• Segnalò ebrei e aderì a #Salò: i leghisti gli dedicano una via

    Per il podestà fascista #Airoldi la mozione al Comune di #Erba. Alla proposta della destra per «meriti culturali» rispondono Anpi, sinistra e sindacati: lunedì presidio.

    Negli anni Novanta, quando giocava alla secessione, la Lega era solita sostituire i nomi delle vie che avevano riferimenti nazionali con quelli leghisti. Il più classico era la sostituzione di via Roma con #via_Padania o #via_Lega_Lombarda.

    Lo fecero anche a Erba, nel comasco, dove oggi la Lega «non più Nord», insieme a Forza Italia e liste civiche del sindaco, vorrebbe intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti e partecipò alla Repubblica Sociale Italiana: #Alberto_Airoldi. Tutto parte da un appello ospitato a inizio luglio dal quotidiano locale La Provincia dove l’autore, lo scenografo Ezio Frigerio, propone di intitolare una via al podestà fascista. Il motivo è culturale: Alberto Airoldi ha contribuito a fondare nel 1923 il teatro Licinium di Erba, ha animato la rivista Brianza e si è affermato come poeta brianzolo.

    Ma per questi meriti Erba lo ha già omaggiato anni fa intitolandogli il cippo al teatro Licinium, un omaggio esclusivamente culturale. A nessuno era venuto in mente di celebrare in altro modo e in altri ambiti colui che fu sì un personaggio della cultura locale, ma soprattutto un fascista che collaborò coi nazisti nella persecuzione degli ebrei.

    Dalle parole dell’appello ai fatti, la Lega e il resto del centrodestra hanno preso la palla al balzo e scritto una mozione che presenteranno il 15 luglio in consiglio comunale. «Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili.

    «Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona. Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi. Chi a sinistra è contrario perché era fascista, o chi tentenna e fa il democristiano manca di rispetto a Erba che ricorda la sua storia per crescere forte nel futuro con l’esempio di persone come Alberto Airoldi di cui siamo tutti orgogliosi».

    Tra gli anziani con cui Zoffili ha parlato non devono esserci stati gli anziani della famiglia Usiglio o delle altre di origine ebraica segnalate da Airoldi al ministero degli Interni fascista. «Al di là delle sue posizioni e delle sue scelte politiche, Airoldi è stato il protagonista indiscusso di una stagione esaltante di rinascita culturale per la città», ha detto la vicesindaca leghista Erica Rivolta.

    Il podestà applicò le leggi razziali in modo scrupoloso e secondo alcune ricostruzioni si spinse anche oltre. A Radio Popolare Manuel Guzzone dell’Anpi di Como, che ha studiato la figura di Airoldi, ha raccontato che nel 1939 il podestà scrisse un opuscolo dal titolo «Elenco di cognomi ebraici», dove elencò famiglie ebraiche del territorio comasco fuori dai confini del comune di sua competenza, Erba.

    «In un certo senso aiutò chi venne dopo di lui, i nazisti, nei rastrellamenti. Molte di quelle famiglie avevano lasciato Milano per oltrepassare il confine comasco verso la Svizzera. Lui non solo approvò le leggi razziali, ma diede un ulteriore aiuto ai nazisti indicando le famiglie ebraiche del territorio».

    Fu coinvolto nel processo al Primo partigiano della resistenza brianzola Giancarlo Puecher, fucilato il 23 dicembre 1943 a Erba. «Il ruolo di Airoldi fu determinate – racconta Guzzon – C’è un ulteriore particolare che risuona particolarmente inopportuno. La via che cambierà di nome dovrebbe essere un tratto di via Crotto Rosa, la stessa dove al civico 5 aveva vissuto per un periodo un componente della famiglia Usiglio, una delle famiglie ebraiche di Erba segnalate da Airoldi».

    La mozione che arriverà in consiglio comunale il 15 luglio è sostenuta da Lega, Forza Italia, lista civica Il Buonsenso e lista civica del sindaco Veronica Airoldi, nipote del podestà: un grande omaggio al nonno.
    Nel comune comasco, a solida maggioranza di destra, in tanti non ci stanno e lunedì manifesteranno dalle ore 20 fuori dal consiglio comunale.

    «Le adesioni stanno crescendo», dicono dall’Anpi di Monguzzo. Ci saranno Cgil, Cisl, Uil e delegazioni da alcune fabbriche del territorio, come il cementificio Holcim.

    E poi il Pd, Rifondazione, Sinistra italiana e una ventina di associazioni. «Non è sufficiente esibire meriti culturali per cancellare una macchia indelebile come la complicità attiva nel regime fascista; persino Hermann Goering, numero due del nazismo, aveva meriti culturali ed era uno dei più grandi collezionisti d’arte, ma nessuno in Germania si sognerebbe mai di intitolargli una via», scrive l’Anpi nell’appello. Una piccola storia locale, un podestà a cui verrà intitolata una via, ma che racconta come avviene la normalizzazione del fascismo.

    https://ilmanifesto.it/segnalo-ebrei-e-aderi-a-salo-i-leghisti-gli-dedicano-una-via
    #toponymie #noms_de_rue #Italie #fascisme

  • Paris streets, squares named in honour of LGBT+ figures

    Fifty years after New York City’s Stonewall riots laid the foundation for modern gay rights, Paris is carrying on that legacy by naming an array of streets and squares after historically important LGBT+ figures.

    New to the city map are Stonewall Riot and Harvey Milk squares – the first in recognition of the famous rebellion against Manhattan police in 1969; the latter in honour of the American civil rights leader and first openly gay politician to be elected in California.

    Other squares, gardens and passageways pay tribute to the likes of Irish gay rights activist Mark Ashton, French transsexual politician and poet Ovida-Delect and bisexual American writer and filmmaker Susan Sontag.

    There’s also a commemorative plaque in honour of Gilbert Baker, the man who invented the rainbow flag. Add to that Pierre Seel Street, named for the openly gay Holocaust survivor, and Place Renée Vivien, in honour of the British poet known for her Sapphic verse and party days during the Belle Epoque.

    Increasing LGBT+ visibility

    The new unveilings bring to more than 40 the number of people immortalised through plaques erected around the city – with most of them smattered about the vibrant 4th arrondissement, home to Paris’s unofficial gay district.

    These sorts of gestures are an important way of increasingly the visibility of the gay community and cementing its place in history, says Fabien Jannic-Cherbonnel, a journalist with the French LGBT+ news site Komitid.

    “France is very keen on talking about its history and the great men who shaped the country – and these plaques show people that women and LGBT+ figures are a part of that history, and they also helped to make this country what it is today,” he says.

    Paris playing catch-up

    While other European cities such as Amsterdam and Berlin are perhaps a little further ahead in celebrating the LGBT+ legacy, with their so-called “homomonuments” drawing in tourists, Paris is steadily playing catch-up – so much so the Town Hall has dared to label it the “flagship city of inclusion and diversity”.

    The street-naming gesture comes just ahead of this weekend’s pride march. Like many cities across the world, Paris cranks up the colour in June to celebrate gay pride – and this Saturday the capital will look like the rainbow city that mayor Anne Hidalgo has been striving to deliver.

    Tempering the pride party, however, is last month’s report by the French not-for-profit organisation SOS Homophobie, which noted a 15 percent rise in the number of homophobic attacks reported in 2018, compared with the previous year.

    While the NGO described 2018 as a “black year”, Jannic-Cherbonnel says the numbers aren’t necessarily evidence that homophobic assaults are on the rise.

    “This is a reflection of the number of calls that SOS received – which means that people are talking about it,” he says. “They know when something is wrong and when something happens they will report it.

    “I’m not convinced there’s a huge increase in homophobia in French society, especially in Paris, but we are talking more about it – which is good because this is all about visibility, which in turn helps to fight homophobia.”


    http://en.rfi.fr/france/20190626-paris-streets-squares-named-honour-lgbt-figures?ref=tw
    #LGBT #homosexualité #Paris #France #toponymie #noms_de_rue #Harvey_Milk

  • More street name changes on the cards for #District_Six

    The names of more streets will be changed to their original names in the erstwhile District Six, whose name was changed to #Zonnebloem.

    Dr Anwar Nagia, founder of the District Six Museum, said: “We as the museum are currently in the process of changing five street names back to their old street names, such as the old #Pontact_Street and #Tennent_Street.”

    He said there were many elements that they had to look at that still existed in District Six.

    “We are in the process of changing five street names, but to us they have already been changed symbolically,” he said. “We are doing this the right way and we didn’t want to do this in a campaign way. Presentations will be made this week to the subcouncil committee on renaming and then we will take it from there.”

    The museum started a campaign last year to officially change the name of Zonnebloem back to District Six.

    In the apartheid era, District Six was named Zonnebloem when the area was declared whites-only and the previous residents were forcibly removed. It was a farming estate until the early 19th century, when it became a suburb of Cape Town as the population and city boundaries grew.

    Zonnebloem became home to freed slaves, merchants, labourers and immigrants. The District Six area is made up of Walmer Estate, Zonnebloem and lower Vredehoek.

    Some parts of Walmer Estate, like Rochester Street, were completely destroyed, while other parts, such as Cauvin Road, were preserved but the houses were demolished. In other parts of Walmer Estate, like Worcester Road and Chester Road, people were evicted but only a few houses were destroyed.

    City media manager Luthando Tyhalibongo said: “In order for a name to be changed, the procedure outlined in the city’s naming policy must be followed. This includes, among others, for the proposal to be considered by a relevant committee, public participation, a report to council (with detailed technical specifications and an estimate budget for a name change) and a favourable vote by council to approve the name change.”

    Tyhalibongo said the city would have to undertake a public participation process to offer residents and interested and affected parties the opportunity to comment on the proposed name change.


    https://www.iol.co.za/capeargus/news/more-street-name-changes-on-the-cards-for-district-six-27028784
    #toponymie #noms_de_rue #Afrique_du_Sud #musée

  • Les rues genevoises en voie de #féminisation

    Trop masculine, la nomenclature des rues fait débat en #Suisse romande. A Genève, le #collectif féministe #L’Escouade a rebaptisé, depuis début mars, une vingtaine d’artères avec des noms de femmes. L’initiative trouve un écho au Grand Conseil.

    A Genève, seules 5,6% des rues portent des noms de femmes. Soit le taux le plus bas de Suisse romande après Sion (5,2%). Un score peu enviable que le collectif féministe L’Escouade veut améliorer. Depuis le 1er mars, il rebaptise toutes les deux semaines une dizaine d’artères au moyen de plaques violettes en hommage à des femmes artistes, militantes, écrivaines ou encore diplomates que l’histoire a laissées de côté. L’initiative « 100Elles* », réalisée en partenariat avec la ville de Genève et un groupe d’historiennes, trouve un relais politique au Grand Conseil où une députée veut pérenniser le projet.

    Trop masculine, voire parfois politiquement incorrecte, la nomenclature des rues est fréquemment remise en question, en Suisse et ailleurs. Preuve tangible de la mémoire collective, elle agit comme un baromètre de la sensibilité, rendant soudain encombrantes certaines personnalités jadis encensées. A Neuchâtel, l’espace dédié au scientifique Louis Agassiz, éminent glaciologue également auteur de thèses racistes, a été débaptisé l’an dernier au profit de Tilo Frey, première élue noire au Conseil national. En matière de genre, le déséquilibre actuel apparaît lui aussi comme le reliquat d’un monde où les femmes ne comptaient pas ou peu. Face à la pression, les villes tentent de renverser la tendance. A l’instar de la municipalité lausannoise, qui a récemment décidé d’attribuer les quatre premiers noms de rues du futur écoquartier des Plaines-du-Loup à des femmes.

    Dans le canton de Genève, seules 41 rues sur 589 rendent hommage à des femmes. La plus populaire des héroïnes de l’Escalade, la Mère Royaume, Catherine Cheynel de son nom de jeune fille, n’a droit qu’à une ruelle de 150 mètres aux Pâquis. Parmi les rares élues, on trouve la journaliste Emilie Gourd, l’écrivaine Alice Rivaz ou encore la doctoresse Marguerite Champendal. « Symbole de la domination masculine dans l’histoire et, partant, dans l’espace public, ce déséquilibre n’est pourtant pas motivé par des critères de sélection objectifs », souligne Myriam Gacem, membre de L’Escouade. La loi ne fait en effet aucune mention du genre : la personne honorée doit avoir marqué de manière pérenne l’histoire de Genève et être décédée depuis plus de dix ans. Force est de constater que la marge d’interprétation a laissé place à l’arbitraire.

    #Asymétrie de genres

    Des femmes illustres, ambitieuses par leur œuvre ou leur engagement, Genève en regorge. Sur mandat de L’Escouade, onze historiennes de l’Université de Genève en ont retenu cent et effectué un travail minutieux pour retracer des parcours souvent inconnus du grand public. Sur la liste qui sera égrenée jusqu’au mois de juillet, on trouve ainsi Marguerite Frick-Cramer (1887-1963), première femme déléguée du CICR, Hélène Gautier-Pictet (1888-1973), fondatrice du Centre de liaison des associations féminines genevoises, Jeanne Henriette Rath (1773-1856), artiste peintre qui a financé le musée bien connu de la place de Neuve, ou encore Alexandra Kollontaï (1872-1952), ambassadrice de l’URSS et fervente féministe.

    A partir de quand juge-t-on que quelqu’un a marqué durablement l’histoire ? Pour Daniela Solfaroli Camillocci, professeure à l’Institut d’histoire de la Réformation et membre du groupe d’historiennes, le choix est éminemment politique. « Historiquement, des critères de sélection subjectifs ont produit des asymétries de genres, observe-t-elle. Ecrire l’histoire des femmes en insistant sur leurs affects, définir leur identité à travers leur affiliation au groupe familial ou encore perpétuer leur caractère exceptionnel, tous ces réflexes ont contribué à une invisibilisation des femmes dans l’espace public. »
    Reconfigurer l’espace public

    Exhumer des parcours oubliés peut sembler compliqué. En se plongeant dans les archives d’Etat, d’institutions et d’associations, tout comme dans la littérature secondaire, les chercheuses ont pourtant été confrontées à une abondance de matière. « Travailler en groupe nous a permis d’ouvrir nos perspectives, pour représenter des milieux sociaux, des identités et des trajectoires les plus variés possible », souligne Daniela Solfaroli Camillocci. Certains milieux sociaux défavorisés n’ont en revanche laissé aucune trace. La sélection inclut donc des figures collectives, les « trente immortelles de Genève » ou encore les horlogères, pour combler ces vides. Reste que les enjeux de la mémorialisation évoluent constamment : « Les choix d’aujourd’hui ne seront pas les mêmes dans vingt ans. »

    Au parlement, une motion de la députée d’Ensemble à gauche Jocelyne Haller, soutenue par les socialistes, les Verts et le PDC, donne trois ans au canton pour féminiser les rues genevoises sur la base de la liste établie. « Donner des noms de femmes aux ouragans semble aller de soi, relève-t-elle. Lorsqu’il s’agit de rues ou d’établissements scolaires, c’est plus compliqué. » A quelques mois de la grève des femmes, le sujet dépasse selon elle le clivage gauche-droite. Si sa proposition n’est pas discutée d’ici au 14 juin, elle n’exclut pas de demander l’urgence.
    Volonté politique

    A Genève, le « réflexe féminin » est déjà présent, assure Sandrine Salerno, cheffe du Département des finances. « Ce projet s’inscrit dans la politique de l’égalité que mène la ville pour valoriser le travail des femmes. » A défaut de débaptiser massivement, la ville compte plutôt profiter des nouveaux quartiers pour honorer des femmes. « Dans le secteur de la gare des Eaux-Vives, toutes les nouvelles rues ont des noms de femmes, précise Rémy Pagani, chef du Département de l’aménagement et des constructions. Le futur pont du CEVA, à Carouge, sera celui des Orpailleuses. » Une fois complète, la liste des « 100Elles* » sera envoyée à toutes les communes pour les sensibiliser.

    Lire aussi : La seconde vie des sorcières sur Wikipédia

    Selon quel processus nomme-t-on une rue ? Les communes donnent des préavis à la commission de nomenclature qui soumet les propositions au gouvernement pour validation. « En 2012, ce dernier avait modifié la réglementation pour privilégier les dénominations courtes se référant à la toponymie locale, puis il est revenu en arrière en 2015, rappelle Geneviève Arnold, ancienne membre de la commission. Nous y étions personnellement opposés considérant les enjeux de mémoire et de préservation de l’histoire locale. »
    Baptiser et débaptiser

    Débaptiser une rue, en revanche, est un processus rare, long et complexe. Il faut motiver la demande auprès de la commission de nomenclature avec des sources historiques. Et cela ne se fait pas toujours sans accroc. « En 2012, la rue Sautter a dû être renommée pour cause de travaux, se souvient Geneviève Arnold. Le choix d’honorer Gabrielle Perret-Gentil (1910-1999), gynécologue et obstétricienne qui s’est notamment battue pour le droit des femmes à l’avortement, n’a pas fait l’unanimité au sein du conseil d’Etat ni des Hôpitaux universitaires de Genève qui auraient préféré un homme. » Par le passé, le processus de dépabtisation s’est aussi observé dans le sens inverse. En Vieille-Ville, la rue des Belles-Filles, jadis lieu de rendez-vous libertins, est aujourd’hui la rue de l’écrivain et pasteur Etienne Dumont (1759-1829).

    https://www.letemps.ch/suisse/rues-genevoises-voie-feminisation
    #Genève #noms_de_rue #toponymie #toponymie_féministe #résistance #féminisme #re-nomination #repabtisation #action_toponymique
    Pour archivage, article paru le 5 avril 2019

  • #Rugby : le #Stade français envisage de renommer son terrain historique de #Jean-Bouin pour un contrat de « #naming »

    D’après les informations du « Monde », la direction du club songe à vendre le nom de l’enceinte à une marque, dont l’identité n’est pas encore connue.


    https://www.lemonde.fr/sport/article/2019/06/05/rugby-le-stade-francais-envisage-de-debaptiser-son-terrain-historique-de-jea
    #toponymie

  • Segre: «Cancellare il nome di #Vittorio_Emanuele_III dalle scuole, firmò le leggi razziali»

    La senatrice ha fatto questa proposta incontrando la professoressa Dell’Aria di Palermo, che lavora proprio in una scuola intitolata al sovrano.

    È sicuramente destinata a sollevare parechcie polemiche la proposta della senatrice a vita Liliana Segre di eliminare l’intitolazione di scuole e istituti al re Vittorio Emanuele III, ossia il sovrano che promulgò le leggi razziali nel 1938. La senatrice ha fatto la sua proposta incontrando a palazzo Giustiniani la professoressa Rosa Maria Dell’Aria e i suoi studenti dell’Iti ’Vittorio Emanuele III’ di Palermo, dopo la vicenda del video realizzato dai ragazzi e per il quale la docente ha subito una sospensione di 15 giorni.
    «Cancellare quel ’Vittorio Emanuele III’ - ha affermato - non deve essere un lavoro difficile, basterebbe togliere un numero romano... Se dopo tanti anni - ha proseguito - sono ancora molti gli istituti intestati a Vittorio Emanuele III vuol dire che c’è un preoccupante vuoto di memoria e di sentimenti».
    Nella mia vita tutti gli occhi delle persone a cui ho visto fare del male erano segnati dall’indifferenza. E quando mi si chiede se ho perdonato, rispondo ’no’, e non dimentico. Quello che ho visto era assolutamente troppo, a cominciare dalla freddezza di chi compiva certe azioni".
    «Tuttavia - ha aggiunto la senatrice - non vado nelle scuole a parlare di odio e di vendetta. Anche per questa ragione sto tentando di presentare un disegno di legge contro l’hate speech, cioé quelle parole di odio che oggi fanno ancora più paura. Anche nel vostro filmato sui migranti (nel corso dell’incontro è stato proiettato il video realizzato dagli studenti in cui si parlava delle leggi razziali e del decreto Salvini, alla base del provvedimento disciplinare nei confronti della professoressa Dell’Aria, ndr) è l’indifferenza a regnare sovrana. Ma oggi - ha osservato ancora Liliana Segre - c’è libertà di parola e il vostro caso anche per questo è diventato importante».


    https://www.globalist.it/news/2019/05/31/segre-cancellare-il-nome-di-vittorio-emanuele-iii-dalle-scuole-firmo-le-le
    #histoire #toponymie #lois_raciales #Italie #Liliana_Segre #seconde_guerre_mondiale #WWII #deuxième_guerre_mondiale #fascisme #mémoire
    ping @albertocampiphoto @wizo

  • « Une histoire populaire de l’empire américain »

    Depuis le #génocide des #Indiens jusqu’à la #guerre en #Irak en passant par le développement d’un #capitalisme financier globalisé, les États- Unis se sont constitués au fil des siècles comme un #empire incontournable. Peu à peu, leur histoire est devenue #mythologie, mais ce livre propose le récit d’une #nation, un récit qui a réussi à changer le regard des Américains sur eux-mêmes.



    https://www.editions-delcourt.fr/serie/une-histoire-populaire-de-l-empire-americian-ned.html
    #BD #histoire #USA #Etats-Unis #histoire_populaire

    J’en parle ici aussi, à propos de la chanson #Ludlow Massacre, citée dans le livre :
    https://seenthis.net/messages/784622

  • Neue Namen in Kreuzberg?: Warum Straßenumbenennungen sinnlos sind - Berlin - Tagesspiegel Mobil
    https://www.tagesspiegel.de/berlin/neue-namen-in-kreuzberg-warum-strassenumbenennungen-sinnlos-sind/24051472.html

    Sauberkeit ist eine gute Sache: Diese Überzeugung verbindet Mitarbeiter der Straßenreinigung mit den Verfechtern von Straßenumbenennungen. Wie die BSR-Leute Vergammeltes und Verkommenes entsorgen, so wollen manche Kreuzberger offenbar Vergangenes entsorgen, konkret: das, was sie für den preußischen Militarismus und dessen Niederschlag in einer Reihe von Straßennamen halten. Es geht um Generäle wie Ludwig Yorck von Wartenburg, nach dem die Yorckstraße benannt ist, und seinen Kollegen, Generalfeldmarschall Gebhardt Leberecht von Blücher, den Mann vom Blücherplatz – Soldaten, die mit ihren Soldaten gegen französische Soldaten gekämpft haben, als diese Preußen besetzten.

    Das waren mal so genannte Helden. Es geht um die Großgörschen- und die Großbeerenstraße und andere Straßen, die nach Schlachten aus den preußischen Befreiungskriegen benannte sind. Es geht um den gesamten sogenannten Generalszug.

    Schon im „Afrikanischen Viertel“ gab es Streit

    Und es sind die Kreuzberger Grünen, die eine Sache angehen, die angeblich viele Bürger und Anwohner seit langem bewegt - sozusagen die Befreiung von der Geschichte der Befreiungskriege. So heißt die bewaffnete Auseinandersetzung der Jahre 1813 bis 1815 nun mal. Weil die Grünen wissen, dass sich solche Projekte immer zu politischen Delikatessen entwickeln – siehe den Streit um die Umbenennung von Straßen im „Afrikanischen Viertel“ im Bezirk Mitte – formulieren sie vorsichtig: Das Bezirksamt solle einen „Diskurs“ über eine „mögliche“ Umbenennung organisieren.

    Etwa entschiedener liest sich die Begründung. Da heißt es, man könne sich in Anbetracht der Partnerschaft zwischen Deutschland und Frankreich fragen, ob solche Straßennamen noch „angebracht“ seien. Und es gebe auch „Geschichten“, die mit den Straßennamen verbunden sind und mit einer Umbenennung verloren gehen würden.

    Bei Straßenumbenennungen kann viel schiefgehen

    Ob damit die Besetzung der Yorckstraße 59 durch ein vitales und sehr lautstarkes Kollektiv gemeint ist, das vor ein paar Jahren Sitzungen der Bezirksverordneten sprengte, um auch sich aufmerksam zu machen? Die Vertreibung von Hausprojekten und Kollektiven aus der Geschichte eines Bezirks, der für mehr als ein Jahrzehnt ein Besetzerparadies gewesen ist, kann wohl kaum grüne Bezirkspolitik der Gegenwart sein. Aber so ist das mit Straßenumbenennungen: Es kann dabei viel schiefgehen. Der Dauerstreit in Mitte um Namen wie die Lüderitzstraße brachte interessante Erkenntnisse hervor. So wurde als Alternative der Name einer afrikanischen Königin genannt, die sich portugiesischen Investoren entgegenstellte. Allerdings betrieb sie auch Sklavenhandel. Überhaupt Lüderitz: Der Kaufmann betrog im damaligen Deutsch-Südwestafrika und heutigen Namibia Mitglieder des Volks der Nama um Land. Die namibische Hafenstadt Lüderitz heißt übrigens immer noch Lüderitz.

    Geschichte ist immer grau und manchmal grauenhaft, und das Heraussäubern von ein paar Namen macht sie nicht besser. Gewiss ist nichts dagegen einzuwenden, Straßen und Plätze vorzugsweise nach heldinnenhaften Frauen zu benennen – ein Prinzip des neu- und umbenennungserfahrenen Bezirks Mitte. Aber was, wenn sich im Zuge biographischer Recherchen herausstellt, dass eine der Frauen, die mit einem Straßennamen geehrt werden, ihren Doktortitel erschlichen hat? Nicht nur Männer machen sowas.

    Bald müssten auch Statuen herhalten

    Überhaupt kann man sich fragen, wozu Straßenumbenennungen gut sind, jedenfalls abgesehen von Hitler und Stalin, die in einer Adressenangabe nun wirklich allenfalls überzeugten Neonazis und Hardcore-Stalinisten zuzumuten sind, aber keinem Postzusteller. Umbenennungen von Straßennamen aus der deutschen Vergangenheit, von Preußen bis Deutsch-Südwestafrika verschaffen Anhängern der politischen Korrektheit ein gutes Gefühl. Aber warum in Kreuzberg haltmachen, wenn man am Wochenende über die Heerstraße die Stadt verlassen will?

    Und wenn man schon preußische Generäle nicht mehr erträgt, muss man konsequenterweise auch Statuen wie die von Moltke, von Roon und von Bismarck – der Mann hat mehrere Kriege angezettelt! - am Großen Stern schleifen, am besten gleich auch die bei japanischen Touristen so beliebte Siegessäule – allein dieser Name! – und im Grunde auch das Brandenburger Tor mit der Quadriga obendrauf.

    Und ehe sich im Zuge neuerer Forschung herausstellt, dass Kaiserin Augusta ihren Mann mit häuslicher Gewalt überzogen hat, sollte man ein für allem Mal sämtliche Berliner Straßen und Plätze durchnummerieren. Selbstredend ohne die 13.

    #Berlin #Straßenumbenennung

  • Tuesday’s Top Four Tech Reads
    https://hackernoon.com/tuesdays-top-four-tech-reads-af3f5dbf17f2?source=rss----3a8144eabfe3---4

    Read HackerNoon.com today:“The Influencer’s Dilemma” by Nir Kabessa, Noam Levenson and Vernon Johnson [22 min read]“One secret to becoming a great software engineer: read code” by Nemil Dalal [10 min read]“How to hire the best developers” by David Gilbertson [18 min read]“How to prevent embarrassment in AI” by Cassie Kozyrkov [5 min read]Read more top tech stories and latest tech stories.Hacker Noon Excerpts:“The Influencer’s Dilemma” by Nir Kabessa, Noam Levenson and Vernon Johnson [22 min read]Imagine two Miami club promoters, Brett and Vegas, have 10,000 Instagram followers each and are competing for the attention of partygoers. Since their businesses strongly depend on social metrics, each of them would gain from having more followers than the other (+2) and would lose from having less (-2). Every (...)

    #tech-tuesday #top-tech-stories #top-technology-stories #tuesday-tech-reads #technology

  • 5 Top Web Designing Trends in 2019
    https://hackernoon.com/5-top-web-designing-trends-in-2019-b90eb6b92dc0?source=rss----3a8144eabf

    Here are some of the best web designing and development trends for the year 2019. These top web design trends are based on various stats.Are you planning to launch your website this year? Have you analyzed the market in which you are going to enter?There are around 1.5 billion websites working on world wide web. Here are the number of websites from the year 2009 to 2019, as announced by internet live stats.The increasing number of websites have created a cutthroat competition among online businesses. It is quite easy and cheap to construct a website in current times.The challenge begins at the latter stage when you want to reach the goal because of which you started the website. (The goal of reaching and gaining customers). Let me tell you that it is one of the most strenuous tasks to (...)

    #top-design-trends #trending-web-designs #web-design-company #web-design-trends #web-development-trends

  • 8 Top Programming Languages & Frameworks of 2019
    https://hackernoon.com/8-top-programming-languages-frameworks-of-2019-2f08d2d21a1?source=rss---

    Here is the list of 8 best programming languages and frameworks that you should look for in the year 2019 based in various and stats & facts.In the contemporary world of constant advancements in technology, computers have reached everywhere. Writing programs for computers is one of the most crucial work profiles in the current IT market.Have you ever wondered what is an even more hectic task than this? It’s selecting an appropriate programmer to develop software for your company. For a non-technical person, it’s not easy to choose the best programmer out of the ocean of developers.Here is an image which shows the characteristics on the basis of which you should hire a software development company.After selecting the best developer, the next step is to choose the language which you (...)

    #top-language-2019 #top-coding-languages #best-programming-language #top-programming-languages #top-frameworks-2019

  • Le #9ème_art est né en #Suisse mais il est snobé par l’Etat

    La bande dessinée suisse connaît une vitalité et une diversité extraordinaires. Inventé au 19ème siècle par le Genevois #Rodolphe_Töpffer, cet art du récit ne bénéficie pas encore d’une reconnaissance officielle.

    En novembre 2018, une petite équipe de représentants de la bande dessinée (BD) suisse a été reçue par la direction de l’Office fédéral de la culture (OFC). But de cette visite : obtenir de la Confédération qu’elle intègre le 9ème art comme une discipline à part entière, avec la création d’un prix suisse de la BD et d’une bourse nationale. Le tout aurait pu figurer en 2019 dans le message culturel publié tous les quatre ans par l’OFC. Malheureusement, l’équipe déléguée par le Réseau suisse de la BD a fait chou blanc. « Le message culturel mentionnera la BD, mais sans plus. Nous sommes déçus, car nous attendions un vrai signal en vue de la reconnaissance de cet art », avoue Jana Jakoubek, directrice artistique du festival Fumetto, à Lucerne. « Le jour où la BD recevra des subventions à la création, comme c’est le cas pour le théâtre, j’espère qu’il y aura encore des livres », ironise Zep. Le créateur de Titeuf a vendu près de 20 millions d’albums dans le monde. Il ne comprend pas la frilosité des autorités suisses, « alors que les musées de la BD, de la Corée aux USA, mentionnent le fait que le créateur de la bande dessinée est le Genevois Rodolphe Töpffer ».
    La Suisse compte désormais une Ecole supérieure de bande dessinée

    Cofondateur de la première Ecole supérieure de BD en Suisse, lancée à Genève en 2017, le dessinateur Tom Tirabosco milite pour la création d’un centre suisse de la BD. Il définit la BD comme « un art majeur ayant atteint l’âge adulte ». « Les créateurs abordent désormais toutes les thématiques et se trouvent parfois très éloignés de la classique BD franco-belge, celle de Spirou ou Lucky Luke », défend-il. « C’est le seul médium artistique jamais inventé par la Suisse », complète Dominique Radrizzani, le directeur du festival lausannois BDFIL. Genève a fait honneur à cette discipline, en accueillant un hôtel Ibis, consacré à Töpffer et ses successeurs locaux (voir encadré page suivante).

    Des deux côtés de la Sarine, des auteur(e)s s’exportent à l’international. Les Romands sont les plus nombreux, avec notamment Derib, Cosey, Buche, Bertschy, Tirabosco, Peeters et Wazem. Les alémaniques, successeurs de l’artiste allemand Wilhelm Busch, auteur de « Max et Moritz », comptent dans leurs rangs des auteurs majeurs. A commencer par Thomas Ott et Anna Sommer. D’où vient alors cette timidité évoquée par Zep ? « La BD est souvent considérée comme un art de divertissement ou une industrie », résume Philippe Duvanel, qui dirige le festival Delémont’BD. Lui aussi était monté à Berne, il y a 4 ans, avec une délégation jurassienne, pour défendre un prix suisse de la BD. Il indique pourtant savoir que le conseiller fédéral Alain Berset, qui chapeaute l’OFC, est sensible à cet art. « Il y a sans doute un problème sur la légitimité de la BD à recevoir un soutien public, alors que ce n’est pas le cas pour d’autres disciplines, comme le théâtre, par exemple », regrette-t-il.
    Dessiner une BD requiert peu de matériel mais beaucoup de temps

    Si le matériel nécessaire pour dessiner est simple, « la création d’ouvrages de bandes dessinées nécessite un temps énorme », explique Zep. Le dessinateur indique que les créateurs sont en train de se précariser, dans un monde où le nombre d’ouvrages explose, mais avec des tirages de plus en plus limités. Il défend un système d’aide à la création, comme c’est le cas en France avec le Centre national du livre, où des jurys spécialisés accordent des subventions. En Suisse, seules existent quelques bourses cantonales et les appuis fédéraux à la BD ne sont pas décernés par des jurys spécialisés, cet art étant rangé dans une case dédiée au design.

    Malgré tout, la BD suisse serait en passe d’accéder à une reconnaissance des pouvoirs publics, notamment en Suisse romande, où les villes de Lausanne et Genève plancheraient sur un centre du 9ème art. « La BD suisse est en train de placer Genève sur la carte des lieux importants de cet art, à côté de Paris, Bruxelles et Angoulême », souligne Tom Tirabosco, qui préside la Swiss Comics Artists Association. Depuis 1997, Genève décerne chaque année des distinctions à travers les prix Töpffer. La Suisse compte aussi un musée de la BD : le Cartoon Museum de Bâle. Elle possède trois festivals de taille : BDFIL, Fumetto et Delémont’BD. Des évènements existent aussi à Aigle (VD), Belfaux (FR), Tramelan (BE) et Lugano.
    Des éditeurs qui travaillent avec l’Europe

    L’édition suisse n’est pas en reste, avec des maisons comme Atrabile, tournée vers la BD underground, ou encore Paquet, qui publient des ouvrages en Europe. RVB, collection dirigée par le dessinateur genevois Yannis La Macchia, publie des bandes dessinées numériques. En Suisse alémanique, la BD suisse s’exprime dans des magazines comme « Ampel », publié à Lucerne par un collectif, et « Strapazin » à Zurich. Moderne a publié le dernier ouvrage d’Anna Sommer (voir image ci-contre), auteure qui est traduite en français. Existe-t-il une BD suisse ? « Peut-être dans la façon d’envisager ce métier qui s’est développé dans un univers à la fois multiculturel et isolé », conclut Zep.
    La BD a crû sur un terreau alternatif

    Né en 1799, le satiriste genevois Rodolphe Töpffer est considéré comme l’inventeur du 9ème art. « Töpffer rédigeait des chroniques, qu’il découpera avec des dessins à l’appui du texte. Il a mis en place tout ce qui fait la BD moderne », explique Dominique Berlie, conseiller culturel au service culturel de la Ville de Genève. Montage, cases, effets de répétition, suspense : grâce à ces inventions, le créateur autodidacte de la « littérature en estampes » connaîtra un succès international avec entre autres, l’« Histoire de Monsieur Jabot » (voir page 10). « Il a aussi présenté une théorie de son art et a reçu le soutien de Goethe, qui y a vu quelque chose d’important », rappelle Dominique Berlie. « Après lui, il ne s’est plus passé grand-chose pendant longtemps en Suisse », continue Jana Jakoubek.

    « L’éclosion d’une BD qui se vendra à l’international remonte aux années 1960 et 1970, à travers une bande dessinée alternative, liée au monde des squats, qui s’est exprimée dans des affiches et journaux de gauche », raconte Dominique Berlie. Dans les années 1970, les dessinateurs genevois Ceppi et Poussin montent à Paris et réussissent à se faire publier par de grands éditeurs. Au début des années 1990, la revue genevoise « Sauve qui peut » publiera des dessinateurs issus des arts décoratifs, permettant à de jeunes pousses de s’exprimer, parmi lesquelles Zep, Wazem, Baladi, Helge Reumann, Peeters ou Tirabosco.

    Le jeune Zep avait fait des propositions à des quotidiens du cru, sans susciter d’intérêt. Mais le futur créateur du « Guide du zizi sexuel », sera soulagé de découvrir des confrères émerger dans les médias. « Le succès de gens comme Derib – auteur de Yakari – m’a permis de croire à la possibilité de faire ce métier », raconte-t-il. Zep évoque aussi sa rencontre avec Cosey, créateur de « A la recherche de Peter Pan ». « Moi qui aime la montagne, je me suis retrouvé dans ces récits contemplatifs qui se déroulent dans les Alpes valaisannes. Cela a montré qu’il était possible de parler de nos propres histoires, suisses, à une époque où la BD parisienne était très loin de ces préoccupations. »

    La relève de la BD suisse est en marche, assure Dominique Berlie. Il cite notamment des auteurs comme Peggy Adam, Isabelle Pralong, ou Guillaume Long. Outre Sarine, Tom Tirabosco cite le peintre Andreas Gefe, originaire de Schwyz. Jana Jakoubek met en avant les travaux des jeunes lucernois Noemi Laake et Andreas Kiener, actifs dans le collectif et magazine « Ampel ». (SH)

    https://www.revue.ch/fr/editions/2019/02/detail/news/detail/News/le-9eme-art-est-ne-en-suisse-mais-il-est-snobe-par-letat
    #BD #bande_dessinée

  • #top 7 Real Estate #crowdfunding Platforms in 2019
    https://hackernoon.com/top-7-real-estate-crowdfunding-platforms-in-2019-2f1312fe4e19?source=rss

    As we all know capital is still considered one of the biggest barriers when entering real estate investments simply because you haven’t created any value yet to collateralized a loan, it simply doesn’t allow you to borrow any funds as a startup. Luckily for us, real estate crowdfunding platforms have opened its doors towards more opportunity for real estate investments.According to Forbes, real estate crowdfunding continues to be a dynamic and ever-evolving industry, growing to an estimated $3.5 billion in 2016. By 2025, the crowdfunding industry as a whole is anticipated to be valued at more than $300 billion and online real estate marketplaces are primed to capitalize on that explosive growth.So let’s go over on how Crowdfunding works.What is Crowdfunding?Crowdfunding is a way of (...)

    #real-estate #marketing #crowdfunding-platforms

  • Faut-il déboulonner les statues qui glorifient la #France coloniale ?

    Ils s’appellent #Marchand, #Faidherbe, #Bugeaud et ont fait la #gloire de la France coloniale du 19e siècle. Aujourd’hui, les #monuments érigés à leur #mémoire suscitent la #polémique et sont parfois vandalisés. De la gloire à l’#oubli, voire à la #destruction, petit tour d’horizon de quelques unes de ces #statues qui sont, parfois, aujourd’hui contestées.


    https://www.francetvinfo.fr/monde/afrique/senegal/faut-il-deboulonner-les-statues-qui-glorifient-la-france-coloniale_3202
    #toponymie #histoire #colonialisme #colonisation #Afrique #vandalisme

    • Pfff ! ça fait du monde !

      Parmi celles à Paris que je connais bien pour passer (ou être passé très régulièrement devant), je cite de mémoire : généraux (ou maréchaux) Gallieni, Lyautey (qui a remplacé un Mangin fondu par les Allemands), Mangin (justement), Joffre et parmi les officiers morts aux colonies, Francis Garnier, Paul Flatters, sans compter le grand nombre (mais sans statue…) morts de fièvres et parasitoses diverses…

  • A #Ladispoli una piazza per #Almirante. Anpi: «Tra trent’anni intitoleremo vie a Mussolini»

    Una piazza dedicata a #Giorgio_Almirante, la piazza più grande di Ladispoli. È questa la decisione della giunta di centrodestra guidata dal sindaco #Alessandro_Grando che ha suscitato lo sdegno dell’Anpi e di tanti ladispolani che scesi in piazza a protestare in occasione della cerimonia di intitolazione. «La costituzione è antifascista», o «#No Piazza Almirante» e foto dei rastrellamenti contro gli ebrei: sono questi gli striscioni che accompagnavano la manifestazione sulle note di Bella Ciao. Alla cerimonia, invece, a difendere la memoria di Giorgio Almirante c’era la figlia Giuliana De Medici: «Le persone che protestano non conoscono la storia, all’epoca erano tutti fascisti». Davanti alla nuova piazza non è mancato chi, sulle note dei vecchi comizi di Almirante, si è esibito in un saluto romano.


    https://video.repubblica.it/edizione/roma/a-ladispoli-una-piazza-per-almirante-anpi-tra-trent-anni-intitoleremo-vie-a-mussolini/329671/330272?ref=fbpr
    #extrême_droite #Italie #toponymie #fascisme #noms_de_rue

    ping @albertocampiphoto @wizo

  • #Calais et ses « #jungles » : toponymies en questions

    Calais est un nom qui évoque certainement beaucoup de choses. Le nord de la France, la frontière britannique, le Tunnel sous la Manche, le passage clandestin vers le Royaume-Uni… C’est un espace, devenu sujet d’études sous de nombreux aspects, notamment dans les travaux de l’anthropologue Michel Agier. Il est pourtant un angle d’analyse qui n’ait pas encore été complètement exploré aujourd’hui : celui de sa toponymie.

    Et pourtant, voilà une approche intéressante en ce qu’elle révèle le rapport des individus avec les lieux. Un rapport tout à la fois culturel et pratique. Calais, ville portuaire aux multiples visages, abrite en effet toute une série de lieux à une échelle relativement petite, humaine. Ces lieux où l’on dort, où l’on se cache, où l’on mange, où l’on se lave près d’un point d’eau où dans un canal pollué, où l’on court, la nuit, derrière des camions de marchandises en partance pour la Grande-Bretagne. Ces lieux sont investis par un large nombre de personnes, de différentes nationalités, et sont également tenus par des réseaux de trafiquants qui se partagent le territoire et le défendent coûte que coûte (Frayer-Laleix, 2015, p. 230). Les groupes d’appartenance nationale ou ethnique nomment et renomment ces espaces selon différentes modalités : la discrétion (utiliser une langue que d’autres ne comprendront pas), la culture (un endroit qui s’appelle de telle manière dans sa langue natale sera appelé de même à Calais), l’existence d’une culture orale relative au lieu (un nom de lieu propre à un endroit en particulier, qui traverse les années sans que l’on se souvienne précisément de la raison d’avoir nommé ce lieu de ainsi).

    Comme le relève le quotidien français La Croix, le terme de jungle, employé depuis plus d’une décennie pour désigner les lieux d’habitat précaire des personnes en situation irrégulière transitant sur le territoire européen, a une histoire étymologique intéressante.

    « Les Afghans, déjà les plus nombreux parmi les réfugiés de l’époque [2003], parlaient de leur « jangal » – « bois » en pachtoune – dans lequel ils s’étaient repliés, à la consonance fort proche de la « jungle » anglaise.

    Rien de très étonnant à cette affinité linguistique puisque l’anglais a adapté le terme hindoustani « jangal » en « jungle » en 1777, précise le Dictionnaire historique de la langue française. Thomas Howel qui fit une expédition en Inde au XVIIIe siècle explique que « jungle est un mot dont on se sert dans l’Inde qui signifie bosquet ou bouquet de bois », dans son Voyage en retour de l’Inde par terre et par une route en partie inconnue jusqu’ici, publié en 1791 et traduit en français en 1796.

    C’est d’ailleurs au cours de cette même année 1796 que le français emprunte à l’anglais le mot « jungle ». Le sens de « territoire inhabité » se meut en « territoire couvert d’une végétation impénétrable », ajoute le Dictionnaire historique, et se confond avec le « lieu sauvage » qu’évoque le terme sanskrit « jangala ». Le Livre de la jungle de Rudyard Kipling (1899) se chargera plus tard d’assurer la postérité du mot.

    C’est donc là, dans le petit bois Dubrulle – dit aussi bois des Garennes –, qu’est née d’un quiproquo linguistique « la jungle de Calais ». »

    Bien que dérivé d’un terme pachtoune, le mot jungle est aujourd’hui très largement utilisé parmi les différentes communautés occupant les camps de fortune dispersés sur le territoire des Hauts-de-France (anciennement Nord-Pas-de-Calais). Aussi bien Érythréens qu’Éthiopiens, Soudanais, Somaliens, Iraniens ou encore Pakistanais, l’utilisent couramment. Le terme désigne tous les camps informels, et non pas un seul. Ainsi, il serait en vérité plus adéquat de parler des jungles, au pluriel. Cependant, quelques spécificités dans la nomination existent, selon la communauté concernée ou pour des questions purement pratiques. Ainsi, la Jungle de Calais, ce bidonville à l’extérieur de Calais qui avait abrité, entre 2015 et 2016, quelques 10’000 personnes dans des constructions précaires ou de simples tentes de camping, est désormais appelée « Old jungle », par les habitants des nouveaux campements de fortune dispersés dans la ville de Calais et aux alentours. On entend parfois aussi « Big jungle », mais c’est plus rare tant cette dénomination risquerait de créer la confusion entre le bidonville démantelé en 2016 par les autorités françaises et le plus grand campement informel existant actuellement dans la zone industrielle calaisienne. Ainsi, « Big jungle » fait aujourd’hui référence à un ensemble de tentes situé dans une petite forêt aux alentours de la ville. Les personnes exilées parlent aussi de « Little jungle », ou de « Eritrean jungle » en référence à un groupe de jeunes Érythréens qui occupe une autre petite forêt plus proche du centre-ville. Pour désigner ce même espace, les Érythréens eux-mêmes emploient plutôt les termes « Little forest ». Ces appellations n’ont pas la même valeur. Certaines sont vernaculaires, d’autres véhiculaires. Les termes « Little jungle » et « Eritrean jungle » sont compris au-delà du groupe d’Érythréens qui l’occupe, tandis que « Little forest » est plutôt réservé à un usage interne.

    Les noms vernaculaires sont aussi plus éphémères car basés sur une situation qui peu changer à tout moment. Par exemple, si la communauté érythréenne, pour une raison ou une autre, finit par ne plus occuper la forêt qu’elle appelle « Little forest », cette appellation disparaîtra d’elle-même, ou sera associée à un autre espace.

    Prenons un autre exemple. À partir de l’été 2017 et jusqu’à l’hiver de la même année, une communauté ethnique éthiopienne, les Oromos, ont investi les abords d’un canal en plein centre-ville de Calais. Ils dormaient et vivaient sous un pont, se lavaient ainsi que leurs vêtements dans l’eau stagnante du canal au bord duquel ils jouaient ensuite au football. Cet endroit était alors appelé « dildila », ce mot signifiant « pont » en oromique. En dehors de leur groupe linguistique, personne n’employait ni ne comprenait ce terme. Après que ce pont n’a finalement plus fait l’objet d’une occupation récurrente, le terme a disparu. Les membres de ce même groupe, pour éviter que l’on ne les comprenne en dehors de celui-ci, utilisaient le terme « ganda harre » pour désigner le commissariat de police de la ville. Cette précaution était surtout prise pour que les forces de l’ordre ne puissent pas les comprendre, plus que pour se protéger d’un autre groupe de personnes exilées. Enfin, tandis que les membres du groupe de personnes amhariques (également originaires d’Éthiopie) appelaient et appellent encore toujours la « Big jungle » citée plus haut « tchaka », qui signifie simplement « forêt » en amharique, les Oromos utilisent bien plus souvent le terme « bosona » : « forêt » en oromique. Ces derniers comprennent et utilisent tout de même aussi, moins souvent, le mot amharique, liant ainsi les différents groupes en une communauté nationale partageant des termes communs pour désigner les mêmes espaces. Le mot « tchaka » est alors moins éphémère que le mot « bosona » puisqu’il est plus largement compris et employé par différents groupes. Mais le jour où plus aucun ressortissant éthiopien ne vivra à cet endroit, l’appellation disparaîtra très certainement.

    Nous pouvons affirmer ici que les appellations sont étroitement liées aux personnes qui les inventent et les emploient. Un membre de tel groupe dira comme ceci, tandis qu’un membre de tel autre dira plutôt comme cela. Mais cela n’est pas une règle absolue. Comme il est déjà possible de le constater avec le terme « jungle », très largement employé depuis des années, certaines dénominations s’imposent à travers le temps et/ou les groupes.

    Un exemple frappant de cette réalité est celui d’une partie de la forêt, relativement éloignée du centre-ville calaisien, dénommée « Khairo Jungle » par la communauté afghane principalement. Selon d’anciens habitants de ces campements de fortune aux alentours de la ville, originaires d’Éthiopie et d’Érythrée, ce terme est assez peu connu. Un seul Éthiopien sur les quatre interviewés avait entendu le terme auparavant. Celui-ci explique par ailleurs que c’est un Afghan qui lui a expliqué la raison de cette appellation, dont il a des souvenirs assez vagues. Selon lui, cette petite forêt s’appelle ainsi en hommage à un chef de mafia afghan qui vivait sur les lieux il y a une dizaine d’années, et qui y aurait été assassiné par la police française. La version en question paraît assez peu crédible, étant donné que le meurtre d’un ressortissant afghan, même en situation irrégulière sur le territoire français, par les forces de l’ordre se serait très certainement su assez rapidement. Or, il n’y a aucune trace d’un meurtre commis par un ou plusieurs officier(s) de police dans les médias français. Une interview avec un jeune Afghan apporte un éclairage différent à l’affaire : celui-ci explique plutôt que le nom Khairo était bien celui d’un Afghan vivant là il y a une décennie, que celui-ci était bien membre d’un réseau mafieux de trafic d’êtres humains de la France vers la Grande-Bretagne, mais qu’il a été tué par d’autres membres de ce même réseau en raison de sa trop grande flexibilité professionnelle. En effet, l’interviewé affirme que Khairo acceptait souvent de faire passer des personnes exilées sans compensation financière, ou à moindre coût. De plus, celui-ci était réputé pour offrir ses services indépendamment de la nationalité de ses clients – or, le marché de ce trafic est normalement réputé extrêmement compartimenté en fonction des appartenances nationales et ethniques des clients/victimes. Pour ces raisons, l’interviewé explique que Khairo, faisant perdre trop d’argent à son réseau, aurait fini par être assassiné dans la forêt qui, depuis lors, porte son nom au sein de la communauté afghane. Il conclut en précisant que son corps aurait par la suite été rapatrié en Afghanistan, détail qui rend sa version bien plus crédible.

    Ce qui est particulièrement intéressant par rapport à cet exemple, c’est que le nom de Khairo n’est aujourd’hui plus lié à une connaissance personnelle des faits ou de la personne. Plus aucun membre de du groupe d’Afghans actuellement à Calais n’a connu cet homme ni la ou les personne(s) responsables de son décès. Les évènements sont peu à peu devenus légende et, suite à l’entretien avec le jeune Afghan, il paraît clair que le personnage de Khairo est devenu une sorte de héros mythifié. Son nom est ainsi resté malgré le fait que plus personne ne sache ce qui s’est réellement passé ni la chronologie exacte des évènements. Par ailleurs, cette appellation semble se cantonner à un usage interne, même si quelques rares membres d’autres groupes nationaux ou linguistiques ont pu entendre parler de cela lors de leur passage à Calais.

    Dans ce sens, un autre fait est certainement intéressant à relever. À Calais, les principaux points de passage clandestin sont des parkings où les poids lourds se garent le temps de la pause ou de la sieste de leur chauffeur. C’est un moment particulièrement propice étant donné l’inattention du conducteur, et également un lieu idéal en raison de sa relative excentration par rapport à la ville et du fait de l’immobilité totale des véhicules convoités par les candidats au départ (il est beaucoup moins dangereux de monter dans un camion à l’arrêt que de chercher à le faire alors qu’il roule sur l’autoroute). Sans surprise, les réseaux de trafic se sont depuis longtemps emparés de ces lieux stratégiques pour en faire leur source de revenus. L’un de ces parkings, nombreux dans la région au vu du nombre de poids lourds y transitant chaque année, est largement connu sous le nom de « Sheitan parking » ou « Sheitan park ». Le terme « Sheitan » est la version arabe de « satan ». Sans exception, les personnes interviewées ont reconnu employer ce terme pour désigner un seul et même endroit aux alentours de la ville de Calais, et ce indépendamment de leur nationalité et de la langue qu’elles parlent. Par ailleurs, celles-ci invoquent toutes la même raison de cette appellation : l’extrême dangerosité des lieux. Selon elles, s’y risquer revient littéralement à mettre sa vie en jeu, en raison des membres du réseau de trafic qui s’en est emparé et qui le défend de façon virulente. Cette virulence est décrite comme pouvant aller jusqu’à menacer de mort les personnes exilées n’étant pas les bienvenues (car n’ayant pas payé ou n’étant pas de la bonne nationalité) avec des armes.

    En conclusion, il semble clair que les divers espaces investis par les personnes exilées le sont notamment d’un point de vue symbolique. Les appellations relèvent de faits divers, difficilement vérifiables, de la culture – notamment linguistique – propre aux personnes les employant, etc. Cette toponymie reste jusqu’à aujourd’hui totalement invisible. Elle reflète pourtant une véritable culture orale de l’occupation précaire de certains lieux.


    https://neotopo.hypotheses.org/1938
    #toponymie #vocabulaire #terminologie #mots #migrations #asile #réfugiés #jungle #cpa_camps

  • Top 10 Android App Development Companies in India & US
    https://hackernoon.com/top-android-app-development-companies-eb9e208edfa?source=rss----3a8144ea

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    #andoid-app-development #android-app-companies #android-apps #app-development-company #top-android-app-companies

  • Top 10 Blockchain Companies in India & US
    https://hackernoon.com/top-blockchain-companies-eb3845dc8b48?source=rss----3a8144eabfe3---4

    Since its inception, blockchain technology has just transformed the way financial transactions happen by the companies. Blockchain is undeniably an ingenious invention that provides the best way to record & transfer data that is transparent, auditable, safe, & resistant to outages.As per the graph shown above, it can be seen how blockchain adoption had skyrocketed in the past years and is expected to increase exponentially in the coming years.With its growing popularity and ever increasing demand, blockchain applications have now entered the mainstream market. This has, therefore, resulted in the growing demand for reputed and renowned top blockchain development companies. These are the companies who acknowledge that blockchain technology holds immense potential that may help (...)

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