti, in merito allo sgombero del centro Baobab di Roma che ospitava diverse centinaia di migranti, ha osservato che «la politica degli sgomberi senza alternative è inaccettabile». Il Centro Astalli «esprime inoltre preoccupazione anche per le crescenti difficoltà di accesso alla protezione in Italia: in un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è meno efficace rispetto al passato, il nostro Paese ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera, introducono il trattenimento ai fini dell’identificazione, abbassano gli standard dei centri di prima accoglienza».

      https://www.lastampa.it/2018/11/13/vaticaninsider/immigrazione-il-centro-astalli-c-unemergenza-diritti-umani-alle-frontiere-deuropa-v3qbnNIYRSzCCQSfsPFBHM/pagina.html


  • #métaliste sur le #mobilier_urbain #anti-sdf / #anti-réfugiés :

    En #Belgique, on coupe les arbres pour voir les exilés qui veulent traverser l’autoroute :
    https://seenthis.net/messages/689641
    Le collectif #Design_for_everyone, en Belgique :
    https://seenthis.net/messages/736108

    En #France :
    #Monpellier
    https://seenthis.net/messages/688698
    #Ile_de_France :
    https://seenthis.net/messages/554332
    A #Paris, des blocs de #pierres à #Porte_de_la_chapelle #La_Chapelle :
    https://seenthis.net/messages/573068
    https://seenthis.net/messages/570452

    Et à Paris, d’autres techniques anti-réfugiés et anti-sdf compilées par @sinehebdo : #couvertures #grilles #grillages #bennes :
    https://seenthis.net/messages/570951
    Et sur les grillages aussi :
    https://seenthis.net/messages/557438
    A Paris, il y a aussi les #cages_anti-SDF :
    https://seenthis.net/messages/235874

    En #Serbie, à #Belgrade :
    https://seenthis.net/messages/518134
    Sur cette liste il y a aussi #Calais

    Sur le #design_défensif :
    https://seenthis.net/messages/666521
    https://seenthis.net/messages/445966
    #architecture_défensive #résistance #Rome #UK #Angleterre
    Sur cette liste il y a aussi : #Angoulême #Londres
    Et encore sur Londres : https://seenthis.net/messages/265429

    A #Oslo, en #Norvège :
    https://seenthis.net/messages/389670

    A #Montréal, au #Canada :
    https://seenthis.net/messages/265970

    Des initiatives de #résistance et/ou #dénonciation :
    https://seenthis.net/messages/650079
    https://seenthis.net/messages/671004
    #art #cartographie #visualisation

    Film « This Is the Best Way to Fight Back Against London’s Anti-homeless Spikes »
    https://seenthis.net/messages/391224

    #urban_matter #villes

    J’ai peut-être oublié des liens, mais ça fait déjà une longue liste de #cruauté_humaine...


  • #métaliste (qui va être un grand chantier, car il y a plein d’information sur seenthis, qu’il faudrait réorganiser) sur :
    #externalisation #contrôles_frontaliers #frontières #migrations #réfugiés

    Le rapport « Expanding the fortress » et des liens associés à la sortie de ce rapport :
    https://seenthis.net/messages/694887

    Et des liens vers des articles généraux sur l’externalisation des frontières de la part de l’#UE (#EU) :
    https://seenthis.net/messages/569305
    https://seenthis.net/messages/390549
    https://seenthis.net/messages/320101

    Le #post-Cotonou :
    https://seenthis.net/messages/681114
    #accord_de_Cotonou

    Externalisation des contrôles frontaliers en #Libye :
    https://seenthis.net/messages/705401
    https://seenthis.net/messages/623809

    Sur les #centres_de_détention en Libye, voulus, soutenus et financés par l’UE ou des pays de l’UE :
    https://seenthis.net/messages/615857
    https://seenthis.net/messages/612089
    D’autres liens où l’on parle aussi des centres de détention en Libye, mais pas exclusivement :
    https://seenthis.net/messages/730613
    https://seenthis.net/messages/689187
    https://seenthis.net/messages/612089
    Et l’excellent film de #Andrea_Segre « L’ordine delle cose », qui montre les manoeuvres de l’Italie pour créer ces centres en Libye :
    https://seenthis.net/messages/677462

    Autour des #gardes-côtes_libyens et les #refoulements (#push-back, #pull-back) en Libye :
    https://seenthis.net/messages/719759
    Les pull-back vers la Libye :
    https://seenthis.net/messages/651505
    Résistance de migrants sauvetés en Méditerranée, qui refusent d’être ramenés en Libye en refusant de descendre du navire qui les a secourus :
    https://seenthis.net/messages/735627

    L’aide de la #Suisse aux gardes-côtes libyens :
    https://seenthis.net/messages/623935

    Et quelques lignes sur le #traité_de_Benghazi, le fameux #pacte_d'amitié entre l’#Italie et la #Libye (2009)
    https://seenthis.net/messages/717799
    J’en parle aussi dans ce billet que j’ai écrit pour @visionscarto sur les films #Mare_chiuso et #Mare_deserto :
    Vaincre une mer déserte et fermée
    https://visionscarto.net/vaincre-une-mer-deserte-et-fermee
    –-> il y a certainement plus sur seenthis, mais je ne trouve pas pour l’instant... j’ajouterai au fur et à mesure

    Externalisation des contrôles frontaliers au #Niger (+ implication de l’#OIM (#IOM) et #Agadez) :
    Mission #Eucap_Sahel et financement et création de #Compagnies_mobiles_de_contrôle_des_frontières (#CMCF), financé par #Pays-Bas et Allemagne financés par l’Allemagne :
    https://seenthis.net/messages/733601
    Et des #camps_militaires :
    https://seenthis.net/messages/736433
    Autres liens sur le Niger :
    https://seenthis.net/messages/696283
    https://seenthis.net/messages/626183
    https://seenthis.net/messages/586729
    https://seenthis.net/messages/370536

    Les efforts de l’#Italie d’externaliser les contrôles frontaliers :
    https://seenthis.net/messages/600874
    https://seenthis.net/messages/595057

    L’Italie avec l’#Allemagne :
    https://seenthis.net/messages/566194

    #France et ses tentatives d’externalisation les frontières (proposition de Macron notamment de créer des #hub, de faire du #tri et de la #catégorisation de migrants) :
    https://seenthis.net/messages/704970
    https://seenthis.net/messages/618133
    https://seenthis.net/messages/677172

    L’#Espagne :
    https://seenthis.net/messages/696044

    L’#accord_UE-Turquie :
    https://seenthis.net/tag/accord_ue-turquie
    Et plus en général sur l’externalisation vers la #Tuquie :
    https://seenthis.net/messages/427270
    https://seenthis.net/messages/419432
    https://seenthis.net/messages/679603

    Tag #réintégration dans les pays d’origine après #renvois (#expulsions) :
    https://seenthis.net/tag/r%C3%A9int%C3%A9gration

    La question des #regional_disembarkation_platforms :
    https://seenthis.net/messages/703288
    #plateformes_de_désembarquement #disembarkation_paltforms #plateformes_de_débarquement

    En 2004, on parlait plutôt de #centres_off-shore en #Afrique_du_Nord...
    https://seenthis.net/messages/607615

    Tentatives d’externalisation des contrôles migratoires, mais aussi des #procédures_d'asile en #Afrique_du_Nord, mais aussi dans l’#Europe_de_l'Est :
    https://seenthis.net/messages/701836

    Et en #Bulgarie (ça date de 2016) :
    https://seenthis.net/messages/529415

    #Serbie, toujours en 2016 :
    https://seenthis.net/messages/462817

    Les efforts d’externalisation au #Maroc :
    https://seenthis.net/messages/696321
    https://seenthis.net/messages/643905
    https://seenthis.net/messages/458929
    https://seenthis.net/messages/162299
    #Frontex

    Lien #coopération_au_développement, #aide_au_développement et #contrôles_migratoires :
    https://seenthis.net/messages/660235
    Pour la Suisse :
    https://seenthis.net/messages/564720
    https://seenthis.net/messages/719752
    https://seenthis.net/messages/721921
    –-> il y a certainement plus de liens sur seenthis, mais il faudrait faire une recherche plus approfondie...
    #développement #conditionnalité
    Sur cette question, il y a aussi des rapports, dont notamment celui-ci :
    Aid and Migration : externalisation of Europe’s responsibilities
    https://concordeurope.org/wp-content/uploads/2018/03/CONCORD_AidWatchPaper_Aid_Migration_2018_online.pdf?1dcbb3&1dcbb3

    La rhétorique sur la #nouvelle_frontière_européenne, qui serait le #désert du #Sahara (et petit amusement cartographique de ma part) :
    https://seenthis.net/messages/604039
    #cartographie #visualisation
    https://seenthis.net/messages/548137
    –-> dans ce lien il y a aussi des articles qui parlent de l’externalisation des frontières au #Soudan

    Plus spécifiquement Soudan :
    https://seenthis.net/messages/519269

    Et du coup, les liens avec le tag #processus_de_Khartoum :
    https://seenthis.net/tag/processus_de_khartoum

    Les efforts d’externalisation des contrôles frontaliers en #Erythrée et #Ethiopie :
    https://seenthis.net/messages/729629
    https://seenthis.net/messages/493279
    https://seenthis.net/messages/387744
    Et le financement de l’Erythrée via des fonds d’aide au développement :
    https://seenthis.net/messages/405308
    https://seenthis.net/messages/366439
    L’Erythrée, après la levée des sanctions de l’ONU, devient un Etat avec lequel il est désormais possible de traiter (sic) :
    https://seenthis.net/messages/721926
    ... Et autres #dictateurs
    https://seenthis.net/messages/318425
    #dictature

    La question des #carrier_sanctions infligées aux #compagnies_aériennes :
    https://seenthis.net/tag/carrier_sanctions

    Des choses sur la #pacific_solution de l’#Australie :
    https://seenthis.net/recherche?recherche=%23pacific_solution

    L’atlas de Migreurop :
    https://seenthis.net/messages/690134

    ping @isskein @reka


  • Ambiente: Europa e Cina finanziano il carbone serbo

    Dentro i propri confini Europa e Cina impongono regole stringenti, ma con gli investimenti esteri puntano ancora sulle fonti fossili, con tutto ciò che questo vuol dire quanto a impatto ambientale. È il caso della Serbia, dove l’ampliamento di una miniera e la costruzione di quattro centrali a carbone avranno effetti sull’ambiente e sulla salute.

    La Serbia ricava il 70% della sua elettricità dal carbone, ma questa quota potrebbe aumentare presto. Nonostante gli appelli della scienza e gli accordi internazionali sul clima, infatti, lo stato dell’est Europa continua a puntare sulle fonti fossili grazie ai capitali in arrivo dalle banche estere. A partire dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Ebrd), istituzione finanziaria che ha come azionisti la stessa Banca europea degli investimenti, un’istituzione finanziaria dell’Unione europea, più 67 Paesi.

    Non è la sua prima operazione controversa: la stessa banca in passato aveva per esempio finanziato una discarica in Armenia, senza però sufficienti garanzie sul fronte ambientale. L’altro grande finanziatore del carbone serbo è la Cina, che insieme all’Europa sta puntando al proprio interno su un’economia più verde, in disaccordo, a quanto pare, con gli investimenti di oltreconfine.

    Quattro nuove centrali a carbone in Europa

    La beneficiaria dei prestiti è la società pubblica dell’energia elettrica #Elektroprivreda_Srbije (Eps), che ha ricevuto più volte mutui dalla Ebrd per i suei impianti a carbone. Come riporta la ong Bankwatch, sulla base della strategia energetica del governo varata nel 2016, oltre a prolungare la vita di alcune centrali a carbone già esistenti, la #Eps sta espandendo la miniera di lignite di #Drmno e sta anche progettando nuovi impianti per produrre elettricità: #Kostolac_B3, #Nikola_Tesla_B3, #Kolubara_B e #Stavalj.

    «Mentre è improbabile che tutti vengano realizzati, la Eps dà chiaramente la priorità a Kostolac B3 nel programma di implementazione della strategia energetica e non ha pubblicamente annunciato la cancellazione degli altri impianti previsti», spiegano ancora dalla ong attiva nel monitoraggio a livello mondiale di progetti finanziati con soldi pubblici e che insieme all’associazione ambientalista Cekor ha denunciato le criticità anche alla stessa Ebrd.

    Carbone e impatto ambientale: miniera a cielo aperto

    Tra i problemi rilevati, le due organizzazioni denunciano anche l’espansione della miniera di Drmno, oggi grande quasi 20 km quadrati. L’obiettivo è portare la produzione da 9 a 12 milioni di tonnellate annue per alimentare il futuro terzo lotto della vicina centrale Kostolac B, ma l’ampliamento viene realizzato «senza una valutazione degli impatti ambientali e sociali, in violazione della politica della Ebrd e della legislazione serba ed europea». Dice Ioana Ciuta, esperta di energia di Bakwatch:

    «Nessun dato sulla superficie dell’espansione è stato reso pubblico e il ministero serbo dell’Energia, sviluppo e protezione ambientale non ha ritenuto necessario, in base a una decisione del 2013, alcuna valutazione degli impatti sull’ambiente».

    Problemi ambientali e sulla salute

    Eppure gli effetti sono significativi, a partire da una produzione di energia ad alte emissioni di CO2, contro gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, e un alto indebitamento per finanziare questi programmi. Ma gli effetti negativi non solo solo ecologici ed economici: gli abitanti dell’area hanno raccontato agli attivisti di Bankwatch e Cekor di soffrire problemi di salute per l’inquinamento. E i muri di molte case sono pieni di crepe, secondo i cittadini a causa dell’attività estrattiva.

    Carbone e ambiente: accerchiati dall’inquinamento

    Oggi, racconta Ioana Ciuta, i cittadini di Drmno sono accerchiati, con la centrale in ampliamento a nord e la miniera in fase di espansione a nord-est, est e sud, mentre a ovest è stato installato un nuovo molo sul Danubio per l’arrivo delle attrezzature necessarie alla costruzione di Kostolac B3. L’area si trova vicino anche al sito archeologico di Viminacium, attrazione turistica dove è in costruzione anche un campo estivo per gli studenti.

    «Ma chi vorrebbe andare in vacanza vicino a una miniera di lignite a cielo aperto che si espande per quasi 20 km quadrati?», si chiede retoricamente Ciuta.

    Milioni di euro nonostante l’impatto ambientale del carbone

    Questi progetti che non sarebbero stati possibili senza i soldi della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e quelli delle banche cinesi. La prima eroga mutui alla società energetica Eps dal 2001 nonostante che, fa notare Bankwatch, «la società persegua chiaramente una strategia di espansione della produzione elettrica da carbone e numerose accuse di corruzione e violazioni della legge macchino la sua reputazione».

    Nel 2015, a seguito di una forte alluvione, la Ebrd ha erogato un prestito da 200 milioni di euro: dovevano servire per ripagare i danni e superare il momento difficile, ma il risultato nella realtà sarà una maggiore quantità di carbone estratto e bruciato.

    Nello stesso anno, la Export-Import Bank of China ha concesso un mutuo da 608 milioni di dollari per ampliare la miniera di Dmro e costruire il terzo lotto della centrale di Kostolac. La banca era già stata il principale finanziatore di altri interventi a Kostolac da 1,25 miliardi di dollari totali.

    Lotta agli effetti sull’ambiente solo sulla carta

    Dopo le denunce delle due ong alla Ebrd, la banca ha pubblicato un primo rapporto di valutazione in cui vengono ammesse alcune criticità. Il punto, però, è che la banca ha obiettivi ambientali ambiziosi che poco hanno a che fare con il carbone, almeno sulla carta.

    «La salvaguardia dell’ambiente e un impegno per l’energia sostenibile sono anch’essi centrali nell’attività della Ebrd», si legge sulla pagina web della banca, dove si spiega che «un impegno per promuovere uno sviluppo sostenibile e in accordo con l’ambiente è stato esplicitato al momento della sua fondazione». Secondo la Ebrd, la finanza per contrastare i cambiamenti climatici, fronte su cui l’Europa ha obiettivi e linee d’azione precisi, nel 2017 ha rappresentato il 43% degli investimenti totali della banca.

    Le contraddizioni di Europa e Cina

    Gli attivisti sollevano l’incongruenza tra le politiche interne della Repubblica popolare e le sue strategie di investimento all’estero.

    «La Cina sta ripulendo la sua politica a casa, ma fuori la forza lavoro e la tecnologia del Paese stanno trovando nuovi mercati», denuncia Ciuta.

    Altrettanta incoerenza si può rilevare nelle politiche dell’Europa, che lavora per rafforzare gli obiettivi legati all’energia pulita e la riduzione delle emissioni per i suoi stati membri, ma è molto più morbida sul fronte degli investimenti della Ebrd all’estero. I mutui alla Eps non sono infatti l’unica operazione dibattuta della Ebrd: la banca ha finanziato impianti alimentati a fonti fossili in Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, mentre in Armenia, come citato più sopra, ha erogato risorse per la costruzione di una discarica senza sufficienti garanzie di rispetto dell’ambiente.

    https://www.osservatoriodiritti.it/2018/10/24/carbone-ambiente-serbia
    #charbon #énergie #Chine #Serbie #UE #EU #Europe #Kolubara #mines

    #environnement #santé

    ping @daphne @albertocampiphoto



  • #Spomeniks, les #monuments de la discorde

    Bataille idéologique autour des « spomeniks », c’est un #reportage long format de @daphne tourné en #Serbie, en #Croatie et en #Bosnie-Herzégovine où les ultras-nationalistes se réapproprient les monuments de la #résistance contre les nazis, et tentent de réécrire l’histoire de la #Seconde_Guerre_mondiale… comme le révèle le photographe @albertocampiphoto. Depuis une dizaine d’années, ce photographe du collectif @wereport sillonne l’ex-Yougoslavie à la recherche des #mémoriaux des #partisans anti-fascistes.


    http://www.rfi.fr/emission/20181007-spomeniks-monuments-discorde-serbie-croatie-bosnie-herzegovine-nazis
    #mémoire #ex-Yougoslavie #Tito #monument #spomenik #anti-fascisme

    ping @reka

    • #Inappropriate_monuments

      The regional platform Inappropriate Monuments was created to establish a framework for the long-term collaboration of organisations from the EU and the Western Balkans dealing with the revalorisation and protection of their anti-fascist heritage and monument heritage connected with the Peoples’ Liberation Struggle (NOB). Members of the platform include: Group of architects, Belgrade, The History Museum of Bosnia and Hercegovina, Sarajevo, Modern Gallery (MG+MSUM), Ljubljana and Social Fringe: interesting untold stories (SF:ius), Zagreb.

      With the collapse of Yugoslavia the interest in this heritage practically disappeared and the status of the monuments became the subject of controversy and a target of revisionism. Protection is inadequate; there are no clearly developed criteria for their restoration or strategies for revalorisation. Many of the monuments are partially or permanently destroyed, and others are neglected and left to ruin. Research made in the successor countries are not integrated and difficult to access – there has never been a complete register of the monuments. Initiatives aimed at the protection of NOB monuments have, until now, mainly emerged outside of official channels, for example under the initiative of individuals. These individuals then face a number of difficulties including their own shortcomings and the lack of interest from legislators in supporting them.

      The goals of the platform are to connect institutions and independent organisations to strengthen their capacity and distribute the results of research projects in order to advocate for a regulated international strategy regarding anti-fascist heritage. Through activities carried out by the platform including: research and mapping heritage monuments, interviewing people and representatives of the institutions responsible for their erection and maintenance, holding workshops for students, conferences for experts and exhibitions and art conferences, the platform will examine the economic, political and ideological conditions surrounding the emergence of monuments, monument complexes and memorial complexes. It will also examine their contemporary reception and the conditions under which this occurs. Considering the growing interest and fetishisation of NOB monuments in western countries, and socialist heritage in general, the platform is seeking possible models of revitalisation and methods of management. Through a comparative analysis of the situation in former Yugoslavia, the platform aims to draw parallels between the transitional periods of the members of the former state and the treatment of heritage monuments connected to NOB and the anti-fascist struggle, thereby showing that these processes can only be explained through interactive research.

      The web-portal, inapropriatemonuments.org is conceived as an on-line database for the activities of the platform and its members and as a virtual archive of documents and photographs.


      https://inappropriatemonuments.org/en

      Avec une carte

      #cartographie


  • La jeune femme serbe enfermée au 127bis avec son bébé n’avait pas assez d’argent
    https://www.rtbf.be/info/belgique/detail_la-jeune-femme-serbe-enfermee-au-127bis-avec-son-bebe-n-avait-pas-assez-

    La touriste serbe arrivée à #Bruxelles la semaine dernière avec son bébé de 9 mois n’a pas pu entrer dans le pays en raison d’un manque d’argent. Elle a été enfermée une journée au centre #127bis de #Steenokkerzeel et a encore dû attendre quatre jours avant de pouvoir rentrer chez elle, affirme le site d’information Apache https://www.apache.be/2018/09/26/servische-toeriste-met-baby-in-gesloten-centrum-omdat-ze-te-weinig-geld-bijha . L’information a été confirmée par Geert De Vulder, porte-parole de l’Office des étrangers, tout en précisant qu’il s’agissait d’une procédure standard.


    La manière d’agir des services belges n’a pas été appréciée en Serbie, ni au Monténégro, d’où la Serbe avait pris un vol le 16 septembre vers Bruxelles, pour un séjour de cinq jours chez son frère qui réside aux Pays-Bas.

    Au contrôle des frontières, il s’est avéré que la jeune femme ne répondait pas à l’une des conditions d’entrée, celle de posséder suffisamment d’argent sur soi. La loi fixe cette somme à 45 euros par jour lorsqu’on est en visite dans la famille ou chez des amis. La femme avait 300 euros, soit 20 euros par jour pour elle-même et son bébé. Apache signale que le revenu mensuel moyen en Serbie oscille entre 400 et 450 euros. « Nous n’avons fait que suivre la loi », poursuit M. De Vulder. « Cette femme aurait dû mieux préparer son voyage ».

    C’est pour cette raison qu’il a été décidé d’emmener cette personne au centre fermé 127bis. Le lendemain, elle a été transférée en centre ouvert où elle a pu recevoir la visite de son frère. Finalement, elle n’a pu prendre le chemin du retour que le jeudi 20 septembre. Lors de ce vol retour, elle a dû donner son passeport et a été escortée par des agents de police.

    #Belgique #Bruxelles #Serbie #Monténégro #tourisme dans l’#union_européenne #UE #Femme #enfant

    • My god.

      La « femme »

      La loi fixe à 45 euros par jour la somme minimale lorsqu’on est en visite dans la famille ou chez des amis. La femme avait 300 euros, soit 20 euros par jour pour elle-même et son bébé. Apache signale que le revenu mensuel moyen en Serbie oscille entre 400 et 450 euros. « Nous n’avons fait que suivre la loi », poursuit M. De Vulder. « Cette femme aurait dû mieux préparer son voyage .

      La « serbe »

      La manière d’agir des services belges n’a pas été appréciée en Serbie, ni au Monténégro, d’où la Serbe avait pris un vol le 16 septembre vers Bruxelles, pour un séjour de cinq jours chez son frère qui réside aux Pays-Bas.


  • Vucic’s Kosovo Speech Promoted a Dangerous Fantasy :: Balkan Insight
    http://www.balkaninsight.com/en/article/vucic-s-kosovo-speech-promoted-a-dangerous-fantasy-09-10-2018-1

    Knowing full well that no one would dare to criticise him after he seemingly hit a couple of conciliatory notes, Vucic turned back to the hidden essence of his speech as he praised Slobodan Milosevic’s ‘leadership’.

    “Milosevic was a great Serbian leader whose intentions were certainly for the best, but our results were very poor. Not because he wanted that but because our wishes were unrealistic, while we neglected and underestimated the interests and aspirations of other nations,” he said. “Because of that, we paid the largest and most severe price. We haven’t become bigger.”

    This part of Vucic’s speech alone should have set off alarms in the EU and the West in general, because it showed his true colours, and demonstrated that he is still taking the same hard nationalist line that destroyed millions of lives.

    #Serbie #nationalisme


    • could lead to an end,… le contenu de l’article n’est pas aussi optimiste. Ce pourrait être, au contraire, le signal d’un renouveau des conflits.

      After the Yugoslav wars, the Western powers that intervened to end the bloodshed hoped the nations that emerged from the conflicts would learn to respect their minorities. A redrawing of borders along ethnic lines would be an admission that these hopes were futile, and it could increase the temptation for minorities in other ex-Yugoslav states to secede. The danger is especially great in Bosnia and Herzegovina, where the Serb- and Croat-dominated regions could gravitate toward Serbia and Croatia, and in Macedonia, which has a strong ethnic Albanian minority.

      If a swap prompts Albanian nationalists in Macedonia and Kosovo to push harder for a “Greater Albania” and Serbs and Croats move to break up Bosnia, the danger of armed conflicts will re-emerge. That’s a situation no one wants. That’s why German Chancellor Angela Merkel opposes any deal that would involve border changes, even though U.S. National Security Adviser John Bolton has said the Trump administration wouldn’t object to such an outcome.

      C’est cet angle que retenait le Monde le 14 août
      https://seenthis.net/messages/715009
      (avec carte des zones envisagées pour l’échange)


  • A l’école genevoise, le #Kosovo n’existe pas

    Les cartes géographiques murales dans les classes font du Kosovo une province serbe. Elles ont été achetées à l’entreprise Michelin, en France. Le Département de l’instruction publique reconnaît une erreur.

    « Madame, il est où le Kosovo sur la carte ? » demande un élève. Réponse hypothétique de l’enseignant : « En #Serbie, Toto. » C’est la blague de la rentrée scolaire genevoise, qui fera sans doute davantage grimacer que sourire. Mais elle est vraisemblable. En effet, sur les cartes murales du monde et de l’Europe des classes des degrés primaire et secondaire dont le Département de l’instruction publique (DIP) a fait l’acquisition, le Kosovo n’existe pas. Il n’est qu’une province serbe, alors que son indépendance a été reconnue. Diable, il va falloir que les professeurs se montrent fins diplomates.

    Comment cette bourde a-t-elle été rendue possible, dans un canton où la communauté kosovare est très présente ? « L’absence des frontières politiques du Kosovo n’a pas été remarquée par les acheteurs sur le moment, répond Pierre-Antoine Preti, porte-parole du DIP. Il n’y a aucune volonté délibérée de la part du DIP, qui va désormais s’employer à corriger cette erreur. » Comment ? Dans un premier temps, la commande 2018-2019 sera renvoyée à l’expéditeur. Les commandes suivantes seront conformes aux frontières politiques européennes, assure le département.
    Exigence de cartes plastifiées résistantes

    Chaque année, Genève procède au réassort des cartes murales donnant des signes de fatigue. Le canton vient de faire l’acquisition de 73 exemplaires. La Direction générale de l’enseignement obligatoire (DGEO) a passé commande au français Michelin, manifestement pas à la page puisque l’Hexagone, comme la Suisse, a reconnu le Kosovo en 2008, peu après sa déclaration d’indépendance unilatérale.

    Genève aurait été mieux inspiré en achetant local. En Suisse, le numéro un des éditeurs touristiques est Hallwag Kümmerly+Frey et ses cartes sont à jour. Le DIP n’ignorait pas ce fournisseur lorsqu’il a procédé au choix, l’acquisition étant passée par la centrale commune d’achat du Département des finances, qui veille à l’application des règles usuelles des marchés publics.

    Mais la DGEO avait sur le produit des idées bien arrêtées. Elle souhaitait des cartes plastifiées plus résistantes à l’usage scolaire, une exigence formulée avec le soutien d’experts pédagogiques dans le domaine de la géographie. Dommage qu’attachés à ces considérations techniques, ils en aient oublié le fond. Et comme le concurrent suisse de Michelin ne proposait pas cette plastification dans le format désiré, c’est l’entreprise française qui l’a emporté.
    « La communauté kosovare mérite toute notre considération »

    Au grand dam aujourd’hui de la conseillère d’Etat Anne Emery-Torracinta, qui regrette l’absence des frontières nationales du Kosovo sur ces documents : « La communauté kosovare présente sur notre territoire mérite toute notre considération. La Suisse fut l’un des premiers pays à reconnaître ses frontières nationales. »

    Du côté des politiques, on reste pantois devant la gaffe : « C’est grave, car on constate qu’on a mis l’accent sur l’emballage, et pas sur le contenu, réagit Jean Romain, député PLR au Grand Conseil. Enseigner, c’est d’abord transmettre des connaissances, les plus justes possible. » François Lefort, député vert au parlement : « Le DIP devient un habitué des bourdes. Soit par ignorance, soit par manque d’intérêt. C’est regrettable. »

    Pour un enseignant du primaire, cette affaire est dommageable : « C’est blessant pour les élèves kosovars, et cela pourrait créer des remous même au sein des familles. A nous de saisir l’occasion de faire un peu de géopolitique pour expliquer les choses. » Francesca Marchesini, présidente du Syndicat des enseignants du primaire (SPG), salue la volonté du DIP de corriger le tir. « Même si le problème n’a pas été soulevé par le corps enseignant avant ce réassort. » Les cartes actuellement dans les classes souffrent en effet de ce même manquement.
    « Au détriment aussi des entreprises suisses »

    Au Syndicat des enseignants du Cycle d’orientation (Famco), Julien Nicolet, membre du bureau, relève un autre choix problématique, selon lui : la renonciation à l’Atlas mondial suisse, publié par la Conférence suisse des directeurs cantonaux de l’Instruction publique, au profit d’un atlas des Editions De Boeck, en Belgique : « Les données statistiques sont anciennes, la cartographie est médiocre, certaines régions, comme la péninsule Ibérique, ne sont pas traitées, et les noms sont francisés à outrance. Ces économies de bouts de chandelle ne riment à rien. »

    Elles posent aussi une autre question : « L’obligation d’épargner se traduit par des économies de court terme. Dans les deux cas d’espèce, elles sont au détriment aussi des entreprises suisses. Comment dit-on se tirer une balle dans le pied en wallon ? » plaisante un enseignant.

    A Genève, les 3500 cartes géographiques suspendues dans les classes totalisent une valeur de 65 000 francs. Pas cher pour ce qu’elles procurent de rêves, mais cher pour y voir figurer des erreurs. Cela ne risque pas d’arriver dans le canton de Vaud, qui a rompu depuis des années avec la tradition en n’achetant plus de cartes murales du monde, leur préférant la projection. Demeure une seule carte en papier, celle du canton. Une valeur sûre qui évitera à Toto de chercher le Kosovo dans le Gros-de-Vaud.

    https://www.letemps.ch/suisse/lecole-genevoise-kosovo-nexiste
    #polémique #cartographie #école #éducation #Suisse

    cc @reka

    • La carte est fausse ? La leçon de géographie sera meilleure !

      Il est évidemment regrettable que le Kosovo ait été « oublié » sur les cartes scolaires genevoises comme le révèle le TEMPS. Les réactions contrites des protagonistes de la bourde sont justifiées. Mais l’épilogue de l’affaire (renvoi chez Michelin afin d’obtenir des cartes correctes) et les réactions outrées des politiciens en quête d’une « transmission des connaissances les plus justes possibles » mérite discussion.

      L’histoire de la cartographie – portée par des grandes figures comme Brian Harley et Mark Monmonier – nous apprend en effet qu’aucune carte n’est « vraie » ou « juste ». Les bonnes cartes, certes, tendent à être les plus fidèles possibles, mais toutes représentent un reflet du monde, des choix cartographiques et des rapports de pouvoirs. Comment les futures cartes « justes » qui seront livrées au DIP représenteront-elles la Palestine ? la Crimée ? Le Tibet ? Le Cachemire ? Les îles Kouriles ? Ceuta et Melilla ? Gibraltar ? Je serai curieux de le savoir !

      Il y a là une matière d’apprentissage bien plus nécessaire pour les élèves que la géographie traditionnelle de pays figés chacun dans une couleur et de capitales à mémoriser. Mon conseil aux enseignants de géographie genevois est donc de conserver précieusement leurs nouvelles cartes fausses et d’en faire la matière d’un cours sur la géographie changeante des Balkans – une région riche d’ailleurs d’une histoire cartographique particulièrement remarquable – sur le pouvoir des cartes et sur les rapports compliqués entre la réalité et sa représentation…

      Ce sera toujours plus intéressant que de contempler – comme les petits vaudois si l’on en croit l’article du TEMPS – le seul canton de Vaud…

      Harley, B. J. 1988. Maps, Knowledge and Power. In The Iconography of Landscape, eds. D. Cosgrove and S. Daniels. Cambridge : Cambridge University Press.

      ———. 1989. Deconstructing the Map. Cartography (26):1-20.

      Monmonier, M. S. 1993. Comment faire mentir les cartes. Paris : Flammarion.

      https://blogs.letemps.ch/etienne-piguet/2018/08/30/la-carte-est-fausse-la-lecon-de-geographie-sera-meilleure


  • Serbia-Kosovo: un nuovo confine?

    In Serbia si parla sempre più di delimitazioni, demarcazioni, scambio di territori, in riferimento ad una imminente soluzione dell’annosa questione del Kosovo. Un’analisi del dibattito in corso.

    All’inizio di agosto il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato di essere favorevole a una «delimitazione» territoriale tra Serbia e Kosovo, senza però precisare che cosa questa delimitazione potrebbe effettivamente implicare. Nonostante Vučić ultimamente abbia più volte annunciato l’avvicinarsi del momento di una “dolorosa presa di posizione” sulla questione del Kosovo, i suoi sostenitori tuttora ricordano che in passato aveva “giurato” che non avrebbe mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, a nessun prezzo.

    Vučić ha alimentato ulteriormente il clima di confusione dichiarando di non avere nessun piano riguardo alla «delimitazione» con il Kosovo, ma che il prossimo 9 settembre si rivolgerà ai serbi del Kosovo.

    Forse in quell’occasione l’opinione pubblica scoprirà che cosa intende il presidente serbo per “delimitazione”: il riconoscimento del confine attuale tra Serbia e Kosovo, che Belgrado definisce un confine “amministrativo”, oppure l’idea di una divisione del Kosovo secondo la quale la parte settentrionale, a maggioranza serba, verrebbe annessa alla Serbia?

    Si specula inoltre su una terza ipotesi, ovvero su un possibile scambio di territori tra i due paesi che implicherebbe che i comuni di Preševo, Bujanovac e Medveđa situati nel sud della Serbia, e abitati prevalentemente da albanesi, vengano “scambiati” con i comuni a maggioranza serba nel nord del Kosovo.

    Ed è proprio in quest’ottica che una parte dell’opinione pubblica serba ha interpretato l’affermazione del presidente del Kosovo Hashim Thaçi, il quale ha dichiarato che intende avanzare, nel quadro del negoziato condotto a Bruxelles, una proposta di “correzione dei confini”.

    Le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni dal presidente Vučić e dal suo omologo kosovaro dimostrano che la ricerca di una soluzione della questione del Kosovo si sta intensificando e che entrambi i presidenti stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalle trattative e di convincere le rispettive opinioni pubbliche che usciranno vittoriosi dal negoziato, pur non essendovi ancora certezza sul se e quando verrà raggiunto un accordo.

    Questo intensificarsi della ricerca di un compromesso è dovuto alla necessità di raggiungere al più presto, nell’ambito del negoziato condotto sotto gli auspici dell’Unione europea, un accordo legalmente vincolante sulla normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Pristina. La ratifica di questo accordo è una condizione necessaria all’avanzamento della Serbia verso l’Unione europea.

    Al momento non si sa nulla riguardo ai contenuti dell’accordo, tranne il fatto che dovrebbe impedire alla Serbia di bloccare l’ingresso del Kosovo nelle organizzazioni internazionali. Ciò significa, in ultima analisi, che il governo di Belgrado dovrà smettere di opporsi all’adesione del Kosovo alle Nazioni Unite, il che equivarrebbe a riconoscere – se non formalmente, almeno tacitamente – l’indipendenza del Kosovo.
    Vaso di Pandora o operazione di facciata

    Uno dei primi leader politici a esprimere sostegno all’idea di delimitazione territoriale avanzata da Vučić è stato il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. “Noi desideriamo solo affermare i nostri interessi, quelli della Republika Srpska, della Serbia, dei quattro comuni [a maggioranza serba] nel nord del Kosovo, nonché gli interessi serbi in Montenegro”, ha dichiarato Dodik, esprimendo la propria visione del futuro della regione, e soprattutto della Bosnia Erzegovina.

    L’ipotesi di recrudescenze nazionaliste ha suscitato forti reazioni prima ancora che Dodik la esplicitasse. L’ex primo ministro della Svezia Carl Bildt, che ha ricoperto l’incarico di Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina e conosce bene le dinamiche politiche dell’area balcanica, ha messo in guardia, in un articolo pubblicato su Washington Post, sul fatto che lo scambio di territori tra Serbia e Kosovo potrebbe aprire il vaso di Pandora, mettendo a rischio la pace non solo in Bosnia Erzegovina ma anche in Macedonia, dove una cospicua parte della popolazione è di nazionalità albanese.

    Anche Daniel Serwer, professore presso la Johns Hopkins University di Washington ed esperto di Balcani, ha dichiarato, in un’intervista rilasciata a Radio Slobodna Evropa , che un’eventuale divisione del territorio kosovaro “aprirebbe la strada a tentativi di unificazione del Kosovo con l’Albania o con le regioni della Macedonia abitate prevalentemente da albanesi. Così si creerebbe un caos nei Balcani”. Serwer ha inoltre espresso dubbi sulla possibilità che Washington possa sostenere l’idea di una divisione del Kosovo.

    Replicando alle affermazioni di Serwer, il diplomatico austriaco Wolfgang Petritsch, che è stato inviato speciale dell’Ue in Kosovo, ha dichiarato che un’eventuale divisione del Kosovo non sarebbe che una mera “correzione cosmetica” che “non avrebbe alcun effetto negativo sugli altri paesi della regione”, proponendo che, sotto l’egida dell’Ue, dell’Onu e dell’Osce, venga sottoscritta una dichiarazione che vincoli tutti i paesi dei Balcani ad astenersi in futuro da qualsiasi tentativo di raggiungere simili accordi.

    Nel frattempo, su invito del ministro degli Esteri Ivica Dačić, in Serbia è arrivata in visita Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, la quale ha dichiarato che la Russia rispetterà “ogni decisione favorevole ai cittadini della Serbia”, ricordando che la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu sancisce l’integrità territoriale della Serbia.

    A destare un’eco particolarmente forte è stata la dichiarazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui “nei Balcani non ci sarà alcuna modifica dei confini; l’integrità territoriale dei paesi dei Balcani occidentali è determinata e intoccabile”.

    Commentando diverse reazioni all’ipotesi di una modifica del confine tra Serbia e Kosovo, il ministro degli Esteri Ivica Dačić ha dichiarato: “Nel caso in cui venisse raggiunto un accordo bilaterale, perché a qualcuno dovrebbe importare di quello che vi è scritto?”.
    Tradimento e sostegno

    A suscitare preoccupazione, soprattutto tra i serbi del Kosovo, è il fatto che ancora non è stata creata l’Associazione delle municipalità serbe, prevista dall’Accordo di Bruxelles firmato nel 2013, che dovrebbe garantire una certa autonomia alle enclavi serbe. La maggioranza della popolazione serba del Kosovo vive nella parte centrale del paese e, in caso di un’eventuale divisione del Kosovo, rimarrebbe privata dell’appoggio del governo di Belgrado di cui attualmente gode.

    Inoltre nell’ambito del negoziato non è ancora stata affrontata la questione della divisione del patrimonio comune, né tanto meno quella relativa alla tutela della chiese e dei monasteri serbi in Kosovo.

    Invece di cercare di risolvere numerose questioni bilaterali che si trascinano da anni, le autorità dei due paesi hanno aperto una nuova questione, quella della delimitazione del confine.

    E oltre al fatto che fin dal 1999, quando le forze dell’esercito e della polizia serba si sono ritirate dal Kosovo dopo l’intervento militare della Nato, la Serbia non ha alcun controllo effettivo sul territorio kosovaro, la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu fa riferimento alla sovranità dell’allora Repubblica federale di Jugoslavia, nonché alla presenza della comunità internazionale in Kosovo.

    Questo documento è uno dei principali argomenti a cui ricorre una parte dell’opposizione serba nel criticare l’idea di delimitazione con il Kosovo avanzata da Vučić. La maggior parte degli esponenti dell’opposizione accusa Vučić di aver tradito gli interessi nazionali e violato la Costituzione serba nella quale sta scritto che il Kosovo è parte integrante della Serbia, e sono favorevoli al mantenimento dello status quo, ovvero all’ipotesi del “congelamento del conflitto”, mentre alcuni persino sostengono la necessità di interrompere i negoziati.

    Esprimendo una posizione diametralmente opposta, 35 organizzazioni non governative, favorevoli al proseguimento del dialogo tra Belgrado e Pristina, hanno invitato l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Federica Mogherini ad assumere una chiara presa di posizione contro la divisione del Kosovo e contro qualsiasi scambio di territori tra i due paesi.

    La più forte resistenza all’idea della divisione del territorio kosovaro è arrivata dalle enclavi serbe in Kosovo, e in particolare dal monastero di Visoki Dečani situato nei pressi del confine con l’Albania. L’abate del monastero, padre Sava Janjić, e il vescovo di Raška e Prizren Teodosije hanno avvertito che un’eventuale divisione del Kosovo secondo un principio etnico non farebbe altro che aumentare le pressioni a cui sono sottoposti i serbi che vivono nella parte centrale del paese, spingendoli ad emigrare.

    “Fanno parte di un’operazione organizzata e sistematica condotta dai servizi segreti”, li ha attaccati il capo dell’Ufficio per il Kosovo del governo serbo Marko Đurić. I media filogovernativi hanno inoltre reagito lanciando una campagna denigratoria contro i dignitari della Chiesa ortodossa serba in Kosovo, bollando padre Sava come difensore degli interessi albanesi (usando il peggiorativo šiptar), mercenario della CIA e peggiore nemico della Serbia. Questo linguaggio non è riservato solo ai rappresentanti della Chiesa ortodossa serba ma chiunque si azzardi a criticare le idee avanzate da Vučić viene bollato come traditore e nemico dello stato.

    Il presidente Vučić invece riceve quotidianamente messaggi di sostegno non solo da parte dei funzionari del suo partito ma anche dei leader politici dei serbi del Kosovo, compresi i sindaci dei 10 comuni a maggioranza serba del Kosovo che hanno fatto sapere che appoggeranno ogni proposta di risoluzione della questione del Kosovo avanzata da Vučić, a prescindere che si tratti di “una delimitazione, correzione o qualcos’altro”.

    Considerando l’ampio sostegno di cui gode, Vučić avrebbe già potuto spiegare in termini chiari – non solo attraverso i mezzi di comunicazione, ma anche in parlamento, aprendo un vero dibattito pubblico – tutti gli aspetti che hanno finora caratterizzato il negoziato tra Belgrado e Pristina e le possibili soluzioni alla questione.

    Avrebbe potuto, invece di scagliarsi continuamente contro “nemici e traditori”, sforzarsi di ottenere un appoggio più solido da parte dell’opinione pubblica serba all’imminente risoluzione della questione dello status del Kosovo.

    Quel che è certo comunque è che Vučić continuerà a seguire le indicazioni provenienti da Bruxelles e Washington, perché solo con il sostegno della comunità internazionale potrà adempiere a tutti gli obblighi assunti con la firma dell’Accordo di Bruxelles e rimanere al potere.

    https://www.balcanicaucaso.org/aree/Serbia/Serbia-Kosovo-un-nuovo-confine-189683
    #Serbie #Kosovo #frontières #géographie_politique #ex-Yougoslavie


  • Les Européens s’inquiètent des discussions sur les frontières entre Serbie et Kosovo
    https://www.lemonde.fr/europe/article/2018/08/14/les-europeens-s-inquietent-des-discussions-sur-les-frontieres-entre-serbie-e


    ©Le Monde

    Les frontières pourraient-elles être de nouveau modifiées dans les Balkans ? Longtemps inimaginable au nom de la stabilité d’une région déchirée par plusieurs guerres dans les années 1990, cette éventualité, qui effraie nombre de chancelleries européennes, a fait un retour inattendu dans le cadre des longues et délicates négociations entre la Serbie et le Kosovo. Dans une déclaration remarquée, le président de cette ancienne région serbe devenue indépendante en 2008, Hashim Thaci, a publiquement expliqué début août que des « corrections frontalières » pouvaient être envisagées dans le cadre « d’une solution pacifique avec la Serbie ».

    Cette idée explosive avait jusqu’ici toujours été écartée par les autorités du Kosovo, pays à majorité albanophone, mais où vit également une importante minorité serbe. Principalement concentrée dans le nord du pays, autour de la ville divisée de Mitrovica, celle-ci est toujours entretenue par les autorités de Belgrade, qui n’ont jamais reconnu l’indépendance du Kosovo. Or, cette situation juridique instable constitue le principal point d’achoppement des négociations entre les deux pays. Le nord du Kosovo est devenu une zone de non-droit en proie aux mafias et aux assassinats politiques : en janvier, un opposant politique serbe a été tué en pleine rue.

    Même s’il s’est dit opposé à tout « échange de territoire », l’homme fort du Kosovo pourrait accepter de perdre ces territoires contre le rattachement de la vallée de Presevo et des municipalités de Medveda et Bujanovac, des enclaves majoritairement albanophones en territoire serbe. M. Thaci a proposé d’y organiser un référendum, « la seule option pour légitimer les souhaits des Albanais qui y vivent ».


  • Sulle rotte dei migranti, qui Belgrado: «Una popolazione accogliente perché ancora ferita dalle guerre jugoslave»

    I ragazzi a contatto con alcune Ong in Serbia. Un episodio di inclusione ben riuscita è quella della piccola cittadina di #Bosilegrad, un pacifico senso di comunità: cittadinanza e migranti festeggiano la Pasqua insieme


    http://www.ildolomiti.it/societa/2018/sulle-rotte-dei-migranti-qui-belgrado-una-popolazione-accogliente-perche-
    #Belgrade #Serbie #histoire #mémoire #accueil #réfugiés #solidarité #asile #migrations #intégration #inclusion


  • In squats by the Serbian border, young men trying to enter the EU live in dangerous limbo

    Just 300 metres from the border crossing between Serbia and Hungary, a gateway to the European Union, around 30 men are standing in the middle of a field. It’s late January and the temperature is near zero. Nearby are several abandoned buildings where they are temporarily living. An open fire, made of wood, tires, and plastic, serves as the only source of warmth, but it creates heavy and poisonous air inside the squat. They are waiting for drinking water, food, and warm clothes to be distributed by a group of volunteers – the only people helping them to survive the winter.

    These men, most of them from Pakistan and Afghanistan, were pushed from their homes by ongoing conflicts and poor economic conditions. They are trying to cross the Balkan corridor to seek asylum in the EU, but got trapped in Serbia when Hungary and Croatia erected razor wire fences on their borders in 2015. For many, this journey has been part of their life for several years, and has involved multiple deportations and restarted attempts at making it to the EU.

    As part of my PhD research, I spent a total of five weeks between May 2017 and January 2018 in seven transit squats and three state-run camps in Serbia.

    The chances of making a legal border crossing from Serbia to the EU countries of Hungary or Croatia are getting slimmer. The legal border crossing points into Hungary currently accept only two to six people per working day. The “lucky” ones are mainly families with children, who often pay the Serbian state authorities €3,000 per family to appear on top of highly corrupted “waiting lists” which stipulate who gets access and whose asylum claim will be assessed. This makes single men the most disadvantaged and vulnerable group in such transit camps, and they often have to rely on their own support networks, deemed illegal by Serbian authorities.


    https://theconversation.com/in-squats-by-the-serbian-border-young-men-trying-to-enter-the-eu-li
    #frontières #hébergement #squats #asile #migrations #réfugiés #Serbie #Hongrie #limbe #réfugiés_afghans #réfugiés_pakistanais #hommes #zone_frontalière


  • Memoria serba, la battaglia dei monumenti tra #Djindjic e #Milosevic

    Una scultura dedicata al leader democratico ucciso nel 2003 sorgerà nel centro di Belgrado. Accanto potrebbe trovare posto una statua di Slobodan Milosevic. Una coesistenza improbabile, che riassume lo stato della memoria collettiva. E l’idea della Serbia cara al nuovo vozhd Vucic

    https://eastwest.eu/it/opinioni/european-crossroads/serbia-monumenti-memoria-milosevic-djindjic
    #monuments #mémoire #Serbie #Belgrade

    cc @albertocampiphoto


  • #Serbie : les #déchets_toxiques, une bombe à retardement

    Chaque année, la Serbie produit 80 000 tonnes de déchets toxiques, et n’a aucune capacité de les traiter. Elles les exportent donc vers l’Union européenne, très cher, ce qui sera interdit à partir de 2020. Alors que le pays abrite aussi 300 000 tonnes de déchets anciens, le gouvernement semble inconscient de l’ampleur de la catastrophe écologique qui s’annonce.

    https://www.courrierdesbalkans.fr/Dechets-toxiques-en-Serbie-une-situation-alarmante
    #déchets


  • Kadinjača Memorial Complex – Zlatiborski okrug, Serbia - Atlas Obscura

    https://www.atlasobscura.com/places/kadinjaca-memorial-complex

    A grand Yugoslav memorial to the group of partisans who fought and died resisting western Serbia’s Nazi occupation.

    In western Serbia, a pink and white stone complex sits on a mountaintop overlooking many miles of green valleys. But the soft pastel colours and scenic views of this sprawling memorial belie a history of struggle and sacrifice.
    Top Places in Serbia

    The city of Užice, in western Serbia, was the first region to win its independence from World War II-era Nazi occupation. In late 1941 partisans recaptured the city from the Germans, and declared the city and its surroundings the “Republic of Užice”—but it would be short lived.

    #spomenik #mémoire #ex-yougoslavie #serbie



  • #Hotel_Jugoslavija

    La Yougoslavie n’existe plus, mais l’Hôtel Jugoslavija hante encore le paysage belgradois tel un miroir tendu à une #Serbie en quête de nouveaux repères. En explorant le bâtiment à différentes époques, en sondant la #mémoire de ceux qui l’ont habité, le réalisateur, d’origine yougoslave mais né et ayant toujours vécu en Suisse, crée un espace-temps singulier d’où émergent un forme d’inconscient collectif et une part de sa propre identité.


    http://www.swissfilms.ch/fr/film_search/filmdetails/-/id_film/2147112216

    #film #Belgrade #documentaire #Nicolas_Wagnières
    cc @albertocampiphoto @reka


  • Pourquoi vos appareils électroménagers n’affichent plus la bonne heure - Tech - Numerama
    https://www.numerama.com/tech/334012-pourquoi-vos-appareils-electromenagers-naffichent-plus-la-bonne-heu

    Les horloges de certains de vos appareils électriques n’affichent pas la bonne heure depuis quelques semaines ? La cause de ce décalage horaire pourrait trouver son origine dans le désaccord politique persistant entre la Serbie et le Kosovo. C’est l’explication étonnante, mais pourtant bien réelle, donnée par le Réseau européen des gestionnaires de réseau de transport d’électricité (ENTSO-E) début mars.

    « Le système énergétique de l’Europe continentale connaît, depuis la mi-janvier, des écarts de puissance significatifs et continus dus à la pénurie d’approvisionnement d’un gestionnaire de réseau de transport au sein du réseau interconnecté », observe l’association dont fait partie Réseau de Transport d’Électricité (RTE), la filiale d’EDF, ainsi que 42 autres gestionnaires de réseau de transport.

    Étonnant, non ?

    #temps #heure #réseau_électrique #Kosovo #Serbie

    • Mon four affiche la bonne heure.

      C’est quoi cette fake news ?

      Un décalage dans les horloges c’est :
      – 20 % des voyageurs qui restent sur le quai des gares.
      – Des accidents des chemin de fer.
      – Des usines chimiques qui explosent . . .
      Le bordel partout.

      Mais pourquoi les médias du Décodex propagent ils ce genre de rumeurs débiles ?

    • Normalement, explique l’ENTSO-E, la fréquence électrique moyenne dans la zone qui est desservie par les gestionnaires de réseau de transport est de 50 Hz. Or, celle-ci est très légèrement plus basse, à 49,996 Hz. L’écart paraît infime mais il est suffisant pour entraîner un décalage entre l’heure officielle et celle qui est affichée sur l’écran de vos appareils électroménagers.

      Et le décalage n’est pas de quelques secondes : il peut atteindre plusieurs minutes. « La diminution de la moyenne de fréquence affecte aussi les horloges électriques qui sont pilotées par la fréquence du système électrique et non par un cristal de quartz : elles montrent actuellement un retard de près de six minutes », explique l’association des gestionnaires de réseau de transport.
      […]
      D’après l’ENTSO-E, la situation devrait progressivement revenir à la normale ; il faudra néanmoins quelques semaines pour que tout soit stabilisé. Dans le cas contraire, le dossier risque de prendre un tour beaucoup plus politique, avec en particulier l’Union européenne dans la boucle.

      Donc :
      • écart de fréquence 50 - 49,996 = 0,004 Hz, soit une différence relative (0,004/50) de presque 10^-4
      • retard cumulé : 6 minutes

      une division tout bête pour obtenir la durée cumulée pendant laquelle la fréquence est inférieure à sa valeur nominale :
      6 / 10^-4 = 60 000 minutes -> 42 jours -> 6 semaines
      (52 jours soit presque 7,5 semaines sans arrondir l’écart relatif (8.10^-5)

    • Non, en effet, il retardait, je m’en suis fait la remarque et je l’ai mis à l’heure dans le courant de la semaine dernière jours (4 minutes de retard, il me semble).

      Il n’y a guère de conséquences, je pense : un dispositif qui a vraiment besoin d’une horloge fiable (ce n’est pas le cas de mon four…) ne prend pas ses pulsations sur la fréquence du courant du secteur :
      • soit il a un oscillateur à quartz (coût inférieur à 1 euro, précision relative de l’ordre de 10^-10, sans commune mesure avec la dérive évoquée ci-dessus) s’il doit être autonome (je ne mentionne pas les horloges atomiques, peu courantes dans les objets que tu cites, mais on est à 10^-16 de précision relative…),
      • soit, s’il doit communiquer, il dispose d’un mécanisme de synchronisation .


  • Bloqués en #Serbie : les #réfugiés perdus de la « route des Balkans »
    https://www.mediapart.fr/journal/international/260218/bloques-en-serbie-les-refugies-perdus-de-la-route-des-balkans

    Un point d’eau installé par une ONG près de la frontière hongroise © Laurent Geslin Malgré sa fermeture officielle, il y a bientôt deux ans, la « #route_des_Balkans » est toujours active. Environ 5 000 réfugiés sont bloqués en Serbie qui, de pays de transit, s’est brutalement transformée en cul-de-sac. D’autres exilés continuent d’arriver, via la Turquie, la Grèce, puis la Macédoine ou la Bulgarie.

    #International



  • BORDER VIOLENCE MONITORING
    https://www.borderviolence.eu

    A project documenting illegal push-backs and police violence inflicted by EU member state authorities, mainly on the borders of Serbia/Croatia and Serbia/Hungary.

    This website documents illegal push-backs and police violence inflicted by EU member state authorities, mainly on the borders of Serbia/Croatia and Serbia/Hungary. The quotes and pictures below are just a few examples from a growing database of testimonies and reports collected by independent volunteers starting in 2016. Through systematic documentation, it aims to render visible the equally systematic and planned character of this violence. Day by day, basic human rights are being violated on the margins of the EU. In solidarity with the people suffering these abuses, we aim to bring their often forgotten stories to public attention and demand that these practices stop immediately.


    • Cette histoire est d’une telle violence ! Je ne sais pas, c’est totalement indescriptible… Même le droit ultime d’enterrer dignement ses morts, on ne peut pas l’avoir quand on est migrant ? « Like a dog » effectivement.

    • «Care #Divany e #Medina, scusateci»

      Avevano 3 e 6 anni, sono morte rispettivamente il 6 e il 21 novembre nel mar Mediterraneo e sulla ferrovia alla frontiera tra Croazia e Serbia. La mamma di Divany la ricorda a Scicli con una corona di fiori, i genitori di Medina non si danno pace. Attorno a loro volontari e operatori che condividono il dolore e denunciano la disumanità delle frontiere chiuse: ecco la lettera-monito di Silvia Maraone di Ipsia che era con la bimba afgana pochi giorni prima della tragedia

      http://www.vita.it/it/article/2017/12/12/care-divany-e-medina-scusateci/145422

    • Morire di Europa a sei anni.

      Numeri.

      L’altra sera mi trovavo a Milano e leggevo i numeri delle migrazioni negli ultimi quattro anni. Oltre ai diversi ingressi registrati, c’è un’altra statistica che viene citata poco. Il numero delle persone morte nel tentativo di arrivare da noi, in Europa. Sono stime, perchè di tante persone non conosceremo mai veramente il destino. Chi annega in mare e viene sommerso dai flutti. Chi muore di sete e di caldo nel deserto e sparisce ingoiato dalla sabbia rovente. Chi congela nei fiumi e tra le montagne dei Balcani e viene divorato dagli animali selvatici. Sono in media quattromila all’anno le persone che spariscono così. Seppellite in fosse comuni, lontane dalle proprie famiglie e dalle proprie case. Noi li vediamo come una massa indistinta, fatta di numeri. E non ci sconvolge.

      Viviamo tra i morti, nuotiamo tra i cadaveri nel Mediterraneo. E non ci pensiamo, se non quando magari una foto più di un’altra non ci colpisce. Ci fu il caso di Aylan nel 2015, con la sua maglietta rossa, riverso a faccia in giù sulla riva del mare, che ci fece trattenere per un attimo il fiato e che spalancò di colpo le porte del sogno EU a quasi un milione di persone. Dopodichè, quel quasi milione di persone divenne troppo da gestire e firmammo un accordo a Marzo 2016, per chiudere la rotta balcanica, lasciando quasi 80.000 persone ferme tra la Grecia, la Macedonia e la Serbia.

      Di loro, dei quasi settemila bloccati in Serbia, la maggioranza Afghani, ci siamo dimenticati in fretta. Sono stati sistemati tutti quanti nei 18 campi profughi aperti dal governo con il finanziamento dell’UE. I siriani sono rimasti in Grecia, prima o poi verranno ricollocati. E quasi quattro milioni sono in Turchia, bloccati dopo l’accordo di cui sopra.

      In questi mesi, da Maggio, quando sono arrivata in Serbia, ho conosciuto diverse centinaia di persone. Famiglie sopratutto, ragazzi, uomini. Sono in viaggio da due anni, per lo più. Hanno già conosciuto la durezza del cammino, la paura dell’acqua, il dolore dei colpi dati dal manganello. Uomini, donne, bambini.

      Quando ho cominciato a fare volontariato vent’anni fa nei campi profughi in Slovenia, erano sopratutto loro, i bambini, l’energia in più che faceva sembrare meno brutta la vita in quel limbo. Con loro era facile dimenticare dove ti trovavi, la durezza e la noia della vita nel campo, l’incertezza del futuro. Quei pensieri consumavano e consumano sopratutto gli adulti, coloro che sanno quanti soldi hanno già speso e quanto ancora devono indebitarsi per andare avanti nel game. Quanto costerà provare ad attraversare la Croazia o l’Ungheria con i trafficanti.

      Negli ultimi mesi molti hanno cominciato a tentare di attraversare i boschi tra la Serbia e la Croazia da soli, con le mappe di Google. L’Ungheria è più difficile da attraversare, lì il confine è più sorvegliato, ci sono fili spinati doppi con lame di rasoio in cima, ci sono i cani, ci sono i sensori di rilevamento termico e le telecamere a infrarossi. E poi ci sono i manganelli, gli ungheresi prima di cacciarti ti pestano, così forse non proverai più la prossima volta. E’ così che rimandano in Serbia brandelli di umanità, feriti nello spirito e nel corpo. La Croazia invece da quest’estate sembrava più porosa, sembrava quasi si riuscisse a passare e poi se proprio non si riusciva ad andare più in là, verso Austria o Ungheria, si poteva chiedere l’asilo. Non sarà Shengen, ma è pur sempre EU.

      Da novembre, osserviamo impotenti i tentativi che le persone fanno di andare di là, a Nord dalle parti di Šid. Dal nostro campo decine di persone sono partite e le abbiamo viste ritornare.

      Una di queste famiglie non è tornata intera. Avevano lasciato il nostro campo ad Agosto e passato un paio di mesi tra Tutin e Belgrado, fino a quando non hanno provato ad attraversare il confine.

      Di Madina ricordo che aveva gli occhi grandi, i capelli neri e folti, uno sguardo vispo e un sorriso furbo. Era piccolina e si confondeva in mezzo ai suoi fratelli e sorelle. Una mattina di Maggio, ero da poco arrivata in Serbia, arrivo al campo e sento i bambini che urlano e corrono verso di me: “cats, cats”! Madina mi prende per mano e mi porta a un grande vaso in cemento, dentro il quale ci sono due gattini neri di meno di un mese, terrorizzati. I bambini sono eccitati e contenti, giocano coi gatti, senza pensare a quanto siano spaventati. Prendo i gatti, li metto in una scatola e li porto in auto. I gatti, avranno molta più fortuna dei profughi bloccati da anni nel limbo migratorio, loro sono a Milano e vivono pasciuti e felici in una bella famiglia, con documento di identità e regolarmente registrati in Comune.

      Madina era così, curiosa, sorridente, chiacchierona. Anche se non parlava così bene inglese riusciva a farsi capire e ti saltellava intorno.

      Mi immagino come sia stato faticoso per lei, con le sue gambette corte, attraversare la “jungle” tra la Serbia e la Croazia, di notte, tra i fili spinati e le pattuglie della polizia, senza probabilmente capire cosa stava succedendo. Così come non avrà capito cosa è successo, quanto un treno l’ha travolta, uccidendola e lasciando il suo corpo insanguinato al buio, vicino ai binari, mentre gli altri della sua famiglia cercavano di capire al buio dove fosse finita la piccola. L’ha trovata Rashid, suo fratello. Un ragazzo alto e gentile, taciturno, sempre disponibile e attento ai piccoli della famiglia. Mi immagino le urla di Nilab, la sorella maggiore con cui giocavo a pallavolo e con cui parlavamo dei sogni di arrivare in Europa e poter vivere liberamente, in Germania.

      La versione ufficiale della polizia croata è che abbiano assistito con i visori infrarossi ai movimenti di un gruppo di persone lungo la ferrovia, dal lato serbo del confine e di come sia passato il treno, a seguito di questo parte del gruppo è andata di corsa verso le pattuglie portando in braccio il corpo di una bambina. La polizia afferma che stavano compiendo i loro compiti routinari di difesa delle frontiere, così come previsto dalle leggi del’UE, applicando i respingimenti forzati.

      La versione della famiglia, supportata da organizzazioni umanitarie (tra cui MSF) e gruppi di attivisti e volontari è che la famiglia avesse invece già raggiunto la Croazia e che sia stata respinta verso la Serbia, ricevendo come indicazioni di seguire la ferrovia, senza essere avvisati del potenziale pericolo del passaggio dei treni anche di notte e rifiutando la richiesta della madre stremata che chiedeva solo di poter riposare un po’ con i figli, stanchi, affamati e infreddoliti. Oltre a questo, in nessun modo la famiglia ha avuto alcun aiuto da parte né dei croati, né tantomeno dei serbi, che per alcuni giorni non hanno nemmeno dato il corpo alla famiglia e hanno loro imposto un funerale senza rispettare le usanze musulmane. E’ così che la piccola Madina ora si trova sepolta a pochi chilometri dal luogo in cui è stata uccisa, lontana dalla sua casa, dalla sua famiglia. Era la notte tra il 20 e il 21 Novembre.

      Questa notizia all’inizio era passata in silenzio, diffusa tra i social, twittata da alcuni organizzazioni, sino a quando Al Jazeera non l’ha ripresa, seguita dal Guardian e anche dal nostro Corsera. Le parole di Nilab, che Madina non venga dimenticata, sono state ascoltate.

      E noi, cosa possiamo fare? Come si può restare indifferenti alla morte di Madina e delle migliaia di innocenti che cercano solamente un futuro migliore, mettendo in gioco tutto ciò che hanno, cioè la loro vita?

      Io li vedo questi confini insaguinati e queste vite miserabili. Ero in Croazia il giorno dopo che Madina era morta, lungo la strada che passa dietro il confine. Ho visto le pattuglie, i cani, la caccia all’uomo. Ho visto la polizia croata. E ho visto la polizia ungherese e la caccia all’uomo da quella parte del confine. Ho visto il filo spinato, ho respirato la paura, il buio e il freddo. Ho visto i fuocherelli accesi nella notte da chi parte per il game, le immondizie abbandonate dietro di sé, le scarpe spaiate, le coperte grigie dell’UNHCR. Ho sentito i racconti di bambini di sei-sette anni, di come dopo aver camminato per tanti chilometri non riuscivano più a fare un passo e si addormentavano ogni volta che si dovevano abbassare per sfuggire alle vedette. Mi hanno parlato del freddo, della sete, della fame. Della paura.

      E no, bambini, non è questo il game. Non è giusto che il gioco sia questo. Io ho avuto fortuna, sono stata una bambina amata e cresciuta in una grande città, dove andavo a scuola, giocavo coi compagni, ho fatto gli scout, sport e volontariato. Dopo la Slovenia, sono stata in Bosnia e in Kosovo e ora qua in Serbia, e provo a portare sorrisi e giocare, a dimenticare, a ricordare che siete solo bambini e che avete diritto alla felicità e alla spensieratezza, ad andare a scuola, avere vestiti caldi e puliti, pupazzi e giocattoli, dei nonni che vi coccolino e vi vizino, dei genitori che si preoccupino per voi.

      E no, non posso dimenticare Madina, non posso dimenticare il suo entusiasmo per i gattini, il modo in cui ballava “tutte le scimmiette in fila per sette”. Non posso dimenticare lei, la sua famiglia e tutte le persone incontrate in questi anni di Balkan route, accampate a Idomeni, a Hotel Hara, a Eko station, al campo profughi di Sounio, a Helliniko, a Horgos e Kelebija, nelle barracks di Belgrado, nell’Afghan park e il modo in cui nonostante tutto, i bambini riescano a giocare. Non posso.

      E se vi chiedete come si fa, non lo so nemmeno io come si fa, so solo che quando vedo mia nipote Anna che ha 4 anni e dei ricci bellissimi e le ho appena regalato un pigiama con Elsa di Frozen, penso solo che lei è fortunata e le auguro che la vita non le dia mai quello che sta dando a queste migliaia di Madina in giro per il mondo alla ricerca di fortuna.

      Tra poco è Natale, spenderemo un sacco di soldi per cibo, regali, luminarie e decorazioni.
      Qualcosa lo potete fare anche voi. Ricordatevi di Madina e di quelli che stanno ancora facendo il game.

      Potete fare un regalo ai bambini di Bogovadja. Non sono giocattoli, non sono dolci e caramelle, sono scarpe e vestiti per l’inverno, dignitosi e caldi, che forse gli serviranno quando dovranno attraversare i boschi al confine.
      http://www.caritasambrosiana.it/emergenze-caritas/emergenze-in-corso/emergenza-freddo-bogavadja

      Ciao, Madina.


      https://nellaterradeicevapi.wordpress.com/2017/12/09/morire-di-europa-a-sei-anni