#trentino

    • Nell’ex fabbrica di penicillina, un #ghetto di Roma

      Oggi viene presentata la seconda edizione di “Fuori campo”, il rapporto di Medici Senza Frontiere sulla marginalità, secondo il quale “sono almeno 10.000 le persone escluse dall’accoglienza, tra richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Una cinquantina gli insediamenti mappati dall’organizzazione in tutta Italia, 3500 le persone che vivono in occupazioni, baracche e “ghetti” nella sola Roma. Open Migration è entrata dentro il “gran ghetto” della capitale: un’ex fabbrica di penicillina in cui le condizioni di vita sono estreme.

      Appena finisce di spaccare le cassette della frutta e il legname di recupero, Alecu Romel entra nella casa in cui vive con la moglie Maria. Nella stanza d’ingresso, una luce fioca illumina il fornello, collegato ad una bombola a gas. A destra, in un locale spoglio, la coppia tiene una bicicletta e dei passeggini, riadattati per raccogliere ferrivecchi e oggetti abbandonati per strada. Sulla sinistra, una porta rossa separa dalla zona notte: una camera con due letti, la televisione e stampe colorate appese alle pareti.

      “Viviamo in questo appartamento da cinque anni e cerchiamo di tenerlo sempre in ordine”, dice Maria. A cedere loro lo spazio, un altro cittadino della Romania, che dentro la Ex-Penicillina, una delle più grandi aree industriali dismesse di Roma, si era inventato un angolo di intimità arredando alcuni dei locali più piccoli, che un tempo erano probabilmente uffici. In cinque anni di vita fra i capannoni scrostati, Alecu e Maria hanno visto cambiare l’insediamento. “Prima eravamo più rumeni e ci sono state anche famiglie italiane”, continua la donna, “mentre adesso gli abitanti sono cresciuti, e quasi tutti sono africani”.

      Oggi, come allora, il sogno di ricongiungersi con i due figli, affidati ai nonni in Romania, appare lontano: “questo non è un posto per bambini, ci sono topi e sporcizia, non ci si sente sicuri, ma almeno quei pochi soldi che guadagnamo ci permettono di mantenerli a casa, di fargli fare una vita migliore della nostra”, conclude Maria, la voce rassegnata.
      Fra i capannoni del “grande ghetto”

      Sempre più sogni si infrangono dietro la facciata del complesso, che costeggia via Tiburtina, una delle arterie più trafficate della città. Qui i cantieri per il raddoppio della carreggiata vanno avanti da anni: “finite ‘sti lavori!! più che una consolare sembra una via Crucis” è l’urlo che i cittadini hanno affidato ai cartelli affissi sui muri. Siamo all’altezza della periferia operaia di San Basilio, oggi nota alle cronache anche come base per lo spaccio di stupefacenti.

      Rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Italia negli ultimi anni e usciti dal sistema d’accoglienza, hanno infatti trovato qui un riparo precario, aprendo un nuovo capitolo nella storia del complesso, un tempo orgoglio dell’industria italiana. Aperta come Leo – Industrie Chimiche Farmaceutiche Roma, la Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complessa, intrecciata ai piani di investimento del secondo dopoguerra, supportati dagli Usa, e alle speculazioni edilizie che avrebbero cambiato il volto della capitale.

      All’inaugurazione dell’impianto, nel 1950, fu invitato lo stesso sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Un graffito, nello scheletro esterno della struttura, lo ritrae pensieroso: “ti ricordi quando eravamo i più grandi?”, recita la scritta. Il quotidiano “L’Unità” aveva dedicato un paginone all’evento, col titolo “la più grande fabbrica di penicillina d’Europa inaugurata a Roma”. Dagli oltre 1300 operai degli anni Sessanta, si passò però presto a poche centinaia, fino all’abbandono totale dell’attività, alla fine degli anni Novanta. Un altro sogno, quello di una cordata di imprenditori, che volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, si infranse di fronte ai costi per lo smaltimento di rifiuti chimici e amianto, tuttora presenti nell’area.

      “Questo posto lo chiamano il grande ghetto”, ci dice Ahmad Al Rousan, coordinatore per Medici senza frontiere dell’intervento nei campi informali, mentre entriamo dentro uno degli stabilimenti con una torcia, perché qui manca tutto, anche l’elettricità. Camminiamo tra spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali su cui c’è ancora la bolla di accompagnamento. “C’è un posto qui vicino, il piccolo ghetto, qui ci sono circa 500 persone, lì 150”, aggiunge. “Non solo chiamano questi luoghi ghetti, ma chi ci vive si sente anche ghettizzato”.

      In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo.
      Il rapporto di Medici Senza Frontiere

      Come denuncia “Fuori campo”, l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, in tutta Italia ci sono almeno 10 mila persone in questa condizione, alloggiate in insediamenti informali con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche. Nella capitale la maggior parte si concentra proprio qui, nella zona est, tra la Tiburtina e la Casilina, passando per Tor Cervara. Edifici abbandonati, ex fabbriche e capannoni, sono diventati la casa di centinaia tra migranti e rifugiati. Che ci vivono da invisibili in condizioni disumane, senza acqua, luce e gas, spesso a ridosso di discariche abusive.

      Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione: gli operatori vengono qui una volta alla settimana, dal primo pomeriggio alla sera, per portare assistenza medica e psicologica agli abitanti. Un piccolo gazebo allestito nella parte esterna degli edifici fa da ambulatorio, la sala d’attesa è, invece, lo spazio antistante, un tavolino da campeggio, qualche sedia pieghevole e una lampada. Per chi abita qui questo momento è diventato un rito, c’è chi viene per la prima volta, chi torna per un controllo, chi viene solo per chiacchierare.

      Un ragazzo si avvicina con aria timida: “they rescued me”, ci dice, raccontando di aver riconosciuto il logo di Msf sul gazebo, lo stesso visto sulla pettorina delle persone che lo avevano soccorso nel mezzo del Mediterraneo, nel 2016. Ora, due anni dopo l’approdo in Italia, è sbarcato anche lui all’ex fabbrica della penicillina. Entra e inizia la sua prima visita: lamenta mal di testa frequenti. La dottoressa misura la pressione e compila una scheda.

      “I problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone”, spiega Al Rousan. La patologia più comune, aggiunge “è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi: qualche giorno fa abbiamo assistito una persona completamente ustionata, in modo grave. Ha aspettato il nostro arrivo, non ha voluto andare a farsi vedere in un ospedale”. Di incendi qui ce ne sono stati diversi, come rivelano i muri anneriti di interi spazi. L’ultimo, a fine gennaio 2018, ha richiesto l’intervento dei vigili del fuoco, dopo l’esplosione di una bombola del gas. Quando cala la sera, le luci dei fuochi accesi e le fiammelle delle candele spezzano il buio totale degli edifici.

      “Questo è un posto estremo, dove l’esclusione è totale”, sottolinea Al Rousan. Dopo aver subito vari traumi nel viaggio e poi in Libia, trovarsi in questa condizione significa vedere infranto il sogno di potersi integrare, di costruirsi una nuova vita. Lavoro da tanti anni in situazioni simili, ma non ho mai visto una cosa del genere. E non pensavo potesse esserci un posto così a Roma”.
      La normalità dell’esclusione

      La fabbrica è occupata da diversi anni, e come in tutti gli insediamenti informali, gli abitanti hanno ricostruito una parvenza di normalità. Lamin, che viene dal Gambia, gestisce un piccolo market all’ingresso di uno dei capannoni principali. I prodotti li acquista al mercato di piazza Vittorio, dove si trovano i cibi di tutto il mondo. Qui vende aranciata, farina, zucchero, fagioli, candele e i dadi marca Jumbo, indispensabili – ci dice – per preparare qualsiasi piatto africano.

      Ha poco più di vent’anni e prima di arrivare qui viveva a via Vannina, in un altro stabile occupato, poco lontano. Nel violento sgombero del giugno 2017, è volato giù dalle scale e ancora, dice, “ho dolori frequenti alle ossa”. La fabbrica è diventata la sua nuova casa.

      Victor, 23 anni, è arrivato invece all’ex Penicillina dopo un periodo trascorso in un centro di accoglienza a Lecce, mentre era in corso la sua domanda d’asilo. Ottenuto lo status di rifugiato ha deciso di spostarsi a Roma per cercare lavoro, ma non parla neanche una parola di italiano. Il suo sogno è fare il giornalista. Nel suo paese, la Nigeria, ha studiato Comunicazione: “sono grato al governo italiano per quanto ha fatto per me”, dice, “ma non pensavo che una volta arrivato in Italia mi sarei trovato in questa situazione: quando sono arrivato a Roma ho vissuto un periodo alla stazione Termini. Faceva freddo e la temperatura di notte arrivava quasi allo zero. Un connazionale mi ha parlato di questo posto, mi ha detto che qui almeno potevo farmi una doccia. Invece, una volta arrivato ho scoperto che c’era solo una fontanella per l’acqua”. Come tutti, spera di andarsene presto. “Questo luogo cambia le persone, rallenta ogni aspirazione e io, invece, il mio sogno lo vorrei realizzare”, ci dice con uno sguardo vivace.

      Nel reticolo di capannoni, corridoi e cortili, ci sono altri piccoli bar e negozi: l’ultimo è stato aperto pochi giorni fa. Sulla facciata troneggia la bandiera giallorossa della squadra di calcio della Roma. Raffigura la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo: qui è quasi un paradosso, quell’immagine simbolo di mamma Roma, patria dell’accoglienza.


      http://openmigration.org/analisi/nellex-fabbrica-di-penicillina-il-grande-ghetto-di-roma
      #Rome

    • Il sistema di accoglienza italiano verso il default organizzativo e morale

      Sono pubblicate da tempo le relazioni della Commissione di inchiesta della Camera dei deputati sui Centri per stranieri. Relazioni che censuravano l’utilizzo degli Hotspot come strutture detentive e chiedevano la chiusura del mega CARA di Mineo. Ma il governo e le prefetture non hanno svolto quel lavoro di pulizia con la estromissione del marcio che risultava largamente diffuso da nord e sud. Una operazione che sarebbe stata doverosa per difendere i tanti operatori e gestori dell’accoglienza che fanno il proprio dovere e che avrebbe permesso di rintuzzare uno degli argomenti elettorali più in voga nella propaganda politica delle destre, appunto gli sprechi e gli abusi verificati da tutti ormai all’interno dei centri di accoglienza, soprattutto in quelli appaltati direttamente dalle prefetture, i Centri di accoglienza straordinaria (CAS), la parte più consistente del sistema di accoglienza italiano.

      https://www.a-dif.org/2018/02/27/il-sistema-di-accoglienza-italiano-verso-il-default-organizzativo-e-morale

    • Ventimiglia. Prima della neve. Un report del gruppo di medici volontari del 27 febbraio scorso tratto dal blog Parole sul Confine

      Sabato 27 febbraio è stata una giornata di lavoro intenso sotto al ponte di via Tenda.

      Avremmo fatto almeno 40 visite.

      Rispetto alla scorsa estate ci sono più persone che vivono sotto al ponte del cavalcavia lungo al fiume, con un numero senza precedenti di donne e bambini anche molto piccoli.

      L’insediamento sembra sempre più stabile, con baracche costruite con pezzi di legno e teli di plastica. Le persone che vivono lì sono prevalentemente eritree e sudanesi. Al momento, tutte le donne sole e le madri sono eritree.

      Le persone che abbiamo visitato erano giovanissime. Tantissime affette da scabbia. Spesso con sovra-infezioni molto importanti. Grazie alla nostra disponibilità di farmaci e grazie alle scorte di indumenti stivati presso l’infopoint Eufemia abbiamo potuto somministrare il trattamento anti scabbia a molte persone, dopo esserci assicurati che avessero compreso come eseguire correttamente tutta la procedura.


      http://www.meltingpot.org/Ventimiglia-Prima-della-neve.html
      #froid #hiver

    • Purgatory on the Riviera

      Ventimiglia is idyllic. It sits just across the Italian border from the French Riviera. The piercingly blue waters of the Mediterranean churn against its rocky beaches, and its buildings, painted in earthy pastels, back up against the foothills of the Alps. On Fridays, the normally quiet streets are bustling with French tourists who cross the border by car, train, and bicycle to shop in its famous markets where artisans and farmers sell clothes, leather items, fresh produce, truffles, cheeses and decadent pastries. Families with young children and elderly couples stroll along the streets and sit at sidewalk cafes or eat in one of the many restaurants along the shore.


      https://www.irinnews.org/special-report/2017/12/04/purgatory-riviera

    • Ex Penicillina. Dall’evacuazione alla bonifica: 4 mosse per uscire dal ghetto

      La proposta degli abitanti per evitare lo sgombero coatto, più volte annunciato dal ministro Salvini. All’interno circa 200 persone, tra cui alcuni italiani. “Va data a tutti un’alternativa e la fabbrica bonificata e riconsegnata alla città”


      http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/606113/Ex-Penicillina-Dall-evacuazione-alla-bonifica-4-mosse-per-uscire-da

    • Nell’ex fabbrica di penicillina, un ghetto di Roma

      Oggi viene presentata la seconda edizione di “Fuori campo”, il rapporto di Medici Senza Frontiere sulla marginalità, secondo il quale “sono almeno 10.000 le persone escluse dall’accoglienza, tra richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche”. Una cinquantina gli insediamenti mappati dall’organizzazione in tutta Italia, 3500 le persone che vivono in occupazioni, baracche e “ghetti” nella sola Roma. Open Migration è entrata dentro il “gran ghetto” della capitale: un’ex fabbrica di penicillina in cui le condizioni di vita sono estreme.

      Appena finisce di spaccare le cassette della frutta e il legname di recupero, Alecu Romel entra nella casa in cui vive con la moglie Maria. Nella stanza d’ingresso, una luce fioca illumina il fornello, collegato ad una bombola a gas. A destra, in un locale spoglio, la coppia tiene una bicicletta e dei passeggini, riadattati per raccogliere ferrivecchi e oggetti abbandonati per strada. Sulla sinistra, una porta rossa separa dalla zona notte: una camera con due letti, la televisione e stampe colorate appese alle pareti.

      “Viviamo in questo appartamento da cinque anni e cerchiamo di tenerlo sempre in ordine”, dice Maria. A cedere loro lo spazio, un altro cittadino della Romania, che dentro la Ex-Penicillina, una delle più grandi aree industriali dismesse di Roma, si era inventato un angolo di intimità arredando alcuni dei locali più piccoli, che un tempo erano probabilmente uffici. In cinque anni di vita fra i capannoni scrostati, Alecu e Maria hanno visto cambiare l’insediamento. “Prima eravamo più rumeni e ci sono state anche famiglie italiane”, continua la donna, “mentre adesso gli abitanti sono cresciuti, e quasi tutti sono africani”.

      Oggi, come allora, il sogno di ricongiungersi con i due figli, affidati ai nonni in Romania, appare lontano: “questo non è un posto per bambini, ci sono topi e sporcizia, non ci si sente sicuri, ma almeno quei pochi soldi che guadagnamo ci permettono di mantenerli a casa, di fargli fare una vita migliore della nostra”, conclude Maria, la voce rassegnata.
      Fra i capannoni del “grande ghetto”

      Sempre più sogni si infrangono dietro la facciata del complesso, che costeggia via Tiburtina, una delle arterie più trafficate della città. Qui i cantieri per il raddoppio della carreggiata vanno avanti da anni: “finite ‘sti lavori!! più che una consolare sembra una via Crucis” è l’urlo che i cittadini hanno affidato ai cartelli affissi sui muri. Siamo all’altezza della periferia operaia di San Basilio, oggi nota alle cronache anche come base per lo spaccio di stupefacenti.

      Rifugiati e richiedenti asilo, arrivati in Italia negli ultimi anni e usciti dal sistema d’accoglienza, hanno infatti trovato qui un riparo precario, aprendo un nuovo capitolo nella storia del complesso, un tempo orgoglio dell’industria italiana. Aperta come Leo – Industrie Chimiche Farmaceutiche Roma, la Ex-Penicillina è stata la prima fabbrica italiana a produrre antibiotici. Una storia complessa, intrecciata ai piani di investimento del secondo dopoguerra, supportati dagli Usa, e alle speculazioni edilizie che avrebbero cambiato il volto della capitale.

      All’inaugurazione dell’impianto, nel 1950, fu invitato lo stesso sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina. Un graffito, nello scheletro esterno della struttura, lo ritrae pensieroso: “ti ricordi quando eravamo i più grandi?”, recita la scritta. Il quotidiano “L’Unità” aveva dedicato un paginone all’evento, col titolo “la più grande fabbrica di penicillina d’Europa inaugurata a Roma”. Dagli oltre 1300 operai degli anni Sessanta, si passò però presto a poche centinaia, fino all’abbandono totale dell’attività, alla fine degli anni Novanta. Un altro sogno, quello di una cordata di imprenditori, che volevano demolirla per fare spazio a un maxi-albergo di alta categoria, si infranse di fronte ai costi per lo smaltimento di rifiuti chimici e amianto, tuttora presenti nell’area.

      “Questo posto lo chiamano il grande ghetto”, ci dice Ahmad Al Rousan, coordinatore per Medici senza frontiere dell’intervento nei campi informali, mentre entriamo dentro uno degli stabilimenti con una torcia, perché qui manca tutto, anche l’elettricità. Camminiamo tra spazzatura, escrementi e resti della vecchia fabbrica: ampolle, fiale, scatole di medicinali su cui c’è ancora la bolla di accompagnamento. “C’è un posto qui vicino, il piccolo ghetto, qui ci sono circa 500 persone, lì 150”, aggiunge. “Non solo chiamano questi luoghi ghetti, ma chi ci vive si sente anche ghettizzato”.

      In questa area industriale abbandonata ci sono persone che arrivano da diverse parti del mondo: nord Africa, Sub Sahara, Pakistan, Afghanistan, Romania, e c’è anche un italiano. La maggior parte sono titolari di protezione internazionale, altri in attesa di essere ascoltati dalla commissione territoriale che dovrà decidere sulla richiesta d’asilo, altri ancora hanno il permesso di soggiorno scaduto. Tutti sono fuori dall’accoglienza per qualche motivo.
      Il rapporto di Medici Senza Frontiere

      Come denuncia “Fuori campo”, l’ultimo rapporto di Medici Senza Frontiere, in tutta Italia ci sono almeno 10 mila persone in questa condizione, alloggiate in insediamenti informali con limitato o nessun accesso ai beni essenziali e alle cure mediche. Nella capitale la maggior parte si concentra proprio qui, nella zona est, tra la Tiburtina e la Casilina, passando per Tor Cervara. Edifici abbandonati, ex fabbriche e capannoni, sono diventati la casa di centinaia tra migranti e rifugiati. Che ci vivono da invisibili in condizioni disumane, senza acqua, luce e gas, spesso a ridosso di discariche abusive.

      Da novembre 2017, l’Ong ha avviato un intervento con un’unità mobile composta da un medico, uno psicologo e un mediatore culturale, e da qualche settimana il camper è arrivato anche all’ex Leo. Quella di Msf è l’unica presenza esterna negli spazi dell’occupazione: gli operatori vengono qui una volta alla settimana, dal primo pomeriggio alla sera, per portare assistenza medica e psicologica agli abitanti. Un piccolo gazebo allestito nella parte esterna degli edifici fa da ambulatorio, la sala d’attesa è, invece, lo spazio antistante, un tavolino da campeggio, qualche sedia pieghevole e una lampada. Per chi abita qui questo momento è diventato un rito, c’è chi viene per la prima volta, chi torna per un controllo, chi viene solo per chiacchierare.

      Un ragazzo si avvicina con aria timida: “they rescued me”, ci dice, raccontando di aver riconosciuto il logo di Msf sul gazebo, lo stesso visto sulla pettorina delle persone che lo avevano soccorso nel mezzo del Mediterraneo, nel 2016. Ora, due anni dopo l’approdo in Italia, è sbarcato anche lui all’ex fabbrica della penicillina. Entra e inizia la sua prima visita: lamenta mal di testa frequenti. La dottoressa misura la pressione e compila una scheda.

      “I problemi di salute qui sono legati soprattutto alle condizioni di vita: non ci sono servizi igienici e c’è solo una presa d’acqua fredda, per centinaia di persone”, spiega Al Rousan. La patologia più comune, aggiunge “è quella respiratoria dovuta al freddo o all’aria che respirano; l’unico modo che hanno per scaldarsi è accendere il fuoco, con tutti i rischi connessi: qualche giorno fa abbiamo assistito una persona completamente ustionata, in modo grave. Ha aspettato il nostro arrivo, non ha voluto andare a farsi vedere in un ospedale”. Di incendi qui ce ne sono stati diversi, come rivelano i muri anneriti di interi spazi. L’ultimo, a fine gennaio 2018, ha richiesto l’intervento dei vigili del fuoco, dopo l’esplosione di una bombola del gas. Quando cala la sera, le luci dei fuochi accesi e le fiammelle delle candele spezzano il buio totale degli edifici.

      “Questo è un posto estremo, dove l’esclusione è totale”, sottolinea Al Rousan. Dopo aver subito vari traumi nel viaggio e poi in Libia, trovarsi in questa condizione significa vedere infranto il sogno di potersi integrare, di costruirsi una nuova vita. Lavoro da tanti anni in situazioni simili, ma non ho mai visto una cosa del genere. E non pensavo potesse esserci un posto così a Roma”.
      La normalità dell’esclusione

      La fabbrica è occupata da diversi anni, e come in tutti gli insediamenti informali, gli abitanti hanno ricostruito una parvenza di normalità. Lamin, che viene dal Gambia, gestisce un piccolo market all’ingresso di uno dei capannoni principali. I prodotti li acquista al mercato di piazza Vittorio, dove si trovano i cibi di tutto il mondo. Qui vende aranciata, farina, zucchero, fagioli, candele e i dadi marca Jumbo, indispensabili – ci dice – per preparare qualsiasi piatto africano.

      Ha poco più di vent’anni e prima di arrivare qui viveva a via Vannina, in un altro stabile occupato, poco lontano. Nel violento sgombero del giugno 2017, è volato giù dalle scale e ancora, dice, “ho dolori frequenti alle ossa”. La fabbrica è diventata la sua nuova casa.

      Victor, 23 anni, è arrivato invece all’ex Penicillina dopo un periodo trascorso in un centro di accoglienza a Lecce, mentre era in corso la sua domanda d’asilo. Ottenuto lo status di rifugiato ha deciso di spostarsi a Roma per cercare lavoro, ma non parla neanche una parola di italiano. Il suo sogno è fare il giornalista. Nel suo paese, la Nigeria, ha studiato Comunicazione: “sono grato al governo italiano per quanto ha fatto per me”, dice, “ma non pensavo che una volta arrivato in Italia mi sarei trovato in questa situazione: quando sono arrivato a Roma ho vissuto un periodo alla stazione Termini. Faceva freddo e la temperatura di notte arrivava quasi allo zero. Un connazionale mi ha parlato di questo posto, mi ha detto che qui almeno potevo farmi una doccia. Invece, una volta arrivato ho scoperto che c’era solo una fontanella per l’acqua”. Come tutti, spera di andarsene presto. “Questo luogo cambia le persone, rallenta ogni aspirazione e io, invece, il mio sogno lo vorrei realizzare”, ci dice con uno sguardo vivace.

      Nel reticolo di capannoni, corridoi e cortili, ci sono altri piccoli bar e negozi: l’ultimo è stato aperto pochi giorni fa. Sulla facciata troneggia la bandiera giallorossa della squadra di calcio della Roma. Raffigura la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo: qui è quasi un paradosso, quell’immagine simbolo di mamma Roma, patria dell’accoglienza.

      https://openmigration.org/analisi/nellex-fabbrica-di-penicillina-il-grande-ghetto-di-roma


  • Trentino and Yugoslavia narrated through a legend: roots of Marshal Josip Broz #Tito in #Vallarsa

    In Trentino there is a valley where the surname Broz is widely diffused. During the second half of the 20th century, a peculiar legend took shape among these mountains. We are in Vallarsa, a few kilometers from the town of Rovereto, where – according to many locals – the origins of Josip Broz, that history will remember as Tito, are to be found. The Yugoslav Marshal was one of the most peculiar and controversial figures of the 20th century: Partisan leader, head of the communist state that split with the Soviet Union, a prominent figure on the international political scene and, above all, leader and symbol of a country that disintegrated violently shortly after his death. The relationship between Marshal Tito and the Vallarsa Valley is being talked about for some time, and not only in Trentino, so that the page dedicated to Tito on the Italian Wikipedia refers to him as “the seventh of fifteen children of Franjo, a Croat who probably originated from Vallarsa”.
    A legend from Obra

    The story originates in the area around the village of Obra, in the Vallarsa Valley, where there is a small settlement called Brozzi. It is said that the Broz surname has been present in the area for centuries. Transmitted orally, the legend spread and evolved over time, assuming different shapes and contours. There is however a version which is more or less codified. It is narrated that a family of the future Yugoslav president lived in a place called Maso Geche, a bit isolated from Obra and nearby settlements. Valentino Broz, “Tito’s grandfather”, took over an old house, transforming it in a family cottage. Valentino had four children. One of them died at a tender age, while Ferdinando, Giuseppe and Vigilio started contributing to the household by working in the fields and as lumberjacks, integrating these activities, as much as possible, with other occasional jobs. Just like for all the other families in that area, emigration was always an option.

    Parochial registers confirm the structure of Valentino Broz’s family. What we learn from memories passed down through the generations is that Giuseppe (according to archives, Giuseppe Filippo Broz, born on August 29, 1853) and Ferdinando (Luigi Ferdinando Broz, born on April 13, 1848) – or, according to other versions of the story, Vigilio (Vigilio Andrea Broz, born on November 27, 1843) – emigrated from Vallarsa to Croatia between the 1870s and the 1880s, most probably in 1878 or 1879. At that time, both territories were part of Austria-Hungary, and in those years many people from Trentino emigrated in the eastern parts of the monarchy. The story of foundation of the village of Štivor, in Bosnia Herzegovina, is probably the best known. According to legend, the Broz brothers were driven to emigrate by the possibility of being engaged in the construction of railway Vienna-Zagreb-Belgrade. Indeed, in those years a new railway line, connecting Bosanski Brod to Sarajevo, was under construction. The first portion was completed in February 1879, and the last one in October 1882.

    Some time later, Ferdinando (or Vigilio) returned to Vallarsa, while Giuseppe married a Slovenian girl, and in 1892 they gave birth to Josip Broz, who became known to the whole world as Tito. The news about Giuseppes’s fate reached the valley, mainly thanks to the information his brother brought home.
    Tito between history and conspiracy

    The legend from Vallarsa is not an isolated case. Since the end of the Second World War in Yugoslavia, but not only, speculations began circulating that Tito might have (had) Russian, Polish, Austrian or Jewish roots. His life, marked from a young age by participation in illegal activities of the Communist Party, sudden movings and use of false names, offered an ideal breeding ground for speculations and conspiracy theories. The doubts about Tito’s true identity, particularly diffused during the 1990s, recently have been reactualized due to publication of declassified CIA document that puts in doubt Tito’s knowledge of the Serbo-Croatian language.

    Apart from dozens of newspaper articles and many publicistic texts, the question of Tito’s origins has never been the subject of proper historiographic research. None of the scholars who seriously occupy themselves with history of Yugoslavia has ever shown any particular interest in this issue. Even the most recent Tito’s biographies, written by world-renowned historians such as Geoffrey Swain and Jože Pirjevec, don’t contain any reference to different theories about his origins, only a traditional version whereby Tito was the son of Franjo Broz, a Croat from Kumrovec in Zagorje, and Marija Javeršek, originally from village of Podreda, in Slovenia. The only partial exception is represented by considerations made by Vladimir Dedijer in his monumental biography of Tito, published in 1981. A former member of the League of Communists of Yugoslavia, sacked at the time of the Affaire Djilas, becoming a professional historian, in his book Dedijer attempts to refute speculations about Tito’s origins, reinvigorated after his death in May 1980.
    The birth and life of a legend

    In attempting to clarify the question, Vladimir Dedijer also makes reference to the Trentine case which, few months earlier, has been reactualized in Italy in an article appeared in the weekly Gente. The article has been published few days after Tito’s death, relying on a story transmitted orally over the years, according to some since the end of the Second World War, when the name of Josip Broz began to appear in the newspapers around the world. In addition to photos of the Vallarsa Valley and Maso Geche, the article contained statements of descendants of the family of Valentino Broz. Don Giuseppe Rippa, the then parson of Vallarsa, played an important role in defining the contours of the story, contributing to a process of consolidation of its credibility.

    It is possible that Vladimir Dedijer has come to know about the Trentin legend thanks to attention given to it in the newspapers of the Italian minority in Yugoslavia. Shortly after the publication of the above mentioned article on the weekly Gente, the weekly newspaper Panorama from Rijeka started showing interest in the story, sending a crew to Vallarsa to find out more details. After talking to Don Rippa and some other local personalities, such as writer Sandra Frizzera, and studying parish registers, journalists from Rijeka have come to a conclusion that there was no evidence of a relationship between Trentin and Yugoslav Brozes. Vladimir Dedijer reacted by publishing Tito’s family tree, compiled by Andrija Lukinović, archivist from the Historical Archive of Zagreb [now called the Croatian State Archive], on the basis of preserved parish registers. Using available data, Lukinović reconstructed the paternal-line geneaology of the Broz family from the beginning of the 17th century, when parish registers were started in Kumrovec. As far as the previous period is concerned, Dedijer remains cautious, nevertheless quoting different sayings whereby the Broz family originated in Bosnia, Herzegovina, Spain, Istria, France or even Italy. In any case, we are talking about the possible settlement in Zagorje more than four centuries ago.

    However, these information have not reached Trentino, where a word began to spread that in the whole Yugoslavia there have been no trace of the Broz surname. The descendents of the family of Valentino Broz continued releasing interviews, telling family stories and anecdotes. Also, it is narrated that representatives of Yugoslav government came to Obra, maybe even Tito himself. Many newspaper articles and reportage talked about physiognomic proximity, claiming that the Trentin Brozes bore a “remarkable resemblance” to Yugoslav leader.

    In 1984 it was decided to create a commission, as part of “The Popular Committee of Obra di Vallarsa”, composed of historians, journalists and the then major, with the aim of clarifying the question through meticulous researches and investigations. However, no definite answer nor concrete evidence has been reached. Did Tito have Trentin origins or not? Over the years, the same information continued to circulate, but the story became gradually consolidated.

    In the same period, the credibility of the story has been publicly recognized by some prominent personalities, such as politician Flaminio Piccoli, who has stated, on the occasion of a congress held in Rome in 1991, that Tito’s ancestors were from Trentino. Representative of the Italian Christian Democratic party (DC) in Trentino at the time, Piccoli asserted that he had “great respect” for Marshal Tito, because “his great grandfather was Trentin, originally from the region around Rovereto”. The story changes again – it was not Tito’s father, but rather his great grandfather who was from Trentino – but it is told by a prominent politician who met Tito personally.

    What also contributed to building credibility of the story were numerous publications dedicated to emigration from Trentino, an issue that, since the 1980s, has attracted increasing interest. Already in 1984, Bonifacio Bolognani – Franciscan friar and scholar originally from Trentino who moved to the United States – mentioned a legend from Obra in his book about emigration from Trentino, published in English. The local writers and historians are those who paid greatest attention to the story: Daniella Stoffella refers to it in her book about emigration from Vallarsa, while Renzo Grosselli mentions it in a study about emigrants from Trentino which is widely read. Remo Bussolon and Aldina Martini revived it in the most important work about the history of Vallarsa. The theory of Tito’s Trentin origins is also being mentioned in different academic essays published in other countries (Frédéric Spagnoli, 2009). We are talking about more or less precise publications, some of which treat the argument with caution, but that, often citing each other, contribute to strengthening the authoritativness of the legend.

    In the meantime, a local section of RAI [Italian public radio and television broadcaster] started to show an interest in the story, relaunching it periodically through tv reports. In 2008, a special program was dedicated to the legend of Obra, and on that occasion journalists from Trentino went to Croatia for the first time to hear the other side of the story. They went to Kumrovec, where they visited the birth house of Yugoslav leader and studied parish registers, trying to learn more about the history of Tito’s family and about his “Croatian father” Franjo Broz. But the question remained: Is it possible that Marija’s marriage with Franjo was her second wedding? Or rather, did she married Franjo after she gave birth to Tito and after Giuseppe Broz died?

    In the summer of 2015, a visit of Tito’s granddaughter Svetlana Broz to Vallarsa, invited to a culture festival to present her book about the Yugoslav wars, becomes the occasion to discuss the issue. Asked during an interview to comment on the theory about Tito’s Trentin roots, Svetlana Broz responded vaguely and compliantly, saying: “That theory is just a theory. I have documentation that proves that my grandfather was born in the Croatian village of Kumrovec, as stated in his official biography. However, I can neither confirm nor deny anything about his ancestors”. In such ambivalent spaces, the legend from Vallarsa continues to live. Narrated and repeated mostly in Trentino, from time to time it arouses the interest of a wider public.
    A story about Trentino and Yugoslavia

    Of all the legends about the origins of the Yugoslav president, the Trentin one is probably most closely related to the history and identity of a local community, unlike the others, often inspired by different conspiracy ideas. It evocates the history of the territory profoundly marked by the migration phenomenon and is paradigmatic of a broader history of emigration from Trentino at the end of the 19th century and of pervasiveness of collective memories in those valleys. Its diffusion beyond the borders of Vallarsa, began in the 1980s, followed a gradual opening-up of Trentino to the international processes and reinforcement of consciousness about its “place in the world”. Above all, it is an integral part of the process of ri-elaboration of the traumatic experience of migration which profoundly marked local community: discovery of illustrious ancestors can help in making a sense of loss.

    At the same time, this legend makes us think about the image socialist Yugoslavia projected abroad, about its perception in Italy and among inhabitants of one of the most remote valleys of Trentino. Considered a hostile country in the post-war period, over the following decades Yugoslavia was increasingly perceived by the Italian public as a close neighbor, so that relationships with the political leadership of socialist country were considered a question of public interest. It is narrated that inhabitants of the Vallarsa Valley had been deeply moved by Tito’s death in May 1980 and that a local parson “had recited the prayer for Josip Broz”. A few years later, when asked for his opinion about Marshal Tito, an inhabitant of the valley pointed out a change of perception: “There is no way to reconcile obscure and bloody events from his early years, ambition, will to power, sectarianism and violence of the first Tito with wise and prudent politician, magnanimous towards his enemies, which was the second Tito”.

    The Trentin roots of Yugoslav Marshal remain a legend. In all those years, no proof has emerged that confirms that Giuseppe Broz, who probably emigrated to Croatia and Bosnia in search of work, was Tito’s real father. On the other hand, the official version of Tito’s biography remains undisputed. But like all legends, regardless of their adherence to reality, the one about “Trentin” Tito immerse us in perceptions, imaginings and memories deposited at the intersection of personal life stories, local vicissitudes and the Great History.


    https://www.balcanicaucaso.org/eng/Areas/Italy/Tito-and-Vallarsa-The-history-of-a-legend-190146

    #histoire #légende #Trentino #Italie #ex-Yougoslavie #Yougoslavie #Obra

    #vidéo:
    https://www.balcanicaucaso.org/eng/Media/Multimedia/Marshal-Tito-and-Vallarsa
    #film

    ping @albertocampiphoto @wizo —> articolo disponibile anche in italiano: https://www.balcanicaucaso.org/aree/Italia/Compa-esano-Tito!-Storia-di-una-leggenda-190146


  • Terre comuni. Percorsi inediti nelle proprietà collettive del Trentino

    C’è stato un periodo nel corso della storia in cui il Trentino era governato da un plurale ed estremamente diversificato sistema di governo del territorio, in cui le comunità locali godevano di ampi spazi di autonomia nella gestione di beni di interesse collettivo come prati, boschi, aree coltivate, torrenti.

    La sopravvivenza di queste comunità in contesti ambientali così ostili come quelli montani dipendeva da un’attenta e oculata gestione di queste risorse. Tale sistema ha consentito di preservare nel tempo sino ai giorni nostri i delicati equilibri socio-ambientali dei versanti trentini grazie alla definizione di principi impliciti di sostenibilità ambientale, che i cinque itinerari qui proposti intendono svelare.

    Anche se il territorio è molto mutato, continuano oggi ad esistere le istituzioni depositarie di quelle antiche usanze: le proprietà collettive. Qual è l’attualità di queste istituzioni in un mondo radicalmente trasformato? Che cosa possiamo apprendere da questo secolare sistema di gestione sostenibile del territorio?

    Mappe, fotografie, racconti, statuti: attraverso questi strumenti il libro invita all’esplorazione delle terre comuni del Trentino, suggerendo cinque itinerari inediti. Su queste tracce il viaggiatore è introdotto al territorio delle proprietà collettive, cogliendo spunti e suggestioni per approfondire lo stretto legame tra una società, un territorio e le sue istituzioni locali.


    http://www.professionaldreamers.net/?p=2780
    #biens_communs #commons #propriété_collective #Alpes #Trentino #italie #livre


  • Immigrazione, gli stranieri in #Trentino calano e il sistema di accoglienza funziona. Zeni: «E’ una positiva convivenza»

    Presentati tutti i numeri di Cinformi dell’immigrazione in provincia. Gli stranieri sono il 9% e l’apporto al «sistema Trentino» dei cittadini immigrati è fondamentale. Nel 2016 sono stati accolti in Trentino 1.267 migranti il 66,5% delle quali ospitate nei territori comunali di Trento e Rovereto

    http://www.ildolomiti.it/societa/immigrazione-gli-stranieri-trentino-calano-e-il-sistema-di-accoglienza-fu
    #Trente #Rovereto #montagne #asile #migrations #réfugiés #Italie #travail