• VitaNova — Microscopes Jericho Brown
    https://vitanova.ledibbouk.net/spip.php?article35

    Le microscope joue ici un double rôle implacable : il est à la fois l’outil de la science qui réduit l’individu à l’anonymat biologique — où nous sommes tous faits des mêmes cellules interchangeables, de la même poussière atomique — et l’allégorie d’un regard social et dominant qui, précisément, refuse de voir la singularité des corps minoritaires.

    #poésie #traduction #JerichoBrown

  • Israele spinge il vino del Negev. Negando l’acqua ai palestinesi

    Anche l’enoturismo alla scoperta delle cantine del deserto è uno strumento del governo per perpetrare e normalizzare l’#apartheid. In Italia arriva la proposta di legge per fermare l’import

    La normalizzazione della pratica di apartheid da parte del governo israeliano passa anche per comunicati all’apparenza banali, diffusi in Italia da professionisti che lavorano al servizio dell’Ufficio nazionale del turismo di Tel Aviv occupandosi di ufficio stampa e pubbliche relazioni in lingua italiana.

    L’ultima notizia è il riconoscimento di un’indicazione geografica per i vini prodotti nell’area del Negev, dove sono censite oltre una trentina di cantine costruite nel deserto: l’agricoltura dipende dall’irrigazione e -come evidenzia la mappa pubblicata sul sito di Negev desert wine– in alcuni casi le aziende sono proprio a ridosso della Striscia di Gaza sotto assedio, in un territorio in cui l’acqua negata alla popolazione palestinese è un’arma. Secondo un rapporto di Medici senza frontiere pubblicato a fine aprile sono 2,1 milioni le persone colpite da scarsità idrica.

    Ecco allora che il titolo del comunicato stampa, quello che le agenzie sperano sempre di veder copia-incollato sui media, è grottesco: “Il Negev sulla mappa mondiale del vino”.

    La notizia è stata rilanciata a fine maggio anche dall’account social del governo israeliano e da quello del ministero del Turismo: “Let’s raise a glass to a new chapter in Israeli wine tourism” è il messaggio del reel. “In alto i calici per un nuovo capitolo per l’enoturismo in Israele”. Il copy si chiude con l’espressione “L’Chaim”, il tradizionale brindisi ebraico che si traduce letteralmente con “alla vita”. A quasi tre anni dall’inizio di una guerra che ha fatto almeno 70mila vittime suona grottesco.

    Com’è grottesco il tentativo in corso di collocare Israele nella mappa globale del vino: “Questo riconoscimento è destinato a rafforzare in modo significativo il posizionamento internazionale dei vini israeliani, grazie alla combinazione di una storia affascinante, sapori distintivi e innovazione agricola all’avanguardia. Con questo traguardo il Negev diventa la seconda regione vinicola in Israele a ottenere uno status ufficiale di denominazione, affiancandosi alla Giudea che ha aperto la strada alcuni anni fa. Questa denominazione colloca il Negev accanto ad alcune delle regioni vinicole più prestigiose al mondo, come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley”, spiega il comunicato stampa.

    L’iniziativa è stata guidata dalla Merage foundation Israel, che ha promosso gli sforzi per affermare il Negev come destinazione internazionale per l’enoturismo: si tratta di un processo che ha richiesto circa quattro anni e si è concluso con il riconoscimento ufficiale della regione che si estende da Kiryat Gat, a Nord, fino a Eilat, a Sud. È sempre la fondazione Merage ad aver lavorato per la creazione di un consorzio tra le aziende attive nella regione desertica.

    Il comunicato cita le parole di Nicole Hod Stroh, direttrice dell’organizzazione: “Come persona che ha fatto Aliyah dalla Colombia (il ritorno degli ebrei in Israele, ndr) e che da molti anni si occupa dello sviluppo regionale e della crescita economica del Negev, considero l’enoturismo un’espressione moderna e significativa del sionismo contemporaneo -dice-. Non ho dubbi che nei prossimi anni il Negev diventerà una meta enoturistica ambita, al pari delle principali regioni vinicole del mondo”.

    Amnesty international in un report pubblicato a metà giugno sottolinea come “all’interno di Israele, le autorità hanno demolito circa cinquemila abitazioni dei villaggi beduini nella Regione desertica del Negev/Naqab, nel Sud di Israele, secondo il Comitato di governo avanzato per gli arabi del Naqab, un gruppo rappresentativo locale. Le località ebraiche in espansione erano amministrate da autorità separate. Oltre sessanta case sono state demolite nel villaggio di al-Sir, nel Nord-Est del Negev/Naqab, durante i mesi più caldi, lasciando per strada circa 1.500 persone beduine palestinesi con cittadinanza israeliana o sfollandole con la forza in alloggi inadeguati in township per soli beduini prive dei servizi essenziali”. Quello che accade viene definito non a caso apartheid.

    A metà maggio anche in Italia è stata intanto depositata una proposta di legge “finalizzata, in linea con il diritto internazionale, all’adozione di misure volte ad impedire l’importazione di beni e la fornitura di servizi provenienti dagli insediamenti israeliani situati nel Territorio palestinese occupato (Tpo), allo scopo di non favorire il consolidamento della presenza illegale israeliana nel suddetto territorio”, spiega l’articolo 1.

    E il vino è uno dei prodotti più esportati, evidenzia il report della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali, da cui discende l’iniziativa di legge grazie all’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni della società civile.

    “Non è stupefacente il fatto che Israele abbia un sistema di denominazioni d’origine e che le usi per aumentare la colonizzazione dei Territori occupati -spiega Michele Antonio Fino, professore di Fondamenti del diritto europeo, food law ed ecologia giuridica all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo-. Le denominazioni di origine nascono sempre all’interno di uno Stato perché è lì che si forma il primo nucleo di una reputazione: ovviamente il loro riconoscimento internazionale dipende da altro ma la strategia dietro a questa operazione è abbastanza chiara. A me non risulta che ci sia alcuna forma di riconoscimento internazionale, però, per come è scritto il testo dell’accordo Trips (Trade-related aspects of intellectual property rights), il meccanismo è quello di un mutuo riconoscimento delle indicazioni di origine tra gli Stati che hanno aderito all’Organizzazione mondiale del commercio. Se ne deduce che Israele può procedere da sola e poi pretendere il riconoscimento di questa denominazione negli altri Paesi ma questo non è la stessa cosa di dire che Negev è riconosciuta a livello internazionale”. È, insomma, una fuffa sionista.

    https://altreconomia.it/israele-spinge-il-vino-del-negev-negando-lacqua-ai-palestinesi
    #vin #Israël #eau #Palestine #désert_du_Néguev #écotourisme #tourisme #Néguev #irrigation #agriculture #vitictulture #tourisme_viticole #Merage_foundation_Israel #Tourisme_gastronomique #Kiryat_Gat #Eilat #Nicole_Hod_Stroh #sionisme

  • Dal 30 Luglio al 2 Agosto: Campeggio #no_tav della Piana
    https://radioblackout.org/2026/06/dal-30-luglio-al-2-agosto-campeggio-della-piana

    Dal 30 luglio al 2 agosto, nei terreni liberati della Piana di Susa, si terrà un campeggio itinerante che attraverserà i luoghi in cui Telt, la società italo-francese incaricata della realizzazione della #torino-lione, cerca di aprire nuovi cantieri, ampliare quelli già esistenti e realizzare opere accessorie. Come ci racconta un compagno della Valle, il campeggio […]

    #L'informazione_di_Blackout #Campeggio_della_Piana #Traduerivi #Valle_di_Susa
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/06/Campeggio.mp3

  • Sant’Antimo: inizia la #festa Patronale
    https://informareonline.com/santantimo-inizia-la-festa-patronale

    È finalmente arrivato il periodo dell’anno tanto atteso dai santantimesi: la Festa Patronale. Come consuetudine vuole, la città si appresta ad ospitare eventi e celebrazioni del Santo Patrono, che cominceranno oggi, 30 maggio. La festa, dalle origini antichissime, continua a coinvolgere la comunità di Sant’Antimo, che anno dopo anno conferma la propria partecipazione attiva ai […] L’articolo Sant’Antimo: inizia la Festa Patronale proviene da Informareonline, scritto da Ilaria Morlando

    #Approfondimenti #Attualità #programma #sant'antimo #tradizioni

  • Chez Arte, les #revenus des #traducteurs chutent à mesure que l’#IA est adoptée - Next
    https://next.ink/brief_article/chez-arte-les-revenus-des-traducteurs-chutent-a-mesure-que-lia-est-adoptee

    Début février, chez #Arte, des représentants du collectif de #traducteurs et #traductrices qui travaillent aux #sous-titres de la #chaîne franco-allemande étaient venus sonner l’alerte : depuis le début de l’année 2025, leurs revenus étaient en forte baisse.

    Depuis plus d’une décennie, la chaîne recourt à leurs services pour adapter les magazines et documentaires vers l’anglais, l’espagnol, le polonais, l’italien et le roumain.

    Sur place, les responsables du programme multilingue de la chaîne ne s’en sont pas cachés, rapporte Mediapart : ils sont très satisfaits des résultats de leurs expérimentations de traduction automatisée, menées à partir de mai 2023 et généralisées un an plus tard. À terme, le recours à l’#intelligence_artificielle devrait devenir « inéluctable ».

    Concrètement, cela leur permet de réduire de moitié la facture actuelle versée au prestataire d’Arte #Transperfect. Pour un traducteur #humain, cette #facture s’élève à 10 euros la minute, dont 4 à 5 euros sont finalement reçus par le ou la traductrice. Pour ces derniers, en revanche, cela réduit la #qualité du #travail tout en réduisant les revenus.

  • Daodejing : Die 2.500 Jahre alte Kunst des Nicht-Handelns, neu übersetzt und umfassend kommentiert
    https://www.l-iz.de/bildung/buecher/2022/08/daodejing-die-2-500-jahre-alte-kunst-des-nicht-handelns-neu-uebersetzt-und-umfa

    Viktor Kalinke (Hrsg.) : Laozi. Daodejing. Foto : Ralf Julke

    Laozi est réputé pour ses idées absurdes au premier abord commee l’action par l’inaction , mais c’est dû aux dizaines voire centaines de mauvaises traductions dans toutes les langues occidentales. Voici le résultat de plusieurs dizaines d’années de travail critique qui n’a pas donné l’impossible traduction parfaite mais une analyse du texte orginal et une comparaison critique des traductions historiques en latin, anglais, français et allemand. On y apprend aussi des coses sur l’influence de Laozi pour les auteurs comme Brecht et les Français. Avec ce livre on se rapproche de Laozi page par page, on n’est jamais abandonné dans l’univers ds myriades d’interprétations du philosophe contemporain du maître Kong .

    A consulter de préférence à votre bibliothèque préférée. Prix de vente : € 135,00

    Édition numérique : € 34,95
    https://l-lv.de/neu/Kalinke--Viktor--Studien-zu-Laozi-Daodejing--Bd--1.html

    A prospos de l’auteur
    https://de.wikipedia.org/wiki/Viktor_Kalinke

    25.8.2022 von Ralf Julke - 2018 hat Verleger, Autor und Übersetzer Viktor Kalinke schon ein aufsehenerregendes Stück Arbeit vorgelegt: die Übersetzung des Gesamtwerks des Zhuangzi. Nun hat er ein ebenso opulentes Arbeitsergebnis vorgelegt: die Übersetzung des Daodejing von Laozi, ergänzt um etwas, was er bescheidenerweise einen Essay nennt, obwohl es geradezu eine dicke Lesehilfe für Europäer ist, wie sie die 81 Kapitel des Daodejing lesen können.

    Dass Kalinke sich so intensiv mit den großen chinesischen Philosophen beschäftigt, hat auch damit zu tun, dass er Psychologie und Mathematik nicht nur in Leipzig studiert hat, sondern auch in Bejing. Er kennt sie also nicht nur aus dritter Hand oder die Umwege über andere Sprachen, wie so viele deutschsprachige Übersetzer in der Vergangenheit, die eifrig dazu beigetragen haben, den Markt mit immer neuen Laozi-Übersetzungen zu fluten.

    Die sich allesamt unterscheiden, aus guten Gründen. Nicht nur, weil die chinesischen Schriftzeiten jede Menge Assoziationen und Mehrdeutigkeiten ermöglichen, die das lateinische Alphabet nicht kennt. Die Sprüche des Laozi sind auch in ihren Aussagen vieldeutig, widersprüchlich, manchmal auch dialektisch in den Augen europäischer Leser.

    Und ihre Ratschläge sind deshalb oft genug auch Weisheitsregeln für die Fürsten, Könige und Kaiser, für die sie tätig waren. Leute, denen man lieber nicht naseweis und besserwisserisch kam. Und denen man lieber auch nicht vorschrieb, wie sie mit dem Volk, den Steuern, der Armee und den verfeindeten Nachbarstaaten umgehen sollten.
    Wie regiert ein Weiser?

    Weshalb auch die Gedanken des Lao Dan, aus dem erst die spätere Überlieferung den Meister Lao, Laozi, machte, immer beides sind: Sprüche, die ein gutes Leben begründen und zurückhaltende Ratschläge an den Fürsten, die ihm ein weises Leben und damit Regieren nahelegten.

    Wobei die lang anhaltende Wirkung des Daodejing eben auch darin besteht, dass die Sprüche eben nicht nur den Mächtigen nahelegen, ein naturgemäßes Leben zu leben und in Einklang mit dem Dao zu kommen, sondern dass diese Gedanken auch für ganz normale Menschen fruchtbar werden können.

    Auch wenn der Einstieg in die Gedankenwelt der Chinesen im allgemeinen und der des Dao im Besonderen für Europäer aus diversen Gründen nicht einfach ist. Das hat nicht nur mit den Prägungen durch die europäische Philosophie von den Griechen angefangen zu tun, dem stark ausgeprägten europäischen Individualismus (der sehr leicht zum Egoismus abdriftet) und den Machbarkeitsvorstellungen einer Naturwissenschaft, die ja auch zum technischen Erfolg Europas beigetragen hat.

    Auch die europäischen, durch das Christentum geprägten Vorstellungen von Gott, Jenseits, Sündenfall und Tugenden beeinflussen selbst all jene, die längst keine praktizierenden Christen mehr sind.

    In seinem wirklich umfangreichen Essay zur Entstehungs- und Wirkungsgeschichte des Daodejing geht Viktor Kalinke ausführlich darauf ein. Dort beschäftigt er sich auch mit den Tücken der Übersetzungen und erklärt, warum es so viele verschiedene Interpretationen der Texte Laozis gibt.

    Und natürlich auch, warum er alle 81 Kapitel noch einmal neu übersetzt hat und dabei auch Worte zu vermeiden versucht hat, die durch europäische Philosophie und christliches Denken hochgradig vorbelastet sind. Worte, mit denen sich immer wieder die europäische Sichtweise in den Text schleichen würde und die damit tatsächlich nivellieren würden, was an den Texten offen, bewusst mehrdeutig und teils auch völlig anders gemeint war.
    Wenn das gute Leben im Hier und Jenseits gefunden werden darf

    Denn die Chinesen haben kein Gottes- und Jenseitsbild wie die Europäer. Sie haben deswegen auch keine Sündentheologie entwickelt und auch keine Vertröstung auf eine bessere Welt nach dem Tod. Im Gegenteil: Kalinke ist ganz und gar nicht überrascht, wenn er in den Zeilen ein Verständnis von Natur und Respekt vor den Dingen, die geschehen, findet, das dem heutigen Denken über die Gefährdung unserer natürlichen Grundlagen sehr nahe ist.

    Man kann Dao als „der Weg“ übersetzen, obwohl es nur eine von vielen möglichen Übersetzungen ist. Es ist auch das Ganze, in das sich jedes kleine menschliche Leben einfügt. Und das ein kluger Herrscher in seinem Wirken immer berücksichtigt. Auch wenn es keinen Regelkanon gibt und geben kann, wie man das macht.

    Und gerade dadurch geben die Sprüche demjenigen, der sie beherzigt, das Gefühl, Herr des eigenen Lebens zu sein und Lösungen selbst gefunden zu haben. Lösungen, die auch im Abwarten, Nichtstun, Die-Dinge-geschehen-Lassen bestehen können. „Handeln durch Nichthandeln“, umschreibt es Kalinke. Oder – mit dem Titel seines Essays: „Nichtstun als Handlungsmaxime“.

    Denn natürlich steckt auch im Nicht-Handeln das Handeln. Und damit immer ein ganzer Strauß von Optionen, die nicht – wie in mancher europäischen Radikalität – auf Gut und Böse, Ja und Nein, Schwarz und Weiß hinauslaufen. Denn so eine radikale Polarität kennen die Chinesen gar nicht.

    Für sie sind in allen Menschen und allen Dingen immer Yin und Yang vereint, gehen regelrecht ineinander über. Nichts ist komplett Yin, nichts komplett Yang. Und die Dinge sind immer im Fluss. Der Weise stopft sich nicht mit unnützem Wissen voll, von dem er glaubt, dass es ihm die Entscheidung leichter macht oder gar abnimmt.

    Im Gegenteil: Er entledigt sich dessen, macht sich frei davon, beobachtet und gibt den Dingen, die geschehen, Raum zur Entfaltung. Und er handelt dann, wenn er sich eins fühlt mit seinem Dao, dem Unübersetzbaren. Was auch eine Kunst des Regierens ist, die wir Europäer kaum kennen.

    Denn auch diejenigen unter uns, die in Regierungsämter drängen, sind voll des Wissens, von dem sie glauben, damit die Welt beglücken zu können. Und immerfort müssen sie agieren, neue Gesetze erlassen, Verordnungen, Geschäftigkeit zeigen – sonst sind sie bei unseren großen Medien sofort unten durch.

    Denn unsere Macher-Kommentatoren wollen natürlich Macher sehen, Politiker, die ständig irgendetwas Weltbewegendes vollbringen, egal, ob es Unheil anrichtet oder dauerhafte Schäden.
    Was lesen eigentlich Menschen, die Entscheidungen treffen?

    So kann man natürlich Reich und Reichtümer vernichten. So falsch lag ja Meister Lao nicht, als er dem Fürsten lieber Metaphern für das Nicht-Handeln gab, die immer auch Vertrauen in das Handeln der Untergebenen suggerieren, eine „Systemsteuerung im daoistischen Sinn“, nennt es Kalinke.

    „Durch sie werden sowohl die Steuernden als auch die Ausführenden nicht im Detail in ihren Handlungen festgelegt, sondern bewahren das Gefühl – und zwar zu Recht -, selbst die Lösungen entdeckt und verwirklicht zu haben.“ Wobei die Lösungen nicht aus dem Instrumentenkoffer stammen, sondern immer ein Handeln im richtigen Moment meinen, dem Moment, in dem die Handlung eins ist mit dem Dao.

    Wobei Kalinke noch etwas beobachtet, was Europäern meistens ziemlich fremd ist: Dass die großen revolutionären Schriften wohl ganz und gar nicht „die Welt verändern“, wie Marx das mal ausdrückte. „Nicht Evolutionen, sondern Texte, die Rezipientengenerationen übergreifend wirken, werden zum Generator der Menschheitsgeschichte.

    Es kommt nicht darauf an, dass diese Texte die Massen ergreifen, wie Marx behauptet hat: „Eher ist es wahrscheinlich, daß ein Text zur Trivialliteratur gehört, wenn er die Massen ergreift. Es kommt darauf an, daß der Text von den Menschen aufgenommen wird, die Entscheidungen treffen.“

    Da macht es dann schon einen gewaltigen Unterschied, ob die Herrschenden lieber das Daodejing lesen und den Respekt vor dem Seienden entwickeln, oder ob sie eher den Konzi wiederbeleben, wie das augenblicklich in der chinesischen Führung der Fall ist. Beides verändert das Denken über das Handeln und seine Folgen.

    Und natürlich auch über das, was man dem eigenen Volk zumutet. Und der Natur. Denn wenn ich verstehe, dass mein Leben zutiefst davon abhängt, dass die Welt alles Lebendigen auch weiterhin lebendig bleibt und mich (er-)trägt, dann handle ich auch so – in einem tiefen Respekt vor allem Lebendigen.
    Die Stärke des Nicht-Handelns

    Es ist schon erstaunlich, wie Kalinke das – nachdem er die Entstehung, die Wirkungsgeschichte und die gesicherten Schriften näher beleuchtet hat – aus den durchaus metaphorischen Zeilen des Daodejing herausliest. Wohl wissend, dass auch das Daodejing missbrauchbar ist, so wie jede Philosophie.

    Wer sie missbrauchen will, braucht sich nur die geeigneten Sätze herauszupicken. Dass sie erst im Zusammenhang der ganzen Kapitel einen Sinn ergeben und zur Abstraktion einladen, erschließt sich erst, wenn man sie ganz liest.

    Wobei Kalinke nicht nur seine Übersetzungen abgedruckt hat, sondern auch die chinesischen Texte – und im Anhang ein ganzes Lexikon der verwendeten chinesischen Schriftzeichen, die auch dem Nichtkenner der Sprache eine Ahnung davon geben, vor welchen Herausforderungen die Übersetzer stehen.

    Und weil das auch noch nicht die Interpretationsbreite dessen zeigt, was die einzelnen Kapitel an Möglichkeiten in sich tragen, gibt es auch noch einen ganzen Apparat „Sprachkritische Anmerkungen“, in denen Kalinke auch die wichtigsten schon veröffentlichten Übersetzungen anführt, um den Lesern zu zeigen, wie vieldeutig im Grunde jedes einzelne Kapitel ist.

    Was seltsamerweise gerade der Schlüssel zur langlebigen Wirksamkeit des Daodejing ist, das sich eben seinen (fürstlichen) Lesern ganz und gar nicht in der Attitüde des Lehrers „offenbart“, der alles besser weiß (so, wie leider auch die größten und berühmtesten europäischen Philosophen in der Regel ihre Leser behandelt haben), sondern als zurückhaltender Ratgeber, der seinem Leser auch immer wieder das Gefühl gibt, dass die Lösung für alles, was er zu bestehen hat, in seinem eigenen Nachdenken und (Nicht-)Handeln liegt.

    Selbst im Verzicht auf den Akt des Handelns liegt Stärke, oft sogar erst Weisheit und ein Verständnis für das eigene Dao, das nirgendwo offenbart wird, sondern das sich ständig verändert.
    Die Aktualität der Kunst des Nicht-Besitzens

    „Es bleibt schlicht offen, welche Deutung die richtige ist“, schreibt Kalinke zum Beispiel in den Anmerkungen zum Kapitel 2. Eines der herausforderndsten im ganzen Daodejing, das aber letztlich auf den Punkt bringt, wie der Mensch immer Teil der Welt ist, in der er verweilt, die ihm aber nicht gehört – was viele Menschen immerzu vergessen. „Nur indem er (der Weise) nichts beansprucht, verliert er nichts.“

    Man merkt schon: Das gilt nicht nur für Leute, die etwas zu entscheiden haben. Das gilt für jeden, der sich in einem Kosmos wiederfindet, der sich in permanenter Veränderung befindet und in dem niemand wirklich weiß, was er anrichtet, wenn er (gedankenlos) handelt.

    Und manches klingt ja nicht zufällig nach einem guten Ratschlag, in Zeiten der Gefährdung der Welt anders zu leben: „Wer das Dao bewahrt, strebt nicht nach Übermaß; nur wer nicht nach Übermaß strebt, kann verbrauchen, ohne zu erneuern.“ (Kapitel 15)

    Als hätte Meister Lao seine Sprüche extra fürs 22. Jahrhundert geschrieben. Aber er lebte wohl um das 5. und 6. Jahrhundert vor unserer Zeitrechnung, begegnete wohl auch Konzi, auch wenn es ganze Berge von Büchern gibt, die Laozis Existenz sogar abstreiten und seine Sprüche einer ganzen Schule zuschreiben.

    Aber vieles – so arbeitet es auch Kalinke heraus – deutet darauf hin, dass es Meister Lao tatsächlich gab, dass er Fürstenberater war und auch der Kern seiner Sprüche auf ihn zurückgeht, auch wenn später möglicherweise noch etliche Redakteure drüber saßen und der Kanon erst weit nach seinem Tod verschriftlicht wurde.

    Nur an Aktualität haben seine Sprüche nichts verloren, auch wenn sie zuweilen verwirren und verstören und so manche Handreichung, die Kalinke in seinem Essay gibt, sehr hilfreich ist, das ganze Werk auch für uns Europäer zu erschließen.

    Und damit auch die Denkweise und Lebenshaltung dahinter, die so gründlich dem europäischen Machbarkeitswahn widerspricht und vielleicht sogar genau die Änderung unserer Sicht auf die Welt beinhaltet, die wir jetzt vornehmen müssen, wenn wir noch ein paar Generationen auf diesem Planeten und mit diesem Planeten überleben wollen.

    Viktor Kalinke (Hrsg.) Laozi. Daodejing Leipziger Literaturverlag, Leipzig 2022, 124,95 Euro.

    #philosophie #sinologie #traduction #Chine #lettres

  • „Becoming Chinese“: Wie Alltagsroutinen aus China zum neuen Lifestyle werden
    https://www.berliner-zeitung.de/panorama/becoming-chinese-wie-alltagsroutinen-aus-china-zum-neuen-lifestyle-

    6.03.2026 von Ellen Schuldes - Zwischen Tradition, Trend und Lebensgefühl verbreiten sich in den sozialen Medien zurzeit neue Routinen für ein bewussteres Leben. Sie stammen aus China.

    Unter dem Titel „Becoming Chinese“ verbreiten sich in den sozialen Medien zurzeit zahlreiche Videos und Reels. Der Trend ist auch hierzulande populär und zeigt Menschen ohne direkten kulturellen Bezug zu China, die Normen, Traditionen und Alltagsroutinen der chinesischen Kultur in ihren eigenen Lebensstil übernehmen.

    Dabei geht es vor allem darum, traditionelle chinesische Gewohnheiten in den eigenen Alltag zu integrieren.

    Der Hintergrund: Die Menschen versuchen, einen bewussteren Lebensstil zu führen, und vermuten diesen in den alltäglichen Gewohnheiten des riesigen ostasiatischen Landes, dessen Image sich zuletzt stark gewandelt hat.

    Besonders die Generation Z verspricht sich vom „Becoming Chinese“-Trend mehr Ausgeglichenheit. Dabei geht es weniger um den Alltag als um das eigene Erscheinungsbild.

    „Becoming Chinese“: Alte Tradition als neue Inspiration

    So wird beispielsweise morgens auf nüchternen Magen ein Glas warmes Wasser mit Zitrone getrunken. Beim Frühstück wird Warmes serviert, wie man es auch in China macht. Das soll den Magen entlasten und ihn bereits zu Beginn des Tages schonen. Kein Wunder also, dass morgens häufig nun Congee auf dem Teller landet, ein weich gekochter Reisbrei, der in vielen Teilen Asiens und besonders in China verbreitet ist.

    @jasmineflowerable Viral Chinese apple beauty tea 🍎🍵 Popularized by Chinese actress Zhao Lusi, this Traditional Chinese Medicine blend focuses on replenishing fluids, nourishing the blood, and supporting dull, dry, or sallow-looking skin over time ✨ Ingredients: - 1 medium apple (sliced) - 4 large red dates (pitted) - 10 dried longan - 5g goji berries - 5g dwarf lilyturf - 5 slices astragalus root Would you add this to your daily routine? 🍎 . . . #tcm #traditionalchinesemedicine #beautytea #chinesetea #clearskin ♬ 오리지널 사운드 민스 - Min’s

    Auch die inzwischen im Westen bekannte Gojibeere wird mit heißem Wasser aufgegossen und als Tee getrunken. In China gilt sie als „Beere des Glücks“, deren regelmäßiger Verzehr Wohlbefinden fördern und zu einem langen Leben beitragen soll.

    Und mal wieder feiert in diesem Zusammenhang auch die Traditionelle Chinesische Medizin ein fröhliches Comeback. So wird etwa empfohlen, die Füße auch zu Hause warm zu halten, da dies nach traditioneller Auffassung zur Gesundheit beitragen soll.

    Das Bedürfnis nach mehr Balance und Wohlbefinden scheint in der jungen Generation zu wachsen. Doch fördert der Trend tatsächlich mehr Ausgeglichenheit oder lediglich einen neuen Drang zur Selbstoptimierung?

    Wenn Ernährung zur Medizin wird

    Einen Lebensstil zu verfolgen, der Körper und Seele guttut, ist ja grundsätzlich eine gute Idee. Viele junge Menschen nehmen ihren Tagesablauf jedoch als schnelllebig und wenig ausgeglichen wahr. Hieraus entsteht möglicherweise eine Sehnsucht nach alternativen Lebensweisen, mehr Achtsamkeit und bewussteren Gewohnheiten.

    Der Bezug zur Traditionellen Chinesischen Medizin kommt dabei nicht von ungefähr und ist sicherlich auch nicht neu. Die chinesische Ernährung gilt häufig als gesünder als die deutsche, da sie in der Regel fettärmer ist und auf viel Gemüse, Reis sowie schonende Zubereitungsarten setzt. Nahrung wird nicht nur zum reinen Genuss verzehrt, sondern auch als Medizin betrachtet. Im Gegensatz zur oft symptomorientierten westlichen Schulmedizin betrachtet die Traditionelle Chinesische Medizin den Menschen ganzheitlich – als Einheit von Körper, Geist und Seele.

    Neben all den vermeintlichen Vorteilen gibt es jedoch auch Kritik. So wird etwa angemerkt, dass mit dem Trend „Becoming Chinese“ eine Kultur, die zuvor nicht als besonders angesagt galt, nun romantisiert und zugleich für das eigene „Personal Branding“ in den sozialen Medien genutzt wird. Darunter versteht man den bewussten Aufbau der eigenen Person als Marke, um Expertise, Werte und Persönlichkeit sichtbar zu machen.

    Während viele Deutsche ihren Tag noch immer mit Käsetoast oder kaltem Joghurt beginnen, begrüßen andere den Trend als neue Alternative für ein bewussteres und gesünderes Leben.

    Ob kurzlebiger Trend oder langfristige Inspiration, deutlich wird jedoch, dass viele junge Menschen nach neuen Wegen zu mehr Ausgeglichenheit suchen.

    #Chine #culture #médecine_traditionnelle_chinoise #MTC #iatrocratie

  • Intelligence artificielle et édition : la révolution silencieuse qui secoue les éditeurs chinois
    https://actualitte.com/article/128422/edition/intelligence-artificielle-et-edition-la-revolution-silencieuse-qui-secou

    Dans la sphère éditoriale chinoise, l’année 2025 s’inscrit comme une période charnière, un moment où l’intelligence artificielle (IA) ne se contente plus d’être un outil auxiliaire, mais devient un acteur à part entière de la chaîne du livre. Un récent article du Beijing News propose de poser une question simple et pourtant difficile : lirez-vous un livre entièrement traduit par une IA ?

    Publié le :

    30/12/2025 à 12:16

    Clément Solym

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    Imaginez ce scénario : un écrivain de langue rare passe dix ans à composer un chef-d’œuvre. Ses pairs traducteurs humains sont rares, le travail prendra des années. Devant cette attente, nombreux seraient les lecteurs tentés d’opter, au moins temporairement, pour une version traduite par une IA, si elle est publiée plus vite et à un dixième du prix. La question posée par Beijing News n’est pas anecdotique : elle met en lumière un dilemme nouveau, à l’intersection de l’économie du livre et des attentes des lecteurs.

    Dans la pratique, ce choix doit être analysé à la lumière de tendances déjà observées dans l’édition numérique chinoise. Sur certaines plateformes de littérature en ligne, plus de 70 % des traductions passeraient aujourd’hui par des outils automatiques, une statisticité qui impose une mutation profonde du secteur, relate People.
    L’efficacité contre la créativité ?

    Cette adoption rapide de l’IA dans la traduction et la production éditoriale n’est pas propre à la Chine, même si l’ampleur du phénomène y est particulièrement marquée. Lors de la Foire du livre de Francfort 2025, l’intelligence artificielle a été présentée comme l’un des thèmes majeurs, avec des débats sur la manière dont elle redéfinit productivité, création et droit d’auteur à l’échelle mondiale.

    D’un côté, l’IA permet de multiplier les volumes traduits, de réduire les délais, et de proposer des versions accessibles à un public élargi. De l’autre, certains professionnels s’inquiètent du risque de standardisation — ou pire, d’appauvrissement stylistique et culturel — lorsque l’intelligence artificielle remplace des compétences humaines complexes telles que l’interprétation poétique ou la fidélité narrative.
    Un débat de légitimité littéraire

    La question dépasse la simple commodité. Dans les cercles littéraires, on commence à s’interroger sur la “légitimité” des œuvres générées ou traduites par des algorithmes. Qu’est-ce qu’un « livre réel » lorsqu’un texte a été généré, retravaillé, voire réinterprété par une intelligence non humaine ? Ce débat prend des accents philosophiques presque aussi vite qu’il prend des tournures commerciales.

    Ces discussions rappellent des controverses similaires dans d’autres domaines du savoir : scientifiques débattent de l’usage de l’IA dans la rédaction d’articles académiques, certains demandant transparence et attribution claire, d’autres dénonçant un manque de rigueur éthique quand l’origine humaine des textes devient floue.

    Le secteur navigue donc entre deux logiques : l’efficacité technologique et l’exigence culturelle. Beaucoup d’acteurs — maisons d’édition, plateformes numériques, auteurs — tentent aujourd’hui de concilier l’utilisation de l’IA avec le maintien d’une qualité littéraire distinctement humaine.

    Cela se traduit, sur le terrain, par des modèles hybrides : des IA qui assistent le travail de traduction ou d’édition mais ne remplacent pas totalement l’intervention humaine, ou bien par des mentions explicites indiquant qu’un ouvrage a été co-produit avec une intelligence artificielle. L’une des réponses les plus pragmatiques à ce débat exigeant consistera sans doute à garantir transparence et traçabilité dans l’usage de ces technologies.
    Un miroir des mutations globales

    La situation chinoise ne s’inscrit pas dans un vide technique ou culturel. À l’échelle mondiale, les secteurs du livre et de la publication explorent des usages variés de l’IA, qui vont de l’aide à l’écriture à la recommandation personnalisée en passant par la création graphique.

    Chaque marché, qu’il s’agisse de la traduction, de l’édition ou de la promotion, est confronté à des arbitrages similaires entre gains de productivité et qualité artistique, selon China Daily.

    À l’aube de 2026, l’intelligence artificielle semble moins une menace qu’une invite à repenser l’écosystème du livre. En Chine, comme ailleurs, les éditeurs et les lecteurs sont confrontés à une réalité plurielle : l’IA transforme les processus, amplifie la circulation des textes et révèle des tensions inédites entre vitesse, accessibilité et profondeur culturelle.

    En fin de compte, l’enjeu n’est pas seulement technologique : il s’agit de savoir si l’édition saura intégrer ces innovations sans diluer ce qui fait d’un livre — qu’il soit traduit, écrit ou co-créé — une expérience humaine singulière.

    Crédits photo : Wolfram K - Pexels

    #Traduction #IA #Edition


    Par Clément Solym
    Contact : cs@actualitte.com

  • The myth of traditional Italian cuisine has seduced the world. The truth is very different

    The comforting tourist-brochure idea of what Italian food looks like obscures a story shaped by hunger, migration and innovation.

    Italy’s cuisine has now joined Unesco’s “intangible” heritage list, an announcement greeted within the country with the sort of collective euphoria usually reserved for surprise World Cup runs or the resignation of an unpopular prime minister. Not because the world needed permission to enjoy pizza – it clearly didn’t – but because the news soothed a longstanding national irritation: France and Japan, recognised in 2010 and 2013, had beaten us to it. For Italy’s culinary patriots, this had become a psychological pebble in the shoe: a tiny, persistent reminder that someone else had been validated first.

    Yet the strength of Italian cuisine has never rested on an ancient, coherent culinary canon. Most of what passes for ancient “regional tradition” was assembled in the late 20th century, largely for tourism and domestic reassurance. The real history of Italian food is turbulent: a saga of hunger, improvisation, migration, industrialisation and sheer survival instinct. It is not a serene lineage of grandmothers, sunlit tables and recipes carved in marble. It is closer to a national long-distance sprint from starvation – not quite the imagery Italy chose to present to Unesco.

    To make matters worse (or better, depending on your sense of humour), the “Italian” cuisine that conquered the world was not the one Italians carried with them when they emigrated. They had no such cuisine to carry. Those who left Italy did so because they were hungry. If they’d had daily access to tortellini, lasagne and bowls of spaghetti as later imagined, they would not have boarded ships for New York, Buenos Aires or São Paulo to face discrimination, exploitation and the occasional lynching. They arrived abroad with a handful of memories and a deep desire to never eat bad polenta again.

    And then something miraculous happened: they encountered abundance. Meat, cheese, wheat and tomatoes in quantities unimaginable in the villages they had fled. Presented with ingredients they’d never seen together in one place, they invented new dishes. These creations – not ancient recipes – are what later returned to Italy as “tradition”. In short: Italian cuisine did not migrate. It was invented abroad by people who had finally found something to eat – a truth that fits awkwardly with Unesco’s love of millennium-old continuity.

    But the most decisive transformation came not abroad but at home, during Italy’s astonishing economic boom between 1955 and 1965. In that decade, the country underwent the culinary equivalent of a religious conversion. Refrigerators appeared in kitchens, supermarkets replaced corner shops, meat ceased to be a luxury. Families who had long measured cheese by the gram discovered, with a mix of disbelief and guilt, that it could be bought whenever one wished. What the world interprets as Italy’s eternal culinary self-confidence is, in reality, the afterglow of that moment. Italians did not inherit abundance. They walked into it, slightly dazed, like people entering the wrong cinema screen and deciding to stay.

    This context makes Italy’s current wave of culinary sovereigntism particularly surreal. We hear stern warnings against “globalist contamination” from politicians who grew up eating industrial panettone and Kraft slices in school sandwiches. We are told that Italian cuisine must remain pure, fixed and inviolable – as if purity had anything to do with our past. Italian food is a champion of adaptation. It has always survived by stealing, assimilating and reinventing. The Darwinian logic is embarrassingly simple: the cuisines that change are the ones that survive. Yet sovereigntist rhetoric insists on freezing everything in place, as if the national menu were a snow globe.

    Of course, the British have helped. Britain has cultivated its own affectionate fantasy of Italy: eternal sunshine, tomatoes that taste like childhood holidays, families who spend hours eating together as if they were auditioning for a commercial. Television personalities such as Stanley Tucci have perfected this fantasy into a polished export brand – the loud, lovable Italian bursting into your kitchen to rescue you from beige British food. It’s fun, it sells and it has about as much to do with Italian history as Mamma Mia! has to do with the Greek economy.

    This British fantasy intersects perfectly with Italy’s own mythmaking instinct. For centuries, Italians were hungry – not poetically, not metaphorically, but literally hungry. Pellagra, starvation, malnutrition: these were the foundations of Italian “tradition”. And it is precisely because the past was so bleak that modern Italians felt compelled to build a golden myth of themselves. A myth in which the grandmother is an oracle, the tomato a sacred relic and “tradition” a serene and ancient truth rather than a post-1960s reconstruction.

    So what did Italy actually submit to Unesco? The real story of our cuisine, shaped by hunger, migration, innovation and sudden prosperity? The glossy tourist-brochure version, the one lit like a Netflix travel programme? Or – stranger still – what some promoters called “the relationship Italians have with food”, described in the breezy vocabulary of airport psychology? A heritage not of recipes, but of feelings; conveniently vague, pleasantly flattering and not entirely falsifiable.

    The first version would deserve recognition. The second trivialises it. The third turns heritage into national therapy.

    Italy did not need Unesco to feel important. It needed to shed the insecurity that a cuisine is only valuable when validated by an external referee. Instead, the country reached for the certificate, not the substance. And so we embalmed a living cuisine, fixing it into a museum frame just as it continues – thankfully – to evolve in real homes, restaurants and workplaces.

    This is the paradox worth remembering. The world already loves Italian food, but often loves a version shaped by television, tourism and decades of gentle mythmaking. Italians rarely resist the myth – it is flattering and profitable – but myths are fragile foundations for a Unesco bid. Because in the end, what Italy submitted was not its history but a postcard: beautifully composed, carefully lit, designed to please.

    And like all postcards, it risks being forgotten in a drawer, while the real story of Italian cuisine – restless, inventive and gloriously impure – carries on elsewhere.

    https://www.theguardian.com/commentisfree/2025/dec/15/myth-traditional-italian-cuisine-food
    #alimentation #cuisine_italienne #cucina_italiana #mythe #tradition #nationalisme #Italie #Unesco #patrimoine_mondial #tourisme #faim #migrations #improvisation #industrialisation #émigration #émigration_italienne #invention #pauvreté #adaptation

    #géographie_culturelle

  • [Quadrinho] Regeneración - Jornal independente de luta - PDF
    https://www.partage-noir.fr/quadrinho-regeneracion-jornal-independente-de-luta-pdf

    A primeira edição do semanário Regeneración foi publicada na Cidade do México em 7 de agosto de 1900. Esse título, inicialmente publicado na capital mexicana (1900-1901), migrou para os Estados Unidos, de San Antonio (1904-1905) para Saint Louis (1905-1906) e Los Angeles (1910-1918). Esse jornal teve um papel importante na queda do regime do ditador Porfirio Díaz. Órgão dos libertários do Partido Liberal Mexicano desde 1905, o Regeneración é o principal instrumento de orquestração do (…) #[pt_br]_Português_do_Brasil

    / Traduction : Centro de Cultura Libertária da Amazônia (Belém - Pará - Brésil)

    #Traduction_:Centro_de_Cultura_Libertária_da_Amazônia_Belém-Pará-Brésil
    https://www.partage-noir.fr/IMG/pdf/bd-regeneracion-pn_-_br-port_compressed.pdf

  • Le retour de la messe en latin à Saint-Pierre de Rome, un signe politique
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/10/26/le-retour-de-la-messe-en-latin-a-saint-pierre-de-rome-un-signe-politique_664

    Samedi 25 octobre, la basilique vaticane, lieu emblématique et central du #catholicisme universel, a accueilli, pour la première fois depuis des années, une messe tridentine, liturgie remontant au concile de Trente, au XVIe siècle, comprenant notamment la #messe_en_latin, en conclusion d’un pèlerinage traditionaliste effectué tous les ans par quelque 1 500 personnes. Ces règles liturgiques diffèrent de celles introduites par le concile Vatican II (1962-1965) qui avait, entre autres, permis l’usage de la langue vernaculaire.

    [...]

    Si l’événement est si marquant, c’est que le pape François, mort en avril, l’avait tout simplement interdit en 2022. Pour le pontife argentin, il pouvait bien sûr être question de pèlerinage traditionaliste, car l’Eglise est riche de sa diversité. Mais de messe en latin à Saint-Pierre, en revanche, plus jamais. Du moins tant que durerait son pontificat. En 2021, le jésuite avait décidé de freiner la mécanique par laquelle la messe en latin se célébrait peut-être trop librement à son goût à travers le monde.
    Trois ans plus tard, son successeur Léon XIV a, lui, décidé d’accorder son autorisation directement au très conservateur cardinal américain Raymond Burke, venu en audience privée la lui demander. C’est d’ailleurs ce prélat connu pour ses positions rigides sur les questions de société, pour son opposition à François et ses longues capes rouges d’un style désuet, qui a célébré le rite samedi.

    Petit geste très symbolique, cette autorisation de Léon donne des ailes aux conservateurs catholiques de plusieurs pays, satisfaits de voir ce nouveau pape libéraliser ce que, selon eux, François avait corseté injustement, les privant, estiment-ils, de leur liberté de culte.

    [...]

    Aux Etats-Unis, le sujet se manifeste sur le plan politique comme un marqueur supplémentaire de l’extrême polarisation qui affecte la nation. L’évêque Michael Martin du diocèse de Charlotte (Caroline du Nord), qui a décidé de restreindre considérablement la célébration en latin, s’est vu traiter de « catholique protestant woke » et de « franciscain en Birkenstock » [un équivalent de bobo : on dit aimer les pauvres d’un coté et on se paye des godasses de beatnik luxe pour faire genre] par certains de ses fidèles sur les réseaux sociaux. Il est en somme identifié comme une personnalité de gauche. Au même titre que le pape François perçu comme un « gauchiste » promigrants, voulant une Eglise plus inclusive avec les femmes et les personnes LGBT+ et reprochant au capitalisme sa destruction de la planète.

    [...]

    « C’est l’idée qu’il faut affirmer ses valeurs et son identité et que tout ce qui est contre la gauche est bon », explique Massimo Faggioli, de l’université catholique Villanova, aux Etats-Unis. Pour le chercheur, cette réaffirmation peut même être qualifiée de version Make America Great Again du catholicisme.

    Aujourd’hui, la messe en latin peut pourtant attirer des fidèles de tous les horizons, plus à l’aise avec le calme de l’ancien rite, notamment des jeunes et des nouveaux convertis qui raffolent d’une scénographie qu’ils trouvent plus belle. [public announcement :] Sa charge politique est pourtant bel et bien présente.

    https://justpaste.it/dbimx

    #traditionalisme #droitisation_de_l'église #droitisation_catholique

    • AHHH le bon ancien temps. Réciter comme des perroquets des paroles dont tu comprends RIEN. Pour rechercher la magie, un bercement ? Va savoir. Un truc de droite tout à fait. Vouloir rester un abruti, inculte .

    • Mais, enfin ! ni les juifs, ni les catholiques, ni les musulmans ne sont protestants ! Jusqu’à Vatican II les catholiques avaient comme les autres un clergé utilisant une langue inconnue de la masse des croyants. On psalmodie, on écoute ou on lit des commentaires, des sermons, on récite des prières, éventuellement on étudie la langue du texte sacré. Et si ça confère beaucoup de pouvoir aux divers clergés, ça empêche pas nécessairement de gamberger et de se cultiver. De plus, le pouvoir charismatique des pasteurs évangélistes a pas besoin de parler une langue incompréhensible pour exister.

      Là, l’Église fait son aggiornamento à l’envers de ce qui a fondé son rite principal des 60 dernières années, avec l’extrême droite. Sous la poussée, entre autres de nationalistes chrétiens U.S de diverses obédiences. Avec dans leurs bagages un peu de théocratie pour ne rien gâcher.

      Par ailleurs, être cultivé, voire sensible ne garantit rien
      https://seenthis.net/messages/1142184#message1142206

      #religion

  • #IA et #travail : on ne sait pas qui sera remplacé, mais on sait que tous seront dégradés

    Nous voici plongés dans un « #Taylorisme_augmenté », estime le sociologue #Juan_Sebastian_Carbonell, dont le but premier est de permettre au #management de prendre le contrôle du travail. Lecture.

    Derrière le déploiement de l’IA dans les entreprises, une bataille des places est en cours. Dans le New York Times, le journaliste Noam Scheiber avait posé la question : « quels salariés vont être pénalisés par l’IA, les plus inexpérimentés ou les plus expérimentés ? » (https://www.nytimes.com/2025/07/07/business/ai-job-cuts.html) Sa conclusion montrait que c’était peut-être les travailleurs intermédiaires qui seraient les plus menacés (https://hubtr.bonjour.cafeia.org/mirror201/2349/1990). En réalité, pour l’instant, « l’alarme sur la destruction de l’#emploi liée à l’IA n’a pas lieu d’être », expliquait Ekkehard Ernst, qui dirige l’observatoire sur l’IA et le travail dans l’économie numérique de l’OIT (https://www.ilo.org/fr/artificial-intelligence-and-work-digital-economy), qui rappelait combien le chômage technologique a toujours été rare. Cela n’empêche pas les inquiétudes d’être au plus haut, d’abord et avant tout, disions-nous, parce que la discussion sur le partage des fruits du déploiement de l’IA n’a pas lieu.

    Dans son précédent livre, Le Futur du travail (éditions Amsterdam, 2022, https://www.editionsamsterdam.fr/le-futur-du-travail), le sociologue Juan Sebastian Carbonell nous expliquait déjà que le futur du travail n’était pas notre « #grand_remplacement » par les machines, mais notre #prolétarisation (https://hubertguillaud.wordpress.com/2022/07/05/le-futur-de-travail-intensification-extension-proletarisat). Il y décrivait déjà une « taylorisation assistée par ordinateurs » qui vise bien plus à « intensifier le travail, déqualifier les salariés, les discipliner et les surveiller ». Les robots ne travaillent pas à notre place mais nous imposent une intensification nouvelle, à l’image des employés de la logistique soumis aux rythmes de la commande vocale.
    Un taylorisme sous stéroïdes…

    Son nouveau livre, Un taylorisme augmenté : critique de l’intelligence artificielle (éditions Amsterdam, 2025) nous explique que l’IA n’est « ni une solution miracle aux problèmes de la société, ni Prométhée déchaîné », elle n’est qu’un taylorisme augmenté qui élude les questions de fonds que sont les conditions de travail, son organisation et la distribution du pouvoir. Le chercheur rappelle qu’il n’y a pas de consensus quant aux effets de l’IA sur le travail. Pour les uns, elle augmente les besoins de qualifications de ceux qui vont les utiliser, pour les autres, l’IA produit surtout une polarisation des emplois. Pour Carbonell, l’IA n’est ni l’un ni l’autre. Elle est d’abord un outil de dégradation du travail.

    Pour le chercheur, il n’y a pas de polarisation homogène des emplois, c’est-à-dire le fait que les métiers intermédiaires et routiniers auraient tendance à disparaître au profit de métiers très qualifiés d’un côté et des métiers peu qualifiés et non routiniers de l’autre. Si ce phénomène s’observe parfois, les profils des emplois changent surtout au sein de mêmes métiers. Cela signifie qu’il faut non seulement prendre en compte les tâches, mais également l’organisation du travail. La distinction entre tâches routinières et non routinières est souvent caricaturée dans un discours qui dit que l’IA ferait disparaître les tâches répétitives pour nous en libérer. Ce n’est pas ce que constatent les employés de la logistique ou de la traduction, au contraire. Ce n’est plus ce que constatent également les codeurs, victimes désormais de la « Prompt fatigue », épuisés par l’usage de l’IA générative, rapporte Le Monde informatique… Certains qualifiant déjà le recours à ces outils « d’illusion de rapidité ».

    « Le degré de routine ne fait pas tout », rappelle le sociologue. Il est nécessaire de prendre en compte, les « stratégies de profit » des entreprises et leur volonté à automatiser le travail. Enfin, la variété des produits, des composants et processus déterminent également la possibilité d’automatiser ou pas une production. « Une même technologie peut donc avoir des effets très différents sur le travail ». Des métiers hautement qualifiés, peu routiniers et hautement cognitifs peuvent ainsi être déstabilisés par l’IA, comme s’en inquiétait l’artiste Aurélie Crop sur son compte Instagram, en observant les possibilités du nouveau service d’IA de Google, Nano Banana, ou encore les scénaristes de cinéma associés face aux annonces d’OpenAI de produire un film d’animation entièrement génératif. Ces métiers ne vont pas disparaître, mais vont être taylorisés, c’est-à-dire « simplifiés, standardisés ou parcellisés ». C’est-à-dire précarisés pour en réduire le coût et augmenter les profits. Car ce qui demeure déterminant dans le choix technologique au travail, c’est le contrôle, « c’est-à-dire le pouvoir de décider comment on travaille et avec quels outils ».
    … non pas guidé par l’efficacité technique mais par la prise de contrôle du management

    Carbonell revient bien sûr sur l’émergence du taylorisme à la fin du XIXe siècle, rappelant combien il est lié à la vague d’immigration américaine, à l’entrée à l’usine d’ouvriers sans qualification, venant remplacer le long apprentissage des ouvriers spécialisés. L’objectif premier de Taylor était de « briser l’ouvrier de métier » pour y imposer la norme patronale c’est-à-dire contrôler le rythme et la façon de travailler. Le taylorisme a souvent été réduit à la chaîne de montage que Taylor n’a pourtant pas connu. Pour l’économiste Harry Braverman, le taylorisme consiste à dissocier le processus de travail en le décomposant, à séparer la conception de l’exécution et enfin à utiliser le monopole de l’organisation du travail pour contrôler chaque étape du processus et de son exécution. Parcelliser chaque métier abaisse le coût de chaque tâche, expliquait l’économiste américain. Ce taylorisme-là n’est pas mort avec Taylor, explique Carbonell, il se confond désormais avec l’organisation du travail elle-même. L’informatique, le numérique, puis l’IA aujourd’hui, sont surtout venus le renforcer.

    Les machines rythment et contrôlent les décisions venues de la direction afin d’améliorer la productivité du travail. L’introduction des machines-outils à commande numérique après la Seconde Guerre mondiale va permettre de transférer les compétences des ouvriers à la direction en pilotant toujours plus finement et en standardisant l’usinage. Mais leur adoption ne repose pas sur le seul critère de l’efficacité technique, rappelle le sociologue, elle est d’abord le résultat de choix politiques, « notamment la volonté de retirer le contrôle du processus de travail aux tourneurs-fraiseurs ». « Une technologie s’impose surtout en raison de la supériorité des acteurs qui la promeuvent ». Pour Juan Sebastian Carbonell, le progrès technique ne s’impose pas de lui-même, sous couvert d’une efficacité immanente, mais répond d’abord d’enjeux politiques au profit de ceux qui le déploient. Le taylorisme augmenté n’a cessé de s’imposer depuis, par exemple avec les centres d’appels, avec l’invention de systèmes capables de distribuer les appels, complétés de scripts et de procédures extrêmement standardisées et des modalités capables de surveiller les échanges. Et l’IA ne fait rien pour arranger cela, au contraire. Ils sont désormais confrontés à « la tornade de l’intelligence artificielle », rappelait Alternatives Economiques, plongeant les services clients à un stade d’embolie terminal (voir notre article sur le sujet : https://danslesalgorithmes.net/2025/09/11/sludge-de-la-degradation-volontaire-du-service-client).

    Le #service_client a ainsi pu être externalisé et les statuts des personnels dégradés. La #standardisation et l’#intensification vont toujours de pair, rappelle le sociologue. « Les tâches non automatisées par les outils ne sont pas celles qui ont un contenu peu routinier, mais plutôt celles qui, tout en étant routinières, sont trop coûteuses pour être automatisées ». A l’image de la logistique : on n’a pas remplacé les employés par des #robots, mais on a transformé les employés en robots devant suivre les ordres des machine, comme l’expliquait très bien le sociologue David Gaborieau : « On n’est pas du tout en train d’automatiser les entrepôts, au contraire. Il y a de plus en plus d’ouvriers dans le secteur de la logistique. En fait, ce discours sur l’#automatisation produit seulement des effets politiques et des effets d’#invisibilisation_du_travail. On ne cesse de répéter que ces emplois vont disparaître ce qui permet surtout de les dévaluer. »

    Si le #taylorisme_numérique est particulièrement frappant sur les #plateformes, il s’applique également aux métiers très qualifiés, comme les musiciens, les artistes, les journalistes ou les traducteurs, à mesure qu’ils sont intégrés à des chaînes de valeur mondiales. Carbonell donne d’autres exemples de capture des connaissances et de confiscation des savoir-faire. Notamment avec les premiers systèmes experts d’IA symbolique, comme les systèmes pour diagnostiquer les maladies infectieuses ou gérer les protocoles de chimiothérapie ou encore les outil-test de maintenance de la RATP, mais qui, pour beaucoup, a surtout consisté à valider les protocoles organisés par ces logiciels qui proposaient surtout beaucoup d’#alertes, nécessitant de passer du temps pour distinguer les alertes graves de celles qui ne le sont pas. Tous ces développements contribuent à « une #déqualification des métiers, même les plus qualifiés ». L’#IA_connexionniste d’aujourd’hui, elle, est capable de faire fi des règles explicites pour formuler ses propres règles. La capture de connaissance devient un processus implicite, lié aux données disponibles. L’#IA_générative qui en est le prolongement, dépend très fortement du travail humain : d’abord du #travail_gratuit de ceux qui ont produit les données d’entraînement des modèles, celui des salariés et d’une multitude de #micro-travailleurs qui viennent nettoyer, vérifier, annoter et corriger. Pour Carbonell, l’IA générative s’inscrit donc dans cette longue histoire de la « #dépossession_machinique ». « Elle n’est pas au service des travailleurs et ne les libère pas des tâches monotones et peu intéressantes ; ce sont les travailleurs qui sont mis à son service ». Dans le journalisme, comme le montrait un rapport d’Associated Press, l’usage de l’IA accroît la charge de travail et les dépossède du geste créatif : la rédaction d’articles. Ils doivent de plus en plus éditer les contenus générés par IA, comme de corriger les systèmes transformant les articles en posts de réseaux sociaux. Même constat dans le domaine de la #traduction, où les traducteurs doivent de plus en plus corriger des contenus générés. Dans un cas comme dans l’autre, cependant, le développement de l’IA relève d’abord des choix économiques, sociaux, politiques et éditoriaux des entreprises.

    Carbonell rappelle qu’il faut aussi saisir les #limites technologiques et nuancer leurs performances. La qualité de la traduction automatique par exemple reste assez pauvre comme le constatent et le dénoncent les syndicats et collectifs de traducteurs, la Société française des traducteurs ou le collectif en Chair et en Os. En musclant leurs revendications (rémunération, transparence, signalement des traductions automatisées, fin des aides publiques à ceux qui ont recours à l’automatisation…), ils montrent que le changement technologique n’est pas une fatalité. C’est l’absence de critique radicale qui le rend inéluctable, défend Juan Sebastian Carbonell. Et le sociologue de battre en brèche l’inéluctabilité de l’IA ou le discours qui répète qu’il faut s’adapter pour survivre et se former. La formation ne remet pas en cause le pouvoir et l’organisation du travail. Elle ne reconnaît pas le droit des salariés à décider comment travailler. La formation ne propose rien d’autre que l’acceptation. Elle tient bien plus du catéchisme, comme le pointait pertinemment Ambroise Garel dans la newsletter du Pavé numérique.

    La #division_du_travail est un moyen pour rendre le management indispensable

    Dans l’entreprise, le contrôle relève de plus en plus du seul monopole de l’employeur sur l’organisation du travail et sert à obtenir des salariés certains comportements, gestes et attitudes. Le contrôle a longtemps été l’apanage du contremaître, qui devint l’agent de la direction. A ce contrôle direct s’est ajouté un contrôle technique propre aux milieux industriels où les employés doivent répondre de la formulation des tâches avec des machines qui dirigent le processus de travail et imposent leur rythme. Après la Seconde Guerre mondiale s’ajoute encore un contrôle bureaucratique où la norme et les dispositifs de gestion remplacent le pouvoir personnel du contremaître. Le management algorithmique s’inscrit dans la continuité du commandement à distance et des dispositifs de gestion qui renforcent le taylorisme numérique. L’IA n’est qu’un outil de contrôle de plus, comme l’expliquaient Aiha Nguyen et Alexandra Mateescu de Data & Society.

    Face à ces constats, le sociologue rappelle une question de fond : pourquoi le travail est-il divisé entre ceux qui commandent et ceux qui exécutent ? Pour l’économiste Stephen Marglin, la division du travail entre commandement et exécution n’est pas liée à l’efficacité économique ou technologique, mais serait purement politique, expliquait-il en 1974. « La division du travail et l’entreprise hiérarchisée ne résultent pas de la recherche d’une organisation du travail plus efficace, ni d’un progrès technologique, mais de la volonté des employeurs de se rendre indispensables en s’interposant entre le travailleur et le marché ». Le système de la fabrique comme le taylorisme visent à faire disparaître le contrôle ouvrier sur le travail au profit d’un contrôle managérial qui renforce la subordination. « C’est en approfondissant la division du travail que le capitaliste peut s’assurer de demeurer indispensable dans le processus de production, comme unificateur d’opérations séparées et comme accès au marché ». Contrairement à la vulgate, « les algorithmes ne sont pas des outils numériques permettant une coordination plus efficace », explique Carbonell, mais « des dispositifs de mise au travail traversés par des rapports de pouvoir ». La plateforme agit sur le marché, à l’image des algorithmes d’Uber. « En se plaçant entre le travailleur et le marché, il agit comme un employeur cherchant à exercer un contrôle numérique sur sa main d’œuvre ». Le management algorithmique produit et renforce le commandement. Il dirige, évalue et discipline et ces trois fonctions se renforcent l’une l’autre. Dans le cas des applications de livraisons de repas, ils interviennent à chaque étape, de la commande à la livraison en exploitant à chaque étape l’asymétrie de l’information qu’ils permettent et mettent en œuvre. Même chose avec les applications qui équipent les employés de la logistique ou ceux de la réparation, contrôlés en continue, les laissant avec de moins en moins de marge de manœuvre. Dans la restauration ou le commerce, le management algorithmique est d’abord utilisé pour pallier au très fort turnover des employés, comme le disait Madison Van Oort. L’évaluation y est permanente, que ce soit depuis les clients qui notent les travailleurs ou depuis les calculs de productivité qui comparent la productivité des travailleurs les uns avec les autres. Les systèmes disciplinent les travailleurs, comme l’expliquait la sociologue Karen Levy ou le chercheur Wolfie Christl. Elle produit les cadences. Licenciements, récompenses, promotions et pénalités sont désormais alignés aux performances. L’évaluation sert à produire les comportements attendus, comme le montrait Sophie Bernard dans UberUsés : le capitalisme racial de plateforme (Puf, 2023).

    Mais il n’y a pas que les employés du bas de l’échelle qui sont ubérisés par ces contrôles automatisés, rappelle Carbonell. Les managers eux-mêmes sont désormais les exécutants de ce que leur disent les données. « Ils ne gèrent pas les travailleurs, ils appliquent ce que le système informatique leur dicte ». Et Carbonell de conclure en rappelant que notre patron n’est pas un algorithme. Dans le taylorisme augmenté, « l’asymétrie d’information devient une asymétrie de pouvoir ». L’asymétrie de l’information est le produit de la division du travail et celle-ci s’accentue avec des outils qui permettent d’atomiser le collectif et de mettre en concurrence les employés entre eux en les évaluant les uns par rapport aux autres.

    Cette asymétrie n’est pas accidentelle, au contraire. Elle permet d’empêcher les collectifs de travail de contester les décisions prises. Sans droit de regard sur les données collectées et sur les modalités d’organisation des calculs, sans possibilité de réappropriation et donc sans discussion sur l’accès aux données des entreprises par les collectifs, rien n’évoluera. Comme le rappelle Carbonell, en Allemagne, l’introduction de nouvelles technologies qui surveillent la performance des travailleurs doit être validée par les comités d’entreprise où siègent les représentants du personnel. En France aussi, la négociation collective s’est timidement emparée du sujet. Le Centre d’études de l’emploi et du travail avait d’ailleurs livré une analyse des accords d’entreprise français signés entre 2017 et 2024 qui mentionnent l’IA. Depuis 2017, un peu moins d’un accord sur mille fait référence à l’IA, ceux-ci insistent particulièrement sur la préservation de l’emploi.

    L’IA, moteur de #déresponsabilisation

    Pour l’instant, explique Juan Sebastian Carbonell, l’IA est surtout un moteur de déresponsabilisation des patrons. Les entreprises ont recours à des systèmes tiers pour établir ces surveillances et contrôles. Ce qui permet une forme de dispersion de la responsabilité, comme l’évoquait le professeur de droit d’Oxford, Jeremias Adams-Prassl, tout en « concentrant le contrôle » (voir également son livre, L’ubérisation du travail, Dalloz, 2021).

    « De la même façon que, dans les configurations de l’emploi précaire, avec leurs schémas de sous-traitance en cascade, il est difficile d’établir qui est l’employeur responsable, l’usage d’IA dans la gestion de la main-d’œuvre brouille les frontières de la responsabilité », rappelle le sociologue. « Si les systèmes de contrôle (direct, technique, bureaucratique et algorithmique) se succèdent, c’est parce qu’ils rencontrent toujours des limites, correspondant aux résistances des travailleurs et de leurs organisations ». Pourtant, à mesure que le panoptique se referme, les résistances deviennent de plus en plus difficiles, faute de marge de manœuvre.

    Pour Carbonell, un renouveau luddite aurait toute sa place aujourd’hui, pour donner aux individus et aux collectifs les moyens de garder un contrôle sur l’organisation du travail, pour réouvrir des marges de manœuvre. Reste que le « luddisme diffus » qui émerge à l’égard de l’IA ne s’incarne pas dans un mouvement de masse ancré dans les mondes du travail, mais au mieux « dans un rejet individuel et une approche morale de l’IA », voire dans une vision technique et éthique qui consiste à améliorer les calculs plus qu’à les rendre redevables. Les travailleurs ont pourtant de bonnes raisons de s’opposer au changement technologique au travail, conclut le sociologue, surtout quand il ne vient plus accompagné de progrès sociaux mais au contraire de leurs délitements, comme une solution de remplacement bon marché de l’Etat Providence, disaient la linguiste Emily Bender et la sociologue Alex Hanna dans leur récent livre, The AI Con (HarperCollins, 2025). Avec l’IA et l’ubérisation s’impose un monde où les statuts protecteurs du travail reculent.

    L’appropriation collective des moyens de production n’est plus une promesse pour transformer le monde. Il ne peut y avoir de chaîne de montage socialiste, car « il n’y a rien de potentiellement émancipateur dans la dissociation entre la conception et l’exécution ». Peut-on imaginer une IA qui nous aide à sortir de Taylor plutôt que de nous y enfermer ?, questionne le sociologue en conclusion. Une IA qui rende du pouvoir aux travailleurs, qui leur permette de concevoir et d’exécuter, qui leur rende du métier plutôt qu’elle ne les en dépossède.

    Pour l’instant, on ne l’a pas encore aperçu !

    https://danslesalgorithmes.net/2025/10/02/ia-et-travail-on-ne-sait-pas-qui-sera-remplace-mais-on-sait-que-
    #remplacement #dégradation #conditions_de_travail #AI #intelligence_artificielle #taylorisme #productivité
    #à_lire

    • Le Futur du travail

      Le travail est un inépuisable objet de fantasmes. On annonce sa disparition prochaine sous l’effet d’un « #grand_remplacement_technologique », on prophétise la fin imminente du #salariat, on rêve d’une existence définitivement débarrassée de cette servitude. Fait significatif, les futurologues consacrés et les apologistes du monde tel qu’il va n’ont absolument pas le monopole de ce discours, tout aussi bien tenu par les plus féroces critiques du capitalisme. À chaque révolution technologique ses mirages. Car il y a loin, très loin, de ces anticipations à la réalité. Le travail humain conserve en effet une place centrale dans nos sociétés. Simplement, ses frontières et le périmètre des populations qu’il concerne se déplacent : ce n’est donc pas à une #précarisation généralisée que l’on assiste, mais à l’émergence d’un #nouveau_prolétariat du numérique et de la logistique, dans des économies bouleversées par l’essor des géants de la #Big_tech.

      https://www.editionsamsterdam.fr/le-futur-du-travail
      #livre

    • #Observatoire sur l’IA et le travail dans l’#économie_numérique

      L’Observatoire de l’OIT sur l’intelligence artificielle (IA) et le travail dans l’économie numérique est une plateforme de connaissances sur les dimensions du travail liées à l’IA et de l’économie numérique. Son objectif est d’aider les gouvernements et les partenaires sociaux à comprendre et à gérer la transformation numérique du travail.

      https://www.youtube.com/watch?v=Rdn88pUHNmo&embeds_referring_euri=https%3A%2F%2Fwww.ilo.org%2F&sour


      https://www.ilo.org/fr/artificial-intelligence-and-work-digital-economy
      #OIT #ILO

    • Sludge : de la dégradation volontaire du service client

      Le numérique est-il responsable de la dégradation du service client ?

      Dans The Atlantic, Chris Colin raconte le moment où il a eu un problème avec l’électronique de sa Ford. La direction se bloque, plus possible de ne rien faire. Son garagiste reboot le système sans chercher plus loin. Inquiet que le problème puisse se reproduire, Colin fait plusieurs garagistes, contacte Ford. On promet de le rappeler. Rien. A force de volonté, il finit par avoir un responsable qui lui explique qu’à moins que « le dysfonctionnement du véhicule puisse être reproduit et ainsi identifié, la garantie ne s’applique pas ». Colin multiplie les appels, au constructeur, à son assureur… Tout le monde lui dit de reprendre le volant. Lui persévère. Mais ses appels et mails sont renvoyés jusqu’à ne jamais aboutir. Il n’est pas le seul à qui ce genre de démêlés arrive. Une connaissance lui raconte le même phénomène avec une compagnie aérienne contre laquelle elle se débat pour tenter de se faire rembourser un voyage annulé lors du Covid. D’autres racontent des histoires kafkaïennes avec Verizon, Sonos, Airbnb, le Fisc américain… « Pris séparément, ces tracas étaient des anecdotes amusantes. Ensemble, elles suggèrent autre chose ».

      Quelque soit le service, partout, le service client semble être passé aux abonnées absents. Le temps où les services clients remboursaient ou échangaient un produit sans demander le moindre justificatif semble lointain. En 2023, l’enquête nationale sur la colère des consommateurs américains avait tous ses chiffres au rouge. 74% des clients interrogés dans ce sondage ont déclaré avoir rencontré un problème avec un produit ou un service au cours de l’année écoulée, soit plus du double par rapport à 1976. Face à ces difficultés, les clients sont de plus en plus agressifs et en colère. L’incivilité des clients est certainement la réponse à des services de réclamation en mode dégradés quand ils ne sont pas aux abonnés absents.
      Dégradation du service client : le numérique est-il responsable ?

      Dans leur best-seller Nudge, paru en 2008, le juriste Cass Sunstein et l’économiste Richard Thaler ont mobilisé des recherches en sciences du comportement pour montrer comment de petits ajustements pouvaient nous aider à faire de meilleurs choix, définissant de nouvelles formes d’intervention pour accompagner des politiques pro-sociales (voir l’article que nous consacrions au sujet, il y a 15 ans). Dans leur livre, ils évoquaient également l’envers du nudge, le sludge : des modalités de conception qui empêchent et entravent les actions et les décisions. Le sludge englobe une gamme de frictions telles que des formulaires complexes, des frais cachés et des valeurs par défaut manipulatrices qui augmentent l’effort, le temps ou le coût requis pour faire un choix, profitant souvent au concepteur au détriment de l’intérêt de l’utilisateur. Cass Sunstein a d’ailleurs fini par écrire un livre sur le sujet en 2021 : Sludge. Il y évoque des exigences administratives tortueuses, des temps d’attente interminables, des complications procédurales excessives, voire des impossibilités à faire réclamation qui nous entravent, qui nous empêchent… Des modalités qui ne sont pas sans faire écho à l’emmerdification que le numérique produit, que dénonce Cory Doctorow. Ou encore à l’âge du cynisme qu’évoquaient Tim O’Reilly, Illan Strauss et Mariana Mazzucato en expliquant que les plateformes se focalisent désormais sur le service aux annonceurs plus que sur la qualité de l’expérience utilisateur… Cette boucle de prédation qu’est devenu le marketing numérique.

      L’une des grandes questions que posent ces empêchements consiste d’ailleurs à savoir si le numérique les accélère, les facilite, les renforce.

      Le sludge a suscité des travaux, rappelle Chris Colin. Certains ont montré qu’il conduit des gens à renoncer à des prestations essentielles. « Les gens finissent par payer ce contre quoi ils n’arrivent pas à se battre, faute d’espace pour contester ou faire entendre leur problème ». En l’absence de possibilité de discussion ou de contestation, vous n’avez pas d’autre choix que de vous conformer à ce qui vous est demandé. Dans l’application que vous utilisez pour rendre votre voiture de location par exemple, vous ne pouvez pas contester les frais que le scanneur d’inspection automatisé du véhicule vous impute automatiquement. Vous n’avez pas d’autre choix que de payer. Dans d’innombrables autres, vous n’avez aucune modalité de contact. C’est le fameux no-reply, cette communication sans relation que dénonçait Thierry Libaert pour la fondation Jean Jaurès – qui n’est d’ailleurs pas propre aux services publics. En 2023, Propublica avait montré comment l’assureur américain Cigna avait économisé des millions de dollars en rejetant des demandes de remboursement sans même les faire examiner par des médecins, en pariant sur le fait que peu de clients feraient appels. Même chose chez l’assureur santé américain NaviHealth qui excluait les clients dont les soins coûtaient trop cher, en tablant sur le fait que beaucoup ne feraient pas appels de la décision, intimidés par la demande – alors que l’entreprise savait que 90 % des refus de prise en charge sont annulés en appel. Les refus d’indemnisation, justifiés ou non, alimentent la colère que provoquent déjà les refus de communication. La branche financement de Toyota aux Etats-Unis a été condamnée pour avoir bloqué des remboursements et mis en place, délibérément, une ligne d’assistance téléphonique « sans issue » pour l’annulation de produits et services. Autant de pratiques difficiles à prouver pour les usagers, qui se retrouvent souvent très isolés quand leurs réclamations n’aboutissent pas. Mais qui disent que la pratique du refus voire du silence est devenue est devenue une technique pour générer du profit.
      Réduire le coût des services clients

      En fait, expliquaient déjà en 2019 les chercheurs Anthony Dukes et Yi Zhu dans la Harvard Business Review : si les services clients sont si mauvais, c’est parce qu’en l’étant, ils sont profitables ! C’est notamment le cas quand les entreprises détiennent une part de marché importante et que leurs clients n’ont pas de recours. Les entreprises les plus détestées sont souvent rentables (et, si l’on en croit un classement américain de 2023, beaucoup d’entre elles sont des entreprises du numérique, et plus seulement des câblo-opérateurs, des opérateurs télécom, des banques ou des compagnies aériennes). Or, expliquent les chercheurs, « certaines entreprises trouvent rentable de créer des difficultés aux clients qui se plaignent ». En multipliant les obstacles, les entreprises peuvent ainsi limiter les plaintes et les indemnisations. Les deux chercheurs ont montré que cela est beaucoup lié à la manière dont sont organisés les centres d’appels que les clients doivent contacter, notamment le fait que les agents qui prennent les appels aient des possibilités de réparation limitées (ils ne peuvent pas rembourser un produit par exemple). Les clients insistants sont renvoyés à d’autres démarches, souvent complexes. Pour Stéphanie Thum, une autre méthode consiste à dissimuler les possibilités de recours ou les noyer sous des démarches complexes et un jargon juridique. Dukes et Zhu constatent pourtant que limiter les coûts de réclamation explique bien souvent le fait que les entreprises aient recours à des centres d’appels externalisés. C’est la piste qu’explore d’ailleurs Chris Colin, qui rappelle que l’invention du distributeur automatique d’appels, au milieu du XXe siècle a permis d’industrialiser le service client. Puis, ces coûteux services ont été peu à peu externalisés et délocalisés pour en réduire les coûts. Or, le principe d’un centre d’appel n’est pas tant de servir les clients que de « les écraser », afin que les conseillers au téléphone passent le moins de temps possible avec chacun d’eux pour répondre au plus de clients possibles.

      C’est ce que raconte le livre auto-édité d’Amas Tenumah, Waiting for Service : An Insider’s Account of Why Customer Service Is Broken + Tips to Avoid Bad Service (En attente de service : témoignage d’un initié sur les raisons pour lesquelles le service client est défaillant + conseils pour éviter un mauvais service, 2021). Amas Tenumah (blog, podcast), qui se présente comme « évangéliste du service client », explique qu’aucune entreprise ne dit qu’elle souhaite offrir un mauvais service client. Mais toutes ont des budgets dédiés pour traiter les réclamations et ces budgets ont plus tendance à se réduire qu’à augmenter, ce qui a des conséquences directes sur les remboursements, les remises et les traitements des plaintes des clients. Ces objectifs de réductions des remboursements sont directement transmis et traduits opérationnellement auprès des agents des centres d’appels sous forme d’objectifs et de propositions commerciales. Les call centers sont d’abord perçus comme des centres de coûts pour ceux qui les opèrent, et c’est encore plus vrai quand ils sont externalisés.
      Le service client vise plus à nous apaiser qu’à nous satisfaire

      Longtemps, la mesure de la satisfaction des clients était une mesure sacrée, à l’image du Net Promoter Score imaginé au début 2000 par un consultant américain qui va permettre de généraliser les systèmes de mesure de satisfaction (qui, malgré son manque de scientificité et ses innombrables lacunes, est devenu un indicateur clé de performance, totalement dévitalisé). « Les PDG ont longtemps considéré la fidélité des clients comme essentielle à la réussite d’une entreprise », rappelle Colin. Mais, si tout le monde continue de valoriser le service client, la croissance du chiffre d’affaires a partout détrôné la satisfaction. Les usagers eux-mêmes ont lâché l’affaire. « Nous sommes devenus collectivement plus réticents à punir les entreprises avec lesquelles nous faisons affaire », déclare Amas Tenumah : les clients les plus insatisfaits reviennent à peine moins souvent que les clients les plus satisfaits. Il suffit d’un coupon de réduction de 20% pour faire revenir les clients. Les clients sont devenus paresseux, à moins qu’ils n’aient plus vraiment le choix face au déploiement de monopoles effectifs. Les entreprises ont finalement compris qu’elles étaient libres de nous traiter comme elles le souhaitent, conclut Colin. « Nous sommes entrés dans une relation abusive ». Dans son livre, Tenumah rappelle que les services clients visent bien plus « à vous apaiser qu’à vous satisfaire »… puisqu’ils s’adressent aux clients qui ont déjà payé ! Il est souvent le premier département où une entreprise va chercher à réduire les coûts.

      Dans nombre de secteurs, la fidélité est d’ailleurs assez mal récompensée : les opérateurs réservent leurs meilleurs prix et avantages aux nouveaux clients et ne proposent aux plus fidèles que de payer plus pour de nouvelles offres. Une opératrice de centre d’appel, rappelle que les mots y sont importants, et que les opérateurs sont formés pour éluder les réclamations, les minorer, proposer la remise la moins disante… Une autre que le fait de tomber chaque fois sur une nouvelle opératrice qui oblige à tout réexpliquer et un moyen pour pousser les gens à l’abandon.
      La complexité administrative : un excellent outil pour invisibiliser des objectifs impopulaires

      Dans son livre, Sunstein explique que le Sludge donne aux gens le sentiment qu’ils ne comptent pas, que leur vie ne compte pas. Pour la sociologue Pamela Herd et le politologue Donald Moynihan, coauteurs de Administrative Burden : Policymaking by Other Means (Russel Sage Foundation, 2019), le fardeau administratif comme la paperasserie complexe, les procédures confuses entravent activement l’accès aux services gouvernementaux. Plutôt que de simples inefficacités, affirment les auteurs, nombre de ces obstacles sont des outils politiques délibérés qui découragent la participation à des programmes comme Medicaid, empêchent les gens de voter et limitent l’accès à l’aide sociale. Et bien sûr, cette désorganisation volontaire touche de manière disproportionnée les gens les plus marginalisés. « L’un des effets les plus insidieux du sludge est qu’il érode une confiance toujours plus faible dans les institutions », explique la sociologue. « Une fois ce scepticisme installé, il n’est pas difficile pour quelqu’un comme Elon Musk de sabrer le gouvernement sous couvert d’efficacité »… alors que les coupes drastiques vont surtout compliquer la vie de ceux qui ont besoin d’aide. Mais surtout, comme l’expliquaient les deux auteurs dans une récente tribune pour le New York Times, les réformes d’accès, désormais, ne sont plus lisibles, volontairement. Les coupes que les Républicains envisagent pour l’attribution de Medicaid ne sont pas transparentes, elles ne portent plus sur des modifications d’éligibilité ou des réductions claires, que les électeurs comprennent facilement. Les coupes sont désormais opaques et reposent sur une complexité administrative renouvelée. Alors que les Démocrates avaient œuvré contre les lourdeurs administratives, les Républicains estiment qu’elles constituent un excellent outil politique pour atteindre des objectifs politiques impopulaires.

      Augmenter le fardeau administratif devient une politique, comme de pousser les gens à renouveler leur demande 2 fois par an plutôt qu’une fois par an. L’enjeu consiste aussi à développer des barrières, comme des charges ou un ticket modérateur, même modique, qui permet d’éloigner ceux qui ont le plus besoin de soins et ne peuvent les payer. Les Républicains du Congrès souhaitent inciter les États à alourdir encore davantage les formalités administratives. Ils prévoient d’alourdir ainsi les sanctions pour les États qui commettent des erreurs d’inscription, ce qui va les encourager à exiger des justificatifs excessifs – alors que là bas aussi, l’essentiel de la fraude est le fait des assureurs privés et des prestataires de soins plutôt que des personnes éligibles aux soins. Les Républicains affirment que ces contraintes servent des objectifs politiques vertueux, comme la réduction de la fraude et de la dépendance à l’aide sociale. Mais en vérité, « la volonté de rendre l’assurance maladie publique moins accessible n’est pas motivée par des préoccupations concernant l’intérêt général. Au contraire, les plus vulnérables verront leur situation empirer, tout cela pour financer une baisse d’impôts qui profite principalement aux riches ».

      Dans un article pour The Atlantic de 2021, Annie Lowrey évoquait le concept de Kludgeocracrie du politologue Steven Teles, pour parler de la façon dont étaient bricolés les programmes de prestations en faisant reposer sur les usagers les lourdeurs administratives. Le but, bien souvent, est que les prestations sociales ne soient pas faciles à comprendre et à recevoir. « Le gouvernement rationne les services publics par des frictions bureaucratiques déroutantes et injustes. Et lorsque les gens ne reçoivent pas l’aide qui leur est destinée, eh bien, c’est leur faute ». « C’est un filtre régressif qui sape toutes les politiques progressistes que nous avons ». Ces politiques produisent leurs propres économies. Si elles alourdissent le travail des administrations chargées de contrôler les prestations, elles diminuent mécaniquement le volume des prestations fournies.

      Le mille-feuille de l’organisation des services publics n’explique pas à lui seul la raison de ces complexités. Dans un livre dédié au sujet (The Submerged State : How Invisible Government Policies Undermine American Democracy, University of Chicago Press, 2011), la politologue Suzanne Mettler soulignait d’ailleurs, que les programmes destinés aux plus riches et aux entreprises sont généralement plus faciles à obtenir, automatiques et garantis. « Il n’est pas nécessaire de se prosterner devant un conseiller social pour bénéficier des avantages d’un plan d’épargne-études. Il n’est pas nécessaire d’uriner dans un gobelet pour obtenir une déduction fiscale pour votre maison, votre bateau ou votre avion… ». « Tant et si bien que de nombreuses personnes à revenus élevés, contrairement aux personnes pauvres, ne se rendent même pas compte qu’elles bénéficient de programmes gouvernementaux ». Les 200 milliards d’aides publiques aux entreprises en France, distribués sans grand contrôle, contrastent d’une manière saisissante avec la chasse à la fraude des plus pauvres, bardés de contrôles. Selon que vous êtes riches ou pauvres, les lourdeurs administratives ne sont pas distribuées équitablement. Mais toutes visent d’abord à rendre l’État dysfonctionnel.

      L’article d’Annie Lowrey continue en soulignant bien sûr qu’une meilleure conception et que la simplification sont à portée de main et que certaines agences américaines s’y sont attelé et que cela a porté ses fruits. Mais, le problème n’est plus celui-là me semble-t-il. Voilà longtemps que les effets de la simplification sont démontrés, cela n’empêche pas, bien souvent, ni des reculs, ni une fausse simplification. Le contrôle reste encore largement la norme, même si partout on constate qu’il produit peu d’effets (comme le montraient les sociologues Claire Vivès, Luc Sigalo Santos, Jean-Marie Pillon, Vincent Dubois et Hadrien Clouet, dans leur livre sur le contrôle du chômage, Chômeurs, vos papiers ! – voir notre recension). Il est toujours plus fort sur les plus démunis que sur les plus riches et la tendance ne s’inverse pas, malgré les démonstrations.

      Et le déferlement de l’IA pour le marketing risque de continuer à dégrader les choses. Pour Tenumah, l’arrivée de services clients gérés par l’IA vont leur permettre peut-être de coûter moins cher aux entreprises, mais ils ne vont répondre à aucune attente.

      La résistance au Sludge s’organise bien sûr. Des réglementations, comme la règle « cliquez pour annuler » que promeut la FTC américaine, vise à éliminer les obstacles à la résiliation des abonnements. L’OCDE a développé, elle, une internationale Sludge Academy pour développer des méthodes d’audits de ce type de problème, à l’image de la méthodologie développée par l’unité comportemementale du gouvernement australien. Mais la régulation des lacunes des services clients est encore difficile à mettre en œuvre.

      Le cabinet Gartner a prédit que d’ici 2028, l’Europe inscrira dans sa législation le droit à parler à un être humain. Les entreprises s’y préparent d’ailleurs, puisqu’elles estiment qu’avec l’IA, ses employés seront capables de répondre à toutes les demandes clients. Mais cela ne signifie pas qu’elles vont améliorer leur relation commerciale. On l’a vu, il suffit que les solutions ne soient pas accessibles aux opérateurs des centres d’appels, que les recours ne soient pas dans la liste de ceux qu’ils peuvent proposer, pour que les problèmes ne se résolvent pas. Faudra-t-il aller plus loin ? Demander que tous les services aient des services de médiation ? Que les budgets de services clients soient proportionnels au chiffre d’affaires ?

      Avec ses amis, Chris Colin organise désormais des soirées administratives, où les gens se réunissent pour faire leurs démarches ensemble afin de s’encourager à les faire. L’idée est de socialiser ces moments peu intéressants pour s’entraider à les accomplir et à ne pas lâcher l’affaire.

      Après plusieurs mois de discussions, Ford a fini par proposer à Chris de racheter sa voiture pour une somme équitable.
      Dégradation du service client ? La standardisation en question

      Pour autant, l’article de The Atlantic ne répond pas pleinement à la question de savoir si le numérique aggrave le Sludge. Les pratiques léontines des entreprises ne sont pas nouvelles. Mais le numérique les attise-t-elle ?

      « Après avoir progressé régulièrement pendant deux décennies, l’indice américain de satisfaction client (ACSI), baromètre du contentement, a commencé à décliner en 2018. Bien qu’il ait légèrement progressé par rapport à son point bas pendant la pandémie, il a perdu tous les gains réalisés depuis 2006 », rappelle The Economist. Si la concentration et le développement de monopoles explique en partie la dégradation, l’autre raison tient au développement de la technologie, notamment via le développement de chatbots, ces dernières années. Mais l’article finit par reprendre le discours consensuel pour expliquer que l’IA pourrait améliorer la relation, alors qu’elle risque surtout d’augmenter les services clients automatisés, allez comprendre. Même constat pour Claer Barrett, responsable de la rubrique consommateur au Financial Times. L’envahissement des chatbots a profondément dégradé le service client en empêchant les usagers d’accéder à ce qu’ils souhaitent : un humain capable de leur fournir les réponses qu’ils attendent. L’Institute of Customer Service (ICS), un organisme professionnel indépendant qui milite pour une amélioration des normes de la satisfaction client, constate néanmoins que celle-ci est au plus bas depuis 9 ans dans tous les secteurs de l’économie britannique. En fait, les chatbots ne sont pas le seul problème : même joindre un opérateur humain vous enferme également dans le même type de scripts que ceux qui alimentent les chatbots, puisque les uns comme les autres ne peuvent proposer que les solutions validées par l’entreprise. Le problème repose bien plus sur la normalisation et la standardisation de la relation qu’autre chose.

      « Les statistiques des plaintes des clients sont très faciles à manipuler », explique Martyn James, expert en droits des consommateurs. Vous pourriez penser que vous êtes en train de vous plaindre au téléphone, dit-il, mais si vous n’indiquez pas clairement que vous souhaitez déposer une plainte officielle, celle-ci risque de ne pas être comptabilisée comme telle. Et les scripts que suivent les opérateurs et les chatbots ne proposent pas aux clients de déposer plainte… Pourquoi ? Légalement, les entreprises sont tenues de répondre aux plaintes officielles dans un délai déterminé. Mais si votre plainte n’est pas officiellement enregistrée comme telle, elles peuvent traîner les pieds. Si votre plainte n’est pas officiellement enregistrée, elle n’est qu’une réclamation qui se perd dans l’historique client, régulièrement vidé. Les consommateurs lui confient que, trop souvent, les centres d’appels n’ont aucune trace de leur réclamation initiale.

      Quant à trouver la page de contact ou du service client, il faut la plupart du temps cinq à dix clics pour s’en approcher ! Et la plupart du temps, vous n’avez accès qu’à un chat ou une ligne téléphonique automatisée. Pour Martyn James, tous les secteurs ont réduit leur capacité à envoyer des mails autres que marketing et la plupart n’acceptent pas les réponses. Et ce alors que ces dernières années, de nombreuses chaînes de magasins se sont transformées en centres de traitement des commandes en ligne, sans investir dans un service client pour les clients distants.
      « Notre temps ne leur coûte rien »

      « Notre temps ne leur coûte rien », rappelle l’expert. Ce qui explique que nous soyons contraints d’épuiser le processus automatisé et de nous battre obstinément pour parler à un opérateur humain qui fera son maximum pour ne pas enregistrer l’interaction comme une plainte du fait des objectifs qu’il doit atteindre. Une fois les recours épuisés, reste la possibilité de saisir d’autres instances, mais cela demande de nouvelles démarches, de nouvelles compétences comme de savoir qu’un médiateur peut exister, voire porter plainte en justice… Autant de démarches qui ne sont pas si accessibles.

      Les défenseurs des consommateurs souhaitent que les régulateurs puissent infliger des amendes beaucoup plus lourdes aux plus grands contrevenants des services clients déficients. Mais depuis quels critères ?

      Investir dans un meilleur service client a clairement un coût. Mais traiter les plaintes de manière aussi inefficace en a tout autant. Tous secteurs confondus, le coût mensuel pour les entreprises britanniques du temps consacré par leurs employés à la gestion des problèmes clients s’élève à 8 milliards d’euros, selon l’ICS. Si les entreprises commençaient à mesurer cet impact de cette manière, cela renforcerait-il l’argument commercial en faveur d’un meilleur service ?, interroge Claer Barrett.

      Au Royaume-Uni, c’est le traitement des réclamations financières qui offre le meilleur service client, explique-t-elle, parce que la réglementation y est beaucoup plus stricte. A croire que c’est ce qui manque partout ailleurs. Pourtant, même dans le secteur bancaire, le volume de plaintes reste élevé. Le Financial Ombudsman Service du Royaume-Uni prévoit de recevoir plus de 181 000 plaintes de consommateurs au cours du prochain exercice, soit environ 10 % de plus qu’en 2022-2023. Les principales plaintes à l’encontre des banques portent sur l’augmentation des taux d’intérêts sur les cartes de crédits et la débancarisation (voir notre article). Une autre part importante des plaintes concerne les dossiers de financement automobiles, et porte sur des litiges d’évaluation de dommages et des retards de paiements.

      Pourtant, selon l’ICS, le retour sur investissement d’un bon service client reste fort. « D’après les données collectées entre 2017 et 2023, les entreprises dont le score de satisfaction client était supérieur d’au moins un point à la moyenne de leur secteur ont enregistré une croissance moyenne de leur chiffre d’affaires de 7,4 % ». Mais, celles dont le score de satisfaction est inférieur d’un point à la moyenne, ont enregistré également une croissance de celui-ci du niveau de la moyenne du secteur. La différence n’est peut-être pas suffisamment sensible pour faire la différence. Dans un monde en ligne, où le client ne cesse de s’éloigner des personnels, la nécessité de créer des liens avec eux devrait être plus importante que jamais. Mais, l’inflation élevée de ces dernières années porte toute l’attention sur le prix… et ce même si les clients ne cessent de déclarer qu’ils sont prêts à payer plus cher pour un meilleur service.

      La morosité du service client est assurément à l’image de la morosité économique ambiante.

      https://danslesalgorithmes.net/2025/09/11/sludge-de-la-degradation-volontaire-du-service-client

  • La Suède réduit ses aides sociales dans l’espoir de restreindre l’immigration
    https://www.lemonde.fr/international/article/2025/09/19/la-suede-reduit-ses-aides-sociales-dans-l-espoir-de-restreindre-l-immigratio

    Le royaume scandinave « n’est pas un buffet pour tous les peuples du monde », a lancé Linda Lindberg, cheffe du groupe des Démocrates de Suède (SD) au Parlement, lors d’une conférence de presse à Stockholm, estimant que les mesures annoncées devraient mener à une baisse de l’immigration, « car ce ne sera plus aussi avantageux de venir » dans le pays nordique.

    La réforme se compose de trois volets. Le premier prévoit une baisse de l’aide sociale et la mise en place d’un plafond pour les familles de plus de quatre enfants. Dans l’exemple donné par la ministre des affaires sociales, Anna Tenje, un couple avec cinq enfants peut aujourd’hui percevoir jusqu’à 46 500 couronnes suédoises par mois (4 220 euros), sous forme de diverses allocations, sans travailler ; 95 % de ceux qui se trouvent dans cette situation sont nés à l’étranger, a précisé Mme Tenje.
    Les parents, selon elle, « pourraient travailler, mais ne le font pas pour diverses raisons », sachant qu’en l’état, il n’est « pas rentable de passer de l’aide sociale à l’emploi, même si les deux [adultes] commencent à travailler ». La droite et l’extrême droite proposent donc de réduire le montant des prestations sociales. Ainsi, à partir du 1er janvier 2027, le couple mentionné par la ministre ne touchera plus que 38 300 couronnes par mois, soit une réduction de 8 200 couronnes.

    Le gouvernement estime que 145 000 ménages vont être affectés, dont 30 000 qui vont voir leurs revenus décroître fortement. A l’inverse, ceux qui percevaient des aides sociales mais décrocheront un emploi pourront bénéficier d’un bonus, pendant dix-huit mois, représentant 15 % de leur salaire brut.

    « De plus en plus difficile d’obtenir une aide »

    Le second volet de la réforme concerne les conditions pour toucher les minima sociaux. Leurs bénéficiaires vont devoir participer à des activités « à la hauteur de leurs capacités », y compris à plein temps, pour ceux qui seront jugés en mesure de le faire. Il pourra s’agir de cours de langue ou d’une formation professionnelle. Aux communes de faire des propositions.

    Enfin, le gouvernement et les SD veulent limiter l’accès à toute une série de prestations sociales – notamment les allocations familiales et les aides au logement, ainsi que les indemnités de maladie et le minimum vieillesse. Pour y avoir droit, il faudra avoir vécu au moins cinq ans sur les quinze dernières années en Suède, avec une exception pour les ressortissants de l’Union européenne. Une « voie accélérée » est également prévue pour les étrangers percevant plus de 38 700 couronnes par mois et qui pourront en bénéficier au bout de six mois.

    #droits_sociaux #extrême_droite

  • L’idéologie californienne par Richard Barbrook et Andy Cameron (Traduction Pierre Blouin) | Réflexions
    https://charro1010.wordpress.com/2009/11/29/lideologie-californienne-par-richard-barbrook-et-andy-cameron-

    Publié le 29 novembre 2009 par charro1010
     » Not to lie about the future is impossible and one can lie about it at will » – Naum Gabo (1)

     

    L’Idéologie californienne

    de Richard BARBROOK et Andy CAMERON

     

    (Traduit de l’anglais par Pierre Blouin)

    Partie 1 : L’éclatement du barrage

    Partie 2 : Ronald Reagan contre les hippies

    Partie 3 : la montée de la « classe virtuelle »

    Partie 4 : Agora ou marché ?

    Partie 5 : Le mythe du « libre marché »

    Partie 6 : La liberté est l’esclavage

    Partie 7 : En avant, dans le passé

    Partie 8 : Les maîtres cyborg et les esclaves robots

    Partie 9 : Il existe des alternatives

    Partie 10 : La renaissance des modernes

    NOTES

    #Idéologie_californienne #Traduction

    • Présentation

      Le texte de Richard Barbrook et de Andy Cameron est important à plus d’un égard. Premièrement, il place le débat sur l’objet du discours de l’Internet au centre de l’évolution des idéologies néo-libérales et le rapprochement de plus en plus évident d’une intelligentsia « virtual class » aux idées conservatrices. Un mouvement qui semble à première vue contradictoire, mais qui, lorsque l’on s’y attarde un peu, prend la forme d’une idéologie à saveur nouvelle. Mais est-elle si nouvelle que cela ?

      Pas vraiment. Elle relève du nihilisme, elle est la suite du désir de globalisation des cultures soumis à une version unilatérale uniquement orientée vers la technique. Elle est aussi le résultat des mythes fondateurs de la nation américaine. Un désir de liberté et une vision relative de la solidarité, une peur effroyable de l’autre et une mixité raciale où pousse le racisme et l’exploitation les plus éhontés, mais aussi la richesse la plus grande. Quoi qu’en disent les critiques de Barbrook et de Cameron (voir les hyperliens à la fin du texte), on est loin de l’Amérique idyllique tel que l’on tente de nous la présenter dans le discours du cyberespace.

      Dans les renvois situés à la fin du texte, nous avons donné les principales sources critiques du texte de Barbrook et de Cameron. Ces textes, loin de minimiser l’apport de nos auteurs, les renforcent par leurs incapacités à répondre de manière satisfaisante à celui que nous traduisons ici. De la défense du mythe fondateur de l’Internet, au renforcement du discours sur la liberté acquise grâce au libre-échange « économique », l’utopie planétaire ressemble, encore ici, à la mise en place de plus en plus grande de l’hégémonie économique et politique américaine.

      Nous nous permettons de faire un lien de pensée entre le texte de Barbrook et de Cameron avec le récent livre de Luc Boltanski et de Ève Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Éditions Gallimad, nrf essais, 1999, 843 p. Dans ce livre, on assiste à un dépouillement de l’idéologie du management présentée comme un symptôme du nouvel esprit du capitalisme… cette supposée économie de l’immatériel. Comme l’écrit l’auteure québécoise Suzanne Jacob :

      « La fiction la plus répandue dans une même société, celle qui est la plus en usage, c’est la fiction dominante.

      […]la fiction dominante d’une société qui forme son propre bétail à même les individus qui la composent cherche par tous les moyens à nous faire croire que les actes de barbarie qu’elle commet contre ce même bétail sont des « oeuvres de fiction ». Lorsqu’elle aménage tel ou tel génocide en spectacle, la confusion qu’elle réussit à entretenir sert au plus haut point sa ferme intention de continuer à appliquer la barbarie là où elle le juge inévitable.

      Cette fiction dominante se présente sous des appellations diverses – société médiatique, médiatisation, ère des médias de masse, ère de la communication, rentabilisation, mondialisation, internettisation. […] Si nous restions quelques naïfs à ne pas avoir compris qu’à l’ère de la communication, « ce qui est communiqué, ce sont les ordres », selon la formule de Guy Debord, ce mur d’agressive impassibilité de jeunes adultes en attente des ordres et des formulaires, ou d’agressivité impassible obéissant aux ordres, ce mur aura bientôt raison d’un optimisme sur lequel comptait et compte toujours la stratégie globale. »

      Suzanne Jacob, La bulle d’encre, 1997, pp. 35-39

  • #Polsi come luogo del senso e metafora di un’altra Calabria

    Una nota di viaggio a Polsi, dove le persone rivelano ancora intensi sentimenti, la metafora di una nuova centralità e di un nuovo bisogno di sacro e di appaesamento.

    Non ricordo con precisione le volte che, a partire dal 1977, mi sono recato al santuario della #Madonna_della_Montagna. Almeno in sei occasioni sono andato a Polsi a conclusione dei festeggiamenti in onore della Madonna, l’1 e il 2 settembre. Tante per potermi considerare, non solo un osservatore delle culture popolari, ma una sorta di pellegrino. Molte volte, di ritorno da Polsi, mi sono trovato a ripetere che quella era l’ultima volta. Poi, col passare del tempo, riaffiora la nostalgia di Polsi, opprimente come un rimorso, forte come un sogno.

    Questa volta percorro a piedi l’ultimo tratto del viaggio, lungo uno dei sentieri delle antiche «vie dei canti» oggi recuperati al cammino dagli escursionisti e dall’Ente Parco dell’Aspromonte. Sotto il Montalto ci incamminiamo lungo la «pista dei riggitani». Saluto i colleghi del gruppo di ricerca dell’Università, che proseguono in macchina, e scendo in compagnia di Alfonso Picone Chiodo, responsabile del Cai della provincia di Reggio, ricercatore informato di ogni pietra e di ogni albero, Nuccio Barillà, del direttivo nazionale di Legambiente, Fulvio Librandi, antropologo dell’Università della Calabria. Da quota 1300 metri a 850 metri circa la vegetazione muta continuamente. Si passa dai boschi di pini e di querce ai grandi lecci per arrivare ai castagni. Erica, rosa canina, elci, origano seguono il tragitto dei muretti di pietre e delle piste precarie. Le querce colpite e scolpite dai fulmini, con i loro tronchi sembrano quasi delle enormi canoe annerite dal fumo, in attesa di qualche misterioso navigatore le adagi nel mare delle nuvole che sovrastano le cime dei monti.

    Lo sguardo è catturato dalle piccole vene di terra tracciate nelle montagne, le antiche vie dei pellegrini, che ancora oggi vengono percorse ai piedi. Ecco la ferita nella montagna di Samo e il sentiero degli antichi abitanti di Precacore. Sono visibili le piste lontane degli abitanti di Careri e di Natile (ricordati da Perri) e quella degli abitanti di S. Luca (raccontati da Alvaro) lungo il lago Costantino, formatosi a seguito di una frana sul percorso del Bonamico. Intuisco il luogo dove scorre la fontana della Pregna, dove una donna incinta, assetata, pregò la Vergine, che fece sgorgare dalla pietra l’acqua fresca e limpida. Svettano come un pugno impastato di pane e un dito alzati nel cielo Monte Cappa e Monte Castello e poi, in fondo, lontano, lo Ionio.

    Bisogna camminare a piedi per comprendere le storie e i movimenti degli uomini. Dall’alto, mentre cominciano a sbucare gli orti coltivati e le baracche in prossimità di Polsi, hai la sensazione che questo centro religioso sia stato in passato un centro necessario, ragionevole, di economie e di scambi. La geoantropologia e le vicende storiche, le economie e le culture di paesi disseminati lungo le colline del versante tirrenico e di quello jonico qui realizzavano una sorta di convergenza al «centro».

    Sentiamo dopo quasi tre ore di discesa tra pietre, eriche e felci i rumori della festa. Le prime voci che arrivano in alto quelli dei giochi di morra con i loro: «… e uno, …e quattro, …e sette…». Ascoltato da quassù quell’elenco urlato di numeri fa pensare quasi a una formula magica che bisogna pronunciare con forza e sapienza per poter entrare in un paese a magico e favoloso. La porta della «strada dei riggitani» introduce nei luoghi in cui i pellegrini di tanti paesi hanno fatto erigere, in pietra e in marmo, una stazione della Via Crucis. La visione giunge forte come uno schiaffo, come un pugno di terra. Comprendiamo le ragioni di quel vagare tra i monti di un elicottero che si abbassava nel lago Costantino e di quel sottile filo di fumo che saliva il cielo. L’incendio è scoppiato in mattinata, voluto, provocato. Ha bruciato i grandi ed antichi castagni, vere e proprie sculture della natura, ma ha ferito il cuore delle persone.

    Nelle loro omelie monsignor Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri-Gerace, e don Pino Strangio, rettore del Santuario, adopereranno parole di forte condanna per chi non ha rispetto per questo «sacro Giardino». Il primo uomo che incontro indossa una maglietta con la scritta Toronto. Mi vengono in mente i calabresi che, poche settimane fa, ho visto a Toronto impegnati con le loro feste a sacralizzare e a rifondare nuovi luoghi.
    Antichi e nuovi comportamenti devozionali

    Lasciamo borse e buste nella stanza del dateci da don Pino, sempre accogliente, sempre indaffarato con i suoi collaboratori ad organizzare e risolvere mille problemi. Comincio il mio itinerario attorno al santuario, nella chiesa già piena di pellegrini (sono le sei della sera), tra le stanze e gli spiazzi restaurati o in via di restauro. Quando ritorno nei luoghi, quando rincontro persone che non vedo da tempo, la tentazione è quella di verificare come sono riconoscibili al mio sguardo: sono alla ricerca di segni e di indizi per capire cosa è cambiato e cosa è rimasto.

    Cammino lungo la fiumara della Madonna, arrivo là dove incontra la fiumara di Castunia e insieme danno origine al Bonamico. L’acqua delle fiumare non è più rossa del sangue delle bestie scannate da macellai-sacrificatori che compivano un rito antichissimo. Dopo l’intervento dei Nas del 2001 che (al di là delle motivazioni) è stato visto come una sorta di intrusione e di violenza da parte di tutti i devoti e dalle gerarchie religiose, i macellai di S. Luca si sono organizzati. Macellano in paese e portano gli ovini in una baracca dove è organizzata la vendita. È notevole il consumo della carne di capra, di capretto, d’agnello. Polsi non è più un’ enorme cucina, come ai tempi di Alvaro. ma permane il senso della comunione del cibo, del mangiare insieme. Molte baracche sono state costruite lungo due file in vicinanza della fiumara. Sono in legno, tutte uguali, e una volta ultimate accoglieranno i venditori con le loro mercanzie, con gli oggetti sacri, con i panini e le bibite. Centinaia di giovani si aggirano attorno al santuario. Sono gli stessi che incontriamo al mare e ai concerti, nei paesi e alle Università. I figli e i nipoti degli antichi pellegrini, compiono gesti, danze, riti diversi da quelli dei padri.

    Dalla vallata non salgono più verso la montagna i rumori dei fuochi, degli spari, dei canti, delle danze, come avveniva ancora qualche anno addietro. Nell’anfiteatro naturale si diffondono, attraverso gli altoparlanti e gli amplificatori, le preghiere, le omelie, i canti, le prediche delle funzioni religiose. I pochi gruppi di suonatori e di danzatori di tarantelle stentano a trovare un orientamento, un senso e un ritmo in mezzo a rumori di fondo che li sovrastano. È cambiata Polsi, sono cambiati i pellegrini, i volti, i gesti, la ritualità. Non è una novità. L’erosione dell’antico universo continua da almeno cinquant’anni. Non poteva essere altrimenti in un mondo che cambia continuamente e velocemente. Incontro vecchi amici, alcuni studiosi di culture popolari, fotografi e giornalisti. Il ritornello è lo stesso: «Stanno distruggendo tutto. Non ci sono più le tradizioni di una volta. Non si balla più come una volta». Come se questo luogo dovesse restare immutato, incontaminato (da chi e da cosa?), una riserva in attesa di studiosi puristi e nostalgici di un bel passato mai esistito. Gli operatori delle televisioni (Anna Rosa Macrì ha fatto due bellissimi servizi per il Tg3) e delle radio, fotografi e giornalisti, studiosi e curiosi vanno considerati loro stessi elementi del rito, della «realtà». Spesso sono loro, siamo noi, i protagonisti di un «nuovo folklore».

    Ma se risultano sterili i rimpianti di chi non appartiene a quel mondo ormai eroso, non è possibile ignorare gli stati di animo di quanti a Polsi vengono fin da bambini e che hanno assistito, a volte compiaciuti, a volte sgomenti, a volte lieti, a volte inquieti, alla fine del loro antico universo. Traduco gli interrogativi che si ponevano molti amici del luogo, tanti pellegrini incontrati. Con la strada che è ormai in via di realizzazione (se ne parlava dai tempi di Alvaro, ma adesso sembra che, finalmente, una delle tre verrà ultimata), che consentirà viaggi e soste rapide, con la chiusura delle vecchie baracche e la fine delle residue tracce di una cucina del sacrificio, con la progressiva scomparsa degli antichi maestri da ballo e il ridursi dei gruppi dei suonatori, che non trovano un ambiente favorevole alla loro espressività, con la fine di antiche forme di devozione popolare progressivamente sostituite da nuove ritualità affermate nel corso delle funzioni religiose, con tutti questi cambiamenti Polsi non rischia di diventare un luogo di culto simile agli altri? A furia di cambiare, di pulire, di sfrondare e di innovare Polsi non si sta trasformando in uno di quei posti sfiorati frettolosamente da quelle nuove figure di turisti religiosi per cui un luogo vale un altro? Qualcuno si chiedeva se le antiche ritualità sacre e profane possano e debbano essere «sostituite» con manifestazioni (come il ballo dei giovani seminaristi portato avanti, tra gli applausi e gli osanna, di centinaia di giovani nel corso della messa serale all’aperto) colorate mutuate dagli spettacoli televisivi o da forme devozionali affermatesi in altri contesti. Queste domande non hanno soluzioni belle e confezionate. Interrogano in maniera profonda e diversa tutti noi.

    Penso che l’alternativa, tuttavia, non possa essere: conservare ad oltranza o innovare comunque. Non esiste una «tradizione» che non sia anche mutamento. Il problema, se mai, è come realizzare i cambiamenti, in nome di cosa, con quale finalità, con quale attenzione per la storia, la natura, le emozioni delle persone. Con quali «materiali» restaurare, recuperare, costruire? Di quali «simboli» parlano i materiali adoperati? È possibile innovare senza devastare, cancellare luoghi, saperi e sentimenti? Le ritualità tradizionali, ormai desuete e scomparse, davvero debbono essere «sostituite» o arricchite con quelle manifestazioni folkloristiche deteriori che rendono la Calabria subalterna rispetto a modelli omologanti esterni che non hanno alcun legame con la storia e le tradizioni dei luoghi? Saranno, infine, i tanti partecipanti alla feste e ai riti (portatori di molteplici punti di vista e di differenti aspettative) che sceglieranno le maniere più adeguate e sentite di manifestare la propria fede.

    Il vescovo, nel corso delle messe e delle funzioni religiose, che lo vedono sempre partecipe, parla una nuova spiritualità da affermare in questo luogo. Mi sembra che abbia il passo lento e lungo, monsignor Bregantini, del camminatore antico e di montagna, consapevole che la strada è tanta e bisogna avanzare con cautela, senza strappi, senza dimenticare il cammino compiuto, sapendo dosare le forze, con rispetto di tutto quello che s’ incontra nel viaggio, raccogliendo soltanto quanto sarà utile per domani, ignorando i rami inutilizzabili. E tuttavia senti che il «progetto complessivo» e le esigenze di fondo sono davvero di grande respiro, guardano lontano, camminano con i piedi per terra, anche con tanti fatti concreti. La montagna ritorna come centro di una nuova religiosità (come all’epoca dei monaci basiliani), di un rinnovamento etico e spirituale. E’ la montagna che fa vivere il mare, non viceversa. Non ci sarà una nuova Calabria, mi dice il vescovo, se si spopoleranno le zone interne, se non verranno rivalutate con l’ottica dell’efficacia e della solidarietà, invece che con quella economicista e del profitto.
    La veglia e la processione

    Hai come la sensazione che esista una sorta di conflitto tra vecchio e nuovo, tradizione e modernità, danzatori di tarantella e nuove forme di preghiera e di raccoglimento. Poi, fissando, camminando, parlando avverti che Polsi è molte cose insieme. Le notti della vigilia sono tante a Polsi. Sono rumorose e silenziose, buie e luminose, cariche di stanchezza e d’attesa, di preghiere e di sogni. Ho osservato la notte di chi prega in una sorta di moderno anfiteatro sorto di recente nel luogo in cui sorgeva la colonna della Madonna, adesso spostata in uno slargo vicino, dove i devoti continuano ad accendere cerri votivi. Ho visto quella dei suonatori e danzatori, che si muovono con grande abilità, con gesti e movenze sapienti. Attenzione, però, a parlare di ritorno della tradizione. Non «pestano» più la terra ad ogni angolo della valle, con il prestigio e le allusioni degli antichi maestri di ballo, questi giovani e giovanissimi, e anche bambini, che magari stanno riscoprendo la tarantella seguendo altri percorsi, forse, quelli delle discoteche, delle scuole di danze. Nel cuore della notte di Polsi, quando tutti i sogni e le fantasie sono possibili, mi sono trovato a pensare se non sarebbero «convenienti» a questi luoghi una scuola di tarantella e manifestazioni estive di balli tradizionali. In fondo Polsi è stata la «capitale» di danze e suoni che da anni conoscono l’interesse dei giovani meridionali e di diverse parti di Europa.

    Ho intuito la notte delle donne, anziane e giovani, che dormono, con uomini e bambini, su lunghe e colorate coperte fuori della chiesa, delle ragazze che si sistemano alla meglio, cantando, pregando, dormendo, davanti all’altare principale o a quelli delle altre navate. Un pellegrino guida i canti tradizionali. Lo vedo a Polsi da trent’anni. Ha ricevuto tante grazie, adesso che è in dialisi ed ha settant’anni, aspetta un altro miracolo. Una donna offre alla Vergine le proprie trecce, una coppia di sposi festeggia qui le nozze d’argento, una devota arriva in ginocchio fino all’altare. Un’altra notte è quella tra le baracche dove ancora si mangia, quella delle macchine lungo i fiumi, piene di persone che dormono, quella nostra che ci aggiriamo dubbiosi, guardinghi, attenti, pieni di che ci faccio qui, desiderosi di capire e di capirci. Una notte, ancora diversa, è quella di padre Pino Stancari che da anni svolge qui la sua opera pastorale. Dopo averlo salutato, mi sono domandato se Polsi non costituisca la migliore metafora di quella «Calabria tra sottoterra e cielo», come recita un suo intenso e bellissimo libro.

    Sono tante le notti, e tante le albe. Quante le speranze e i sogni, i bisogni e le paure delle persone. All’alba, quando il sole si tuffa dai monti, hai il senso di un’umanità emersa dalle acque. Tutti sembrano stanchi, hanno gli occhi spenti, ma in giro avverti tanta pacatezza e serenità. La messa all’aperto comincia dopo le nove. L’anfiteatro è pieno di gente d’ogni età e di diversa provenienza. Molti pellegrini seguono, attraverso l’amplificazione, il rito, le preghiere, le omelie. Gruppi di irriducibili, quasi ad affermare l’esigenza di una «seconda festa» continuano a ballare. Gli uomini di Bagnara, quelli della congregazione della Madonna della Montagna, con mantellina azzurra e camice bianco, che per usanza antica hanno il privilegio di portare la statua della Madonna (una copia, perché l’originale si sposta solo eccezionalmente, altrimenti si verificherebbero catastrofi) sono al loro posto, avanti e dietro alla vara. Una donna scalza, calzini celesti, veste e giacca celeste, camiciola vaniglia, addobbata con i colori della statua della Vergine, poggia, senza sollevarla un istante, la testa alla vara. Ragazze in costume portano i frutti della terra in omaggio alla Madonna. Scelgo come postazione, per vedere l’arrivo della processione, la loggia di un’antica casa dei pellegrini in restauro. A fianco c’è la stanza dei Bagnaroti. A lato il balcone e la casa dei pescatori di Ganzirri, che arrivano in barca fino a Villa S. Giovanni e poi proseguono con i pulman. I balconi su più file e le logge sono i luoghi privilegiati di osservazione di un eccezionale rito-spettacolo. I portantini si fermano prima della corsa finale con la statua verso la chiesa. La corsa finale avviene con tensione e pathos. La giravolta riesce ed è una festa di applausi, di spari, di canti e di preghiere. Lo sguardo della Madonna fissa la montagna dove, ormai tanti secoli addietro, si è nascosta la Sibilla. Memoria pallida di lontani e drammatici scontri tra culture e religioni. Gli uomini e le donne di Bagnara mi invitano nelle loro stanze. Si apprestano a mangiare maccheroni e carne di capra. Sono orgogliosi e commossi. Un giovane è venuto dalla Germania. È la prima volta. È stato un onore e un piacere, un atto di fede, portare la statua della Madonna. Tornerà tutti gli anni.

    Polsi non è più la metafora di una «vecchia Calabria», è diventato il luogo dove le persone rivelano ancora intensi sentimenti, è la metafora di una nuova centralità, e di un nuovo bisogno di sacro e di appaesamento. Salendo lungo la montagna, con un fuoristrada, tra la polvere, sudato, stanco, pieno e svuotato, cambiato, penso che non tornerò più a Polsi. Le grandi teorie di macchine che hanno fiancheggiato la montagna sono un ricordo. Guardo indietro e vedo le guglie del campanile, le nuove baracche e le fiumare. Da un camion di pellegrini arriva il grido antico e nuovo di «Viva Maria». Sento che, un giorno, avrò, ancora, nostalgia di tornare a Polsi.

    Questo articolo è del 2004. Sono tornato a Polsi nel 2007. Le foto che riporto si riferiscono a quell’anno. Su Polsi ho realizzato un documentario per Rai 3 nel lontano 1978 e ho scritto numerosi articoli pubblicati sul “Quotidiano della Calabria” e altri giornali italiani e calabresi. Di Polsi ho scritto in “Terra Inquieta”, Rubbettino, 2015.

    https://www.corrieredellacalabria.it/2025/09/02/polsi-come-luogo-del-senso-e-metafora-di-unaltra-calabria

    #Calabre #sanctuaire #Aspromonte #montagne #tradition #conservation #innovation #folklore #pelerinage #sacré

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    citation:

    «La montagna ritorna come centro di una nuova religiosità (come all’epoca dei monaci basiliani), di un rinnovamento etico e spirituale. E’ la montagna che fa vivere il mare, non viceversa. Non ci sarà una nuova Calabria, mi dice il vescovo, se si spopoleranno le zone interne, se non verranno rivalutate con l’ottica dell’efficacia e della solidarietà, invece che con quella economicista e del profitto.»

    • Terra inquieta

      Un diagramma di linee che disegnano un paesaggio eterogeneo, instabile, irrequieto: tutto l’opposto dell’immobilismo piatto, senza tempo e senza rimedio con cui pensiamo il Sud e la Calabria. Vito Teti con questo suo libro ci porta dentro una narrazione del Mezzogiorno che si fa problematica, critica, si diffrange e trova tutte le sfumature di una vicenda impossibile da ridurre a una trama unica. L’inquietudine di cui parla il titolo è il sentimento dei luoghi complessi, in cui una cosa si dà insieme al suo contrario, in cui tutto è vero e falso a un tempo. Così il tempo ciclico del mondo contadino ritorna sempre uguale nei riti e nelle feste co-esiste e si co-definisce con il tempo lineare dei viaggi, dei commerci, degli scambi intellettuali e artistici. Così la catastrofe del terremoto e dello spopolamento diventano le linee di fuga paradossali verso la modernità e il futuro. La fuga è l’altro volto del radicamento, il restare, una scelta-necessità inseparabile dalle migrazioni: entrambi devono fare i conti con differenti esperienze di “spaesamenti”, che spingono alla ricerca di nuovo senso dei luoghi e a nuove norme di abitare il paese e il Mondo. Terra Inquieta è un capitolo fondamentale dell’indagine antropologica di Teti, sul proprio mondo di riferimento, di cui fanno parte il suo #San_Nicola_da_Crissa, scelto come metonimia per comprendere le comunità del #Mezzogiorno e delle aree interne mediterranee, e il suo paese canadese aldilà dell’Oceano, la Toronto in cui la comunità sannicolese si è trasferita in massa a partire dagli anni ’50. Un libro e un autore che non smettono di viaggiare, di andare e tornare, dal paese al mondo, e tra un paese e l’altro. E ci insegnano la mobilità e l’inquietudine come strategia di comprensione e gestione del presente.

      https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/terra-inquieta-2
      #livre

    • Importanza per la ’Ndrangheta

      Il santuario della Madonna di Polsi viene strumentalizzato dalla ’Ndrangheta, la mafia calabrese, la quale in palese contraddizione ai valori della fede cristiana mischia il sentimento religioso con il malaffare.

      Ogni anno, in occasione della festa della Madonna, si ritrovano i boss provenienti non solo dalla Calabria, ma da tutto il mondo, per prendere decisioni estremamente importanti: si stringono alleanze, si dichiarano guerre e si progettano le strategie criminali. Si ritiene che la decisione di uccidere Francesco Fortugno, avvenuta poi nel 2005 mentre ricopriva la carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, sia stata presa proprio a Polsi.[5]

      Nicola Gratteri, magistrato impegnato nella lotta alla ’Ndrangheta, ha detto di Polsi:
      «Ogni anno, a settembre, i capimafia si riuniscono a Polsi per discutere delle strategie criminali. Si fanno le investiture, i processi, si decide se aprire o chiudere un locale di ’Ndrangheta[6]»
      «Si riuniscono a Polsi perché è il luogo sacro, il luogo della custodia delle 12 tavole della ’Ndrangheta... perché la forza della santa, rispetto alle altre organizzazioni criminali, è che fa osservare in modo ortodosso le regole[7]»

      In relazione a queste vicende, in occasione della festività del 2010 il vescovo della Locri-Gerace Giuseppe Fiorini Morosini ha condannato le attività della ’Ndrangheta, ribadendo che le attività illegali nulla hanno a che vedere con la fede cristiana e affermando:
      «In questo santuario si è consumata l’espressione più terribile della profanazione del sacro ed è stato fatto l’insulto più violento alla nostra fede e alla tradizione religiosa dei nostri padri[8].»

      https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_della_Madonna_di_Polsi#Importanza_per_la_'Ndrangheta
      #ndrangheta #mafia

  • 1143 - La traduction du Coran | Quand l’histoire fait dates | ARTE - YouTube
    https://www.youtube.com/watch?v=xCYGtJUm3fI

    Lorsque Pierre le Vénérable, abbé de Cluny, à l’occasion d’un voyage en Espagne, commande la première traduction latine du livre sacré des musulmans, c’est pour mieux comprendre ce qu’il doit combattre. Voici l’histoire des croisades et des traductions en Méditerranée, à égale distance des mythes du choc des civilisations et de la tolérance andalouse.

    • The Message of The Quran translated and explained by Muhammad Asad
      https://seenthis.net/messages/1131362
      Au vingtième siècle Leopold Weiss alias Muhammad Asad a tenté une nouvell traduction mais son travail pour rendre le Coran accessible et compréhensible au monde occidental n’a pas empêché les nouvelles croisades qui sont aujourd’hui à la fois des entreprises occidentales et orientales. L’idéologie ne fait que suivre le développement des forces économiques et politiques dans le monde.

      #religion #traduction #kye

  • Attaques de chantiers, #blocage d’autoroute – Des nouvelles de la lutte #No_Tav

    Active depuis plus de 30 ans, la lutte contre la LGV #Lyon-Turin continue malgré l’avancée du #chantier. Du 25 au 27 juillet avait lieu à Venaus le #festival Alta Felicita. Ce festival était accompagné d’une #manifestation le samedi 26 juillet qui a réuni une dizaine de milliers de personnes. La journée a été marquée par trois actions coordonnées :

    1. Une partie de la manifestation a ciblé le chantier du TAV à #Traduerivi. Quelques personnes ont réussi à pénétrer sur le chantier et à incendier des préfabriqués.

    2. Une autre partie du cortège est allé bloquer l’autoroute Turin-Bardonecchia près de #San_Didero.

    3. La troisième action visait le chantier du TAV à #Chiomonte, mais là, malgré les salves de pierre et les cocktails molotov, les manifestants n’ont pas réussi à rentrer sur le chantier.

    Cette journée de manifestation démontre le renouveau de la capacité organisationnelle du mouvement et lui permet de renouer avec des pratiques.

    https://www.youtube.com/watch?v=rUhEqP5nZHI

    Cela redonne de l’espoir alors que du côté français le mouvement, empêtré dans une naïveté légaliste bourgeoise, peine à décoller. Pour comprendre un peu mieux la situation et trouver des pistes pour s’en défaire, on peut lire cet appel à se positionner clairement par rapport au chantier qui arrive.

    https://www.infolibertaire.net/attaques-de-chantiers-blocage-dautoroute-des-nouvelles-de-la-lutte-n
    #résistance #no-tav #Vallée_de_Suse #Italie

  • #Payer_la_terre. À la rencontre des premières nations des #Territoires_du_Nord-Ouest_canadien

    En 2015, Joe Sacco s’est rendu par deux fois dans les territoires du Nord-Ouest du Canada, au-dessous de l’Arctique. Il est allé à la rencontre des Denes, un peuple autochtone. L’auteur nous raconte l’histoire de ce peuple, ses traditions, restées intactes pour certaines, les premières rencontres avec les Anglais.
    Pendant longtemps, les peuples indigènes du Grand Nord, vivant sur des terres non propices à la colonisation agricole, restèrent livrés à eux-mêmes, jusqu’à ce que la découverte de pétrole et d’or incite le gouvernement à officialiser son autorité sur eux, comme sur leurs terres. À cette période, les autorités s’appropriaient les territoires, non plus par les massacres, mais cliniquement, méthodiquement, et de façon administrative – grâce à des traités.
    En lisant ceux-ci, on n’échappe pas à l’impression que les « Indiens » ont donné la terre où ils vivaient en échange de la promesse d’une annuité de quelques dollars, de quelques outils et de médailles pour ceux qui se disaient leurs chefs. Aujourd’hui, la fracturation hydraulique ajoute la pollution à la spoliation initiale.

    https://www.futuropolis.fr/9782754818551/payer-la-terre.html
    #BD #livre #bande-dessinée
    #Joe_Sacco #Canada #peuples_autochtones #Dene
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    • ’My work is not finished’ : #François_Paulette named officer of Order of Canada

      Denesuline elder has long advocated for Indigenous and treaty rights

      Denesuline Elder François Paulette has many accomplishments under his belt. He’s an educator, activist, spiritualist, father, grandfather, former chief, and a traditional knowledge holder.

      Now he can add one more title to his name — officer of the Order of Canada.

      The national order recognizes people who have made extraordinary contributions to the country. Paulette is among 120 people — six from the North — who are being honoured this year. He is being recognized for his longtime contributions to treaty and Indigenous rights and his promotion of circumpolar health research.

      “My biggest job has always been protecting the Earth and the water. And that’s always for the future of the children. And also the rights of Indigenous people, treaty rights,” he said.

      But Paulette, who is a member of the Smith’s Landing First Nation, said he’s not one for medals and awards. When he learned he was an Order of Canada recipient, he said he had to think about whether or not to accept the honour. He ultimately decided to do it for his 10 grandchildren.

      “It’s not in my blood to get recognition, at least from the Canadian government or the Crown for the work I’ve done, because my work is all about protecting Mother Earth and working on rights of Indigenous people,” he said.

      For Paulette, one of his proudest accomplishments is moving back to his home community where he and his wife built a log home and raised their children in a contemporary-traditional lifestyle.

      “It was a sense of renewal for me,” he said.

      Paulette was born in April 1949, near Fort Fitzgerald, Alta, and lived there until his community was relocated to Fort Smith, N.W.T., by the federal government beginning in 1959.

      Paulette said he’s also proud of his work negotiating outstanding Crown treaty obligations.

      In 1969, Paulette was one of the founding members of the Indian Brotherhood of the Northwest Territories — renamed the Dene Nation in 1978 — which was formed in opposition to The White Paper. That federal document proposed terminating existing treaties and assimilating Indigenous people in Canada.

      A turning point for the Dene

      In 1971, Paulette became the youngest chief in the territory at that time. The following year, he was part of the Paulette Case, something he said was a “turning point for the Dene.”

      In that case, Paulette and 16 other chiefs from the Mackenzie Valley, challenged the Canadian government to recognize Indigenous title to over 1,165,494 square kilometres of land in the N.W.T. They filed a caveat arguing the Dene didn’t surrender their rights or land when they signed Treaty 8 and Treaty 11 and sought to prevent construction of the proposed Mackenzie Valley Gas Pipeline.

      In 1973, Supreme Court Justice William Morrow ruled that the chiefs had established a case for claiming rights to the land. While the ability to register the caveat was overturned by the Supreme Court of Canada, Morrow’s findings regarding Indigenous rights were upheld. The case also helped prompt the Berger Inquiry, which led to a moratorium on the proposed gas pipeline.

      “I think that turned the page of how the Dene were to begin to negotiate … Canada’s outstanding obligation to the First Nations,” Paulette said.

      Paulette said he is also proud to have been one of the delegates that travelled to Geneva, Switzerland, in 1977, to begin talks that led to the United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples.

      “That was nice to see that eventually unfold and be recognized by the world.”

      Since then, Paulette has been involved with the Institute for Circumpolar Health Research and is now an adjunct professor at the University of Alberta’s School of Public Health. He has also travelled around the globe speaking to people about Indigenous and treaty rights, spiritualism, healing and environmental protection.

      “If this little token of, this Order of Canada can elevate my profile, I will continue,” he said. “My life in that way is not going to change, my work is not finished.”

      Paulette will be honoured by the Order of Canada at a ceremony in Ottawa later this year.

      https://www.cbc.ca/news/canada/north/francois-paulette-order-of-canada-1.5413265

  • L’industrie “verte” s’accapare les terres des #Samis, dernier peuple autochtone d’Europe

    « Une mine dans cette zone causerait des dommages environnementaux graves et irréversibles, avec des conséquences considérables pour la faune, les communautés locales et, en particulier, pour l’#élevage traditionnel de #rennes »

    Installé depuis près de 10 000 ans en #Laponie, les Samis sont considérés comme le dernier peuple autochtone d’Europe. Mais leur activité traditionnelle, l’élevage de rennes, est menacée par des projets industriels présentés comme essentiels à la croissance verte.

    La #colonisation des territoires Samis

    Pendant près de 10 000 ans, les Samis et leurs ancêtres ont vécu sur un territoire appelé #Sápmi, à cheval entre la #Norvège, la #Suède, la #Finlande et la #péninsule_de_Kola (#Russie). Nomades vivants en petits groupes familiaux, les Samis étaient animistes et vivaient de cueillette, de pêche et de chasse aux rennes sauvages.

    Ils occupaient une zone difficile à contrôler par des États, relativement à l’écart des dynamiques de #sédentarisation, de construction étatique et de #christianisation du reste de l’Europe.

    Mais à partir du XVIIe siècle, les royaumes scandinaves s’étendent vers le nord et cherchent à intégrer le Sápmi à leurs frontières. Les Samis, appelés péjorativement Lapons – d’où le terme Laponie -, subissent alors la soumission à l’impôt, la christianisation forcée et sont chassés de leurs terres.

    L’intensification des interactions entre les Samis et les Scandinaves, décuple aussi la pression sur les #écosystèmes. Pour faire face à la baisse du nombre de proies sauvages et à l’intégration progressive dans un système marchand, les chasseurs de rennes se convertissent à l’élevage.

    Au XIXe siècle, des #mines, des #lignes_ferroviaires et des #villes se développent pour exploiter le riche #sous-sol du Sápmi. La région perd sa difficulté d’accès et se peuple de Scandinaves. En parallèle, les Samis subissent la politique de « #norvégianisation ».

    « Ils ont été méprisés, cette politique les obligeait à parler uniquement norvégien et visait à éradiquer leur #culture », explique Marie Roué, éco-anthropologue, directrice de recherche émérite au CNRS et au Muséum National d’Histoire Naturelle, pour La Relève et La Peste.

    Au XXe siècle, l’exploitation du Grand Nord devient l’un des principaux moteurs de croissance des États scandinaves. Les Samis sont chassés de leurs terres pour l’#exploitation_minière, les #barrages_hydrauliques engloutissent des #pâturages, l’#exploitation_forestière s’industrialise.

    Le 11 octobre 2021, la Cour suprême de Norvège conclut que deux #parcs_éoliens violent les droits du peuple Sami. Deux ans plus tard, en octobre 2023, une centaine de militants samis, habillés en tenue traditionnelle, bloquent à plusieurs reprises l’entrée de ministères pour réclamer le démantèlement des éoliennes toujours en activité.

    La militante suédoise Greta Thunberg, qui a rejoint la lutte, dénonce alors une « colonisation systématique », ajoutant que « la violation des #droits_humains et l’#oppression demeurent une réalité pour les Samis aujourd’hui ».

    Entre adaptation et conservation d’un mode de vie

    Face à ces bouleversements les Samis ont dû s’adapter tout en essayant de conserver leurs modes de vie. Certains, vivant près des côtes, ont dû se spécialiser dans la pêche, d’autres dans l’élevage de rennes.

    Aujourd’hui moins de 10 % des 80 000 à 100 000 samis, vivent encore de cette activité. Les éleveurs restants ont dû augmenter la taille de leurs troupeaux : notamment pour investir dans les voitures et motoneiges aujourd’hui essentielles à l’élevage. Beaucoup ont également une activité annexe, souvent liées au #tourisme.

    « Ils maintiennent souvent une multi activité pour ne pas être dépendants ni d’une ressource, ni d’un marché. Ils ont donc une très forte résilience, explique Marie Roué. Aujourd’hui, c’est une économie mixte. C’est une continuation d’une #tradition et en même temps une adaptation à l’époque moderne. Les éleveurs continuent à manger leurs rennes et à utiliser la peau, mais la vendent aussi comme viande de boucherie. »

    « Je mange de la viande de renne, et ma femme fait des chaussures avec la peau » témoigne Per Olof Kuhmunen, éleveur de rennes dans le nord de la Suède, pour la Relève et La Peste.

    Avec son épouse, ils passent l’été près des #montagnes du parc national de #Sarek où paissent les rennes. Ils vivent dans des mobil-homes modernes, à côté des anciennes #goahti, des huttes à armatures de bois, recouvertes de mousses, de tourbe ou de terre.

    Tandis que Per Olof part durant plusieurs jours pour marquer les jeunes rennes dans la montagne, sa compagne pêche dans le grand lac à côté du campement. L’hiver, ils habitent dans la ville de Jokkmokk, peuplée par de nombreux éleveurs de rennes Samis.

    Si une petite minorité de Samis sont encore éleveurs de rennes, ces cervidés continuent d’occuper une place centrale dans leur culture. La perte de pâturage au profit d’autres activités économiques – minières, forestières ou production d’électricité – est ainsi mise en avant pour illustrer les menaces qui pèsent sur l’ensemble des Samis.

    L’étau du #colonialisme_vert et le réchauffement climatique

    La pratique du pastoralisme semi-nomade rend les Samis dépendants des conditions de pâturage et de circulation des troupeaux sur de vastes territoires. Ainsi, dans le nord de la Suède, les rennes pâturent l’été dans les montagnes et descendent passer l’hiver dans les forêts.

    Ils subissent donc l’industrialisation de la gestion forestière qui détruit les lichens dont se nourrissent les rennes. Ils sont aussi impactés par les conséquences de l’exploitation minière qui empiète sur leurs territoires, coupant les voies de migration des rennes.

    Ces mines sont aujourd’hui présentées comme essentielles à la transition énergétique et comme neutres en carbone. La société Beowulf Mining, qui prévoit d’exploiter la mine de fer de Gállok, près de Jokkmokk, promet ainsi une « exploitation minière durable alimentée par de l’électricité renouvelable. »

    « Une mine dans cette zone causerait des dommages environnementaux graves et irréversibles, avec des conséquences considérables pour la faune, les communautés locales et, en particulier, pour l’élevage traditionnel de rennes » réplique le groupe Jåhkågaska tjiellde, la communauté sami locale.

    La justification de l’exploitation des territoires samis par le développement durable est également très utilisée dans le pays voisin.

    « En Norvège, le principal problème réside dans les éoliennes, mais aussi dans l’exploitation minière. Nous luttons contre le « colonialisme vert » », affirme Petter, Sami habitant le comté de Troms, dans le nord de la Norvège.

    Deux parcs éoliens ont par exemple été construits par le groupe énergétique public Statkraft sur des zones d’élevage de rennes de la péninsule de Fosen, à l’ouest du pays. La construction de ces 151 éoliennes a été déclarée illégale en 2021 par la Cour suprême de Norvège, les juges estimant que « les parcs éoliens portaient atteinte au droit des éleveurs de rennes à jouir de leur propre culture ».

    « En juillet 2025, près de quatre ans après la décision, les éoliennes fonctionnent toujours », constate pourtant Petter. « Le gouvernement ne respecte pas la décision de la Cour suprême » ajoute ce militant, qui lutte aussi contre un projet de mine de cuivre, matériau très prisé pour la transition énergétique.

    En effet, si l’économie norvégienne repose en grande partie sur l’exportation de pétrole et de gaz naturel, le pays se présente désormais comme un champion de la décarbonation. Près de la moitié du mix énergétique intérieur repose sur l’électricité, dont environ 90 % provient de l’hydroélectrique.

    « La Norvège et la Suède ont construit toute leur richesse de l’extractivisme dans les territoires samis, explique Marie Roué. Le pétrole a rendu les Norvégiens riches et ils le savent. Aujourd’hui il y a une volonté d’exploiter les ressources jusqu’au bout pour conserver leur niveau de vie. »

    Pour la chercheuse, l’exploitation des territoires samis pour des projets éoliens, miniers et hydroélectriques se place dans la continuité de l’histoire coloniale du Sápmi.

    « La Norvège prétend imposer un verdissement de sa politique, dénonce-t-elle. Mais comme par hasard, ça veut dire 150 éoliennes sur un territoire d’élevage de renne sami. En réalité, c’est un colonialisme vert. »

    En parallèle, les éleveurs de rennes samis subissent de plein fouet les conséquences du changement climatique, la région Arctique se réchauffant deux fois plus vite que le reste du globe.

    Les redoux et les pluies hivernales provoquent des épisodes de fonte des neiges puis de regel, créant une couche de glace empêchant aux rennes d’accéder au lichen dont ils se nourrissent, ce qui obligent les éleveurs à acheter des aliments pour leurs animaux.

    Dans leur ouvrage Future in Sápmi (AgroParisTech, 2025), Marie Roué et ses quatre coéditeurs mentionnent l’inquiétude des samis face à cette double menace climatique et coloniale. Mais les chercheurs soulignent aussi les résistances : car les Samis tentent de s’organiser collectivement pour obtenir le droit à la terre.

    « Ces projets d’exploitation alimentent aussi les revendications à plus d’autonomie et les luttes pour affirmer les droits autochtones au sein de sociétés dominantes » affirment-ils.

    https://lareleveetlapeste.fr/lindustrie-verte-saccapare-les-terres-des-samis-dernier-peuple-aut
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