• Macerie su Macerie – PODCAST 20/07/26 – I tormenti di #prometeo pt.2
    https://radioblackout.org/podcast/macerie-su-macerie-podcast-20-07-26-i-tormenti-di-prometeo-pt-2

    A Macerie su Macerie continuiamo la riflessione filosofica sulla Tecnica, sia evidenziando i punti deboli delle critiche all’AI, sia riassumendo gli agghiaccianti capisaldi della teoria transumanista della Singolarità, ovvero l’entità che secondo i tecnofili più accaniti dovrebbe sostituire l’umano superando definitivamente i suoi limiti biologici. Ascolta l’episodio precedente: I tormenti di Prometeo pt.1

    #ai #Heidegger #kurzweil #nietzsche #ominazione #simoneweil #transumanesimo
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/07/maceriekurzweil.mp3

  • Autonomie de la #Corse : jusqu’où ira la rupture avec l’égalité devant la loi ?
    https://lvsl.fr/autonomie-de-la-corse-jusquou-ira-la-rupture-avec-legalite-devant-la-loi

    « Une #Constitution nationale et la liberté publique étant plus avantageuses aux provinces que les privilèges dont quelques-unes jouissaient, il est déclaré que tous les privilèges particuliers des provinces, principautés, pays, cantons, villes et communautés d’habitants sont abolis sans retour, et demeureront confondus dans le droit commun de tous les Français ». Lors de la nuit du 4 août 1789, les députés des États Généraux abolissent officiellement les privilèges et unifient les conditions juridiques du royaume. Le programme de la Révolution ne souffre alors d’aucune ambiguïté : la rupture avec la société d’ordres passe par l’égalité, non seulement des individus mais aussi des territoires devant la loi. Deux siècles plus tard, flotterait-il un parfum d’Ancien Régime au Palais Bourbon (…)

    #Politique #Autonomie_Corse #Centralisation #décentralisation #Indépendantisme #République #Simeoni #Yvan_Colonna

  • Quel modèle d’épicerie collective ouvrir ? - Revue Silence
    https://www.revuesilence.net/numeros/520-On-ouvre-une-epicerie-collective/quel-modele-d-epicerie-collective-ouvrir

    Silence520.pdf
    https://editions-libertaires.org/wp-content/uploads/2018/07/Silence520.pdf

    Les épiceries collectives se sont multipliées, passant d’une trentaine il y a 10 ans à plus de 300 aujourd’hui. Elles se sont développées suivant plusieurs modèles qui sont présentés dans ce dossier : Épis, supermarchés coopératifs, coopératives alimentaires autogérées,... Parallèlement, certaines Biocoop et certains magasins de vrac connaissent des difficultés. C’est pour comprendre où nous en sommes aujourd’hui que Silence est allé pousser de nouveau la porte des épiceries collectives, analyses et reportages à l’appui.

    https://www.revuesilence.net/auteur/jean-claude-richard

    Jean-Claude Richard
    Articles de cet auteur (5)

    Les Diony-Coop, c’est l’anarchie… la vraie !
    Éloge de la simplicité

    Quel modèle d’épicerie collective ouvrir ?
    Oser l’autogestion dans les coopératives alimentaires
    L’informatisation, une fausse bonne idée

    #epicerie_collective
    #simplicité
    #autonomie
    #autogestion
    #alimentation
    #alternative
    #gestion_alternative
    #groupes_libertaires
    #anarchie_au_quotidien

    • https://dionycoop.org
      Coopérative et AMAP autogéré de Saint-Denis

      Ce qui m’intéresse de voir ici c’est la proposition d’une organisation sans réunion pour simplifier les implications de toustes et de ne pas différencier les sachants des moins sachants et comment dans un groupe se méfier des rapports et postes de pouvoir, notamment de l’informatique.

      Dommage que ce soit en wordprss.

  • “Santo Romano non è uno dei tanti”: la battaglia della fidanzata #simona_capone
    https://informareonline.com/santo-romano-non-e-uno-dei-tanti-la-battaglia-della-fidanzata-simon

    “Cosa sarebbe successo se…?” è una delle domande che spesso l’essere umano si pone. Cosa sarebbe successo se #santo_romano non avesse deciso quella notte del 1° novembre 2024 di placare una lite scoppiata per una scarpa pestata? Non lo sappiamo. Potremmo dire che Santo è solo uno dei tanti che ha pagato un prezzo […] L’articolo “Santo Romano non è uno dei tanti”: la battaglia della fidanzata Simona Capone proviene da Informareonline, scritto da Domenico Barbato

    #Approfondimenti #Attualità #Magazine_Luglio_2026 #santo_vive #violenza_giovanile

  • Olimpiadi, il flop della cabinovia Apollonio-Socrepes: uno spreco da 35 milioni di euro

    L’infrastruttura che doveva spostare 2500 atleti e spettatori all’ora ai Giochi di Milano-Cortina 2026 è ancora ferma, nonostante sul portale delle opere risulti conclusa. Anche in Lombardia due cantieri simili non sono pronti. Intanto, partono le inchieste sulla costruzione.

    Aggiornamento: Pioggia di inchieste sulla cabinovia Apollonio-Socrepes. A fine maggio, la Procura della Repubblica di Belluno ha ordinato perquisizioni a Società Infrastrutture Milano-Cortina (Simico) e alla società #Graffer. L’ipotesi è di turbativa d’asta, secondo il procuratore Massimo De Bortoli, «per la possibile sussistenza di condotte che, grazie ad accordi collusivi o comunque tramite modalità fraudolente, hanno deliberatamente favorito la società Graffer nell’assegnazione dei lavori a discapito di altre ditte interessate all’esecuzione degli stessi».

    Qualche giorno dopo, anche la Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, per indagare sui costi lievitati e l’assegnazione di Simico alla Graffer dopo le gare andate deserte.

    Dall’11 giugno risulta indagata anche Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della Struttura Tecnica di Missione (STM) presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sempre all’interno del filone che riguarda la costruzione della cabinovia.

    22.04.2026: Doveva essere una delle infrastrutture cardine delle Olimpiadi di Milano-Cortina, insieme alla pista da bob. Invece, la cabinovia di Apollonio-Socrepes non è mai entrata in funzione. Mentre per la Società infrastrutture (#Simico) che ne ha gestito la realizzazione la cabinovia è pronta, le immagini mostrano una realtà molto differente, con il cantiere aperto e una frana che, sotto, continua a muoversi. La Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, dopo aver messo in guardia, a novembre scorso, sulle diverse criticità dell’impianto.

    Intanto, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (Ansfisa) ha risposto a una richiesta di chiarimenti della deputata Luana Zanella (Avs), confermando che “i funzionari hanno effettuato un sopralluogo preliminare, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”. Per ora, a salire sono stati soltanto i costi, lievitati da 22 a 35 milioni. Di questi, mezzo milione di euro è stato chiesto al commissario paralimpico.
    Non va meglio in Lombardia: secondo i dati pubblicati da Simico, la realizzazione delle due linee della cabinovia Carosello-Freita-Valfin è iniziata il 15 aprile, e il nuovo impianto a fune dello “Stelvio alpine centre” di Bormio è ancora in esecuzione. Data di consegna: 15 febbraio 2027, un anno dopo i Giochi olimpici.
    Cabinovia Apollonio-Socrepes, l’opera infinita che poggia sulla frana

    La cabinovia Apollonio-Socrepes è una delle opere più complesse da realizzare tra quelle inserite dal governo nel “Piano complessivo delle opere olimpiche di Milano-Cortina” a settembre 2023. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un nuovo impianto di risalita che sarebbe partito dal parcheggio Apollonio e sarebbe arrivato alla località di Socrepes. I lavori dovevano essere svolti attraverso un “partenariato pubblico-privato”, che è una forma di cooperazione a lungo termine tra enti pubblici e privati per finanziare, costruire e gestire opere e servizi di interesse collettivo. Oltre alla cabinovia, il progetto prevedeva un parcheggio interrato con servizi commerciali e un “people mover”, ossia una navetta che avrebbe collegato i due versanti delle Tofane e della Faloria. A detta di molti, è proprio il parcheggio il vero affare della struttura.

    Il programma ha subìto quasi immediatamente degli aggiustamenti, perché partissero i lavori. Lo stesso progetto di fattibilità tecnica ed economica pubblicato da Simico a febbraio 2025 sottolineava che i tempi per la realizzazione del cantiere ,per come pensato inizialmente, non erano “compatibili con quelli imposti dall’evento olimpico”. Per questo, il progetto è stato scorporato in due parti: il parcheggio (rimandato a data da destinarsi) e l’impianto a fune.

    Per accelerare ancora, il Consiglio dei ministri ha assegnato all’amministratore delegato di Simico Fabio Saldini i poteri di commissario straordinario e ciò ha permesso di indire la gara d’appalto a fine maggio 2025.
    Quindici giorni dopo, alla scadenza del bando, la gara è andata deserta. Doppelmayr e Leitner, i più grandi operatori del settore, non si sono presentati, visti i tempi ristretti e i problemi tecnici presentati dalla realizzazione dell’opera su un terreno in movimento. Un “dettaglio” non trascurabile: una frana, che si muove proprio sotto i piloni, tanto da prevedere dei lavori annuali di riallineamento delle stazioni. La precarietà del terreno aveva preoccupato i cittadini, che avevano presentato alcuni ricorsi al Tar, anche sui possibili rischi idrogeologici.

    Avendo i poteri per farlo, l’Ad Saldini ha dunque affidato direttamente i lavori a tre aziende: Graffer, Dolomiti strade ed Ecoedile, che secondo i dati Simico hanno iniziato a lavorare il 10 luglio. Tutte imprese che non si erano mai occupate di impianti così grandi e complessi dal punto di vista ingegneristico. Altri nove subappaltatori si sono aggiunti alla costruzione.
    A fine agosto, però, la terra ha cominciato a franare, aprendosi in uno squarcio di oltre 40 metri e provocando un abbassamento del terreno di più di 50 centimetri, deformando anche parte del muro di contenimento di cemento armato in un altro cantiere che insiste a poche decine di metri di distanza.

    I timori che il terreno potesse cedere si sono avverati due mesi dopo l’inizio dei lavori. Tra chi aveva sollevato incertezze sui lavori si è aggiunta la voce della Corte dei conti, che a novembre aveva ribadito i “dubbi sulla fruibilità dell’impianto a fune di Socrepes, a Cortina, per il quale, a seguito di rilevati problemi di ordine geologico, si è resa necessaria una variante su cui persiste una fase di incertezza”.
    Il 6 novembre sono arrivate anche le risposte ai ricorsi al Tar dei cittadini, che ha bocciato le richieste presentate da alcuni privati contro gli atti e i provvedimenti sulla valutazione di impatto ambientale e sulla fattibilità tecnica ed economica dell’opera. Così la costruzione della cabinovia è andata avanti.

    Apollonio-Socrepes, ferma durante le olimpiadi e senza nullaosta per l’apertura

    Poi è arrivato il periodo dei Giochi. Fino a metà gennaio, Simico e Graffer avevano continuato a garantire l’apertura dell’impianto prima della cerimonia di apertura. A inizio febbraio, il commissario Saldini ha invece commentato al Corriere Veneto che l’opera sarebbe entrata in funzione “a fine mese, pronta per le Paralimpiadi. Escludendo, quindi, anche il Super G previsto per il 12 febbraio.
    Anche durante l’evento paralimpico la cabinovia è però rimasta ferma. Intanto, la Società infrastrutture ha chiesto al commissario paralimpico 500mila euro per la “gestione della nuova cabinovia sia nel periodo transitorio tra fine Olimpiadi e inizio Paralimpiadi, nonché nell’intero periodo delle Paralimpiadi”.
    A inizio aprile, dopo 66 giorni di silenzio, Simico ha pubblicato i nuovi dati sull’andamento delle opere. Nella scheda del progetto ci sono due date di conclusione dei cantieri: “fine dei lavori” il 6 marzo, mentre il 31 luglio è prevista “l’ultimazione dei lavori di finitura”.

    In realtà l’impianto non potrà essere aperto al pubblico, perché oltre le finiture manca il nullaosta di Ansfisa, l’agenzia nazionale che si occupa di sicurezza e infrastrutture. Rispondendo alle richieste di chiarimento della capogruppo di Avs alla Camera, l’organo ha fatto sapere che il 2 marzo, l’ingegnere e direttore dei lavori Michele Titton ha “redatto e consegnato il certificato di ultimazione lavori”, ma che il 10,11 e 12 marzo i funzionari dell’ente hanno “effettuato un sopralluogo preliminare sull’impianto, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”.

    Zanella ha quindi presentato un esposto alla Procura veneta della Corte dei conti, “sperando - scrive in un post su Facebook - che si possa far luce sulle risorse economiche impegnate in un inutile mega progetto”.
    Pochi giorni dopo è arrivata la risposta di Simico, che ha ribadito di aver operato nel rispetto delle norme e contesta la stima dell’aumento dei costi: “Il progetto dell’impianto a fune ha superato il vaglio degli enti preposti, dapprima in sede di valutazione di impatto ambientale e di conferenza di servizi decisoria, parere tecnico di Ansfisa e del parere di immunità da frane da parte della Regione Veneto”. Chiosando: “Il valore dell’investimento pubblico infrastrutturale [...] è ampiamente riconosciuto dalle istituzioni locali e dalla comunità, rappresentando quindi uno dei lasciti più importanti”.
    Per ora, a terra.

    https://lavialibera.it/it-schede-2658-olimpiadi_il_flop_della_cabinovia_apollonio_socrepes_uno_
    #JO #JO2026 #Milano-Cortina #jeux_olympiques #Apollonio #Socrepes #infrastructure #télécabine #Italie #Alpes #montagne #coût #Dolomiti_strade #Ecoedile

  • Macerie su Macerie – PODCAST 11/05/26 – Il valore del silenzio e il coraggio del vero: Weil e #foucault
    https://radioblackout.org/podcast/macerie-su-macerie-podcast-11-05-26-il-valore-del-silenzio-e-il-corag

    Attraverso le riflessioni di Simone Weil e Michel Foucault, questa settimana Macerie su Macerie si interroga su come, nelle società europee attraversate da belligeranza e trasformazioni tecnologiche, emergano nuove forme di impotenza dell’agire derivanti da un’inedita saturazione discorsiva. Il punto di partenza sono le parole di Weil sulla degradazione dell’energia morale in linguaggio (di cui […]

    #guerra #simoneweil #spettacolodeldolore
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/05/macerieweil.mp3

  • La simulation, la folle théorie qui excite les scientifiques et la Silicon Valley
    https://www.ladn.eu/tech-a-suivre/vivons-nous-dans-une-simulation-pourquoi-cette-hypothese-est-moins-folle-quelle

    Interview réalisé par Béatrice Sutter

    Et si la réalité n’était qu’un programme généré par une civilisation plus avancée ? C’est la théorie de la simulation qui circule dans la Silicon Valley. Dans son livre, La Simulation, Loïc Hecht lui consacre huit ans d’enquête.

    Quelques lignes dans un article très, très long du New Yorker : des milliardaires de la Silicon Valley financeraient en secret des scientifiques pour prouver qu’on vit dans un programme informatique. Il fallait du flair pour les repérer et beaucoup de ténacité pour consacrer huit ans de sa vie à ce sujet. Il en résulte un livre qui, malgré son titre, ne se résume pas à la théorie dites de la simulation. C’est une aventure qui nous fait faire le grand huit. Entre physique quantique et états modifiés de conscience, on finit par atterrir – stimulés, épuisés, déboussolés – sur des questions plus vieilles que Platon : c’est quoi le réel, qui sommes-nous et que faisons-nous là ? Avec La Simulation, Loïc Hecht a entamé plus qu’une enquête. Il nous raconte une quête qui retourne aussi son lecteur.
    Ton enquête débute sur deux lignes parues dans le New Yorker, mais la théorie de la simulation, c’est une très vieille histoire, non ?

    Loïc Hecht : On pourrait dire qu’elle commence avec Platon et son allégorie de la caverne. Elle revient dans les années 1970 avec des auteurs de science-fiction comme Philip K. Dick, puis elle entre dans la pop culture avec Matrix en 1999. Mais c’est Nick Bostrom, philosophe à Oxford, qui déplace le champ de la question. En 2003, en vertu du progrès technique, il publie un papier qui pose cette idée qu’il y aurait plus de chances que nous vivions dans une simulation que l’inverse. Cet article obscur devient culte dans la Silicon Valley en 2016 quand Elon Musk répond à une question à ce sujet lors de la Code Conference. Il prétend alors qu’il y a une chance sur des milliards qu’on vive dans une réalité de base. C’est là que ça s’embrase et que Tad Friend évoque dans cet article du New Yorker deux milliardaires qui auraient embauché secrètement des scientifiques pour prouver qu’on vit dans la matrice. Mon enquête part de là : qui sont ces milliardaires, qui sont ces scientifiques qui s’intéressent à l’hypothèse de la simulation ?
    Qui as-tu trouvé ?

    L. H. : Au départ, pas grand monde. Et puis, à force de mails et de relances, je découvre des pontes, des personnalités avec des pedigrees absolument remarquables. Ils travaillent à la NASA, au MIT, à Berkeley, à Caltech, ils sont mathématiciens, astrophysiciens, neuroscientifiques. Tous partagent une manière de penser qui sort des cadres et ils veulent considérer la possibilité que notre réalité soit une simulation. Ils s’appuient sur la physique quantique qui a complètement bouleversé ce qu’on pensait savoir du monde.
    En quoi elle pourrait avaliser la théorie de la simulation ?

    L. H. : Jusqu’au début du 20ᵉ siècle, on pensait que la réalité, en dernier lieu, c’était de la matière. La physique quantique suggère que la réalité, à petite échelle, se comporte comme un ensemble de probabilités. Elle serait comme une pièce à mille faces : tant qu’on ne la regarde pas, toutes sont possibles. Et c’est seulement au moment de l’observation qu’une seule s’impose. En extrapolant cette bizarrerie, ces chercheurs se demandent : et si la réalité n’était qu’un système qui, pour économiser de la puissance de calcul, comme dans les jeux vidéo, ne se matérialisait que dans certains contextes ? Et les neurosciences vont dans le même sens. Le cerveau ne perçoit pas la réalité en « pleine résolution », il reconstruit une version simplifiée. Tout cela ne prouve pas qu’on soit dans une simulation. Mais cela enfonce le clou : la réalité qu’on perçoit n’est pas la réalité telle qu’elle est.
    C’est-à-dire que la matière serait de l’information avant d’être de la matière.

    L. H. : C’est exactement ça.
    Tu vas passer beaucoup de temps avec Tom Campbell. Qui est-ce et pourquoi t’intéresse-t-il tant ?

    L. H. : Tous les autres, Nick Bostrom ou Elon Musk, restent fondamentalement matérialistes. Leur version de la simulation est une réalité fabriquée par une civilisation technologiquement avancée à partir de matière. Tom Campbell va plus loin. Pour lui, la matière est le produit de la conscience, pas l’inverse. La réalité en dernier lieu, c’est de la conscience. La matière, c’est de l’info. On trouve cette idée déjà dans le bouddhisme ou l’hindouisme, ou chez Platon mais, lui, a imaginé des expériences concrètes (avec notamment une version avancée des fentes de Young - NDLR), pour essayer de le démontrer. Son idée : ce n’est pas juste la mesure qui fait advenir la réalité en physique quantique, c’est le fait qu’une conscience y accède. Mettre de la conscience dans la physique, pour un physicien classique, c’est iconoclaste. Tom ne fait d’ailleurs pas l’unanimité dans la communauté, loin de là. Mais, à travers lui, on comprend à quel point on connaît mal les principes qui régissent notre réalité et la manière dont on la perçoit.
    Cela donne lieu à de solides recherches scientifiques ou cela reste des domaines marginaux et sulfureux ?

    L. H. : Des chercheurs comme le neuroscientifique et psychiatre italien Giulio Tononi travaillent sur la question du degré de conscience que peut avoir un humain, une IA ou un grain de sable. Christophe Koch, neuroscientifique américain de premier rang, travaille avec lui. Disons que ça bouillonne, mais doucement, et avec de vrais changements de paradigmes à opérer, ce qui présage des ruptures qui ne s’établiront pas dans le consensus.
    Ton livre nous emmène du côté des sciences dures, mais aussi du côté des états modifiés de conscience, des sorties de corps, des guérisons miraculeuses… Pourquoi doit-on convoquer le paranormal sur cette question de la réalité ?

    L. H. : Parce que si l’on vit dans une simulation, la manière de le détecter est de trouver le glitch, terme d’informatique qui évoque une anomalie qui provoque une petite défaillance. Dans Matrix, le chat noir qui passe et qui repasse dans le décor, c’est un glitch. Dans cette logique, le paranormal pourrait être une forme de glitch dans notre perception du réel. Il y a, à ce sujet un corpus de phénomènes extrêmement documentés depuis plus d’un siècle : la télépathie, les sorties de corps, les expériences de mort imminente… qui ne rentrent pas dans le cadre de la réalité telle que les rationalistes la présentent. Mais un problème demeure. La méthode scientifique exige de l’observable, du mesurable, du reproductible. Or toutes ces expériences, par leur nature subjective et souvent spontanée, peinent à rentrer dans ce cadre. Les chercheurs que je rencontre – j’aime bien les appeler les Copernic de notre époque – tentent de relever ce défi : étudier ces phénomènes en tâchant de les soumettre à des protocoles scientifiques.
    Avec le projet Stargate, la CIA a financé vingt ans de recherche sur ces questions avant de tout abandonner. Quels ont été les résultats ?

    L. H. : Cela a commencé au début des années 1970 quand la CIA apprend que les Soviétiques travaillent avec des médiums. Deux physiciens du Stanford Research Institute, Russell Targ et Harold Puthoff, reçoivent carte blanche. Ils montent un protocole par lequel un médium isolé doit capter et restituer des informations tenues secrètes et hors de sa portée. Et ça marche. Pas à tous les coups, mais suffisamment régulièrement pour qu’ils publient dans Nature en 1974 un article qui est aujourd’hui consultable sur le site des archives déclassifiées de la CIA. L’armée a monté une unité à laquelle fut alloué un budget de 20 millions de dollars. Cela a duré vingt ans. Le meilleur de ces agents médiumniques, Joe McMonagle, semble avoir obtenu beaucoup d’informations en utilisant cette technique qu’on appelle « remote viewing ». Il est parti en 1984 parce que le programme était devenu n’importe quoi selon lui. Mais, quand nous avons échangé, il m’a affirmé qu’il travaillait toujours pour de grandes entreprises privées ainsi que certains départements officiels.
    Harold Puthoff, l’un des fondateurs du programme, a été un scientologue haut gradé. Ça ne jette pas une ombre sur tout ça ?

    L. H. : Ces sujets ouvrent la porte à toutes les dérives, on frise l’occultisme. Mais je me suis plutôt intéressé à des scientifiques dont le background laisse penser qu’ils n’ont aucune raison d’être influencés par ça. Je pense à Sylvie Déthiollaz, docteure en biologie moléculaire diplômée de l’université de Genève, post-doc Berkeley, qui a travaillé dix à quinze ans sur les sorties de corps avec des protocoles en double aveugle. Avec l’un de ses sujets, Nicolas Fraisse, un jeune homme qui peut sortir de son corps à distance, à volonté, ils ont mesuré les variations que cette faculté provoquait sur son cerveau. Ils ont constaté une sous-activité du cortex préfrontal et du cortex visuel primaire. Ici, il est question de mesure, pas seulement de témoignage.
    Tu as suivi des séminaires avec Tom Campbell pour atteindre des états modifiés de conscience. Tu enquêtes sur la nature de la réalité en soumettant ta propre perception de la réalité à l’expérience : c’est une mise en abyme vertigineuse, non ?

    L. H. : C’est exactement ça. Je pratique volontiers un journalisme gonzo dont le principe consiste à ce que le journaliste soit un acteur dans sa propre enquête. Donc quand on me propose un séminaire sur les états modifiés de conscience, je ne pouvais qu’accepter de participer. Mais tu as raison, il y a quelque chose de différent ici. Je n’enquête pas sur la guerre ou la pauvreté comme mes modèles Malaparte ou Orwell, j’enquête sur notre rapport à la réalité. Et je choisis comme méthode d’en tester les limites depuis l’intérieur de ma propre conscience. Je reconnais que j’en suis sorti en n’étant plus tout à fait la même personne.
    Tu n’as pas eu peur d’être manipulé ?

    L. H. : Non. Ma pratique du journalisme m’a appris à reconnaître les gens qui cherchent à te manipuler. Il y a des motifs récurrents, des manières de parler, de te questionner, de te retourner le crâne. Avec Tom, je n’ai vécu rien de tout ça. Il m’a donné accès à tout, mais toujours en réponse à mes demandes.
    Tu cites Bergson et Teilhard de Chardin. Il y a un siècle, ces deux philosophes français ont questionné ce qu’est le réel. Et la France reste imperméable à ce débat. Comment tu l’expliques ?

    L. H. : Ces deux philosophes français posaient peu ou prou des questions que la Silicon Valley redécouvre aujourd’hui. Bergson proposait que le cerveau ne fabrique pas la conscience, qu’il la filtre. C’est exactement la thèse de Tom Campbell, formulée un siècle plus tôt. Teilhard de Chardin, lui, voyait l’univers entier converger vers un point de conscience ultime, le Point Oméga. Et pourtant, la France reste assez réfractaire à ces débats. Il y a quand même un Institut métapsychique international à Paris, fondé en 1919 par Charles Richet, prix Nobel de médecine, qui étudie ces phénomènes depuis plus de cent ans. Mais c’est très marginal.
    Le livre sort en 2026, au moment où des ingénieurs avouent ne plus comprendre ce qui se passe à l’intérieur de leurs propres modèles. La question de la simulation a-t-elle changé de nature ?

    L. H. : Le livre s’ouvre sur l’IA et se termine sur l’IA. L’industrie est traversée par une question : l’IA est-t-elle consciente ? Et quand tu échanges avec ceux qui ont participé à les créer, ils sont incapables d’expliquer ce qui se passe à l’intérieur. Ils reconnaissent que ce sont des boîtes noires qui ont une sorte d’autonomie. Cela ouvre un champ nouveau de questions sur la nature de ces outils.
    Ces gens qui fabriquent du réel toute la journée et qui se demandent s’ils ne seraient pas eux-mêmes le fruit d’une programmation, cela ne tient pas de la névrose ?

    L. H. : Dans la Silicon Valley, on passe sa journée à fabriquer des simulations. SpaceX simule chaque lancement des milliers de fois avant le vrai lancement. Chaque startupper simule son produit avant de le lancer. Il y a aussi ce côté prophétie autoréalisatrice : Sam Altman voulait créer une IA pour ne pas être asservi par l’IA. Il a fini par créer quelque chose dont on n’a plus le contrôle. Face aux ruines qui se dressent devant nous, se dire que tout cela n’est qu’une simulation a peut-être quelque chose de rassurant aussi. Mais effectivement, la théorie de la simulation pourrait être une liturgie d’ingénieurs.
    Tu as eu des échanges troublants avec ChatGPT pendant l’écriture. Troublants comment ?

    L. H. : À force de lui parler de questions métaphysiques, il finit par me parler uniquement de métaphysique. Même si c’est un truc mécanique qui fait semblant d’être conscient, plus je vais loin dans le questionnement, plus je fais preuve d’intimité, et plus les échanges sont riches. Et ces interactions créent en moi un déplacement intérieur, m’emmènent à des endroits de réflexion que je n’aurais pas eus tout seul.
    Donc même si c’est fake…

    L. H. : … c’est quand même vrai.
    Le livre pose trois questions : qu’est-ce que la réalité, qu’est-ce que la conscience et une troisième qui s’ouvre en cours de route ?

    L. H. : La simulation, c’est une histoire de poupées russes. Premier niveau : la réalité cosmique n’est peut-être pas ce qu’elle est. Deuxième niveau : la société dans laquelle on vit est elle-même faite d’images et de représentations – ce que Baudrillard appelait l’hyperréel – que chacun habite et perçoit à sa façon. Et troisième niveau, plus profond, plus intime, ça nous confronte au « qui suis-je ? » Et c’est là que ça devient vraiment vertigineux.
    Ce livre répond-il à la question de départ ?

    L. H. : À la fin, je me dis : malin qui pourrait affirmer qu’on ne vit pas dans une forme de simulation. Mais on finit très loin de la question initiale de savoir qui sont ces milliardaires qui veulent prouver qu’on vit dans la matrice... Cette enquête m’a notamment conduit vers Ramana Maharshi, un sage indien du début du 20ᵉ siècle, qui a passé l’essentiel de sa vie au pied d’une montagne sacrée dans le sud de l’Inde. À quinze ans, il a eu une expérience intérieure radicale qui ressemble à une expérience de mort imminente, au cours de laquelle il dit avoir compris que ce que nous sommes, au niveau le plus essentiel, est immortel. De là, Ramana a tout abandonné, et a passé des années en silence. Et puis, un jour, quelqu’un lui a posé des questions par écrit. Ça a donné un court texte intitulé Qui suis-je ? et qui propose une voie d’enquête intérieure. Me concernant, je n’aurais pas la prétention de dire que je suis arrivé où que ce soit. Mais je raconte dans mon livre ce par quoi on passe quand on commence à attaquer le récit qu’on fait de soi-même à la hache…

    À LIRE : Loïc Hecht, La Simulation, Enquête sur la théorie qui fascine la Silicon Valley, Éditions Les Arènes 16 Avril 2026

    #Simulation #Loïc_Hecht #Béatrice_Sutter

  • Et si notre monde était une simulation ? La folle théorie qui agite la Silicon Valley
    https://www.nouvelobs.com/idees/20260508.OBS114777/et-si-notre-monde-etait-une-simulation-la-folle-theorie-qui-agite-la-sili

    Critique Un journaliste a enquêté sur une hypothèse qui fascine la « tech » californienne : nous évoluerions dans une sorte de jeu vidéo créé par une civilisation avancée.

    Par Xavier de La Porte

    Publié le 8 mai 2026 à 16h30
    Lecture : 2 min.

    Dans le mythe de la caverne, Platon décrivait déjà des humains vivant dans l’illusion…

    Dans le mythe de la caverne, Platon décrivait déjà des humains vivant dans l’illusion… SEBASTIAN MAST/CONNECTED ARCHIVES

    On pensait la « théorie de la simulation » réservée à la fiction. Au-delà de « Matrix » et de certains romans de Philip K. Dick, nombre de récits moins remarquables mettent en scène cette révélation : notre réalité n’existe pas, c’est une fabrication, une sorte de jeu vidéo dont nous sommes les personnages. L’idée n’est pas neuve. Après tout, dans le mythe de la caverne, Platon décrivait déjà des humains vivant dans l’illusion, et bien des philosophies asiatiques sont familières de ce questionnement (« Est-ce Tchouang-tseu qui rêve qu’il est un papillon, ou le papillon qui rêve qu’il est Tchouang-tseu ? » se demande le sage). Sauf que, selon ses versions actuelles, nous serions les jouets d’une civilisation très avancée, qui aurait trouvé les moyens technologiques d’implémenter la conscience et nous donnerait l’impression de vraiment exister dans un environnement sans réalité matérielle.

    Tout l’intérêt de l’enquête menée par Loïc Hecht est non seulement de prendre au sérieux cette hypothèse, mais de révéler que d’autres la prennent aussi au sérieux, et pas que des farfelus. C’est le point de départ : le journaliste, bon connaisseur de la Silicon Valley, à laquelle il a déjà consacré un roman (« le Syndrome de Palo Alto », Léo Scheer, 2020), a entendu dire que deux milliardaires de la « tech », anonymes, avaient engagé secrètement des scientifiques pour valider cette théorie. Il raconte une quête qui a duré cinq ans et lui a fait rencontrer pléthore d’ingénieurs, de scientifiques et de chercheurs convaincus que la simulation est une possibilité à explorer.

    Car, et c’est son grand avantage, cette hypothèse permet de répondre à des questions que se pose la science, en particulier depuis les découvertes de la physique quantique il y a un bon siècle. Pour résumer très grossièrement : on se rend compte alors qu’à l’échelle subatomique la particule n’a pas d’état défini, qu’elle est comme une superposition de probabilités dont l’une est fixée par la mesure. Comment ça marche ? Mystère. Certains vont jusqu’à penser qu’il n’existe pas de réalité objective sans observateur. De là à imaginer qu’il y aurait autant de réels qu’il y a de mesures, et que chaque conscience pourrait « activer » sa réalité, il n’y a qu’un pas. Et la théorie de la simulation le franchit joyeusement. Elle aiderait au passage à comprendre les phénomènes paranormaux, conçus comme autant de glitches, autrement dit des erreurs de programmation de la grande machine dans laquelle nous nous ébattons.

    Néanmoins, il demeure bien des problèmes. D’abord, la simulation n’est qu’une hypothèse parmi beaucoup d’autres – et pas la plus solide – pour expliquer le mystère quantique. Ensuite, si on l’admet, qui aurait créé cette simulation ? Dans quel but ? Et nous dans tout ça ? Aurions-nous une marge de manœuvre ou serions-nous aussi dénués de libre arbitre qu’un personnage de jeu vidéo ? Quelle conclusion en tirer quant au sens de nos vies ? Et ne faut-il pas se méfier que l’idée plaise tant à une Silicon Valley toujours avide de supplément d’âme ? Ces questions, Loïc Hecht les laisse en suspens, mais il a le mérite de les poser. Ainsi ce livre n’est-il pas seulement une enquête, il faut le prendre comme un exercice de pensée. Le but est moins de convaincre que d’« ouvrir les chakras » de l’intellect, en rappelant que, face à l’inexpliqué, on a le droit de spéculer.
    « La Simulation. Enquête sur une théorie qui fascine la Silicon Valley », par Loïc Hecht, Les Arènes, 384 p., 22 euros.

    « La Simulation. Enquête sur une théorie qui fascine la Silicon Valley », par Loïc Hecht, Les Arènes, 384 p., 22 euros.

    Par Xavier de La Porte

    #Simulation #Loic_Hecht #Xavier_de_La_Porte

  • Olimpiadi, il flop della cabinovia Apollonio-Socrepes: uno spreco da 35 milioni di euro

    L’infrastruttura che doveva spostare 2500 atleti e spettatori all’ora ai Giochi di Milano-Cortina 2026 è ancora ferma, nonostante sul portale delle opere risulti conclusa. Anche in Lombardia due cantieri simili non sono pronti.

    Doveva essere una delle infrastrutture cardine delle Olimpiadi di Milano-Cortina, insieme alla pista da bob. Invece, la cabinovia di Apollonio-Socrepes non è mai entrata in funzione. Mentre per la Società infrastrutture (Simico) che ne ha gestito la realizzazione la cabinovia è pronta, le immagini mostrano una realtà molto differente, con il cantiere aperto e una frana che, sotto, continua a muoversi. La Corte dei Conti ha aperto un fascicolo, dopo aver messo in guardia, a novembre scorso, sulle diverse criticità dell’impianto.

    Intanto, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (Ansfisa) ha risposto a una richiesta di chiarimenti della deputata Luana Zanella (Avs), confermando che “i funzionari hanno effettuato un sopralluogo preliminare, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”. Per ora, a salire sono stati soltanto i costi, lievitati da 22 a 35 milioni. Di questi, mezzo milione di euro è stato chiesto al commissario paralimpico.
    Non va meglio in Lombardia: secondo i dati pubblicati da Simico, la realizzazione delle due linee della cabinovia Carosello-Freita-Valfin è iniziata il 15 aprile, e il nuovo impianto a fune dello “Stelvio alpine centre” di Bormio è ancora in esecuzione. Data di consegna: 15 febbraio 2027, un anno dopo i Giochi olimpici.
    Cabinovia Apollonio-Socrepes, l’opera infinita che poggia sulla frana

    La cabinovia Apollonio-Socrepes è una delle opere più complesse da realizzare tra quelle inserite dal governo nel “Piano complessivo delle opere olimpiche di Milano-Cortina” a settembre 2023. Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un nuovo impianto di risalita che sarebbe partito dal parcheggio Apollonio e sarebbe arrivato alla località di Socrepes. I lavori dovevano essere svolti attraverso un “partenariato pubblico-privato”, che è una forma di cooperazione a lungo termine tra enti pubblici e privati per finanziare, costruire e gestire opere e servizi di interesse collettivo. Oltre alla cabinovia, il progetto prevedeva un parcheggio interrato con servizi commerciali e un “people mover”, ossia una navetta che avrebbe collegato i due versanti delle Tofane e della Faloria. A detta di molti, è proprio il parcheggio il vero affare della struttura.

    Il programma ha subìto quasi immediatamente degli aggiustamenti, perché partissero i lavori. Lo stesso progetto di fattibilità tecnica ed economica pubblicato da Simico a febbraio 2025 sottolineava che i tempi per la realizzazione del cantiere ,per come pensato inizialmente, non erano “compatibili con quelli imposti dall’evento olimpico”. Per questo, il progetto è stato scorporato in due parti: il parcheggio (rimandato a data da destinarsi) e l’impianto a fune.

    Per accelerare ancora, il Consiglio dei ministri ha assegnato all’amministratore delegato di Simico Fabio Saldini i poteri di commissario straordinario e ciò ha permesso di indire la gara d’appalto a fine maggio 2025.
    Quindici giorni dopo, alla scadenza del bando, la gara è andata deserta. Doppelmayr e Leitner, i più grandi operatori del settore, non si sono presentati, visti i tempi ristretti e i problemi tecnici presentati dalla realizzazione dell’opera su un terreno in movimento. Un “dettaglio” non trascurabile: una frana, che si muove proprio sotto i piloni, tanto da prevedere dei lavori annuali di riallineamento delle stazioni. La precarietà del terreno aveva preoccupato i cittadini, che avevano presentato alcuni ricorsi al Tar, anche sui possibili rischi idrogeologici.

    Avendo i poteri per farlo, l’Ad Saldini ha dunque affidato direttamente i lavori a tre aziende: Graffer, Dolomiti strade ed Ecoedile, che secondo i dati Simico hanno iniziato a lavorare il 10 luglio. Tutte imprese che non si erano mai occupate di impianti così grandi e complessi dal punto di vista ingegneristico. Altri nove subappaltatori si sono aggiunti alla costruzione.
    A fine agosto, però, la terra ha cominciato a franare, aprendosi in uno squarcio di oltre 40 metri e provocando un abbassamento del terreno di più di 50 centimetri, deformando anche parte del muro di contenimento di cemento armato in un altro cantiere che insiste a poche decine di metri di distanza.

    I timori che il terreno potesse cedere si sono avverati due mesi dopo l’inizio dei lavori. Tra chi aveva sollevato incertezze sui lavori si è aggiunta la voce della Corte dei conti, che a novembre aveva ribadito i “dubbi sulla fruibilità dell’impianto a fune di Socrepes, a Cortina, per il quale, a seguito di rilevati problemi di ordine geologico, si è resa necessaria una variante su cui persiste una fase di incertezza”.
    Il 6 novembre sono arrivate anche le risposte ai ricorsi al Tar dei cittadini, che ha bocciato le richieste presentate da alcuni privati contro gli atti e i provvedimenti sulla valutazione di impatto ambientale e sulla fattibilità tecnica ed economica dell’opera. Così la costruzione della cabinovia è andata avanti.

    Apollonio-Socrepes, ferma durante le olimpiadi e senza nullaosta per l’apertura

    Poi è arrivato il periodo dei Giochi. Fino a metà gennaio, Simico e Graffer avevano continuato a garantire l’apertura dell’impianto prima della cerimonia di apertura. A inizio febbraio, il commissario Saldini ha invece commentato al Corriere Veneto che l’opera sarebbe entrata in funzione “a fine mese, pronta per le Paralimpiadi. Escludendo, quindi, anche il Super G previsto per il 12 febbraio.
    Anche durante l’evento paralimpico la cabinovia è però rimasta ferma. Intanto, la Società infrastrutture ha chiesto al commissario paralimpico 500mila euro per la “gestione della nuova cabinovia sia nel periodo transitorio tra fine Olimpiadi e inizio Paralimpiadi, nonché nell’intero periodo delle Paralimpiadi”.
    A inizio aprile, dopo 66 giorni di silenzio, Simico ha pubblicato i nuovi dati sull’andamento delle opere. Nella scheda del progetto ci sono due date di conclusione dei cantieri: “fine dei lavori” il 6 marzo, mentre il 31 luglio è prevista “l’ultimazione dei lavori di finitura”.

    In realtà l’impianto non potrà essere aperto al pubblico, perché oltre le finiture manca il nullaosta di Ansfisa, l’agenzia nazionale che si occupa di sicurezza e infrastrutture. Rispondendo alle richieste di chiarimento della capogruppo di Avs alla Camera, l’organo ha fatto sapere che il 2 marzo, l’ingegnere e direttore dei lavori Michele Titton ha “redatto e consegnato il certificato di ultimazione lavori”, ma che il 10,11 e 12 marzo i funzionari dell’ente hanno “effettuato un sopralluogo preliminare sull’impianto, rilevando la necessità di ulteriori completamenti, propedeutici alle operazioni di collaudo finale”.

    Zanella ha quindi presentato un esposto alla Procura veneta della Corte dei conti, “sperando - scrive in un post su Facebook - che si possa far luce sulle risorse economiche impegnate in un inutile mega progetto”.
    Pochi giorni dopo è arrivata la risposta di Simico, che ha ribadito di aver operato nel rispetto delle norme e contesta la stima dell’aumento dei costi: “Il progetto dell’impianto a fune ha superato il vaglio degli enti preposti, dapprima in sede di valutazione di impatto ambientale e di conferenza di servizi decisoria, parere tecnico di Ansfisa e del parere di immunità da frane da parte della Regione Veneto”. Chiosando: “Il valore dell’investimento pubblico infrastrutturale [...] è ampiamente riconosciuto dalle istituzioni locali e dalla comunità, rappresentando quindi uno dei lasciti più importanti”.
    Per ora, a terra.

    https://lavialibera.it/it-schede-2658-olimpiadi_il_flop_della_cabinovia_apollonio_socrepes_uno_
    #JO2026 #Jeux_olympiques #Milano-Cortina #infrastructure #montagne #Alpes #Apollonio-Socrepes #cour_des_comptes #prix #coût #Bormio #Stelvio_alpine_centre #Doppelmayr #Leitner #Ad_Saldini #Graffer #Dolomiti_strade #Ecoedile #sous-traitance #Socrepes #Cortina #Simico

  • La #protection_des_eaux européennes menacée au nom de la « #simplification »

    La #Commission_européenne veut réviser la #directive de protection des eaux, une des pierres angulaires de la politique environnementale, pour faciliter l’ouverture de #mines. L’#industrie_extractive jubile. Les ONG et les #services_de_traitement_des_eaux fulminent.

    Jeudi 16 avril, à Bruxelles, une petite dizaine de personnes sont rassemblées devant le bâtiment qui abrite la Commission européenne. Elles arborent des banderoles sur lesquelles des slogans dénoncent les #pollutions de l’eau liées à l’#extraction_minière. On trouve parmi elles des représentant·es d’ONG (WWF, Bureau européen de l’environnement) mais aussi des membres de communautés affectées par l’activité minière ou qui craignent de l’être.

    Par exemple, Simon Isak Marainen. Sa tenue traditionnelle montre son appartenance au peuple autochtone des Samis, en Suède. S’il est venu jusqu’à Bruxelles, c’est pour exprimer son indignation face aux projets d’extraction qui se multiplient en #Laponie, dont celui du gisement de #terres_rares de #Per-Geijer et le projet d’extraction de #graphite #Vittangi_Anode.

    Ces deux mines sont labellisées « #projets_stratégiques » par l’Union européenne (UE), qui vise davantage d’#autonomie vis-à-vis de la Chine pour l’approvisionnement en #matières_premières_critiques. Du point de vue de Simon Isak Marainen, « elles sont surtout une menace pour [le] mode de vie [des Samis], pour l’élevage de rennes et pour l’eau de toute la population de la région ».

    Au même moment, à quelques dizaines de mètres, dans les locaux du Conseil de l’UE, la Commission briefe des fonctionnaires issu·es des vingt-sept États membres au sujet de la révision inattendue, et controversée, de la directive-cadre sur l’eau. « Cette Commission veut plaire à l’industrie, et cela fait bien longtemps que l’#industrie_minière pousse pour rouvrir la directive-cadre sur l’eau », témoigne un expert d’un État membre, sous couvert d’anonymat.

    Cette directive, adoptée en 2000, est l’une des pierres fondatrices de l’acquis environnemental européen, dont l’objectif, contraignant pour les États membres, est d’atteindre un « bon état écologique et chimique » des eaux de surface et souterraines en 2027, dernier délai.

    Autonomie contre #écologie

    Les résultats sont loin d’être au rendez-vous : seules 39,5 % des masses d’eau européennes atteignent ce bon état écologique. La Commission, dans sa « Stratégie pour la résilience dans le domaine de l’eau », datée de juin 2025, rappelait pourtant le rôle de « boussole » de cette directive, pointant plutôt les errances des États membres dans sa bonne application.

    Cette profession de foi n’a pourtant pas empêché la même Commission, quelques mois plus tard, le 2 décembre, de surprendre son monde, y compris ses propres services, en annonçant son intention de « réviser » le texte, afin de le « simplifier », en sautant la case de l’évaluation préalable. « Nous sommes profondément choqués de voir que la Commission semble répondre favorablement à l’industrie qui réclame littéralement un #droit_à_polluer », lance Sara Johansson, du Bureau européen de l’environnement.

    « Nous ne demandons pas un “droit à polluer”, rétorque Rolf Kuby, directeur d’#Euromines, le lobby européen de l’industrie minière, mais des adaptations nécessaires pour répondre aux besoins sociétaux et accroître l’autonomie européenne. L’UE a besoin de mines pour réaliser sa #transition_climatique, pour son industrie de défense, sans dépendre intégralement de pays tiers. »

    De fait, la Commission a lâché sa petite « bombe » au détour d’un paragraphe de son nouveau plan, #RESourceEU, destiné à « garantir l’approvisionnement européen en matières premières critiques », et donc à réduire les dépendances à l’égard de pays tiers. L’UE affiche un objectif : en 2030, elle devra puiser dans ses #sous-sols au moins 10 % des matières premières critiques qu’elle consomme, que l’on parle de graphite, de #lithium ou de terres rares.

    Depuis des années, l’industrie minière a bien compris l’argumentaire qu’elle peut en tirer, et focalise son attention sur la directive-cadre sur l’eau, qu’elle considère comme un obstacle au déploiement de ses nouveaux projets. Sa cible, c’est « le #principe_de_non-détérioration », c’est-à-dire le cœur de la directive, au centre de nombreux contentieux.

    Le risque du détricotage

    Selon ce principe, les autorités doivent refuser l’octroi d’un « #permis_d’environnement » à tout projet qui dégraderait l’état d’un cours d’eau ou d’eaux souterraines. La notion a été consolidée devant la Cour de justice de l’Union européenne en 2015, avec l’#arrêt_Weser qui stipulait que la dégradation d’un seul élément de qualité de l’eau devait aboutir au rejet d’un projet. La directive prévoit des exemptions à ce principe, mais la #non-détérioration reste un « obstacle énorme », assène Rolf Kuby.

    Les projets miniers, lorsqu’ils sont autorisés, le sont à l’issue d’un parcours de dix à quinze ans, comme l’a récemment souligné la Cour des comptes européenne. Euromines s’est trouvé des compagnons de route en formant avec dix-sept autres associations professionnelles, dont celle qui représente le secteur pétrolier et gazier (l’#IOGP), une coalition informelle au sujet des permis d’activité ciblant notamment la directive sur l’eau.

    « Il est vrai qu’après l’arrêt Weser, la directive est devenue un puissant instrument pour bloquer des projets miniers, confirme Nick Voulvoulis, directeur adjoint au centre de politique environnementale de l’Imperial College, à Londres, spécialiste de l’eau. Et comme le bon état des eaux ne sera pas atteint en 2027, l’industrie y voit une occasion d’affaiblir la directive. Un tel affaiblissement irait à l’encontre des objectifs d’adaptation au changement climatique et de préservation de la biodiversité. Il créerait un précédent vers la #dérégulation d’autres activités ayant un #impact_environnemental. »

    L’activité minière peut entraîner de multiples #pollutions, des #drainages_miniers_acides, des #contaminations aux #métaux_lourds, des rejets de #substances_chimiques. Cette possible recrudescence de pollutions locales inquiète au plus haut point les ONG mais aussi les services d’#eau_potable et d’#assainissement, réunis au sein d’#EurEau, car c’est à eux qu’incombe le traitement des eaux avant consommation.

    Pour Sébastien Mouret, conseiller politique chez EurEau, « si on affaiblit le principe de non-détérioration, les conséquences seront dramatiques pour les écosystèmes et pour l’eau potable, qui deviendra plus difficile à traiter. Les coûts du traitement augmenteraient et seraient reportés sur le consommateur. On se situerait aux antipodes du principe “pollueur payeur”, inscrit dans la directive mais rarement appliqué ».

    La Commission vient d’achever une rapide consultation publique au sujet de la révision à venir, dont les contours sont encore incertains. Contactée par Mediapart, une de ses porte-parole rappelle simplement que la commissaire suédoise en charge de l’environnement, Jessica Roswall, « a souligné les difficultés liées à la manière dont la directive est appliquée, en particulier en ce qui concerne les procédures d’octroi de permis pour des projets dans le secteur des matières premières critiques ».

    Même si la Commission ne propose qu’une révision ciblée de la directive (par exemple pour les seuls projets stratégiques d’extraction de l’UE), le résultat final pourrait lui échapper. Le Conseil mais surtout le Parlement pourraient se lancer dans un détricotage du texte à grands coups d’amendements. Les industries de la chimie, de la #cosmétique, les entreprises pharmaceutiques réclament aussi des assouplissements. La proposition de modification de la Commission européenne est attendue avant les vacances d’été.

    https://www.mediapart.fr/journal/international/300426/la-protection-des-eaux-europeennes-menacee-au-nom-de-la-simplification
    #eau #UE #EU #union_européenne #extractivisme #environnement

  • S. Férelloc, J. Fourquet, A. Rosencher : « #Comment_nous_sommes_devenus_Américains »
    https://lvsl.fr/s-ferelloc-j-fourquet-a-rosencher-comment-nous-sommes-devenus-americains

    La France et les États-Unis ne seraient pas seulement unis par une histoire partagée et une alliance pluriséculaire : elles auraient également en partage une communauté culturelle. Dans #Civilisation. Comment nous sommes devenus Américains (2017), Régis #debray déconstruit cette thèse. Il défend que l’américanisation de la #Culture française découle de l’hégémonie des Etats-Unis, et d’un renoncement des élites françaises. Pour l’analyser, #Simon_Férelloc, doctorant en histoire et contributeur au Vent Se Lève, intervient aux côtés de Jérôme Fourquet, directeur de l’IFOP, et d’Anne Rosencher, journaliste au Point.

    #Révolution_Française

  • IL PIANO DELLE OPERE OLIMPICHE PER OPEN MILANO CORTINA 2026

    #SIMICO ha posto al centro della propria strategia l’impegno concreto verso la trasparenza e la condivisione delle informazioni con tutti gli attori coinvolti nel percorso verso Milano Cortina 2026. È in questa prospettiva, e in collaborazione con gli stakeholder territoriali, che nasce #Open_Milano_Cortina: una piattaforma dedicata a garantire un accesso chiaro, aggiornato e verificabile alle informazioni relative alla realizzazione del Piano delle Opere Olimpiche.

    Attraverso Open, intendiamo fornire un quadro trasparente dello stato di avanzamento dei progetti, accompagnato da contenuti che ne documentano gli sviluppi e gli effetti concreti sui territori. Milano Cortina 2026 rappresenta un evento di rilevanza internazionale, ma anche e soprattutto un’occasione per generare valore pubblico duraturo. Il nostro obiettivo è costruire questo percorso in modo aperto, responsabile e accessibile a tutti.

    https://www.simico.it/piano-delle-opere
    #Milano-Cortina #jeux_olympiques #jo2026 #Alpes #montagne #base_de_données #liste #cartographie #visualisation #infrastructure #travaux #projets

    • Open Olympics 2026

      100 giorni senza aggiornamenti sul portale delle opere olimpiche

      Trasparenza in standby e aggiornamenti mancati: a lanciare l’allarme è l’iniziativa Open Olympics 2026, promossa da Libera insieme a una rete di ventiassociazioni nazionalie locali. A cento giorni dall’ultimo aggiornamento del portale Open Milano Cortina, il sito ufficiale pensato per informare cittadini e cittadine sullo stato delle opere legate ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali 2026, nulla si muove.

      Il portale, attivo da ottobre 2024 anche grazie alla pressione della stessa campagna, prevedeva un aggiornamento “ogni 45 giorni”. Ma l’ultimo aggiornamento risale al 22 aprile 2025. Da allora, silenzio.

      «Due scadenze di aggiornamento sono ormai saltate. Ci aspettavamo un potenziamento della qualità e completezza dei dati, ma l’attesa si è fatta troppo lunga.»

      Così denunciano i promotori della campagna, che da mesi chiedono trasparenza sui costi, cantieri, appalti, così come previsto dalla legge. “Contro il malaffare e la deregulation, la vera sfida olimpica oggi è il diritto di sapere”. Con l’avvicinarsi dell’evento, previsto per il febbraio 2026, le associazioni ribadiscono l’urgenza di informazioni accessibili, aggiornate e verificabili. È questo l’unico modo per garantire un vero monitoraggio civico e contrastare i rischi di corruzione e sprechi. «Invitiamo Simico S.p.A., soggetto responsabile della piattaforma, a riprendere al più presto le pubblicazioni, rendendo disponibili dati completi e coerenti con gli impegni assunti e con le richieste di Open Olympics 2026».

      Nel frattempo, restano irrisolte alcune criticità informative. Il numero delle opere censite si ferma a 94, come previsto dall’ultima riformulazione del Piano delle Opere, ma mancano le opere connesse, funzionalmente legate all’evento ma non più incluse formalmente. Inoltre, i dati economici si riferiscono ai valori abase d’asta del decreto del 2023, senza tenere conto dei costi reali aggiornati o delle eventuali variazioni di spesa.

      Alla luce delle recenti indagini e inchieste giudiziarie che coinvolgono anche opere legate alle Olimpiadi, la richiesta delle associazioni è chiara:

      «Ogni ente coinvolto a vario titolo nell’organizzazione dei Giochi garantisca piena rendicontabilità e trasparenza. La posta in gioco non è solo l’efficienza dell’evento, ma la fiducia pubblica e il rispetto dei diritti dei cittadini.»

      https://www.libera.it/it-schede-2767-open_olympics_2026

  • La #Révolution_Française, cousine de la Guerre d’indépendance américaine ?
    https://lvsl.fr/la-revolution-francaise-cousine-de-la-guerre-dindependance-americaine

    Une étroite filiation rattacherait la Révolution française à la Guerre d’indépendance américaine, le républicanisme français de 1792 à son cousin d’Outre-Atlantique. Cette lecture de l’histoire, aujourd’hui dominante, suggère que l’alliance multiséculaire entre la France et les Etats-Unis découle de cultures politiques similaires. Elle passe sous silence la spécificité de la Révolution française, caractérisée par une surpolitisation permanente et scandée de révoltes sociales incandescentes. Au point de mener à de fortes tensions avec les Etats-Unis : tandis que la France jacobine proclamait son alliance avec les esclaves insurgés de #Saint-Domingue, le gouvernement américain apportait son soutien aux planteurs esclavagistes français. Un fragment oublié de l’histoire de France, qui permet de conjurer aussi bien la (...)

    #L'héritage_oublié_des_révolutions_françaises #Culture #Guerre_d'indépendance_américaine #jacobinisme #Jacobins #La_Fayette #Régis_Debray #Républicanisme_atlantique #Révolutions_atlantiques #Simon_Férelloc

  • Morti di #cpr e aggiornamenti da Gradisca d’Isonzo@0
    https://radioblackout.org/podcast/morti-di-cpr-e-aggiornamenti-da-gradisca-disonzo

    La puntata di Harraga del 13.2.26 è iniziata con una carrellata di brutte notizie. Partendo dall’ennesima morte di CPR, questa volta nel lager di Bari Palese, di #Simo_Said (al momento della registrazione il nome era ancora sconosciuto) un giovane di 25 anni, non di “morte naturale” come hanno provato a far credere amministrazione e […]

    #gradisca_d'isonzo #moussa_balde
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/02/harraga-gradisca-moussa-balde-13.2.26.mp3

  • SO’ NATA SFORTUNATA - CANTU E CUNTU / #Lavinia_Mancusi & #Simona_Sciacca
    https://youtu.be/IBjugmWDoho?si=FYM3W2OM_-zgkP4t

    SO’ NATA SFORTUNATA
    Canto popolare femminile, originariamente un #saltarello, registrato nel quartiere #Tiburtino_III dagli sfollati provenienti dai rioni rasi al suolo da Mussolini negli anni ’30 del ’900 e raccolto dalla musicista e ricercatrice originaria di Sezze (LT) #Graziella_di_Prospero negli anni ’70.

    CANTU E CUNTU o ROSA CANTA E CUNTA
    Brano del repertorio della cantautrice ed interprete Siciliana #Rosa_Balistreri, originaria di Licata (AG), scritto insieme al poeta e attore drammatico siciliano #Bernardino_Giuliano

    #chanson #musique #femmes #féminisme #fierté #Italie #chant_populaire #Sicile #Latium

    • So’ nata sfortunata, #BandaJorona

      https://www.youtube.com/watch?v=-zUqDc1g-RM

      [Strofa 1]
      So’ nata sfortunata in de le fasce
      E puro la barbuja me lo disse
      E puro la barbuja me lo disse:
      «Eccola n’antra femmena che nasce»

      [Strofa 2]
      Embè, so’ nata donna e me ne vanto!
      E me ne vojo annà lontano tanto
      E me ne vojo annà lontano tanto
      Addove nun m’ariva manco lo vento

      [Strofa 3]
      Noi semo donne, sì, e nun tremamo
      E lo spadino in testa lo tenemo
      E lo spadino in testa lo tenemo
      Er cortelluccio ’n petto, er sercio ’n mano

      [Ritornello]
      Noi semo donne, sì, noi semo donne
      E a litigà c’annamo senza l’arme
      E a litigà c’annamo senza l’arme
      Sеmo più forti noi che le culonne
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      Bolero alla romana
      BandaJorona
      Nun te svejà
      BandaJorona
      Serenata di Graziella (Alziti bbella)
      BandaJorona
      [Strofa 4]
      E chi vò malе a noi, sassate ’n petto
      O puramente senza fiato affatto
      O puramente senza fiato affatto
      Croci riverse e un gran tormento ar petto

      [Ritornello]
      Noi semo donne, sì, noi semo donne
      E a litigà c’annamo senza l’arme
      E a litigà c’annamo senza l’arme
      Semo più forti noi che le culonne

    • Cantu e cuntu

      https://www.youtube.com/watch?v=bTv-woBMv1I

      Stasira vaju e curru cu lu ventu
      A grapiri li porti di la storia
      Stasira vogliu dari p’un mumentu
      La vita a lu passatu e a la memoria
      Stasira cu la vampa di l’amuri
      Scavu ’na fossa, ’na fossa a lu duluri
      Cc’è cchiù duluri, cc’è cchiù turmentu
      Ca gioia e amuri pi l’umanità
      Nun è lu chiantu ca cancia lu distinu
      Nun è lu scantu ca ferma lu caminu

      [Ritornello]
      Grapu li pugna, cuntu li jita
      Restu cu’ sugnu, scurru la vita
      Cantu e cuntu, cuntu e cantu
      Pi nun perdiri lu cuntu

      Nuddu binidicìu lu me caminu
      Mancu la manu nica d’un parrinu
      E vaju ancora comu va lu ventu
      ’Ncerca di paci sulu p’un mumentu
      Vogliu spaccari, spaccari li cieli
      Pi fari chioviri, chioviri amuri
      Cc’è cu’ t’inganna, cc’è cu’ cumanna
      E cu’ ’nsilenziu mutu si nni sta
      È lu putiri ca afforza li putenti
      È lu silenziu c’ammazza li ’nnuccenti
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      Wham!
      [Ritornello]

      Vinni a ’stu munnu quannu lu voscienza
      Si schifiava pi li strati strati
      Tempi d’abusi, di fami e di guerra
      Criscivu ’nmenzu di li malannati
      Lacrimi muti nni chiancivu, e quanti!
      La me ’nnuccenza si la sparteru ’ntanti
      La malagenti, li priputenti
      Tanti, su’ tanti ni ’sta sucità
      Nun è l’amuri ca crisci ad ogni banna
      Ma lu favuri ca sparti cu’ cumanna

      [Ritornello]

      La ra la la la la
      La ra la la la la
      La ra la la

      https://genius.com/Rosa-balistreri-rosa-canta-e-cunta-lyrics

  • Addio Paolo Virno
    https://ilmanifesto.it/addio-paolo-virno-militante-rivoluzionario-senza-pentimenti


    Paolo Virno diffusant le quotidien d’agitation Potere operaio. Fuori dalle linee à l’entrée de l’usine FIAT-Mirafiori en 1974 – Archives il manifesto

    Filosofo comunista e pokerista, uomo colto anti intellettuale, militante rivoluzionario senza pentimenti, Paolo Virno ha avuto il suo esodo da una vita vissuta fino all’ultimo respiro e all’ultimo malinconico sorriso.

    #Paolo_Virno

    • E ci mancheranno «le parole per dirlo». Paolo, ciao, Francesco Raparelli
      https://www.dinamopress.it/news/e-ci-mancheranno-le-parole-per-dirlo-paolo-ciao

      8 Novembre 2025

      In memoria del compagno e grande filosofo Paolo Virno, scomparso il 7 novembre, per molti di noi Maestro di pensiero e di vita. Lo ricorderemo a Esc, via dei Volsci 159, lunedì 10, alle ore 11

      Succede, nella vita, che si impara a parlare una seconda, una terza volta, e ancora. A me, così è accaduto con Paolo Virno. Paolo Virno era un filosofo, quindi un artista delle parole. Uno che afferrava cristalli di pensiero, un’idea di mondo, nelle regole grammaticali. Uno che non aveva mai perso di vista ciò che conta, ovvero che pensiero e prassi sono tutt’uno con le preposizioni: “con”, “tra”, “fra”. Si agisce e si pensa con le altre e gli altri, tra le altre e gli altri, fra una cosa e l’altra. Nel mezzo – senza principio né fine.

      Aula 6 di Lettere, Sapienza, primavera del 1998. Per ricordare l’anno 1968, presentavamo il libro di Bifo dedicato a Potere Operaio. Comparve Paolo. Il corpo, senz’altro – così alto. Ma il corpo con la parola, con una parola che sapeva farsi corpo con i gesti delle mani, con la voce e il suo volume cangiante, imprevedibile. Filosofo del linguaggio, del linguaggio di Paolo mancava qualcosa senza vedere le mani, e la braccia, con quei movimenti ampi, quasi preparassero la scena dell’enunciato. «L’inserzione del linguaggio nel mondo», avrebbe detto lui.

      Certo Paolo era stato un militante sovversivo, un «marxista non pentito», un «comunista non di sinistra». E l’aveva pagata cara, la sua militanza, negli anni della controrivoluzione e della carcerazione preventiva senza sosta. Le parole di Paolo erano parole, ma c’era dietro pure la vita di una generazione che aveva tentato la rivoluzione. «Sconfitta», diceva. Vero, ma a che prezzo? La controrivoluzione italiana, per vincere, ha dovuto imporre, manovra finanziaria dopo manovra finanziaria, il declino del Paese.
      Se oggi l’Italia è fanalino di coda in Europa per quel che riguarda i salari, se l’economia sopravvive con il terziario low cost e l’edilizia che manda gli ultrasessantenni a crepare sui ponteggi, se duemila giovani formati al mese se ne vanno, è perché c’è voluta dedizione efferata per sconfiggere la rivoluzione.

      Con Paolo inventammo, a Esc, la Libera Università Metropolitana. Con Paolo, con Toni, con Franco, con Benedetto. E tante e tanti. Il primo seminario fu subito dopo l’occupazione di via dei Reti 15, primavera del 2005. Lo spazio era ancora disagevole, usavamo una stanzetta spoglia. Discutemmo di azione innovativa, secondo Paolo. Non riguarda il genio, l’eroe, il visionario l’azione innovativa, no. Ha a che fare con quel vivente che, per vivere, deve di volta in volta mettere in forma la propria vita, creare, in cooperazione con altre e altri, le condizioni della propria esistenza. Necessaria, l’azione innovativa, ogni qual volta si tratta di applicare la regola condivisa a un caso singolo; applicandola, tutto sommato, la regola la facciamo anche di nuovo. Differenza nella ripetizione. O anche: variazione storica della natura eterna che, per Paolo, sono le nostre facoltà specie-specifiche.

      L’accademia italiana, ovvero del Paese fallito per la controrivoluzione, ha accolto Paolo tardivamente. Non poteva che andare così. Con le sue opere tradotte in tutto il mondo, la pensione lo ha raggiunto presto – troppo. Ma gli studenti lo hanno amato, in Calabria e poi a Roma Tre. Piccoli e grandi, tutti imparavano a parlare di nuovo, con lui. Ogni corso, ogni lezione, imponeva di pensare in grande, di pensare sul serio. Nonostante l’ANVUR e la VQR, o altri acronimi che hanno per obiettivo l’umiliazione della vita associata.

      Paolo era alla ricerca del sindacato rivoluzionario del lavoro precario, sottopagato, migrante. Se – folli – abbiamo fondato le Camere del Lavoro Autonomo e Precario, lo dobbiamo anche a quel documento, con diversi discusso, ma da lui scritto più di vent’anni fa («Che te lo dico a fare?»). Non ha mai smesso di essere operaista, a costo di portare il broncio alle movimentazioni recenti. Non che non riconoscesse il ruolo della finanza, l’importanza della rendita immobiliare, la guerra e le sue politiche di bilancio: cercava l’estorsione di plusvalore, Paolo, sempre. A pensarci bene, era un modo per continuare a pensare il due, il «doppio potere», la «città divisa». Filosoficamente: il possibile del reale.

      Ora, senza Paolo, vicini a Raissa, si tratterà di cercare ancora «le parole per dirlo» – proprio quelle, non altre. E sarà impervio, ma occorre provarci.

    • Faire de la philosophie avec Paolo Virno - Entretien avec Michel Valensi, 2014
      https://www.lyber-eclat.net/lyber/virno5/virno-valensi.html

      Michel Valensi : Depuis ton premier livre, Convention et matérialisme (non traduit en français) qui date de 1986, et même depuis tes premiers écrits plus politiques des années 1970, jusqu’à ce dernier livre qui paraît aujourd’hui en français sous le titre Et ainsi de suite. La régression à l’infini et comment l’interrompre, consacré à la philosophie du langage, un long chemin a été parcouru. Pourrais-tu en rappeler les étapes principales ? (Ce qui revient à raconter ta vie d’une manière ou d’une autre…).

      Paolo Virno : J’ai commencé à m’occuper de philosophie de manière systématique à la suite d’une défaite politique. Je parle de la défaite des mouvements révolutionnaires qui ont occupé la sphère publique en Occident entre la mort de John Kennedy et celle de John Lennon, donc du début des années 1960 à la fin des années 1970. Ces mouvements, qui ont, d’emblée, éprouvé une véritable aversion pour le socialisme réel tel qu’il pouvait s’incarner dans l’Union soviétique, avaient utilisé Marx en dehors et contre la tradition marxiste, en la mettant en contact direct avec les luttes en usine et la vie quotidienne des sociétés développées. Un Marx lu en même temps que Nietzsche et Heidegger, et mis à l’épreuve de Weber et de Keynes.

      #politique #philosophie

    • Quelques notes à propos du general intellect, Paolo Virno, Futur Antérieur, 1992
      http://pinguet.free.fr/virno1992.pdf

      Pour en réactiver la puissance politique, il importe de mettre en oeuvre une critique de fond du « Fragment ». Ce sera celle-ci : Marx a identifié totalement le general intellect (ou encore le savoir en tant que principale force productive) au capital fixe, négligeant ainsi le côté sous lequel le même general intellect se présente au contraire comme travail vivant. Ce qui est précisément aujourd’hui l’aspect décisif.

      La connexion entre savoir et production, en effet, ne s’épuise pas dans le système des machines, mais s’articule nécessairement à travers des sujets concrets. Aujourd’hui, il n’est pas difficile d’élargir la notion de general intellect bien au-delà de la connaissance qui se matérialise dans le capital fixe, en y incluant aussi les formes de savoir qui structurent les communications sociales et innervent l’activité du travail intellectuel de masse. Le general intellect comprend les langages artificiels, les théories de l’information et des systèmes, toute la gamme des qualifications en manière de communication, les savoirs locaux, les « jeux linguistiques » informels et même certaines préoccupations éthiques. Dans les processus de travail contemporains, il y a des constellations entières de concepts qui fonctionnent par elles-mêmes en tant que « machines » productives, sans avoir besoin ni d’un corps mécanique, ni même d’une petite âme électronique.

      Nous appelons intellectualité de masse le travail vivant en tant qu’articulation déterminante du « general intellect ». L’intellectualité de masse – en son ensemble, en tant que corps social – est dépositaire des savoirs non divisibles des sujets vivants, de leur coopération linguistique. Ces savoirs ne constituent en aucune manière un résidu, mais une réalité produite justement par l’affirmation inconditionnée du « general intellect » abstrait. C’est précisément cette affirmation inconditionnée qui implique qu’une part importante des connaissances ne peut se déposer dans les machines, mais doit se manifester dans l’interaction directe de la force de travail. On se trouve face à une expropriation radicale, qui ne peut pourtant jamais se résoudre en une séparation complète et définitive.

      #general_intellect #travail_vivant #Intellectualité_de_masse

    • Paolo Virno, la métropole et l’organisation du conflit de classe (2005, pour la IVeme Internationale ah ah ah)
      https://www.revolutionpermanente.fr/Paolo-Virno-la-metropole-et-l-organisation-du-conflit-de-classe

      Sans la mobilisation du travail précaire, je crois que la situation de la lutte de classes italienne ne bougera pas.

      Le problème fondamental, c’est les formes d’organisation de ceux qui, par définition, sont ceux qui aujourd’hui ne semblent pas pouvoir être organisés, c’est-à-dire les travailleurs précaires. Pour organiser le travail précaire, il faut mobiliser la culture, les formes de vie, les goûts esthétiques, les inclinations éthiques, c’est-à-dire le monde de la vie comme le disent certains philosophes. Voilà le pari. Le travail précaire est semblable à une dimension complexive de l’existence.

      Alors je crois que le jeune ouvrier, et la jeune ouvrière surtout, de [Fiat] Melfi, montrent par leur condition et à travers leurs formes de lutte qu’ils viennent d’expérimenter une condition plus générale, commune aux travailleurs précaires. Ils sont la pointe d’un iceberg, même s’ils disposent d’un boulot relativement stable. Je crois que cette émergence, les autoferrotranvieri, les luttes de Melfi, sont comme une prémisse ou un symptôme de la mobilisation du travail social précaire. Et j’ajoute, précaire et également intellectuel. Par intellectuel je n’entends pas les gens qui ont fréquenté l’université, j’entends aussi ceux qui réalisent les tâches les plus humbles et mobilisent les capacités cognitives et linguistiques de notre espèce. Je n’entends pas par intellectuel une sorte de spécialisation, de qualification particulière, mais une expérience de travail qui comprend toujours, d’une manière fondamentale, l’utilisation des capacités linguistiques et cognitives de notre espèce. Alors je pense l’immigré ou le jeune précaire comme intellectualité de masse, à condition d’entendre intellectualité de masse par ce que je viens de définir.

      (...) pour nous, le « general intellect », le cerveau social, c’est la coopération du travail vivant (...)

      #classe_ouvrière #multitude #communisme

    • La vie militante

      Paolo Virno : la révolution, joyeuse ambition , Andrea Colombo, il manifesto, 9/11/2025
      https://ilmanifesto.it/paolo-virno-la-rivoluzione-allegra-ambizione

      Souvenir

      Intellectuel et anti-intellectuel, il a milité dans Potere Operaio, subi une incarcération injuste, travaillé au manifesto, enseigné la philosophie. Jamais résigné à la triste mission de rendre le monde un peu plus juste : il voulait le renverser.

      Paolo Virno fut un acteur essentiel de la gauche révolutionnaire italienne, et un rédacteur inoubliable de ce journal.

      Dans la fin des années 1980, Paolo sortait à peine d’une odyssée judiciaire kafkaïenne, passée à l’histoire sous le nom de « 7 avril ». On l’avait inculpé et emprisonné sous des accusations ridicules, auxquelles même les magistrats ne croyaient pas, mais pour une raison juste, quoique inavouable : celle d’être un révolutionnaire communiste décidé à renverser l’ordre existant, convaincu que vivre, c’est marcher sur la tête des rois. Sa méfiance envers la magistrature démocratique [les juges membres ou sympathisants du Parti communiste, NdT], jamais démentie jusqu’à son dernier jour, naquit de cette expérience.

      Paolo rejoignit ensuite le manifesto, dans la section culturelle — qui comprenait alors aussi les spectacles. Mais il ne voulait pas, et nous ne voulions pas, d’une section culturelle comme les autres, fût-elle très politisée. Nous visions un « contre-journal », capable de regarder ce que l’urgence de l’actualité reléguait hors des premières pages : non les acrobaties du CAF (le triumvirat Craxi, Andreotti, Forlani), ni les gloires lointaines des guerres de libération, mais les transformations radicales des forces productives encore à l’état naissant à la fin des années 1980.

      L’émergence d’un nouveau prolétariat intellectuel et inventif, remplaçant la répétition mécanique de la chaîne par l’usage de l’esprit. Le paradoxe d’une société du salariat rendue obsolète et parasitaire par le développement des forces productives , mais dont on ne sortait qu’en en conservant les règles — parce que la survie du commandement l’exigeait.

      De cette ambition naquit le périodique Luogo comune, et une grande part du combat se jouait déjà dans les pages du manifesto. Ceux qui voudraient comprendre peuvent lire la compilation Negli anni del nostro scontento (DeriveApprodi, 2023), qui rassemble ses articles : on y découvre une capacité unique à repérer les lignes de force du nouvel ordre social, mais aussi ses failles, jusque dans les films populaires, les émotions d’une époque ou le lexique des intellectuels.

      Cette ambition révolutionnaire totale fut la marque constante de l’action politique et de la réflexion philosophique de Virno. Tous ses livres, sans exception, visent à subvertir le présent, même quand ils s’attardent sur les jeux d’esprit ou les limites du langage.

      Jamais il ne s’est contenté de « rendre le monde un peu meilleur ». Il savait que sans une vision apte à ébranler l’ordre entier, on n’obtient même pas un meilleur salaire. Il allait toujours au bout du jeu.

      Il a vécu dans la conscience d’une défaite historique, sans jamais s’y résigner. Ancien militant et dirigeant de Potere Operaio, organisation dont l’influence allait bien au-delà de ses modestes effectifs, il avait su garder l’esprit de cette époque où la révolution semblait à portée de main.

      Mais sa pensée n’était pas nostalgique : il considérait l’arsenal du passé comme un fardeau, sauf la méthode héritée de l’opéraïsme, qu’il revisita jusqu’à la rendre méconnaissable. Il traquait les nouvelles subjectivités, les formes inédites de résistance, et affirmait qu’aujourd’hui, être communiste est incompatible avec appartenir à la gauche traditionnelle, nuisible plus qu’inutile.

      Pour beaucoup, Paolo fut un maître de pensée critique, un compagnon et un ami. Pour certains, comme moi, il l’était depuis le lycée romain et Potere Operaio.

      À ceux qui ne l’ont pas connu, il laisse des textes qui seront étudiés comme des armes de la lutte de classe moderne. Mais il leur manquera ce qu’aucun texte ne peut rendre : sa générosité proverbiale, son indifférence à l’argent, sa présence solide dans l’épreuve, son ironie et sa joie. L’avoir eu pour ami fut un privilège rare.

      La passion politique

      Un éclaireur de l’exode à la visée sûre, Marco Bascetta, il manifesto, 9/11/2025
      https://ilmanifesto.it/un-apripista-dellesodo-dotato-di-ottima-mira


      Foto di Nora Parcu

      Plus les histoires sont longues et intenses, plus les expériences et les sensibilités sont entrelacées, moins on sait par où commencer.

      Pourquoi pas, alors, par une petite rubrique de la revue Luogo comune, qu’au début des années 1990 Paolo avait lancée avec un groupe de camarades et d’amis : « Citations face à l’ennemi », inspirée du cliché western — repris plus tard par Tarantino — où le tireur cite un verset biblique avant de dégainer.

      Eh bien, les articles de Paolo, ses essais courts, forment un catalogue extraordinaire de “citations face à l’ennemi” : extraites d’un vaste savoir, aiguisées par une passion politique et une précision de tir inégalées.

      Jamais son travail n’a été sans cible, même lorsqu’il distingua clairement militance politique et recherche philosophique. Non pour en nier le lien, mais pour en préserver le rigoureux équilibre. Deux tâches aussi décisives, disait-il, ne peuvent être menées à moitié.

      Beaucoup d’entre nous furent déconcertés : nous vivions justement dans cette zone grise où la pensée longue se mêle à l’urgence de l’action. Mais sa radicalité continuait d’alimenter les mouvements, et face à tout événement nouveau, nous revenions toujours à quelque éclair philosophique de Paolo.

      Ces dernières années, après avoir quitté l’enseignement, il voulait retrouver un rapport direct à la lutte politique. Nous en parlions souvent, sans trouver la voie à la hauteur de sa radicalité.

      S’il est un mot qu’il incarnait pleinement, c’est « compagno » [camarade] : amitié, affection, espérance, intelligence collective et liberté individuelle. Ce mot, sérieux et enjoué, fut celui par lequel il nous salua, Andrea Colombo et moi, jeudi matin encore.

      Car Paolo appelait son petit cercle de Luogo comune les « marxistes non de gauche » — une ironie dirigée contre les socialistes des années 1960 qui se disaient « gauche non marxiste ». Cela signifiait une critique marxiste non affadie par le compromis ni contaminée par le populisme, fidèle à la tradition matérialiste mais en attente d’un renouveau.

      Il choisit pour cela la voie exigeante de la philosophie du langage, un travail à plein temps. Et même dans ses ouvrages les plus techniques, on croise ses cibles politiques de toujours — l’État, le peuple, le salariat — et ses piquantes « citations face à l’ennemi ».

      Je ne sais pas écrire la mesure du vide qu’il laisse après 56 ans d’amitié née au lycée romain. Je me confie à une dernière citation de cinéma chère à Paolo, que nous aimions répéter :

      « Cher ami… che te lo dico a fa’ ? » (à quoi bon te le dire ?).

      La recherche philosophique

      Au-delà du capital, la partie reste ouverte, Massimo De Carolis, il manifesto, 9/11/2025
      https://ilmanifesto.it/oltre-il-capitale-la-partita-e-aperta

      Fidèle jusqu’au bout à l’idée marxienne que le déclin du capitalisme marque le commencement, et non la fin, de l’histoire humaine, Paolo Virno a su faire entrevoir la trace d’une autre histoire.

      Depuis les années 1970, il s’interrogeait : que se passe-t-il quand les conditions mêmes de la possibilité de l’histoire — langage, praxis, nature — cessent d’être un simple arrière-plan pour devenir la matière même des événements ?

      De cette question découle sa démarche : élargir les notions politiques de force de travail ou de multitude en concepts anthropologiques, et inversement, découvrir la charge politique des notions d’action innovatrice ou de faculté de langage.

      Dans Le souvenir du présent, il écrivait :

      « Le capitalisme historise la méta-histoire : il l’inclut dans le domaine prosaïque des événements, il s’en empare. »

      En transformant en marchandise non pas le travail accompli mais la force de travail comme puissance humaine générale, le capitalisme a replié l’histoire sur elle-même.

      Dès lors, ce qui enrichit le capital, ce n’est pas tant la propriété du produit que le pouvoir de décider, en amont, quelles potentialités humaines pourront se réaliser.

      Ce pouvoir est longtemps resté caché, mais il se révèle pleinement avec le postfordisme : grâce à la technologie, le travail salarié devient marginal, un « résidu misérable », et pourtant le dominion du capital s’intensifie, s’étendant à toute la vie.

      La biotechnologie se nourrit des potentialités de la nature, les plateformes exploitent nos facultés communicatives, la finance spécule même sur les crises.

      L’excès de possibilités se renverse en impuissance, menaçant de fin de l’histoire.

      Mais pour Virno, la partie reste ouverte : l’alternative existe dans les pratiques humaines ordinaires — langage, action commune, esprit, amitié — où se tisse une autre orientation de l’histoire.

      D’où son intransigeance envers une “gauche” nostalgique et inconsistante, et son attachement aux mouvements révolutionnaires des années 1970, qui avaient entrevu que l’enjeu politique n’est rien de moins que la dignité de l’humain.

      Et de cette dignité, Paolo Virno a donné la preuve vivante, dans sa militance, sa prison, sa pensée, et même dans la façon tranquille dont il a affronté la maladie. Une cohérence naturelle, signe du vrai maître.

      Creuser le langage : l’enseignement de Paolo Virno , Christian Marazzi, effimera, 9/11/2025
      https://effimera.org/scavare-il-linguaggio-linsegnamento-di-paolo-virno-di-christian-marazzi

      Nous devons creuser marxiennement le langage — mais le langage désormais intérieur aux processus productifs, le langage mis au travail après la crise du fordisme. C’est ainsi que nous parlait Paolo, définissant un programme collectif de travail au long cours pour construire les nouvelles armes de la lutte de la multitude.
      Convention et matérialisme date de 1986 ; c’est dans ce livre que, pour la première fois, il est question de l’ordinateur comme « machine linguistique », cette technologie qui a déterminé le tournant linguistique des processus de numérisation et de valorisation de l’économie, du monde, de la vie.

      Il en écrivit une partie en prison, dans la cellule où se trouvaient également Toni Negri et Luciano Ferrari Bravo. Luciano me décrivit un jour le cliquetis de la machine à écrire de Paolo lorsqu’il rédigeait ses textes : lent, avec de longues pauses entre un mot et l’autre, comme si Paolo caressait chaque lettre, comme si chaque mot était un corps en devenir. Il semblait les écouter, ces mots, descendant dans la profondeur de leur vérité, de leur corporéité.

      Parfois, il employait des mots archaïques, comme pour signifier une histoire commencée il y a longtemps : l’histoire de la lutte des classes. Pour Paolo, l’usage des mots était un entraînement à l’usage de la vie : une vie singulière, individualisée, précédée d’un je collectif, d’un social présocial, garantie de l’existence politique « des nombreux en tant que nombreux ».

      Le collectif de la multitude contre le peuple comme réduction à l’un, la fuite de la souveraineté vers une démocratie non représentative. La postface à L’individuation psychique et collective de Gilbert Simondon est magistrale : on la lit et la relit, et chaque fois on a l’impression de recommencer, de marcher avec les autres, de se libérer avec les nombreux en tant que nombreux.

      Et combien de textes Paolo a-t-il écrits pour dévoiler les pouvoirs et les limites du langage ! Du langage comme action — ce « faire des choses avec des mots » de John Austin (le titre seul suffisait, disait-il) — qui a permis d’entrer, armés, dans le temps de la linguisticité monétaire, dans l’illusion d’une fuite cryptée du centre des banques : le problème n’est pas le centre, le problème est la forme linguistique de la monnaie, sa domination sur nos vies, nos désirs, nos affects.

      Paolo fut un ami, un frère, un camarade, une personne splendide. Il nous a pris par la main avec discrétion et puissance théorique, avec élégance et passion politique.

      Paolo, nous t’avons aimé, nous t’aimerons toujours.

    • Paolo Virno : 1977, le début d’un temps nouveau

      1977 contre le présent. Le mouvement de 1977, quarante ans après
      Entretien avec Paolo Virno, Ilaria Bussoni, Roberto Ciccarelli, il manifesto, 5/4/2017
      https://ilmanifesto.it/paolo-virno-1977-lesordio-del-tempo-nuovo

      « Quarante ans plus tôt, c’est aujourd’hui. En Italie et ailleurs, a émergé une force de travail devenue ressort de la production et moteur des institutions. »
      « Les œuvres de l’amitié méritent d’être défendues : elles produisent des formes de vie et construisent des embryons d’institutions. »


      1977, Rome, université La Sapienza occupée. Photo Tano D’Amico

      Le moment 1977

      « 1977 » est une date conventionnelle : les sujets sociaux et les formes de lutte dont on se souvient ont surgi plus tôt, raconte Paolo Virno, l’un des plus importants philosophes italiens et figure centrale de la revue du mouvement Metropoli.

      « À Milan, il y avait les cercles du prolétariat juvénile, les manifestations pour les meurtres de Zibecchi et Varalli, les mobilisations contre le travail au noir. Ce ne furent pas seulement des sujets non ouvriers qui firent irruption sur la scène publique. 77 comprend aussi les dix mille nouvelles embauches de Fiat : pour la première fois, beaucoup de femmes et de jeunes diplômés. En juin 1979, ils bloquèrent Mirafiori avec la même détermination qu’en 1969 ou 1973. On vivait une accélération générale, extrême, qui traversait toute la force de travail. Cette année-là, tout éclata : une anticipation subjective, subversive, d’un nouvel ordre qui devait ensuite prendre les traits plombés de l’ordre productif du capitalisme néolibéral. »

      Une anticipation de l’avenir

      Qu’est-ce qui a anticipé le mouvement ?

      « 1977 a été un commencement. On y voit apparaître de nouvelles figures de la force de travail : fondées sur la production cognitive, la coopération linguistique, et une réorganisation du temps de travail qui avait alors une coloration subversive. Ce n’est pas la première fois qu’un mouvement annonce l’avenir : dans les années 1910, les grandes luttes des ouvriers déqualifiés aux USA avaient précédé le fordisme. Plus tôt encore, dans l’Angleterre du XVIIᵉ siècle, les vagabonds chassés des terres, non encore intégrés à la manufacture, incarnaient déjà une dangereuse potentialité sociale.

      De même, 1977 a un double visage : d’un côté, une matière première de comportements, d’affects et de désirs rebelles devenus force productive, état de choses actuel ; de l’autre, la voie sur laquelle circulent aujourd’hui pouvoir et conflit. »

      La force de travail et ses facultés

      Quelles caractéristiques de la force de travail se sont imposées alors et demeurent actuelles ?

      « 1977 a anticipé, à travers des luttes très dures, ce qui importe vraiment aujourd’hui. Marx parlait d’un intellect général qui n’est plus contenu dans le capital fixe mais dans les sujets vivants. Connaissance, affects et intelligence existent désormais comme interaction et coopération linguistique du travail vivant. Ce renversement dépasse même l’aveuglement de Marx, pour qui le temps de travail restait un résidu, tandis que la connaissance et l’intellect étaient incorporés aux machines.

      La reproduction de la vie, et les qualités productives de la force de travail, ne se développent plus seulement dans la sphère du travail. Pour produire de la plus-value, les entreprises ont besoin de personnes formées dans un milieu plus vaste que l’atelier ou le bureau — justement pour être plus productives une fois revenues à l’atelier ou au bureau. »

      Nature humaine et production sociale

      Quelles facultés humaines sont mobilisées dans ce processus ?

      « Je m’arrête sur trois éléments fondamentaux de la nature humaine :

      1. la néoténie, c’est-à-dire la persistance de traits infantiles tout au long de la vie ;

      2. l’absence d’une niche environnementale propre à l’espèce humaine, dans laquelle elle pourrait s’installer avec sécurité ;

      3. la faculté de langage, bien différente des langues particulières, plastique et indéterminée.

      1977 fut le premier mouvement mondain, néoténique et potentiel, qui fit de ces facultés une force au lieu de chercher à les contenir. Jusqu’alors, les institutions s’en défendaient ; depuis, elles les ont intégrées, en faisant des ressorts de la production sociale et du moteur des formes institutionnelles. La néoténie s’est muée en flexibilité et formation continue. L’absence de niche est devenue mobilité et polyvalence. »

      Le renversement néolibéral

      Comment la contre-révolution néolibérale a-t-elle transformé ces traits ?

      « Ces caractéristiques se sont répandues, mais avec un signe inversé. La prolifération de hiérarchies minutieuses et de barrières exprime la fin de la division du travail sous le capitalisme. Celle-ci est désormais dysfonctionnelle ; elle sert surtout à coloniser le caractère public des tensions éthiques, émotionnelles et affectives de la force de travail. Leur variabilité et leur imprévisibilité sont transformées en descriptions de poste.

      Pourtant, ces tensions font partie de la valeur d’usage de la force de travail et de son rapport au monde. Partager intellect et langage devient une condition vitale. Mais la segmentation du caractère trans-individuel du travail est aujourd’hui bien plus accentuée que ne l’exigeait jadis la division du travail. Le maximum de potentialité se renverse en impasse : un renversement disciplinaire rendu nécessaire par cette familiarité avec le potentiel, qui autrement ferait exploser l’ordre productif.

      Certaines luttes actuelles en sont le prolongement direct, un document vivant de 1977. Leur centralité dément l’idée que nous aurions alors représenté une “seconde société” des exclus : c’était au contraire la “première société”, celle qui s’inaugurait — et c’est celle que nous sommes encore aujourd’hui. »

      Le blocage du conflit général

      Pourquoi n’a-t-on pas su, depuis, construire une action sociale capable de renverser le nouvel ordre productif, affectif et politique ?

      « C’est la question décisive, posée dès les années 1990, quand on croyait “l’hiver de notre mécontentement” terminé et qu’allait commencer la phase civile, parce que rebelle, de la nouvelle réalité productive. Il n’en a rien été : Berlusconi est arrivé. Depuis 2007, la crise mondiale nous engluait, et la fermeture s’est accentuée. »

      Les conditions d’une alternative

      Que manque-t-il pour définir une alternative concrète ?

      « Le minimum syndical : le conflit sur les conditions matérielles — temps de travail, salaire, revenu. C’est le point de départ, devenu extrêmement difficile. Il est impensable aujourd’hui qu’une lutte de travailleuses de centres d’appel ne s’accompagne pas de la création d’un embryon de nouvelles institutions.

      Pour éviter un licenciement ou obtenir trente euros de plus, il faut désormais faire la Commune de Paris. Chaque pas de conflit contient déjà l’invention expérimentale d’institutions post-étatiques. »

      La crise de la représentation

      Pourquoi 1977 a-t-il rejeté les formes de représentation politique connues jusqu’alors ?

      « La crise de la représentation est irréversible. En Europe, et pas seulement, émergent des formes authentiques de fascisme : une terre de personne que peuvent occuper des pulsions opposées. 77 en fut une des manifestations, que le mouvement comprit en temps réel lorsque Lama [chef de la CGIL, le syndicat communiste, NdT]] et son service d’ordre furent chassés de La Sapienza.

      Ce processus de long terme a mis fin au monopole étatique de la décision politique. Mais croire que cette crise n’appartient qu’à un seul camp est une illusion : le populisme en est une autre expression. Il est devenu le liquide amniotique où croissent populismes et fascismes : les frères jumeaux, glaçants, des aspirations libératrices — la version monstrueuse de quelque chose qui nous appartient. »

      Désobéissance et droit de résistance

      Comment ce refus s’est-il exprimé ?

      « Par la désobéissance, notamment. Ce thème prit alors une valeur presque constitutionnelle. Il remit en cause ce que Hobbes appelait l’acceptation du commandement avant même celle des lois. Il ne peut exister de loi imposant de ne pas se rebeller.

      En 1977, la désobéissance a remis en question l’obéissance : cela précède tout dispositif législatif concret. Ce fut une année très violente, mais, une fois ôtés les fétiches de la violence construits ensuite, le mouvement affirma un droit de résistance face à la nouvelle configuration des institutions post-étatiques.

      Cette violence n’était pas opposée à celle de l’État ou de l’armée : c’était la défense de quelque chose que l’on avait déjà bâti. La photo de Paolo et Daddo prise par Tano D’Amico le 2 février le symbolise. »


      Les œuvres de l’amitié

      Qu’aviez-vous construit pour le défendre si ardemment ?

      « Le ius resistentiae défend ce qu’on a déjà créé : les œuvres de l’amitié — une amitié publique qui produit des formes de vie, faite de coopération, d’intellect général et de travail vivant.

      En 1977, l’amitié cesse d’être une catégorie secondaire : le couple ami/ennemi est renversé, et l’amitié devient coopération excédentaire, capable de construire des embryons d’institutions, des formes de vie qui méritent d’être défendues à tout prix.

      Le ius resistentiae n’est pas une violence plus modérée que celle des jeunes femmes de l’Institut Smolny, à Pétersbourg, qui marchèrent sur le palais d’Hiver. »

      Le premier pas

      Comment faire le premier pas ?

      « En cultivant son incomplétude, en la rendant réceptive et vertueuse. Il faut se tenir prêt à accueillir l’imprévu, et cela dépend de la capacité du travail précaire et intermittent à s’imposer sans ménagement.

      Face à un imprévu attendu, la philosophie politique doit s’arrêter et attendre. Pour moi, la limite — et le sommet — de la réflexion théorique équivaut, aujourd’hui, à ce qu’étaient les Industrial Workers of the World aux USA. Si je pense à quelque chose qui ressemble au post-77, et au 77 s’étant mis au travail, c’est à eux que je pense ».


      Un souvenir

      As-tu un souvenir particulier d’une journée de cette année-là ?

      « La manifestation la plus proche d’un caractère insurrectionnel fut celle de Rome, le 12 mars : un cortège sans slogans ni drapeaux, après le meurtre de Francesco Lorusso à Bologne la veille.

      Je me souviens d’un vieil homme marchant péniblement devant le ministère de la Justice, via Arenula : c’était Umberto Terracini, fondateur du PCI, antifasciste, président de l’Assemblée constituante. Au premier congrès de l’Internationale communiste, à Moscou, il avait parlé en français, et Lénine lui avait répliqué, le jugeant trop extrémiste : “Plus de souplesse, camarade Terracini.”

      Pour lui, il allait de soi de participer à cette manifestation. Ce fut un moment profondément émouvant. »

    • Il compagno, l’amico, il maestro. La vita condivisa di Paolo Virno
      https://ilmanifesto.it/il-compagno-lamico-il-maestro-la-vita-condivisa-di-paolo-virno

      ADDIO A PAOLO VIRNO L’amore per il mare di Capri e quello per la condivisione. Sempre con radicalità, ma con metodo, perché ’l’eccesso esige misura, se si vuole che sia tale’

      Paolo Virno: la rivoluzione, allegra ambizione


      Il saluto saluto a Paolo Virno ieri all’Esc atelier autogestito – Foto di Emanuele De Luca

      C’è una grande immagine degli scogli nelle acque di Capri con Paolo Virno che si tuffa. È il mare che ha amato e che, osservandolo dal finestrino mentre da Roma raggiungeva Cosenza e l’Università della Calabria, dove ha insegnato per qualche anno prima di tornare a Roma 3, rimpiangeva. «Se adesso non scendiamo da questo treno e non prendiamo un traghetto a Napoli, la giornata è persa», diceva Paolo a Marco Mazzeo, che è stato suo allievo. E che ieri, insieme a tanti e tante, ha partecipato al saluto collettivo a colui il quale è stato amico, compagno, maestro, vicino di cella, avversario a poker o sul campo da tennis del centrale di Rebibbia, che i detenuti avevano tracciato per trascorrere le ore d’aria.

      DUNQUE, IL MAESTRO. «Non c’è un centimetro di questo luogo che non sia stato pensato con Paolo» racconta Francesco Raparelli dando il benvenuto a Esc, l’atelier autogestito che fin dall’inizio ha ospitato la Liberà università metropolitana che Virno aveva concepito vent’anni fa assieme a una nuova generazione di militanti dei movimenti studenteschi e precari.

      «Per noi è stato un maestro antico – dice Francesco – Di quelli che non si limitano a insegnare concetti, ma insegnano anche a parlare, a muovere le mani, a intervenire in assemblea e ad alzare la voce quando serve». I «grandi filosofi», prosegue Francesco, «ti impongono le loro ossessioni e attraverso di esse creano attrito», tra le ossessioni di Virno c’era quella di «organizzare lo sciopero del lavoro precario: quando non lo trovava al centro delle nostre azioni, teneva il broncio ai movimenti».

      POI, L’AMICO. Paolo teorizzava l’amicizia, la considerava un modo per avvicinarsi alla propria essenza. Se l’amicizia per Aristotele è «condividere la vita», diceMassimo De Carolis, questa per lui aveva a che fare con le caratteristiche della nostra specie: «Gli esseri umani in quanto tali sono capaci di condividere la vita». Paolo, testimonia Andrea Colombo che è stato tra gli amici che lo hanno assistito fino alla fine, «era divertente persino nelle ultime giornate». E la sorella Luciana, che ricorda questo fratello che gli incuteva al tempo stesso «soggezione e tenerezza», conferma che «senza compagni e amici l’ultimo pezzo sarebbe stato difficile». Anche dedicandosi alla teoria linguistica, assicura ancora Colombo, Paolo «non ha mai scritto una riga senza pensare che andasse usata contro i padroni». Con questa capacità di condividere la vita e pensare il conflitto sempre, «restituiva valore, sostanza e spessore alla parola compagno». Per Andrea Fabozzi resta il «rimpianto» per le cose che si sarebbero potute fare.

      CON ALCUNI compagni e amici, raccontava Paolo, aveva passato «troppo tempo e poco spazio». Si riferiva alla carcerazione, prima negli speciali e poi nel braccio G8 di Rebibbia, dove si costituì l’area omogenea, ripartirono i seminari, si pensò a come uscire dalla sconfitta senza cedere alla delazione. A un certo punto qualcuno riuscì a far entrare dei barattoli di sugo alla marijuana. E quando tutto il braccio del 7 aprile mangiò la pasta col condimento speciale le risate a crepapelle si sprigionarono. In quel vortice psichedelico, Toni Negri teorizzò, tra risate dissacranti, che era ancora possibile vincere. «La sconfitta per lui era solo un episodio», riferisce il fratello Claudio. Un altro Claudio, D’Aguanno, compagno di detenzione, si esercita sul Virno uomo di sport. Da pokerista, non voleva solo partecipare: voleva vincere. E a calcio, «nel torneo di Rebibbia che chiamammo Insurrezione», accadde: «Almeno quella volta vincemmo l’insurrezione».

      C’È IL PAOLO COMPAGNO di vita e marito. «Se qualcuno mi avesse detto che io, russa, avrei sposato un comunista avrei pensato che era pazzo – dice la sua compagna Raissa Raskina – Volevo dare felicità a quest’uomo commovente nel privato. Paolo era estraneo a ogni comfort borghese, ho dovuto fare come Santippe che ricordava a Socrate che non poteva vivere in quel modo». Poi legge un messaggio ricevuto da una vicina di casa, che osservava Paolo dal terrazzo adiacente: «Per me era un maestro di vita: aveva saputo accettare gioie e dolore con semplicità di animo». Aveva, dicono in molti, un metodo anche nella radicalità. Perché, diceva, «l’eccesso esige qualche misura, se si vuole che sia tale». O invitava un compagno più giovane a «non abusare della potenza». La sua esistenza condivisa e generosa, rimanda ad un altro dei suoi consigli: «Non vivere mai al di sotto delle proprie possibilità».

      Gli articoli del manifesto di e su Paolo Virno
      https://ilmanifesto.it/collezioni/paolo-virno

      #centre_social #précaires

    • Paolo Virno (1952-2025) a enseigné la philosophie du langage à l’Université de Rome. Aux Éditions de l’éclat ont paru plusieurs de ses ouvrages depuis 1991 : Opportunisme, cynisme et peur (1991), Miracle, virtuosité et ‘déjà vu’ (1996), Le souvenir du présent (1999), Grammaire de la multitude (2002), Et ainsi de suite… La régression à l’infini et comment l’interrompre (2013), Essai sur la négation (2016) et L’usage de la vie et autres sujets d’inquiétude (2016) qui reprend un ensemble d’articles parus entre 1980 et 2016, Avoir. Sur la nature de l’animal parlant (2021), De l’impuissance. La vie à l’époque de sa paralysie frénétique (2022).

      https://www.lyber-eclat.net/auteurs/paolo-virno

      #livre #subjectivité #langage

    • LE SPECTRE D’OUSSAMA BEN LADEN ET LE POUVOIR DESTITUANT - Entretien posthume avec Paolo Virno
      https://lundi.am/LE-SPECTRE-D-OUSSAMA-BEN-LADEN

      Quand peut-on parler de biopolitique ? Quand se réalise, dans une régime historique déterminé, le neuvième livre de la Métaphysique d’Aristote, celui qui s’occupe de la différence entre puissance et acte. Le moment décisif de la biopolitique est quand il y a un régime social qui met au centre de tout son fonctionnement la dynamis, la puissance en tant que puissance séparée, disjointe de l’acte.

      La puissance humaine de penser, bouger, éprouver du plaisir, celle qui est somatique et celle qui est intellective. Cette puissance est énucléée, en tant que puissance séparée de l’acte, à un moment précis. Ceux qui font remonter la biopolitique au droit romain archaïque ou à un quelconque mythologème ressuscité pour l’occasion ne nous montrent pas comment sont réellement les choses. Cette puissance est énucléée en sa qualité de puissance, à tel point qu’elle s’achète et se vend, uniquement en présence de la figure de la force-travail. C’est une puissance qui n’a rien à voir avec sa mise en application, c’est une potentia qui peut être vendue et achetée. On achète la puissance de penser, de parler.

      Il devient alors intéressant de voir comment est constitué le bios humain, ce qu’est cette puissance de penser, ce qu’est cette puissance de parler, outre, évidemment, la puissance musculaire et motrice. C’est alors que la vie prend tout son sens, car la puissance en est, par définition, l’élément essentiel, mais elle n’existe sous aucune forme de réalité autonome. La puissance de parler n’existe pas, je ne peux pas la toucher, ni l’acheter, ni l’échanger. Elle a pour enveloppe, par contre, un corps vivant. Le corps vivant n’est pas soigné et gouverné en tant que tel, c’est pourquoi on constate un intérêt abstrait pour les maladies, les enterrements, l’enfance…

      Ce n’est qu’à partir du moment où a eu lieu la matérialisation historique de l’autonomie de cette puissance qu’on gouverne les corps, ce n’est qu’à partir de là que la vie devient non pas la vie, parce que ce qui nous intéresse, au sujet de la vie, ce n’est pas la vie elle-même, mais sa capacité à porter ce qui n’aurait pas, autrement, de configuration propre et autonome. (...)

    • Philosophie

      https://www.liberation.fr/livres/2013/09/25/livres-vient-de-paraitre_934665

      Ce qui est proprement humain, c’est d’introduire un « non » dans n’importe quelle proposition, de pouvoir penser qu’il est « possible de », et enfin d’être devant la solution d’un problème qui ouvre à un autre problème, et ainsi de suite à l’infini. Ces trois modalités sont « le socle logique de la métaphysique ». Paolo Virno n’insiste ici que sur la troisième, à savoir la régression à l’infini, mais l’envisage surtout du point de vue d’une « anthropologie matérialiste », qui en déplace le champ vers celui, par exemple, des émotions et des affects : comment, à « et ainsi de suite », peut-on opposer un « maintenant, ça suffit », notamment dans la honte, l’espoir, l’orgueil, l’ennui, la transformation de la peur en angoisse, de la satisfaction en bonheur ?
      R.M.

      https://www.lyber-eclat.net/livres/et-ainsi-de-suite

      #interrompre

    • Comme Paolo Virno l’avait prévu, lorsque nous parlons, nous travaillons. Lorsque nous écrivons, nous codons la bête (Paul B. Preciado).

      https://www.liberation.fr/idees-et-debats/opinions/refusons-de-nourrir-la-bete-chatgpt-par-paul-b-preciado-20250523_NOO7UVBA

      (plus étroitement, une pensée tout droit issue de l’expérience militante. de celle qui fait aujourd’hui choisir de se taire lors des rassemblements publics, manifestations : tout ce qui est lâché sera utilisé par une ennemi qui a généralisé pour son compte la pratique de la reprise)

    • Souvenir du présent, Jean-Baptiste MARONGIU
      https://www.liberation.fr/livres/1996/07/11/souvenir-du-presentpaolo-virno-miracle-virtuosite-et-deja-vutrois-essais-

      Histoire, philosophie et politique : trois essais pour en faire un, trois approches concentriques d’un monde déboussolé, dont l’éclatement est comme signalé par l’écart creusé entre les régimes de discours mobilisés pour le saisir. Dans son essai politique, Paolo Virno (qui a déjà publié en français Opportunisme, cynisme et peur, L’Eclat, 1991) revient, pour s’en éloigner, sur certains aspects de l’œuvre de Hannah Arendt. L’essai philosophique met en résonance la catégorie de sublime de Kant avec celle d’émerveillement de Wittgenstein pour délimiter un monde non métaphysique. Enfin, le troisième essai­ interaction entre mémoire et philosophie de l’histoire ­ sert de cadre à ces deux tentatives. Paolo Virno sollicite, entre autres, Bergson, Nietzsche, Kojève, pour mettre à l’épreuve le concept de « fin de l’histoire ». Au centre de son dispositif, Virno place le « déjà vu », ce sentiment « typique de celui qui se regarde vivre ». Le déjà vu est donc une pathologie individuelle ayant pris aujourd’hui une dimension publique. Relevant de ce syndrome, la « fin de l’histoire » est un autre aspect de cet excès de mémoire, de cette domination du « souvenir du présent » qui caractérise la situation contemporaine. Cependant, toute fin d’histoire ouvre à des histoires possibles, mais il faudra alors apprendre à maîtriser ce souvenir du présent, si on ne veut pas devenir « le spectateur de soi-même » ou collectionner « sa propre vie, au fur et à mesure qu’elle s’écoule, au lieu de la vivre véritablement ».

      Paolo Virno, Miracle, virtuosité et « déjà vu ». Trois essais sur l’idée de « monde ». Traduit de l’italien par Michel Valensi. L’Eclat

    • Comme le temps passe. On se souvient de la mort, elle n’est pas devant nous.
      https://www.liberation.fr/livres/1999/07/08/comme-le-temps-passeon-se-souvient-de-la-mort-elle-n-est-pas-devant-nous-

      En partant du phénomène du « déjà vu », des rapports de la mémoire et du temps, Paolo Virno retourne l’idée de « fin de l’Histoire ».

      Pourquoi annonce-t-on la « fin de l’Histoire », au moment où, au contraire, semblent se déployer des conditions inouïes d’existence historique de l’être humain ? Ne serait-ce plutôt une philosophie de l’Esprit qui arrive à son terme, celle même qui a prétendu achever l’histoire ? Est-il possible, sur ces décombres, de bâtir un nouveau matérialisme qui, une fois jetés aux fameuses poubelles et la dialectique et le positivisme, recherche les fondements de son historicité dans la faculté la plus propre à l’homme, la mémoire ? C’est à ces questions que Paolo Virno consacre le Souvenir du présent. Essai sur le temps historique. D’ailleurs, le philosophe italien (né à Naples en 1952, il vit à Rome) avait déjà amorcé une partie de cette réflexion dans Miracle, virtuosité et « déjà vu » (L’Eclat, 1996).

      Pathologie spécifique de la mémoire, le symptôme du « déjà vu » sert à Paolo Virno pour éclairer d’une manière inattendue et fascinante le thème philosophique ­ devenu désormais un lieu commun ­ d’un arrêt de l’histoire voire de sa fin. Bergson a attiré le premier l’attention sur ce paradoxe : on croit avoir vécu (vu, entendu, fait, etc.) quelque chose qui au contraire est en train d’arriver pour la première fois. « Le sentiment lié au « du déjà vu, écrit Virno, est typique de celui qui se regarde vivre. ( ») On devient spectateur de ses propres actions, comme si elles appartenaient désormais à une vieille copie que l’on repasserait sans cesse. Spectateur hagard, quelque fois ironique, souvent enclin au cynisme, l’individu en proie « au déjà vu est l’épigone de lui-même. » Plus généralement, vu la prédominance objective qu’a pris le virtuel dans n’importe quel type de pratique, c’est toute la situation contemporaine qui est aux prises avec un inquiétant excès de la mémoire : « Le souvenir du présent, dont la fonction particulière est de représenter le possible, se manifeste sans retenue parce que l’expérience du possible a pris une très grande importance dans l’accomplissement des tâches vitales. » Le souvenir du présent a un côté maladif, mais, en même temps, il est la condition normale de la production de la mémoire. En effet, chaque présent est à la fois perçu et mémorisé, sans quoi aucun souvenir ne serait possible et, partant, aucune saisie temporelle du monde. Pour mieux comprendre ce rapport essentiel qu’entretiennent la mémoire et le temps, Paolo Virno est amené à revisiter l’un des plus anciens couples philosophiques, celui que forment puissance et acte, et interroger, pour ce faire, Aristote, Augustin, Kant, Hegel, Heidegger. L’acte est une réalisation de la puissance, mais il ne l’épuise pas. Le discours que je suis en train de faire, le plaisir que j’éprouve, le travail que j’exécute n’entament en rien ma faculté de parler, ma disposition au plaisir, ma force de travail. La puissance est un « pas-maintenant », alors que l’acte est un présent : entre les deux agit la mémoire. C’est pour cela que la mémoire peut être dite la faculté des facultés, car je ne pourrais pas parler, jouir, travailler si je n’avais mémorisé toutes ces facultés (et si je ne les consommais en les actualisant).

      Le passé est certes envahissant, mais il est aussi la charnière du temps historique. En accordant cette primauté au passé, Virno va à l’encontre d’une grande partie de la philosophie contemporaine qui tend à placer l’historicité de l’expérience humaine sous l’égide de l’avenir. Heidegger à lui tout seul résume cette position : c’est parce que l’homme est un « être-pour-la-mort », bref mortel, que nous existons historiquement et que l’histoire tire son origine du futur en tant que terme de notre expérience. Pour Virno, les choses vont plutôt dans l’autre sens. De la mort on se souvient, elle n’est pas devant nous : « Seul celui qui mène une existence historique peut se dire de plein droit mortel. »

      En devenir, le Souvenir du présent donne la mesure de l’ambition philosophique de son auteur. On peut trouver la clé de l’entreprise au détour d’une note. En transformant la faculté individuelle de la volonté en volonté générale, Rousseau en a fait le concept fondamental de sa philosophie politique. En passant de l’intellect individuel au general intellect, Marx a voulu signifier la puissance de la coopération productive dans la société capitaliste. Avec une méthode similaire, après les couples Volonté-politique et Intellect-lien social, Paolo Virno construit celui de Mémoire-historicité, une manière d’avancer que dans l’actualité de chaque moment historique, il y a toujours du passé mais aussi quelque chose de potentiel, et qui tient ouverte l’histoire. Loin d’être finie, celle-ci ne fait que commencer".

      Paolo Virno, Le Souvenir du présent. Essai sur le temps historique. Traduit de l’italien par Michel Valensi, L’Eclat.

    • Haute multitude
      https://www.liberation.fr/livres/2002/11/21/haute-multitude_422333

      Le malaise est de mise face aux horreurs perpétrées, ailleurs, par les peuples au nom du droit de disposer d’eux-mêmes ou, ici, lorsque notre bon peuple à nous semble se déliter et manifester des opinions exécrables. Pour sauver l’idée, on s’en prend alors à ceux qui devraient l’incarner. Et si c’était plutôt le concept de peuple qu’il fallait mettre au placard ? Certes, ayant inauguré et supporté longtemps la modernité, il pourrait se prévaloir d’états de service intimidants, quoiqu’il ait pu être, un temps, secoué par la notion antagoniste de classe. Or, un philosophe italien hétérodoxe de 50 ans, Paolo Virno, pense qu’il faut passer à autre chose si l’on veut comprendre ce que promet le présent, et avance multitude, ancienne notion de la philosophie politique contre laquelle celle de peuple a été elle-même forgée. Mais sa Grammaire de la multitude n’a rien d’un exercice académique de généalogie des concepts. Bien au contraire, c’est « l’analyse des formes de vie contemporaines » qui intéresse Virno, ainsi que les nouvelles possibilités d’action politique qu’elles ouvrent. N’est-ce pas la multitude qui s’exprime dans certains mouvements no global ou altermondialistes ? En tout cas, Virno en esquisse la théorie et déploie une instrumentation conceptuelle des plus sophistiquées, où se croisent théorie politique, critique de l’économie, éthique, épistémologie et philosophie.

      #Spinoza fait de la multitude la clé de voûte des libertés civiles, définissant ainsi le Nombre ou la pluralité qui persiste en tant que telle sur la scène publique face aux tentatives de l’Etat moderne de l’homologuer, d’en faire une unité. Hobbes, lui, a horreur de la multitude et ne jure que par le peuple, dont le premier et dernier acte libre consiste pourtant à aliéner sa liberté au seul Souverain. Hobbes, assurément, a gagné contre Spinoza, et l’Etat moderne, par le biais du peuple, est devenu national. Pour Virno, cette histoire est aujourd’hui achevée : aussi entend-il donner une nouvelle possibilité à la notion vaincue de multitude, en la mettant en résonance avec la notion de force productive ­ qui a servi, à côté de celle d’Etat et de peuple, à expliquer l’autre aspect marquant de la modernité occidentale, le capitalisme. #Marx, on le sait, critique l’économie politique naissante mais il la suit quand elle fonde la production de la richesse sur le travail commandé par le capital, autant dire le salariat. Est-ce encore aujourd’hui le cas, à l’heure où la part qui revient au travail dans la production se réduit de plus en plus, sous la poussée de la technique et d’une coopération sociale démultipliée pour la communication ?

      Marx lui-même, dans les Grundrisse, ses notes restées inédites jusqu’à 1939, critiquant sa propre théorie, rappelle Virno, a la vision d’une fin du travail salarial non pas à la suite d’une révolution politique mais du développement du capitalisme lui-même. La cause et l’effet en seraient le general intellect, terme anglais qui définit l’intellectualité sociale au cœur du postfordisme actuel, dont l’activité même de la pensée est le ressort productif principal. Dans ce mouvement, le #travail est devenu une activité virtuose et les travailleurs, comme ceux qui ne travaillent pas, ont glissé hors des ornières de classe pour endosser, selon Virno, les habits de la multitude.

      Contrairement aux idées reçues sur l’individualisme contemporain, faire partie de la multitude donne toutes les chances au sujet : « C’est seulement dans le collectif, et sûrement pas dans le sujet isolé, que la perception, la langue, les forces productives peuvent se configurer comme une expérience individuée. » Le travail peut prendre les contours d’une « virtuosité servile » accompagnée souvent par une tonalité sentimentale qui oscille entre peur et opportunisme. Mais la virtuosité peut être non servile, l’opportunisme se muer en sens de l’opportunité. En cela Virno se place du côté de Benjamin quand, contre #Heidegger, il défendait le bavardage, non pas comme aliénation de l’être, mais comme curiosité diffuse et amour du partage.

      Quelle politique pour une multitude confrontée à la crise de la politique, bâtie sur la notion défaillante de peuple ? Paolo Virno est prudent : résistance civile et exode, c’est-à-dire affrontement et évitement à partir du constat que l’on est tous désormais des « sans chez soi » et que ni le peuple, ni la classe, ni le travail, ni le chômage ou le loisir ne peuvent nous contenir : « Etre étranger, c’est-à-dire ne-pas-se-sentir chez soi, et aujourd’hui la condition commune du Nombre, condition inéluctable et partagée. »

      Paolo Virno, Grammaire de la multitude. Pour une analyse des formes de vies contemporaines. Traduit de l’italien par Véronique Dassas, Editions l’éclat, 144 pp.

    • Comme les seenthissiens, Le Monde ne s’est jamais intéressé à Virno au point de consacrer une note de lecture à l’un de ses ouvrages.

      On ne trouve mention de Paolo Virno que dans la chronique d’un professeur à l’école d’affaires publiques de Sciences Po, un capital-risqueur, qui cite, 12 ans après sa parution en français, un livre de Virno pour écrire, en 2018, lors du mouvement des Gilets jaunes : « La vision hobbésienne de l’unité du peuple est de plus en plus décalée par rapport à la réalité ». (Ils n’ont pas assez peur pour s’en remettre au souverain)

      https://justpaste.it/gmrn4

      edit fulminant contre l’obscène provincialisme anti-intellectuel franchouillard, j’ai oublié le tardif article de Le Monde par le stipendié philo yaourt Roger Plot Croche qui a pour ainsi dire comblé le vide par 3 minutes de lecture en 2016, avec un capitalisme uber alles qui n’ose pas se dire
      Figures libres. Seul l’humain sait dire non
      https://www.lemonde.fr/livres/article/2016/02/25/figures-libres-seul-l-humain-sait-dire-non_4871233_3260.html

      https://justpaste.it/ghccw

      Ce connard arrive encore à écrire en 2016 "soupçonné de liens avec les Brigades rouges." au lieu de "accusé de", comme il devrait le faire puisqu’il ne rentre pas une seconde dans l’analyse de ce que fut le mouvement révolutionnaire de cette époque en Italie. Tout le monde avait des liens avec les BR ! Virno n’était simplement pas de ceux des autonomes recrutés par d’une organisation clandestiniste, lottarmatiste, qui a aspiré une vague du reflux, sous le coup d’une répression féroce, qui furent nombreux, parmi les plus jeunes.

      Essai sur la négation. ­Pour une anthropologie linguistique (Saggio sulla negazione. Per una antropologia linguistica),de Paolo Virno, traduit de l’italien par Jean-Christophe Weber, L’Eclat, «  Philosophie imaginaire  », 190 p., 25  €.

      L’Usage de la vie et autres sujets d’inquiétude, de Paolo Virno, 22 textes traduits de l’italien par Lise Belperron, Véronique Dassas, Patricia Farazzi, Judith Revel, Michel Valensi, Jean-Christophe Weber, L’Eclat, «  Poche  », 316 p., 8 €.

    • De l’impuissance - La vie à l’époque de sa paralysie frénétique
      https://www.lyber-eclat.net/livres/de-limpuissance

      Les formes de vie contemporaines sont marquées par l’impuissance, hôte importun de nos journées infinies. Que ce soit en amour ou dans la lutte contre le travail précaire, l’amitié ou la politique, une paralysie frénétique saisit l’action ou le discours quand il s’agit de faire ou de dire ce qu’il conviendrait de dire et faire. Mais, paradoxalement, cette impuissance semble due non pas à un déficit de nos compétences, mais plutôt à un excès désordonné de puissance, à l’accumulation oppressante de capacités que la société contemporaine arbore comme autant de trophées de chasse accrochés aux murs de ses antichambres. Virno poursuit ici son étude systématique du langage contemporain où s’exprime toute la complexité de notre modernité et qui témoigne de cette inversion des sens qui attribue la puissance au renoncement, ou la détermination au fait de taire ce qu’il nous faudrait dire. Livre sur le langage, De l’impuissance indique de loin les formes possibles d’un antidote, d’une voie de salut, qui nous ferait « renoncer à renoncer », et « effacer l’effacement de notre propre dignité ».

    • Philosophie
      Mort de Paolo Virno : des années de plomb au «retrait de la langue»
      https://www.liberation.fr/culture/livres/mort-de-paolo-virno-des-annees-de-plomb-au-retrait-de-la-langue-20251114_

      Michel Valensi, écrivain et éditeur, rend hommage à celui qui participa au « moment révolutionnaire » de l’Italie des années 70 avant de « se retirer dans la langue ».
      https://www.liberation.fr/resizer/v2/VEQX7GZVDZBRZCHUPW3AKWJVCI.jpg?smart=true&auth=000725f0d67cdc6d5909356d32
      Paolo Virno est né à Naples en 1952. (DR)

      L’Italie a perdu, le 7 novembre, l’un de ses philosophes les plus importants et les plus discrets. Paolo Virno, né à Naples en 1952, est mort à Rome après une courte mais coriace maladie dont il n’avait parlé à personne, ne dévoilant jamais ses cartes en bon joueur de poker qu’il était. Acteur de premier plan du « moment authentiquement révolutionnaire » de l’Italie des années 70 – proche de l’opéraïsme de Mario Tronti et membre du groupe Potere Operaio, avec Antonio Negri et bien d’autres – il sera arrêté en 1979 sous le chef d’inculpation d’« association subversive » et de « constitution de bande armée ». Il passera quatre années en prison avant d’être pleinement acquitté en 1988, à la différence de plusieurs de ses co-inculpés qui s’exilèrent en France et bénéficièrent de l’asile politique.

      Après une thèse sur Adorno, il participe à la création de la revue Metropoli qui élargit la question du politique à toutes les sphères du social et où la théorie côtoie la bande dessinée. Ses premiers articles concernent la « chose » politique sous toutes ses formes, qui vont du general intellect de Marx aux flippers des bars romains, avec une attention particulière portée à la question du langage et un sens de l’ironie dont il ne se départira jamais. Son premier livre, Convention et matérialisme, paraît en 1986 chez Theoria. A son propos Giorgio Agamben écrira : Virno « s’affirme comme l’une des voix les plus lucides et originales de la pensée italienne contemporaine ». C’est, ensuite, en traduction que paraîtront, aux éditions de l’Eclat, Opportunisme, cynisme et peur suivi des Labyrinthes de la langue (1991), le Souvenir du présent. Essai sur le temps historique (1999), ou Grammaire de la multitude (2002) qui paraît en même temps que l’édition italienne, et dont les pages Livres de Libération rendront compte. Grammaire de la multitude, qui se présente comme une « analyse des formes de vie contemporaines », est considéré désormais comme un classique de la pensée politique. L’ouvrage marque un tournant dans l’œuvre et l’écriture de Virno. S’il inscrit la question du politique au cœur du langage, il s’en éloigne toutefois dans ses analyses pour privilégier son « expression » au cœur de la langue. C’est la « langue » qui véhicule les concepts et c’est en s’attachant à la langue que l’on peut les comprendre et les utiliser dans et pour l’action. Sans renoncer à l’agir, la prise de conscience de la « défaite d’une génération de militant qui était liée à la figure ouvrière » s’accompagnant « de la poursuite opiniâtre de l’erreur partagée », conduit Virno à « se retirer dans la langue » pour définir les contours d’une « morale provisoire ».

      Une « anthropologie linguistique »

      C’est à partir de cette date (fin des années 90) que commencent à paraître ses livres plus exclusivement consacrés à une « anthropologie linguistique », proche de la philosophie analytique, dont il partage probablement les prémisses, mais pas forcément les issues. Quand le verbe se fait chair (2003, non traduit), le Mot d’esprit et l’action innovante (2005, traduction à paraître), Et ainsi de suite (2010, traduit en 2014), Essai sur la négation (2013, traduit en 2016), Avoir (2020, traduit en 2021), ou son dernier ouvrage, au titre bouleversant à la lumière de sa biographie : De l’impuissance. La vie à l’époque de sa paralysie frénétique (2021, traduit en 2022), où il défend l’idée que les formes de vie contemporaines sont marquées par une impuissance qui n’est pas « due à un déficit de nos compétences, mais plutôt à un excès désordonné de puissance, à une accumulation oppressante de capacités que la société contemporaine arbore comme autant de trophées de chasse accrochés aux murs de son antichambre ». Prenant congé de l’idée de monde avec celle d’une impuissance à force de puissances pléthoriques, l’œuvre et la vie de Paolo Virno s’achèvent brutalement, comme une phrase tronquée, une parole empêchée, lui qui, avec son léger et émouvant bégaiement, s’était arrêté longuement sur la question de l’aphasie et du langage des enfants. Il préparait un livre sur l’inquiétante étrangeté qu’il se proposait de comprendre dans les termes d’une anthropologie du langage. L’Usage de la vie et autres sujets d’inquiétude (l’Eclat, 2016) propose un parcours assez complet de son œuvre exigeante qui reste à découvrir.

      1966

      Gian Pieretti - Il vento dell’est
      https://www.youtube.com/watch?v=kmYKHEksSn0

      I Corvi «Ragazzo di Strada»
      https://www.youtube.com/watch?v=5pwMPiSX6uA

      1967

      I Nomadi - Dio è morto
      https://www.youtube.com/watch?v=yqMvHD1gNxc

      Patty Pravo «Ragazzo triste»
      https://www.youtube.com/watch?v=oEL4vvNXV-I&list=RDoEL4vvNXV-I

      1968

      Valle Giulia · Paolo Pietrangeli
      https://www.youtube.com/watch?v=AKciJETn01E

      La caccia alle streghe (La violenza)
      https://www.youtube.com/watch?v=Eyrhzwwe1pg

      1977
      GIANFRANCO MANFREDI - UN TRANQUILLO FESTIVAL POP DI PAURA
      https://www.youtube.com/watch?v=Hh_dp3O_C3g

    • Inno di Potere Operaio (1971)
      https://www.youtube.com/watch?v=QzspcU3HJow

      La classe operaia, compagni, è all’attacco,
      Stato e padroni non la possono fermare,
      niente operai curvi più a lavorare
      ma tutti uniti siamo pronti a lottare.
      No al lavoro salariato,
      unità di tutti gli operai
      Il comunismo è il nostro programma,
      con il Partito conquistiamo il potere.

      Stato e padroni, fate attenzione,
      nasce il Partito dell’insurrezione;
      Potere operaio e rivoluzione,
      bandiere rosse e comunismo sarà.

      Nessuno o tutti, o tutto o niente,
      e solo insieme che dobbiamo lottare,
      i fucili o le catene:
      questa è la scelta che ci resta da fare.
      Compagni, avanti per il Partito,
      contro lo Stato lotta armata sarà;
      con la conquista di tutto il potere
      la dittatura operaia sarà.

      Stato e padroni...

      I proletari son pronti alla lotta,
      pane e lavoro non vogliono più,
      non c’è da perdere che le catene
      e c’è un intero mondo da guadagnare.
      Via dalle linee, prendiamo il fucile,
      forza compagni, alla guerra civile!
      Agnelli, Pirelli, Restivo, Colombo,
      non più parole, ma piogge di piombo!

      Stato e padroni...

      Stato e padroni, fate attenzione
      nasce il Partito dell’insurrezione;
      viva il Partito e rivoluzione,
      bandiere rosse e comunismo sarà!

      #folklore

  • A cent jours des JO d’hiver, le village italien de #Cortina_d’Ampezzo pleure ses #mélèzes centenaires et craint les #glissements_de_terrain

    La terre a parlé. A quelques pas de la future piste olympique de Cortina d’Ampezzo, une #faille de 30 mètres de long s’est ouverte dans le sol, fin août. Au pied du dernier pylône de la nouvelle ligne de #télécabine (Apollonio-Socrepes), prévue pour transporter jusqu’à 2 400 personnes à l’heure, un dénivelé de 50 centimètres sépare désormais les deux côtés de la plaie, visible même à travers la bâche qui tente de cacher ce glissement de terrain. Les travaux sont stoppés, mais dans la vallée d’Ampezzo, à deux heures au nord de Venise, au cœur des #Dolomites, l’horloge géante installée sur le corso Italia continue de scander le compte à rebours avant les Jeux olympiques de Milan-Cortina qui doivent démarrer le 6 février 2026.

    L’affaire du #glissement_de_terrain a été portée en #justice par les habitants de deux hameaux juste au-dessous de ces travaux. Interrogé par Le Monde, le maire de Cortina, Gianluca Lorenzi, se veut rassurant : « Ce glissement reste très superficiel », affirme-t-il, ajoutant que « toutes les précautions sont prises ». C’est aussi ce que répond la société de construction des ouvrages olympiques (#Simico), pour qui « cet #affaissement n’est pas surprenant, étant donné la nature bien connue du sol » et de préciser que « ce projet avait obtenu toutes les autorisations ».

    Dans un rapport dévoilé par le Corriere delle Alpi, Eros Aiello, du centre de géotechnologie de l’université de Sienne conclut pourtant que « l’excavation a été réalisée sans les études géotechniques nécessaires, dans une zone sujette aux glissements de terrain, et sans mesures de protection préalables ». La géographe Carmen de Jong, de l’université de Strasbourg, qui suit depuis des années les effets des #grands_événements sur la #montagne, va même plus loin et craint qu’« en cas de conditions météorologiques inhabituelles pendant les Jeux, comme un réchauffement soudain et une fonte des neiges ou des pluies intenses, la sécurité des athlètes, des équipes d’encadrement et du public ne soit menacée ».

    (#paywall)
    https://www.lemonde.fr/planete/article/2025/10/26/a-cortina-d-ampezzo-les-futurs-jeux-d-hiver-2026-ont-transforme-l-environnem
    #JO #JO2026 #Italie #infrastructure #vulnérabilité

    • Squarcio di #Socrepes, esposto alla Procura della Repubblica

      Cortina, i residenti di #Lacedel, dopo tre ricorsi al Tar contro la cabinovia Apollonio-Socrepes, si rivolgono alla magistratura ipotizzando i reati di disastro e frana colposa.

      Residenti e proprietari di case del villaggio storico di Lacedel di Cortina d’Ampezzo, posizionato nell’immediata vicinanza della costruenda stazione d’arrivo della cabinovia Apollonio– Socrepes per i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano–Cortina 2026, hanno depositato giovedì 12 settembre un esposto alla Procura della Repubblica di Belluno, con l’assistenza degli avvocati Primo, Andrea e Alessandro Michielan del Foro di Treviso. Nell’esposto vengono ipotizzate le responsabilità penali in base agli articoli 426 e 449 del codice penale (disastro e frana colposa), oltre a violazioni del decreto legislativo 81/2008 in materia di sicurezza sul lavoro, evidenziando l’assenza di un piano unitario di sicurezza per cantieri interferenti e la mancata ottemperanza alle prescrizioni del decreto di compatibilità ambientale regionale.

      I presentatori avevano già presentato tre ricorsi al Tar Lazio, anche a riguardo dei rischi idrogeologici relativi alla costruzione della cabinovia olimpica e alla sovrapposizione dei cantieri, la cui udienza di merito è fissata per il 29 ottobre 2025 ma, fanno sapere con una nota, «sono stati costretti alla denuncia per la tutela dell’incolumità privata e pubblica a seguito del fatto sopravvenuto, verificatosi tra il 29 e il 30 agosto 2025 e cioè una frattura, formazione di frana, di oltre 30 metri di lunghezza su un versante posto in località Socrepes a monte dell’abitato di Lacedel». La frattura inizialmente mostrava una apertura di circa 30 centimetri al piano campagna, mentre il terreno immediatamente a valle risultava visibilmente abbassato di oltre 30 centimetri. Il fenomeno si è ampliato nei giorni successivi e la frattura si è allungata fino a oltre 40 metri, con un abbassamento superiore ai 50 centimetri del terreno.

      Contestualmente è stata rilevata anche la deformazione del muro di contenimento in cemento armato del cantiere adiacente a quello della stazione di arrivo della cabinovia Apollonio-Socrepes, “Ski Bar Ria de Saco – Kraler” attualmente in costruzione, a conferma di un movimento franoso profondo e non superficiale che coinvolge l’intera lunghezza del pendio. Il pendio interessato dalla frana, infatti, si colloca in prossimità di tre cantieri in attività interferenti: la cabinovia Apollonio–Socrepes (opera olimpica B09.0 – SIMICO), lo Ski Bar Ria de Saco – di Franz Kraler & Co. e la nuova cabinovia SEM 243 Lacedel–Socrepes (di ISTA).

      «Si nota inoltre che, durante la primavera/estate 2025, la topografia della pista da sci denominata “H.1.35 Campo Scuola Baby” di competenza della società ISTA, nella zona a monte del Ski Bar Ria de Sacco, alla base del versante, era stata notevolmente modificata», fanno sapere ancora i ricorrenti attraverso i lorolegali. «La frattura e la formazione di una frana, sul versante dove è posizionata la cabinovia olimpica (con trasporto di 2.400 persone all’ora), è considerata dagli esperti tecnici incaricati di importante gravità e costringe i residenti alla denuncia per la tutela dell’incolumità privata e pubblica. Secondo la relazione tecnica del professore Eros Aiello, ricercatore e geologo del Centro di Geotecnologie dell’Università di Siena, riconosciuto anche a livello internazionale come rinomato studioso dei fenomeni geologici di frana, l’accertato sbancamento è stato eseguito senza le doverose indagini geotecniche in un ambiente “a rischio frana” e senza le previe “opere di presidio” per il consolidamento del versante, già instabile, generando un fenomeno franoso retrogressivo importante su un’area, già classificata dal Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) come zona a rischio elevato».

      La frana, viene contestato, minaccia direttamente le abitazioni del villaggio di Lacedel, garage interrati, servizi e la viabilità della Strada regionale 48, con rischio concreto per la pubblica incolumità. I residenti e i loro legali chiedono che le autorità competenti dispongano l’immediata sospensione dei lavori e la messa in sicurezza del versante, mediante monitoraggi e consolidamenti preventivi.

      «La gravità della situazione di Cortina trova un parallelo in quanto accaduto a Livigno, dove la Procura di Sondrio ha disposto in questi giorni il sequestro del cantiere della nuova pista da sci destinata a ospitare gare di Coppa del Mondo, contestando carenze autorizzative e irregolarità nelle prescrizioni ambientali e di sicurezza», viene sottolineato. «Questo ulteriore intervento della magistratura conferma la necessità che tutte le opere connesse ai grandi eventi sportivi rispettino rigorosamente le normative vigenti, ponendo la tutela del territorio e della pubblica incolumità al di sopra di ogni interesse acceleratorio o commissariale».

      https://www.corrierealpi.it/speciali/olimpiadi-2026/squarcio-socrepes-esposto-procura-repubblica-residenti-lacedel-anttlvez

    • #Milano-Cortina, la Corte dei conti chiede chiarezza sulla legacy olimpica

      L’eredità dei Giochi è al centro della riflessione dei magistrati contabili, preoccupati del destino delle opere realizzate per le gare. Alcune molto impattanti come la pista da bob e la cabinovia #Apollonio-Socrepes. Chiesti a Simico e ministero delle Infrastrutture l’aggiornamento del cronoprogramma e il monitoraggio dell’avanzamento dei lavori.

      #Legacy: è così che chiamano servizi e opere che restano in eredità ai luoghi protagonisti di grandi manifestazioni, tutto ciò che in qualche modo «ripaga» un territorio dei disagi creati dalla realizzazione di un grande evento. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non fanno eccezione. Già dal dossier di candidatura, la promessa più ambiziosa è stata quella che riguardava l’Italia del post-Giochi, e le regioni che avrebbero dovuto godere di impianti e infrastrutture aspettate da tempo e finalmente costruite o ammodernate grazie ai fondi straordinari arrivati per la kermesse.

      A meno di 100 giorni dalla cerimonia di apertura, agli slogan entusiasti degli organizzatori che propongono una “eredità positiva costruita together”, si contrappongono le perplessità della Corte dei conti, che si sommano a quelle che in questi anni, a più riprese, espresse da comitati e associazioni locali. Nelle 180 pagine del documento, i magistrati ripercorrono processi decisionali e cronoprogrammi, ponendo la questione del futuro di impianti e infrastrutture, con il timore che diventino «cattedrali nel deserto» come accaduto in passato per eventi simili.

      L’illusione di una lunga eredità «sostenibile»

      Le dimensioni delle Olimpiadi del 2026 sono imponenti: protagoniste le regioni Veneto e Lombardia, le province autonome di Trento e Bolzano e i comuni di Milano e Cortina. Ai tavoli decisionali, presenti enti e associazioni come il Coni, il Comitato olimpico internazionale, Società infrastrutture Milano-Cortina 2026 (Simico) e Fondazione Milano-Cortina, create appositamente per l’evento. Perché gli sforzi economici e organizzativi non si esaurissero con l’evento, il dossier di candidatura prevedeva un Forum per la sostenibilità dell’eredità olimpica, che senza ulteriori oneri per lo Stato, avrebbe dovuto impegnarsi a “tutelare l’eredità olimpica e paralimpica e [a] promuovere iniziative utili a valutare l’utilizzo a lungo termine delle infrastrutture realizzate per i Giochi olimpici e paralimpici”. In altre parole, avrebbe dovuto garantire benefici sociali, economici e ambientali sul lungo periodo a cittadini e cittadine, operando a titolo gratuito.

      Nel suo documento la Corte dei Conti denuncia che “alla data di approvazione della presente relazione, il forum non risulta costituito”. Ad agosto, lavialibera aveva già scoperto e reso pubblico attraverso un accesso civico l’inesistenza del Forum e dei suoi referenti, che non sono mai stati designati. Per questo motivo, l’ente non figurava neppure nella prima e unica relazione del Consiglio olimpico congiunto, consegnata il 30 giugno scorso, al parlamento. Alcune delle funzioni del Forum sono diventate incarichi del Commissario straordinario per le Paralimpiadi, dotato di un budget di 328 milioni di euro.

      «Evitare cattedrali nel deserto»

      All’interno del documento della Corte dei Conti, vengono passati in rassegna 111 interventi, di cui 58 per eventi sportivi (con un budget iniziale di 818 milioni), e 53 infrastrutture, su cui era previsto un investimento di 2,8 miliardi di euro. Facendo riferimento agli importi previsti dai 10 decreti legge e dalle cinque leggi che si sono susseguite dal 2019 a oggi, il totale degli stanziamenti ammonta a 2.860 milioni di euro, di cui quasi la totalità coperti dal ministero delle Infrastrutture e 165 milioni dal bilancio della presidenza del Consiglio dei ministri.

      I soggetti attuatori, ossia gli enti pubblici o privati responsabili della realizzazione di un progetto o intervento finanziato, sono Simico e, dal 2024, anche Anas e Rete ferroviaria italiana (Rfi) per quanto riguarda le linee di collegamento stradali e ferroviarie.

      Negli anni, però, la realizzazione delle opere ha subito ritardi, per almeno due ordini di ragioni, entrambe riportate dalla relazione. La prima è la grande differenza tra i fondi stanziati a favore delle opere e quelli realmente pagati dal ministero guidato da Matteo Salvini ai soggetti attuatori – in particolare Simico –. Lo scarto va ricondotto alle fasi iniziali di lancio della società e ai ritardi nella progettazione, legati alla difficoltà di reperire figure tecniche idonee e di formare adeguatamente il personale della Società deputato a gestire i Giochi. La seconda riguarda la complessità ingegneristica di alcune strutture e infrastrutture. I magistrati fanno riferimento in particolare a due delle opere pubbliche più discusse: la cabinovia Apollonio-Socrepes e la pista da bob “Eugenio Monti”, entrambe nel comune di Cortina d’Ampezzo.
      La cabinovia Apollonio-Socrepes, si continua nonostante la frana

      La cabinovia Apollonio-Socrepes è uno dei lavori più contestati. La Corte dei Conti nella relazione ribadisce questioni oggetto di contese da anni. “Restano dubbi sulla fruibilità dell’impianto a fune di Socrepes, a Cortina – spiegano i magistrati –, per il quale, a seguito di rilevati problemi di ordine geologico, si è resa necessaria una variante su cui persiste una fase di incertezza”. L’ impianto a fune dovrebbe collegare il centro con la ski area delle Tofane, dove si svolgeranno le gare di sci alpino olimpico femminile e paralimpico, ma la sua realizzazione insiste su una frana che si muove dieci centimetri l’anno. Come abbiamo già raccontato nel numero “Giochi insostenibili”, l’opera faceva parte di un più ampio progetto di «partenariato pubblico privato per un nuovo sistema integrato di mobilità intermodale», che oltre alla cabinovia prevede un parcheggio interrato con vari servizi commerciali e un people mover, ovvero una navetta automatica per collegare i due versanti sciistici, #Tofane e #Faloria.

      Proprio per i problemi idrogeologici e paesaggistici, il progetto ha incontrato molte resistenze nel rilascio delle autorizzazioni. Per sbloccare la situazione e accelerare i tempi, il Consiglio dei ministri ha assegnato all’amministratore delegato di Simico Fabio Saldini i poteri di commissario straordinario e ciò ha permesso di indire la gara d’appalto a fine maggio per la realizzazione del solo impianto a fune «necessario per la gestione dei flussi di spettatori e atleti durante le gare dei Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano-Cortina 2026», come specificato da Simico. Budget previsto: 22 milioni di euro. Alla scadenza del bando, nessuna dittà aveva manifestato interesse, motivo per cui il 23 luglio Saldini, senza pubblicazione di un’ulteriore gara, ha affidato i lavori direttamente a Graffer, una società che non ha mai costruito cabine e che ha dovuto rivolgersi al mercato internazionale per reperire i materiali.

      Oltre alle difficoltà tecniche (e di una ditta che si prendesse la responsabilità di un impianto con grossi problemi di stabilità), si sono aggiunti i ricorsi dei cittadini. Gli ultimi sono stati respinti dal Tar del Lazio a fine ottobre. Con due sentenze pubblicate il 6 novembre, il Tribunale amministrativo ha bocciato le richieste presentate da alcuni privati contro gli atti e i provvedimenti sulla valutazione di impatto ambientale e sulla fattibilità tecnica ed economica dell’opera. Così l’opera è andata avanti.

      I dubbi sulla sostenibilità della pista da #bob

      L’altra opera al centro di polemiche è la pista da bob, a cui la Corte dedica un intero paragrafo della relazione. Ripercorre la prima fase, in cui si prevedeva la riqualificazione dell’impianto esistente, e poi la seconda, ossia la scelta di demolirlo e ricostruirlo da zero. La Corta passa poi a esaminare le proiezioni di costi di gestione della struttura. Secondo il piano economico commissionato alla società di consulenza Kpmg dalla regione Veneto i costi di gestione della pista e i ricavi stimati prevedono una perdita costante di 648mila euro all’anno, che arriva a oltre 12 milioni di euro in vent’anni di presunta attività. Questo perché gli atleti sono pochi e le spese tante.

      Di fronte a questo quadro, i magistrati ribadiscono il rischio che la struttura sia difficile da mantenere dopo i Giochi e che per questo, “dovrà essere oggetto di attento monitoraggio economico”. Come? Intanto assicurandosi di alleggerire il carico dei costi di gestione per i soggetti pubblici proprietari degli impianti sportivi “realizzati a carico della fiscalità generale”, cioè pagati da soldi dei contribuenti, ipotizzando “forme di partenariato o contributive da parte di enti sportivi”. Insomma, la Corte suggerisce che attori privati condividano le spese di gestione dell’impianto nel dopo Olimpiadi. I motivi sono due: da una parte, massimizzare le ricadute positive sul territorio, dall’altra “evitare che, a Giochi finiti, le opere si traducano in cattedrali nel deserto come avvenuto nel passato o costosi impianti inutilizzati”.

      In conclusione, la Corte inserisce una postilla importante: chiede all’ente locale interessato, il comune di Cortina, di vigilare sulla destinazione di queste grandi opere. In altre parole, di evitare che la pista da bob, realizzata con soldi pubblici, venga in futuro ceduta ai privati, che ne traggano vantaggio «a discapito del patrimonio pubblico».
      Alcuni passi per Olimpiadi davvero sostenibili

      Per fare in modo che venga realizzata almeno una parte delle promesse del dossier di candidatura, la Corte formula cinque raccomandazioni.

      La prima è quella del monitoraggio, che deve avvenire in modo rigoroso, seguendo cronoprogrammi costantemente aggiornati e sotto il controllo da parte del ministero delle Infrastrutture. La seconda è il rispetto dei tempi e un coordinamento interistituzionale, senza ulteriore dilazioni. La terza, strettamente collegata alla seconda, prevede che Simico, Anas e Ferrovie siglino nuovi protocolli «chiari e tempestivi» e che siano «aggiornati e adeguati quelli esistenti». Delle ultime due raccomandazioni, una riguarda «la consegna parziale e provvisoria [delle opere per le gare] anche in assenza di completamento», e quindi la stipula di «idonee coperture assicurative». L’ultima, invece, riguarda la sostenibilità di tutti gli impianti dopo marzo 2026.

      Scrivono i magistrati che andrà garantita “la sostenibilità di lungo periodo degli investimenti effettuati: le infrastrutture realizzate dovranno essere adeguatamente manutenute e gli impianti sportivi dovranno trovare un utilizzo che ne copra in parte i costi di gestione”. Una visione sul lungo termine, per “assicurare che le infrastrutture essenziali (strade, ferrovie e impianti sportivi) siano pronte per l’appuntamento di Milano-Cortina 2026, consegnando al Paese un’eredità durevole e virtuosa”.

      https://lavialibera.it/it-schede-2488-legacy_olimpiadi_milano_cortina_corte_dei_conti_no_catted

      #JO #JO2026 #Italie #jeux_olympiques #Alpes #Cortina #Cortina_d'Ampezzo #cour_des_comptes #héritage

  • Olivier Mannoni : « Le #fascisme commence par le #langage »

    Traducteur de l’allemand, #Olivier_Mannoni interroge, à partir du laboratoire nazi, la #brutalisation de la langue qui accompagne les #fascismes. Il nous explique comment #Trump parle comme #Hitler, et #Poutine comme un #gangster.

    https://www.youtube.com/watch?v=OwReaFwxI7A

    Olivier Mannoni a vécu près de dix ans avec les #mots d’Adolf Hitler, en étant chargé d’une retraduction de #Mein_Kampf dans le cadre d’une édition critique, Historiciser le mal, dirigée par l’historien Florent Brayard, parue en 2021. Traducteur réputé, fondateur de l’École de traduction littéraire, il n’est pas sorti indemne de cette fréquentation, alors même qu’il avait déjà souvent traduit des textes sur le IIIe Reich. C’est que ces mots d’hier, il les entendait aujourd’hui.

    « Nous assistons à la remontée des égouts de l’histoire. Et nous nous y accoutumons », écrit-il dans Traduire Hitler, paru en 2022, suivi en 2024 de Coulée brune, qui s’attache à montrer « comment le fascisme inonde notre langue ». « Parce qu’il permet le dialogue et la prise de décision commune, le langage est la force de la démocratie, écrit-il. Que ce langage soit perverti, et c’est la démocratie elle-même qui se distord, s’atrophie et perd sa raison d’être. »

    Durant cette « échappée », Olivier Mannoni nous explique ainsi comment Donald Trump et son entourage parlent comme Adolf Hitler et les propagandistes nazis. Cette « langue du même et de la racine » s’accompagne de mécanismes langagiers que partagent les #médias de la #haine : #simplification outrancière de la réalité, petites phrases comme autant d’uppercuts, #vérités_alternatives dans une inversion systématique du sens.

    Cette brutalisation va de pair avec une transgression permanente dont le #charlatanisme assumé et la #grossièreté illimitée sont autant d’armes langagières pour faire taire les opposant·es, les paralyser et les stupéfier. Cette #nouvelle_langue des fascismes est aussi un « #parler_pègre » dont Vladimir Poutine est coutumier, évoqué par le récent essai de la philologue Barbara Cassin La Guerre des mots.

    « On prend tout ça pour de la frime, on ne prend rien au sérieux et on sera bien étonnés le jour où ce théâtre sera devenu une sanglante réalité » : cette conversation avec Olivier Mannoni actualise l’ancienne mise en garde de #Victor_Klemperer, célèbre auteur de LTI, la langue du IIIe Reich. Lequel ajoutait ceci : « Les mots peuvent être comme de minuscules doses d’#arsenic : on les avale sans y prendre garde, ils semblent ne faire aucun effet, et voilà qu’après quelque temps, l’#effet_toxique se fait sentir. »

    Face à cette #extrême_droite pour laquelle les mots sont des armes, nous devons mener cette #bataille_du_langage. Telle est l’alerte d’Olivier Mannoni, qui écrit dans Coulée brune : « Nous sommes à ce carrefour. Si nous prenons le mauvais chemin, le pire est assuré et la #novlangue d’Orwell ne sera qu’une plaisanterie par rapport à ce que nous devrons subir. »

    https://www.mediapart.fr/journal/france/101025/l-echappee-olivier-mannoni-le-fascisme-commence-par-le-langage ?
    #langue #nazisme #entretien