• Un secolo di piccoli tracotanti e due occhi lucidi che lo raccontano ancora. Quelli di #Tina_Merlin

    Il 19 agosto 1926 nasceva a Trichiana, in provincia di Belluno, la staffetta partigiana, scrittrice e giornalista. Ha attraversato il Novecento dalla parte delle persone, denunciando le responsabilità umane che portarono al disastro del Vajont nell’ottobre 1963. Le sue pagine non scadono. Perché nel bellunese, e in tutta Italia, quelle dinamiche non smettono di ripresentarsi. Dall’acqua al cemento, fino alla montagna vetrina per pochi, svuotata di diritti e futuro

    La storia del territorio bellunese vanta la sua impeccabile collezione di battaglie, drammi e sventure. Uno in particolare lo ha reso noto a livello internazionale: il Vajont, il “disastro” del 9 ottobre 1963. Quasi duemila morti, duemila vittime della tracotanza umana. Nel secondo Dopoguerra lo sviluppo del Paese era questo: costruire, in barba ai luoghi, alla storia e alla gente. Ingegneri, figure tecniche e politiche che hanno plasmato e sfruttato un territorio da rimodellare e reinventare. E la vita dei bellunesi si è inevitabilmente intrecciata con quanto successo in quegli anni.

    Ricordo che a scuola, in terza elementare, una maestra ci raccontava di essere orfana del Vajont, l’unica della sua famiglia sopravvissuta al disastro. Conservo nitido anche il racconto di mio nonno: abitava in un quartiere affacciato sul Piave, a valle del centro storico di Belluno, e mi diceva che l’acqua continuò a portarsi dietro materassi, divani, pezzi di storia delle vite dei longaronesi per giorni e giorni dopo la sciagura. Le storie sono tante, probabilmente ogni bellunese ne ha una, sebbene i ricordi sbiadiscano generazione dopo generazione.

    Conosco Tina Merlin grazie ai suoi libri. Partigiana e giornalista, nata il 19 agosto 1926 a Trichiana, a pochi chilometri da Belluno, denunciò i soprusi della Sade (Società adriatica di elettricità) e diede voce a donne e uomini, operai e contadini dimenticati dalla politica e dalla storia (da leggere e rileggere il suo “Sulla pelle viva”, Cierre edizioni). In famiglia ne parliamo spesso e, quando ricordiamo il Vajont, ci soffermiamo sempre sul fatto che nulla di quella catastrofe sia stata opera della “natura crudele”. Tutte le informazioni per evitarla erano note, grazie soprattutto alle denunce di Merlin.

    Ciò che stupisce, rileggendola, è che le inchieste che pubblicò su L’Unità sono più attuali che mai: la migrazione, l’emancipazione femminile, l’utilizzo della terra e delle risorse naturali, il lavoro, persino la guerra. Sembra impossibile, osservando questi luoghi di montagna, pensare che un tempo i rastrellamenti fascisti e le impiccagioni fossero all’ordine del giorno o immaginare il campanile della chiesa di Castion presidiato dai cecchini tedeschi. Sembrano scenari quasi mai accaduti, proprio perché lontani nel tempo. Eppure, i racconti della scrittrice fanno sì che quei fatti parlino ancora.

    Attraversando a piedi il Ponte della Vittoria per raggiungere il centro di Belluno non si può non pensare ai suoi scritti sulla Resistenza. Ne “La casa sulla Marteniga” (Cierre Edizioni, 2001), libro in cui Merlin ripercorre la sua vita dall’infanzia fino all’impegno come staffetta partigiana, scriveva di quella volta che il compagno “Pulcino”, appena diciassettenne, fu ferito gravemente dai tedeschi: “Come arrivare all’ospedale? Il ponte sul Piave alle porte della città, era tenuto dai tedeschi. A qualcuno venne in mente che in via Sottocastello, a poca distanza oltre il ponte, c’era l’ambulatorio del dottor Gouigoux”. Due partigiane sfidarono il fuoco dei soldati tedeschi, correndo accucciate da una spalletta all’altra del ponte sotto il tiro dei cecchini, riapparendo dopo pochi minuti assieme al dottore. “I tedeschi se ne infischiavano della croce rossa: ripresero a cecchinare sul ponte. I tre riuscirono a passare correndo da una cunetta all’altra. Pulcino ormai agonizzava tra le braccia della sorella. Il medico scosse la testa: ‘Ha perso troppo sangue, disse, tenterò una trasfusione dal mio braccio’. Appena l’ebbe iniziata, Pulcino chiuse dolcemente gli occhi”.

    Lo stesso succede quando lo sguardo cade sul Monte Serva, montagna “di casa” per i bellunesi, che offre svago e conforto nel verde a pochi passi dal centro. Oggi punteggiato da colorati parapendii che sornioni si godono le correnti ascensionali, Tina lo ricordava descrivendo le formazioni compatte di grandi aeroplani che, sorvolandone la cima, andavano a bombardare Bolzano, Monaco e altre città della Germania e dell’Austria. In automatico, leggendo questi racconti, si pensa a come i cieli della Valbelluna siano oggi costantemente deturpati dal fragore dei caccia militari che arrivano fin qui da qualche base aeronautica del Nord per imparare a fare la guerra.

    E se Tina fosse ancora tra noi, di che cosa parlerebbe nelle sue inchieste? A chi darebbe voce? Provo a rivolgere queste domande a Toni Sirena, suo figlio, e ad Adriana Lotto, presidente dell’associazione a lei dedicata. Tra i vari temi che tocchiamo, uno emerge con forza, dirompente su tutti. “Si occuperebbe sicuramente della questione dell’acqua. Il bellunese non ne ha più, nevai e ghiacciai si stanno sciogliendo, la Marmolada sta scomparendo. Eppure si continua a parlare di idroelettrico”, spiega Toni Sirena riferendosi anche alle attuali ipotesi di realizzare un nuovo impianto per sfruttare il flusso residuo proprio del torrente Vajont.

    “Mia madre ha combattuto a lungo prima perché si evitasse quella sciagura e dopo per mantenerne viva la memoria. La memoria, però, non è soltanto commemorare le vittime, provare compassione o pietà. Anzi, ridurla a questo rischia di essere il modo migliore per oscurare le vere cause della tragedia e il monito che da quella storia ci arriva: la denuncia di un modello di sviluppo distorto, perseguito costruendo grandi opere letteralmente sopra le vite delle comunità locali”.

    Dinamiche che Tina aveva lucidamente raccontato. Si legge nel suo articolo dal titolo “Magari fossi riuscita a turbare l’ordine pubblico!”, uscito il 13 ottobre del 1963 (quattro giorni dopo il Vajont) e raccolto ne “La rabbia e la speranza” (Cierre Edizioni, 2004): “Non mi ricordo esattamente quando ho cominciato ad occuparmi del Vajont. Probabilmente sette anni fa, quando sono cominciati gli espropri della Sade. Era il mio lavoro normale di tutti i giorni. I proprietari -tutti piccoli coltivatori che dal loro pezzetto di terra ricavavano un aiuto in natura che serviva a integrare il loro magro bilancio- si rifiutavano di cedere al monopolio, a un prezzo irrisorio, la loro terra. Era terra ricavata molte volte dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni. Rappresentava un valore materiale e affettivo insieme. Ogni lotta dei montanari contro il monopolio elettrico cominciava da qui. Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui”.

    Negli anni Cinquanta e Sessanta nel bellunese si costruirono grandi dighe: Pieve di Cadore, Valle del Mis, Auronzo di Cadore, Zoldo, Longarone. Ogni volta che veniva progettato un impianto l’acqua sommergeva una valle con la conseguenza che gli abitanti, in gran parte contadini, perdevano le loro terre. “Alla gente non rimaneva altro che andarsene. Il monopolio arrivava e, come un padrone, espropriava”, continua Sirena.

    Ascoltando queste parole il pensiero corre a tutte quelle dinamiche che vorrebbero scolpire, e in parte lo stanno già facendo, il bellunese secondo criteri legati al profitto anziché alle vere necessità delle comunità locali. Penso alla prepotenza con cui sono state calate le infrastrutture dei recenti Giochi olimpici, con i relativi danni ambientali ed espropri. Penso alla trasformazione della montagna a uso e consumo turistico, mentre i residenti si vedono privare di scuole e sanità pubblica. Penso alle valli che si svuotano di giovani e ai richiedenti asilo che arrivano e finiscono col restare in un limbo di precarietà e sfruttamento. Penso a quando, questa primavera, il fiume Piave si è trasformato in un ammasso di detriti a causa delle operazioni di svaso di una diga in Cadore, con chissà quali ripercussioni sul delicato equilibrio fluviale. Penso alle aziende agricole che chiudono, agli allevamenti che falliscono, alle malghe abbandonate. Penso ai prati che si stanno trasformando in sterminati vigneti intensivi, sollevando non poche preoccupazioni sulla tutela della salute umana e ambientale. E a molto altro ancora.

    “È come se in questi 100 anni non fosse cambiato nulla -afferma Adriana Lotto-. Anzi, la situazione è peggiorata e le cose da denunciare restano ancora molte. Tina ha sempre guardato alla partecipazione della gente: nasce con la Resistenza e ha seguito da vicino le lotte operaie. Per la ricostruzione del post-Vajont, sperava in un piano che coinvolgesse i sindacati, le associazioni, i cittadini. Auspicava un tessuto economico compatto, con piccole imprese artigianali anziché vaste aree industriali e sperava nel ripristino della Scuola di arte e disegno per il rilancio del territorio e del turismo. Lei guardava davvero al futuro”.

    Rifletto su questo territorio, venerato dall’Unesco ma spesso bistrattato da chi lo amministra, con la conseguenza che lo spopolamento avanza imperterrito e i servizi essenziali si fanno sempre più fragili. Di fronte a un lavoro umano e politico ancora lungo, penso a Tina: a lei devo il modo in cui vorrei che la storia, di ieri e di oggi, venisse raccontata dando voce a quella gente che ha molto da dire ma che per rassegnazione o impossibilità, finisce per non averne alcuna. Succede di continuo.

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  • Les « rebelles » des Alpes italiennes selon #Enrico_Camanni

    1Le livre Alpi ribelli (Alpes rebelles) est sorti en 2016, avec le sous-titre « histoires de montagne, résistance et utopie ». Son auteur, Enrico Camanni, est un écrivain, journaliste et alpiniste italien, né à Turin en 1957. Son activité éditoriale autour de la montagne est vaste : il a été rédacteur en chef de la Rivista della Montagna, il a fondé le magazine ALP qu’il a aussi dirigé, et co-dirigé la version italienne de la revue L’Alpe ainsi que la revue Piemonte Parchi. Il a également co-dirigé le film La montagna inventata, la montagne inventée. La liste des livres qu’il a écrits ou qu’il a coordonnés serait bien trop longue pour qu’elle soit évoquée ici. Elle est présente sur son site web, avec cette note : « J’en ai écrit beaucoup, et ils sont tous différents. La montagne m’a permis de me balader entre les genres, ce qui est vital pour moi. J’ai toujours aimé les grands espaces1 ».

    2Un nombre important de ses livres parlent d’alpinisme, de son histoire et de sa sociologie. Le dernier, publié en 2025 par le Club alpin italien, adapte l’expression « mal d’Afrique » à la montagne : Mal di montagna. Quindici storie di passione (Mal de montagne. Quinze histoires de passion), s’intitule-t-il. L’ouvrage « rassemble quinze portraits d’alpinistes d’époques, de compétences et d’horizons différents, quinze intimités approfondies par des liens de corde ou des affinités d’esprit, quinze visages d’un monde difficile à comprendre et encore plus difficile à raconter. Seule l’humanité des protagonistes peut donner un sens à leur ‘maladie’ »2.

    3Alpi ribelli met lui aussi en avant l’humanité de figures montagnardes. Mais dans ce livre, dans lequel des alpinistes sont également à l’honneur, les personnages sont rassemblés car, à différentes époques et par différents moyens, ils ont défié l’ordre établi. Il en résulte des Alpes italiennes pointillées d’« âmes libres, contraires et résistantes », comme le suggère la quatrième de couverture.

    4L’introduction est particulièrement éclairante pour saisir le choix des 17 personnes à qui Enrico Camanni a décidé de rendre hommage. Les portraits des « rebelles » sont présentés sur une carte en début du livre (Figure 2), mais le livre n’est pas rédigé sous forme d’abécédaire. Leurs histoires s’entremêlent dans les 23 chapitres qui composent l’ouvrage. Le fil rouge n’est pas dicté par un ordre chronologique ou alphabétique. Le choix a été plutôt celui de faire ressortir des thématiques, qui se devinent à peine dans les titres des chapitres : « On peut adorer le Christ dans les forêts3 », « Dans cette compagnie d’hypocrites et de bouffons », « Je ne peux pas ne pas participer », « La langue et le drapeau », « La vérité fait plus peur », « Sais-tu qu’ils veulent me tuer ? » en sont des exemples particulièrement emblématiques.

    5Comment Enrico Camanni introduit-il cette constellation d’hommes et des femmes, souvent en quête de liberté pour iels et pour les territoires dans lesquels iels vivent ? Avant tout, en dressant le constat que la « complexité » est le maître-mot de l’époque contemporaine, et que les Alpes n’y échappent pas. Car, comme le souligne Enrico Camanni en conclusion, « les terres les plus isolées, raides et extrêmes sont des accélératrices de changement, une infaillible cartina di tornasole [papier tournesol] pour lire et interpréter les transformations à venir » (p. 224-225). Les Alpes « si extrêmes dans la contradiction » : le « vétuste » et l’« hypermoderne », le « trop » et le « pas assez », les « ghost towns » et « Disneyland » « coexistent sans presque jamais se parler », résume-t-il (p. 6). En toile de fond, un « acteur invisible » qui structure les dynamiques alpines : le « modèle consumériste urbain » (p. 6). C’est lui qui, selon Enrico Camanni, a « changé la montagne » en y introduisant trois mots qui « n’existaient pas dans le vocabulaire alpin : rapidité, motorisation, ciment ». Donc : ski, automobiles, immeubles en copropriété (condomini) (p. 7). Une « colonisation urbaine » par une « culture hégémonique qui a supplanté la culture minoritaire, en annulant les rythmes, les rites, les mythes, les tabous et les dynamiques sociales, et en important de la plaine un modèle étranger mais gagnant, et pas seulement économiquement » (p. 7). L’auteur ne mâche pas ses mots, et affirme sa posture et son positionnement dès la courte introduction.

    6L’écrivain insiste, en début du livre, sur le lien entre montagne et plaine, car « les Alpes sont très proches des grandes villes, elles les regardent et les effleurent », elles sont devenues « le plus grand parc de divertissement de la ville », comme le prédisait Virginia Woolf, ajoute-t-il (p. 7). Mais dans l’histoire récente, elles sont aussi devenues le nouveau cadre de vie pour des citoyen·nes « en quête d’un avenir, ou du moins d’un air, meilleur » (p. 8). Les rapports entre montagne et villes se complexifient, et les deux entités sont de plus en plus interdépendantes. Enrico Camanni met en évidence le paradoxe de la distance : car les Alpes n’ont jamais été si proches — grâce à la fibre optique et aux autoroutes par exemple —, mais, au même temps, si lointaines des villes : « même avec le haut débit, les montagnes restent en pente, et même avec Internet, il neige d’octobre à mai, les os gèlent et les soirées d’hiver n’en finissent jamais » (p. 8-9).

    7Pourtant, malgré la pénétration du modèle consumériste urbain dans les montagnes, les Alpes « hébergent les différents, les rebelles, les résistants, les antagonistes, les hérétiques, pour devenir refuge et mégaphone des âmes libres et contraires », hier comme aujourd’hui. Enrico Camanni, dans son livre, a décidé de raconter l’histoire de 17 d’entre elleux.

    8L’auteur invite à commencer le cheminement en Suisse, en une sorte de deuxième introduction en dehors des Alpes italiennes au cœur de son ouvrage. Il le commence en explicitant le binôme qui, dans l’histoire, y compris mythique, de ce pays s’est créé entre Alpes et liberté. Celui-ci est né avec la légendaire rébellion de Guillaume Tell, le mythe fondateur de la confédération helvétique. « Tout remonte à Tell » (p. 13), pose Enrico Camanni en une sorte d’axiome irréfutable. La liberté pour laquelle Guillaume Tell s’est battu prend fin avec le Traité d’Utrecht qui « trace la frontière sur les montagnes, le centralisme bureaucratique des capitales [qui] entrave le rôle des communautés alpines en reléguant les Alpes à périphérie des États. Les hommes libres ne le sont plus » (p. 16). C’est ainsi que Enrico Camanni explique l’appauvrissement et le dépeuplement des terres hautes. Celui-ci serait dû à « l’isolement politique et économique voulu et imposé par les capitales extérieures » et non pas « au caractère sévère de l’environnement alpin » (p. 16-17). C’est de là qu’est née la « méfiance des montagnards envers une idée de ville qui se résume en cinq mots négatifs : centralisation, distance, pouvoir, indifférence, incompétence » (p. 17). C’est contre ces mots et ce qu’ils comportent quand ils se concrétisent dans la vie et les territoires de montagne, que les 17 rebelles se sont battus.

    9Dans les portraits des hommes et femmes « libres », beaucoup d’alpinistes (#René_Desmaison, #Gary_Hemming, #Reinhold_Messner, #Gianpiero_Motti, #Tita_Piaz, #Mary_Varale), mais aussi des hommes de foi (#Fra_Dolcino, #Giosuè_Javanel), un activiste (#Luca_Abbà), un écrivain (#Nuto_Revelli), un syndicaliste (#Guido_Rossa), et des personnes difficiles à caser dans des catégories figées : #César-Emmanuel_Grappein (médecin, politicien et écrivain), #Alexander_Langer (politicien, journaliste, essayiste), #Tina_Merlin et #Giovanna_Zangrandi (journalistes, écrivaines et partisanes), #Franz_Thaler (pacifiste et artisan), #Attilio_Tissi (alpiniste et politicien).

    10700 ans se sont écoulés entre Fra Dolcino — prédicateur brûlé vif en 1307 — et Luca Abbà — activiste contemporain dans la lutte contre la construction de la ligne à grande vitesse Lyon-Turin. Mais un élément les rapproche tous et toutes, au-delà des époques, ce sont 17 « voix fâchées qui filtrent comme des gouttes dans les failles du système » (p. 9). Ce sont les voix de celles et ceux qui « ont le privilège de comprendre les dangers en premiers et de le hurler en légitime défense, parce que toutes les eaux descendent des montagnes. Aucune ne remonte à la source » (p. 9-10). Ce sont ces cris à qui Enrico Camanni fait écho, car « le vieux cri des Alpes rebelles nous interroge aujourd’hui plus que jamais sur la difficile cohabitation […] de différentes visions du monde dans la mer agitée de la globalisation » (p. 10).

    11Dans ce sens, le combat pacifiste et écologiste d’Alexander Langer4 est emblématique : « Né dans les montagnes, il savait parfaitement que les Alpes auraient pu être un magnifique laboratoire de développement durable et d’innovation conservatrice. En théorie, elles étaient le lieu idéal pour expérimenter ce lentius, profundis, suavius qu’il pratiquait, prêchait et aimait. En pratique, les Alpes étaient l’exemple de comment il est possible de bouleverser un monde en quelques décennies, en substituant les raisons du profit à celles de la cohabitation » (p. 72). Alexander Langer, qui a été député au parlement européen pour le parti des Verts qu’il a contribué à fonder, a ardemment défendu l’idée que « si les Alpes s’érigeaient au centre de l’Europe, elles avaient la vocation à l’unir et non à la diviser » (p. 71).

    12Les Alpes sont le centre géographique de l’Europe, et ont aussi été le lieu où s’est organisée la Résistance, celle avec le R majuscule : « Si la plaine appartient aux fascistes, la montagne appartiendra aux partisans » (p. 128). Une idée mise en œuvre notamment par Nuto Revelli, co-fondateur de la compagnie de rebelles Rivendicazione Caduti (« revanche » aux soldats « tombés » sur le front russe) et membre de la bande partisane Italia Libera. Après la guerre, Nuto Revelli, devenu écrivain, a rencontré « les derniers protagonistes de la “civilisation alpine” » (p. 130) et a raconté le déclin démographique dans les vallées italiennes.

    13Parmi les trois femmes qui habitent l’ouvrage, le portrait de Tina Merlin est particulièrement saisissant. Cette journaliste s’est battue avec sa plume contre la construction du tristement célèbre barrage du Vajont. Enrico Camanni reporte dans son livre les mots que Tina Merlin a écrit dans le journal L’Unità et pour lesquels elle a été accusée dans un procès où elle a été au final acquittée :

    À Erto, en Valcellina, 130 chefs de famille hommes et femmes se sont rassemblés pour créer un organisme ayant une forme juridique permettant de défendre les droits et les intérêts des individus et des collectivités du village face aux intimidations et aux abus dont la Sade5 se rend coupable dans la région… Dans l’égoïsme de la société électrique et dans l’inertie du gouvernement, [les montagnards] entrevoient un danger grave pour l’existence-même du village où l’on est en train de construire un bassin artificiel de 150 millions de mètres cubes d’eau, qui dans le futur, en érodant le sol, pourraient s’effondrer dans le lac… (p. 154).

    14Les avertissements de Tina Merlin n’ont pas été écoutés. Pourtant, la toponymie-même aurait dû alerter sur la tragédie à venir : le barrage a été construit sur les flancs du « Monte Toc, qui signifie ‘morceau de roche’, mais en langue frioulane indique aussi une chose pourrie » (p. 155). Mais personne n’écoute tous ceux et toutes celles et ceux qui alertent sur la tragédie qui se concrétisera le soir du 9 octobre 1963, quand trois millions de mètres cubes de roche tombent dans le lac artificiel causant la mort de presque 4 000 personnes dans la vallée.

    15L’avant-dernier chapitre raconte l’histoire de Luca Abbà, né à Turin en 1975, et qui se définit comme « cultivateur de montagne » (p. 207), un métier qu’il apprend sur le tas quand il hérite d’un bout de terre au moment du décès de son grand-père, à Exilles, dans le Val de Suse. C’est là qu’il fonde un comité local d’organisation contre le projet de ligne ferroviaire à grande vitesse. Ensemble avec d’autres militant·es, iels achètent et occupent des terrains en localité de Chaumont, là où doivent commencer les travaux de construction de l’infrastructure ferroviaire. Enrico Camanni raconte avec minutie la chronologie des événements qui ont eu lieu le 27 février 2012, quand Luca Abbà, pour résister à l’évacuation, monte sur un pylône électrique où il sera électrocuté : « tout le monde le croyait mort, on ne survit pas à une chute dans le vide de douze mètres, sur des pierres » (p. 211). Pourtant, après une hospitalisation qui a duré plus de trois mois, il est « à nouveau debout » (p. 212) et livre à Enrico Camanni ces mots de rébellion et d’espoir :

    L’envie de combattre est toujours plus enracinée dans la vallée et les nouvelles générations sont plus préparées que celles d’avant. Elles ne se limitent pas à défendre leur pré carré, elles veulent construire un monde différent, à taille humaine, et non pas un monde fait de machines et de banques. La croissance c’est bien, mais elle doit être culturelle. Et puis nous devons apprendre à nouveau à faire les choses par nous-mêmes, en respectant la terre. C’est cela la vraie liberté, matérielle et spirituelle (p. 213).

    16Le dernier chapitre est consacré à un protagoniste un peu particulier. Il a quatre pattes et est au centre de nombreuses controverses dans les Alpes : le loup, le « rebelle par excellence » (p. 214) :

    Le loup est le rebelle par excellence, hors-la-loi et hors-le-temps, car il représente ce que nous ne sommes plus : la nature sauvage, le courage d’aller, l’émotion primordiale. La bête rebelle habite des terres rebelles. Le centre de gravité des loups à l’ère de l’Internet oscille entre les Alpes de la mer et les vallées de Coni, Saluces, Pignerol et Suse, en traversant des lieux qui étaient jadis occupés par les partisans de Nuto Ravelli, les crêtes du commandant vaudois Janavel, les villages des revendications occitanes, les forêts des No TAV et de la résistance en Val de Suse » (p. 214-215).

    17Le loup parcourt et reconquiert ainsi les territoires qui ont vu naître, au cours des siècles, des hommes et des femmes « qui ne fuyaient pas, [des gens] qui croyaient et ne se pliaient pas » (p. 10). Et dont Enrico Camanni nous livre ces très émouvants portraits.

    ▻https://journals.openedition.org/rga/14856
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