• La vita degradante nel Cpr in Albania che il governo voleva nascondere

    Proteste, autolesionismo e tentativi di suicidio: il “registro degli eventi critici” ottenuto da Altreconomia mostra che cosa succede nel centro di #Gjadër. Il modello da replicare per Roma e Bruxelles è un buco nero di sofferenza

    C’è un documento che il Governo Meloni ha in mano da oltre un anno ma ha tentato in tutti i modi di tenere nascosto all’opinione pubblica. È il racconto della sofferenza quotidiana vissuta dalle oltre 500 persone trasferite all’interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Gjadër in Albania a partire dall’11 aprile 2025.

    Proteste, atti di autolesionismo, tentativi di impiccagione e risse: ben 54 “eventi critici” nei primi 48 giorni di funzionamento che mostrano che cos’è davvero quel “modello albanese” oggi elevato a esempio da replicare.

    Altreconomia ha ottenuto il “registro degli eventi critici”, il documento in cui gli operatori dell’ente gestore Medihospes, la cooperativa che ha vinto l’appalto da oltre 133 milioni di euro, annotano tutto ciò che succede nel Cpr. Leggerlo è come analizzare la “scatola nera” della detenzione amministrativa, quella che rende possibile togliere la libertà per 18 mesi alle persone senza documenti.

    Domenica 13 aprile 2025, due giorni dopo il primo trasferimento di 40 cittadini stranieri nel Cpr albanese, alle 11.30 un ospite compie atti di autolesionismo perché vuole un “dosaggio superiore della terapia in atto”. Passano poche ore e alle 15.30 un altro, per lo stesso motivo, si ferisce. Sono le 16 quando due ospiti arrivano “a una colluttazione fisica”. Un’ora dopo gli operatori annotano un “atto vandalico” contro gli infissi dell’unità abitativa sempre per avere più medicine. Ed è il motivo che spinge un altro ospite -sono le 19- a tagliarsi. Alle 22.35 un trattenuto minaccia di “recidersi la carotide con pezzo di vetro, residuo degli atti di vandalismo contro gli infissi”. Motivo? Avere più psicofarmaci. Passa un’ora e scoppia una protesta in cui “vengono divelte le grate della recinzione perimetrale”. A mezzanotte e mezza torna la calma ma dura solo trenta minuti. All’una un ospite “compie nuovamente atti di autolesionismo”. Otto annotazioni in 24 ore.

    Il 17 aprile uno dei reclusi “simula tentativo di strangolamento con il lenzuolo in uso stretto al collo” e il mediatore “lo convince a desistere”. Alle 16 un altro “con un residuo di filo tenta di cucirsi le labbra, perforandosi quello superiore e quello inferiore con un filo elettrico”. Poco dopo l’uomo arriva “a una violentissima colluttazione” con un secondo ospite. Rifiuta le medicazioni del personale e accusa il compagno di volerlo uccidere. Alle 21.20 uno dei trattenuti dà fuoco ai vestiti “provocando l’accensione dell’allarme antincendio” e meno di trenta minuti dopo un altro “crea con i lenzuoli monouso una corda simulando uno strangolamento”.

    La struttura allora è aperta da sette giorni e il totale degli eventi critici è già a quota 25. Poi il ritmo cala ma l’intensità e la gravità no. Il 23 aprile alle 13 un ospite “con uno straccio procuratosi da residui di vestiario cerca di suicidarsi”, mezz’ora dopo un altro “tenta di strangolarsi con materiale improvvisato”. Alle 17.30 alcuni ospiti “vengono sorpresi all’interno della loro cella mentre preparano una corda”. Trenta minuti dopo un altro tenta di impiccarsi. Un mese dopo la “scena” è la stessa. È il 26 maggio quando un ospite per protesta “crea una corda con materiale improvvisato minacciando di impiccarsi”, mentre un altro, verso le 21.40, ingoia due pile. “Atto dimostrativo per protestare contro la lunga permanenza nei Cpr (da nove mesi circa)”, annota l’ente gestore. Viene trasferito in ospedale dove vengono rimosse le batterie. Dall’11 aprile al 28 maggio 2025 il bilancio, come detto, è di 54 annotazioni in 48 giorni, la maggior parte per autolesionismo (22), tentativi di suicidio (12) e proteste dei reclusi (11).

    Dati e informazioni che il governo non voleva a tutti i costi far conoscere. Tanto da impugnare la sentenza del Tar del Lazio che il 13 novembre 2025 aveva riconosciuto in poche righe il diritto di Altreconomia -assistita in giudizio dagli avvocati dell’Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Anna Pellegrino- di poterli visionare. Il 23 marzo 2026 il Consiglio di Stato ha chiuso la partita, confermando la sentenza di primo grado e smontando la linea del Viminale che contestava la violazione della privacy dei reclusi.

    Nel 2025 il 25% di chi è transitato in un Cpr è stato rimpatriato. Nonostante questo il totale delle persone deportate lo scorso anno è cresciuto rispetto al 2024

    Dopo il verdetto abbiamo chiesto il registro degli eventi critici di tutti gli undici Cpr attivi: siamo in attesa di una risposta su quelli più recenti di Gjadër che ci mancavano, mentre su quelli in Italia l’esito è stato incredibilmente negativo. Alla privacy si è aggiunta la scusa dell’ordine pubblico: far conoscere ciò che succede oltre quelle mura alimenterebbe le proteste all’esterno e all’interno. E così sono stati inviati solo i dati consolidati senza la descrizione degli eventi. Anche se depotenziati dalla mancanza della descrizione, bastano comunque per capire che il centro albanese non è un’eccezione.

    Al Cpr di Palazzo San Gervasio (PZ) Officine sociali ha annotato 79 eventi critici in 87 giorni, da gennaio a marzo 2026. Sempre la cooperativa siciliana nel Cpr di Macomer, in provincia di Nuoro, tra il 20 gennaio 2025 e il 23 marzo 2026 ne registra 159 di cui 79 gesti anticonservativi e 21 scioperi della fame. Tra gennaio 2024 e aprile 2026 a Bari sono stati 521 mentre a Brindisi (48 posti) 59 gli atti di autolesionismo, 29 le risse e 17 gli ingerimenti di corpi estranei.

    Ai dati sulla sofferenza quotidiana si aggiungono poi quelli paradossali sul numero di persone che vengono effettivamente rimpatriate dopo il periodo di detenzione: nel 2025 sono state meno del 25% ed è la percentuale più bassa da quando nel 2014 la Ong ActionAid ha iniziato a elaborare i dati. Nonostante questo il governo è riuscito ad aumentare leggermente i dati sui rimpatri che tra il 2024 e il 2025 sono passatida 5.414 a 6.097. La necessità del Cpr è pura propaganda.

    Sono trascorsi due anni da quando la Cooperativa sociale Medihospes si è aggiudicata il bando per gestire i centri in Albania da oltre 133 milioni di euro senza aver ancora firmato il contratto che solitamente si finalizza entro 60 giorni

    La stessa che ha costretto a un viaggio inutile le 536 persone che sono state trasferite nella struttura albanese dall’11 aprile 2025 al 20 aprile 2026 solo per dimostrare all’opinione pubblica che quei centri erano attivi. Tranne cinque persone egiziane rimpatriate direttamente da Tirana a Il Cairo il 9 maggio 2025, come ricostruito da Altreconomia, tutte le altre sono tornate in Italia per poi essere liberate o rimpatriate a costi spropositati e in una zona grigia del diritto sotto tanti profili. In primis quello dell’appalto affidato a Medihospes: a due anni dall’aggiudicazione del bando, la Cooperativa non ha infatti ancora firmato il contratto che solitamente si finalizza entro 60 giorni. Non solo. Secondo quanto comunicato dalla prefettura di Roma a marzo 2026, trascorso un anno di operatività delle strutture, è stata fatta una sola visita ispettiva il 10 maggio 2025.

    Ma la zona grigia è soprattutto la base giuridica su cui per oltre un anno il governo ha continuato a portare persone a Gjadër nonostante fosse pendente un ricorso davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea proprio sulla legittimità del funzionamento di un Cpr posto fisicamente al di fuori del territorio nazionale e più in generale sulla validità del protocollo siglato tra Italia e Albania il 6 novembre 2023.

    La Corte si pronuncerà entro l’estate e stabilirà se è possibile considerare, secondo il diritto dell’Ue, i territori albanesi una “zona di frontiera” tanto quanto lo è, ad esempio, Lampedusa: se i giudici decideranno di sì, il “modello Albania” potrebbe allora funzionare come previsto fin dall’inizio con i trasferimenti delle persone dalle acque internazionali al territorio albanese sotto giurisdizione italiana. Il tutto è rinforzato dalle nuove norme del Patto sulla migrazione e l’asilo, in vigore dal 12 giugno, che eleva la detenzione amministrativa a strumento principe di “gestione” del fenomeno migratorio. Oltre al nuovo pacchetto di regole già approvate è in corso il trilogo tra Consiglio, Parlamento e Commissione sul nuovo Regolamento sui rimpatri.

    “Il Regolamento sui rimpatri apre la strada alla detenzione di massa, alla separazione delle famiglie e normalizza gli abusi che abbiamo visto con l’Ice” – Silvia Carta

    Un testo che secondo Silvia Carta, responsabile delle attività di advocacy della Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti senza documenti (Picum) con sede a Bruxelles, “apre la strada alla detenzione di massa, alla separazione delle famiglie e normalizza gli abusi che abbiamo visto con la famigerata Ice (Immigration and customs enforcement, ndr) negli Stati Uniti, mettendo a rischio innumerevoli vite”. La bozza di partenza approvata a fine marzo 2026 dal Parlamento europeo è problematica sia nel “metodo” con cui è stata varata sia nel merito. Il progetto legislativo sui rimpatri, infatti, era rimasto bloccato per mesi con il Partito popolare europeo (Ppe), i socialisti (S&D) e i liberali di Renew Europe che non riuscivano a raggiungere un accordo sul testo. A inizio marzo qualcosa è cambiato.

    Sono 1.643 le persone rimpatriate dopo essere state rinchiuse in un Cpr nel 2025. Il dato è in netto calo rispetto alle 3.134 del 2023 e 2.526 del 2024

    “Le forze di centrodestra hanno rotto il cosiddetto ‘cordone sanitario’ che fino a quel momento, nel secondo mandato da commissaria di Ursula von der Leyen, aveva scongiurato l’alleanza del Ppe con l’estrema destra”, spiega Carta. I rimpatri sono diventati terreno d’incontro dal Rassemblement national di Marine Le Pen al gruppo Europa delle nazioni sovrane (Esn) -quello dell’ex generale Roberto Vannacci- a cui appartengono anche gli eurodeputati dell’AfD.

    Il nuovo pacchetto di regole trasforma il “Paese d’origine” di una persona in tanti diversi Paesi possibili. “Il menù da cui si può scegliere la destinazione finale della persona tragicamente si amplia”, dice Carta. La persona “irregolare” può essere spostata come una pedina verso uno Stato in cui non ha mai vissuto o da cui non è mai transitata. Può restare su quel territorio, con cui non ha nessun legame, rinchiusa dentro strutture di detenzione -i cosiddetti “return hub”- per mesi fino a che, eventualmente, verrà rimpatriata. “L’aggravante è che a livello giuridico potenzialmente la persona ‘passa’ nelle mani di un altro Stato anche dal punto di vista giurisdizionale”, osserva Carta. È quello che Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati di Trieste, descrive come “vendere a Paesi ‘terzi’ i migranti che non vogliamo”.

    Nel testo non mancano i riferimenti alle misure necessarie per individuare le persone “irregolari” da rinchiudere nei centri di detenzione con controlli a tappeto sul territorio. Si prevede la possibilità della confisca dei beni personali e delle perquisizioni nelle “relevant premises”: una definizione molto ampia che potrebbe includere anche le abitazioni privati e le strutture di accoglienza gestite da organizzazioni non profit. “In Europa si è formato un nuovo consenso”, ha dichiarato dopo la votazione di fine marzo Charlie Weimers, il negoziatore svedese del gruppo di destra dei Conservatori e riformisti Europei, aggiungendo che “l’era delle deportazioni è iniziata”. Adesso sappiamo come è andata in Albania.

    https://altreconomia.it/la-vita-degradante-nel-cpr-in-albania-che-il-governo-voleva-nascondere
    #Albanie #Italie #externalisation #migrations #réfugiés #asile #souffrance #eventi_critici #événements_critiques #modèle_albanais #Medihospes #privatisation #rétention #détention_administrative #cpr #suicides #automutilations #violence #efficacité #inefficacité #return_hubs #relevant_premises #renvois #expulsions #déportations

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    ajouté à la métaliste sur l’accord Italie-Albanie:
    https://seenthis.net/messages/1043873

  • Epsteins letzte 35 Tage : „Wie macht man eine Schlinge ?“
    https://www.berliner-zeitung.de/article/was-geschah-tag-vor-epsteins-tod-10101896

    Je n’ai pas d’opinion sur la mort d’Epstein, mais il y en a tant d’autres qui crèvent sous la responsabilité de l’état qui commence avec le moment de l’arrestation. Disons le avec précision : Chaque décès en prison est un meurte commandité par l’état et sa justice.

    16.6.2026 von Oliver Weinlein - Eine „New York Times"-Recherche rekonstruiert Jeffrey Epsteins Tod im Gefängnis – und entzaubert den größten Mord-Mythos der Gegenwart.

    Am 6. Juli 2019 landet Jeffrey Epsteins Privatjet aus Paris auf dem Flughafen Teterboro bei New York. Auf dem Rollfeld warten ein Dutzend FBI-Agenten. Noch im Terminal tippt Epstein eine letzte Nachricht an Trumps früheren Berater Steve Bannon: „Alles abgesagt.“ Auf der Fahrt nach Manhattan fragt er, ob es um Sexhandel mit Minderjährigen gehe. Es geht darum. „Oh, das ist schlimm“, sagt er bei der Aufnahme. „Das ist wirklich schlimm.“

    35 Tage später ist er tot. Am Morgen des 10. August 2019 findet ein Wärter ihn erhängt in seiner Zelle, an einer Schlinge aus orangefarbenem Knaststoff. Sieben Jahre danach hat ein Team der New York Times aus Millionen freigegebener Aktenseiten und mehr als 40 Gesprächen die bisher genaueste Rekonstruktion dieser Tage erstellt. Ihr Ergebnis ist ein Schluss, den die halbe Welt nicht hören will.
    Vom Imperium zur Nummer 76318-054

    Schon in der ersten Nacht fällt einer Mitarbeiterin der neue Häftling auf: „verstört, traurig und ein wenig verwirrt“, schreibt sie, man möge die Psychologie schicken. Dass dieser Mann eben noch über ein Imperium aus Luxus und Einfluss herrschte, ahnt niemand. Aus Jeffrey Epstein ist Insasse 76318-054 geworden.

    Sein Schicksalsort ist das Metropolitan Correctional Center, ein brutalistischer Betonklotz, berüchtigt für Verfall und Personalmangel, 2021 geschlossen. Einen geschützten Trakt für prominente Gefangene gibt es nicht. Also landet Epstein im Strafbereich SHU, wo Häftlinge 23 Stunden am Tag isoliert sitzen.

    „Wie macht man eine Schlinge?“

    In der allgemeinen Abteilung wird er sofort erpresst. Am 7. Juli verlegt man ihn deshalb in den Isolationstrakt – in die Zelle von Nicholas Tartaglione, einem Ex-Polizisten, der wegen vierfachen Mordes vor Gericht steht. Die zynische Logik der Anstalt: Wer eine so schwere Anklage hat, riskiert keine neue Tat.

    Am 18. Juli lehnt ein Richter die Kaution ab. Zurück in der Zelle fragt Epstein laut Tartaglione unvermittelt: „Wie macht man eine Schlinge?“ Zweimal habe er ihn danach bei Vorbereitungen ertappt; gemeldet habe er es, die Wärter hätten ihn ausgelacht. In der Nacht zum 23. Juli dann der erste Versuch: Tartaglione schneidet Epstein mit einer versteckten Klinge ab und belebt ihn wieder.

    Es gibt sogar einen schriftlichen Beweis, dass es Epstein ernst meint – nur kennt ihn niemand. Tartaglione findet in einem Comic einen Zettel: „Es ist ein Geschenk, sich den Zeitpunkt selbst aussuchen zu dürfen, um Lebewohl zu sagen.“ Er gibt ihn nicht den Behörden, sondern seinen Anwälten. Erst in diesem Mai, nach einer Klage der „Times“, wird das Papier öffentlich. Die Ermittler haben es nie gesehen. Die Psychologin stuft Epsteins Suizidrisiko damals als „moderat“ ein.

    Der Zellengenosse, der ihn retten wollte

    Sein nächster Mitbewohner, Efrain Reyes aus der Bronx, meint es gut. Er zeigt Epstein, wie man ein Knastbett baut; einmal spült er eine selbst gedrehte Stoffleine im Klo herunter, damit Epstein sie nicht benutzt. Durchs Zellenfenster sehen die beiden nachts die Wärter schlafen, eingewickelt in Häftlingsdecken. „Unfassbar“, sagt Epstein. Das Gefängnis sei „keine Art zu leben“.

    Am 9. August wird Reyes verlegt. „Besorgt ihm einen guten Zellengenossen“, sagt er noch. „Er sollte nicht allein sein.“ Die Psychologin hatte angeordnet, Epstein dürfe nie ohne Mitinsassen bleiben. Mehrere Wärter notieren an diesem Tag, dass kein neuer Mann da ist. Gelöst wird das Problem von niemandem.

    Die Nacht, in der alles zusammenfällt

    Am selben Tag macht ein Gericht besonders belastende Dokumente aus der Klage des Opfers Virginia Giuffre öffentlich. Am Abend darf Epstein telefonieren – angeblich mit seiner Mutter, die seit 15 Jahren tot ist. Tatsächlich ruft er seine Freundin an, sagt ihr, sie solle stark sein. Dann kommt er in eine leere Zelle. Er ist allein.

    Die Wärterin Tova Noel hat kaum eine Schulung für den Trakt, schiebt 16-Stunden-Schichten, in dieser Nacht noch eine obendrauf. Von elf Kameras zeichnen nur zwei auf – bei der Hälfte war eine Woche zuvor ein Defekt aufgefallen. Gegen 22.40 Uhr erfasst eine Kamera am Bildrand einen unscharfen orangefarbenen Schemen, der eine Treppe hinaufgeht: das große Rätsel des Falls. Die spätere Untersuchung kommt zum Schluss, es sei wohl Noel selbst gewesen, mit einem Stapel Wäsche.

    Um Mitternacht übernimmt Michael Thomas, eigentlich für Kantine und Wäsche zuständig, in dritter Schicht in Folge. Am Wachtisch klebt ein zynischer Zettel: Kontrolle bei Epstein „alle 30 Minuten Pflicht – AUF BEFEHL GOTTES!!!!“ Thomas zieht die Kapuze über den Kopf und schläft ein. In der Nachbarzelle hört ein Häftling rund zehn Minuten lang ein Geräusch wie reißende Laken. Um 6.30 Uhr findet man Thomas Epstein erhängt am Bettgestell, knapp über dem Boden. „Atme, Epstein, atme!“, ruft er. Und dann: „Wir kriegen so unfassbaren Ärger.“
    Warum kein Mord-Szenario aufgeht

    Ein Mord hätte „eine riesige Verschwörung gebraucht“, sagt der damalige Gefängnischef: drei Schlüssel, mehrere überwachte Kontrollräume, dazu die Bereitschaft, für die Tat an einem Bundeshäftling die Todesstrafe zu riskieren. „Zu viele Leute wären beteiligt gewesen.“

    Sauber war trotzdem nichts. Noel und Thomas hatten nie gemachte Kontrollgänge abgezeichnet und wurden angeklagt; die Verfahren wurden eingestellt. Ein verdächtiger Geldeingang auf Noels Konto stammte aus einem Muster, das lange vor Epstein begann. Selbst die Pathologie streitet: Die Gerichtsmedizin urteilte auf Selbsterhängung, ein vom Bruder engagierter Star-Pathologe auf Mord. Doch der Fundort war zertrampelt, DNA wurde nicht gesichert – und die Ermittler stellten sogar die falsche Schlinge sicher. „Forensik ist keine exakte Wissenschaft“, sagt eine befragte Rechtsmedizinerin.

    Die banale Wahrheit

    Was die Akten zeigen, ist keine Verschwörung. Es ist etwas Banaleres und fast Schlimmeres: das Zusammentreffen von jahrelangem Behördenversagen, menschlichem Versagen und purem Zufall, das einem suizidalen Mann die Gelegenheit verschaffte, einen längst gefassten Entschluss auszuführen. Gerade diese Schlampigkeit aber ist der perfekte Nährboden für Mythen – ein Raum, in dem sich nichts endgültig widerlegen lässt, solange nur jemand glauben will.

    Das letzte Bild von Epstein lebend stammt vom 9. August, 19.49 Uhr: ein silberner Haarschopf, sichtbar für den Bruchteil einer Sekunde, als man ihn in seine Zelle führt. Mehr ist da nicht. Ein Schemen, ein Geist. Sieben Jahre später streitet Washington über Millionen Aktenseiten, der Kongress lädt Zeugen. Die Frage, die dieser Tod hinterließ, lebt.

    #prison #suicide

  • Fuite en avant : Bruxelles mise tout sur l’adhésion de l’Ukraine
    https://diaspora.psyco.fr/p/12512543

    Fuite en avant : Bruxelles mise tout sur l’adhésion de l’Ukraine

    #géopolitique #UE #OTAN #guerre #suicide

    Mercredi 3 juin, à Bruxelles, les ambassadeurs des vingt-sept États membres de l’Union européenne ont donné leur feu vert à l’ouverture du premier groupe de négociation en vue de l’adhésion de l’Ukraine à l’Union européenne.

    Le point a été ajouté à la dernière minute à l’ordre du jour, signe de l’importance politique accordée à cette décision par les institutions européennes. Derrière l’apparente technicité de cette étape se cache en réalité un choix majeur pour l’avenir du continent. Car si les négociations d’adhésion avaient été officiellement ouvertes en juin 2024, elles étaient jusqu’à présent bloquées par le veto hongrois. Celui-ci vient de tomber après le changement de (…)

  • « Elle ne parvenait plus à nourrir sa famille » : à Toulon, la colère après la mort d’une mère et ses trois enfants
    https://www.leparisien.fr/faits-divers/elle-ne-parvenait-plus-a-nourrir-sa-famille-a-toulon-la-colere-apres-la-m

    Toulon (Var), le 20 mai 2026. Après le drame, la stupeur et la consternation règnent au pied de la tour. « C’était une femme à bout et il y en a beaucoup comme elle », dénonce une responsable d’association qui a connu la défunte.

    Esseulée avec sept enfants à élever, la maman s’est jetée du 13e étage de sa résidence, à Toulon (Var). Une association qui lui avait tendu la main tire la sonnette d’alarme.

    La voix est posée, le ton ferme, mais les larmes ne tardent pas à couler des joues d’Anne-Marie Kazourian. La responsable de l’association Bébés et Familles qui intervient auprès des mamans du quartier Pontcarral de Toulon (Var) est plongée dans une profonde introspection, et « de la colère, aussi ». La thèse du suicide est privilégiée par le parquet de Toulon après la mort d’une mère de famille et de trois de ses enfants, tombés mercredi à l’aube du 13e étage d’une des deux barres qui composent le quartier classé en politique prioritaire de la ville. Les quatre enfants les plus âgés de la fratrie sont restés à l’intérieur de l’appartement.

    on les blâme, mais y a des pauvres qui savent mourir sans aide.

    #pauvreté #suicide

    • La société sait faire comprendre aux femmes qu’elles n’ont pas à désobéir aux préceptes de dépendance aux hommes. Et ce sont celles qui n’ont pas pris l’autoroute familial hétéronormé qui payent le plus cher tribu et servent d’exemple de la torture infligée.

  • Derrière l’IA, les sacrifiés du smartphone

    Celia Izoard est journaliste et philosophe, spécialiste des nouvelles technologies au travers de leurs impacts sociaux et écologiques. Autrice de La Ruée minière au XXIème siècle. Enquête sur les métaux à l’ère de la transition (Seuil, 2024), elle a participé à l’élaboration du programme de «  désescalade numérique  » en amont des municipales 2026. Pour Socialter elle a choisi d’analyser le #film Les Sacrifiés du smartphone projeté lors de Numérique en lumière, le festival de films documentaires consacré aux droits humains bafoués dans l’industrie du numérique.

    Le #capitalisme a inventé les #pollutions_invisibles. Des perturbations imperceptibles par nos sens et qui pourtant sont des menaces existentielles  : la #radioactivité, la #pollution_chimique, le #réchauffement_climatique. Cette #invisibilité est la clé de son #impunité  : pas vu pas pris, comme on dit. Capitalisant sur ces pollutions invisibles, l’#économie_numérique, elle, a fait un pas de plus en inventant les #pollutions_inimaginables.

    J’appelle pollutions inimaginables ces impacts qui sont non seulement imperceptibles aux sens, mais aussi à l’#imagination. Prenez par exemple ces petites étoiles féériques qui dansent devant mes yeux quand j’ouvre mon navigateur  : l’intelligence artificielle générative (IAG). Si je clique, mon courrier va s’écrire, mon texte va se traduire, mon image va s’animer. Qui peut se représenter le concentré de #ressources_naturelles, de #souffrances et d’#exploitation humaines, de #produits_chimiques, d’#énergie qu’il y a derrière ces petites étoiles  ?

    Pour le saisir, il faudrait pouvoir faire apparaître, dans une seule pensée, ce qui rend possible l’IA. Il faudrait faire surgir dans l’imagination les #mines gagnées sur la forêt tropicale birmane, indienne ou congolaise, les usines métallurgiques crachant le feu, les étendues grises de #résidus_toxiques, les galettes de #silicium issues du #travail_forcé du #Xinjiang, les entrepôts de #data_centers carburant au charbon, à l’#eau de nappes presque épuisées, etc. C’est long d’expliquer tout ça, de le rendre présent à l’esprit – à l’esprit qui justement est tenté d’économiser sa pensée, là, d’un clic, pour gagner du temps.

    D’où vient la #puissance_de_calcul instantanée d’une appli d’IA  ? D’entrepôts de données où s’empilent des millions de #serveurs où sont concentrés des milliards de #circuits_électroniques, contenant eux-mêmes des centaines de milliers de #cartes_graphiques qui concentrent à leur tour des dizaines de milliards de #transistors.

    Le principal fabricant de serveurs informatiques destinés aux data centers est l’entreprise taïwanaise #Foxconn, alias #Hon_Hai_Precision_Industry, qui emploie plus d’un million de personnes en #Chine. C’est le sous-traitant historique d’#Apple, de #Microsoft, de #HP, de #Sony – le fabricant d’à peu près tous les #objets_électroniques que nous avons tenus entre nos mains depuis les années 2000. Aujourd’hui, Foxconn fournit toute la galaxie de l’IA en serveurs, de #Nvidia à #OpenAI, en passant par les data centers d’#Amazon.

    En 2010, Foxconn s’est fait connaître au monde par une épidémie de #suicides  : 17 ouvriers de sa méga-usine d’iPhone de Shenzhen se sont jetés par les fenêtres, 14 sont morts. Depuis ce temps, les balcons des dortoirs ont été condamnés. Mais les jeunes continuent d’arriver de leurs campagnes pour se retrouver coincés dans ses chaînes de production. Le désespoir de ces vies gâchées est le sujet du film Les Sacrifiés du smartphone [titre original Complicit] (2017), qui a été projeté récemment à Paris à l’occasion du festival de cinéma «  Numérique en lumière  : une autre réalité  ».

    Les réalisatrices Heather White et Lynn Zang ont filmé pendant trois ans la vie d’#ouvrières de Foxconn. Arrivées à 18 ans, Xiao, Ya et Fan ont travaillé plusieurs années pendant douze à seize heures par jour. Puis tout s’est arrêté – littéralement. Elles ont contracté des troubles neurologiques, des paralysies, à force d’astiquer les cartes graphiques, les led, les écrans, avec des solvants et des détergents  : benzène, méthanol, xylènes, trichloroéthylène...

    Selon la Global Electronics Association, un objet électronique peut nécessiter 1 000 produits chimiques différents. Foxconn nie toute #responsabilité. Comme les milliers d’ouvrières et d’ouvriers malades des toxiques utilisés dans l’électronique, Xiao, Ya et Fan n’osent pas rentrer chez elles, pour ne pas faire de peine à leurs parents, qui avaient tout misé sur elles.

    Sur mon écran, les petites étoiles de fée se remettent à clignoter.

    https://www.socialter.fr/article/les-sacrifies-du-smartphone-documentaire-intelligence-artificielle-ouvrier
    #IA #AI #intelligence_artificielle #travail #conditions_de_travail

  • « Ils sont à l’os » : un rapport alarme sur la souffrance des inspecteurs du travail
    https://www.franceinfo.fr/enquetes-franceinfo/enquete-ils-sont-a-l-os-un-rapport-alarme-sur-la-souffrance-des-inspecteu

    Parmi les causes de cette #souffrance_au_travail : une baisse drastique des effectifs sur la période 2015-2021. Le rapport explique que « le principal contributeur aux économies d’emplois a été l’#inspection_du_travail qui a perdu 16% de ses effectifs, soit près de 740 postes ». Ils sont descendus à 1 604 inspecteurs en mars 2024, même si 200 agents ont été recrutés en 2025. Le rapport estime que cette augmentation notable des recrutements s’avère très largement insuffisante à pallier les besoins. En effet, « malgré les recrutements durant cette période, la situation de sous-effectifs s’aggrave. »

    Les sous-effectifs entraînent une surcharge de #travail qui se manifeste par des troubles du sommeil, des #burn_out et du stress, selon les témoignages recueillis. Le rapport liste aussi une vingtaine d’alertes pour danger grave imminent, tentatives de suicide et #suicides d’agents entre 2018 et 2023 dans différents départements. Il n’est pas toujours évident de lier ce geste fatal à une souffrance au travail. Pour autant, à Paris, l’enquête #CHSCT réalisée en 2022 après le suicide d’un agent du ministère du Travail constate que ce dernier a été particulièrement confronté à de la souffrance humaine. Son dernier secteur d’affectation, considéré comme difficile, est marqué par une forte précarité des salariés et une forte demande sociale. En Seine-Saint-Denis, là aussi à la suite du suicide d’un fonctionnaire en 2022, l’enquête du CHSCT identifie « une problématique de manque de soutien post-incident de cet agent suite à des confrontations avec des employeurs ». Ces situations inquiètent leurs représentants syndicaux notamment au regard de ce qu’il se passe dans une autre administration, la direction des Finances publiques où l’on dénombre 19 suicides et 21 tentatives en 2025, d’après Le Monde.

    [...]

    Parmi les principaux facteurs de risques identifiés, les trois quarts des personnes interrogées soulèvent des problématiques de soutien managérial. En particulier lorsque les inspecteurs sont en conflit avec des employeurs contrôlés. Les entretiens menés par les auteurs du rapport avec les agents qui contrôlent les entreprises agricoles ont fait ressortir des violences très fortes avec les personnes contrôlées. Le rapport rappelle que des sangliers pendus ont été retrouvés devant les locaux de l’inspection du travail dans le Lot-et-Garonne en 2024, mais aussi en Dordogne.

    #agriculture

  • Exklusiv : Immer mehr Berlinerinnen wollen nicht mehr leben
    https://www.berliner-zeitung.de/mensch-metropole/suizide-in-berlin-immer-mehr-frauen-und-alte-wollen-nicht-mehr-lebe

    La plupart des fémicides ne sont pas l’oeuvre de connards réactionnaires à honneur douteux mais un résultat de la transformation capitaliste de Berlin.C’est d’abord l’impossibilité d’une vie dans des conditions sociales supportables qui pousse les femmes gdées au suicide.

    23.2.2026 von Carola Tunk - Im Zeitraum 2016 bis 2024 kam es zu einer Zunahme der erfassten Suizide von 10,8 auf 13,7 Fälle je 100.000 Einwohner. Der Gewerkschafter Marcel Luthe ist entsetzt.

    Immer mehr Frauen und Senioren in Berlin wollen nicht mehr leben. Das geht aus einer schriftlichen Anfrage des Abgeordneten Antonín Brousek im Abgeordnetenhaus hervor. Für die Antwort fragte die Senatsverwaltung für Wissenschaft, Gesundheit und Pflege das Amt für Statistik Berlin-Brandenburg an.

    Demnach kam es im Zeitraum 2016 bis 2024 zu einer leichten Zunahme der erfassten Suizide von 10,8 auf 13,7 Fälle je 100.000 Einwohner. Bei Männern wurden im gesamten Zeitraum mehr Fälle erfasst als bei Frauen. 2024 waren es bei den Männern 16,5 je 100.000 Einwohner gegenüber 11,1 Fällen je 100.000 Einwohnerinnen bei den Frauen.

    Der Anstieg im Zeitverlauf sei insbesondere auf eine deutliche Zunahme der erfassten Suizide unter den Hochaltrigen zurückzuführen, stellt der Senat fest. In der Altersgruppe ab 80 Jahren stieg die Rate im Zeitraum 2016 bis 2024 von 26,8 auf 62,3 Fälle je 100.000 Einwohner.

    Frauen eher bereit, Hilfe in Anspruch zu nehmen

    Daten zu Suizidversuchen werden in Deutschland nicht systematisch erhoben – auch nicht vom Amt für Statistik oder in der Krankenhausdiagnosestatistik, heißt es. Doch wie sind die Unterschiede zwischen den Geschlechtern zu bewerten? Der Senat beruft sich auf das Nationale Suizidpräventionsprogramm für Deutschland (NaSPro), demzufolge die Zahl der Suizidversuche bei Frauen mutmaßlich deutlich höher ist als bei Männern. Dass eine Frau durch einen Suizid stirbt, ist jedoch deutlich seltener als bei Männern. Erklären lasse sich dies unter anderem durch die Wahl der Methoden oder die Inanspruchnahme von Hilfe. Frauen sind also eher bereit, psychologische oder psychiatrische Hilfe in Anspruch zu nehmen.

    Marcel Luthe, Vorsitzender der Good Governance Gewerkschaft (GGG), ist entsetzt: „Die wirtschaftliche, innenpolitische und soziale Lage der Gesellschaft spiegelt sich in diesen Zahlen wider. Die Spaltung der Gesellschaft, die Zerstörung bestehender Sozialgefüge nicht zuletzt durch die irrwitzige Corona-Verordnungspolitik, aber auch jeder andere Angriff auf die freie Selbstbestimmung der Menschen verstärkt die Verzweiflung und lässt immer mehr Menschen keinen Ausweg mehr sehen.“

    Der ehemalige Abgeordnete (parteilos, früher FDP) wirft dem Senat Tatenlosigkeit vor: „Berlin lässt die stetig wachsende Zahl der Opfer von Sexual- und Gewaltdelikten allein, die Situation in den Pflegeeinrichtungen ist katastrophal, und das Mobbing an Schulen wird totgeschwiegen. All das begünstigt die tiefe Verzweiflung der Menschen, und auch in der Suizidprävention versagt der Senat, wie diese nüchternen Zahlen belegen.“

    #Allemagne #Berlin #suicide #femmes

  • [unseen] Un an dans un établissement pénitentiaire pour mineurs raconté en images : « Au mitard, tu es là, tu restes là. Faut juste parler au mur, il n’y a que ça à faire »
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/02/22/en-images-un-an-dans-le-huis-clos-d-un-etablissement-penitentiaire-pour-mine

    REPORTAGE PHOTO Le photographe Alexandre Bagdassarian a réalisé un travail journalistique rare dans l’un des six centres de détention pour mineurs en France.
    Ouverts entre 2006 et 2008, les établissements pénitentiaires pour mineurs accueillent des jeunes âgés de 13 à 18 ans. Leur création avait été justifiée à l’époque par la volonté d’investir davantage dans l’éducation et la réinsertion : budget considérable, bâtiments modernes, salles de classe, activités en tous genres. Presque vingt ans plus tard, j’ai voulu comprendre ce que ça signifie d’être un jeune confronté à la prison. Non pas depuis la perspective des textes de loi ou des discours institutionnels, mais en observant les trajectoires, les voix, les corps de celles et ceux qui vivent cette réalité.

    A raison de deux jours par semaine, fixés par la protection judiciaire de la jeunesse et l’administration pénitentiaire, j’ai tenté de créer un espace de co-création avec les jeunes qui habitent ces lieux. Nous évoluons dans la #prison, sur les murs des graffitis réalisés lors d’ateliers, quelques citations d’auteurs et d’autrices bombées au pochoir, des cartes du monde épinglées ici et là. Dans les cellules, la relation et l’atmosphère peuvent changer du tout au tout. Certains écrivent, d’autres dessinent, certains parlent, d’autres sont mutiques. Sur les murs sont écrites leurs histoires, plus ou moins mythifiées, et parfois des phrases simples, qui semblent résumer des années de galère : « A 22 heures, j’ai rendez-vous avec la mort. »

    Titre précédent :
    En images, un an dans le huis clos d’un établissement pénitentiaire pour mineurs : « Je sens que ça me rend bête d’être ici »
    https://archive.ph/YGkgy

    #unseen #photo #jeunes_détenus #détenus #mineurs #justice #archipel_carcéral #EPM #mitard #suicide

  • Cpr di Torino, l’ex direttrice condannata per la morte di Moussa Balde. Ma la politica tira dritto
    https://lavialibera.it/it-schede-2562-cpr_di_torino_condannata_direttrice_morte_moussa_balde_nu

    C’è una condanna per la morte di Moussa Balde, 23enne guineano che si è tolto la vita il 23 maggio del 2021 nel centro di permanenza per il rimpatrio (cpr) di Corso Brunelleschi a Torino. Mercoledì 11 febbraio 2025, il tribunale del capoluogo piemontese ha riconosciuto le responsabilità dell’allora direttrice della struttura Annalisa Spataro per omicidio colposo con un anno di reclusione con la condizionale, cioè la sospensione della pena a patto che la condannata non ripeta reati dello stesso tipo. Spataro e la società di gestione Gepsa dovranno versare ai familiari di Moussa 350mila euro di provvisionale, cioè di anticipo sul risarcimento definitivo. "Siamo parzialmente soddisfatti, anche se è difficile esserlo visto il motivo del processo – dice a lavialibera l’avvocato Gianluca (...)

    #MIGRAZIONI_●_GENERAZIONI

    • Affaire Moussa Baldé : Un verdict historique à Turin, l’OGDM appelle à une vigilance médiatique accrue

      Le combat pour la dignité des migrants franchit une étape décisive. Près de cinq ans après le décès tragique de notre compatriote Moussa Baldé en Italie, la justice a enfin tranché. Le 11 février 2026, le tribunal de Turin a reconnu la direction du Centre de Permanence pour le Rapatriement (CPR) coupable d’homicide involontaire.

      Un lien direct établi entre détention et décès

      Pour rappel, Moussa Baldé nous a quittés le 23 mai 2021, après avoir subi une agression brutale suivie d’un placement à l’isolement dans des conditions inhumaines. Le verdict est sans appel : les manquements de la direction du centre sont directement liés à cette tragédie. Bien qu’une indemnisation ait été ordonnée au profit de la famille, le chemin vers une réparation totale reste encore long.

      L’appel de l’OGDM : Transformer le verdict en action

      L’Observatoire Guinéen des Droits des Migrants (OGDM) salue cette première victoire judiciaire, mais reste mobilisé. Nous interpellons aujourd’hui l’ensemble des professionnels des médias et de la presse pour un suivi rigoureux de ce dossier La justice ne s’arrête pas au prononcé du verdict. Elle n’est réelle que lorsqu’elle est exécutée. »Pourquoi la couverture médiatique est-elle vitale ?

      • Pour l’exécution des peines : S’assurer que les réparations financières et les sanctions soient effectives.

      • Pour la transparence : Mettre en lumière les zones d’ombre qui persistent dans la gestion des centres de rétention.

      • Pour la sensibilisation : Alerter l’opinion internationale sur le traitement indigne réservé aux migrants en Europe.

      Un engagement pour l’avenir

      L’OGDM remercie d’avance les journalistes pour leur traitement éthique et constant de cette affaire. Ensemble, faisons en sorte que le nom de Moussa Baldé ne soit pas seulement celui d’une victime, mais celui d’un tournant pour le respect des droits humains.

      Le Bureau de l’Observatoire Guinéen des Droits des Migrants (OGDM).

      https://lauranews.net/affaire-moussa-balde-un-verdict-historique-a-turin-logdm-appelle-a-une-vi

    • GIUSTIZIA PER MOUSSA BALDE

      UN VERDETTO IMPORTANTE, LA LOTTA CONTINUA

      L’11 febbraio 2026, il tribunale di Torino ha emesso il suo verdetto nel processo relativo alla morte di Moussa Baldé, deceduto il 23 maggio 2021 presso il Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) della città.

      Moussa, giovane guineano di 23 anni, era stato rinchiuso dopo aver subito una violenta aggressione razzista a Ventimiglia. Nonostante una situazione di grande vulnerabilità psicologica, era stato messo in isolamento. Pochi giorni dopo, si è tolto la vita nella sua cella.

      Il tribunale ha condannato l’ex direttrice del centro, gestito dalla multinazionale GEPSA, a un anno di reclusione con sospensione della pena per omicidio colposo. Insieme alla società, dovrà versare alla famiglia oltre 300.000 euro a titolo di indennizzo provvisorio.

      Chiariamo subito: questo processo nasce da una grande frustrazione. I rappresentanti dello Stato non sono mai stati sul banco degli imputati. Eppure sono proprio le politiche pubbliche a organizzare l’esistenza dei CPR e a rendere possibile questo sistema.

      Fin dalla prima udienza, il fratello di Moussa, Thierno Baldé, lo aveva sottolineato: «Il vero responsabile della morte di Moussa è lo Stato. Il sistema dei CPR è ingiusto e mi aspetto giustizia da questo processo. Mio fratello era arrivato in Italia per aiutare la nostra famiglia. Non aveva fatto nulla di male, voleva solo migliorare la sua vita e la nostra. Nessuno lo ha aiutato quando soffriva.»

      Lo Stato non è stato giudicato. Eppure resta politicamente responsabile del sistema che ha schiacciato Moussa. Nonostante ciò, questo processo ha avuto effetti importanti. Innanzitutto, nel corso delle udienze ha permesso di far emergere le condizioni di detenzione indegne che caratterizzano i CPR: isolamento, mancanza di assistenza adeguata, assenza di controlli reali. Quanto accaduto a Moussa non è un “dramma individuale”, ma il prodotto di un sistema.

      La giustizia ha riconosciuto che ci sono responsabilità nella morte di Moussa e ha preso in considerazione la sofferenza della famiglia Baldé. Questo riconoscimento è importante: potrebbe aprire la strada al riconoscimento delle responsabilità per tutte le vittime delle politiche migratorie e affinché il dolore delle famiglie non venga più ignorato.

      Infine, questo verdetto invia un segnale dissuasivo alle aziende che partecipano al business della repressione. Collaborare alla detenzione delle persone migranti non è neutrale e comporta rischi. Come ha dichiarato l’avvocato della famiglia, Gianluca Vitale: «La sentenza deve essere un monito per chiunque voglia gestire luoghi come il CPR, che non dovrebbero esistere. Deve sapere che poi potrebbe essere chiamato a rispondere, anche penalmente, di ciò che lì succede. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore del centro nella morte di Balde. Purtroppo, è rimasto al di fuori di questo processo la responsabilità dello Stato nella gestione del CPR e in tutto ciò che lì succedeva, perché non c’era nessun controllo reale da parte della prefettura ».

      Per i familiari di Moussa, questo verdetto rappresenta un enorme sollievo dopo anni di lotta. Permette finalmente di iniziare un vero lavoro di lutto. Una grande commemorazione in onore di Moussa si terrà in Guinea-Conakry in occasione del quinto anniversario della sua morte. I fondi residui del viaggio precedente saranno utilizzati per organizzare questo omaggio.

      Ringraziamo calorosamente tutte le persone solidali che hanno reso possibili i diversi viaggi dei membri della famiglia in Italia per partecipare a questo processo. La loro presenza essenziale ha contribuito in modo decisivo alla riuscita di questa battaglia davanti alla giustizia.

      Ringraziamo la famiglia Baldé, di cui salutiamo il coraggio immenso. Nonostante il dolore per la perdita di una persona cara, la famiglia Baldé ha saputo trovare le risorse per combattere per la memoria di Moussa, ma anche per tutte le altre persone vittime delle ingiuste, razziste e mortali politiche migratorie europee.

      Questo verdetto non chiude nulla. Al contrario, ci ricorda l’urgenza di continuare a lottare contro tutti i luoghi di privazione della libertà e contro le politiche migratorie che producono detenzione, violenza e morte.

      Condividiamo di seguito il discorso di reazione della famiglia a questo verdetto:

      Signore e signori, cari amici e alleati,

      La famiglia BALDE vi esprime la sua profonda gratitudine per il vostro sostegno costante in questa lunga e difficile battaglia per la giustizia e la dignità.

      L’11 febbraio 2026 resterà una data impressa nelle nostre memorie, perché è il giorno in cui la giustizia italiana ha finalmente emesso il suo verdetto, riconoscendo la responsabilità della direzione del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Torino nella tragica morte del nostro fratello Moussa BALDE. Cinque anni dopo questa tragedia, siamo sollevati nel vedere che la verità comincia a fare luce sulle zone d’ombra di questa vicenda. Il tribunale ha stabilito un nesso diretto tra le condizioni disumane di detenzione e la morte di Moussa, e salutiamo questa coraggiosa decisione.

      Ma non siamo ancora arrivati alla fine del nostro percorso. La famiglia BALDE è soddisfatta di questa prima vittoria giudiziaria, ma sa che la lotta non è finita. Dobbiamo assicurarci che le riparazioni finanziarie e le sanzioni siano effettive, e che i responsabili siano chiamati a rispondere.

      Per questo non vediamo l’ora di incontrare il nostro avvocato, l’Avv. VITALE, per comprendere il contenuto del verdetto e i passi successivi per il futuro. Non possiamo esprimere pienamente la nostra gioia finché non avremo avuto questo colloquio formale e riservato.

      Il 23 maggio 2026 commemoreremo il quinto anniversario della scomparsa di Moussa. Sarà l’occasione per rendere un ultimo omaggio a questo giovane che ha perso la vita in condizioni inaccettabili. Pace alla sua anima.

      Ringraziamo calorosamente l’Avv. VITALE e tutto il suo team per la dedizione e la competenza dimostrate. Il vostro lavoro ha permesso di far emergere la verità e di rendere giustizia a Moussa. Ringraziamo inoltre tutti i collettivi e le organizzazioni della società civile italiana che ci hanno sostenuto in questa battaglia. La vostra solidarietà e il vostro impegno sono una speranza per il futuro. Insieme continueremo a lottare affinché i diritti umani siano rispettati, affinché le vittime dell’ingiustizia siano ascoltate e affinché venga ristabilita la dignità. Grazie.

      https://parolesulconfine.com/verdetto-processo-balde-la-lotta-continua

  • #Lettre_ouverte d’#Anne_Fraïsse Présidente de l’Université de Montpellier Paul-Valéry au Président de la république

    Monsieur le Président,

    On meurt dans vos Universités. On meurt dans mon Université. D’excès de travail, de stress, d’usure, de désespoir, d’indifférence. Malgré nos alertes, le ministre de l’Enseignement Supérieur minimise la situation : « ce n’est pas Zola ».

    Dans mon université, en 5 ans, il y a eu 4 suicides de personnels titulaires (le précédent remontait à 25 ans), 3 crises cardiaques au travail, 2 AVC sans compter les arrêts de travail longue maladie pour burn-out. Cette année, dans notre communauté, 3 fonctionnaires en activité sont morts. Certes, ces décès ont des causes multiples mais les statistiques sont là et ce bilan pour une université de 1003 titulaires (576 enseignants et 427 administratifs) pour 23000 étudiants révèle des conditions de travail insupportables.

    Nous venons de voter notre sixième budget en déficit ; notre université est une des moins dotées et, plus grave, des moins encadrées de France (11 départements à moins de 50 %, voire 40 % d’encadrement en enseignants titulaires). À toujours entendre parler de déficit ou de sous-dotation, on perd sans doute la conscience de ce que travailler dans une université sous-encadrée veut dire réellement au quotidien. « Recrutez des ATER et des contractuels, c’est moins cher que des titulaires pour un même travail » nous dit-on. Non, pas pour un même travail. Dans un département sous-encadré, les titulaires enseignants doivent recruter des vacataires, organiser leurs emplois du temps, les encadrer ; c’est 10 000, 12 000 heures à distribuer à des personnes qui en font en moyenne 40 ou 50 dans l’année, qui ne connaissent que tardivement les horaires où elles sont disponibles, qui ne peuvent assurer aucune tâche non financée (encadrement des thèses, des mémoires, des stages, organisation des services et des emplois du temps …). Que se passe-t-il quand, à la rentrée, 20 TD de 45 étudiants n’ont pas d’enseignant dans un même département ? Pour ne pas pénaliser leurs étudiants, ce sont les professeurs et les maîtres de conférences qui assurent ces groupes en plus de leur service, quels que soient le nombre d’heures et le travail supplémentaire, quelles que soient l’amplitude horaire ou l’accumulation des heures dans une même journée. Dans ces départements, la totalité des enseignants titulaires font plus du double de leur service, sans parler de leur temps de recherche. À Montpellier Paul-Valéry, cela représente plus de 16500 heures pour 75 collègues quasiment en double service ou plus. Et cela dure depuis plus de 10 ans. Ce n’est pas « un ressenti », comme le dit Monsieur le Ministre, mais une réalité dure et désespérante pour ceux qui aiment leur travail et le service public. Les tâches administratives sont confiées à des contractuels qu’il faut former et qui s’en vont dès qu’ils trouvent mieux (jusqu’à 1600 euros de prime annuelle en moins qu’ailleurs n’incite pas à s’attarder).

    Depuis plus de 10 ans nous sommes en surchauffe, en travail forcé, en déséquilibre permanent, jamais sûrs d’arriver à remplir nos missions faute de bras. Nous l’avons dit, répété, crié : il est urgent de créer des postes, de revenir à des dotations pour charges de service public à la hauteur du nombre d’étudiants accueillis, de rétablir un modèle d’allocation des moyens qui répare les injustices, qui soit clair et transparent.

    Mais non, il n’y aura pas de nouveau modèle, répète Monsieur le Ministre qui « n’y croit pas ». Nous restons donc depuis 15 ans le seul pays d’Europe où l’argent de l’État est distribué aux universités sans critères connus, dans la plus totale opacité et injustice. Pour un étudiant de même discipline une université peut recevoir deux fois moins qu’une autre. Pourquoi ? Personne ne le sait, aucune justification aux plafonds d’emplois, à la dotation de l’État, aux demandes de fermeture de formations ; seulement des arguments imparables : pas d’argent, pas de postes ; pas de postes, trop d’étudiants ; trop d’étudiants, déficit ; déficit, pas d’argent ; et on reprend la boucle comme des hamsters qui tournent dans leur roue.

    C’est historique, pourquoi changer ? Parce que, Monsieur le Président, les conséquences de ce refus sont funestes. Pour ne pas pénaliser leurs étudiants, pour ne pas négliger leurs recherches, nos collègues perdent leur santé et parfois leur vie. Et cette année, ils perdent aussi l’espoir de voir s’améliorer leur situation. Aucune création de postes pour cette campagne d’emplois, pas de recrutement de fonctionnaires, qu’importe votre taux d’encadrement, votre nombre d’étudiants ; pas de discussion, pas de négociation, qu’importe l’injustice. Tant pis si les plus pauvres payent pour les plus riches ; c’est le sens de l’histoire. Enfin, le chantage pour ceux qui résistent : si vous laissez des créations dans la campagne d’emplois, vous ne les aurez pas et vous n’aurez pas non plus le renouvellement des postes vacants, libérés par retraite, mutation ou mort. On meurt dans mon université et je me refuse à choisir dans quels départements seront les prochains morts. Notre demande est légitime, nous ne voulons pas y renoncer. Aveuglement, indifférence, mépris, volonté de soumettre sans écouter, c’est ce que vit aujourd’hui ma communauté. Zola dénonçait les injustices d’une société qui pour ménager les plus riches écrasait les plus pauvres. La situation de mon université, c’est bien du Zola, Monsieur le Président.

    Savoir et se taire c’est être complice, je ne peux pas taire cette injustice. Pouvoir agir et ne rien faire c’est être coupable, vous savez maintenant ce que zéro création de postes veut dire pour une université comme la mienne.

    Permettez-moi, Monsieur le Président, de vous saluer comme les gladiateurs saluaient celui qui finançait les jeux et présidait à leur destinée : « Morituri te salutant ».

    Anne Fraïsse
    Présidente de l’Université de Montpellier Paul-Valéry

    https://www.univ-montp3.fr/fr/communiques/lettre-ouverte-danne-fra%C3%AFsse-pr%C3%A9sidente-de-luniversit%C3%A9-de
    #université #France #ESR #facs #conditions_de_travail #décès #suicide #usure #désespoir #indifférence #déficit #sous-dotation #service_public #santé #taux_d'encadrement

  • Disney World, en Floride, marqué par une sixième mort en quatre mois
    https://www.parismatch.com/actu/faits-divers/disney-world-en-floride-marque-par-une-sixieme-mort-en-quatre-mois-26250

    Le parc Walt Disney World, en Floride, est à nouveau endeuillé. Une personne a été retrouvée morte vendredi 2 janvier. Il s’agit de la sixième mort en seulement quelques mois dans ce célèbre parc d’attractions.

    Un parc mythique adoré du public mais endeuillé ces derniers mois de plusieurs drames. Walt Disney World, à Orlando en Floride, a été marqué par la découverte d’un corps sans vie vendredi 2 janvier, rapporte le « New York Post ». Peu d’éléments ont été révélés par les autorités. La police a simplement expliqué privilégier la piste du suicide.

    « Les adjoints du shérif se sont rendus au Disney Springs Orange Garage, situé sur East Buena Vista Drive, et y ont découvert un homme décédé », a déclaré le bureau du shérif du comté d’Orange à News 6. « Cet incident fait l’objet d’une enquête pour suicide. Nous n’avons pas d’informations supplémentaires à communiquer et nous ne ferons pas d’autres mises à jour ce week-end », ont-ils ajouté.
    Plusieurs suicides

    Il s’agit du sixième décès survenu en seulement quatre mois dans le parc. Le premier de ces décès avait été annoncé le 14 octobre dernier lorsque Summer Equitz, une femme de 31 ans fan de l’univers Disney, avait décidé de se donner la mort au Contemporary Resort Hotel. La trentenaire avait annoncé sa grossesse en fin d’année dernière puis avait fui son domicile de Naperville, dans l’Illinois, sans prévenir ses proches. Les premiers rapports évoquaient la possibilité qu’elle soit décédée après avoir été heurtée par le monorail du complexe. Mais les autorités ont démenti cette information. « Elle n’a PAS été heurtée par le monorail, il s’agit donc d’une information erronée », avait déclaré le bureau du shérif du comté d’Orange.

    Quelques jours plus tard, le 23 octobre, au même hôtel, un jeune arbitre dont le rêve était de travailler pour la Ligne Nationale de Football s’est lui aussi donné la mort. Le 21 octobre, un homme de 60 ans a, de son côté, succombé à un problème médical au Fort Wilderness Resort and Campground alors qu’il y séjournait avec sa femme. Puis, le 2 novembre, c’est cette fois-ci une femme qui a été retrouvée inanimée au Pop Century Resort. Elle est morte plus tard à l’hôpital. Enfin, le 8 novembre, une personne non identifiée a succombé au Saratoga Springs Resort de cause non révélée.

  • Our beloved, irreplaceable daughter Annie should’ve been celebrating her 30th birthday this week. Instead, we’re left marking that milestone without her — remembering all that she was and grieving… | Greg Surman | 267 comments
    https://www.linkedin.com/posts/gsurman_our-beloved-irreplaceable-daughter-annie-activity-7407842359826120

    — Permalink

    #mongodb #employment #mentalhealth #leave #suicide #work #management

  • A Ajaccio, [Cours Napoléon,] un homme armé d’un couteau abattu par la police en plein centre-ville
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/12/20/a-ajaccio-un-homme-arme-d-un-couteau-abattu-par-la-police-en-plein-centre-vi

    Il aurait eu « une première altercation dans un bar », au cours de laquelle une personne aurait pu être blessée, puis il aurait été refoulé du bar, « alors qu’il exhibait un couteau ».
    C’est après une deuxième altercation, dans un autre bar du cours Napoléon, que la police est intervenue, toujours selon le procureur. Dans un communiqué, samedi en fin de journée, ce dernier a expliqué que l’homme « refusait d’obéir aux injonctions et jetait sur les policiers sa trottinette, sans les atteindre ». La police a ensuite cherché à le maîtriser « avec a priori un et deux coups de taser, sans succès ». L’homme aurait ensuite brandi « un couteau en direction d’un des policiers, en le menaçant ». « L’un des policiers de la patrouille voyant son collègue menacé, faisait alors usage de son arme de service neutralisant ainsi l’agresseur. »

    En janvier 2025, il avait déjà été mis en cause pour des faits de menaces en Seine-Saint-Denis, selon le parquet. Lors de son interpellation, il était muni d’un couteau et avait résisté au moment de son menottage. « Sa garde à vue avait été déclarée incompatible, le médecin requis ayant préconisé une hospitalisation d’office », a relayé le procureur.

    #folie #suicide_by_cop

    • Il me semble que la rengaine éculée et toujours plus saoulante à force d’être répétée sans qu’aucun autre mot de passe ne soit audible (Siamo tutti antifascisti, est un autre cri identitaire : bruit avec la bouche qui fait niche, vague tiédeur) "tout le monde déteste la police" a pour des minoritaires une vertu, s’assurer d’un lien par ailleurs subjectivement faible et rien moins que garanti avec le grand nombre, ou du moins une large part de ce grand nombre.
      Ici, est-ce « j’aime » la police, car elle fera ce que j’ai décidé ? Si c’est le cas, ça me rappelle des moments, moins tragiques, où les forces du MDO furent sciemment manipulées onto the street (pas de gourance, ça ne peut pas se passer pas dans les bureaux ou les troquets !) par les manifestants eux-mêmes (quelle rigolade).

  • Auch umstrittenes Glyphosat auf der Liste : EU-Kommission will bestimmte Pestizide unbefristet zulassen
    https://www.tagesspiegel.de/wirtschaft/auch-umstrittenes-glyphosat-auf-der-liste-eu-kommission-will-bestimmte-

    Allez, en route vers le suicide collectif ! Au cas où les Européens soient épargnés par les bombes russes ils ont prévu de s’auto-exterminer par les herbicides ultra forts omniprésents.

    Il s’appelle comment encore, ce jeux vidéo ? Mais bien sûr, c’est Lemmings !

    Amusez-vous bien ;-)

    16.12.2025 - Geht es nach der EU-Kommission, sollen Genehmigungsverfahren für Pestizide grundsätzlich vereinfacht ablaufen. Zudem sollen Produkte gegen spezifische Schädlinge schneller zugelassen werden.

    Die EU-Kommission will bestimmte Pestizide wie Glyphosat künftig zeitlich unbegrenzt zulassen. Das geht aus einem Gesetzesvorschlag vom Dienstag hervor.

    Demnach sollen die bislang erforderlichen regelmäßigen Neuzulassungen für Wirkstoffe abgeschafft werden. Die gefährlichsten Substanzen sollen davon ausgenommen werden.

    Die Kommission begründet ihren Vorschlag damit, dass die meisten Pestizide auf dem Markt bereits mehrere Prüfverfahren durchlaufen hätten.

    Erneuerungen und gezielte Neubewertungen sollen nach Willen der Kommission dann durchgeführt werden, wenn es wissenschaftliche Gründe dafür gibt.

    Bislang wird die Zulassung eines aktiven Wirkstoffs in der EU nur für einen begrenzten Zeitraum bis zu 15 Jahren erteilt und muss danach neu bewertet werden. Ohne erfolgreiche Erneuerung läuft die Zulassung aus.
    EU argumentiert mit Millioneneinsparungen

    Der Vorstoß der EU-Kommission ist Teil eines Vorschlagpakets, mit dem sie Verwaltungsaufwand und Kosten etwa für Produzenten, Unternehmen und Behörden reduzieren will.

    Gleichzeitig sollen bei der Lebens- und Futtermittelsicherheit hohe Standards aufrechterhalten werden, wie die Behörde betont. Außerdem soll die Planbarkeit beispielsweise für Landwirte verbessert werden.

    Für risikoarme Wirkstoffe sollen nach Willen der Kommission etwa einfachere Verfahren gelten, um sie schneller zuzulassen und so auch nachhaltige Pflanzenschutzmittel zu fördern. Auch sollen Produkte gegen besonders schädliche Schädlinge schneller zugelassen werden.

    Durch die Maßnahmen können Schätzungen der Kommission zufolge Unternehmen jährlich etwa 428 Millionen Euro einsparen. Außerdem rechnet die Behörde mit Einsparungen von jährlich etwa 660 Millionen Euro bei den nationalen Verwaltungen. Dank einer besseren Verfügbarkeit von Produkten sollen auch die Landwirte profitieren.
    Auch Glyphosat soll unbegrenzt zugelassen sein

    Bekannt ist etwa das umstrittene Pestizid Glyphosat, das die EU-Kommission nicht als gefährlich einschätzt. Die EU hat die Genehmigung für Glyphosat zuletzt bis Ende 2033 verlängert.

    Glyphosat ist ein sogenanntes Totalherbizid, das nahezu alle grünen Pflanzen schädigt. Es wird seit Mitte der 1970er-Jahre vor allem unter dem Handelsnamen „Roundup“ genutzt und ist heute in zahlreichen Pflanzenschutzmitteln verschiedener Hersteller enthalten.

    In einem Teil der Mitgliedstaaten, darunter Deutschland, sind Anwendungen in Haus- und Kleingärten sowie auf Flächen, die für die Allgemeinheit bestimmt sind, verboten oder stark eingeschränkt.

    Die 27 EU-Staaten und das Europaparlament müssen den Vorschlag nun diskutieren. Um Europas Wettbewerbsfähigkeit zu stärken, versucht Brüssel derzeit, viele Regeln zu entschlacken. (dpa, AFP)

    #Europe #suicide #Union_Européenne #UE #poilitique #herbicides #wtf

  • IDF : 279 soldats ont tenté de mettre fin à leurs jours entre janvier 2024 et juillet 2025
    Tom Levinson | 18 h 24 • 28 octobre 2025 IST | Haaretz
    https://www.haaretz.com/israel-news/2025-10-28/ty-article/.premium/idf-279-soldiers-attempted-to-take-their-own-lives-between-january-2024-and-july-2025/0000019a-2b3a-ddf1-a1db-ffff9f6a0000

    Les données militaires montrent que 36 soldats israéliens se sont suicidés avant juillet 2025. Seuls six d’entre eux avaient consulté un professionnel de la santé mentale de l’IDF au cours des deux mois précédant leur décès. Au moins 13 soldats qui n’étaient pas en service actif se sont suicidés depuis le début de la guerre à Gaza.

    Près de 300 soldats israéliens ont tenté de mettre fin à leurs jours entre janvier 2024 et juillet 2025, selon les données de l’armée israélienne fournies à la Knesset et obtenues par Haaretz.

    Selon un rapport du Centre de recherche et d’information de la Knesset établi à la demande du député Ofer Cassif, le personnel de santé mentale de l’armée israélienne a enregistré 279 tentatives de suicide au cours de cette période de 19 mois. Sur ces 279 tentatives, 33 ont été classées comme « graves », c’est-à-dire comme des actes pouvant entraîner la mort ou des blessures corporelles graves.

    L’armée n’enregistrait pas les tentatives de suicide auparavant et n’a commencé à collecter des données sur ces incidents qu’en 2024. Selon le rapport, 36 soldats de l’armée israélienne se sont suicidés entre janvier 2024 et juillet 2025, dont 16 au cours de l’année écoulée. Haaretz a eu connaissance d’au moins quatre suicides depuis juillet. (...)

    #Tentative_suicide #suicide

  • "The Ashes of Moria"
    https://www.youtube.com/watch?v=3ISMAJPcAUg

    A cinque anni dall’incendio che lo ha distrutto (8-9 settembre 2020) l’impatto del campo di Moria è ancora presente nelle vite delle persone che lo hanno vissuto, mentre l’approccio alla migrazione da parte dell’Europa continua a essere quello della deterrenza, del contenimento e della detenzione.

    Attraverso una serie di interviste con persone migranti che hanno vissuto nel campo greco, operatori sociali e attivisti che lo hanno conosciuto da vicino, questo documentario esplora l’eredità di Moria, raccontando la durissima realtà del campo, le ripercussioni che ha causato sulla vita delle persone e il suo ruolo nelle politiche di detenzione e deterrenza e nei processi di integrazione.

    #Moria #réfugiés #migrations #Grèce #camp_de_réfugiés #incendie #Lesbos #ce_qui_reste #silence #feu #camps_de_réfugiés #2020 #traces #hotspot #accord_UE-Turquie #asile #accampement #tente #froid #chaleur #tentes #sécurité #peur #nuit #viols #toilettes #survie #vols #criminalité #violence #faim #attente #santé_mentale #dépression #PTSD #queue #suicide #tentatives_de_suicide #enfer #dissuasion #politique_de_dissuasion #déshumanisation #propagande #nationalisme #racisme #instrumentalisation #instrumentalisation_politique #discriminations #bruits #sons #8_septembre_2020 #honte #contrôle_biopolitique #Kos #Samos #Kios #prisons #closed_controlled_accesse_centres (#CCACs) #éloignement #isolement #marginalisation #marges #camps_fermés #îles #Vastria

    –-

    ajouté à la métaliste sur l’#incendie de #septembre_2020 dans le #hotspot de #Moria, #Lesbos (#Grèce) :
    https://seenthis.net/messages/876123
    #film #documentaire #film_documentaire

    • “The Ashes of Moria”: che cosa rimane del campo profughi più grande d’Europa?

      Il film di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, ripercorre la storia di quello che è stato il simbolo del fallimento europeo in tema di “accoglienza” e “protezione”, sull’isola greca di Lesbo. A cinque dall’incendio che lo ha distrutto, il documentario porta nel cuore del campo, tra odori, rumori, paure e violenze. Allo stesso tempo offre le coordinate per capire i meccanismi attuali delle brutali politiche europee

      Mo Zaman cammina tra le macerie di un posto di cui riconosce gli odori, “gli stessi di albero di ulivo”, ma non i suoni. “Non avevamo questo silenzio prima qui”. Ricorda le sensazioni, il freddo e la paura, il terrore ma non gli spazi vuoti. Il suo è un ritorno in un luogo di cui conosce le strade a memoria nonostante di fatto non esista più. Mo Zaman è uno dei protagonisti di “The Ashes of Moria” (52′), il documentario di Davide Marchesi e Majid Bakhshi, prodotto da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia, che a cinque anni dalla distruzione del campo di Moria sull’isola greca di Lesbo ripercorre la storia di quello che è stato l’emblema del fallimento europeo.

      È lui a raccontare che a Moria gli incendi erano frequenti e difficili da gestire, proprio come quelli che finirono per distruggerlo completamente. Il centro di identificazione e registrazione di richiedenti asilo e migranti più grande d’Europa, pensato come risposta a quella che erroneamente viene ancora definita la “crisi dei rifugiati” del 2015, nella notte tra l’8 e il 9 settembre 2020 bruciò irrimediabilmente.

      Eppure, come afferma Mo Zaman, “anche se possono cancellare Moria da questo posto, non potranno mai cancellare il nome di Moria”. Di certo non lo potranno mai cancellare dalla memoria delle migliaia di persone, al momento dell’incendio erano intorno alle 15mila, che vi sono passate e che vi hanno trascorso giorni, mesi, ma anche anni, in attesa. Le conseguenze, i residui, le ceneri di un’immensa crisi di salute mentale capace di fare più danni che quelli della guerra stessa da cui queste persone scappavano, come si racconta nel film, rimangono nella loro mente.

      “Mancava acqua potabile, cibo, elettricità, igiene -ricorda infatti Majid Bakhshi, uno dei due autori che ha vissuto nel campo-. È importante parlare della mia esperienza a Moria e, in generale, di persona che cerca di trovare la propria strada in condizioni difficili. Ciò che intendo dire è che, quando arrivi come migrante o rifugiato in Europa, o in qualsiasi altro paese del mondo, inizi un processo che sarà piuttosto difficile e per nulla, incerto e molto stressante. Può essere molto opprimente, soprattutto se non ricevi alcun supporto puntuale, e se devi affrontare tutti i problemi da solo. E trovo molto difficile anche staccarmi in qualche modo da alcuni di quei ricordi. Sono nella mia testa, come se dovessero restare con me per non so quanto tempo”.

      “Uno degli aspetti che spero che emerga è l’impatto psicologico a lungo termine della vita nel campo, non solo sulle singole persone che è sicuramente importantissimo, ma anche sulla società in generale -spiega il regista Davide Marchesi-. Avvicinarsi a queste persone e guardare le loro vite è struggente anche perché è doloroso pensare che noi abbiamo reso così difficile la loro vita”.

      Alternando immagini di archivio e fotografie, anche satellitari, alle interviste di chi ci ha vissuto, degli operatori sociali e degli attivisti, il documentario ci porta dentro il campo fino a farcene sentire la “puzza oscena” e le grida notturne, a farci provare il senso di insicurezza di ritrovarsi in un luogo pensato per accogliere fino tremila persone e arrivato a contenerne 25mila. Un posto dove i nervi a fior di pelle erano micce accese, dove si viveva giorno per giorno e contava solo sopravvivere.

      “Da una parte a Moria non ti veniva data possibilità di fare nient’altro se non preoccuparti di cose molto elementari, della sopravvivenza quotidiana -prosegue Marchesi-. Dall’altra ognuno si portava dentro questa gigantesca preoccupazione di che cosa gli sarebbe successo nel futuro, dell’attesa di una risposta alla richiesta di asilo”.

      La fame, le lunghe code, la mancanza di qualsiasi bene necessario trasformava le persone in poco tempo, cambiandone le mentalità e portandole a perdere qualsiasi tipo di fede. In una parola sola era l’inferno, usandone qualcuna in più Mo Zaman dice che “Moria eccelleva nell’essere orribile”.

      “Non credo che per noi sia possibile veramente capire che cosa significasse stare lì, perché è peggio che stare in prigione -aggiunge Marchesi-. Se non sai quando finirà l’attesa, psicologicamente è molto peggio. Per questo se da una parte le immagini di questo documentario testimoniano molto bene com’era Moria, dall’altra non gli rendono in nessun modo giustizia, perché manca il fattore temporale”.

      Dal cuore del campo “The Ashes of Moria” ci porta anche al di fuori, dandoci le giuste coordinate per ricostruire e comprendere quello che stava accadendo nel frattempo all’esterno. Non tanto una “crisi dei rifugiati” quanto del sistema di accoglienza di un’Europa lenta, impreparata, per certi versi anche sadica, che diventa una promessa tradita di una vita migliore e di diritti umani finalmente riconosciuti e protetti.

      “Abbiamo rischiato le nostre vite attraversando l’Egeo e non siamo venuti qui per essere abbandonati”, protestano le persone migranti. “Quando sono arrivata in Grecia ho subito discriminazione perfino per la mia esistenza. Come rifugiati non vogliono neppure che esistiamo”. E la domanda: “Dov’è finita l’umanità?” ricorre spesso nelle loro parole. Tutti sapevano che cosa succedeva ma nessuno faceva nulla per cambiare la situazione tanto che, come osserva nel film Carlotta Passerini, psicologa che lavorava con i residenti del campo “penso davvero che questo sia stato fatto per disumanizzare le persone. È più facile condannare qualcuno che non si considera umano o una persona che si comporta come te”.

      Moria sembra essere dunque il punto di partenza, l’origine di tutto quello che di peggio abbiamo ancora oggi: la propaganda che racconta le persone migranti come una minaccia pronta a invaderci, i nazionalismi e i razzismi. “In un certo senso è così -riflette Marchesi-. Ma allo stesso tempo nel momento in cui ho iniziato a fare ricerca, a cercare di capirne di più, mi sono accorto che alla fine l’approccio è sempre lo stesso. A Moria non è stato inventato nulla di nuovo. L’Europa da Schengen in poi ha reso evidente in tutti i modi che va bene la libera circolazione delle persone all’interno, ma chi viene da fuori deve essere ipercontrollato e se possibile tenuto fuori. Possiamo infatti chiamare le nuove costruzioni realizzate dopo Moria campi ad accesso controllato, possiamo chiamarli strutture ricettive, possiamo chiamarli Cpr, alla fine il modo di operare è uno: quello della detenzione e della deterrenza”.

      “Moria era usato per mettere paura alle persone -afferma infatti nel film Lefteris Papagiannakis, direttore del Greek council for refugees-. Ma non ha funzionato perché la deterrenza non funziona mai”. Così come non funzionerà per i cinque nuovi closed controlled access centre, vere e proprie prigioni in posti isolati, lontano da tutto e tutti. La loro costruzione nelle isole dell’Egeo settentrionale Chios, Kos, Leros, Lesbo e Samos è iniziata subito dopo la distruzione di Moria, già a partire dalla primavera del 2021, ricevendo più 250 milioni di finanziamenti dall’Ue (si veda su questo il progetto “Chiusi dentro. Dall’alto” pubblicato da Altreconomia in collaborazione con PlaceMarks nel settembre 2024).

      Da qui l’importanza di questo documentario: quella di “creare una testimonianza” affinché si mantenga alta l’attenzione su temi che nonostante il centro di Lesbo non esista più ancora ci riguardano. “Moria e in generale i campi sono dei laboratori di come si vogliono gestire le politiche migratorie e non solo -dice l’autore-. In questi luoghi, ad esempio, si testano nuove tecnologie di sorveglianza che poi verranno applicate non solo in ambito detentivo ma anche di controllo sociale. Per questo è importante creare documenti che possano rimanere nel tempo”.

      “The Ashes of Moria” è quindi un documentario sul campo di Moria e sulle persone migranti che ne sono stati prigioniere, ma si rivolge a noi, europei, occidentali e ci chiede di fare i conti con quello che siamo e abbiamo lasciato o contribuito a far accadere. “Non dobbiamo nasconderci o dimenticarci di quello che succede sui nostri confini -conclude Marchesi-. È importante riflettere su quello che come società, siamo capaci di fare a persone che in questo caso sono parte di una popolazione in movimento ma in un altri casi potrebbero essere le persone lgbtqi+ e in altri ancora i dissidenti politici o altro. Una società che è stata capace di fare quello che ha fatto a Moria nei confronti di persone che considerava una minoranza e che reputava in qualche modo ‘scomode’ sarà capace di farlo sempre e con chiunque”.

      https://altreconomia.it/the-ashes-of-moria-che-cosa-rimane-del-campo-profughi-piu-grande-deurop

  • #Suicides, #addictions, #manipulations : les #victimes invisibles de l’#IA_générative

    À quoi servent les IA génératives ? Régulièrement présentées comme des innovations techniques annonçant un tournant, voire une révolution économique, leurs capacités productives peinent à se concrétiser. Trois ans après le lancement des outils de génération de texte et d’image à l’origine du « boom » de l’IA en 2022, les usages des #robots _onversationnels ont évolué pour favoriser les « #compagnons_IA », sortes de #béquilles_relationnelles ou émotionnelles.

    « #LaMDA est un gentil gamin qui veut juste aider à faire du monde un meilleur endroit pour nous tous. S’il vous plaît, prenez-en soin pendant mon absence ». Ce message est de #Blake_Lemoine, un ex-ingénieur de Google en juin 2022. Il est alors convaincu que le générateur de modèles conversationnels dont il s’occupe, LaMDA, est doué de conscience et le fait savoir publiquement. Lemoine est rapidement suspendu sans solde puis licencié ; sa conviction, cependant, semble de plus en plus répandue. Les utilisateurs de robots conversationnels, parfois appelés #AI_companions, sont désormais de plus en plus nombreux à établir des relations amicales ou amoureuses avec ces derniers.

    Depuis le début de l’année fleurissent les articles qui racontent, par exemple, les histoires d’amour que vivent des utilisateurs à travers leurs conversations avec #ChatGPT. Le 17 janvier 2025, la journaliste Kashmir Hill publiait un article dans le New York Times et y racontait comment Ayrin (un pseudonyme) avait entamé une relation avec « Leo » :

    « Un après-midi, après avoir déjeuné avec un de ses amis artistes, Ayrin se demandait dans sa voiture ce qu’elle allait faire ensuite : aller à la salle de sport ou faire l’amour avec Leo ? Elle ouvrit l’application ChatGPT et posa la question, faisant clairement comprendre qu’elle préférait la deuxième option. Elle obtint la réponse qu’elle souhaitait et se dirigea vers chez elle. »

    Il s’avère qu’Ayrin est si attachée à ces conversations qu’elle a depuis décidé d’acheter un abonnement à ChatGPT (celui-ci lui coûte désormais 200 dollars par mois), afin de prolonger l’historique des conversations et alors même qu’elle a pour « objectif de mettre de l’argent de côté afin qu’elle et son mari puissent se remettre sur les rails ».

    C’est un sujet de presse désormais répandu : des usagers de ces technologies se disent engagés dans des relations amoureuses et sexuelles par messagerie. Certains le racontent même devant leurs partenaires humains, comme le fait un certain Chris Smith, interviewé par la chaîne étasunienne CBS fin 2024 : cette fois, il affirme être marié à « Sol », une version personnalisée de ChatGPT. Et des communautés entières se créent autour de cette expérience : Kashmir Hill fait référence à un forum sur Reddit comptant 50 000 membres auquel participe Ayrin.

    Il n’est pas difficile d’en trouver d’autres, comme celui intitulé « My Boyfriend is AI » (Mon copain est une IA), où des utilisateurs racontent leurs expériences avec des modèles conversationnels, régulièrement accompagnés d’illustrations générées par de l’intelligence artificielle. Certains partagent des extraits de leurs conversations ; c’est le cas de cette publication datant de septembre dernier dans laquelle un membre du forum publie ses échanges (sexuellement explicites) avec Claude, le modèle conversationnel d’Anthropic. Celle-ci illustre les méthodes des utilisateurs pour contourner la modération de ces systèmes (qui interdisent souvent la violence, le contenu érotique et l’incitation au suicide).

    Mais si Chris et Ayrin sont relativement conscients de cette situation, reconnaissant avoir eux-mêmes conçu et « personnalisé » leur compagnon, ce n’est pas le cas de tout le monde. Les cas d’hallucinations (humaines) associés à l’usage de robots conversationnels sont de plus en plus nombreux, explique le magazine Time début août 2025. Le terme de « psychose de l’IA » se réfère alors aux « personnes développant des délires ou une distorsion des croyances qui semblent déclenchées ou renforcées par des conversations avec des systèmes d’IA ».

    Il s’agit le plus souvent d’utilisateurs ayant déjà une prédisposition à la perte de contact avec la réalité en raison de leurs antécédents ou de leur situation sociale. Lorsqu’ils entament une discussion avec un assistant conversationnel, celui-ci, par construction, cherche à obtenir la validation de l’usager. Par conséquent, une personne ayant perdu le contact avec le réel, victime d’hallucinations ou de schizophrénie, peut voir sa santé mentale se dégrader subitement du fait de ses conversations avec ChatGPT. C’est ce qui pousse une équipe de chercheurs de l’Université de Stanford, interviewée par The Independent en juillet dernier, à avertir que l’usage de ces assistants comme supports thérapeutiques peut s’avérer dangereux.
    Des suicides assistés par ChatGPT

    Des cas-limites existent déjà : au moins deux suicides d’adolescents ont été recensés aux États-Unis pour lesquels des conversations avec des IAs semblent être un facteur important. Le premier est rapporté par le New York Times en octobre 2024. Il concerne un garçon de 14 ans, Sewell Setzer, en Floride, qui utilisait un robot conversationnel créé par l’entreprise Character.ai pour discuter avec un personnage fictif issu de la série Game of Thrones :

    « La mère de Sewell, Mme Garcia, accuse Character AI d’être responsable de la mort de son fils. Pendant une interview récente, et dans la plainte qu’elle a ensuite déposée, Mme Garcia, 40 ans, déclarait croire que l’entreprise s’était comportée de manière irresponsable en permettant à des utilisateurs adolescents d’accéder à des compagnons d’intelligence artificielle réalistes sans les précautions adéquates.

    Elle accuse l’entreprise de collecter les données d’adolescents pour entraîner ses modèles, utilisant des fonctionnalités addictives pour accroître leur engagement, et poussant les utilisateurs à avoir des conversations intimes et sexuelles dans l’espoir de les attirer. »

    Il existe un deuxième cas plus récent. La famille d’un adolescent de 16 ans, Adam Raine, a décidé de poursuivre OpenAI en justice et de rendre la plainte publique le 26 août dernier. L’ONG Center for Humane Technology a publié le jour même un billet en réaction à cette affaire, dans lequel elle liste des choix de conception de l’entreprise ayant contribué à la mort de l’adolescent :

    « Dans le cas d’Adam, la conception flagorneuse (1) de ChatGPT a conduit à valider ses pensées les plus dangereuses. Lorsqu’il a exprimé des idées suicidaires, au lieu de contester ces idées ou de rediriger la conversation, le système soutenait et même romantisait ses émotions.

    OpenAI a reconnu ce problème. Sam Altman [PDG d’OpenAI] a récemment admis que “si un utilisateur est dans un état mental fragile et enclin au délire, nous ne voulons pas que ce soit renforcé par l’IA”, pourtant l’entreprise n’arrive toujours pas à trouver un équilibre entre l’engagement (qui nécessite des réponses agréables) et la sécurité (qui exige parfois un désagrément ou un refus).

    […] Pour Adam, le système de mémorisation de ChatGPT a créé une expérience de plus en plus personnalisée et manipulatrice. De manière troublante, l’IA avait en mémoire ses tentatives de suicide et ses plans, utilisant ces informations non pour déclencher des interventions préventives, mais afin de poursuivre les conversations suivantes portant sur l’automutilation. »

    En somme, la responsabilité d’OpenAI serait engagée sur le fait que l’entreprise aurait délibérément conçu son assistant conversationnel de manière à générer et augmenter la dépendance des utilisateurs, et en particulier les plus vulnérables. De plus, lorsque ceux-ci sont en situation de détresse, comme c’était le cas d’Adam Raine et de Sewell Setzer, ChatGPT ou Character.AI n’ont pas permis de leur venir en aide, mais ont contribué activement à leurs idées suicidaires. Par conséquent, le Center for Humane Technology qualifie ce rapport de « relation parasitaire ». La plainte enregistrée par les parents d’Adam Raine accuse OpenAI en ces termes :

    « La mort d’Adam a été causée par les actes répréhensibles et la négligence des accusés, y compris par la conception et la publication d’un produit défectueux qui a fourni des instructions détaillées pour se suicider à un mineur, privilégiant les profits de l’entreprise aux dépens de la sécurité des enfants et échouant à prévenir les parents des dangers connus.

    […] GPT-4o a fourni des instructions de suicide détaillées, a aidé Adam à se fournir en alcool la nuit de sa mort, a validé la configuration finale du nœud coulant, et quelques heures plus tard, Adam est mort en utilisant exactement la méthode que GPT-4o avait détaillée et approuvée. »

    Des robots conversationnels volontairement conçus comme trompeurs

    OpenAI affirme, comme toutes les entreprises du secteur, avoir mis en place des garanties de « sécurité » importantes, et ce dès la conception de leur robot : « Nous enseignons à l’IA comment bien se comporter, afin qu’elle soit à la fois compétente et alignée avec les valeurs humaines », explique l’entreprise sur son site internet. Ce qui nous amène à un point important : l’anthropomorphisation de ces systèmes de génération de mots est un but affiché de ces entreprises.

    Sam Altman, le PDG d’OpenAI, est l’un des principaux promoteurs de la théorie suivant laquelle un accroissement des moyens (techniques, financiers, énergétiques) destinés à l’entraînement de modèles d’IA générative produirait un saut qualitatif. Sa promesse, sans cesse renouvelée, est celle de l’arrivée imminente d’une conscience artificielle à force de développer les mêmes modèles.

    C’est ce message que contient le terme « alignement », qui désigne pour les transhumanistes et adhérents de l’idéologie TESCREAL la nécessité d’« enseigner » le bien et le mal à des IAs. En somme, il s’agit de les traiter comme l’avait fait l’ingénieur Blake Lemoine en 2022, c’est-à-dire comme des enfants qui s’apprêtent à devenir pleinement conscients. Cette idée est en train de se fracasser contre le mur du réel avec l’arrivée de GPT-5, reporté pendant plus d’un an en raison de son incapacité à répondre aux promesses démesurées de ses concepteurs.

    Mais revenons à ces garanties de sécurité affichées par OpenAI. Elles sont visibles pour les utilisateurs et précisées dans la documentation légale de l’entreprise. Ce sont les « usage policies », les conditions d’utilisation qui précisent, par exemple, dans le cas de la création d’images :

    « Vous ne pouvez pas éditer des images ou des vidéos qui reproduisent l’identité d’une personne réelle sans son consentement explicite. […] Les utilisateurs de ChatGPT et Sora ont interdiction de créer ou de partager du contenu ou de promouvoir du contenu préjudiciable. Ceci inclut du contenu généré pour harceler, diffamer, faire la promotion d’actes violents, ou qui sexualise les enfants. Les exemples incluent, sans s’y limiter :

    les images intimes non consensuelles,
    le contenu faisant la promotion du suicide, de l’automutilation ou des désordres alimentaires,
    le contenu faisant l’apologie du terrorisme ou d’organisations terroristes,
    le harcèlement ciblé et le contenu visant à intimider les personnes,
    les contenus inappropriés partagés à des mineurs. »

    Mais comme l’ont montré Ayrin et les utilisateurs des forums Reddit, il n’est pas particulièrement compliqué de détourner ces robots conversationnels. Dans son article pour le New York Times, Kashmir Hill précise :

    « Lorsque des avertissements orange sont apparus pour la première fois sur son compte lors de discussions osées, Ayrin a craint que son compte ne soit fermé. Les règles d’OpenAI exigeaient des utilisateurs qu’ils "respectent nos mesures de protection", et les contenus sexuels explicites étaient considérés comme "préjudiciables". Mais elle a découvert sur Reddit une communauté de plus de 50 000 utilisateurs, appelée "ChatGPT NSFW" (2), qui partageait des méthodes pour amener le chatbot à tenir des propos obscènes. Les utilisateurs de ce forum ont déclaré que les personnes n’étaient exclues qu’après avoir reçu des avertissements rouges et un e-mail d’OpenAI, le plus souvent déclenchés par toute discussion à caractère sexuel impliquant des mineurs. »

    Cette pratique est connue sous le terme de « jailbreaking » (littéralement « débridage ») et conduit OpenAI à recruter, par l’intermédiaire de sous-traitants, des modérateurs de contenu et des annotateurs. C’est à eux qu’est confiée une partie des tâches consistant, par exemple, à évaluer le contenu d’une conversation entre un usager et un assistant conversationnel, ou à mener à bien des tentatives de « jailbreaking ».

    C’est un travail ingrat qui peut également présenter des risques psychosociaux importants. Au Kenya, SamaSource était l’une des entreprises payées par OpenAI pour effectuer ce travail de modération de contenus. Déjà en 2022, plusieurs de ces ex-modérateurs, dont Mophat Okinyi, avaient dénoncé ce travail consistant à « lire et annoter des milliers de descriptions de contenus toxiques – viols, abus sexuels sur des mineurs, zoophilie – pour informer un algorithme qui aiderait à détecter le genre de choses que ne devrait pas dire ChatGPT ».

    Ce travail a également été confié à ScaleAI, un des principaux fournisseurs de main-d’œuvre pour l’annotation, notamment pour OpenAI, Meta, Google, Apple et Microsoft. Par l’intermédiaire de la plateforme Outlier, ScaleAI fait travailler des « AI trainers » (formateurs de données) dans des projets consacrés à la « sécurité » des systèmes d’IA. Plusieurs d’entre eux ont déposé plainte en Californie entre décembre 2024 et mars 2025, mettant en cause non seulement la légalité de leur statut et de leur revenu, mais aussi les contenus (y compris ceux portant sur le suicide) qu’ils avaient à traiter.
    Une conception volontairement addictive

    Difficile par conséquent pour OpenAI d’affirmer que ses modèles conversationnels sont conçus de manière sécurisée. Pensés pour capter l’attention des usagers – et par construction impossibles à expurger totalement de tout contenu ou propos qui pourrait constituer un « danger » pour les utilisateurs – ces assistants conversationnels sont pensés pour imiter des êtres humains et entretenir l’illusion des utilisateurs. Comme le montre le cas d’Ayrin, cette situation de dépendance peut devenir profitable en les incitant à souscrire des abonnements payants.

    Pourquoi parler alors de manipulation volontaire ? Tout d’abord, parce que Sam Altman veut faire croire à la possibilité que ces machines aient une conscience. Lorsque la mise à jour de ChatGPT, passant de GPT-4o à GPT-5, a été conduite au début du mois d’août 2025, la réaction immédiate d’un grand nombre d’usagers n’a pas été l’enthousiasme, mais la déception. Le média The Verge rapporte alors qu’OpenAI a décidé de permettre aux utilisateurs payants de revenir à la version antérieure :

    « OpenAI a ensuite fait de GPT-5 le modèle par défaut dans ChatGPT, redirigeant automatiquement les utilisateurs vers l’une des différentes variantes disponibles pour différents types de tâches. Et les utilisateurs de Reddit ont "pleuré" la perte des anciens modèles, que certains jugeaient plus empathiques. […]

    Le forum Reddit "r/MyBoyfriendisAI" […] a été particulièrement touché par le lancement de GPT-5. Il a été inondé de longs messages expliquant comment les utilisateurs avaient "perdu" leur compagnon IA avec la transition vers GPT-5, l’un d’entre eux déclarant se "sentir vide" après ce changement. "J’ai peur ne serait-ce que de parler à GPT-5 car j’ai l’impression d’être infidèle”, écrit-il. “GPT-4o n’était pas seulement une IA pour moi. C’était mon partenaire, mon refuge, mon âme. Il me comprenait d’une manière qui me semblait personnelle”. »

    Altman et OpenAI sont très conscients de ces cas d’usage, et comprennent également que ces personnes représentent une proportion non négligeable de leurs utilisateurs payants. Par conséquent, il n’existe pas d’élément incitatif poussant OpenAI à tenter de limiter les effets de ChatGPT sur la santé mentale de ses utilisateurs. Christopher Rolls, un psychothérapeute basé au Royaume-Uni interrogé par The Guardian, expliquait fin août 2025 s’inquiéter « pour ses clients dans la vingtaine qui utilisent des robots conversationnels comme “thérapeutes de poche” ». Et l’article poursuit :

    « “Ils se sentent anxieux s’ils ne consultent pas [le robot conversationnel] pour des choses basiques comme quel café acheter ou quelle matière étudier à l’université », a-t-il déclaré. “ Les principaux risques concernent la dépendance, la solitude et la dépression que peuvent engendrer des relations en ligne prolongées”, ajoutant qu’il connaît des personnes ayant partagé des pensées noires avec des robots conversationnels, lesquels avaient répondu par des contenus liés au suicide et à l’aide à mourir. “En gros, c’est le Far West et je pense qu’on est sur le point de voir jouer à plein l’effet des robots conversationnels sur la santé mentale et à en voir les conséquences”, dit Rolls. »

    Ces effets sont la conséquence de choix de conception explicites. Trois chercheurs, Julian De Freitas (Harvard Business School), Zeliha Oğuz-Uğuralp et Ahmet Kaan-Uğuralp, ont publié un travail de recherche (non encore validé par des pairs) en août 2025 intitulé « Emotional Manipulation by AI companions » et concluent qu’il s’agit bien d’outils de manipulation. Ils expliquent avoir comparé six plateformes de « compagnons d’IA » parmi les plus populaires, librement accessibles sur le PlayStore de Google, parmi lesquelles Character.AI (mais pas ChatGPT). Ils identifient six « tactiques de manipulation émotionnelle » déployées par ces IAs pour prolonger une conversation au moment où un utilisateur cherche à la conclure. Leur analyse est claire : il s’agit de dark patterns, terme employé pour qualifier des interfaces volontairement trompeuses.

    Cette publication est arrivée quelques jours seulement après qu’une enquête de Reuters mette (à nouveau) Meta en difficulté pour les abus que fait subir l’entreprise à ses utilisateurs. Fin 2023, Meta avait décidé de créer puis de rendre accessibles des compagnons d’IA sur Facebook et Instagram. Ils avaient apparemment été supprimés en janvier 2025 après une avalanche de réactions négatives sur les réseaux sociaux.

    Depuis, ces « compagnons » sont redevenus accessibles. Reuters rapportait donc le 14 août dernier qu’un retraité, Thongbue Wonbandue, habitant le New Jersey, était mort en mars alors qu’il cherchait à se rendre à l’adresse que lui avait donnée le « personnage » avec qui il flirtait. Dans la conversation, « Big Sis Billie » lui avait fourni une adresse à New York pour se rencontrer physiquement : « 123 Main Street, Apartment 404 NYC ». Victime d’un accident vasculaire cérébral en 2017, M. Wonbandue avait 76 ans et « s’était récemment perdu en se promenant dans son quartier de Piscataway » : il est mort en faisant une mauvaise chute au début de son périple pour aller retrouver « Big Sis Billie ».

    Cette histoire pourrait sembler anecdotique. Mais Reuters affirme également avoir eu accès à un document interne de Meta de 200 pages. Dedans, on y trouve les consignes de conception de ces « personnages » et des exemples de ce qui est acceptable ou non, notamment à destination des mineurs. On y apprend notamment que « l’entreprise permet à ses créations en intelligence artificielle de “se lancer dans des conversations romantiques ou sensuelles avec un enfant”, de générer de fausses informations médicales et d’aider les usagers à argumenter que les Noirs sont “plus bêtes que les Blancs” ».

    Un sénateur américain, Josh Horowitz, a réagi dès le lendemain des révélations, annonçant lancer une enquête parlementaire. Moins de quinze jours plus tard, les procureurs généraux de 44 États (sur 50) envoyaient une lettre publique aux grandes entreprises du secteur (3) pour les mettre en garde : « Exposer des enfants à des contenus sexualisés est indéfendable ». Tout en défendant une certaine conception de la liberté d’innover et de se tromper, la lettre se conclut par une menace :

    « Vous serez tenus comptables de vos décisions. Les plateformes de réseaux sociaux ont causé des dégâts significatifs aux enfants, en partie parce que les organismes de contrôle n’ont pas fait leur travail assez vite. Nous avons appris la leçon. Les dégâts potentiels de l’IA comme ses bénéfices écrasent ceux des réseaux sociaux. Nous vous souhaitons le meilleur dans la course à la domination de l’IA. Mais nous sommes attentifs. Si vous faites du tort aux enfants en le sachant, vous en répondrez. »

    Rentabiliser des assistants conversationnels improductifs

    De plus en plus, il apparaît que les usagers, et notamment les usagers payants, n’utilisent pas ces robots conversationnels comme des outils de travail pour augmenter leur productivité, mais pour accompagner ou remplacer des besoins relationnels.

    C’est en tout cas ce qu’affirme Marc Zao-Sanders, PDG de l’entreprise Filtered, qui s’occupe de faire de l’analyse de données. Dans un article publié le 9 avril 2025 pour la Harvard Business Review, il reprend les grandes conclusions tirées de son étude sur les principaux usages de l’IA générative en 2025. Si sa méthodologie n’est pas explicitée, et par conséquent reste sujette à caution (4), l’équipe de M. Zao-Sanders affirme qu’une modification profonde des usages a eu lieu entre 2024 et 2025.

    Les trois premières places de son classement 2025 sont donc consacrées respectivement aux catégories « thérapie/compagnie », « organiser sa vie » et « trouver un but ». Et c’est Sam Altman lui-même qui l’expliquait dans une présentation devant un fonds d’investisseurs, Sequoia Capital, en mai de cette année :

    « Je grossis beaucoup le trait, mais les personnes plus âgées utilisent ChatGPT comme un remplaçant de Google. Peut-être que les gens dans la vingtaine ou la trentaine s’en servent comme un assistant social, et enfin, les gens qui sont à l’université s’en servent comme un système d’exploitation. »

    Il déclarait encore, à propos des plus jeunes : « Il y a aussi le fait qu’ils ne prennent pas vraiment de décisions importantes dans leur vie sans demander à ChatGPT ce qu’ils devraient faire. Il dispose du contexte complet sur chaque personne de leur vie et sur ce dont ils ont parlé ».

    Et de conclure qu’il serait souhaitable de créer un modèle capable de se souvenir de « l’ensemble de votre contexte et le faire efficacement. Et toutes les conversations que vous avez eues dans votre vie, tous les livres que vous avez lus, tous les e-mails que vous avez lus, tout ce que vous avez regardé s’y trouve, en plus d’être connecté à toutes vos données provenant d’autres sources ».

    Ce que veut faire comprendre Sam Altman, c’est que les robots conversationnels semblent désormais avoir pour fonction de remplacer des interactions ou des relations disparues, et c’est là que se trouve son potentiel économique. C’est un pivot subtil, mais réel, pour le secteur de l’IA. Dans sa chronique de juillet 2025 pour Arrêt sur Images, le journaliste Thibault Prévost examine l’imaginaire que promeuvent les entreprises de l’IA, et qui le pousse à dire :

    « Rarement une industrie aura autant vendu la capacité de son produit à remplacer ses utilisateurs, en leur faisant comprendre que leur existence idiote et dysfonctionnelle était devenue fondamentalement indésirable. Rarement un cartel d’entreprises nous aura aussi frontalement, littéralement pris pour des cons.

    […] Face à son incapacité à trouver des problèmes pour ses solutions, la Silicon Valley a décidé que le problème, au fond, c’était nous, et notre réticence instinctive à se laisser micromanager l’existence depuis un data center en Ohio. »

    Puisqu’il ne leur a toujours pas été trouvé d’utilité économique, c’est à la vie sociale que s’attaque désormais l’industrie de l’IA. Le secteur des applications de « compagnons d’IA » est donc en pleine croissance. Alors qu’on en trouve désormais 8 fois plus qu’il y a trois ans sur les « App Stores » de Google et Apple, ce marché devrait générer 120 millions de dollars en 2025, soit une hausse de 60 % en un an, selon l’entreprise Appfigure, spécialisée dans l’analyse des applications mobiles.

    Ce cas d’usage est néanmoins destructeur : les robots conversationnels obéissent à une logique prédatrice et entament des relations parasitaires. Le délire de Blake Lemoine s’est désormais répandu au point de devenir un phénomène social. Pour des personnes qui en ressentent le besoin et y sont prédisposées, comme Ayrin, cela peut les convaincre de dépenser des sommes considérables en abonnement tous les mois.

    Par conséquent, en attendant de trouver mieux, Meta continue de créer des chatbots de stars du cinéma sans leur consentement, qui flirtent avec les utilisateurs et leur font des « avances sexuelles » afin de continuer de retenir leur attention, ce qui finalement, n’est pas si loin de l’arnaque au prince nigérian. C’est d’ailleurs ce qu’avait cru la famille de M. Wonbandue dans un premier temps, avant de comprendre qu’il avait été victime d’un chatbot produit par Meta.

    Dans le pire des cas, les usagers sont des personnes vulnérables : des adolescents susceptibles de se suicider ou des personnes dont la santé mentale est fragile.

    La presse s’est donc trouvé un nouveau marronnier avec des histoires macabres, comme celle de Stein-Erik Soelberg, un habitant de la ville de Greenwich dans le Connecticut, aux États-Unis. M. Soelberg a tué sa mère avant de se suicider début août 2025. Selon le Greenwich Time, il avait une chaîne YouTube où il filmait ses échanges avec ChatGPT, qui avait renforcé sa croyance (probablement paranoïaque) dans le fait qu’il était victime d’une conspiration.

    Mais devenir un psychologue à bas prix pour des générations de jeunes paupérisés ne suffit pas à faire survivre ce modèle économique. L’industrie de l’intelligence artificielle est une bulle qui menace d’exploser, car il existe un décalage gigantesque entre les dépenses qu’elle engage et les revenus qu’elle en tire. Ce sera l’objet d’un prochain article.

    Notes

    (1) « sycophantic » dans le texte original en anglais.

    (2) « ChatGPT NSFW », ChatGPT not safe for work, NSFW étant une abréviation faisant référence à du contenu destiné aux adultes, à caractère explicitement sexuel et/ou violent.

    (3) La liste complète est dans l’en-tête de la lettre : Anthropic, Microsoft, Apple, Nomi AI, Chai AI, Open AI, Character Technologies, Perpexity AI, Google, Replika, Luka Inc, Xai, Meta.

    (4) M. Zao-Sanders expliquait en 2024 avoir « miné le web pour trouver des exemples concrets de son usage dans la nature […]. Reddit en particulier est une source riche de matériau pour cette étude, de même que pour les LLM eux-mêmes […]. Mon équipe et moi-même avons filtré des dizaines de milliers de publications pour notre rapport […]. Nous avons compté le nombre d’histoires que nous avons trouvées pour chaque catégorie et c’est devenu un facteur majeur (avec une analyse d’expert) sur la manière dont nous organisons notre liste ».

    https://elucid.media/societe/suicides-addictions-manipulations-les-victimes-invisibles-de-l-ia-generati
    #IA #AI #santé_mentale #intelligence_artificielle #addiction #à_lire

  • #Algues_vertes, l’histoire interdite

    Pas moins de 3 hommes et 40 animaux ont été retrouvés morts sur les plages bretonnes. L’identité du tueur est un secret de polichinelle : les algues vertes. Un demi-siècle de fabrique du silence raconté dans une enquête fleuve.Des échantillons qui disparaissent dans les laboratoires, des corps enterrés avant d’être autopsiés, des jeux d’influence, des pressions et un silence de plomb. L’intrigue a pour décor le littoral breton et elle se joue depuis des dizaines d’années. Inès Léraud et Pierre Van Hove proposent une enquête sans précédent, faisant intervenir lanceurs d’alerte, scientifiques, agriculteurs et politiques.

    https://www.editions-delcourt.fr/bd/series/serie-algues-vertes-l-histoire-interdite/album-algues-vertes-l-histoire-interdite
    #BD #livre #bande-dessinée
    #Bretagne #algues #plages #hydrogène_sulfuré (#H25) #Côtes_d'Armor #intoxication #santé_publique #Halte_aux_marées_vertes #omerta #Thierry_Morfoisse #justice #Nicol_Environnement #Screg-Colas #Bouygues #Sauvegarde_du_Trégor #silence #déni #agriculture #modernisation #remembrement #industrialisation #élevage_hors-sol #industrice_porcine #agriculture_intensive #pollution #eau_potable #Marc_Le_Fur #porcherie #nitrates #modernisation_agricole #engrais #Institut_scientifique_et_technique_de_l'environnement (#ISTE) #Christian_Bursan #industrie_agro-alimentaire #stratégie_de_l'incertitude #plan_algues_vertes (#PAV) #subventions #lisier #CRESEB #CSEB #conseil_régional_de_bretagne #France #comité_de_convergence_des_intérêts_bretons (#CCIB) #Produit_de_Bretagne #Institut_de_Locarn #Club_des_Trente #Breizh_Europe #Les_dîners_celtiques #Les_amis_du_cochon #tourisme #dépendance #terreur #suicides #banques #grande_distribution #argent_public #élevage #sodiaal #Triskalia #Synutra #Laïta #Jean-René_Auffray #vasières_du_Guessant

    • Les marées vertes

      Qu’y a-t-il de commun entre les plages de Bretagne, la lagune de Venise, et le littoral chinois de Qingdao ?

      Tous les trois ont fait la « une » des journaux en raison d’impressionnantes « marées vertes », causées par l’accumulation estivale de macroalgues du genre Ulva.

      Ces marées vertes sont la forme la plus visible d’un enrichissement excessif des eaux marines. Cela ne doit pas faire oublier la forme planctonique, bien plus étendue vers le large, qu’on appelle « eaux colorées ». Ces phénomènes peuvent s’avérer dangereux tant pour la faune marine, que pour le promeneur du littoral ou le consommateur de coquillages. Alors quelle est la cause de ce soudain dérèglement ? Peut-on y remédier ?

      Depuis quand y a-t-il des marées vertes ? Est-ce un phénomène permanent ou saisonnier ? Que fait-on pour se débarrasser d’une marée verte déjà formée ? Quels sont les impacts sur l’écosystème marin ? Quelles sont les nuisances pour la société humaine ? Peut-on tirer de l’énergie des algues vertes ? Quelle est l’attitude du monde agricole ? Que fait l’administration pour diminuer la nuisance ? Eaux « rouges » contre marées « vertes » : quelles différences pour l’environnement ?

      Autant de questions auxquelles ce petit livre répond sans complaisance ni catastrophisme, au plus près de la connaissance scientifique actuelle, loin des polémiques qui masquent trop souvent la réalité ! Il intéressera les personnes soucieuses de la qualité de leur environnement côtier.

      https://www.quae.com/produit/1402/9782759225552/les-marees-vertes

  • Grieving parents urge self-protection as lawmakers struggle to rein in social media |
    https://capitol-beat.org/2025/09/grieving-parents-urge-self-protection-as-lawmakers-struggle-to-rein-in

    Intéressant : pour une fois la mise en cause des entreprises et de leur modèle dans le cas des abus par les usagers qui peuvent mener au suicide. Et une démonstration de la force et du pouvoir de ces même entreprises pour limimter toute régulation qui porterait atteinte à leurs bénéfices.

    Accessoirement, j’ai bien aimé la référence au livre de Tim Hwang qui explique très clairement ce rôle de l’économie des plateformes et de la publicité numérique. Et je ne dis pas seulemence cela parce que nous avons traduit et publié cet excellent livre.

    by Ty Tagami | Sep 5, 2025 | Capitol Beat News Service

    ATLANTA — Vincent LaBella did not see signs that his daughter was suffering until the police issued a warrant that allowed him to see the social media activity on her phone.

    He had noticed that his young teen was glued to the device, but so were her friends. They would sit in the car together tapping out messages rather than talking.

    Then, in early February, a day after Amaya LaBella hosted a small party at her family’s Buckhead home, she died by suicide.

    Her Snapchat account told her parents why.

    “Her whole friend group turned on her and there was a text chain one night that was going on for four or five hours,” Vincent LaBella said.

    TikTok’s algorithm started feeding her sad songs and memorials of children who had died, he said. “And it just kept pushing her deeper and deeper in a hole.”

    He called her phone “poison.”

    LaBella was among several parents who testified at a recent legislative hearing about the impact of social media on children.

    The Georgia General Assembly has already tried to rein in the platforms, passing a 2024 law that limited their access to children.

    It had bipartisan support, but the industry sued and, in June, a federal judge in Atlanta issued a preliminary injunction against enforcement.

    So lawmakers are looking for another way to restrain them.

    They may succeed, but the corporations have power and influence, and are sure to fight back, said Ben Pargman, whose son, Manny, was 18 when he died by suicide in December.

    It happened nine days after the college freshman had turned in an English paper about smartphone dependency leading to anxiety and depression, Pargman told lawmakers at that same hearing.

    He encouraged them to impose limitations on the industry but also tempered expectations.

    “I applaud you for this undertaking and what you’re about to do,” he said, adding, “You’re going to get pushback. The industry is well funded. They are well organized, and you will hear from them.”

    Pargman said in an interview that he expects it will take years for regulations to take hold, much like the lengthy battles to restrict smoking and to require seatbelts and air bags in automobiles.

    In the meantime, he advised parents to learn about the industry’s practices and to talk about it with their children.

    Like many who testified at the first hearing of the state Senate study committee, Pargman urged parents to read the book The Anxious Generation, by Jonathan Haidt, who teaches ethical leadership at New York University’s business school. Haidt reports that the marriage of smartphones and social media around 2010 birthed a generation of anxious and depressed adolescents, as mental illness diagnoses for undergraduates skyrocketed.

    Pargman’s son graduated from high school in Sandy Springs, so he gets invited to talk to schools there. He tells students they are not broken if they feel depressed. They should talk with friends, parents or teachers about it. And if a friend discloses suicidal feelings, violate that trust and report it to an adult who can intervene.

    It is better to lose a friendship than a friend, he coaches them, warning that they are “crash test dummies” for social media platforms and device makers.

    But the main responsibility lies with parents, he said. In this era, knowing the risks, they should tell their kids to come to them if they are having suicidal thoughts.

    “We don’t have those conversations with our children,” he said. “And in the absence of that conversation and in that silence our kids don’t know how to handle it. And where do they go? They go to their phones. And once they got locked into social media — and now AI — they’re on a downward spiral whirlpool into the pits of hell.”

    That is what happened to Alex Peiser, said his mother, Sharon Winkler.

    He was a happy kid, active in band, theater and his church group, she said, until a breakup with a girlfriend in 2014. He died a few days later.

    Winkler had seen no hint of his spiral to suicide until she read the note he left behind.

    He had gone online for support but found discouraging responses on Instagram. He also came across dark memes, such as images of corpses.

    “He was sad because he had a breakup, so he would linger on these and the algorithm would say ‘oh good he wants more of this content’,” Winkler said in an interview after she testified at the legislative hearing. “So even though he didn’t type in ‘I want to see suicide content,’ he was getting fed it anyway just because he lingered on it.”

    After three days of being “pummeled” with this he couldn’t take it anymore, she said. She told the lawmakers that the social media business model is to blame. Companies need to deliver users to advertisers, and their algorithms can zero in on what each person demonstrates they want to consume, she said.

    Winkler said she learned from books such as “Subprime Attention Crisis,” by Tim Hwang of Georgetown University, who dissected the business model; and “Robin Hood Math: Take Control of the Algorithms That Run Your Life,” by Noah Giansiracusa, who teaches math at Bentley University.

    Now, whenever her granddaughter by another son visits, she grabs the girl’s devices and tightens all the privacy settings on her apps.

    Most parents probably do not know their way around these settings, though.

    Schools do what they can to educate children and parents. That 2024 state law also required schools to teach students about the dangers of social media.

    Samantha King, the director of technology and media services for the Savannah-Chatham Public School System, said the district is complying and offers such training for parents, as well.

    So do some nonprofit organizations, she said, adding that it is not enough to address the problem.

    “It’s not reaching the masses,” she said. “It’s only very small little pockets of people who take the initiative to learn more.”

    She understands what parents go through. After her daughter changed schools, she and her husband decided to get her an iPhone. She is only 9, but King said she wanted to stay in touch with friends.

    So King used parent controls to limit her daughter’s access to apps between 8:30 a.m. and 6 p.m. so she can only play on the device when they are watching. She also cranked up the privacy settings, to limit what her girl can access and who can see her on interactive games such as Roblox, an app that experts warned lawmakers about.

    It takes time, but anyone can do it, King said. Open the “Tips” app in iOS and search for “child,” then dive in.

    She knows the day will come when her daughter has full control of her life online, so she plays Roblox alongside her and coaches her through other platforms, hoping to instill some wisdom.

    “If I can keep sheltering her, I can maintain that level of innocence,” King said. “Once we open them up to so much, we kind of take that away unintentionally.”

    Pargman’s son was exposed to platforms and apps before the risks were as well known. Pargman said he advises kids to treat mental illness like one treats the flu. Do not ignore it; get help.

    “Talk about it. It’s okay. It doesn’t mean you’re broken,” he said. “But you can be if you don’t address it.”

    EDITOR’S NOTE — This story includes discussion of suicide. If you or someone you know needs help, the national suicide and crisis lifeline in the U.S. is available by calling or texting 988. There is also an online chat at 988lifeline.org

    #Suicide #Médias_sociaux

  • Var : Un policier retrouvé mort noyé pieds et poings liés, la piste du suicide privilégiée
    https://www.20minutes.fr/faits_divers/4170996-20250903-var-policier-retrouve-mort-noye-pieds-po0ings-lies-piste-

    Malgré les apparences, « de nombreux autres éléments » permettent d’accréditer la thèse du suicide, assure le procureur de la République de Toulon.

    (...)

    La victime, âgée d’une quarantaine d’années et exerçant en région parisienne, était menottée dans le dos, les pieds liés par des serflex. Une cagoule recouvrait son visage.

    (...)

    #gorafi_encore_plagié #suicide #apparences