• Il brand mafia, tra TikTok e #dark_web

    I criminali si sono adeguati alle piattaforme per costruire la versione digitale dell’estorsione. In questo caso, si tratta di un pizzo sull’economia dell’attenzione. Intervista allo storico Marcello Ravveduto

    Le mafie del XXI secolo hanno dovuto adattarsi alle regole dei media e della società dei consumi per garantirsi sopravvivenza e legittimazione sociale. E ciò è avvenuto attraverso due passaggi: da un lato, la normalizzazione dei codici criminali, alimentata anche da chi sui social banalizza e riproduce gli immaginari mafiosi; dall’altro, l’uso strategico dello spazio digitale, gestito tra visibilità (TikTok) e occultamento illecito (dark web). Sono alcune delle conclusioni contenute nel rapporto Le mafie nell’era digitale: focus TikTok, curato per Fondazione Magna Grecia da Marcello Ravveduto, professore associato di Storia contemporanea all’Università di Salerno ed esperto di immaginari mafiosi.

    Ravveduto, perché concentrarsi sul binomio mafie-TikTok?

    È la naturale conseguenza del primo rapporto, dove abbiamo analizzato la presenza delle organizzazioni mafiose nell’ecosistema digitale. La ricerca si è concentrata sulle piattaforme user generated content, in cui l’utente è consumatore e al tempo stesso produttore di contenuti. TikTok si distingue per una serie di caratteristiche, ad esempio consente un utilizzo anonimo e i contenuti hanno un’alta volatilità. Inoltre, l’algoritmo premia l’engagement, la viralità e la visione seriale di alcuni generi e temi specifici.

    Questo crea un meccanismo in cui la mafia si configura come un sistema autoreferenziale, alimentato da una sorta di narcisismo criminale. L’obiettivo del rapporto non è solo informare, ma assicurarsi che l’opinione pubblica e gli utenti acquisiscano piena coscienza del fenomeno. Perché dietro i contenuti che etichettiamo come trash c’è molto altro; riderne e divulgarli può contribuire a normalizzare messaggi mafiosi.

    È corretto dire che la società dei consumi e dei media ha “conquistato” le mafie?

    Certamente la società dei consumi ha dettato le regole e i media, con le loro logiche, hanno ridefinito le modalità operative delle mafie. Su TikTok anche l’utente mafioso all’inizio deve comportarsi come un tiktoker e adeguare il suo stile di vita e la sua mentalità con l’obiettivo di raggiungere pubblici vasti. In sostanza, il mafioso deve seguire le regole imposte dall’algoritmo.

    Nel rapporto si parla di mafiofili. Chi sono?

    Sono utenti che manifestano apprezzamento per i contenuti che hanno uno sfondo mafioso: film, serie televisive o altro. Spesso si tratta di persone che non hanno rapporti diretti con le organizzazioni criminali, ma che sono suggestionate dal potere, dalla narrazione e dal fascino del racconto mafioso. Questi utenti, assai più numerosi dei mafiosi stessi, hanno un ruolo centrale nella riproduzione di contenuti e nella loro diffusione.

    Un’analisi di rete dei profili ha rivelato, infatti, che i mafiofili sono i veri motori della normalizzazione dei contenuti di matrice criminale. Non si limitano a consumarli, ma li utilizzano per inserirsi in un filone narrativo che si lega ad altri trend e temi: il lusso, il glamour, la moda, i motori e le culture giovanili in generale. Attraverso strumenti tipici delle piattaforme (meme, clip, challenge, lip sync, remix ecc.), i mafiofili creano un vero e proprio genere narrativo e questa narrazione si espande con grande facilità perché attrae pubblici diversi.

    Quindi normalizzando i contenuti finiscono per proteggere la figura del mafioso?

    Più che proteggerlo, lo sdoganano. Quando un utente è continuamente esposto a temi legati al cinema, alle serie tv o alla musica (sia essa trap o neomelodica), il successivo incontro con il contenuto del mafioso genera ambiguità: è una mera imitazione (alla Scarface o alla Tony Montana) oppure realtà? Le costruzioni retoriche utilizzate sono le stesse impiegate dagli influencer, che espongono decine di brand per promuovere il consumo. L’influencer indossa un capo firmato per promuovere il marchio, mentre il mafioso o il mafiofilo indossa lo stesso abito per dimostrare che la ricchezza ottenuta dal narcotraffico ne permette l’acquisto.

    Lei descrive una geografia digitale dove le mafie sono visibili su TikTok ("terre emerse") ma agiscono nell’ombra sul dark web ("sottosuolo"). Come si combinano queste due strategie?

    Se sulla terra trivelliamo per raggiungere il sottosuolo, nel mondo digitale usiamo le piattaforme crittografate per penetrare nel dark web.Il collegamento è garantito da strumenti che spesso sottovalutiamo: WhatsApp, Telegram e Messenger di Facebook sono tutti crittografati. Un altro punto di contatto sono i videogiochi con la partecipazione aperta, che creano pubblici numerosi e offrono chat integrate, facilitando i contatti. La ragione d’essere di questi due mondi è che sono complementari l’uno all’altro e al lavoro delle organizzazioni mafiose. La parte visibile è cruciale per la legittimazione sociale.

    Il mafioso è presente e riconosciuto nel quartiere che controlla e le persone devono sapere chi è per poterlo ossequiare. Nascondersi, invece, è una necessità intrinseca del crimine: se commetto un reato devo nasconderlo. Si tratta di due esigenze distinte: da un lato, cercare di influenzare la società alla luce del sole, dall’altro, commettere reati nascondendosi per non essere perseguiti. Il web replica la geografia fisica che è in grado di determinare anche una geografia sociale. Questa è la sua vera potenza.

    Molti video su TikTok usano l’ironia e rendono complesso l’intervento della piattaforma. Come distinguere tra un messaggio goliardico e uno che invece veicola codici e valori criminali?

    Il problema nasce quando l’ironia nasconde una minaccia o semplicemente una strategia per attirare l’attenzione, un messaggio compreso da chi appartiene al mondo criminale. Questa capacità di celare un secondo messaggio è la ragione per cui tali contenuti si espandono ben oltre la loro dimensione superficiale. L’unica strada è imparare a riconoscere i segnali portatori di più significati: simboli, ambienti, estetiche, acconciature e modi di vestire possono essere elementi indicativi. Non possiamo dire che una persona è mafiosa solo perché indossa un certo brand o usa l’emoji del leone, ma è necessario scavare più a fondo: chi è l’utente, chi sono i suoi follower, quali altri contenuti pubblica?

    Nel caso in cui, oltre all’ironia, i contenuti trattano temi come il carcere, i carcerati, o ancora se è ostentata la casa con i suoi stucchi barocchi, allora abbiamo degli elementi da valutare. Il criterio alla base di questa visibilità è un processo di vetrinizzazione tipico della società dei consumi: la persona si mette in mostra e diventa una merce. Loro sono consapevoli di essere i promotori del brand mafia e per promuoverlo usano un linguaggio pubblicitario composto da metafore, evitando riferimenti espliciti.

    Lei sostiene che le organizzazioni criminali si comportano come dei brand, che curano immagine e reputazione per attrarre il pubblico di riferimento.

    Sì, e aggiungo che tutto questo è nato spontaneamente, senza un pubblicitario o un regista a pianificare le strategie. I criminali si sono adeguati alle necessità delle piattaforme per costruire un processo di brandizzazione, hanno investito nella parte visibile per creare e costruire l’equivalente digitale di quello che una volta era il pizzo. In questo caso, si tratta di un pizzo sull’economia dell’attenzione. Ci sottraggono attenzione, costruendo un processo di legittimazione sociale che rafforza il loro brand.

    Ci può fare qualche esempio di come i mafiosi usano TikTok per fare branding?

    Propongono un modello di successo depurandolo dagli aspetti più negativi, in particolare quello della violenza. Spesso viene usata la stessa retorica dell’antimafia che commemora le vittime innocenti, ma applicata per glorificare i propri caduti. Esistono migliaia di profili che alternano slideshow
    con le foto dei morti ammazzati dei clan, trasformati in eroi e martiri. Fino a quando non comprenderemo che quel mondo parla come noi, ma alla rovescia, e che la chiave di volta è la costruzione di una post-verItà, non cambierà nulla.

    Ciò che per noi è vero, per loro non lo è, perché la loro verità è diversa. Questo è chiaro nelle dirette delle mogli dei boss, che dicono «mio marito è in galera, ma è una brava persona», oppure «mio marito spacciava, ma è un padre che non ha mai fatto mancare nulla ai figli». Siamo dinanzi a un meccanismo in cui la difesa dell’identità passa attraverso una verità alternativa. I social network prendono questo messaggio e lo spingono all’ennesima potenza.

    Su TikTok la figura femminile è rappresentata in una duplice veste: legata a un ruolo tradizionale e sottomesso, oppure protagonista nell’ostentazione e nell’uso dei codici criminali.

    In quel mondo l’emancipazione femminile è in realtà un processo di mascolinizzazione. La donna che ostenta il lusso e sostituisce il marito mostra la ricchezza e il potere guadagnati dal coniuge criminale. Simbolicamente, il patrimonio diventa la prova e la celebrazione del capofamiglia, anche se
    questo si trova in carcere. D’altronde sono persone cresciute con madri e nonne che hanno sempre vissuto in quel modo: la donna che non accudisce il suo uomo è considerata una cattiva femmina.

    Quando il marito non c’è più, la donna deve assumere un ruolo operativo, ma si comporta come un uomo. I rari casi di emancipazione avvengono quando comprende che deve uscire da quel contesto per salvare i propri figli, è solo allora che abbandona la figura della moglie e agisce esclusivamente nel ruolo di madre. Ma sono eventi eccezionali. Nella maggior parte dei casi, la donna è pienamente consapevole e integrata, se non felice. Tra l’altro, nel mondo criminale sono molto rari i femminicidi proprio perché la donna è completamente sottomessa.

    Chiudendo il cerchio, per risolvere il problema non basterebbe censurare alcuni contenuti criminali?

    La censura è inefficace. Possiamo chiudere tutti i profili di mafiosi e mafiofili, ma i messaggi continuerebbero a esistere, anzi tornerebbero sotto forme diverse. Le regole di TikTok sono chiare: l’intelligenza artificiale blocca i contenuti che presentano armi o un linguaggio scorretto, ma mafiosi e mafiofili possono aggirare questi vincoli, ad esempio utilizzando il dialetto. Da parte loro, forze di polizia, procure e tribunali hanno dei reparti dedicati al controllo dei social, ma se non c’è nulla di penalmente rilevante l’intervento risulta limitato.

    E allora qual è il metodo più efficace per contrastare il fenomeno?

    L’antimafia deve mettere da parte l’atteggiamento un po’ snob tenuto finora rispetto a queste piattaforme e cominciare ad affrontare le mafie sullo stesso “campo di battaglia”, proponendo una narrazione alternativa, ad esempio raccontando agli utenti dei social cosa si fa per contrastare le organizzazioni criminali. Senza questo scatto in avanti, gli algoritmi continueranno a costruire una sorta di pedagogia della mafia e tale visione diventerà sempre più parte integrante del nostro immaginario.

    https://lavialibera.it/it-schede-2515-il_brand_mafia_tra_tiktok_e_dark_web_marcello_ravveduto
    #mafia #réseaux_sociaux #TikTok #pizzo #extorsion #imaginaire #imaginaires_mafieux #algorithme #narcisisme_criminel #mafiofili

    • Le mafie e i social media

      Abiti firmati, auto di lusso, locali esclusivi, banconote in bella mostra. Sono i canoni dell’estetica criminale che le mafie italiane, al pari dei narcos e di altri clan, hanno imparato a sfruttare in maniera efficace. Sui social media ostentano ricchezza per affermare potere e raccogliere consensi, occupando la rete alla stessa stregua di un qualsiasi territorio di conquista. È la cosiddetta “mafiosfera”, per usare la terminologia coniata dal Professor Marcello Ravveduto.

      Un mondo digitale in cui le cosche convivono con il popolo degli emuli: i “mafiofili”, attratti dal fascino patinato dell’epopea malavitosa. Tra loro molti giovani, spesso inconsapevoli del fatto che, condividendo i contenuti pubblicati sui social, contribuiscano a banalizzare la violenza e l’illegalità. È un problema che finisce per riguardare tutti. Ovunque. Nel “mafiorama”, che dall’America Latina si è esteso all’Europa, compare anche la Svizzera, non certo estranea a mafiosi e “mafiofili”.

      https://www.usi.ch/it/feeds/33770
      #rapport #esthétique #richesse #pouvoir #territoire

    • Je me souviens d’une conversation passionnante où mon interlocuteur soutenait que la guerre avec les USA était non pas économique mais culturelle. Bon, un peu des deux quand même, mais modifier la façon de penser des autres, oui, ça a toujours été l’obsession américaine.
      #guerre_cognitive

  • Comment TikTok a changé la manière de concevoir des clips de musique
    https://www.ladn.eu/media-mutants/comment-tiktok-a-change-la-maniere-de-concevoir-des-clips-de-musique

    Exit les clips sur MTV... TikTok a forcé les artistes à changer la manière de faire des images.

    « Si je n’avais pas TikTok, je ne découvrirais jamais de musiques. Mon algorithme connaît mes goûts mieux que moi et plus besoin de clip à 2 millions d’euros pour me donner envie d’écouter. Ce qui marche, c’est que l’artiste me fasse sentir qu’il est humain, comme moi quoi… »

    C’est ce qu’explique Nicolas, 25 ans, à la sortie d’un concert de Eartheater qu’il a découverte sur TikTok. Mi-artiste de musique électronique, mi-créature extraterrestre, Eartheater n’est pas franchement « comme nous ». Mais ce qui plaît à Nicolas, c’est cette nouvelle forme d’art instantanée qu’elle met en scène sur la plateforme vidéo. Cette force, qu’elle partage avec d’autres artistes, est de créer une iconographie visuelle avec les moyens du bord et une intimité avec le public. Et ce, 7 fois par semaine, à travers des vidéos en 16:9.

    @iameartheater

    ‘Lucky’ out today w me and Varg #eartheater #draingang #lucky #trinityvigorsky #crazyates #covergirl #metal #doom #trinity #earth #tears #behemoth #messenoire
    ♬ original sound - Eartheater

    TikTok kills the clip star

    En août 1981, la chaîne MTV diffusait sa première vidéo sur le câble : The Buggles, Video Killed the Radio Star. L’ère des vidéos musicales commençait et nous passions d’auditeurs à spectateurs de musique. Aujourd’hui, le clip de cinq minutes à l’esthétique léchée et aux budgets faramineux (7 millions de dollars pour Scream de Michael Jackson) est devenu anachronique. Cette pièce maîtresse de l’industrie musicale laisse la place aux micro-contenus musicaux sur TikTok et Instagram, qui définissent les contours de la promotion par l’image

    #Musique #Vidéo #Clip #TikTok

  • Donald Trump est-il fasciste ? Comment l’historien américain Robert Paxton a changé d’avis
    https://www.courrierinternational.com/long-format/idees-donald-trump-est-il-fasciste-comment-l-historien-americ

    Éminent spécialiste du fascisme et de la France de Vichy, l’historien américain Robert Paxton pensait l’appellation galvaudée et inadéquate pour décrire Donald Trump. Aujourd’hui, il s’alarme de ce qu’il voit monter sur l’échiquier politique mondial – et en particulier du phénomène “trumpiste” aux États-Unis.

    [Cet article a été publié le 3 novembre 2024 et republié le 19 janvier 2025]

    L’historien Robert Paxton a passé la journée du 6 janvier 2021 rivé à son poste de télévision. Depuis son appartement de Manhattan, il a vu cette foule hostile marcher sur le Capitole, forcer les cordons de police et pénétrer à l’intérieur de l’édifice du Congrès américain. Beaucoup d’intrus portaient des casquettes floquées du sigle Maga [“Make America Great Again”, “rendre sa grandeur à l’Amérique”], d’autres des bonnets orange vif signalant leur appartenance au groupuscule d’extrême droite des Proud Boys. D’autres des accoutrements plus fantaisistes encore. “J’étais totalement hypnotisé par la scène”, me confesse Paxton, que j’ai rencontré cet été chez lui, dans la vallée de l’Hudson. “Je n’imaginais pas une telle chose possible.”

    #paywall

    • Is It Fascism ? A Leading Historian Changes His Mind.
      https://www.nytimes.com/2024/10/23/magazine/robert-paxton-facism.html

      Oct. 23, 2024

      The historian Robert Paxton spent Jan. 6, 2021, glued to his television. Paxton was at his apartment in Upper Manhattan when he watched a mob march toward the Capitol, overrun the security barriers and then the police cordons and break inside. Many in the crowd wore red MAGA baseball caps, while some sported bright-orange beanies signaling their membership in the Proud Boys, a far-right extremist group. A few were dressed more fantastically. Who are these characters in camouflage and antlers? he wondered. “I was absolutely riveted by it,” Paxton told me when I met him this summer at his home in the Hudson Valley. “I didn’t imagine such a spectacle was possible.”

      Paxton, who is 92, is one of the foremost American experts on fascism and perhaps the greatest living American scholar of mid-20th-century European history. His 1972 book, “Vichy France: Old Guard and New Order, 1940-1944,” traced the internal political forces that led the French to collaborate with their Nazi occupiers and compelled France to reckon fully with its wartime past.

      The work seemed freshly relevant when Donald Trump closed in on the Republican nomination in 2016 and articles comparing American politics with Europe’s in the 1930s began to proliferate in the American press. Michiko Kakutani, then the chief book critic for The New York Times, was among the first to set the tone. She turned a review of a new Hitler biography into a thinly veiled allegory about a “clown” and a “dunderhead,” an egomaniac and pathological liar with a talent for reading and exploiting weakness. In The Washington Post, the conservative commentator Robert Kagan wrote: “This is how fascism comes to America. Not with jackboots and salutes,” but “with a television huckster.”

      In a column for a French newspaper, republished in early 2017 in Harper’s Magazine, Paxton urged restraint. “We should hesitate before applying this most toxic of labels,” he warned. Paxton acknowledged that Trump’s “scowl” and his “jutting jaw” recalled “Mussolini’s absurd theatrics,” and that Trump was fond of blaming “foreigners and despised minorities” for ‘‘national decline.’’ These, Paxton wrote, were all staples of fascism. But the word was used with such abandon — “everyone you don’t like is a fascist,” he said — that it had lost its power to illuminate. Despite the superficial resemblances, there were too many dissimilarities. The first fascists, he wrote, “promised to overcome national weakness and decline by strengthening the state, subordinating the interests of individuals to those of the community.” Trump and his cronies wanted, by contrast, to “subordinate community interests to individual interests — at least those of wealthy individuals.”

      After Trump took office, a torrent of articles, papers and books either embraced the fascism analogy as useful and necessary, or criticized it as misleading and unhelpful. The polemic was so unrelenting, especially on social media, that it came to be known among historians as the Fascism Debate. Paxton had, by this point, been retired for more than a decade from Columbia University, where he was a professor of history for more than 30 years, and he didn’t pay attention to, let alone participate in, online debates.

      Paxton was reluctant to join other historians in equating Trumpism with fascism. Jan. 6 changed his mind.Credit...Ashley Gilbertson/VII, for The New York Times
      Jan. 6 proved to be a turning point. For an American historian of 20th-century Europe, it was hard not to see in the insurrection echoes of Mussolini’s Blackshirts, who marched on Rome in 1922 and took over the capital, or of the violent riot at the French Parliament in 1934 by veterans and far-right groups who sought to disrupt the swearing in of a new left-wing government. But the analogies were less important than what Paxton regarded as a transformation of Trumpism itself. “The turn to violence was so explicit and so overt and so intentional, that you had to change what you said about it,” Paxton told me. “It just seemed to me that a new language was necessary, because a new thing was happening.”

      When an editor at Newsweek reached out to Paxton, he decided to publicly declare a change of mind. In a column that appeared online on Jan. 11, 2021, Paxton wrote that the invasion of the Capitol “removes my objection to the fascist label.” Trump’s “open encouragement of civic violence to overturn an election crosses a red line,” he went on. “The label now seems not just acceptable but necessary.”

      Until then, most scholars arguing in favor of the fascism label were not specialists. Paxton was. Those who for years had been making the case that Trumpism equaled fascism took Paxton’s column as a vindication. “He probably did more with that one piece than all these other historians who’ve written numerous books since 2016, and appeared on television, and who have 300,000 Twitter followers,” says Daniel Steinmetz-Jenkins, an assistant professor at Wesleyan and the editor of a recent collection of essays, “Did it Happen Here?” Samuel Moyn, a historian at Yale University, said that to cite Paxton is to make “an authority claim — you can’t beat it.”

      This summer I asked Paxton if, nearly four years later, he stood by his pronouncement. Cautious but forthright, he told me that he doesn’t believe using the word is politically helpful in any way, but he confirmed the diagnosis. “It’s bubbling up from below in very worrisome ways, and that’s very much like the original fascisms,” Paxton said. “It’s the real thing. It really is.”

      Calling someone or something “fascist” is the supreme expression of moral revulsion, an emotional impulse that is difficult to resist. “The temptation to draw parallels between Trump and the fascist leaders of the 20th century is understandable,” the British historian Richard J. Evans wrote in 2021. “How better to express the fear, loathing, and contempt that Trump arouses in liberals than by comparing him to the ultimate political evil?” The word gets lobbed at the left too, including by Trump at Democrats. But fascism does have a specific meaning, and in the last few years the debate has turned on two questions: Is it an accurate description of Trump? And is it useful?

      Most commentators fall into one of two categories: a yes to the first and second, or a no to both. Paxton is somewhat unique in staking out a position as yes and no. “I still think it’s a word that generates more heat than light,” Paxton said as we sat looking out over the Hudson River. “It’s kind of like setting off a paint bomb.”

      Paxton, who speaks with the lilt of a midcentury TV announcer or studio star, is an elegant, reserved man, with a dapper swoop of hair, long gone white, his face etched with deep lines. He and his wife, the artist Sarah Plimpton, moved out of New York City, where they lived for 50 years near the Columbia campus, only a few years ago. He told me that what he saw on Jan. 6 has continued to affect him; it has been hard “to accept the other side as fellow citizens with legitimate grievances.” That is not to say, he clarified, that there aren’t legitimate grievances to be had, but that the politics of addressing them has changed. He believes that Trumpism has become something that is “not Trump’s doing, in a curious way,” Paxton said. “I mean it is, because of his rallies. But he hasn’t sent organizers out to create these things; they just germinated, as far as I can tell.”

      Whatever Trumpism is, it’s coming “from below as a mass phenomenon, and the leaders are running to keep ahead of it,” Paxton said. That was how, he noted, Italian Fascism and Nazism began, when Mussolini and Hitler capitalized on mass discontentment after World War I to gain power. Focusing on leaders, Paxton has long held, is a distraction when trying to understand fascism. “What you ought to be studying is the milieu out of which they grew,” Paxton said. For fascism to take root, there needs to be “an opening in the political system, which is the loss of traction by the traditional parties” he said. “There needs to be a real breakdown.”

      Paxton was not quite 40 when he published his groundbreaking book about the Vichy regime. In demonstrating that France’s leaders actively sought collaboration with the Nazis and that much of the public initially supported them, he showed that the country’s wartime experience was not simply imposed but arose from its own internal political and cultural crises: a dysfunctional government and perceived social decadence.

      Later in his career, Paxton began to write comparatively about fascist movements across Europe in the 1920s and ’30s: what caused them to grow and win power (as in Italy and Germany) or to fail (as in Britain). The work was a response to what he saw as a fundamental misconception on the part of some of his peers, who defined fascism as an ideology. “It seems doubtful,” Paxton wrote in The New York Review of Books in 1994, “that some common intellectual position can be the defining character of movements that valued action above thought, the instincts of the blood above reason, duty to the community above intellectual freedom, and national particularism above any kind of universal value. Is fascism an ‘ism’ at all?” Fascism, he argued, was propelled more by feelings than ideas.

      Fascist movements succeeded, Paxton wrote, in environments in which liberal democracy stood accused of producing divisions and decline. That remains true not just of the United States today but also of Europe, especially France, where the far-right National Rally party of Marine Le Pen has inched closer and closer to power with each election cycle. “Marine Le Pen has gone to considerable lengths to insist that there is no common ground between her movement and the Vichy regime,” Paxton told me. “For me, to the contrary, she seems to occupy much the same space within the political system. She carries forward similar issues about authority, internal order, fear of decline and of ‘the other.’”

      Fifty years after “Vichy France” was published, it remains a remarkable book. It offers jarring details on the material and practical support provided to Nazi Germany by France, the largest supplier to the German war economy of both food and foreign male laborers in all of occupied Europe. But it also illuminates, with clarity and a degree of even-handedness that feels astonishing today, the competing historical and political traditions — progressive versus Catholic traditionalist, republican versus ancien-régime — that created the turbulent conditions in which Vichy could prevail and that continue to drive French politics today.

      “Vichy France,” published in France in 1973, profoundly shook the nation’s self-image, and Paxton is still something of a household name — his picture appears in some French high school history textbooks. He often comes up in the mudslinging of French politics. Éric Zemmour, a far-right pundit and one-time presidential candidate, who has sought to sanitize far-right politics in France by rehabilitating Vichy, has attacked Paxton and the historical consensus he represents.

      In “Vichy France,” Paxton asserted that “the deeds of occupied and occupier alike suggest that there come cruel times when to save a nation’s deepest values one must disobey the state. France after 1940 was one of those times.” The book was a “national scandal,” Paxton said. “People were quite horrified.” Paxton’s adversaries called him a naïf: He was American and had no history of his own. “I said, ‘Oh, boy, you don’t know anything,’” Paxton told me.

      Paxton was born in 1932 and raised in Lexington, a small town in the Appalachian hills of western Virginia. As he wrote in the introduction to “Vichy France” when it was reissued in 2001, his own family “still brooded, a century later, about its decline after the death of my great-grandfather in the Battle of Chancellorsville on May 3, 1863.” Paxton’s father was a lawyer and publisher of the local newspaper, and his family was liberal, but nonetheless they could see the “substantial house on a hilltop” that had belonged to his father’s grandfather, a brigadier general in the Confederate Army, occupied by another family since 1865. “The bitterness of the defeated South tended to express itself in the study of history,” he wrote. “My fellow Southerners spent their time researching, debating, commemorating, rewriting, even re-enacting their four-year ‘war for Southern independence.’” Surely, he thought, he would find in France “an equally active fascination with the history of Vichy.”

      Paxton chose to study European history to get away from American history, especially the South, which “felt rather stultifying,” he said. His parents sent him to Exeter for his last two years of high school, but instead of going on to Harvard or Yale, he decided to return to Lexington to attend Washington and Lee University, like generations of Paxtons before him. After graduating, he won a Rhodes scholarship to Oxford, did two years of military service, working for the Navy leadership in Washington, and then went to Harvard to earn a Ph.D. In 1960, he arrived in France to begin research for his dissertation.

      Paris at the time was brimming with rumors of an impending coup by French generals who were fighting to keep Algeria, then a colony, French, and who were angry that the government in Paris was not supporting them. The notion of an Army officer class that was loyal to the nation but not to its current government was, to Paxton, a resonant one. He wanted to write about how the officers were trained, but when he went to search the military academy’s archives, he was told they were bombed in 1944. A French adviser suggested that he focus instead on the Vichy period, a time of great confusion. But it had been only 15 years since the end of the war, and France had a rule about keeping archives closed for 50 years. Fortunately, Paxton also spoke German, and so there was another resource: the German archives, which had been captured by Allied forces and made accessible on microfilm.

      As he sorted through documents, Paxton began to question the narrative about Vichy that became dominant after the war. The French held that the Nazis maintained total dominion over France, and that Vichy was doing only what was necessary to protect the nation while waiting for liberation — the so-called double game. But this did not correspond to the records. “What I was finding was a total mismatch,” Paxton told me. “The French popular narrative of the war had been that they’d all been resisters, even if only in their thoughts. And the archives were just packed with people clamoring, defense companies wanting to construct things for the German Army, people who wanted to have jobs, people who wanted to have social contacts.”
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      In his book, Paxton argued that the shock and devastation of France’s 1940 military defeat, for which many French blamed the four years of socialist government and the cultural liberalization that preceded it, had primed France to accept — even support — its collaborationist government. After World War I, France was a power in decline, squeezed between the mass production of the United States and the strength of the newly formed Soviet Union. Many French citizens saw the loss of France’s prestige as a symptom of social decay. These sentiments created the conditions for the Vichy government to bring about what they called “the national revolution”: an ideological transformation of France that included anti-Jewish laws and, eventually, deportation.

      Every major French publication and broadcast reviewed the book. One reviewer sarcastically congratulated Paxton for solving France’s problems. Another offered “hearty cheers to this academic sitting in his chair on the other side of the Atlantic, 30 years later.” Many commentators, however, recognized that perhaps only an outsider could have accomplished what he did. It was true that the postwar narrative was already being publicly challenged: “The Sorrow and the Pity,” a searing 1969 documentary about French collaboration, and the controversial pardon of a Vichy parapolice leader raised questions among the younger generation about what actually happened during that period. But it was Paxton who “legitimized changes that were in the process of happening in French society,” Henry Rousso, a French historian and expert on Vichy, told me. “He had the allure of a Hollywood star. He was the perfect American for the French.”

      Paxton’s scholarship became the foundation for an entirely new field of research that would transform France’s official memory of World War II from one of resistance to one of complicity. It came to be known as the Paxtonian revolution. Yet even at the time, Paxton was judicious about the uses and misuses of “fascism.” In “Vichy France,” he acknowledged that “well past the halfway point of this book, the term fascism has hardly appeared.” This was not, he continued, “to deny any kinship between Vichy France and other radical right regimes of the 20th century,” but because “the word fascism has been debased into epithet, making it a less and less useful tool for analyzing political movements of our times.”

      To describe the French case as “fascism,” Paxton went on, was to dismiss “the whole occupation experience as something alien to French life, an aberration unthinkable without foreign troops imposing their will.” This, he warned, was a “mental shortcut” that “conceals the deep taproots linking Vichy policies to the major conflicts of the Third Republic.” That is, to everything that came before.

      In determining what counts as fascism, many historians still rely on parameters that came from Paxton. Throughout the 1960s and ’70s, historians argued about how best to understand and define it. Paxton wasn’t much involved in those debates, but by the early ’90s, he found himself dissatisfied with their conclusions. Their scholarship focused on ideas, ideology and political programs. “I found it bizarre how every time someone set out to publish a book or write an article about fascism, they began with the program,” Paxton told me when we met again, at Le Monde, a French bistro near the Columbia campus. “The program was usually transactional,” he said over our very French lunch of omelets and frites. “It was there to try to gain followers at a certain period. But it certainly didn’t determine what they did.”

      In 1998, Paxton published a highly influential journal article titled “The Five Stages of Fascism,” which became the basis for his canonical 2004 book, “The Anatomy of Fascism.” In the article, Paxton argued that one problem in trying to define fascism arose from the “ambiguous relationship between doctrine and action.” Scholars and intellectuals naturally wished to classify movements according to what their leaders said they believed. But it was a mistake, he said, to treat fascism as if it were comparable with 19th-century doctrines like liberalism, conservatism or socialism. “Fascism does not rest explicitly upon an elaborated philosophical system, but rather upon popular feelings about master races, their unjust lot, and their rightful predominance over inferior peoples,” he wrote in “The Anatomy of Fascism.” In contrast to other “isms,” “the truth was whatever permitted the new fascist man (and woman) to dominate others, and whatever made the chosen people triumph.”

      Whatever promises fascists made early on, Paxton argued, were only distantly related to what they did once they gained and exercised power. As they made the necessary compromises with existing elites to establish dominance, they demonstrated what he called a “contempt for doctrine,” in which they simply ignored their original beliefs and acted “in ways quite contrary to them.” Fascism, Paxton argued, was best thought of as a political behavior, one marked by “obsessive preoccupation with community decline, humiliation or victimhood.”

      The book, already a staple of college syllabuses, became increasingly popular during the Trump years — to many, the echoes were unmistakable.

      *

      When Paxton announced his change of mind about Trump in his 2021 Newsweek column, he continued to emphasize that the historical circumstances were “profoundly different.” Nonetheless, the column had a significant impact on the ongoing, and newly fierce, debate over whether Trump could be labeled a fascist. Ruth Ben-Ghiat, a historian of Italian Fascism at New York University, says that the column’s importance lay not only in the messenger, but also in marking Jan. 6 as a “radicalizing event.” In his 1998 article, Paxton outlined how fascism evolved, either toward entropy or radicalization. “When somebody allies with extremists to get to power and to sustain them, you have a logic of radicalization,” Ben-Ghiat says. “And we saw this happening.”

      Not everyone was persuaded. Samuel Moyn, the Yale historian, told me it was impossible not to admire Paxton — “he’s a scholar’s scholar, while also making a huge political difference” — but he still disagreed. In 2020, Moyn argued in The New York Review of Books that the problem with comparisons is that they can prevent us from seeing novelty. In particular, Moyn was concerned about the same “mental shortcuts” that Paxton warned against more than 50 years earlier. “I wanted to say, Well, wait, it’s the Republican Party, along with the Democratic Party, that led to Trump, through neoliberalism and wars abroad,” Moyn told me. “It just seems that there’s a distinctiveness to this phenomenon that maybe makes it not very helpful to use the analogy.”

      Michael Kimmage, a historian at Catholic University who specializes in the history of the Cold War and worked at the State Department, told me that even when it comes to Putin, a good candidate for the “fascist” label, the use of the word often generates a noxious incuriousness. “It becomes the enemy of nuance,” Kimmage says. “The only thing that provides predictive value in foreign policy, in my experience, is regime type,” Kimmage says. He argues that Putin has not behaved as a full-blown fascist, because his regime depends on maintaining order and stability, and that affects how he wages war. It should affect how the United States responds too.

      But for those who use the label to describe Trump, it is useful precisely because it has offered a predictive framework. “It’s kind of a hypothesis,” John Ganz, the author of a new book on the radical right in the 1990s, told me. “What does it tell us about the next steps that Trump may take? I would say that as a theory of Trumpism, it’s one of the better ones.” No one expects Trumpism to look like Nazism, or to follow a specific timeline, but some anticipated that “using street paramilitary forces he might do some kind of extralegal attempt to seize power,” Ganz said. “Well, that’s what he did.”

      Some of the most ardent proponents of the fascism label have taken it quite a bit further. The Yale historian Timothy Snyder offers lessons on fighting Trumpism lifted from totalitarian Germany in the 1930s in the way that many other historians find unhelpful. But the debate is not just an intellectual one; it’s also about actual tactics. Some on the far left accuse prominent figures in the political center (whom Moyn calls “Cold War liberals”) of wielding the label against Trump to get them to fall in line with the Democratic Party, despite having strong differences with parts of its platform. Steinmetz-Jenkins told me that he objects to the attitude that “what matters is winning, so let’s create an enemy, let’s call it fascism for the purpose of galvanizing consensus.” And this kind of politics, Kimmage notes, also comes with its own dangers. “Sometimes waving that banner, ‘You fascists on the other side, and we the valiant anti-fascists,’ is a way of just not thinking about how one as an individual or as part of a class might be contributing to the problem,” he says.

      Paxton has not weighed in on the issue since the Newsweek column, spending much of his time immersed in his life’s second passion, bird-watching. At his home in the Hudson Valley, I read back to him one of his earlier definitions of fascism, which he described as a “mass, anti-liberal, anti-communist movement, radical in its willingness to employ force . . . distinct not only from enemies on the left but also from rivals on the right.” I asked him if he thought it described Trumpism. “It does,” he said. Nonetheless, he remains committed to his yes-no paradigm of accuracy and usefulness. “I’m not pushing the term because I don’t think it does the job very well now,” Paxton told me. “I think there are ways of being more explicit about the specific danger Trump represents.”

      When we met, Kamala Harris had just assumed the Democratic nomination. “I think it’s going to be very dicey,” he said. “If Trump wins, it’s going to be awful. If he loses, it’s going to be awful too.” He scoured his brain for an apt historical analogy but struggled to find one. Hitler was not elected, he noted, but legally appointed by the conservative president, Paul von Hindenburg. “One theory,” he said, “is that if Hindenburg hadn’t been talked into choosing Hitler, the bubble had already burst, and you would have come up with an ordinary conservative and not a fascist as the new chancellor of Germany. And I think that that’s a plausible counterfactual, Hitler was on the downward slope.” In Italy, Mussolini was also legitimately appointed. “The king chose him,” Paxton said, “Mussolini didn’t really have to march on Rome.”
      Trump’s power, Paxton suggested, appears to be different. “The Trump phenomenon looks like it has a much more solid social base,” Paxton said. “Which neither Hitler nor Mussolini would have had.”

      #Trump #Robert_Paxton #fascisme #fascisme_par_le_bas #subjectivité

    • (...) Trump, dont [un des] ouvrages préférés, est un livre de discours d’Adolf Hitler (comme l’avait révélé, dans une interview pour Vanity Fair, Ivanna Trump, la première épouse du magnat).

      Tout comme Mencius Moldbug, Donald Trump pense que le dictateur du IIIème Reich a "aussi fait de bonnes choses", comme l’a confié au New York Times le général à la retraite John Kelly, ex-chef de cabinet de Trump lors de son premier mandat. L’une des premières décision de Donald Trump aura été de lever l’interdiction aux États-Unis de la plateforme chinoise #TikTok. Pour amadouer l’ours Xi Jinping ? Peut-être, mais pas seulement.

      Comme l’a révélé un rapport publié le 17 septembre dernier par l’ONG américaine Media Matters, prolifèrent sur l’application TikTok (depuis avril 2024) des discours d’Adolf Hitler, traduits en anglais par l’IA, qui le font passer pour un homme qui aurait été diabolisé, en niant ou en minimisant la gravité de ce qu’il a fait. Ces vidéos ont été vues des millions de fois.

      https://www.leshumanites-media.com/post/heil-trump

      (une remise en selle qui jouxte avec celle, plus ancienne, du Protocole des Sages de Sion dans d’autres contrées où ce qui est Russe a le mérite de ne pas être « occidental »)

    • Édito

      Par Ambroise Garel

      Je me dis souvent qu’il serait chouette que Diderot, revenu d’entre les morts, débarque dans mon bureau, où je lui montrerais Wikipédia. Passée la sidération provoquée par sa brusque résurrection puis par l’exposition à une technologie qui échappe totalement à tous les référentiels dont dispose son esprit, il serait probablement très enthousiaste et me demanderait comment fonctionne pareille technologie que j’utilise au quotidien. Ce à quoi je répondrais « mwwehhh, euh, c’est des paquets de données TCP/IP qui, euh... c’est magique ! », réponse qui ne saurait satisfaire un homme des Lumières.

      De la même façon, je me demande comment j’expliquerais à Adam Smith ce qui s’est passé ce week-end. Mettons de côté la partie préliminaire, où je devrais expliquer à l’auteur de La Richesse des nations ce qu’est un memecoin (comptez un jour ou deux), pour nous concentrer sur le cœur de cette histoire, à peine croyable : en lançant ce memecoin dont la capitalisation a immédiatement explosé, Donald Trump, en l’espace de même pas un week-end, aurait plus que décuplé sa richesse.

      C’est bien sûr plus complexe que cela : comme l’explique très bien la spécialiste des cryptos Molly White, multiplier la valeur d’un trumpcoin, à son cours actuel, par le nombre total de tokens (dont 80 % des tokens n’ont pas encore été émis et restent sous le contrôle de ses diverses holdings) n’a guère de sens. Néanmoins, en plus d’avoir créé une bulle spéculative qui a permis à des petits malins de se faire des millions en quelques heures, le trumpcoin constitue un précédent aussi fascinant qu’inquiétant. Tout d’abord parce qu’il s’agit d’un outil permettant de transformer, littéralement, le pouvoir en or. Mais surtout parce qu’avec son coin, Trump a fait entrer la corruption dans une nouvelle ère : au cours des trois prochaines années, 24 millions de trumpcoins seront mis en vente chaque mois, donnant l’occasion à n’importe qui de déposer, là aussi littéralement, de l’argent sur le compte bancaire du président des États-Unis d’Amérique. Qu’est-ce qui pourrait mal se passer ?

      Tout, en fait. Y compris pour Trump. Par l’odeur du pognon alléchée, l’équipe de Melania Trump a lancé son coin à son tour, torpillant du même coup la valeur de celui de son mari et la crédibilité des cryptomonnaies. Si même les sites procrypto et les cryptobros le disent, il reste des raisons d’espérer que toute cette tambouille s’effondre vite.

      P.S. : En guise de grosse coda (#masculinisme) à cet édito, un petit mot sur le salut nazi adressé par Musk à la foule durant la cérémonie d’investiture de Trump et une tentative de répondre à la question qui me hante : pourquoi a-t-il fait ça ?

      Non que je doute que Musk ait des sympathies nazies (qui peut encore oser le nier après sa conversation avec Alice Weidel ?) ou que je me demande s’il s’agissait bien d’un salut hitlérien (là aussi, il paraît difficile d’en douter). Mais parce que je reste convaincu que, même sous une administration Trump et dans le contexte géopolitique qu’on connaît, faire un salut nazi devant les caméras du monde entier reste un move stupide, auquel aucun idéologue d’extrême-droite « sérieux » ne se serait risqué.

      Mais Musk n’est pas un idéologue ordinaire. C’est avant tout un troll. Et pour le troll, issu de 4chan, du Gamergate et de toute cette culture de la provoc’ et de l’ironie trash où la souffrance de l’autre est toujours plus ou moins réductible à une blague, la seule question est celle des limites. Plus les modérateurs sont coulants, plus il se permet de choses. Et là, sur scène, devant une foule galvanisée, alors que Trump a gagné, que la victoire idéologique semble totale, qu’aucun pisse-froid de démocrate ne risque de lui taper sur les doigts, mods are asleep. Alors il se lâche.

      Peut-être est-ce un bon résumé de ce vers quoi nous allons : un monde où personne, sur les plateformes comme ailleurs, n’est là pour modérer le défoulement pulsionnel des trolls.

      source : https://lepavenumerique.substack.com

  • TikTok Starts Going Dark in the U.S. - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2025/01/18/technology/tiktok-ban.html

    The popular video app stopped working shortly before a federal law barring U.S. companies from hosting or distributing TikTok was set to take effect on Sunday.

    A man wearing a baseball cap is silhouetted against a bright yellow-bordered photo of a man standing on brightly decorated steps. A painted bus is parked behind him.
    TikTok’s logo on a billboard at Times Square. The company had made last-minute pleas to both the Biden administration and the incoming Trump administration for a way out of a forced sale or ban.Credit...Leonardo Munoz/Agence France-Presse — Getty Images
    Sapna MaheshwariMadison Malone KircherEli TanMeaghan Tobin

    By Sapna MaheshwariMadison Malone KircherEli Tan and Meaghan Tobin

    Sapna Maheshwari and Madison Malone Kircher reported from New York. Eli Tan reported from San Francisco and Meaghan Tobin from Taipei, Taiwan.
    Published Jan. 18, 2025Updated Jan. 19, 2025, 4:51 a.m. ET

    “Sorry, TikTok isn’t available right now,” the message read.

    Hours before a federal law banning TikTok from the United States was set to take effect on Sunday, the Chinese-owned social media app went dark, and U.S. users could no longer access videos on the platform. Instead, the app greeted them with a message that said “a law banning TikTok has been enacted.”

    “We are fortunate that President Trump has indicated that he will work with us on a solution,” the message said. “Please stay tuned!”

    In addition, TikTok’s sister app, Lemon8, stopped working and showed U.S. users a message saying that it “isn’t available right now.” Both TikTok and Lemon8 are owned by ByteDance, a Chinese internet giant.

    Apple said it removed TikTok and other ByteDance apps, including Lemon8, from its app store, and users said that Google’s U.S. app store also removed TikTok.

    TikTok became unavailable after the Supreme Court decision on Friday upholding the law, which calls for ByteDance to sell the app by Sunday or otherwise face a ban. The law was passed overwhelmingly by Congress last year and signed by President Biden. TikTok, which has faced national security concerns for its Chinese ties, had believed it could win its legal challenge to the law, but failed.

    The blackout capped a chaotic stretch for TikTok, which had made last-minute pleas to both the Biden administration and President-elect Donald J. Trump for a way out of the law. Until Saturday night, no one — including the U.S. government — was entirely sure what would happen to it when the law took effect. The United States has never blocked an app used by tens of millions of Americans essentially overnight.
    Image
    U.S. users of TikTok were greeted with a message on Saturday night saying the service had been disrupted.Credit...TikTok

    The law has a provision to penalize app store operators like Apple and Google and internet hosting companies like Oracle for distributing or maintaining the TikTok app. Under the law, those companies face penalties as high as $5,000 per user who can access the app.

    TikTok, Apple and Oracle didn’t immediately respond to requests for comment. Google declined to comment.

    For TikTok and ByteDance, the developments are a major blow. TikTok has roughly 170 million U.S. users, who are some of the app’s most lucrative customers. In legal filings, TikTok has said that even a temporary disappearance could kneecap it, with users and creators leaving for other platforms and never returning even if a ban was lifted.

    The situation was further complicated by the law’s start date falling in the final days of Mr. Biden’s presidency. A White House spokeswoman suggested on Saturday that the Biden administration would not start fining companies on Sunday.

    “We see no reason for TikTok or other companies to take actions in the next few days before the Trump administration takes office on Monday,” Karine Jean-Pierre, the White House press secretary, said in a statement. “We have laid out our position clearly and straightforwardly: actions to implement this law will fall to the next administration.”

    Spokesmen for the White House and the Department of Justice did not respond to requests for comment after TikTok went offline.

    Mr. Trump said on Saturday he would “most likely” find a way to give TikTok a 90-day extension once he takes office on Monday. The law gives the president the ability to extend the deadline for a sale only if there is “significant progress” toward a deal that would put TikTok in the hands of a non-Chinese owner. It was not clear how that extension might work if the ban had already taken effect.
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    Mr. Trump has also indicated he could sign an executive order to circumvent the ban of the app. TikTok’s chief executive, Shou Chew, is expected to attend Mr. Trump’s inauguration on Monday.

    On Saturday, the mood on TikTok was somber. Alix Earle, a content creator with 7.2 million followers who rose to fame on the app in 2022, posted tearful videos mourning the platform.

    “I feel like I’m going Through heartbreak,” Ms. Earle wrote in one video. “This platform is more than an app or a job to me. I have so many Memories on here. I have posted every day for the past 6 years of my life. I’ve shared my friends, family, relationships, personal struggles, secrets.”

    Other users spent their final moments on the app recreating viral dances. The “For You” page filled with montages of users’ favorite trends and songs, many dating back to the early days of the pandemic, when the app soared in popularity.

    By 9 p.m. Eastern on Saturday night, TikTok was showing U.S. users a pop up message that said the app would soon stop working.

    It said the law would “force us to make our services temporarily unavailable.” Shortly thereafter, TikTok went dark.

    Late Saturday evening, Ms. Earle found solace by appearing on a rival social media platform: Instagram.

    “I was just not expecting that for this Saturday night,” she said of what happened to TikTok as she livestreamed on Instagram. RedNote, a Chinese video app that has become popular in recent days, would not become a long-term substitute, she said.

    “We’re just gonna have to make it a little more fun on here, that’s what I’m thinking,” she said of Instagram.

    On Sunday morning in China, TikTok’s notification to U.S. users that it would suspend service was a trending topic on Weibo, a popular social media platform similar to X.

    “This is a dark moment in the development of the internet,” Hu Xijin, a former editor in chief of the state-run Global Times, wrote on Weibo. The United States had set an example for “the entire Western world” to silence voices online in the name of national security, he wrote.

    Diao Daming, a professor of international relations at Renmin University of China, called TikTok “the first big test that Trump 2.0 has to face.” Mr. Trump’s actions on TikTok could test his relationship with “China hawks” in Washington, Mr. Diao wrote in a commentary published on state media.

    #TikTok #Ban

  • Intersections : « Énergies féminines et masculines » : sous l’algorithme de TikTok, le patriarcat de Nesrine Slaoui - POLITIS
    https://www.politis.fr/articles/2024/09/intersections-energies-feminines-et-masculines-sous-tiktok-le-patriarcat

    Nesrine Slaoui pointe la manière dont ce réseau social est devenu le support d’un patriarcat déguisé avec le succès des vidéos autour de pseudo « énergies masculines et féminines. »
    Nesrine Slaoui • 18 septembre 2024

    Sous l’algorithme de TikTok, le patriarcat
    © Igor Omilaev / Unsplash

    L’algorithme de Tik Tok est effrayamment précis dans sa personnalisation des contenus proposés et pourtant la féministe que je suis n’y échappe pas ; quand je scrolle, je suis inondée de ces vidéos qui m’enjoignent à renouer avec mon énergie féminine. Aussi bien des jeunes hommes que des jeunes femmes, improvisés coach en séduction, en développement personnel ou en entreprenariat – montrant par cette alliance des genres à quel point le capitalisme et le patriarcat sont un même système de croyances – m’expliquent que je suis trop indépendante, trop affirmée, trop imposante et que je devrais renouer avec une certaine forme de douceur, de passivité et de séduction lascive qui proviendrait tout naturellement de mon « féminin sacré ».

    Le Haut Conseil à l’égalité pointe du doigt les plateformes numériques comme de ‘véritables caisses de résonance des stéréotypes de genre’.

    C’est en renouant avec ce dernier que je parviendrais à trouver ma vraie place dans la société – visiblement dans ma cuisine – sans effrayer un homme dont l’énergie masculine en ferait, tout naturellement aussi, le décisionnaire doté, lui, de raison face à mes émotions de femme. Ces contenus pullulent à une vitesse dangereuse et montrent à quel point le conservatisme, et les idéologies d’extrême droite, parviennent à s’imposer sur Internet derrière une forme de divertissement presque anodine.

    Cette théorie insupportable des énergies féminines et masculines est une rhétorique appréciée des masculinistes qui l’intègrent dans un vaste champ lexical présentant la domination masculine comme naturelle et nécessaire en opérant une distinction raciste entre les hommes blancs d’un côté et les hommes noirs et arabes, décrits comme une menace, de l’autre. Le terme de « body count », par exemple, lui aussi repris partout et qui sous-entend qu’une femme n’est pas respectable si elle a connu plusieurs partenaires sexuels. Un homme, en revanche, oui.

    Mais les masculinistes ne sont pas les seuls à porter ce discours. Comme l’a montré le rapport du Haut Conseil à l’égalité, publié en janvier 2024, le sexisme s’aggrave chez les moins de 35 ans ; tranche d’âge ou un homme sur cinq considère normal de gagner mieux sa vie qu’une femme à poste égal. L’étude pointe du doigt les plateformes numériques comme de « véritables caisses de résonance des stéréotypes de genre » et essentialiser nos personnalités en affirmant qu’il existe des comportements et des émotions féminines ou masculines y participent. Ces contenus ne mobilisent évidemment jamais la sociologie pour expliquer comment tout cela n’est qu’éducation différenciée.

    Cette théorie des énergies (…) montre un autre danger du féminisme blanc et bourgeois.

    Le problème encore plus sidérant est que l’on peut trouver beaucoup de femmes s’appropriant ces discours en affirmant qu’il n’est pas stigmatisant parce que nous aurions tous et toutes ces deux énergies qui cohabitent en nous. Peut-être du coup qu’elles n’ont pas de genre et que ce n’est pas une question d’énergies mais de société… C’est comme si la violence incontestable du patriarcat poussait à croire, par volonté de réparation et esprit de vengeance, en une essence féminine supérieure, dite ‘la Déesse’ dans les séances des coachs féminines holistiques aux tarifs exorbitants, qu’il faudrait retrouver.

    Selon la sociologue Constance Rimlinger, ce renouveau ésotérique s’inscrit dans le New Age et toutes ces formes de spiritualités occidentales qui sont un bricolage de pratiques religieuses ancestrales, comme le bouddhisme, le taoïsme avec son yin et son yang ou la philosophie indienne et ses chakras.
    Sur le même sujet : « Une culture de l’écoféminisme doit se développer »

    Outre-Atlantique, les militants progressistes, comme Matt Bernstein, ont une expression pour dénoncer les dérives de ces pratiques et discours : « The crunchy to far right pipeline » que l’on pourrait traduire grossièrement comme : le lien idéologique, le canal direct, entre les « mangeuses de granola » – sous-entendu entre les adeptes du bien-être, de la nourriture healthy (1) du retour à une médecine dite naturelle et au yoga – avec les idéologies d’extrême droite. Des pratiques qui apparaissent pourtant de gauche, voire hippies. Mais sur le sexisme, avec cette théorie des énergies, le glissement est évident et montre un autre danger du féminisme blanc et bourgeois.

    #Masculinisme #TikTok #Nature_feminine #Féminisme_extreme-droite

  • Usbek & Rica - Santé mentale : TikTok va bannir les « filtres beauté » pour les ados
    https://usbeketrica.com/fr/article/sante-mentale-tiktok-va-bannir-les-filtres-beaute-pour-les-ados

    Fini, les standards de beauté inatteignables qui altèrent l’image de soi et nourrissent l’anxiété des ados. En bannissant les filtres de beauté, le réseau social chinois entend favoriser l’« authenticité ». Pas sûr que cela suffise pour en faire un safe space pour les mineurs.

    Sophie Kloetzli
    – 29 novembre 2024
    Lèvres repulpées, nez affiné, grain de la peau lissé… Grâce à la magie des filtres, se donner des airs de Kim Kardashian est désormais à portée de clic. Sur TikTok, l’un de ces artifices numériques dopés à l’IA a été particulièrement critiqué pour ses effets pervers sur la santé mentale : « Bold glamour », ou « glamour audacieux » en français. Et a fortiori sur les jeunes – en particulier les filles – dont il est accusé de miner la confiance en soi et de nourrir le mal-être.

    D’où la décision, annoncée par le réseau social fétiche des ados le 27 novembre à l’occasion de l’European Safety Forum à Dublin, de bannir les filtres beauté pour les moins de 18 ans sur son marché européen (175 millions d’utilisateurs au total). Les mineurs devront donc se contenter désormais des effets visuels humoristiques, à l’image des oreilles de chat ou de lapin à se greffer sur le crâne en réalité augmentée. « En favorisant une culture d’authenticité, de respect et de soutien, nous pouvons créer un monde numérique où chacun se sent habilité à être lui-même », projette la filiale du géant ByteDance.

    #TikTok #Filtres #Beautification

  • Affaire #Telegram : #Pavel #Durov, le patron de la #messagerie, interrogé pour la première fois par le juge d’instruction
    https://www.20minutes.fr/justice/4127860-20241206-affaire-telegram-pavel-durov-patron-messagerie-interroge-

    (...)

    Il avait été mis en examen fin août par deux juges d’instruction pour une litanie d’infractions relevant de la criminalité organisée, après quatre jours de garde à vue. La justice lui reproche globalement de ne pas agir contre la diffusion de contenus criminels sur la messagerie. #Pavel_Durov avait été remis en liberté avec un lourd contrôle judiciaire, prévoyant notamment l’obligation de remettre un cautionnement de 5 millions d’euros et de pointer au commissariat deux fois par semaine, et l’interdiction de quitter le territoire français.

    (...)

    Le réseau social qui n’était pas sous le contrôle de l’Occident est désormais, apparemment, bien moins décrié. Quelque chose doit avoir changé.

    Ce réseau social n’a pas été présenté comme ayant été utilisé pour empêcher l’élection d’un candidat conforme aux souhaits de l’Empire.

    Apparemment, l’autre réseau social, là, dont le PDG n’est pas (encore) sous contrôle judiciaire en France, il est prié d’accepter une OPA de nationalité américaine au plus vite, au risque de se faire couper les accès aux réseaux. C’est ballot cette façon d’insister pour nous démontrer qu’en fait, nos réseaux sociaux sont beaucoup de choses, mais pas neutres.

    #TikTok sur le point d’être interdit aux Etats-Unis. Son dernier espoir : Donald Trump
    https://www.lemonde.fr/economie/article/2024/12/09/tiktok-tout-pret-du-bannissement-aux-etats-unis-son-dernier-espoir-donald-tr

    Une cour d’appel fédérale vient de rejeter le recours du réseau social contre une loi l’interdisant dans le pays si elle n’est pas revendue par son actionnaire chinois. L’attitude du président élu, qui a été tour à tour pro et anti-TikTok, scellera, ou non, son sort.

  • TikTok : « Une fois qu’on a mis le doigt dans l’engrenage, il est très difficile de s’en échapper » | TF1 INFO
    https://www.tf1info.fr/high-tech/tiktok-effet-terrier-de-lapin-une-fois-qu-on-a-mis-le-doigt-dans-l-engrenage

    Interview de Anne Cordier

    Ces adolescentes ont toutes été victimes de ce qu’on appelle l’effet « terrier de lapin » (ou « rabbit hole » en anglais) qui vaut à TikTok de vives critiques, notamment aux États-Unis où des procédures judiciaires sont également en cours.

    Pour en savoir plus sur cet épiphénomène, TF1info a contacté la chercheuse Anne Cordier, spécialiste des réseaux sociaux et autrice du livre Grandir informés : les pratiques informationnelles des enfants, adolescents et jeunes adultes (aux éditions C & F, 2023).

    Pouvez-vous nous expliquer en quoi consiste exactement cet effet « terrier de lapin » ?

    Anne Cordier : Derrière ce concept, il y a en fait deux choses. D’abord le fait de considérer qu’un réseau social ou un outil technique, quel qu’il soit, est configuré de manière à garder les gens présents et donc à accentuer leurs émotions et leurs ressentis. Après, l’autre élément - qui est très complexe dans cette affaire-là - c’est que les adolescents concernés étaient sans aucun doute porteurs de vulnérabilité. Il y a un effet miroir créé par l’algorithme les renvoyant tout le temps à des contenus qui, de façon obsessionnelle, viennent entretenir le mal-être de l’adolescent. De la même manière que s’ils consultaient des choses plus joyeuses, cela viendrait entretenir leur intérêt pour ces contenus-là.

    Une fois qu’on a mis le doigt dans l’engrenage, il est très difficile de s’en échapper.

    Anne Cordier

    L’algorithme de TikTok est conçu pour faire en sorte que vous restiez au maximum dans le dispositif. Et donc, pour que vous y restiez, il faut vous servir des choses qui vous « conviennent ». Convenir dans le sens qui font vraiment écho à vos préoccupations du moment. En cela, la formulation de la plainte est intéressante. Il ne s’agit pas de dire TikTok rend dépressif, ce qui serait complètement absurde au vu du fonctionnement de la psychologie humaine. Par contre, cela renvoie quand même la responsabilité à la plateforme s’agissant d’un mode de fonctionnement qui ne permet pas à un utilisateur qui irait mal ou qui s’enferme dans une idéologie, quelle qu’elle soit, d’en sortir. Une fois qu’on a mis le doigt dans l’engrenage, il est très difficile de s’en échapper.

    Sur cette vidéo, une jeune femme assure ne verser qu’un litre de carburant. Le total à la pompe diffère de 14 cl, ce qui lui fait conclure à une vaste arnaque. Des accusations balayées par les spécialistes.

    À cela s’ajoute le fait que les contenus tournent en boucle à l’infini l’écran, ce qui renforce le caractère addictif…

    Au-delà du fait de scroller (faire défiler, ndlr) en continu sur l’écran, il y a aussi une boucle dans les contenus eux-mêmes. On peut même parler de boucle psychologique. C’est-à-dire qu’effectivement, ça ne s’arrête plus. Et puis l’algorithme fonctionne aussi selon ce critère : on sait que les contenus les plus choquants, violents et sombres sont ceux qui retiennent le plus d’attention. Cela va donc faire remonter d’autant plus les contenus nocifs. L’individualisation de la pratique accentue également cette boucle, l’utilisateur étant seul face à son écran. Il cherche et regarde seul les contenus, ce qui renforce son enfermement.

    Si cette plateforme inquiète davantage qu’Instagram, c’est surtout parce que les adultes y sont moins présents.

    Anne Cordier

    Pourquoi cet effet terrier de lapin est-il plus présent sur TikTok que sur les autres plateformes ?

    Si cette plateforme inquiète plus qu’Instagram, c’est surtout parce que les adultes y sont moins présents. Or, on a tendance à fantasmer davantage sur les choses qu’on ne maîtrise pas. Mais il faut quand même souligner le fait que l’algorithme conçu par TikTok est extrêmement performant.

    Si on part du principe que l’algorithme est capable de détecter ces contenus pour les proposer à l’utilisateur, on se dit que TikTok devrait être en mesure de les supprimer, non ?

    C’est toute la question de la régulation des contenus sur les réseaux sociaux et en ligne, sachant qu’on va avoir des critères qui vont changer selon les aires culturelles, les régimes politiques. L’enfer est pavé de bonnes intentions. On pourrait se dire que le problème pourrait facilement être réglé en supprimant ces contenus qui provoquent ce mal-être voire pire chez des ados. Mais la question est plus générale : elle porte sur l’ensemble des contenus. Et là, tout devient bien plus complexe. C’est la raison pour laquelle les plateformes ne s’emparent du sujet.

    Les plateformes ont tendance à se vanter de leur hyper-performance lorsqu’elles créent des fonctionnalités. Mais dès qu’on leur demande de restreindre un petit peu les contenus, elles se sentent extrêmement démunies. C’est assez surprenant comme mode de défense. On ne peut pas d’un côté dire qu’on est surpuissant et de l’autre donner l’impression d’être comme une poule qui a trouvé un couteau.

    Plutôt que de condamner la pratique, il faut comprendre qu’elles en sont les usages. Cela en dit beaucoup sur leur bien-être et leur mal-être.

    Anne Cordier

    Les parents se sentent souvent démunis. Comment agir pour désamorcer une situation avant qu’elle ne devienne problématique ?

    En fait, il y a un double problème. Le premier, qui est malheureusement assez connu sur le plan anthropologique, c’est que quand on est un ado, se confier à ses parents, ce n’est quand même pas le premier réflexe. On l’a tous été un jour, on a des ados, et on sait que les premiers confidents, ce ne sont pas les parents. Le deuxième, dont on n’a pas assez conscience, c’est que tous les discours que nous tenons en tant qu’adulte de façon générale sur les réseaux sociaux et sur l’espèce d’abêtissement que ces derniers produiraient sur la jeunesse desservent en réalité le dialogue qu’on devrait avoir avec les enfants sur ce sujet.

    Il y a deux ans, des adolescents m’avaient parlé des contenus violents sur la guerre en Ukraine qui circulaient en ligne. Elles se renvoyaient les vidéos le soir chez elles, pour partager l’émotion en fait. Et quand je leur ai demandé pourquoi elles n’en avaient pas parlé avec leurs parents, elles m’ont dit que leur réponse aurait été qu’est-ce que tu faisais encore sur TikTok ? Alors que le sujet là, ce n’est pas le fait d’être sur TikTok, mais comment appréhender un contenu choquant. La question du dialogue avec l’enfant est centrale. Plutôt que de condamner la pratique, il faut comprendre qu’elles en sont les usages. Cela en dit beaucoup sur leur ressenti, aussi leur bien-être que leur mal-être.

    #Anne_Cordier #TikTok #Effet_Terrier_de_lapin

  • « NazTok » : un rapport révèle comment des groupes néonazis utilisent l’algorithme de TikTok à leur avantage
    https://www.lemonde.fr/pixels/article/2024/07/29/naztok-un-rapport-revele-comment-des-groupes-neonazis-utilisent-l-algorithme

    A partir d’un compte néonazi préalablement repéré, les chercheurs de l’ISD ont mis au jour un réseau de 200 profils du même type sur #TikTok. Après avoir parcouru certains de leurs contenus à l’aide d’un compte utilisateur vierge, ils ont pu constater que des vidéos d’#extrême_droite similaires leur étaient alors très vite proposées sur la page « Pour toi » (« For You »), qui affiche les vidéos sélectionnées par l’algorithme de recommandation de l’application. Un phénomène de renforcement algorithmique déjà largement documenté, les vidéos figurant dans la page « Pour toi » étant fonction, notamment, de ce que l’internaute a visionné auparavant, du temps passé sur chaque contenu ou de ses « likes ».

    Mais l’étude de l’ISD montre surtout que les groupes d’extrême droite semblent avoir très bien compris comment TikTok peut servir leurs intérêts. Ces derniers mettent sur pied des réseaux de comptes se suivant les uns les autres afin d’accroître leur visibilité. Une « tactique du follow-for-follow » – que l’on peut traduire par « tu me suis-je te suis » –, selon le rapport, « méthode classique pour obtenir un réseau au maillage resserré permettant un plus grand engagement [des internautes] » et « faciliter une croissance rapide ». « Des douzaines de comptes comportent des noms, des photos de profils et des nombres de “followers” et de “followings” quasi-identiques, ce qui indique qu’il s’agit de comptes dupliqués par le même utilisateur », détaillent les auteurs.

    Les personnes derrière ces comptes néonazis se retrouvent bien souvent hors de TikTok, sur des chaînes Telegram. C’est là qu’ils mettent en commun vidéos, images et sons à diffuser, et qu’ils se coordonnent afin de maximiser leur exposition sur la plate-forme chinoise. L’ISD a ainsi listé plus d’une centaine de canaux de ce type sur Telegram, application notoirement connue pour son absence quasi complète de modération.

    L’étude montre aussi l’éventail des stratégies mises au point par ces comptes d’extrême droite pour contourner la modération de TikTok, dont beaucoup sont déjà connues : l’utilisation de langage codé ou d’émoji spécifique (comme la boîte de jus de fruit, « juice » en anglais, qui par homophonie se rapproche de « jews » – « juifs »), l’intégration de mots-clés à l’orthographe volontairement altérée, ou encore le choix méticuleux d’une image d’appel – celle qui apparaît avant qu’on ne clique sur une vidéo – en apparence neutre, afin de masquer le propos réel du contenu.

    Le rapport détaille aussi comment l’utilisation de clips audio ou de musiques spécifiques, sans contenir d’éléments explicitement racistes ou haineux, peut servir de « clin d’œil », de référence. « Sur TikTok, une recherche sur une chanson écoutée par l’auteur de l’attentat de Christchurch alors qu’il conduisait après avoir tué 51 musulmans débouche sur 1 200 vidéos, prennent les auteurs en exemple. Parmi elles, sept vidéos sur dix célébraient l’attaque, son objectif ou le tueur, voire le recréaient dans un jeu vidéo. »

    (selon un rapport publié lundi 29 juillet par l’Institute for Strategic Dialogue (ISD) https://www.isdglobal.org/digital_dispatches/naztok-an-organized-neo-nazi-tiktok-network-is-getting-millions-of-views et révélé par le magazine spécialisé Wired https://www.wired.com/story/tiktok-nazi-content-moderation/.)

    #naztok #recrutement #propagande

  • Nouvelle-Calédonie : le blocage de TikTok est-il légal ?
    https://www.latribune.fr/technos-medias/internet/nouvelle-caledonie-le-blocage-de-tiktok-est-il-legal-997722.html

    Peu efficace, liberticide et potentiellement illégale... La décision de Gabriel Attal de bloquer TikTok en Nouvelle-Calédonie pour espérer ramener le calme dans l’archipel interroge de nombreux observateurs. Car même prise dans un contexte état d’urgence, une telle décision doit être justifiée par lutte contre le terrorisme. Explications.
    Marine Protais
    16 Mai 2024, 19:38

    Une mesure qui rappelle l’Iran et la Chine

    Au-delà de sa légalité, l’aspect anti-démocratique du blocage d’un réseau social interpelle. Cette mesure rappelle des décisions prises en Iran, en Chine, en Inde... des états connus pour leurs pratiques autoritaires. « La mise sur le même plan sémantique du "déploiement de l’armée" et de "l’interdiction de TikTok" est à la fois surréaliste et programmatique. Surréaliste car on croirait un cadavre exquis, et programmatique car elle désigne la plateforme comme disposant des attributs d’une puissance militaire qu’il convient d’abattre. C’est donc à la fois se tromper de sujet et se tromper de cible" », écrit sur son blog Olivier Ertzcheid, chercheur spécialiste en sciences de l’information.

    Coïncidence. La décision du Premier ministre Gabriel Attal de bloquer TikTok en Nouvelle Calédonie est intervenue le même jour que la publication du rapport de l’ONG Access Now. Celle-ci fait un bilan du nombre de blocages du web et des plateformes durant l’année 2023. Ceux-ci sont en forte augmentation, rapporte l’ONG, qui s’inquiète d’une normalisation de cette pratique. Dans ce rapport, l’ONG rappelle d’ailleurs la prise de parole d’Emmanuel Macron lors des émeutes de juin 2023 suite à la mort de Nahel Mezouk, durant laquelle il avait déjà évoqué le potentielle blocage de la plateforme, provoquant des réactions enflammées.

    Par ailleurs, si le but est d’empêcher à des groupes de s’organiser ou de diffuser des campagnes de désinformation, on peut s’interroger sur pourquoi le choix de TikTok plutôt qu’une autre plateforme. « Sans accès à TikTok, la jeunesse réellement mobilisée et active se trouvera et s’est déjà probablement trouvée d’autres canaux de mobilisation et d’organisation, le premier d’entre eux étant WhatsApp, écrit encore Olivier Ertzscheid. Et pour "l’autre jeunesse", celle qui se contente d’être jeune mais n’est ni particulièrement mobilisée ou politisée, elle vivra cette interdiction comme une censure et une privation aussi injustifiée qu’injustifiable, et là peut-être y verra les raisons de se mobiliser ou d’entrer dans le conflit. »
    Si l’on bloque TikTok, pourquoi ne pas bloquer WhatsApp et Telegram ?

    « Lorsqu’on étudie les menaces cyber, la plateforme que nous croisons le plus souvent c’est Telegram. C’est celle qui est la plus utilisée pour mener à bien des cyberattaques ou des campagnes de désinformation », pointe de son côté Adrien Merveille, expert en cybersécurité chez Check Point Software Technologies..

    Un blocage est par ailleurs toujours contournable. « Quand vous bloquez une plateforme, il y a toujours un moyen de le contourner, rappelle. En quelques clics, vous pouvez télécharger un VPN. Même dans des pays où le blocage étatique est bien plus fort, certains trouvent des moyens de le contourner » rappelle Arnaud Lemaire, expert en cybersécurité chez F5.

    Marine Protais

    #TikTok #Olivier_Ertzscheid

  • Réseaux sociaux : face aux accusations, TikTok cède aux uns mais pas aux autres - Un regard chrétien sur l’actualité – La Croix International
    https://international.la-croix.com/fr/ethique/reseaux-sociaux-face-aux-accusations-tiktok-cede-aux-uns-mai
    https://admin.international.la-croix.com/assets/785f2b8f-5f76-40b9-93fe-73a6e6ac4f36?format=jpg&width=

    Jouer les Européens contre les Américains

    « J’ai du mal à croire que la suspension de TikTok Lite en Europe ne soit pas liée à la menace d’interdiction de TikTok prononcée la veille aux États-Unis », estime le sénateur LR Claude Malhuret, qui a piloté en 2023 une commission d’enquête parlementaire sur cette plateforme. « Les dirigeants de l’entreprise jouent la montre et essaient de gagner du temps. Ils concèdent une victoire aux Européens tout en résistant aux Américains. »

    De fait, ByteDance, la maison mère chinoise de TikTok, a annoncé jeudi 25 avril n’avoir aucune intention de vendre son application, au risque de se voir interdite aux États-Unis. Des recours juridiques sont toutefois prévus. « Nous allons continuer à nous battre pour vos droits dans les tribunaux », a promis à ses abonnés le patron de TikTok, le Singapourien Shou Zi Chew.

    « À chaque fois qu’elles sont entravées, les plateformes jouent la carte de la liberté d’expression », souligne Olivier Ertzscheid, enseignant-chercheur en sciences de l’information à l’université de Nantes (1). « C’est une manière relativement habile de faire passer l’idée que ce qu’on leur reproche va à l’encontre des valeurs cardinales des pays qui les accusent. »
    Poser des jalons

    Au-delà d’une possible stratégie de diversion, la suspension rapide de TikTok Lite en Europe reste un bon signal, selon ce spécialiste. « Avec le règlement sur les marchés numériques (DMA) et le règlement sur les services numériques (DAS), entrés en vigueur récemment, l’Union européenne a enfin un cadre juridique fort avec des sanctions proportionnées, autrement dit adaptées à la trésorerie de ces très grandes entreprises. Ce cadre fort est bien identifié par les plateformes. »

    Une question se pose toutefois : pourquoi avoir lancé TikTok Lite, version « extrême » de TikTok, au moment même où l’application est la plus contestée ? Olivier Ertzscheid y voit une pratique assez courante dans le secteur du numérique : une manière de « poser des jalons » et d’« avancer ses pions ».

    « Vous balancez une fonctionnalité extrême, inimaginable, puis vous la retirez presque immédiatement pour montrer que vous êtes “raisonnable”, résume-t-il. Quelque temps après, vous revenez avec une application similaire mais qui va un peu moins loin. Celle-là aura toutes les chances de paraître acceptable aux yeux de l’opinion. » Selon lui, cette stratégie a notamment été éprouvée pour contrer le non-consentement des internautes au recueil de leurs données personnelles.

    (1) Auteur du Monde selon Zuckerberg, C&F Éditions, 2020, 15 €, 112 p.

    #TikTok #Olivier_Ertzscheid #Economie_numérique

  • Numérique. Gagner de l’argent en regardant des vidéos : le nouveau TikTok Lite inquiète
    https://www.estrepublicain.fr/economie/2024/04/12/gagner-de-l-argent-en-regardant-des-videos-le-nouveau-tiktok-lite-inq

    Depuis début avril, TikTok propose une nouvelle application, censée utiliser moins de données, avec laquelle les internautes peuvent gagner de l’argent en regardant des vidéos. Ce qui inquiète les spécialistes et les autorités, qui souhaitent réduire l’usage des écrans dans la société.
    Cyrielle Thevenin - 12 avr. 2024 à 18:22 | mis à jour le 12 avr. 2024 à 18:44 - Temps de lecture : 5 min
    |
    L’application TikTok Lite a été téléchargée plus de cinq millions de fois depuis son lancement au début du mois. Photo Sipa/Jaap Arriens

    L’application TikTok Lite a été téléchargée plus de cinq millions de fois depuis son lancement au début du mois. Photo Sipa/Jaap Arriens

    À l’heure où le gouvernement entend réguler l’utilisation des écrans, notamment chez les jeunes, les plateformes numériques n’ont pas fini de lui donner du fil à retordre, comme le montre l’arrivée en France de TikTok Lite. Cette nouvelle application, disponible depuis le 2 avril en France sur les smartphones Android, promet d’utiliser « moins de données » tout en permettant à l’utilisateur d‘être rémunéré en naviguant sur la plateforme.

    #TikTok #Anne_Cordier #Adolescents #Economie_attention

  • « Mais pourquoi ils veulent faire revenir les jeans taille basse ? » Sur les réseaux sociaux, les générations se taquinent... et tentent de mieux se comprendre
    https://www.lefigaro.fr/secteur/high-tech/mais-pourquoi-ils-veulent-faire-revenir-les-jeans-taille-basse-sur-les-rese

    Par Klara Durand

    Selon la plateforme de veille Visibrain, rien que ces trente derniers jours, les vidéos en lien avec les générations totalisent 37 millions de mentions « j’aime ». Capture d’écran le Figaro

    « GenZ », « millenials » et « boomers » se moquent par publications interposées des clichés accolées à leurs années de naissance. Une tendance qui permet aussi d’ouvrir la discussion entre familles, amis et collègues.

    « Je suis une millennial et hier, j’ai vu une vidéo qui décrivait les choses que la GenZ trouve dépassées dans ma génération….Comment vous dire que je me suis sentie vieille. » Auriane Lavaux, la trentaine, fait mine d’être désespérée en entamant sa vidéo de maquillage sur TikTok. Elle est donc considérée, à son grand désarroi, comme faisant partie de la génération Y, qui englobe les personnes nées entre 1980 et 1996. Depuis plusieurs mois, elles sont devenues un objet de moquerie pour la GenZ, la génération née juste après, entre 1997 et les années 2010.
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    PODCAST - Écoutez le dernier épisode de notre série Questions Tech
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    Ces derniers imitent leurs aînés dans des vidéos TikTok virales où ils apparaissent vêtus de jean moulant et dansent sur le titre Turn Down for What, sorti en 2013. Lequel servaient le plus souvent lors des flashs mob, ces rassemblements diffusés sur Internet dans les années 2000 où les personnes se mettaient soudainement à faire une action inattendue en public.

    Auriane raconte, quant à elle, avoir découvert sur TikTok que les plus jeunes estiment « que les gifs et les mèmes sont dépassés. » Mais, pour la jeune femme, le coup de massue arrive avec une autre information. « Je ne comprends pas.... Ils veulent faire revenir les jeans taille basse alors que ça n’est pas confortable », s’indigne-t-elle en s’appliquant son mascara.

    @_aurianelavaux

    bref, je suis une jeune vieille #milenials #milenialsvsgenz
    son original - Auriane

    Auriane est loin d’être la seule à s’intéresser à ce que la GenZ pense d’elle et de sa tranche d’âge. De façon générale, le sujet des générations passionne sur le réseau social chinois. Ces trente derniers jours, les vidéos comportant les mots « GenZ », « millennials », « boomer » (les personnes nées entre 1947 et les années 60) et « GenX » (les personnes nées entre 1965 et 1981), totalisent 37 millions de mentions « j’aime », rapporte la plateforme de veille du web Visibrain.
    Communication par vidéos interposées

    « Sur TikTok, les personnes aiment bien raconter leurs anecdotes du quotidien », confirme la tiktokeuse Adeline du compte unamourdechef. La millennial, comme elle aime à se surnommer, a découvert grâce à ces contenus ce que pense la GenZ du monde du travail. « Moi comme d’autres, on avait la sensation d’être les aînés qui ont eu à respecter toutes les règles, devant les petits derniers qui, eux, racontent face caméra leurs besoins d’avoir une vie privée en dehors du travail ». La vidéaste décide toutefois d’aller plus loin et d’interroger ses jeunes abonnés sur ce qui leur déplaît chez certains codes du monde de l’entreprise.

    Des discussions qui donnent lieu à vidéos humoristiques, où la jeune femme ironise sur sa propre génération. « Je suis choquée, la GenZ quand elle est malade... Elle pose un arrêt maladie », entame-t-elle, l’air éberlué, dans une des publications les plus vues de son compte. Une vidéo qui lui permet d’ouvrir, dans la section commentaires, les discussions entre générations. « Des employeurs ont expliqué mieux comprendre la vision du travail des plus jeunes et, parmi ces mêmes jeunes, certains se sont défendus en disant ne pas se reconnaître dans ce qu’on dépeint de leur génération », reprend Adeline. « Ça permet de dépasser les clichés chez chacun finalement ». Toujours selon la plateforme de veille Visibrain, le seul hashtag GenZ a généré 1,4 million de publications depuis sa création.

    @unamourdechef

    Faut pas dire aVous vous rendez pas compte#rh #humour #tiktokacademie #apprendresurtiktok #tiktokcomedie #hr #corporatehumor #entretien
    Quirky - Oleg Kirilkov

    Au sein des familles, on se partage aussi ce type de vidéos entre parents et enfants, qu’ils soient encore à la maison... ou loin du nid. Les réseaux sociaux permettent en effet de maintenir une forme de lien. À l’instar de Véronique 63 ans et sa fille Alice*, 24 ans, qui lui a créé un compte sur TikTok il y a deux ans. « Souvent, on s’envoie des vidéos drôles qu’on découvre sur TikTok, comme des extraits de spectacles d’humoristes ou de courtes publications de chutes drôles », détaille Véronique. « Ça devient un moment le soir où on échange via des références communes et puis, pour moi, ça me permet de me vider la tête », confie-t-elle, amusée.
    Instagram, le réseau social intergénérationnel

    Cette façon de communiquer ne surprend pas la chercheuse Anne Cordier, professeure des universités en science de l’information et de la communication. « Il faut arrêter avec ce discours de la rupture générationnelle sur les réseaux sociaux. Les parents d’aujourd’hui ont 40 ans ou 50 ans, bien sûr qu’ils sont sur les mêmes espaces que leurs enfants », souligne-t-elle. « Au moment du confinement, les générations de parents et de grands-parents ont pris la mesure de l’épaisseur sociale des vidéos TikTok », poursuit la professeure. « De façon générale, ils ont compris l’outil que représentent les réseaux sociaux pour maintenir le lien social ».

    D’après Anne Cordier, c’est Instagram (détenu par le groupe Meta) qui serait le plus utilisé par l’ensemble de ces générations. Avec 2 milliards d’utilisateurs actifs mensuels, on y retrouve aussi bien la GenZ, « qui poste peu mais partage des publications éphémères avec la fonction story », constate Anne Cordier, mais aussi leurs parents et grands-parents. « Les familles suivent des comptes en commun et elles voient des vidéos similaires sur le nouveau fil ’’découvertes’’ d’Instagram », complète-t-elle. « Elles partagent ainsi un lieu commun sur le numérique. »
    Les parents tout aussi actifs que leurs enfants

    Antoine, 28 ans, en sait quelque chose. Instagram est devenu le point de départ des potins avec ses parents et, surtout, avec sa mère. « Si je poste une story, elle va forcément y répondre », décrit-il. Cette dernière s’est créé un compte peu avant le confinement. Elle est depuis devenue une fervente utilisatrice de ce réseau social. « Elle a carrément ajouté mes propres amis, qui ont trouvé ça drôle », témoigne le jeune homme. « Parfois, c’est même elle qui me dit au téléphone ce que tel ami est allé voir en concert récemment, ou dans quel pays il s’est rendu », s’amuse-t-il. « Et c’est ma mère qui publie le plus de photos, surtout de ses vacances avec mon père. Moi je ne publie presque jamais rien ».

    Un point qui interpelle Anne Cordier. « Dans ces nouvelles formes de communication, on pose souvent la question de ce que les enfants dévoilent à leurs parents sur les réseaux, mais très peu de ce que les parents donnent à voir à leurs enfants », souligne la spécialiste en communication. « Pourtant, cela vaudrait le coup de s’interroger sur ce qu’on leur laisse à voir sur les réseaux sociaux », conclut-elle, pensive.

    #Médias_sociaux #Genérations #Anne_Cordier

  • TikTok Lite, la version de l’application qui rémunère ses spectateurs, dans le viseur de l’UE et de la France – Libération
    https://www.liberation.fr/economie/economie-numerique/tiktok-lite-la-version-de-lapplication-qui-remunere-ses-spectateurs-dans-le-viseur-de-lue-et-de-la-france-20240418_EYYC2SFT75ADLEWM6NPE2QATEE/?redirected=1
    https://www.liberation.fr/resizer/nL0rbM7qT88kC5mr4quTPEWWj0o=/1200x630/filters:format(jpg):quality(70):focal(3712x1370:3722x1380)/cloudfront-eu-central-1.images.arcpublishing.com/liberation/RQESD7XPNNCRLLA2VKTML5FS2I.jpg

    Cette demande formelle intervient dans le cadre de la nouvelle législation européenne sur les services numériques (DSA) et concerne « l’impact potentiel du nouveau programme de “récompenses” sur la protection des mineurs et la santé mentale des utilisateurs », notamment « la stimulation potentielle du comportement addictif », a précisé la Commission.

    Discrètement lancé fin mars, TikTok Lite, propriété de l’entreprise chinoise ByteDance, récompense les utilisateurs avec des jetons s’ils se connectent quotidiennement s’ils passent du temps à regarder des vidéos (avec une limite de 60 à 85 min par jour) et s’ils font certaines actions, comme aimer des vidéos ou suivre des créateurs de contenus. Ces pièces sont ensuite échangeables contre des cartes-cadeaux sur des sites partenaires, comme Amazon. Ce principe de « gamification », qui s’appuie sur les mécaniques du jeu, « est un phénomène de création de dépendance connu et problématique », remarque auprès de l’AFP Anne Cordier, professeure en sciences de l’information et de la communication à l’université de Lorraine.

    Le réseau social a rappelé à plusieurs reprises que seules les personnes âgées de 18 ans ou plus pouvaient collecter des points et qu’il appliquait des procédures pour s’assurer de l’âge des utilisateurs. Un selfie avec une pièce d’identité, un selfie vidéo ou une autorisation de carte bancaire est ainsi nécessaire pour convertir les pièces en bons d’achat.

    Mais l’entreprise peine à convaincre. « C’est le top de l’hypocrisie », déplore Anne Cordier. « Ils savent pertinemment que le contournement sera possible ». « L’âge est très compliqué à vérifier. On peut toujours prendre la carte bancaire de ses parents », abonde Maria Mercanti-Guérin, maître de conférences en marketing digital à l’Institut d’administration des entreprises de Paris

    #TikTok #Anne_Cordier #Economie_attention

  • TikTok Lite : l’application qui rémunère ses utilisateurs est dans le viseur de la Commission européenne - RTBF Actus
    https://www.rtbf.be/article/tiktok-lite-lapplication-qui-remunere-ses-utilisateurs-est-dans-le-viseur-de-la

    La nouvelle application TikTok Lite qui rémunère ses utilisateurs est déjà dans le collimateur de la Commission européenne. Particulièrement préoccupée pour la santé des mineurs, elle a donné mardi 24 heures au réseau social pour lui fournir une évaluation des risques d’addiction notamment.

    Disponible au Japon et en Corée du Sud depuis plusieurs mois, l’application est disponible depuis une dizaine de jours en France et en Espagne. Déjà très populaire, elle monnaye le temps d’écran et l’implication de ses utilisateurs contre des bons d’achat sur des sites partenaires que les plus généreux d’entre eux pourront offrir à leurs influenceurs préférés. ByteDance, son propriétaire chinois, a été sommé mardi par la Commission européenne de lui fournir sous 24 heures “des détails sur l’évaluation des risques que la plateforme aurait dû effectuer avant le déploiement de la nouvelle application TikTok Lite dans l’UE”.
    Le système de récompense, une vraie drogue

    C’est un phénomène de création de dépendance connu et problématique"

    Avant de pouvoir dépenser ses gains en ligne, il faut cumuler un certain nombre de pièces qui sont ensuite converties en bons d’achat. Comme dans un jeu. C’est ce qu’on appelle la ludification, autrement dit "l’utilisation d’éléments de conception de jeux dans des contextes non ludiques" dont le but est "d’augmenter l’engagement dans une activité en utilisant les caractéristiques du jeu, en procurant du plaisir et de l’amusement". Et selon Anne Cordier, professeure en science de l’information et de la communication à l’université de Lorraine, "c’est un phénomène de création de dépendance connu et problématique", constate-t-elle auprès de l’AFP. D’ailleurs, TikTok Lite fonctionne comme de nombreux jeux en stimulant le fameux circuit de la récompense.
    Les jeunes, plus exposés à l’addiction

    Chaque fois qu’un joueur gagne une pièce, son cerveau libère des neurotransmetteurs, et principalement de la dopamine qui procure une sensation de plaisir et de satisfaction. Il associe donc jeu et plaisir, ce qui le pousse à jouer davantage. Et plus il joue, plus il risque d’être désensibilisé aux récompenses. Pour ressentir le même effet, il lui faudra donc des niveaux de stimulations plus élevés, donc ici, scroller plus. Dans certains cas, cela peut même entraîner une désensibilisation à d’autres plaisirs de la vie quotidienne. Donc les expériences vécues renforcent particulièrement certains circuits, comme celui de la récompense… Et les jeunes y sont particulièrement sensibles puisque leurs cerveaux sont plus malléables que ceux des adultes.
    Interdit aux moins de dix-huit ans… en théorie

    En théorie, la plateforme contrôle l’âge de ses utilisateurs et seules les personnes majeures y ont accès. Pour convertir ses pièces en bons cadeaux, il est nécessaire de fournir un selfie avec une pièce d’identité, un selfie vidéo ou une transaction bancaire. "C’est le top de l’hypocrisie", déplore Anne Cordier qui n’est pas la seule à penser que ce système est facilement contournable. C’est d’ailleurs ce qu’il se passe sur Youtube où 23% des 8 à 12 ans décident d’apparaître comme ayant 18 ans.
    TikTok déjà dans le viseur

    S’il ne s’agit ici que d’une prise de contact, l’application mère, TikTok, est sous le coup d’une procédure formelle de la Commission européenne pour potentiels manquements au Digital Service Act. Le DSA est un règlement européen qui, depuis août 2023, impose aux plateformes en ligne de nouvelles obligations pour protéger l’internaute du contenu illégal, de la désinformation et des abus, notamment vis-à-vis des mineurs d’âge. TikTok aurait manqué à ses devoirs dans des domaines liés à "la protection des mineurs, à la transparence de la publicité, à l’accès aux données pour les chercheurs, ainsi qu’à la gestion des risques liés à la conception addictive et aux contenus préjudiciables". Aujourd’hui, la question de la protection des mineurs et la conception addictive inquiète à nouveau les autorités européennes, avec TikTok Lite cette fois.

    #TikTok #Anne_Cordier #Economie_attention

  • A leading publication in New York, this Times Union article dissects and unpacks 18 of the best websites to use if you want to buy TikTok followers. First exploring the reason to buy followers and the impact that a high follower count can have, this article goes on to share the best and most reputable sites to buy followers - starting with TokMatik which is ranked the #1 site for buying followers and is renowned for only ever selling authentic followers and interactions to its customers. Other sites referenced in the article include Buzzoid, Twicsy, and Rushmax.
    Address: 645 Albany Shaker Road, Albany, NY 12211
    Phone: 518-454-5454
    Website: https://www.timesunion.com/marketplace/article/buy-tiktok-followers-18556828.php
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  • US pro-Israel Jewish group backs ban on ’antisemitic’ TikTok
    https://www.newarab.com/news/us-pro-israel-jewish-group-backs-ban-antisemitic-tiktok
    https://www.newarab.com/sites/default/files/styles/600x338/public/2081103116.jpeg?h=199d8c1f&itok=7IqhTcrO

    Israel derrière l’interdiction de TikTok aux USA ?

    One of America’s largest Jewish pro-Israel groups has thrown its weight behind a proposed ban on popular video-sharing and social media app TikTok citing ’anti-Semitism’ and growing criticism of Israel among its mostly young users.

    American Jewish organisation, Jewish Federations of North America (JFNA), expressed support for the United States banning TikTok in an open letter to the US Congress concerns such a ban would undermine Americans’ freedom of speech.

    “Our community understands that social media is a major driver of the rise in antisemitism and that TikTok is the worst offender by far,” JFNA claimed, citing a rise in “anti-Israel” views and “overt bias and sympathy to terror with regard to the events of October 7th” shared on TikTok as evidence of antisemitism.

    JFNA is an umbrella group for a large number of American Jewish organisations, all of which are also strong supporters of Israel. In the wake of the war in Gaza, it launched a $700 million fundraising drive to bring funds to Israeli groups including controversial first responder organisation Zaka.

    The JFNA noted that TikTok’s governmental affairs advisor in Israel resigned from the company in protest of the app’s “overt bias”.

    The Jewish group also mentioned they would provide the US President with the necessary tools “to protect American citizens from the harm that is currently being done to our nation by TikTok”.

    https://www.aljazeera.com/news/2024/3/13/us-house-passes-bill-that-would-ban-tiktok-amid-national-security-concern

    • https://news.antiwar.com/2024/03/15/washingtons-renewed-urgency-for-tiktok-ban-is-due-to-war-on-gaza

      Jacob Helberg, a member of a congressional research and advisory panel called the U.S.-China Economic and Security Review Commission, spoke with the Wall Street Journal about Congress’s recent change of attitude. Officials from TikTok said the bill regained momentum so quickly that it was caught off guard.

      “It was slow going until Oct. 7. The attack that day in Israel by Hamas and the ensuing conflict in Gaza became a turning point in the push against TikTok,” Helberg said, according to WSJ. “People who historically hadn’t taken a position on TikTok became concerned with how Israel was portrayed in the videos and what they saw as an increase in antisemitic content posted to the app.”

      The bill’s author is Rep. Mike Gallagher (R-WI), one of the most outspoken China hawks in Washington and the chair of the House subcommittee on China. He explained that the likelihood of the legislation becoming law has sharply increased because he and other members of the China committee believed the platform was exposing users to too much Pro-Palestinian content.

      Proponents of the legislation argue that TikTok’s young users are manipulated by the Chinese government through the app. However, the pro-Palestinian viewpoint alarming members of Congress is widely shared among TikTok’s core demographic.

      Around half of TikTok’s users and content creators are 18-34. Support for Tel Aviv and President Biden has been dropping among that demographic as Israel’s five-month slaughter in Gaza has killed over 31,000 Palestinians and caused a humanitarian nightmare. About half of voting Americans under 35 believe Israel is conducting a genocide in Gaza.

  • Ce que l’état sioniste veut, le congrès étasunien le veut.

    How #TikTok Was Blindsided by U.S. Bill That Could Ban It - WSJ
    https://www.wsj.com/tech/how-tiktok-was-blindsided-by-a-u-s-bill-that-could-ban-it-7201ac8b

    Some lawmakers built momentum for the bill by holding hearings to introduce their colleagues to arguments against TikTok, Helberg said. He also co-hosted a hearing that focused in part on TikTok.

    It was slow going until Oct. 7. The attack that day in Israel by Hamas and the ensuing conflict in Gaza became a turning point in the push against TikTok, Helberg said. People who historically hadn’t taken a position on TikTok became concerned with how Israel was portrayed in the videos and what they saw as an increase in antisemitic content posted to the app.

    Anthony Goldbloom, a San Francisco-based data scientist and tech executive, started analyzing data TikTok published in its dashboard for ad buyers showing the number of times users watched videos with certain hashtags. He found far more views for videos with pro-Palestinian hashtags than those with pro-Israel hashtags. While the ratio fluctuated, he found that at times it ran 69 to 1 in favor of videos with pro-Palestinian hashtags.

  • Why Eating Disorder Content Keeps Spreading on Platforms Like TikTok - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2024/02/06/well/move/tiktok-legging-legs-eating-disorders.html?campaign_id=2&emc=edit_th_2024020

    Talya Minsberg

    By Talya Minsberg
    Feb. 6, 2024

    In late January, a volunteer at the help line for the National Alliance for Eating Disorders fielded a call from someone who had seen an alarming trend on TikTok. The hashtag #legginglegs had started taking off as users posted about the slim bodies seemingly deemed the most desirable for leggings.

    The organization, which works directly with social media companies including TikTok, Meta and Pinterest, quickly flagged the trend to TikTok. Less than a day later, the platform banned the hashtag and began directing users who searched for it toward the organization’s hotline and other resources.

    Trends like “legging legs” are part of a long history of harmful body image content that has proliferated online since the early days of the internet. “The minute they ban one hashtag, another one will pop up,” said Amanda Raffoul, an instructor at Harvard Medical School and Boston Children’s Hospital who studies eating disorders. But she and other eating disorder experts said that the evolution of social media platforms has presented an even more vexing issue: how to approach algorithms that build on a user’s interests to curate a feed that can quickly turn dangerous for people who are particularly vulnerable.

    For example, if a teenager searched for healthy snack ideas or interacted with certain cooking posts, a platform may then serve videos about low-calorie foods. That may signal an interest in weight loss — and soon, that teenager might see advice for restricting snacks or tips for crash diets. A user’s feed could then be filled with posts supporting unhealthy behaviors, or celebrating one body type over others.

    “I don’t think we are in a space where we can ignore the harms that can be happening in the algorithm,” said Johanna Kandel, the chief executive officer of the National Alliance for Eating Disorders. “The fact is that individuals can start a journey of health and wellness and within a few minutes can be served content that is extremely unhealthy for them.”

    #TikTok #Apparence_corporelle #Santé_publique #Algorithme

  • Et si les #réseaux sociaux devenaient une chance pour nos #démocraties ? @AnneAlombert @jeancattan
    https://theconversation.com/et-si-les-reseaux-sociaux-devenaient-une-chance-pour-nos-democratie

    **Reprendre la main sur les algorithmes**

    C’est pour orienter les réseaux sociaux vers des architectures permettant de créer des espaces de débat, d’apprentissage, d’échanges et de coopération que nous devons agir en premier lieu, avant même de nous intéresser à la modération des contenus qui y circulent. Le règlement européen sur les services numériques le permet en théorie, mais il faudra que la Commission européenne se mobilise en ce sens. Ce qui n’est pas le cas aujourd’hui. Jusqu’à présent, le débat a bien plus porté sur le nombre de modérateurs de tel ou tel réseau ou le nombre de contenus retirés que sur la structure des réseaux sociaux en elle-même. Ce qui risque surtout de nous épuiser pour un résultat très relatif.

    Pour nous assurer que les réseaux servent une société démocratique où le débat, la construction collective et l’écoute sont privilégiés, nous devrions nous préoccuper de la manière dont les infrastructures numériques sont conçues, développées et financées. Comme les réseaux sociaux dominants sont structurellement fondés sur l’économie de l’attention, l’enfermement de leurs utilisateurs et l’amplification des contenus polémiques et choquants, nous devrions aussi décider de ne plus laisser aux mains du seul réseau social, c’est-à-dire d’une entreprise privée, le monopole de déterminer le flux algorithmique, soit le choix des contenus apparaissant sur nos fils d’actualités.

    Une telle proposition est une exigence minimale pour tendre vers une plus grande réappropriation des réseaux sociaux par les utilisateurs. Elle a d’ailleurs déjà été faite sous diverses formes, que ce soit par des spécialistes du numérique, la Comission nationale consultative des droits de l’homme (CNCDH), des #journalistes ou des #chercheurs. Ainsi, il s’agit non plus seulement de forcer la plate-forme à accentuer tel ou tel paramètre de leur #algorithme mais de contester le fait que la recommandation soit le seul fait de la plate-forme.

    Pour justifier ce principe, nous pouvons nous demander si une fois une taille critique et une certaine concentration du marché atteintes, il est bien légitime de laisser uniquement à des entreprises privées le soin de décider ce qui doit être vu ou ce qui doit être invisibilisé dans l’espace médiatique numérique. Quand bien même certains d’entre nous souhaiteraient s’abandonner aux algorithmes de #TikTok ou de #Twitter, pourquoi tout un chacun devrait-il s’y plier ? Est-ce à un acteur unique de déterminer les critères en fonction desquels les contenus apparaissent ou disparaissent de nos écrans ?

  • Issam Chamseddine sur X : "Découvre la vidéo de tracy chamoun ! #TikTok
    https://twitter.com/IssamChamseddin/status/1723728229532422260

    Divine surprise pour ceux qui connaissent la scène politique libanaise ; Tracy Chamoun, une des représentantes de la droite chrétienne libanaise, répond très bravement aux menaces génocidaires de l’état sioniste contre Beyrouth.

    https://www.tiktok.com/@tracychamoun108/video/7300466579085479199?_t=8hIpdIgpNiL&_r=1

    … yesterday the Israeli defense minister declared that he was gonna turn Beirut in another Gaza; what kind of statement is that ? To say that you’re gonna come to bomb a city to the ground and kill innocent civilians ? People, women, children, just for retribution ? This seems to be a pattern in Israel today.

    Anyway I just wanted to say if they do decide to declare war on Lebanon, Israel will have a lot more to lose than Lebanon; we have already lose our port in a terrible explosion, and we barely have any infrastructure or electricity whereas Israel has its offshore oil and gas off the shores of Lebanon. It has its port of Haifa which is functioning, and it has a lot more to lose.

    So I will think twice before making empty threats Mr minister. And don’t attack Lebanon.

    • … hier, le ministre israélien de la Défense a déclaré qu’il allait transformer Beyrouth en un autre Gaza ; quel genre de déclaration est-ce ? Dire que vous allez venir bombarder une ville et tuer des civils innocents ? Des personnes, des femmes, des enfants, juste par vengeance ?

      Cela semble être une tendance en Israël aujourd’hui.

      Quoi qu’il en soit, je voulais juste dire que s’ils décident de déclarer la guerre au Liban, Israël aura bien plus à perdre que le Liban ; nous avons déjà perdu notre port dans une terrible explosion, et nous n’avons pratiquement aucune infrastructure ni électricité alors qu’Israël a son pétrole et son gaz offshore au large des côtes libanaises. Elle a son port de Haïfa qui fonctionne, et elle a encore beaucoup plus à perdre.

      J´y réfléchirais donc à deux fois avant de proférer des menaces creuses, monsieur le Ministre. Et n’attaquez pas le Liban. »