• I dubbi e le criticità dei piani di compensazione delle emissioni. Il caso del #Nkgcp in Kenya

    Con due milioni di ettari coinvolti nel Kenya settentrionale il #Northern_Kenya_grassland_carbon_project è presentato come il più grande progetto al mondo di compensazione delle emissioni di carbonio dal suolo. Ma dietro l’iniziativa secondo Survival international, si celerebbero un modello di conservazione di stampo colonialista, restrizioni alla mobilità delle comunità pastorali e violazioni dei diritti dei popoli indigeni. Le principali novità che lo riguardano.

    Definito il più grande piano di compensazione delle emissioni attraverso il sequestro del carbonio nel suolo, il Northern Kenya grassland carbon project (Nkgcp) in Kenya settentrionale rappresenta un caso emblematico delle criticità e dei dubbi che riguardano questo tipo di progetti. Tra le prime a sollevare perplessità in merito è stata la Ong Survival international, che dal 1969 lotta per la sopravvivenza dei popoli indigeni, e che ha individuato diversi aspetti problematici: il fatto che sia basato su un modello di stampo colonialista, le difficoltà nell’ottenere il Consenso libero, previo e informato (diritto fondamentale dei popoli indigeni adottato dall’Onu fin dal 2007) delle comunità interessate dal progetto e nel dimostrarne l’efficacia da un punto di vista ambientale.

    La scorsa estate si è tornato a parlare del Nkgcp a seguito del suo ripristino. Un anno prima era stato infatti sospeso a causa di una sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo (città centro-settentrionale del Kenya) che aveva sollevato dubbi sulla legittimità di alcune delle principali aree di conservazione (conservancy) coinvolte nel progetto.

    Ma andiamo con ordine. Per prima cosa i piani di compensazione delle emissioni di carbonio sono presentati come uno strumento attraverso il quale le aziende inquinanti possono compensare le loro emissioni di gas serra, responsabili del riscaldamento globale. L’idea alla base è semplice: le aziende possono scegliere di finanziare progetti certificati che, almeno in teoria, riducono, evitano o rimuovono una quantità di gas serra equivalente a quella che emettono e che desiderano compensare. Il finanziamento di questo tipo di iniziative, spesso realizzate in Paesi del Sud del mondo, nella maggior parte dei casi avviene attraverso il mercato finanziario dei crediti di carbonio -ovvero titoli negoziabili, ognuno pari a una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita- e per mezzo di compagnie specializzate nella loro vendita. Per verificare che le riduzioni delle emissioni o l’aumento dello stoccaggio di carbonio siano effettivamente in atto, intervengono organismi indipendenti di validazione e verifica che devono essere accreditati secondo i requisiti previsti da standard di certificazione. Uno dei più diffusi è il Verified carbon standard (Vcs), gestito dall’ente certificatore Verra.

    Nel concreto molto spesso i piani sostenuti tramite carbon credit consistono nella piantumazione di alberi capaci di assorbire i gas serra oppure nella protezione di aree boschive per evitare la deforestazione. Il caso del Nkgcp è leggermente differente, si tratterebbe infatti del primo programma (ma non unico, in seguito ce ne sono stati altri) che prevede la compensazione delle emissioni tramite lo stoccaggio nel suolo. Si basa infatti sul cosiddetto “ripristino dei pascoli comunitari nel Nord del Paese”, ovvero sulla sostituzione di quello che viene chiamato pascolo tradizionale “non pianificato” con il “pascolo rotazionale pianificato”. Questa pratica, secondo i promotori del Nkgcp, permetterebbe alla vegetazione dell’area di ricrescere in modo più prolifico con una previsione di “rimuovere 50 milioni di tonnellate di CO2 in 30 anni, l’equivalente delle emissioni annuali di oltre dieci milioni di auto e di generare centinaia di milioni di dollari per le comunità locali”.

    “In parole semplici il piano nasce dall’idea che i pastori nomadi che vivono nell’area su cui si sviluppa il Nkgcp abbiano la responsabilità della degradazione del suolo e che cambiando il loro modo di pascolare, limitandolo e controllandolo, è possibile invece rigenerarlo con l’effetto di permettere alla vegetazione di crescere di più e di immagazzinare più carbonio e dunque di vendere più crediti -spiega ad Altreconomia Fiore Longo, ricercatrice di Survival e responsabile della campagna per decolonizzare la conservazione-. In realtà secondo le nostre analisi non ci sono prove scientifiche che dimostrino le responsabilità dei popoli indigeni della degradazione del suolo. Al contrario abbiamo molte prove per dire che queste comunità sono tra le meno responsabili del cambiamento climatico. Siamo quindi in una situazione di ingiustizia paradossale: coloro che hanno contribuito di meno devono pagare il prezzo più alto per le presunte soluzioni alla crisi climatica”.

    Le perplessità sul progetto non riguardano soltanto l’aspetto ambientale ma affondano le radici nell’istituzione e nella gestione delle community conservancy da parte dell’ente che lo promuove: il Northern Rangelands trust (Nrt). Si tratta di un’organizzazione ombrello che raggruppa e sostiene 47 community conservancy nel Nord del Kenya, territori gestiti, almeno formalmente, dalle comunità locali con l’obiettivo di tutelare la fauna selvatica e, al tempo stesso, sostenere il benessere delle popolazioni che li abitano. Il suo lavoro è o è stato finanziato in parte da donatori internazionali, tra cui l’Unione europea e le agenzie di sviluppo della Danimarca e dell’Italia mentre i suoi crediti sono stati acquistati dalle principali società tra cui Meta, Netflix e International Airlines Group, proprietario di British Airways.

    Il Nkgcp si estende su tredici di queste conservancy, in larga parte contigue, per una superficie complessiva di circa due milioni di ettari: un’area paragonabile a quella dell’intera Puglia e pari a circa il 3,5% del territorio keniano. Qui vivono circa 100mila persone appartenenti a diversi gruppi indigeni, tra cui Samburu, Maasai, Borana e Rendille. Come detto sono comunità tradizionalmente pastorali, il cui stile di vita è strettamente legato all’allevamento di bovini, cammelli, pecore e capre. Gli animali vengono spostati in funzione delle precipitazioni, seguendo percorsi che, in alcuni casi, si estendono per centinaia di chilometri.

    “Noi di Survival all’inizio ci siamo interessati a questa zona per le violenze e le violazioni dei diritti umani che ci sembravano coerenti con il modello di conservazione che da sempre denunciamo, ovvero un sistema tipicamente coloniale dove le popolazioni indigene vengono tenute fuori dalle loro terre che vengono ‘protette’ da guardia parco armati -prosegue Longo-. In quel momento non si parlava ancora di crediti di carbonio ma appunto di meccanismi coloniali che andavano a nutrire conflitti già esistenti tra le differenti comunità locali per il controllo dei territori in una zona fortemente colpita dalla siccità e dai cambiamenti climatici”.

    La storia dell’istituzione di queste conservancy risale agli anni Venti del Novecento quando la Corona britannica, dopo la creazione della colonia del Kenya, ha ceduto diversi ettari di terra a cittadini britannici. Tra le famiglie che avevano beneficiato di questa redistribuzione coloniale c’erano anche i Craig che nella metà degli anni Novanta hanno deciso di trasformare il loro ranch in una riserva, la Lewa wildlife conservancy. “Ai tempi hanno deciso di ripopolarla di fauna portandovi delle specie protette come i rinoceronti del Kenya e poi l’hanno aperta al turismo -racconta Longo-. Successivamente hanno pensato di coinvolgere anche le comunità intorno proponendogli di creare delle aree protette (le conservancy) dove lasciare gli animali selvatici liberi, proibendo quindi le attività di pascolo. È per aiutare a gestire questi territori che nel 2004 è nata la Northern Rangeland trust con una strategia per cui, a detta loro, tutti ne uscivano vincenti”.

    Nel 2023 Survival, dopo anni di ricerca, ha pubblicato il suo report “Blood Carbon” che ha portato alla prima sospensione del progetto da parte di Verra. “A quel punto abbiamo deciso di analizzare sia il piano di compensazione delle emissioni di carbonio sia la violenza legata al metodo di conservazione e come il primo stesse alimentando il secondo. I soldi guadagnati con la vendita di crediti di carbonio potrebbero servire infatti anche a pagare i ranger armati -spiega Longo-. Inoltre il report sollevava altri importanti dubbi. Non risultavano infatti prove convincenti sul fatto che le comunità fossero state adeguatamente informate del progetto -e che quindi questo avesse ricevuto il loro Consenso libero, previo e informato- e anche sul fatto che beneficiassero effettivamente dei fondi generati dalla vendite di crediti di carbonio”.

    A seguito di questa prima denuncia Verra ha deciso di bloccare il piano per poi ripristinarlo poco tempo dopo. Si arriva così alla seconda interruzione da parte di Verra, nel 2025, dopo la sentenza del tribunale dell’Ambiente e del territorio di Isiolo che ha stabilito che due delle più grandi aree di conservazione create dalla Nrt erano state istituite senza un’adeguata consultazione locale e quindi incostituzionalmente. Una di queste, la Biliqo Bulesa, contribuiva per circa il 20% ai crediti di carbonio dell’intero progetto. Nonostante questo duro colpo inferto all’operazione di Nrt dal tribunale keniano (che ha anche ordinato il ritiro dei ranger armati dell’Nrt), e il fatto che la sua sentenza avesse sollevato ulteriori gravi dubbi, Verra ha comunque deciso di ripristinare ancora una volta il Nkgcp.

    Allo stesso tempo oggi il Nkgcp si trova in fase di ristrutturazione per cercare di renderlo conforme alle nuove leggi approvate dal parlamento del Kenya che impongono nuovi obblighi a coloro che gestiscono la crescente industria dei crediti di carbonio. Survival international è però venuta a conoscenza del fatto che alcune comunità si oppongono fermamente a questo processo e la questione è tutt’altro che conclusa.

    In particolare le comunità dei Masai e Rendille che vivono nelle aree di conservazione di Leparua e Melako hanno denunciato che la Nrt li starebbe forzando a firmare accordi che vengono presentati come una soluzione ad alcune criticità del progetto, ma che in realtà potrebbero ridurre ulteriormente il controllo delle comunità sul pascolo del bestiame e sulla gestione delle proprie terre.

    Rose Orguba, difensora dei diritti umani e parte del comitato di gestione comunitaria della Melako conservancy, ha detto a Survival international che molti hanno percepito pressione, fretta e minacce, quando invece il processo di coinvolgimento dovrebbe essere trasparente, inclusivo e basato appunto sul Consenso libero, previo e informato. “Le persone che sono state trasportate con gli autobus sul luogo della riunione sono state indotte ad accettare senza aver letto il documento -ha riferito-. Il 90% della comunità è analfabeta. Per questo è stata utilizzata la propaganda per dire che avrebbero dovuto firmare quel giorno o i fondi derivanti dai crediti di carbonio sarebbero andati persi per sempre”.

    È dunque in corso “una coraggiosa resistenza a questi nuovi accordi”, così come l’ha definita Caroline Pearce, direttrice generale di Survival international. “Noi della comunità dell’area di conservazione Leparua non comprendiamo questo progetto sui crediti di carbonio della Nrt -ha detto infatti Jackson Lokadelio, membro dell’area di conservazione Leparua-. Non possiamo accettare che ci venga richiesto di firmare un documento senza sapere che cosa contiene. Perché se la firmiamo senza comprenderne il contenuto, sarà come se avessimo accettato di cedere la nostra terra. Chiedo a tutti di non lasciarsi ingannare dal denaro”.

    ▻https://altreconomia.it/i-dubbi-e-le-criticita-dei-piani-di-compensazione-delle-emissioni-il-ca
    #Kenya #compensation_carbone #nature #conservation #peuples_autochtones #colonialité #compensation_CO2 #compensations_des_émissions_de_carbone #crédits_carbone #marché_des_compensations #Verified_carbon_standard (#Vcs) #Verra #carbon_credit #arbres #forêt #pâturage #injustice #injustice_climatique #Northern_Rangelands_trust (#Nrt) #community_conservancy #Meta #Netflix #International_Airlines_Group #British_Airways #protection #Lewa_wildlife_conservancy #colonialité #tourisme #wildlife #faune_sauvage #parc #Northern_Rangeland_trust #blood_carbon #violence #Biliqo_Bulesa #justice #Leparua #Melako #élevage

    • #Blood_carbon

      Since the first National Park in the United States was established 150 years ago, “Protected Areas” have been created by colonizers and elites stealing land from Indigenous peoples and local communities – in the name of “conservation”. Today, despite widespread and horrific human rights abuses inside these areas, and without any solid evidence that they help stop biodiversity loss, Protected Areas are still being pushed by big conservation NGOs (like WWF and WCS) as the “solution” to our very real environmental problems.

      Branded as innocuous-sounding “Nature-Based Solutions”, Protected Areas are now being proposed as a way to mitigate climate change. It is claimed that Protected Areas can “protect” against deforestation and other carbon-releasing activities, and thus could be used to “compensate” for carbon emissions elsewhere. In practice, this means that Protected Areas can be used to generate ‘carbon credits’ that polluting companies, governments or individuals can buy in the markets to “offset” their emissions. The theory goes that it’s a win-win: more Protected Areas, more climate change being mitigated. Both biodiversity and the climate are saved!

      But the reality is far different.

      ▻https://www.survivalinternational.org/campaigns/BloodCarbon

  • Schmeckt wie früher: Rogacki bringt Berliner Rezept-Klassiker ins Kochbuch
    ▻https://www.berliner-kurier.de/article/rogacki-traditionshaus-kehrt-mit-kochbuch-zurueck-10402595

    Rogacki kannte jeder. Seit über 90 Jahren bot der Familienbetrieb Feinkost in Charlottenburg an. © Markus Wächter

    Wat war dat war und kommt nich wieda. Zu erben jab et nüscht, die Zeiten warn vorbei. Also Krautfangdingsbums. Irjendwo muss de Knete ja hin.

    17.9.2026 Stefanie Hildebrandt - Nach Ende des Traditionsbetriebs infolge des Feuertods Dietmar Rogackis ist das Buch ein erster Schritt zum Neuanfang.

    Wer in Berlin den Namen Rogacki hört, denkt nicht nur an irgendein Feinkostgeschäft. Es werden Erinnerungen wach: An den Duft frisch geräucherter Fische, an Samstage in der großen Halle an der Wilmersdorfer Straße, an Kartoffelsalat aus der Frischetheke, den Backfisch auf die Hand. Nun sollen genau diese Erinnerungen zwischen zwei Buchdeckeln bewahrt werden. Mit dem ersten offiziellen Rogacki-Kochbuch veröffentlichen die Nachfolger des Berliner Traditionshauses seine bekanntesten Rezepte.
    Berliner Klassiker für die heimische Küche

    Das Kochbuch versammelt 64 Originalrezepte aus dem Rogacki-Archiv. Im Mittelpunkt stehen jene Gerichte, die Generationen von Berlinern mit dem Namen Rogacki verbinden. Dazu gehören der legendäre Kartoffelsalat, Berliner Boulette, Matjes nach Hausfrauenart, krosser Backfisch, Dillhäppchen, Fischsuppe und Senfeier. Ebenfalls vertreten sind Königsberger Klopse, Rote-Bete-Suppe, Schwarzbrot mit Rührei und Räucheraal sowie gebratene Scholle mit Speck.

    Viele dieser Speisen gehören zur klassischen Berliner Alltagsküche. Daneben spiegeln die zahlreichen Fischgerichte jene Tradition wider, die Rogacki über Jahrzehnte geprägt hat.

    Die Geschichte beginnt nicht in Charlottenburg

    Was viele Kunden heute gar nicht mehr wissen: Die Geschichte von Rogacki begann nicht in Charlottenburg. Das Unternehmen entstand 1928 als Aalräucherei im Wedding. Aus dem kleinen Familienbetrieb entwickelte sich in den folgenden Jahrzehnten eine Berliner Institution. Erst später wurde die Filiale in der Wilmersdorfer Straße zum Herzstück des Geschäfts und zum Place to be in Westberlin.

    Dort trafen sich Stammkunden, Nachbarn, Geschäftsleute und Prominente, nach dem Einkaufen blieb man nichr selten noch ein Weilchen. Rund um die übervolle Theke mit ihren Fisch- und Wurstwaren und Delikatessen war Rogacki zugleich Treffpunkt, Kantine und sozialer Ort. Rogacki stand für ein Berlin, das sich Zeit nahm: für ein Gespräch oder für ein Glas Sekt zu Austern.

    Der Einschnitt nach dem Tod des Inhabers

    Die jüngste Geschichte des Traditionshauses ist eng mit dem Schicksal seines langjährigen Inhabers Dietmar Rogacki verbunden. Er führte das Familienunternehmen in dritter Generation.

    Nach der Insolvenz wurde im Geschäft das komplette Inventar vom Gurkenglas bis zur Knochenbandsäge verkauft. © Elisa Schu

    Nach seinem tragischen Tod bei einem Hausbrand in seiner Staakener Villa im Mai 2025 geriet das Unternehmen in eine existenzielle Krise. Wenige Monate später folgten die Schließung des Stammhauses in der Wilmersdorfer Straße und die Insolvenz.

    Mit Rogacki verschwand ein Ort, an dem über Jahrzehnte eingekauft, gegessen, geplaudert und Erinnerungen gesammelt wurden. Doch die Erinnerungen sollen bewahrt werden.

    Daniel Girl erwarb die Markenrechte und will unter dem Namen Rogacki weiter Delikatessen anbieten. © A. S./Ostkreuz

    Auch die neuen Eigentümer der Namensrechte und der Rezepte, Jan Spielhagen und Daniel-Jan Girl, verbinden persönliche Kindheitserinnerungen mit dem Traditionshaus. Daniel-Jan Girl wuchs direkt um die Ecke auf und ging mit seiner Mutter regelmäßig bei Rogacki einkaufen. Bei Jan Spielhagen kamen die Delikatessen am Wochenende auf den Familientisch.

    Ihr Buch, das mit einer Crowdfunding Kampagne entstand, ist nur ein erster Schritt. Die Marke Rogacki soll behutsam wiederbelebt werden. Geplant sind Veranstaltungen, Pop-up-Konzepte und langfristig sogar ein neues Stammhaus zum 100-jährigen Jubiläum im Jahr 2028.
    Ein Stück Berlin zum Nachkochen

    Auf 176 Seiten werden die Gerichte mit historischen Fotografien, Erinnerungen und Geschichten aus nahezu 100 Jahren Unternehmensgeschichte ergänzt. Das Buch ist ab dem 05.10.2026 lieferbar und kostet 24, 95 Euro.

    #Berlin #Charlottenburg #Wilmersdorfer_Straße #Geschichte #Ernährung #Einzelhandel #Gastrinomie #Kultur

  • Am Ende lag ein Auto auf der Seite: Acht Verletzte nach Unfall mit Taxi und Polizeiauto in Kreuzberg
    ▻https://www.tagesspiegel.de/berlin/am-ende-lag-ein-auto-auf-der-seite-acht-verletzte-nach-unfall-mit-taxi-

    Irgendwer hatte erwähnt, dass die Qualifikation der neuen Kutscher zu wünschen übrig ließe. Vielleicht arbeiten die aber einfach noch mehr Stunden als früher, weil kaum noch etwas verdient wird. So führt die Dumping-Konkurrent zum Verlust an Sicherheit.

    6.6.2026 Der Tagesspiegel - Einsatz am frühen Morgen in Berlin-Kreuzberg: Nach einem Unfall mit einem Taxi landet ein Polizeiwagen auf der Seite. Acht Menschen werden verletzt – darunter sieben Polizisten.

    Bei einem Unfall zwischen einem Taxi und einem Mannschaftswagen der Polizei in Berlin sind am Samstagmorgen acht Menschen verletzt worden – zwei davon schwer. Die übrigen sechs erlitten leichte Verletzungen, wie ein Sprecher der Feuerwehr mitteilte. Bei den Verletzten handle es sich um den 54-jährigen Taxifahrer und sieben Polizisten, teilte die Polizei mit. Sie wurden ambulant in Krankenhäusern behandelt.

    Der Polizeiwagen kippte bei dem Unfall auf die Seite und lag dann quer auf der Straße. Es handle sich dabei um ein „Gruppenfahrzeug unserer Brennpunkteinheit“. Das Taxi wurde im Frontbereich beschädigt. Bei der Rettung kam auch ein Hubschrauber zum Einsatz, wie es hieß.

    06.06.2026, Berlin: Ein umgekipptes Polizeiauto liegt auf der Straße. Bei einem Unfall zwischen einem Taxi und einem Polizeiwagen sind acht Menschen verletzt worden, zwei davon schwer.


    Das umgekippte Polizeiauto liegt auf der Straße. © dpa/Christophe Gateau

    Den Angaben zufolge ereignete sich der Unfall gegen 6.10 Uhr in Kreuzberg an der Kreuzung Wilhelmstraße, Ecke Hallesches Ufer. Der Polizeiwagen sei mit Blaulicht auf der Straße Hallesches Ufer aus Fahrtrichtung Gitschiner Straße über eine rote Ampel gefahren und dabei mit dem Taxi zusammengestoßen, das auf der Wilhelmstraße in Fahrtrichtung Mehringdamm unterwegs war.

    06.06.2026, Berlin: Ein umgekipptes Polizeiauto liegt auf der Straße. Bei einem Unfall zwischen einem Taxi und einem Polizeiwagen sind acht Menschen verletzt worden, zwei davon schwer.


    Bei einem Unfall zwischen dem Taxi und dem Mannschaftswagen wurden acht Menschen verletzt, zwei davon schwer. © dpa/Christophe Gateau

    Bei dem Unfall wurden zudem eine Fußgängerampel aus der Verankerung gerissen und eine Metallbrüstung beschädigt. Die Kreuzung war bis etwa 14.15 Uhr gesperrt. Davon war auch der Busverkehr der BVG betroffen. (Tsp, dpa)

    Anmerkung der Redaktion: In einer früheren Version stand in der Überschrift, der Unfall habe sich in Neukölln ereignet. Das ist nicht korrekt. Er ereignete sich in Kreuzberg. Wir haben das korrigiert.

    #Berlin #Kreuzberg #Wilhelmstraße #Hallesches_Ufer #Unfall #Taxi #Polizei

  • [Entretien] Pour Christophe Sauvé, « le manque d’anticipation climatique cristallise les tensions et la haine envers les #voyageurs »
    ▻https://splann.org/interview-christophe-sauve-voyageurs

    Christophe Sauvé alerte sur les conditions de vie des Voyageurs en période de #canicule. Aires d’accueil très minéralisées, caravanes surchauffées, manque d’anticipation : selon le militant associatif de #Loire-Atlantique, les épisodes de #chaleur aggravent des inégalités déjà profondes, alors que la récente #loi_ripost durcit les règles applicables aux occupations illicites. L’article [Entretien] Pour Christophe Sauvé, « le manque d’anticipation climatique cristallise les tensions et la haine envers les Voyageurs » est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Démocratie_locale #Libertés_et_droits_humains #ADGVC_44 #aires_d'accueil #anti-tziganisme #Christophe_Sauvé #déplacement #gens_du_voyage #immobilier #logement #nantes #Nantes_métropole #nomade #nomadisme #occupation_illégale #précarité #racisme_environnemental #répression #rezé #saffré #William_Acker

  • Gastro-Kuriosum im Berliner Westen: Fünftes Asia-Restaurant am selben Ort gescheitert – jetzt kommt das sechste
    ▻https://www.tagesspiegel.de/berlin/bezirke/charlottenburg-wilmersdorf/gastronomie-probleme-in-fruherer-kneipenmeile-funftes-asia-restaurant-a

    Noch keine Empfehlung, aber da kommt was zum Ausprobieren. Wilmersdorf und Pariser-Sächsische sind ja mittlerweile echte Geheimtips, wenn man nicht zur CDU-Grütterfraktion gehört.

    26.8.2026 von Cay Dobberke - Nur wenige Monate lang hielt ein vietnamesisches Lokal in Berlin-Wilmersdorf durch. Schon wagt ein neuer Wirt an gleicher Stelle den nächsten Versuch mit asiatischer Küche. Läuft es dieses Mal anders?

    Kann das gut gehen? An einem gastronomisch schwierigen Standort im Berliner Westen soll Anfang September wieder ein asiatisches Restaurant eröffnen. Innerhalb weniger Jahre ist dies schon der sechste Versuch, fernöstliche Küche an der Pariser Straße/Ecke Sächsische Straße in Wilmersdorf zu etablieren.

    Erst im Januar dieses Jahres hatte ein Vietnamese dort das Fusion-Restaurant „Lumy“ gegründet. Aber seit ein paar Tagen ist es geschlossen. „Wir bauen für Sie um“, verkündet ein Plakat. Hinter den abgeklebten Fenstern entsteht nun ein chinesisches Restaurant.
    In der einstigen Kneipenmeile ist nicht mehr viel los

    Seit dem Frühjahr 2021 hatten sich in den vorherigen Räumen einer Pizzeria nacheinander das vietnamesische Restaurant „Monsun“, das „Vegansia“ mit veganen Speisen, das japanische „Kitsune“, das vietnamesische „Ban Toi“ und schließlich „Lumy“ angesiedelt. Die Ära der Pariser Straße als West-Berliner Kneipenmeile ist jedoch längst vorbei. Es mangelt an Laufkundschaft.

    Das künftige Lokal wird „Shan Hai Ji“ heißen – abgeleitet von einer alten mythologisch-geografischen Enzyklopädie Chinas, die als „Klassiker der Berge und Meere“ (Shan Hai Jing) berühmt ist. Der neue Wirt stammt aus einer deutsch-chinesischen Familie. Über sich und sein Konzept möchte er erst nach Eröffnung sprechen, deren genaues Datum noch nicht feststeht.

    Schräg gegenüber in der Pariser Straße betreibt der deutsch-türkische Gastronom Ismail Koyun seit vielen Jahren das „Café Sidney“. Er wünscht dem neuen Nachbarn viel Glück, bleibt aber skeptisch. Nach den wiederholten Schließungen ist für ihn klar: „Das ist kein guter Ort für ein asiatisches Restaurant.“ Überhaupt habe es Gastronomie in der heutigen ruhigen Wohngegend schwer.

    Andererseits beweisen drei nahe Sushi-Bars und ein vietnamesisches Restaurant, dass sich asiatische Küche durchaus in dem Wilmersdorfer Kiez behaupten kann. Auch ein traditionsreiches Alt-Berliner Lokal ist wieder sehr gut besucht: Das „Kuchel Eck“ am Ludwigkirchplatz wurde im Mai nach einer Pleite vom bekannten Gastronomen Josef Laggner gerettet.

    #Berlin #Wilmersdorf #Pariser_Straße #Sächsische_Straße #Ludwigkirchplatz #Gastronomie #Chinarestaurant #Stdtentwicklung

  • 10.000 Schritte durch Berlin: 30 Kunstwerke und viele offene Fragen in der City West
    ▻https://www.tagesspiegel.de/sport/10000-schritte-durch-berlin-30-kunstwerke-und-viele-offene-fragen-in-de

    How nice möchte man wie eine najve Amitouristen angesichts dieser Aufzâhlung ausrufen. Aber das wäre unangebracht für „mein Mann“ und am Ende fehlt das kaum zu übersehende Mahnmal für Rosa Luxemburg im Geländer der Potsdamer Brücke noch vor dem Karlsbad. Schade, hätte „nice“ sein kömnen, ist aber weder neu noch originell niich informativ und die Mein-Mann-Masche macht alles auch nucht lustiger.

    23.8.2026 von Jeannette Hagen - Dieser Spaziergang ist eine Reise durch Berlins Kunst im öffentlichen Raum – von der Gedächtniskirche bis zum Weltkugelbrunnen. Jedes Werk regt zum Schauen, Streiten und Nachdenken an.

    Sich als Tourist in der eigenen Stadt zu fühlen, ist ein schöner Vorsatz, um in diese 10.000-Schritte-Tour zu starten. Wir beginnen unseren „Kunst im öffentlichen Raum“-Spaziergang im Epizentrum des „alten Westberlins“, am Breitscheidplatz. Da unsere Runde hier auch wieder enden wird, wählen wir zunächst aus, womit wir beginnen, denn die Auswahl an Werken ist groß.

    Eines will ich noch vorausschicken: Wer in die Frage eintaucht, was als Kunst zu betrachten ist, der kann ganz schnell in einem Rabbit Hole enden. Da tauchen Namen wie Adolf Loos auf, der sich sicher war, dass nur „das Grabmal und das Denkmal“ im öffentlichen Raum zur Kunst zählen sollten. Ornamente an Gebäuden dagegen nicht.

    Man könnte den gesamten Spaziergang über diese Ansicht reflektieren, das haben Theoretiker auch getan, und hier sei erwähnt, dass Loos diese Ansicht aus einer rassistischen Haltung heraus gewonnen hat. So klug seine Gedanken auf der einen Seite waren, so abscheulich war ihre Herleitung.

    Trotzdem beschäftigt uns die Frage beim Anblick des „Goldenen Riss“, der die Stufen von der Nordseite der Gedächtniskirche bis zum Boden entlangführt und an die Opfer des Terroranschlags vom 19. Dezember 2016 erinnert. Wir einigen uns darauf, dass der Kunstgeschmack immer auch eine Frage der Deutungshoheit ist, dass man über Kunst trefflich streiten kann und am Ende jeder selbst entscheiden soll.

    Kunstwerke 10.000 Schritte City West
    Der „Goldene Riss“ erinnert an die Opfer des Terroranschlags vom 19. Dezember 2016. © Jeannette Hagen

    Mit dieser Gelassenheit ausgestattet gehen wir an der „Berlin-Uhr“, der ersten Uhr der Welt, die nach dem Mengenprinzip arbeitet, vorbei. Dann wechseln wir die Straßenseite, um den Ammonitenbrunnen, das Elefantentor und die Keramikreliefs am Erweiterungsbau des Aquariums zu bestaunen, und folgen der Budapester Straße Richtung Katharina-Heinroth-Ufer.

    Vor dem „InterContinental Berlin“ gibt es einen kleinen Weg, in den wir einbiegen, denn hier befindet sich, so sagt mein Mann, die „schönste Fenster-Fassade Berlins“. Nun soll ja Architektur angeblich keine Kunst sein, aber allein der Weg ist wohltuend, man riecht und hört, dass der Zoo direkt angrenzt, und es ist angenehm schattig.

    Zu erwähnen sei noch, dass auf der gegenüberliegenden Seite der Budapester Straße, etwas verloren im Straßengewimmel, eine große Bronzeplastik Alexander von Humboldts steht. Denkmäler dieser Art werden uns noch häufiger begegnen, sie gehören zum Stadtbild, manchmal wirken sie wie aus der Zeit gefallen und erinnern daran, dass auch Geschichte und wie man sie würdigt, eine Frage von Deutungshoheit und Macht ist.

    Am Katharina-Heinroth-Ufer angekommen, geht es rechts entlang zurück zur Budapester Straße, dann links über den Kanal und auf der anderen Straßenseite in die Rauchstraße. Wer möchte, kann vorher noch einen Schlenker machen und sich die Stadtvillen an der Rauchstraße anschauen, die im Rahmen der Internationalen Bauausstellung 1987 entstanden sind.

    Wir verschieben diesen Besuch auf ein anderes Mal und tauchen stattdessen entlang der Rauchstraße in die Kunstwelt der Botschaften ein. Diesen kleinen Straßenabschnitt teilen sich die Nordischen, die Botschaft der Arabischen Republik Syrien und die Embajada de México en Alemania.
    Diese Tour erinnert an das Pilzesammeln

    Das Kunstwerk „Change of Direction“ von Maria Miesenberger vor den Nordischen Botschaften ragt wie große Schaukeln in die Höhe und erinnert mich an Freiheit und Spiel, während die goldenen Flügel vor der Mexikanischen Botschaft zu einem Foto einladen.

    Wir überqueren die Klingelhöferstraße Richtung Tiergartenstraße. Hier schaut uns ein ernst dreinblickender Konrad Adenauer an. Ein paar Meter weiter auf der Tiergartenseite folgen auf Sockeln stehend oder sitzend Richard Wagner, und ein bisschen im Grünen versteckt das Standbild des Prinzen Wilhelm von Preußen. Wer mehr Denkmäler aus dieser Zeit sehen will, kann einen kleinen Umweg in den Tiergarten einbauen. Dort sind Wilhelms Eltern, König Friedrich Wilhelm III. und Königin Luise, verewigt.

    Wir lassen das aus, richten unseren Blick nach rechts, wo im Vorgarten der Türkischen Botschaft eine Metallkugel auf einem Sockel steht, die bei genauerer Betrachtung aus einzelnen Vögeln zusammengesetzt ist. Ein paar Meter weiter zeigt uns die Landesvertretung Baden-Württembergs ein in Bronze gegossenes Kunstwerk mit dem Titel „Wegzeichen 3A“.

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    Das „Wegzeichen 3A“ lässt viel Raum für Interpretationen. © Jeannette Hagen

    Die Skulptur des Künstlers Otto Herbert Hajek lädt zum Raten ein: Was bedeutet 3A? Was bedeuten die einzelnen Elemente? Was symbolisiert das Kunstwerk insgesamt? Fragen, auf die wohl jeder eine andere Antwort hat.

    Aber es macht Spaß, diesen Fragen im wahrsten Sinne des Wortes nachzugehen. Und so, wie man bei Suchen von Pilzen irgendwann den ominösen „Pilzblick“ entwickelt, tauchen bei diesem Spaziergang plötzlich Kunstwerke auf, die man im Alltag oft übersieht oder eben einfach ignoriert.

    Ich weiß nicht, wie viele Male ich schon an der Philharmonie gestanden habe, die Zeit, mir in Ruhe anzuschauen, welche Kunstwerke sie umgeben, habe ich mir bis zu diesem Spaziergang nie genommen. Dabei ist gerade dieser Abschnitt zwischen Tiergartenstraße, Potsdamer Straße, Reichpietschufer und Schöneberger Ufer eine wahre Fundgrube für Kunst im öffentlichen Raum. Aber schön der Reihe nach.

    Kunstwerke 10.000 Schritte City West
    „Berliner Junction“ ist eine Skulptur aus Corten-Stahl. © Jeannette Hagen

    Wir stehen am „Berliner Junction“ des Künstlers Richard Serra und mir läuft ein kalter Schauer über den Rücken, als ich tatsächlich zum ersten Mal durch die Skulptur aus Corten-Stahl gehe. Und auch hier: Meine Interpretation ist geprägt von der Angst vor Enge, andere sehen einen Durchgang oder eine Art, wie Ströme geleitet werden.

    Von der Tiergartenstraße aus links neben der Plastik befindet sich eine in den Boden eingelassene Bronzeplatte, die an die Opfer der „Aktion T4“ der Nationalsozialisten erinnert. Ich bin dankbar für solche Orte des Gedenkens, denn sie führen uns immer wieder vor Augen, zu welchen Grausamkeiten Menschen fähig sind, und mahnen uns, so etwas nie wieder zuzulassen.

    Von dieser Stelle aus gesehen hinter der Philharmonie gibt es zwei weitere Kunstwerke, große freistehende Plastiken des 1950 mit dem Kunstpreis der Stadt Berlin ausgezeichneten Künstlers Bernhard Heiliger. Wir überqueren den Scharoun- und den Matthäuskirchplatz, gehen vorbei an dem dreiteiligen Objekt aus grünem Marmor, an dem Reliefporträt Dietrich Bonhoeffers, das sich links neben dem Eingangsportal der Matthäuskirche befindet.

    Ein besonderer Ort der Inspiration

    Von hier aus sieht man schon einige der großen Kunstwerke, die rund um die Nationalgalerie platziert sind, und natürlich lohnt es sich, die Treppen hochzusteigen, jedes einzelne anzuschauen und von oben einen Blick in den Skulpturengarten zu werfen.

    Was mich hier besonders freut, ist, dass um die Galerie herum nicht nur Skulpturen stehen, sondern dass viele junge Menschen den schönen Tag, den glatten Boden vor der Nationalgalerie und den Spiegeleffekt der Scheiben nutzen, um ihrerseits Kunst zu produzieren. Ob nun als Tänzer, Sängerin, Gesangsgruppe oder Breakdancer – ein äußerst inspirierender Ort.

    Bei uns stellt sich langsam das typische touristische Gefühl ein, das kommt, wenn man viel gesehen, viel aufgenommen hat, allerdings sind wir noch nicht am Ziel − und Berlin hat wirklich unglaublich viel Kunst im öffentlichen Raum zu bieten. Wer noch viel Energie hat, überquert jetzt die Potsdamer Straße und geht durch das „Tor auf dem Karlsbad“ in den Park am Karlsbad.

    Mein Mann und ich nehmen uns vor, nachzulesen, ob hier tatsächlich mal ein Bad war, oder ob der Name eher eine Städtepartnerschaft zu Karlsbad würdigt. Sie müssen nicht nachschauen: Es gab ein Bad, das als „Chmelicksches Bad“ erstmals 1820 im „Adreßkalender für Berlin und Potsdam“ erwähnt wurde. Im Park selbst steht noch die sehr schöne Bronzeplastik „Der Schreitende“, geschaffen von Richard Scheibe.

    Weiter geht es nun wieder zurück in die andere Richtung, entlang des Schöneberger Ufers vorbei am Haus, das den Verein Berliner Künstler beheimatet, wo natürlich Kunst im Vorgarten auch nicht fehlen darf. Unser nächstes Ziel ist der Lützowplatz, der ähnlich dem Raum um die Nationalgalerie fast wie ein kleines Freiluftmuseum ist.

    Kunstwerke 10.000 Schritte City West
    Passt zu diesen Zeiten: Konrad Adenauer schaut auf seinem Denkmal ernst drein. © Jeannette Hagen

    Hier reiht sich Denkmal an moderne Kunst, Götter teilen sich die kleine Grünanlage mit Menschengruppen aus Bronze. Wir umrunden den Platz und überqueren dann noch einmal die Klingelhöferstraße, um der Skulptur von Walter Lübcke, die das Zentrum für Politische Schönheit neben die CDU-Zentrale gesetzt hat, einen Besuch abzustatten.

    Von dort schlendern wir erst die Schillstraße, dann bis zum nächsten Kunstwerk die Straße an der Urania entlang. Hier steht der „Arc de 124,5°“, geschaffen von dem französischen Bildhauer Bernar Venet. Ein Kunstwerk, das lange der Verwahrlosung preisgegeben war und – da waren wir uns einig – an dieser Stelle einfach deplatziert ist.

    Deutlich passender positioniert dagegen ist eines der letzten Werke unserer 10.000-Schritte-Kunsttour: die sich annähernden, gigantischen Stahlrohre von Brigitte und Martin Matschinsky-Denninghoff. „Berlin“ steht auf dem Mittelstreifen der Tauentzienstraße und ist anlässlich der 750-Jahr-Feier Berlins entstanden.

    Vorbei an dem Leuchtobelisk von Heinz Mack, der wahrscheinlich von den wenigsten Passanten als Kunstobjekt wahrgenommen wird, geht es zurück zum Breitscheidplatz. Hier setzen wir uns für einen Moment an den Wasserklops, bevor wir uns all die kleinen, auf dem Platz verstreuten Werke anschauen, die zum Weltkugelbrunnen gehören. Fazit dieser Tour: Kunst bereichert, es gibt mehr Kunstwerke im öffentlichen Raum, als man im Alltag wahrnimmt. Und vor allem: Vielleicht sollten wir öfter wertschätzen, dass es sie gibt.

    #Berlin #Tiergarten #Wilmersdorf #Kunst

  • Discrimination légale et racisme environnemental : le cas des #Voyageurs

    L’été 2025 n’a pas échappé à l’éternel marronnier des installations estivales des « gens du voyage » [1] inondant, une fois de plus, la #presse quotidienne régionale. Arrivées et départs, mais surtout tensions, suscitées par ce que l’administration qualifie de « #grands_passages », se sont invariablement focalisés sur une part — minoritaire — d’installations dites « illicites ». Leur #médiatisation obéit à une même logique : #nuisances exposées, élus démunis et abandonnés, #riverains en colère ou inquiets, et enfin, un « représentant des gens du voyage » qui rappèle le manque d’#équipements, leur #non-conformité et la #suroccupation. Ces schémas reflètent une #opinion_publique défavorable et un discours antitsigane décomplexé (CNCDH, 2024). En 2024, l’arrivée de Bruno Retailleau au ministère de l’Intérieur est à l’origine d’un nouveau plan de « lutte contre les #installations_illicites des gens du voyage ». Remis en juillet 2025, le #rapport du groupe de travail éponyme formule vingt-trois propositions, dont vingt répressives : nouvelles #contraventions et #amendes, accélération des #expulsions et renforcement du #contrôle_social (accès aux aires conditionné au paiement des dettes, dépôts de garantie, enquêtes financières). Bien que dénoncées par le Défenseur des droits (2025) et par la Commission nationale consultative des gens du voyage (CNCGDV, 2025) en ce qu’elles ne répondent pas aux causes identifiées — notamment, le manque de places et l’inadéquation des équipements (voir Cour des comptes, 2012 et 2017) —, ces mesures sont favorablement accueillies par une majorité de parlementaires, allant du Parti socialiste au Rassemblement national. Le ministre Bruneau Retailleau a promis un projet de loi rapide dont la logique est claire : criminaliser encore davantage toute installation.

    ▻https://shs.cairn.info/revue-europeenne-des-migrations-internationales-2026-1-page-147

    #discriminations #racisme_environnemental #gens_du_voyage #aires_d'accueil #William_Acker #médias #anti-tsiganisme

  • Rapport du World Inequality Lab : 50 ans après, le nouveau rapport Meadows ?
    ▻https://bonpote.com/rapport-du-world-inequality-lab-50-ans-apres-le-nouveau-rapport-meadows

    la baisse du temps de travail du scénario Convergence Soutenable est historiquement modeste. Un simple calcul contrefactuel le montre : si l’intégralité des gains de productivité horaire engrangés en Europe depuis les années 1960 avait été convertie en temps libre plutôt qu’en production supplémentaire, nous travaillerions aujourd’hui autour de 450 à 500 heures par an – une dizaine d’heures par semaine. Dans les faits, le temps de travail n’a reculé que d’un quart depuis les années 1960, parce que les trois quarts de ces gains ont servi à produire et à consommer davantage. En ce sens, la semaine de 25 heures du WIL ne fait que rattraper une partie du temps libre que nous aurions pu nous offrir depuis un demi-siècle.

  • Ameisen-Schmuggel Das große Krabbeln (▻https://taz.de/Ameisen-Schmug...
    ▻https://diaspora.psyco.fr/p/12523847

    Ameisen-Schmuggel

    Das große Krabbeln

    Von Simone Schlindwein

    Ameisen aus Afrika sind stark nachgefragt. Die ökologischen und ökonomischen Folgen des Online-Handels mit den Tieren sind bereits spürbar – auch in Deutschland.

    Schwerpunkt: Reden wir darüber Schwerpunkt: Lesestück Recherche und Reportage

    #taz #tageszeitung #Schmuggel #Wildtiere #Ameisen #Ökosysteme

  • L’#OFCE propose un autre outil que la taxe #Zucman pour mieux #imposer les plus riches

    ▻https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/06/03/l-ofce-propose-un-autre-outil-que-la-taxe-zucman-pour-mieux-imposer-les-plus

    Comment améliorer la justice fiscale en France ? En pleine préparation du budget 2027, le débat resurgit. La gauche défend plus que jamais la taxe Zucman, un impôt plancher de 2 % sur le patrimoine des personnes disposant d’une fortune de plus de 100 millions d’euros. Elle est au cœur du livre de Raphaël Pradeau #Taxez_les_riches ! Eloge de la progressivité de l’impôt, publié en mai par l’association Attac (112 pages, 10 euros). La droite et le patronat, eux, récusent cette « folie ». Instaurer une telle taxe « serait un cataclysme pour l’économie », a encore plaidé Philippe d’Ornano, coprésident du Mouvement des entreprises de taille intermédiaire, en mai, devant la commission d’enquête de l’Assemblée nationale sur l’imposition des plus hauts patrimoines et des revenus les plus élevés.

    Les économistes Guillaume Allègre et Xavier Timbeau ont peut-être une solution pour sortir de cette opposition binaire. Le diagnostic de Gabriel Zucman est « juste », expliquent les deux experts de l’Observatoire français des conjonctures économiques (OFCE), dans une longue note de blog publiée le 19 mai. Tout en haut de l’échelle des revenus, les taux d’imposition effectifs décroissent, confirment-ils. Dit autrement, les très très riches sont relativement moins imposés que les très riches. Il est donc « légitime » de « restaurer la progressivité » de l’impôt sur le revenu, et de « bloquer certaines stratégies d’évitement », écrivent-ils.

    Comment ? C’est ici que les analyses divergent. Selon les deux #économistes, la #taxe_Zucman ne constitue pas la bonne option. « La non-imposition de certains revenus économiques ne commence pas au seuil de 100 millions », argumentent-ils. Cette taxe est en outre « très concentrée sur très peu de foyers », ce qui la fragilise : « La famille Arnault seule, actionnaire de LVMH, pèse presque 15 % des 20 milliards d’euros de recettes estimées de la taxe. » Les 1 800 ultrariches concernés risquent de quitter la France ou d’adapter leur comportement pour limiter la casse. Surtout, soulignent les deux auteurs, « il y a incohérence » entre le diagnostic et la préconisation, Gabriel Zucman s’attaquant au patrimoine, donc au stock d’actifs, pour résoudre un problème de revenus, c’est-à-dire de flux.

    Pour que les « #ultrariches » paient autant d’impôts que les autres, le duo suggère une autre piste. Elle consisterait à taxer non pas le patrimoine, mais l’ensemble des revenus. Y compris ceux qui, jusqu’à présent, échappent en grande partie à l’impôt. Dans le viseur des deux chercheurs : les gains en capital. « La fiscalité actuelle, en France et dans d’autres pays, exonère largement les plus-values réalisées », soulignent-ils. Cela explique, selon eux, « pour une grande part » l’impôt manquant chez les très hauts revenus.

    Eviter l’« effacement fiscal »
    Ils proposent donc une « taxe sur le revenu économique et certain », qui « éliminerait ces possibilités d’effacement » en imposant à 30 % « l’intégralité des plus-values à la vente mais aussi lors des donations et successions ». Ici réside la grande nouveauté du mécanisme. Les biens donnés ou transmis au décès d’une personne deviendraient beaucoup plus taxés, ce qui mettrait « un stop à la détention infinie des biens par les familles et dynasties », écrivent Guillaume Allègre et Xavier Timbeau.

    Cette réforme reviendrait à supprimer une mécanique très française : la purge fiscale des plus-values au moment des donations et successions, commentait, lundi 1er juin, Guillaume Fonteneau, sur son site Leblogpatrimoine. « La donation ou le décès ne seraient plus des moments d’effacement fiscal, mais de révélation de l’enrichissement, dit-il. Un changement considérable, car une grande partie des stratégies patrimoniales repose aujourd’hui sur cette logique : conserver un actif fortement valorisé, puis le transmettre afin d’effacer la plus-value latente. »

    Avec un taux d’imposition de 30 %, les deux chercheurs évaluent le rendement de leur taxe à 1,8 % du revenu national, soit 54 milliards d’euros. « De telles recettes dès les premières années rendraient la pérennité du système plus crédible », jugent-ils.

    • Les ambitieuses pistes du laboratoire codirigé par Thomas #Piketty pour réduire les #inégalités mondiales tout en limitant le #réchauffement_climatique
      ▻https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/06/04/les-ambitieuses-pistes-du-laboratoire-codirige-par-thomas-piketty-pour-redui

      Ils proposent une utopie et ils l’assument. Sans ambages, ils la présentent comme une réponse à la vague national-populiste et climatosceptique montant en puissance des deux côtés de l’Atlantique. « Depuis quelque temps, nous voyons les technoréactionnaires de la Silicon Valley rêver d’un monde où ils installeraient une colonie sur Mars tandis que vivrait sur Terre une population ultra-paupérisée, car l’intelligence artificielle aurait détruit beaucoup d’emplois : ce n’est pas un futur très réjouissant », avance l’économiste Lucas Chancel, codirecteur du Laboratoire sur les inégalités mondiales (#World_Inequality_Lab, WIL), un institut de recherche rattaché à l’Ecole d’économie de Paris. « Le projet technonationaliste fait œuvre d’une énergie qui manque au camp internationaliste et égalitaire : dans la bataille culturelle à l’œuvre, il nous faut proposer un avenir souhaitable et désirable », renchérit Thomas Piketty, également codirecteur du #WIL.

      Proposer un avenir désirable, dresser un plan pour réduire les inégalités dans les limites planétaires : telle est l’ambition du rapport sur la justice mondiale (« Global Justice Report ») publié jeudi 4 juin par le WIL. Rédigé grâce à la contribution de 45 chercheurs, il s’appuie sur l’importante base de données sur les inégalités du laboratoire, et aspire à accompagner d’autres initiatives, telle que celle menée par le Brésil, dans le cadre du G20, pour mieux taxer les milliardaires.

      Depuis 2018, le WIL publie régulièrement des rapports auscultant les écarts de richesses dans le monde. Cette fois-ci, il propose une feuille de route concrète, intégrant la dimension climatique. « C’est un plan pour changer de système en partant de celui existant, pour éviter de foncer vers l’abîme », souligne Lucas Chancel. Dès la première page, la promesse est forte : il est possible de bâtir un monde où l’égalité socio-économique entre le plus grand nombre d’habitants et la limitation du réchauffement climatique, condition indispensable pour que notre planète reste vivable, seraient compatibles et atteintes.

      Dans le scénario ainsi esquissé, le revenu national mensuel moyen par personne convergerait vers 5 000 euros d’ici à 2100 dans chaque pays – il varie aujourd’hui entre 290 euros en Afrique subsaharienne et 4 590 euros en Amérique du Nord. La part du patrimoine global détenue par la moitié la plus pauvre de la population mondiale passerait de 2 % à 30 %, tandis que celle de la classe des milliardaires reculerait de 6 % à 0,05 %. Le réchauffement climatique, lui, serait limité à 1,8 °C d’ici à 2100, au lieu de plus de 4 °C dans le scénario où rien ne changerait.

      Des précédents dans l’utopie
      « Y parvenir suppose trois conditions », détaille Thomas Piketty. La première est une décarbonation rapide des systèmes énergétiques, avec une baisse massive des énergies fossiles et des investissements colossaux dans les renouvelables à l’échelle mondiale. La deuxième est un basculement vers la sobriété, se traduisant notamment par des recompositions sectorielles majeures dans nos économies : une baisse des secteurs matériels tels que la production de biens manufacturiers et les transports, et le déploiement des services immatériels, comme l’éducation et la santé. Il ne s’agit pas de décroissance, mais bien d’une sobriété ciblée sur des secteurs-clés, selon le rapport. « La troisième condition est un grand changement des habitudes alimentaires, avec une baisse de la consommation de viande : c’est sur cette base que l’on peut envisager un plan de reforestation pour revenir à un niveau de couverture forestière comparable à celui de 1900 », ajoute #Thomas_Piketty.

      La réduction drastique des inégalités de revenus et de patrimoine, tant entre les pays qu’en leur sein, nécessiterait un coup de frein de la croissance dans les pays riches, notamment permis par une réduction significative du temps de travail. « La compression des inégalités mondiales n’est pas seulement compatible avec une décarbonation profonde ; elle en est une condition nécessaire pour une prospérité partagée sur une planète finie », justifient les économistes.

      La marche paraît haute, et les contempteurs du rapport ne manqueront pas de la qualifier d’« inaccessible ». Les auteurs rappellent toutefois qu’atteindre de telles cibles a déjà été possible dans le passé. Ainsi, l’écart entre les 0,1 % les plus riches et les 10 % les plus pauvres est tombé de 150 à 11 durant le XXe siècle en Europe du Nord. « L’utopie que nous proposons est dans la lignée de celles du début du XXe siècle, qui sont devenues réalité, insiste Lucas Chancel. A l’époque, on travaillait trois mille heures par an et par travailleur dans les pays riches : beaucoup peinaient à imaginer que l’on n’y travaillerait plus que mille cinq cents heures par an cent ans plus tard, et pourtant, cela s’est produit. Nous proposons de poursuivre cette tendance jusqu’à mille heures. »

      Lire aussi | Article réservé à nos abonnés « La transition écologique suppose de créer des politiques climatiques qui aident concrètement la vie des gens »

      La compression des inégalités et les investissements nécessaires à la décarbonation seraient accompagnés par la création d’un fonds pour la justice mondiale. Celui-ci serait financé dans un premier temps par un impôt planétaire sur le patrimoine dont le taux atteindrait 20 % annuels pour les milliardaires, et par un impôt sur le revenu, dont le taux marginal culminerait à 90 % pour les plus riches.

      Projet à contre-courant
      Les recettes seraient en grande partie réinvesties dans un grand fonds souverain mondial, chargé de les placer ; progressivement, les rendements de ces placements deviendraient la principale source de financement, supplantant les recettes fiscales dès 2100. Au cours de la période 2026-2060, les dépenses du fonds atteindraient en moyenne 10,3 % du produit intérieur brut (PIB) mondial par an, distribuées sur une base égale par habitant – l’Afrique subsaharienne percevrait jusqu’à 8,8 % de son PIB, contre 2,5 % pour l’Europe et 2,2 % pour l’Amérique du Nord – afin de soutenir à la fois la transition énergétique et la convergence sociale entre pays, notamment en matière d’éducation et de santé. Ces transferts seraient soumis à des conditionnalités climatiques et sociales.

      Problème : comment convaincre tous les pays d’y participer ? Comment éviter qu’un tel impôt n’encourage un peu plus encore l’évasion fiscale ? Les auteurs admettent que les ultrariches seraient évidemment très réfractaires à se voir ainsi imposés et chercheraient à l’esquiver. A l’heure du détricotage du multilatéralisme et du protectionnisme exacerbé depuis le retour au pouvoir de Donald Trump aux Etats-Unis, la création d’une telle « plateforme pour la justice mondiale » paraît, en outre, à contre-courant.

      Infographie : Le Monde

      Les économistes du WIL rétorquent qu’elle pourrait d’abord fonctionner avec une petite coalition de pays, qui pourraient imposer des droits de douane « correctifs » à ceux refusant d’y participer. « La demande de justice sociale émanant des pays du Sud est très forte, insiste Lucas Chancel. Avec notre plan, 89 % de la population mondiale verra son revenu monétaire doubler d’ici 2100 ; plus de 95 % en sortiront gagnants dans les pays du Sud, et entre 85 % et 95 % dans les pays du Nord. »

      La constitution de cette plateforme nécessiterait, de fait, une refonte totale du système international. « L’architecture globale et le scénario que nous proposons sont imparfaits : nous les posons comme une base de travail de départ, ouverte à la discussion », conclut Thomas Piketty. Celle-ci débutera lors de la troisième conférence mondiale sur les inégalités, organisée à Paris par le WIL du 4 au 6 juin. Y seront notamment présentés 235 articles de recherche autour de ces questions, en sus de nombreuses tables rondes, en présence d’économistes tels que Branko Milanovic ou Mariana Mazzucato.

  • Ein panischer Anruf, dann ein Schrei – warum starb Tatiana Cherchneva in ihrer Berliner Wohnung?
    ▻https://www.berliner-zeitung.de/article/ein-panischer-anruf-dann-ein-schrei-warum-starb-tatiana-cherchneva-

    Das Berlin umd die Welt, in der diese Geschichte spielt sind ungefähr so weit entgernt vom heutigen Leben wie Ereignisse aus dem Jahr 1946. Die Welt ist kleiner geworden.

    24.5.2026 von Katrin Bischoff - Die Verbindung bricht ab – wenige Minuten später liegt Tatiana Cherchneva tot in ihrer Wohnung. Doch ihr Mörder bleibt bis heute ein Rätsel. Ein Cold Case voller Widersprüche.

    Als Tatiana Cherchneva kurz vor 18 Uhr anruft, freut sich ihr Freund Thomas S., der in der Nähe des Kreuzberger Maybachufers wohnt. Der 36-Jährige hat gekocht. Er und Tatiana wollen den Montagabend zusammen genießen.

    Doch was seine Freundin ihm sagt, hört sich nicht nach einem harmonischen Abend an, es löst Panik bei ihm aus: „Komm bitte sofort her, da ist ein Mann in meiner Wohnung“, ruft Tatiana Cherchneva aufgeregt ins Telefon. Sie wisse nicht, was für ein Mann, sagt sie auf Nachfrage. Thomas S. hört einen lauten, entsetzlich klingenden Schrei. Dann ist die Leitung tot.

    Thomas S. kann seine Freundin nicht mehr erreichen. Voller Unruhe wählt er den Polizeinotruf, bittet, sofort einen Streifenwagen in die Georg-Wilhelm-Straße in Wilmersdorf zu schicken – zur Wohnung von Tatiana Cherchneva. Seine Freundin werde bedroht, begründet er den Notfall.

    Dann sagt Thomas S., er werde auch gleich losfahren. „Aber ich bin in Kreuzberg, ich brauche wahrscheinlich ziemlich lange.“ Der Notruf wird aufgezeichnet und um 18.03 Uhr beendet. Schon zwei Minuten später fährt ein Funkwagen los, so geht es aus den Akten hervor.

    Mit Blaulicht und Martinshorn erreicht das Polizeifahrzeug um 18.15 Uhr die Wohnadresse der 31-jährigen Frau. Es ist ein fünfgeschossiger Neubaublock. Ein Nachbar öffnet den beiden Beamten die Tür des viergeschossigen Mehrfamilienhauses.

    Tatiana Cherchneva wohnt im ersten Obergeschoss. Sie reagiert weder auf das Klingeln noch auf das Klopfen der Polizisten. Eine Viertelstunde später stürmt ihr Freund Thomas S. die Treppen herauf. Er hat noch im Auto versucht, seine Freundin zu erreichen, ihr auf den Anrufbeantworter geschrien, dass sie durchhalten solle. Mit einem Schlüssel öffnet er die Wohnungstür, die nicht abgeschlossen, sondern nur ins Schloss gefallen ist.

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    Die Akten des ungelösten Mordfalls Tatiana Cherchneva liegen bei der Staatsanwaltschaft. © Maurice Weiss/Ostkreuz

    Im Flur der Wohnung sind die Teppichläufer ungewöhnlich zusammengeschoben, mehrere Aktenordner vor der Konsole auf dem Boden verstreut. Im Wohnzimmer läuft der Fernseher. Davor liegt Tatiana Cherchneva in einer Blutlache, ihr linker Schuh neben ihrem Fuß. Alles sieht so aus, als habe sie jemand dorthin geschleift.

    Tatiana Cherchneva trägt ein leichtes Sommerkleid, sie ist tot. Ihr Mörder hat ihr dreimal in den Rücken gestochen. Der Stichkanal hat eine Länge von 19 Zentimetern. Am Ende hat ihr der Täter die Kehle aufgeschlitzt. Die Mordwaffe fehlt. Nichts deutet auf eine emotionale Tat hin, bei der der Täter rasend vor Wut oder Eifersucht tötet. Es ist Montag, der 13. September 1999. Die Ermittler stehen vor einem Rätsel.

    Die Buchhalterin stammte aus Odessa

    Fast 27 Jahre später sitzt Staatsanwalt Michael Petzold, ein Sprecher der Berliner Staatsanwaltschaft, vor einem großen Aktenberg, der 28 Bände umfasst. Sie beinhalten die Ermittlungsergebnisse, die Fotos und Gutachten im Fall der getöteten Ukrainerin, die bisher nicht zum Erfolg führten. Und in dem es so viele Sonderbarkeiten gibt.

    Trotz vieler Spuren und einer hohen Geldsumme, die damals zur Belohnung ausgesetzt wurde, konnte das Rätsel um den gewaltsamen Tod der jungen Frau bis heute nicht gelöst und ihr Mörder nicht gefunden werden. „Aber wir geben nicht auf“, sagt Petzold zuversichtlich. Weil Mord nicht verjährt. Und einige Spuren noch offen seien. DNA-Spuren, die an der Kleidung gefunden wurden und den Täter überführen könnten.

    Dann berichtet der Staatsanwalt, was über die Tote bekannt ist: Tatiana Cherchneva stammt aus Odessa. Dort soll sie Germanistik studiert haben. 1990 lernte sie in ihrer Heimatstadt ihren späteren Chef Kurt K. kennen, der in Berlin-Kreuzberg eine Exportfirma für Büromaschinen führte und auf Geschäftsreise war.

    Sie dolmetschte für ihn, er holte sie ein Jahr später aus der noch bestehenden Sowjetunion nach Berlin. Dort zog sie in die Wohnung in der Georg-Wilhelm-Straße in Wilmersdorf, die Kurt K. gehörte. Zwei Zimmer, Küche, Bad, Balkon. Sie fing in seiner Firma als Buchhalterin an, wollte sich später zur Finanzbuchhalterin qualifizieren. Beide wurden ein Paar.

    Kurt K. war 24 Jahre älter als Tatiana Cherchneva. Nach acht Jahren trennten sie sich, weil sie Kinder wollte, er aber krank und zeugungsunfähig war. Sie sei jung gewesen, man sei im Guten auseinandergegangen, hat Kurt K. nach dem Tod der 31-Jährigen bei der Polizei ausgesagt. Dafür spricht, dass er ihr auch nach der Trennung die Wohnung und ihr Handy weiterbezahlte. Und dass niemand aus dem Bekanntenkreis von Streitigkeiten erzählen konnte.

    „Auffällig ist, dass Tatiana Cherchneva jegliche Kontakte in ihr Heimatland komplett vermieden hat“, sagt Michael Petzold heute. Eine Ausnahme sei ihre beste Freundin Julia S. gewesen. Sie stamme aus Moskau. Fast täglich hätten die Frauen miteinander telefoniert. Manchmal stundenlang.

    Kurz vor ihrem Tod sprach sie noch mit ihrer Freundin

    So auch wenige Minuten vor dem Tod von Tatiana Cherchneva. In einem Telefonat soll sich die 31-Jährige bei ihrer Freundin darüber beschwert haben, dass ihre Spülmaschine schon wieder defekt sei. Möglich, vielleicht sogar wahrscheinlich sei, sagt Petzold, dass sich zu dieser Zeit der Mörder schon in der Wohnung des Opfers befunden habe. Denn es gebe weder Spuren eines Einbruchs noch eines Kampfes. Kannte Tatiana Cherchneva ihren Mörder? Ließ sie ihn freiwillig in die Wohnung? Hatte er gar einen Schlüssel?

    Das Opfer wird in den Akten als lebensfroh, freundlich und nett beschrieben. Tatiana Cherchneva hatte Englischunterricht genommen und Klavier gelernt. Mit dem Englischlehrer soll sie eine Affäre angefangen haben. Er galt, genauso wie Kurt K. und ein weiterer Mann, später als tatverdächtig. Aber alle Ermittlungsverfahren wurden eingestellt. Entweder weil die Tatverdächtigen kein Motiv hatten – oder ein lupenreines Alibi.

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    Michael Petzold von der Berliner Staatsanwaltschaft liest sich durch den Aktenberg. © Maurice Weiss/Ostkreuz

    Jeden Freitag, so geht es aus den Akten hervor, war Tatiana Cherchneva im Fitnessstudio, am Wochenende machte sie gern Party. Sie liebte es, auf ihrem Balkon zu sitzen und mit Bekannten am Telefon zu plaudern.

    Ihren Freund Thomas S., einen Schauspieler, lernte sie rund ein Jahr vor ihrem Tod in der Charlottenburger Kantstraße in der Diskothek Abraxas kennen, die es seit 2009 nicht mehr gibt.

    Doch offenbar hatte Tatiana Cherchneva vor, sich von Thomas S. zu trennen. Darauf deutete ein 20 Seiten langer Brief hin, der nach ihrem Tod in ihrer Wohnung gefunden wurde. Von dem Thomas S. aber nichts gewusst haben will.

    In dem Schreiben, laut Petzold ein „Schlussmachbrief“, hieß es: „Ich möchte lieben, lieben, lieben und genauso geliebt werden. (...) Wenn uns aber nun gar nichts mehr verbindet, dann ist das schlecht und wir können nicht zusammensein.“ Tatiana Cherchneva machte ihrem Freund in dem Brief Vorwürfe, nicht ehrlich zu ihr zu sein.

    Das Wochenende vor ihrem Tod verbrachte Tatiana Cherchneva mit Thomas S. in einer Pension in der Sächsischen Schweiz. „Offenbar war das Wochenende so idyllisch, dass sie sich nicht mehr trennen wollte“, sagt Petzold. Ihrer Freundin soll sie berichtet haben, der Kurzurlaub sei zu schön gewesen.

    Tatiana Cherchneva verließ grußlos ihren Arbeitsplatz

    Klar ist, dass Tatiana Cherchneva am Tag ihres Todes ihren Arbeitsplatz gegen 17 Uhr verließ – grußlos, was ungewöhnlich war für die ansonsten immer freundliche Buchhalterin. Sie fuhr wie immer über die Stadtautobahn nach Hause, traf 28 Minuten später mit ihrem grünen Nissan Micra, einem Firmenwagen, in der Tiefgarage ihres Wohnblocks ein.

    Bepackt war sie, als sie die Treppen zu ihrer Wohnung hinaufstieg: mit der Reisetasche vom Wochenende, einem Schlafsack, ihrem Lederrucksack mit den persönlichen Sachen, dem Inhalt ihres Briefkastens, dem Handy und den Schlüsseln. Das haben die Fahnder ermittelt. Durch Nachbarn wurde die 31-Jährige zu dieser Zeit nicht gesehen.

    Doch warum wurde kein Bewohner des Hauses aufmerksam auf das, was dann geschah? „Niemand hat etwas von einem Kampf in der Wohnung gehört oder gar Schreie“, sagt Petzold. Auch sei niemand nach der Tat gesehen worden, als er aus der Wohnung geeilt sei. Und das in den wenigen Minuten, bis die Polizei eintraf.

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    Tatiana Cherchneva in ihrer Wohnung. Als sie ermordet wurde, war sie 31 Jahre alt. © Maurice Weiss/Ostkreuz

    Fest steht, dass der Mörder Schränke im Ankleidezimmer durchwühlt und verschiedene Sachen von Tatiana Cherchneva mitgenommen haben muss. Es fehlten der Schlüsselbund mit den Wohnungsschlüsseln, eine Schmuckschatulle und der Rucksack mit Bargeld, Personalausweis, EC-Karte und Terminkalender.

    Das Sonderbarste an dem Fall, so erzählt es Michael Petzold, sei jedoch das Mobiltelefon gewesen, das nicht mehr bei dem Opfer gefunden werden konnte. Tatiana Cherchneva hatte es erst wenige Monate vor ihrem Tod preisgünstig in einem Telefonladen an der Friedrichstraße erworben. Nach der Tat war es ausgestellt und in der Wohnung nicht mehr zu finden.

    Doch einen Tag nach dem Mord wurde eine neue SIM-Karte in das Mobiltelefon eingelegt und das Handy eingeschaltet. 26 Stunden nach der Tat konnte es bei einer Frau geortet werden. Sie gab an, das Handy von ihrem Freund Bernd L. geschenkt bekommen zu haben.

    Der Mann erzählte den Ermittlern eine schräge Geschichte, so sagt es Staatsanwalt Petzold heute. Demnach gab er zu Protokoll, das Handy am 14. September 1999 einem Blumenhändler in einem Pub im Europa-Center abgekauft zu haben. Also einen Tag nach dem Mord.

    Drei Bier will er dem Rosenverkäufer, der sich Micha genannt habe, spendiert und den Preis für das Mobiltelefon von 100 auf 50 Mark heruntergehandelt haben. Bernd L. beschrieb den ominösen Blumenhändler damals als 30-jährigen Russen mit dunkelblonden, halblangen Haaren und einem freundlichen, lustigen Blick.

    Zudem soll „Micha“ seinen Großvater als Russlanddeutschen mit Verbindungen zum russischen Geheimdienst KGB beschrieben haben. Die Polizei fertigte ein Phantombild des geheimnisvollen „Micha“ an, doch es gab nicht einen einzigen Hinweis auf den Blumenhändler.

    Nach der Funkzellenanalyse stellte sich zudem heraus, dass Bernd L. zum Zeitpunkt des angeblichen Handykaufs nicht in dem Pub, sondern im brandenburgischen Bestensee gewesen war. „Der Mann war hochverdächtig. Aber es gab keinen Grund, warum er Tatiana Cherchneva umgebracht haben soll. Es gab keinerlei Verbindung zwischen ihm und dem Opfer“, sagt Petzold.

    Die Staatsanwaltschaft lobte damals 10.000 Mark für Hinweise aus, die zur Ergreifung des Täters führen würden. Ohne Erfolg. Kurt K., einst Liebhaber der Getöteten und ihr Chef, zählte zu den Verdächtigen. Auch weil er, wie Staatsanwalt Petzold sagt, unbedingt in die Akten der Polizei schauen wollte. K. erhöhte die Belohnung um 50.000 Euro.

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    Das Phantombild von Micha, der angeblich das Handy von Tatiana Cherchneva verkauft haben soll. © Maurice Weiss/Ostkreuz

    Mit einer Anzeige in einer Berliner Tageszeitung und Plakaten ging der Unternehmer an die Öffentlichkeit, suchte Zeugen für das Gewaltverbrechen an seiner einstigen Lebensgefährtin. „Hilfe!“, war auf den Plakaten über einem Foto von Tatiana Cherchneva in großen Lettern zu lesen. „Bitte helfen Sie uns, unseren Seelenfrieden durch die Ergreifung des Täters noch in diesem Jahrtausend zu finden“, hieß es weiter.

    „Den entscheidenden Hinweis im Fall der getöteten Tatiana Cherchneva gab und gibt es nicht“, sagt Staatsanwalt Petzold. Selbst ein Beitrag in der ZDF-Fahndungssendung „Aktenzeichen XY … ungelöst“ habe nicht zu dem erwünschten Durchbruch geführt.

    Michael Petzold erklärt, dass viel für ein gewisses professionelles Vorgehen spreche. Sogar die Spezialeinheit Kommando Spezialkräfte (KSK) der Bundeswehr hätten die Ermittler damals konsultiert, um zu klären, ob der Täter militärisches Wissen gehabt habe. „Die Einschätzung: Die Tat war schon fachmännisch ausgeführt worden – aber für das KSK doch etwas zu dilettantisch“, sagt der Staatsanwalt.

    Eine vielversprechende DNA-Spur an der Kleidung des Opfers

    War es eine Beziehungstat? War es ein Auftragsmord? Die Ermittlungen gegen Kurt K. und Bernd L. wurden im Dezember 2003 eingestellt. „Es kommt eine Auftragstat in Betracht, es kommt eine ganz andere Person als Täter infrage“, sagt Petzold. Zum Beispiel jene Person, von der Bernd L. das Handy des Opfers erworben hat. Wer das gewesen sei, ist bis heute unklar.

    Es gibt diese eine, vielversprechende DNA-Spur an der Kleidung des Opfers. Sie stimme mit keinem der Männer überein, die als tatverdächtig geführt worden seien, sagt Michael Petzold. Wegen dieser Spur und auch Zeugen, die noch immer gesucht würden, sei die Akte im März wieder „angefasst“ worden.

    Die sichergestellte DNA ist nicht in der Datenbank des Bundeskriminalamtes gespeichert. Das heißt, dass der Täter oder seine Kinder noch nie straffällig geworden sind. „Vielleicht ist er auch schon tot“, sagt Petzold.

    Aus Duckduckgo / Apple maps
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    Abraxas
    Nightlife in Charlottenburg-Wilmersdorf
    Kantstraße 134, Charlottenburg, 10625 Berlin, Germany
    Phone +49 30 3129493

    #Berlin #Charlottenburg #Kantstraße

    #Georg-Wilhelm-Straße #Wilmersdorf

    #Kreuzberg #Maybachufer

    #Nachtleben #Verbrechen

  • Hindemithplatz
    ▻https://m.kauperts.de/Strassen/Hindemithplatz-10629-Berlin

    Wie überflüssig, dem Treffpunkt von Giesebrecht, Mommsen und Wilmersdorfer einen Hindemith zu verpassen. Musiker (1) hin, Historiker (2) her, auch der neue Name macht aus der Ecke keine Piazza del Duomo. O.K. es plätschert im Sommer, aber schön ist anders. Wat solls, ist dreißig Jahre lang niemand aufgefallen, also breiten wir weiter den Mantel des Schweigens über die schräge Kreuzung. Aber das Haus der hundert Biere hätten wir gerne wieder.

    Details — Hindemithplatz PLZ 10629
    Ortsteil Charlottenburg
    ÖPNV Zone A Bus X34, M19, M29, M49, 101, 109, 110, 309
    Verlauf an Kreuzung Mommsenstraße, Giesebrechtstraße und Wilmersdorfer Straße
    Falk Planquadrat M 11
    Zuständigkeiten
    Zuständigkeiten — Hindemithplatz Arbeits­agentur Berlin Nord
    Jobcenter Charlottenburg-Wilmersdorf
    Amts­gericht Charlottenburg
    Grundbuchamt Charlottenburg
    Familien­gericht Kreuzberg
    Finanz­amt Charlottenburg
    Polizei­abschnitt A 24
    Verwal­tungs­bezirk Charlottenburg-Wilmersdorf
    Geschichte
    Geschichte — Hindemithplatz Alter Bezirk Charlottenburg
    Name seit 19.10.1995
    Info

    Hindemith, Paul, * 16.11.1895 Hanau, + 28.12.1963 Frankfurt am Main, Komponist.

    Hindemith studierte Komposition am Hoch’schen Konservatorium in Frankfurt am Main. In den Jahren 1915 bis 1923 war er dort am Opernhaus Konzertmeister. Von 1922 bis 1929 spielte Hindemith im Amar-Quartett sowie im Goldberg-Hindemith-Feuerstein-Trio die Bratsche. Ab 1927 lehrte er an der Berliner Musikhochschule Komposition. Von den Nazis in seiner Arbeit boykottiert, verließ er ab 1935 Deutschland jährlich zu längerfristigen Auslandsaufenthalten. Er hielt sich u. a. in der Türkei auf, wo er - von der türkischen Regierung beauftragt - das Musikleben organisieren half. Er gab 1935 seine Stellung als Kompositionslehrer an der Staatlichen Akademischen Hochschule für Musik in Berlin auf und lebte ab 1938 im Kanton Wallis in der Schweiz. 1940 siedelte er in die USA über, wo er 1946 die Staatsbürgerschaft erhielt. Hindemith lehrte ab 1940 an der Yale University in New Haven und von 1951 bis 1957 an der Universität Zürich. Er galt mit seinen Kompositionen als einer der Bahnbrecher der Moderne in den zwanziger Jahren. Er komponierte u. a. die Opern „Cardillac“ (1926), „Mathis der Maler“ (1934) sowie Ballette und Gesangszyklen. Er wurde Anfang der fünfziger Jahre Ehrensenator der Hochschule für Musik in Berlin.

    #Mommsenstraße #Giesebrechtstraße #Wilmersdorfer_Straße #Hindemithplatz

  • Nachfolge steht fest: Neues Kapitel für das legendäre Mommsen-Eck bricht an
    ▻https://www.berliner-zeitung.de/article/nachfolge-steht-fest-neues-kapitel-fuer-das-legendaere-mommsen-eck-

    Na wenn dit mal klappt.

    15.5.2026 von Enno Kramer - Seit Ende des vergangenen Jahres hat das Einstein Mommsen-Eck geschlossen. Nun steht fest, wer als Nachfolger an die ikonische Charlottenburger Adresse zieht.

    Es war ein besonders kurzes Vergnügen. Gerade mal ein halbes Jahr lang war das Café Einstein dort zu Hause, wo zuvor jahrzehntelang die Kultkneipe Mommsen-Eck betrieben wurde.

    Nachdem das Kaffeehaus den Standort im April des vergangenen Jahres übernommen hatte, war bereits wenige Monate später auf der Website zu lesen: „Liebe Gäste, wie Sie möglicherweise bereits den aktuellen Presseberichten entnommen haben, wird der gastronomische Betrieb zum Sonntag, 15. Dezember, vorerst eingestellt.“

    Eine Hommage an den Namensgeber

    Zwar war von Beginn an geplant gewesen, den Standort zeitnah gastronomisch weiterzuführen, konkrete Informationen dazu blieben jedoch zunächst aus. Nach Informationen der Berliner Zeitung steht der Nachfolger nun fest. Demnach soll in Kürze die Théodor Brasserie einziehen – vermutlich angelehnt an den Namensgeber der Straße und des Ecks, den Charlottenburger Historiker Theodor Mommsen.

    Was genau auf der Karte des Nachfolgers stehen wird, ist ebenso wenig bekannt wie der genaue Eröffnungstermin. Fest steht bislang nur der neue Betreiber: Yoram Roth. Der Inhaber des traditionsreichen Clärchens Ballhaus in Mitte und Vorsitzende der Fotografiska Berlin kündigte Mitte März auf Instagram an: „Something really good is coming to Charlottenburg.“

    In einem kurzen Video zeigte Roth mehrere Eindrücke des Projekts. Neben Bauplänen und architektonischen Skizzen war auch ein Foto der gefragten Immobilie in der Mommsenstraße zu sehen.

    Mit der Nachfolge durch die Théodor Brasserie beginnt also ein neues Kapitel für das Mommsen-Eck. Seit 1905 wurde die Kultkneipe mit ihrem ikonischen Namen dort betrieben. Im Frühling 2024 musste sie jedoch schließen, nachdem der Vermieter den Vertrag der Wirtin gekündigt hatte. Danach war dort zeitweilig das Café Einstein zu Hause.

    #Kneipe #Berlin #Charlittenburg #Wilmersdorfer_Straße #Giesebrechtstraße

  • [Podcast] À #Glomel, #jean-yves_jégo mène bataille contre l’extension de la mine d’andalousite d’Imerys
    ▻https://splann.org/podcast-imerys-glomel-jean-yves-jego

    Jean-Yves Jégo est une figure de l’opposition à l’extraction d’andalousite par #Imerys à Glomel (22). En mars 2026, c’est lui qui a signalé au procureur de Saint-Brieuc le déversement de produits chimiques commis au sein de la mine cinq ans plus tôt. #antoine_chao et #william_petit l’ont rencontré. #reportage. L’article [Podcast] À Glomel, Jean-Yves Jégo mène bataille contre l’extension de la mine d’andalousite d’Imerys est apparu en premier sur Splann ! | Premier média d’enquête indépendant en Bretagne.

    #Démocratie_locale #Pollutions #aménagement_du_territoire #Andalousite #capitalisme #carrière #centre-bretagne #Côtes_d'Armor #déchets #Douar_Bev #écologie #environnement #extraction #industrie #Jean-Daniel_Bourdonnay #Mines_de_Rien #multinationale #podcast #pollution #port_du_légué #poussières #zone_humide

  • Kurfürstendamm in Berlin: Ein ernüchternder Besuch auf dem ehemaligen Prachtboulevard
    ▻https://www.berliner-zeitung.de/panorama/kudamm-in-berlin-ein-ernuechternder-besuch-auf-dem-ehemaligen-prach

    Kudamm hat nachgelassen? Kein Wunder wenn die Russen den Weg nicht mehr in fünfzehn Minuten schaffen.

    8.2.2026 von Dirk Engelhardt - Was ist eigentlich geworden aus dem Prachtboulevard? Ein Besuch zwischen Tauentzien und Bleibtreustraße jedenfalls war ernüchternd.

    „Ich hab’ so Heimweh nach dem Kurfürstendamm. Berliner Tempo, Betrieb und Tamtam“, sang die wahrlich unverbrüchliche Hildegard Knef 1963. Tatsächlich pulsierte der legendäre Boulevard in jener Zeit quasi rund um die Uhr, er war die Hauptschlagader der Insel West-Berlin.

    Meine älteste Erinnerung an den Kurfürstendamm ist der erste Kinobesuch meines Lebens, gemeinsam mit meiner Oma, die am Wittenbergplatz wohnte. Wir gingen in den Royal Palast, einen der vielen opulenten Lichtspielpaläste, die es im Jahr 1978 noch gab. Dann waren da noch der Gloria-Palast, das Marmorhaus, die Filmbühne Wien, das Astor und die Lupe, um nur die wichtigsten zu nennen.
    Zwei Karten für die Raucher-Lobby

    Genaugenommen war der Royal Palast nicht am Kudamm, sondern am Tauentzien. Den Kudamm legte 1542 Kurfürst Joachim II. an. Er führte vom Berliner Stadtschloss bis zum Jagdschloss Grunewald. Heute ist der berühmte Boulevard immerhin noch 3,5 Kilometer lang. Die Straßenbreite von 53 Metern legte Kanzler Bismarck im Jahr 1875 fest: Startpunkt zum Ausbau der Prachtmeile, die zur Villenkolonie Grunewald führte.

    Da meine Großmutter Kettenraucherin war, kaufte sie zwei Karten für die Raucher-Lobby, die abgeteilt im hinteren Bereich des Kinos lag, hinter einer riesigen Glasscheibe. Wir sahen entgeistert den „Krieg der Sterne“, Teil 1 natürlich, ich aufgeregt, meine Oma rauchend. Damals war das kein Thema. Danach spazierten wir an der Eislaufbahn vorbei, die sich damals im Erdgeschoss des Europa Centers befand. Weltstadtatmosphäre!

    Zwar glitzert der Kurfürstendamm heute nachts auch noch, doch glamouröses Nachtleben sucht man dort vergeblich. In die Kinos sind Modeketten oder Computerläden gezogen, die abends die Rollläden herunterlassen, ab 20 Uhr geht der Boulevard zu Bett, von den wenigen Restaurants einmal abgesehen.

    Und die edlen Geschäfte? Ich betrete eine der Luxusboutiquen mit ihren goldgerahmten Schaufenstern. Es ist ein Laden, in dem ich gewöhnlich nicht shoppe. Mit einer pantomimischen Geste bedeutet mir der anzugtragende Mann am Eingang, dass ich erst meine Mütze abnehmen müsse, bevor er mich einlässt. Dann öffnet er höflich die Tür und erklärt, dass das eine „Sicherheitsmaßnahme“ sei.

    Ob es Kunden gibt, die Sprengstoff unter ihrem Hut verstecken? Der Geschäftsführer erklärt unverblümt, dass er seine Meinung nicht in einer Zeitung lesen möchte, da er über die Lage am Kurfürstendamm wenig Positives zu berichten hätte. Unten, am Tauentzien, da ginge es ja noch, aber hier oben an der Bleibtreustraße, da sähe es mau aus. Tatsächlich ist der Laden menschenleer, die vier Verkäufer spielen gelangweilt auf ihren Handys herum.

    Ein Stück höher, neben der Schaubühne am Lehniner Platz, dem einzigen verbliebenen Theater am Kurfürstendamm, ging ich früher in die Bhagwan-Disco, das „Far Out“. Ich erinnere mich an einen hell beleuchteten Tanzsaal, das riesige Foto des „Meisters“ Bhagwan Shree Rajneesh, der sich später Osho nannte und dessen New-Age-Sekte bis heute Legende ist; fast jeder war damals gut gelaunt auf der Tanzfläche. Heute wird hier immer noch getanzt: nämlich in der Tanz- und Trainingsschule namens „agens pro am“, was immer das auch bedeuten mag.

    Lebt noch von der Legende: Das Café Kranzler

    Lebt noch von der Legende: Das Café KranzlerBritta Pedersen

    Die Nachkriegsarchitektur, die besonders den oberen Teil des Boulevards schmückt, wirkt belanglos, wenn man sie mit den mondänen Gründerzeitpalästen in der Höhe Bleibtreustraße vergleicht. Nur am Adenauerplatz wagten die Architekten von heute etwas Besonderes.

    Dort steht das schmalste Bürogebäude Berlins, das auf einer Grundstücksbreite von sage und schreibe nur 2,5 Metern 1992 vom Architekten Helmut Jahn geplant und errichtet wurde. Durch seine ausgeklügelte Architektur hat es dennoch Nutzflächen von rund 700 Quadratmetern. In Berlin wusste man schon immer, aus wenig Substanz viel zu erwirtschaften. Wieder ein Stückchen weiter ist das Hotel Kudamm 101, wenig fantasievoll benannt nach der Hausnummer. Längst geschlossen, erinnere ich mich noch an die Eröffnung, bei der in den Hotelzimmern in den Badewannen nackte Models im Schaumbad lagen – um das Ganze nicht langweilig wirken zu lassen und den Fotografen Futter zu bieten. Heutzutage undenkbar.

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    Auf der anderen Straßenseite residierte das „Big Eden“, eine der Discotheken des stadtbekannten Playboys Rolf Eden. Jedes Wochenende rammelvoll. Der Gang hinter der Eingangstür war zugeklebt mit Fotos der Promis, die dort waren. Und Rolf Eden sah ich manchmal, wie immer gekleidet in einem schneeweißen Anzug, in seinem offenen, weißen Rolls Royce langsam den Kudamm heraufcruisen, die Damenwelt fest im Blick. Tempi passati.

    Genau wie die Frauen, die sommers wie winters in der Nähe der Uhlandstraße abends an den beleuchteten Vitrinen warteten, und jedem halbwegs passablen Mann, der an ihnen vorbeiging, etwas mit „hundert Mark“ zuraunten. Biss ein Mann an, hakten sie sich bei ihm ein und führten ihn in den Eingang eines der Gründerzeithäuser.

    Preisgünstiger vergnügen konnte man sich in der „Sperlingsgasse“, einer Ladenpassage, die ein findiger Gastronom in den 70er-Jahren in eine Indoor-Kneipenmeile umwandelte. Ähnlich wie das Kudorf, ganz am Anfang des Kudamms an der Ecke Joachimsthaler Straße. 1975 gegründet, war das Kudorf mit einer Fläche von 2000 Quadratmetern und 18 integrierten Kneipen die größte Discothek Europas.
    Am Ende ist doch was los

    Die Umbenennung in Q-Dorf half nichts, 2015 schloss das Etablissement. Nicht mal das Café Kranzler, emblematisch mit seinen weiß-roten Markisen am Entree des Kurfürstendamms gelegen, hat überlebt. Bis vor kurzem saß man dort in einem Coffeeshop auf hölzernen Hockern, jetzt gibt es nicht mal mehr Kaffee.

    Doch auch für den gehobenen Geschmack bot der Kudamm etwas: Bei „Chez Alex“, der Pianobar in der Hausnummer 170, gingen Stars wie Hildegard Knef, Prinz Albert von Monaco und Sylvester Stallone ein und aus. Heute residiert hier das Hotel Louisa’s Place. Zwischen Olivaer Platz und Joachimsthaler Straße ist der Kudamm merklich belebter.

    Hier sind auch die Seitenstraßen für die Shopping-Addicts sehr ergiebig. Und einige der berühmt-berüchtigten Pensionen, die Wirtinnen meist in den riesigen Beletagen der Gründerzeithäuser einrichteten, gibt es immer noch. Eine der schönsten ist die Pension Funk in der Fasanenstraße 69, wo man durch ein überirdisch schönes Treppenhaus in die Pension wandelt, deren Zimmer allesamt im originalen Jugendstil eingerichtet sind. Das zu Preisen unter 100 Euro pro Nacht!

    Am Ende ist doch noch etwas los am totgesagten Kudamm: An der Ecke Joachimsthaler Straße staut sich eine Menschenschlange bis um den Block. Netflix macht es möglich: Zu sehen ist eine Ausstellung der Requisiten von „Stranger Things“. Der Eintritt ist kostenlos, und man kann über die nachgebaute Starcourt Mall flanieren oder sich auf Will Byers’ Couch setzen. Und dazu Demogorgon-Waffeln mampfen.

    #Berlin #Charlottenburg #Wilmersdorf #Kurfürstendamm #Geschichte #Wirtschaft #Stadtentwicklung

  • Nous sommes allé·es voir ce "blockbuster" (acte III) au cinoche (place offerte par les enfants pour quelque menu service rendu). Nous nous sommes ennuyé·es. Et je ne pense pas que la version 3D aurait pu sauver l’affaire.

    Avatar : la réincarnation néo-colonialiste du « bon sauvage » et ses impasses écologiques
    ▻https://theconversation.com/avatar-la-reincarnation-neo-colonialiste-du-bon-sauvage-et-ses-impa

    Pandora n’est pas l’Amazonie. Pourtant, depuis plus de quinze ans, la saga Avatar entretient la confusion entre fiction et réalité, nourrissant le mythe séduisant mais problématique du « bon sauvage écologiste ».

    La sortie d’Avatar : de Feu et de Cendres le 17 décembre, donne l’occasion de revenir sur un parti pris représentationnel qui irrigue la saga : « le bon sauvage écologiste ».

    Le « bon sauvage » reste encore un important référent dans nos imaginaires occidentaux ainsi que nous le présentions dans notre récent ouvrage, L’héroïsation du bon sauvage de l’antiquité au XXIᵉ siècle : émergence de l’éco-spiritualisme. À ce titre, l’actualisation moderne de cette figure se fait autour d’une vision romantique et écologistante dominante dans notre société du spectacle. Cela représente un impensé problématique, puisque le mythe du bon sauvage lie les peuples autochtones à une norme impossible et une assignation identitaire archaïque.

    • Un peu indigent cet article. Beaucoup de répétitions, et assimilation rapide entre écologie profonde et obligatoirement mysticisme, éco-spiritualisme. Comme si ça ne pouvait pas être totalement rationnel de pas vouloir de solutionnisme scientifique, de pas vouloir l’économie de marché, et de pas vouloir du coup que des peuples qui avaient encore échappés à l’économie de marché soient happés à l’intérieur (quand bien même certains de ces membres en seraient tentés).

      Ce qui n’empêche pas Avatar d’être effectivement plus proche du côté wilderness artificielle (alors même que justement on sait que l’Amazonie n’est PAS la wilderness et est en fait le résultat de centaines/milliers d’années de travail humain… mais invisible pour l’œil occidental), et mystique/animiste. Mais l’article lui profite de ça pour un peu tout mélanger je trouve.

    • Je ne pense que ce soit aussi clivant. Je vois surtout que l’auteur pointe un regard critique par le biais du spectre #new_age Par contre, son propos risque de dépolitiser de manière caricaturale l’#écologie_politique.

      Le « bon sauvage écologiste » n’est pas une construction neutre. Il constitue un dispositif idéologique qui cristallise et légitime un discours vague de reconnexion à la nature. L’universitaire Kent H. Redford appelle à ne plus instrumentaliser cette figure, tout en valorisant les peuples premiers sans recyclage néo-colonialiste.

      Alors que l’animisme ou le mélange écologie-spiritualité devient une tendance en Occident, il convient de s’interroger sur la cohérence de cette appropriation culturelle. Selon l’anthropologue Wolfgang Kapfhammer : « La question simple est : est-il viable de penser aux cosmologies des cultures marginalisées pour réanimer la cosmologie hégémonique occidentale qui est tombée en crise ? Ou cela signifie-t-il à nouveau abuser de ces cultures indigènes comme un simple espace de projection pour compenser nos mécontentements culturels ? »

      La pensée rousseauiste imprègne encore profondément nos imaginaires. Selon le philosophe, l’homme nait bon par nature et c’est la société qui le corrompt. Ce dernier suppose l’existence d’un état naturel humain où tous les hommes seraient nés bons, purs et innocents, heureux avant de rentrer en contact avec la société et de se pervertir.

      À l’heure où règne la reconnexion à la nature et à soi, notamment dans certains milieux de l’écologie politique, les évolutions internes de cette mouvance tendent à revaloriser une « écologie profonde » et collapsologue, traditionnellement ouverte aux mysticismes. L’#éco-spiritualisme pourrait même devenir à terme majoritaire dans certains milieux de l’écologie politique.

      #mythes #wilderness

    • Quentin Béhel fait parler Serge Daney, critique chez « Les Cahiers du Cinéma » disparu en 1992 : le cinéma de Cameron trahit les promesse du cinématographe des Frères Lumières avec des images fabriquées qui imposent une vision du monde totalitaire.

      ▻https://lundi.am/Contre-Avatar-et-son-monde

      Il est bien entendu difficile de faire parler un critique disparu. Serge Daney nous a quitté il y a plus de trente ans, en 1992. A la fin de sa vie, il voyait mourir - comme lui, le « ciné-fils » - un art, le cinéma, fondé sur un acte impur et sublime, celui de montrer. Un siècle plus tôt, pour la première fois dans l’histoire de l’art, un unique dispositif, le cinématographe Lumière, promettait la captation du réel, puis sa projection aux spectateurs.

      La trilogie Avatar, et son dernier né (Avatar : De feu et de cendres) achève, à sa façon, cet art de la monstration. Daney eut en effet le temps d’écrire sur l’image créée par ordinateur, notamment à propos de Tron, en 1982 (à l’époque pour Libération). Depuis, comme il le craignait, l’image de synthèse n’a cessé de contaminer un cinéma fait de prises de vues réelles, pour aboutir au projet terminal de James Cameron, celui d’un film entièrement numérique.

  • Comment les #cartes sont devenues des #contre-pouvoirs pour redessiner le monde

    Luttes écologistes, défense des libertés, mouvements féministes… Longtemps réservée aux puissants, la cartographie se réinvente sous l’impulsion de collectifs citoyens, de chercheurs, de journalistes et d’artistes. Un mouvement critique ancré dans une riche histoire théorique.

    Des îlots de forêt sillonnés par des camions de rondins et cernés par des usines de papier et de pellets, d’où surgit un impressionnant crapaud sonneur à ventre jaune, une espèce protégée. C’est ainsi que des habitants de la Montagne limousine ont représenté « leur » massif forestier, à la croisée de la Corrèze, de la Creuse et de la Haute-Vienne.

    Coéditée par IPNS, le journal d’information et de débat du plateau de Millevaches, et la maison d’édition associative A la criée, située à Nantes, la carte au format papier n’est pas destinée aux randonneurs ou aux touristes de passage. En mêlant #dessins et #récits, elle « vise à questionner les dynamiques forestières », explique #Frédéric_Barbe, géographe, artiste et membre de l’association, et donne à voir ce que les cartes institutionnelles ne montrent pas : l’industrialisation d’un territoire, la tristesse des riverains face aux coupes rases et leur volonté d’un autre avenir pour la #forêt.
    La publication fait partie de la douzaine de « #cartes_de_résistance » produites en dix ans par l’éditeur, vendues à prix bas ou libre avec un certain succès. La conception est toujours collective, menée à l’initiative ou au plus près des habitants, avec le soutien d’un géographe et d’un graphiste. La première, celle de la ZAD de Notre-Dame-des-Landes (Loire-Atlantique), en février 2016, est épuisée après cinq tirages et plus de 20 000 exemplaires diffusés. Celle des Jeux olympiques de Paris, en partenariat avec le collectif local Saccage 2024, raconte le revers de la médaille des JO, les expulsions d’habitants à Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) et les morts d’ouvriers sur les chantiers du Grand Paris.
    Ces productions rompent délibérément avec les conventions graphiques de la cartographie institutionnelle. « La carte n’est pas le #territoire, mais invite à le penser, affirme l’éditeur. C’est un outil d’#éducation_populaire, simple et pas cher, que l’on peut afficher au mur ou poser sur une table pour réfléchir ensemble à la façon dont on veut vivre sur cet espace. »
    Un vent de rébellion souffle sur la cartographie, une discipline pourtant perçue comme technique et très codifiée. Un foisonnement d’initiatives et de réflexions a émergé depuis une quinzaine d’années, dont il est difficile de cerner les contours, tant il exprime une variété d’intentions, de méthodes et de productions. « Je travaille dans ce domaine depuis trente-cinq ans, et je n’arrive pas à suivre le rythme de toutes les initiatives », s’exclame #Philippe_Rekacewicz, chercheur associé au département des sciences sociales de l’université de Wageningue (Pays-Bas) et l’une des figures françaises de ce courant.

    Pour la « #justice_spatiale »

    Cet ex-journaliste au Monde diplomatique se réclame d’une pratique « radicale » de la discipline, d’autres préfèrent se dire « critiques », d’autres encore ont adopté le terme de « #contre-cartographie ». Ces démarches, à la croisée des sciences, des arts, de la politique et de militantisme social, partagent un socle commun, celui de vouloir renverser le #pouvoir_des_cartes et les mettre au service d’une forme de « justice spatiale ». Luttes écologistes et urbaines, défense des libertés et des droits humains, mouvements féministes… Associations et collectifs contestent les représentations institutionnelles, se réapproprient l’espace ou montrent des réalités jusque-là invisibilisées. Elles sont souvent soutenues par des cartographes reconnus, et s’inscrivent dans une riche réflexion théorique et un « dialogue ancien entre le champ académique et les pratiques sociales », constate #Irène_Hirt, professeure au département de géographie et environnement de l’université de Genève (Suisse).
    De fait, ces pratiques contestataires trouvent leurs racines dans l’histoire même de la discipline. La géographe #Françoise_Bahoken, coautrice avec Nicolas Lambert de Cartographia. Comment les géographes (re)dessinent le monde (éditions Armand Colin, 2025), en date les prémices dès la fin du XIXe siècle, alors que la cartographie occidentale s’est imposée comme un modèle de scientificité, d’abord avec la précision des mesures, puis avec l’essor de la géographie quantitative liée à l’utilisation de données statistiques.

    Dès les années 1880, le géographe allemand #Ernest_George_Ravenstein s’empare du recensement de la population britannique pour infirmer l’idée selon laquelle les populations migrantes se déplaceraient de façon anarchique. Un peu plus tard, le sociologue afro-américain W. E. B. #Du_Bois visualise, à l’occasion de l’Exposition universelle de Paris de 1900, les « lignes de couleur » qui divisent la société américaine, démontrant, cartes et graphiques à l’appui, comment le racisme empêche toute égalité sociale.

    Il faut cependant attendre les années 1960 pour que ces travaux commencent à se diffuser, grâce à deux figures respectées de la profession, les géographes #David_Harvey et #William_Bunge (1928-2013). Le premier crée un courant d’inspiration marxiste, désigné sous le nom de « #géographie_radicale », qui s’attache à analyser la façon dont le capitalisme modèle les #inégalités_spatiales. Le second décide, en 1968, de rompre avec l’approche quantitative lorsqu’il prend conscience de son rôle dans les politiques urbaines ségrégationnistes aux Etats-Unis.

    Avec #Gwendolyn_Warren, leader militantiste des droits civiques de la communauté noire de Detroit (Michigan), William Bunge développe, dans cette ville ouvrière du nord des Etats-Unis, un projet de recherche géographique fondé sur l’enquête de terrain, embarquant dans l’aventure plusieurs centaines de jeunes habitants, femmes et hommes, du quartier noir de Fitzgerald. Pour Warren et Bunge, former les résidents à documenter les #logiques_spatiales, c’est démocratiser l’exercice du pouvoir. Ces « #expéditions_géographiques » conduiront à la publication d’un livre (Fitzgerald : Geography of a Revolution, Cambridge, 1971) sur les processus de paupérisation et d’exclusion du quartier.
    Ce sont toutefois les travaux d’un historien, #John_Brian_Harley (1932-1991), qui, à la fin des années 1980, opèrent un tournant théorique majeur. Dans son article fondateur, « Deconstructing the Map » (Cartographica, 1989), il invite à lire les cartes non comme de simples reflets du réel, mais comme des constructions sociales, traversées par des #rapports_de_pouvoir. La carte est une construction située dans le temps et dans l’espace, affirme-t-il, dont « une grande part du pouvoir (…) est qu’elle opère sous le masque d’une science en apparence neutre. Elle cache et nie sa dimension sociale en même temps qu’elle la légitime ».

    L’historien identifie un double pouvoir derrière l’outil : celui du cartographe ou de son commanditaire, qui décide de ce qui est représenté par le biais de choix multiples (projection, échelle, toponymes…), mais aussi un pouvoir interne, propre à la carte elle-même. Non seulement elle n’est pas neutre, mais elle est performative : elle agit sur nos #imaginaires et induit des #représentations. « Pour Harley, il faut absolument analyser d’un côté les intentions et les choix politiques de l’auteur, et de l’autre les usages, la façon dont la carte peut être instrumentalisée pour penser un territoire », souligne le géographe et chercheur au CNRS #Matthieu_Noucher.

    Ces réflexions, ainsi que l’ambitieuse History of Cartography que John Brian Harley dirige avec David Woodward (Presse de l’université de Chicago) à la même époque – le premier volume est publié en 1987 –, provoquent un choc méthodologique durable. La mise en lumière des formats multiples des cartes non occidentales contribue à décentrer le regard et à éclairer la dimension partielle et politique de toute représentation spatiale.

    Mythe de la #terre_vierge

    Cette prise de conscience va inspirer de nombreuses études en sciences sociales, notamment sur le rôle central de la cartographie dans l’#histoire_coloniale. « Elles montrent que, du XVIIe au XIXe siècle, la carte a servi à créer le mythe de la #terra_nullius, la terre vierge inhabitée, pour justifier les #conquêtes_coloniales en accréditant l’idée de territoires vides d’hommes et de femmes », explique Matthieu Noucher. Le chercheur s’est attaché à analyser le « #blanc_des_cartes », voire leur « #blanchiment » lorsqu’il s’agit d’effacer les rares mentions de populations autochtones. Ainsi, en Guyane, une première carte française notifie, en 1732, la présence de « nations indiennes » sur le territoire, une formule remplacée trois décennies plus tard par la mention de « belles et très fertiles plaines que doit habiter la nouvelle colonie française ». Entre-temps, la France a perdu ses possessions canadiennes et a décidé de fonder une colonie de peuplement en Guyane.
    L’approche critique ne se limite pas à questionner la carte comme représentation dominante. A partir des années 1970, l’outil lui-même est réinvesti par les communautés autochtones pour défendre leurs droits territoriaux face aux projets extractivistes. Pour les communautés locales d’Amérique du Sud, d’Asie, d’Afrique et d’Océanie, produire des cartes devient une stratégie de #résistance à l’industrialisation des terres, comme en Colombie-Britannique (Canada) contre la construction de pipelines de gaz et de pétrole. En 1995, la sociologue américaine #Nancy_Lee_Peluso forge le terme de « #contre-cartographie » pour désigner cette production destinée à contester les structures de pouvoir.

    Ces « contre-cartes » interrogent aussi la dimension culturelle des #méthodes utilisées, et du même coup les frontières de la science occidentale. « La contre-cartographie invite en effet à une #décolonisation des savoirs géographiques qui ne se matérialisent pas tous sous forme d’images. Ils peuvent se transmettre par la parole, le chant, la danse, la sculpture ou les rêves, intimement liés aux pratiques et aux territoires de la chasse ou de la pêche, souligne Irène Hirt, qui a accompagné des communautés mapuche au Chili et innu au Québec dans la reconstitution de leur milieu de vie. Loin d’être vides comme le disent les cartes, ces terres sont pleines de toponymes, de lieux de rassemblement ou de sépultures, de sentiers de portage et de routes de migration humaine et non humaine. »

    A l’aube des années 2000, la généralisation des outils numériques ouvre un nouveau chapitre. L’essor des techniques de la géomatique (systèmes d’information géographique – SIG –, GPS, télédétection, etc.) et l’accès à de larges bases de données transforment profondément la cartographie conventionnelle. La géovisualisation devient en quelques années l’alliée indispensable de l’organisation des territoires. « Avec l’arrivée de l’application cartographique Google Maps en 2005, on a vu ressurgir une forme de croyance aveugle dans l’objectivité des données, et dans leur capacité à livrer en temps réel une image exacte du territoire », constate Matthieu Noucher.

    Les algorithmes et leur vision du monde

    Cette rupture renouvelle radicalement les enjeux de pouvoir. « Pour prendre au sérieux la proposition de John Brian Harley, il faut désormais s’intéresser aux fonctionnements des #algorithmes, des #bases_de_données et des applications », prévient le géographe. Et comprendre comment ces programmes, loin d’être neutres, imposent eux aussi une vision du monde. L’auteur de Blancs des cartes et boîtes noires algorithmiques (CNRS Editions, 2023) analyse les choix et les silences de modèles économiques fondés sur la publicité, qui « conduisent à privilégier, par exemple, l’affichage des commerces et à ignorer les milieux vivants ».

    Le « blanc des cartes », affirme Matthieu Noucher, prend un tout autre sens avec la personnalisation algorithmique et les bulles de filtre qui imposent désormais des réalités différentes selon le profil des utilisateurs, leur pays et leurs usages. Ainsi, Google Maps adapte son affichage en fonction du contexte politique et géographique du pays. « Depuis la décision de Donald Trump de remplacer l’appellation “golfe du Mexique” par “golfe d’Amérique”, un écolier américain ne voit plus la même carte qu’un élève mexicain », regrette le géographe.

    Cette personnalisation enferme les individus dans des visions fragmentées de l’espace, où commerces, infrastructures et frontières symboliques sont hiérarchisés différemment pour chacun. Ce basculement marque une rupture : « En se substituant aux organismes nationaux et internationaux chargés de réguler les noms et les représentations des lieux, les grandes plateformes numériques imposent progressivement leurs propres logiques, souvent guidées par des intérêts économiques ou géopolitiques », alerte le chercheur. Alors que la carte constituait jusque-là un #bien_commun et un support partagé indispensable au débat démocratique, « elle tend désormais à devenir un objet individualisé, soumis à une postsouveraineté cartographique dominée par les géants du numérique, au risque d’éroder toute représentation collective de l’espace ».

    Confrontées à ces évolutions, les approches critiques se sont, elles aussi, renouvelées. La démocratisation d’outils de plus en plus accessibles et participatifs a renforcé les pratiques alternatives. Lancé en 2004, le projet collaboratif de cartographie en ligne #OpenStreetMap, créé et mis à jour par des bénévoles du monde entier, et dont les données géographiques sont ouvertes à tous, reste « l’exemple le plus abouti de la contestation de la mainmise d’une multinationale comme #Google sur les représentations géographiques du monde », estime #Nicolas_Lambert, ingénieur en sciences de l’information géographique au CNRS. Ce spécialiste de la #géovisualisation a rejoint Migreurop en 2009, un réseau d’experts et d’une cinquantaine d’associations de défense des droits humains, qui « documente » et « dénonce » les effets des politiques migratoires européennes à travers la publication d’atlas « engagés ».

    Les initiatives de cartographie critique se développent aujourd’hui dans une grande diversité de contextes, d’échelles et de formes. Elles peuvent être individuelles ou collectives, concerner un quartier, un pays ou avoir une portée internationale, s’inscrire dans le cadre de travaux académiques, de luttes politiques ou d’enquêtes journalistiques, ou encore entremêler tout cela à la fois.
    De nombreuses productions s’appuient sur des données statistiques, tandis que d’autres ont recours à des approches dites « sensibles », qui visent à réinscrire les #expériences_vécues au cœur des #représentations_spatiales. Cette cartographie fondée sur les #sens et les #émotions s’est développée à travers les marches exploratoires de femmes, créées dans les années 1990 au Canada, à Toronto et à Montréal, puis organisées en France depuis une dizaine d’années. Angoisse, peur, sentiment de sécurité ou de confort deviennent autant d’éléments traduits en symboles graphiques. En rendant visibles les expériences de l’#espace_public différenciées selon le #genre, ces marches ont fait de la carte un outil pour repenser l’aménagement urbain et lutter contre les violences, mais aussi un levier d’émancipation. « S’inscrire dans l’espace symbolique de la carte revient à se réapproprier l’espace, à forcer la reconnaissance de soi et à exister aux yeux des autres », se réjouit l’historienne Nepthys Zwer, autrice de Pour un spatio-féminisme. De l’espace à la carte (La Découverte, 2024).

    « #Cartes_mentales » des émotions

    Dans ce contexte, le recours à des modes d’expression créatifs (collage, dessin, broderie) facilite la participation de publics peu familiers des codes classiques. A Grenoble, des « rencontres cartographiques » entre migrants, chercheurs en sciences sociales et artistes, organisées dans les locaux de l’association Accueil Demandeurs d’asile, ont permis de collecter les récits de parcours migratoires par le dessin, la broderie et même la sculpture de l’argile à travers des « cartes mentales » des émotions, comme l’ont montré les travaux des géographes #Sarah_Mekdjian et #Anne-Laure_Amilhat-Szary.

    Dans cette perspective, la #subjectivité de la démarche est clairement revendiquée. Mais ces approches soulèvent aussi des questions : que peuvent apporter ces représentations à des pratiques plus conventionnelles ? Quelle place leur accorder dans une discipline formalisée ?

    « Parce qu’elle légitime et réhabilite les attachements et l’expérience empirique qu’ont les individus d’un territoire, la contre-cartographie est forcément subjective, comme toute carte d’ailleurs », souligne Nepthys Zwer. Elle se réclame d’un double héritage : celui de John Brian Harley, pour qui la carte n’est jamais neutre, et celui de la philosophe féministe américaine #Donna_Haraway, pour qui « toute #objectivité est toujours produite à partir d’un “#savoir_situé” ». Pour autant, « ces pratiques ne peuvent se réduire à un outil de lutte politique, prévient l’historienne. Elles font partie intégrante de la discipline qu’elles complètent et enrichissent, et doivent à ce titre être évaluées comme les autres ».

    C’est aussi l’avis de Philippe Rekacewicz, qui a choisi de son côté d’abandonner le terme de « contre-cartographie », parce qu’il « peut être interprété comme s’opposant à la cartographie conventionnelle ». « Or, nous utilisons les mêmes règles, nos méthodes d’enquête et d’entretien sont celles de la géographie qualitative et des sciences humaines en général. Ce qui change, c’est l’#intention, la volonté de déconstruire le discours du pouvoir et de rendre visible ce qu’il ne souhaite pas montrer », explique-t-il.

    Néanmoins, pour Françoise Bahoken, il faut différencier les cartes des « images et autres représentations de territoire ». « Certes, aucune représentation n’est objective par définition, mais la cartographie en tant que discipline scientifique s’appuie sur des théories et des méthodes, des dispositifs et des principes, et tend vers l’objectivité. Certaines approches ne sont pas scientifiques, ce qui ne veut pas dire qu’elles ne sont pas importantes, puisqu’elles permettent à des non-spécialistes de s’emparer des questions d’inégalité spatiale. »

    Planisphères et contre-cartes

    Longtemps marginal, le mouvement commence à se faire une place à l’université. « La cartographie critique fait l’objet de travaux académiques aujourd’hui largement reconnus et qui suscitent des vocations », affirme Nicolas Lambert. A l’université de Tours, un cursus de cartographie expérimentale a vu le jour au sein du département de géographie où des étudiants s’initient à des ateliers de #cartographie_sensible, tandis que d’autres universités comme Bordeaux et Grenoble proposent, elles aussi, des ateliers.

    De son côté, l’approche critique numérique fait l’objet d’un intérêt croissant, avec la prise de conscience de la puissance et de l’opacité des boîtes noires algorithmiques et du besoin de méthodes pour analyser leur fonctionnement. L’Agence nationale de la recherche finance désormais des projets dans ce domaine. « Un vrai progrès », se réjouit Matthieu Noucher, qui anime un groupe de travail autour des approches critiques au sein du réseau Magis, principalement composé de géomaticiens, ces spécialistes des données et des systèmes d’information géographique, et premiers concepteurs de cartes. « Jusque-là, les acteurs de la cartographie critique et ceux de la production de cartes officielles ne se parlaient pas beaucoup. Le principal enjeu aujourd’hui est de faire dialoguer les points de vue pour enrichir les modes de représentation », souligne le géographe.

    Le chercheur prépare, pour juin, à Bordeaux, une exposition à la croisée des arts et des sciences, qui fera dialoguer différentes représentations spatiales de la planète : des planisphères et des contre-cartes des Attikamek du Québec, des globes terrestres numériques à la manière de Google Earth et des sculptures de communautés autochtones kali’na de Guyane. Une autre façon de construire des ponts entre différentes visions du monde.

    ▻https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/01/02/comment-les-cartes-sont-devenues-des-contre-pouvoirs-pour-redessiner-le-mond
    #cartographie #visualisation #cartographie_radicale #cartographie_critique #pouvoir #performativité
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  • Border Report Live : Environmentalist decries miles of planned border buoys, new border wall

    A South #Texas environmentalist who studies water quality in the #Rio_Grande says waterborne barriers and new border wall will hurt #wildlife and the river’s flow.

    Elsa Hull, a member of the #No_Border_Wall_Coalition, owns borderlands on the Rio Grande in #San_Ygnacio, in Zapata County. In the latest episode of Border Report Live, Hull discusses a recent study she participated in to inspect border buoys that the State of Texas put in 2023 in #Eagle_Pass and what effect they are having on the river now.

    Hull says last week they collected sediment and water samples from the 1,000-foot-long string of border buoys that were put by Texas’ Operation Lone Star border security initiative in the Rio Grande in Eagle Pass.

    They also are testing for micro plastics because the buoys are plastic and they want to know if particles are breaking apart and traveling in the river.

    The study comes as the federal government recently announced that dozens of miles of new border wall, as well as waterborne barrier and advanced technology will soon go up on the South Texas border in Laredo and Del Rio.

    DHS calls it “Smart Wall” and says it is necessary for national security.

    The new contracts announced Thursday include a total of 56 miles of new border wall to be built in Laredo and 66 miles of waterborne barrier to be put in the Rio Grande there.

    Hull also says she will not allow federal officials onto her land, which currently is in the path where new border wall is to be built.

    ▻https://www.borderreport.com/border-report-live/border-report-live-environmentalist-decries-miles-of-planned-border-buoys-new-border-wall/amp
    #frontières #murs #USA #Etats-Unis #Mexique #migrations #réfugiés #nature #eau #environnement #rivière #micro-plastique

    –-

    ajouté à la métaliste sur le lien entre la construction de barrières frontalières et les impacts sur l’environnement/nature...
    ►https://seenthis.net/messages/515608

  • Le #Tribunal_de_Nuremberg est-il encore une référence pour l’Ukraine, Gaza ou la RDC ?

    En 1945, à Nuremberg, de hauts responsables nazis étaient jugés pour crime de guerre et crime contre l’humanité… 80 ans après ce procès historique, comment s’inspirer de ce tribunal fondateur de la justice internationale pour en finir avec l’impunité dans les conflits armés en #Ukraine, à #Gaza ou encore en #RDC ?
    Le 20 novembre 1945 s’ouvrait à Nuremberg, en Allemagne, le plus grand procès de l’histoire. D’un commun accord, la France, les États-Unis, l’Union soviétique et le Royaume-Uni affirmaient leur volonté de juger vingt-deux dignitaires nazis, chefs militaires ou hauts fonctionnaires, tous accusés de crimes de guerre ou de #crimes_contre_l'humanité.

    Mais pourquoi invoquer Nuremberg lorsque l’on réclame la fin de l’impunité ? Le président ukrainien Volodymyr Zelensky l’a fait pour son pays l’Ukraine en interpellant le peuple russe dès le 4 avril 2022, suite à l’invasion russe du 24 Février :

    « Le moment viendra où chaque Russe apprendra toute la vérité sur ceux de ses concitoyens qui ont tué. Qui a donné des ordres. Qui a fermé les yeux sur ces meurtres. Nous allons établir tout cela. Et le faire connaitre dans le monde entier. Nous sommes maintenant en 2022. Et nous avons beaucoup plus d’outils que ceux qui ont poursuivi les nazis après la Seconde Guerre mondiale. »

    Et le docteur #Mukwege, prix Nobel de la paix a explicitement fait référence à Nuremberg, en octobre 2024, lors d’un passage à l’Université de Strasbourg en France :

    « Les Congolaises et les Congolais ont aussi droit à leur Nuremberg. Telle est la raison pour laquelle nous plaidons aux côtés des victimes et des survivant.es pour l’établissement d’un Tribunal international pénal pour le Congo et/ou des chambres spécialisées mixtes. »

    Un Nuremberg pour l’Ukraine, Gaza ou la RDC est-il possible ?

    Une enquête signée Clémentine Méténier avec #William_Schabbas, professeur de droit pénal international et des droits de l’homme à Londres, Université de Middlesex, Leyden et Sciences Po ; Christian Delage, historien et cinéaste, réalisateur du film historique « Nuremberg, les nazis face à leur crime » ; Thierry Cruvellier, rédacteur en chef du site Justice Info ; Rafaëlle, professeure de droit international à l’Université Paris Saclay et travaille sur la justice pénale internationale, précisément sur la notion de génocide. Reagan Miviri, avocat au Barreau de Goma dans le Nord-Kivu, il travaille au sein de Ebuteli l’Institut congolais de recherche sur la politique, la gouvernance et la violence.

    Le 20 novembre 2025 marque le 80è anniversaire de l’ouverture, à Nuremberg, du procès des grands criminels #nazis, où, pour la première fois, des responsables politiques et militaires de haut niveau – accusés des crimes de conspiracy (complot), crimes contre la paix, crimes de guerre et crimes contre l’humanité – étaient traduits devant une cour internationale, composée des principales forces alliées victorieuses de l’Allemagne nazie. Pour le procureur général Robert H. Jackson, il s’agissait de construire un « procès documentaire », où, en raison des crimes considérables commis par les nazis, notamment leur politique d’extermination des Juifs d’Europe, il était nécessaire de faire reposer l’accusation sur des preuves irréfutables, pour éviter qu’à l’avenir leur réalité fasse l’objet d’une négation. Contre toute attente, les images allaient jouer un rôle majeur pour confronter les nazis à leurs propres crimes.

    La journée de colloque s’interrogera sur l’héritage des « principes de Nuremberg » depuis les années 1990, grâce au développement d’une justice internationale fondée sur des tribunaux ad hoc (du Rwanda à la Centrafrique) et des cours permanentes (Cour pénale internationale, Cour internationale de justice), appelées à statuer en particulier sur le risque potentiel ou la commission de génocides. Or, la collecte de preuves qui s’inspire de la jurisprudence de Nuremberg est forte des nouveaux outils mis en place par les autorités judiciaires, en collaboration avec des ONG et des applications en open source qui en garantissent la fiabilité. Pour la première fois dans l’histoire, en Europe comme au Proche-Orient, la fabrique du dossier probatoire se déroule en co‑construction avec la société civile, en flux tendu et en temps réel.

    ▻https://www.rfi.fr/fr/podcasts/la-marche-du-monde/20251122-le-tribunal-de-nuremberg-est-il-encore-une-r%C3%A9f%C3%A9rence-pour-l-u
    #nazisme

    #justice #guerres #seconde_guerre_mondiale #WWII #justice_internationale #procès #crime_d'agression #crime_contre_la_paix #images #images_comme_preuve #preuves #protocole_de_preuves #justice_pénale_internationale #impunité #vérité #esprit_de_justice #Eyal_Weizman #architecture_forensique
    #podcast #audio

    • #Dan_Kiley

      Daniel Urban Kiley (2 septembre 1912 – 21 février 2004) est un important paysagiste américain du style moderne.

      C’est lui qui a conçu l’aménagement des salles du palais de justice de Nuremberg, pour le Procès de l’après-guerre.

      ▻https://fr.wikipedia.org/wiki/Dan_Kiley
      #architecture #tribunal

    • Le procès de Nuremberg, les nazis face à leurs crimes. Un #film de #Christian_Delage
      ▻https://www.youtube.com/watch?v=uK7JvNFCJTI

      Nuremberg, 20 novembre 1945. Dans une ville encore en ruine, s’ouvre le procès des criminels nazis. États-Unis, France, Grande-Bretagne et Union soviétique sont réunis pour rendre une justice exemplaire aux motifs de crimes contre la paix et, pour la première fois dans l’histoire, de « crimes contre l’humanité ».

      Nuremberg, 20 novembre 1945. Dans une ville encore en ruine, six mois à peine après la capitulation allemande, s’ouvre le procès des criminels nazis. États-Unis, France, Grande-Bretagne et Union soviétique sont réunis pour rendre une justice exemplaire aux motifs de crimes contre la paix et, pour la première fois dans l’histoire, de « crimes contre l’humanité ».

      Sur le banc des accusés, 21 des plus hauts dignitaires nazis, parmi lesquels Hermann Göring, Rudolph Hess, Joachim von Ribbentrop et Wilhelm Keitel. Tous plaident non coupable. Pourtant, les « atrocités » commises sont immenses. Pour preuve, les films tournés à la libération des camps et qui, fait inédit, seront projetées au tribunal. Présentation des preuves à charge, confrontations, témoignages des bourreaux et des victimes se succèdent.

      Après dix mois d’audiences, le verdict est rendu : 12 condamnation à mort dont une par contumace, 7 peines d’emprisonnement et 3 acquittements. Ainsi s’achève le procès qui a ouvert la voie à la création d’une justice internationale.

      Le documentaire de Christian Delage évoque autant le procès lui-même que ses enjeux, la manière dont il est perçu par l’opinion ou encore la recherche des archives filmées de la guerre. Des témoignages d’acteurs de l’époque viennent enrichir le montage d’archives restaurées qui offre un point de vue inédit sur ce procès fondateur pour le droit international.

      ▻https://www.fondationshoah.org/memoire/le-proces-de-nuremberg-les-nazis-face-leurs-crimes-un-film-de-christ

    • Nuremberg : « Les juges ne sont plus au centre, car c’est l’écran qui s’y trouve »

      Il y a 80 ans, le 20 novembre 1945, s’ouvrait le procès de Nuremberg. L’historien et réalisateur français Christian Delage revient sur un héritage spécifique de ce premier grand tribunal international : la double innovation du filmage du procès et de l’image comme preuve au procès. Et comment les Ukrainiens déclarent s’inspirer de sa jurisprudence en la matière.

      JUSTICE INFO : Qu’est-ce qui a poussé l’historien et cinéaste que vous êtes à vous intéresser à l’usage de l’image au tribunal de Nuremberg ?

      CHRISTIAN DELAGE : Je savais que des images avaient été montrées au procès des dignitaires nazis, mais je ne m’étais pas engagé dans une recherche documentée sur ce sujet. J’ai commencé à le faire au début des années 2000, en me rendant aux archives nationales à Washington DC. J’en ai tiré un premier article, « L’image comme preuve : l’expérience du procès de Nuremberg », ce qui m’a aidé à obtenir une bourse de recherche Fulbright pour pouvoir séjourner longuement aux États-Unis. J’ai alors enquêté sur la manière dont les Alliés, pendant l’été 1945, ont rassemblé un ensemble de documents, majoritairement scripturaires, pour fonder l’accusation contre les dignitaires nazis, sur des qualifications pénales de crime contre la paix/crime d’agression, crime de guerre, crime contre l’humanité et plan concerté pour commettre ces crimes. La masse des archives rassemblées en Europe par l’équipe du procureur général, Robert H. Jackson, est d’autant plus impressionnante quand on mesure le temps dont les envoyés spéciaux ont disposé pour nourrir les chefs d’accusation en pièces à conviction. C’est dans un tel contexte documentaire que Jackson prend deux initiatives inattendues : présenter des images comme preuve à l’audience, et filmer les sessions du procès pour le constituer en archive historique.

      Est-ce la première fois que l’image entre dans le prétoire et en quoi cela a-t-il affecté la procédure judiciaire ?

      Aux États-Unis, il y avait déjà eu des procès au civil qui avaient recouru à la photographie puis à l’image animée comme preuve. Les Alliés considéraient également que l’image pouvait jouer un rôle dans la confrontation des Allemands aux crimes commis par les nazis, pour ceux et celles qui n’étaient pas dans le voisinage des camps de concentration. Seront ainsi montrées pendant le procès des images d’actualités provenant des nazis eux-mêmes, sous la forme d’un montage de plusieurs heures réalisé par l’équipe de John Ford et intitulé The Nazi Plan, ainsi que quelques images-trophées des persécutions contre les juifs, ainsi que les documentaires américain et soviétique sur la libération des camps.

      Afin de projeter ces images dans le prétoire, il a fallu modifier, lors du réaménagement du tribunal de Nuremberg par l’architecte américain Dan Kiley, la scénographie coutumière d’un procès. Les juges ne sont plus au centre, car c’est l’écran qui s’y trouve, lui donnant ainsi symboliquement un rôle de tiers. Il s’agissait de confronter les nazis à leurs propres crimes et de surprendre leurs réactions pendant la projection, par l’Accusation américaine, du film Les Camps de concentration nazis, le 29 novembre 1945, en disposant une rampe de néons au-dessus de leurs bancs pour voir leurs visages.

      Qui est en charge de filmer le procès ?

      Dans l’un de mes films, De Hollywood à Nuremberg. John Ford, Samuel Fuller, George Stevens, je fais lire la lettre qu’envoie Ray Kellogg à Ford, dont il était le bras droit. Il lui raconte que « c’est la bonne vieille armée » (le Signal Corps, en charge des transmissions) qui s’occupe – et mal – des préparatifs du filmage. Mais c’est bien la Field Photographic Branch, l’équipe spéciale pilotée par Ford pour filmer la guerre depuis 1942, qui a été chargée en juin 1945 de réaliser un court-métrage présentant l’enjeu du procès (That Justice Be Done, Que justice soit faite), le montage du documentaire sur les camps et la préparation du filmage des audiences. Kellogg a participé à la construction de la cabine de projection. Les opérateurs avaient pour consigne de rendre les emplacements de caméras discrets pour ne pas perturber la sérénité des débats, une contrainte que l’on retrouvera plus tard pour le procès Eichmann [en Israël, en 1961] et les procès de Klaus Barbie et Paul Touvier [en France, en 1987 et 1994]. Il faut préciser que les Soviétiques ont également participé au filmage, en présence de Roman Karmen.

      Vous dites que le tournage du procès a commencé dès le début mais il semble qu’il a été très peu filmé, puisque l’on ne dispose aujourd’hui que d’une trentaine d’heures d’enregistrement. Pourquoi si peu ?

      Comme ce ne sont pas les professionnels formés par Ford qui ont été chargés du filmage, les cameramen étaient peu expérimentés. D’une part, les caméras 35 mm utilisées étaient chargées avec des bobines qui n’excédaient pas 13 minutes. D’autre part, il n’est pas facile de rendre par l’image la dynamique de la confrontation des parties aux procès. Ce ne sont donc que certains moments qui ont été tournés. Malheureusement, parfois, une phrase est coupée au milieu. Lorsque, avec ma collègue Caroline Moine, nous avons préparé mon film « Nuremberg, les nazis face à leur crime », nous avons bénéficié du transfert numérique que venait de faire le Musée de l’Holocauste, à Washington. Mais il a fallu mettre bout à bout et dans l’ordre chronologique l’ensemble des rushes, en les légendant. Ce travail a pris deux mois mais nous avons ainsi créé une archive d’ensemble du procès que nous avons déposée au Mémorial de la Shoah, à Paris, et au Musée de l’Holocauste, à Washington.

      Est-ce que l’héritage de ce travail a marqué les expériences suivantes, pour le procès Eichmann tout d’abord, puis pour les tribunaux internationaux contemporains dans les années 90 ?

      De tous les procès qui ont été filmés depuis Nuremberg, le procès Eichmann est celui qui l’a été le mieux. La captation était d’ailleurs retransmise dans une salle de 500 places, proche du tribunal, et des extraits étaient cédés chaque semaine pour être exploités par les télévisions du monde entier. L’avocat d’Eichmann, Robert Servatius, a tenté de s’opposer au filmage, sans succès, en avançant deux arguments : « Le fait de savoir que les délibérations sont enregistrées pour la télévision et le cinéma peut conduire les témoins à ne pas fournir leurs preuves de manière sincère, d’une part parce qu’ils peuvent ressentir la crainte que leur déposition télévisée est regardée en dehors de la salle d’audience, et d’autre part à cause d’un désir de composer devant un public mondial » ; « Les enregistrements télévisés sont susceptibles de conduire à une présentation déformée des audiences, par exemple en omettant les arguments de la défense ». Les juges y ont opposé une fin de non-recevoir, argumentant à leur tour sur la pertinence du dispositif et son absence d’effet négatif sur les témoins ou sur l’audience.

      Concernant les tribunaux internationaux mis en place pour juger les crimes commis en ex-Yougoslavie et au Rwanda [TPIY, à partir de 1993 et TPIR à partir de 1994], ils ont été filmés mais avec cette nouveauté qu’il n’y a plus de réalisateur, seulement un régisseur employé par le service audiovisuel du tribunal qui pilote des caméras automatisées.

      Quant aux images présentées comme preuves, le TPIR n’en a disposé que de très peu, le génocide s’étant déroulé loin des caméras. En revanche, pour l’ex-Yougoslavie, il y beaucoup d’images, en particulier celles tournées par un groupe paramilitaire serbe, actuellement analysées par Ninon Maillard, qui pilote un groupe de recherche, ProFil, « La Fabrique du procès filmé », et enquête depuis plusieurs années sur cette vidéo dite des « Scorpions », une vidéo-trophée qui a fait l’objet d’intenses débats à l’audience.

      En France, le seul procès bien filmé a été celui de Paul Touvier, ancien milicien de Vichy, accusé de complicité de crimes contre l’humanité pour l’exécution de sept juifs en représailles à l’assassinat d’un propagandiste. Ce procès a contribué à la réflexion sur la responsabilité de l’État français sous l’Occupation. C’est le dernier qui est filmé en présence d’opérateurs dans la salle, sous contrôle d’un réalisateur expérimenté et conscient des enjeux mémoriaux et historiques, Guy Saguez. À partir du procès Papon [en 1997] les caméras sont déjà installées dans les prétoires et pilotées par un joystick dans un studio. Le plus souvent, les captations filmées servent pour la retransmission externe des audiences, quand la salle du tribunal n’est pas assez grande pour accueillir ceux et celles qui veulent venir y assister.

      Plus récemment, concernant les grands procès contemporains comme ceux des attentats de janvier et novembre 2015 [attentats terroristes en France], c’est un peu différent. Les parties civiles ont pu écouter à distance les débats, dont la captation filmée était retransmise dans des salles réservées à la presse et aux chercheurs. L’enjeu sociétal était très important, comme Martine Sin Blima-Barru et moi-même l’avons souligné dans l’exposition Filmer les procès.

      Cette exigence de filmer n’est cependant jamais première pour les magistrats. Ce n’est pas leur culture ni leur préoccupation, car ils ont d’abord à juger des accusés, mais c’est aussi une question de génération. Les jeunes magistrats et avocats sont mieux préparés et plus informés des attendus du filmage des audiences, et de l’importance de l’image-preuve.

      Les procès qui ont été filmés constituent une archive de grande ampleur, dont l’accès paraît cependant très limité.

      Pour l’instant, en France, ce sont des chercheurs et bientôt des réalisateurs – sous réserve d’en avoir l’autorisation – qui peuvent consulter ces images, parce que le grand public ne peut pas y accéder avant 50 ans, mais cette contrainte est la même pour toutes les archives. Cependant, il y a bien une contradiction entre l’enjeu que j’ai souligné, celui de garder une trace intégrale d’un procès à caractère historique, et la norme de conservation et de communication des archives nationales. La publicité des débats se heurte ici au respect de l’intimité des personnes.
      Le 4 avril 2022, cinq semaines après l’invasion de l’Ukraine par l’armée russe, le président Zelensky fait allusion à un « Nuremberg pour l’Ukraine » et déclare : « Le moment viendra où chaque Russe apprendra toute la vérité sur ceux de ses concitoyens qui ont tué. Et le faire connaître dans le monde entier. Nous sommes maintenant en 2022. Et nous avons beaucoup plus d’outils que ceux qui ont poursuivi les nazis après la Seconde Guerre mondiale. » De quels nouveaux outils parle-t-il ?

      Il parle essentiellement d’outils visuels. Comment les Ukrainiens ont-ils pu se convaincre matériellement, concrètement, de l’invasion dont ils allaient être victimes ? Par les premières images américaines du satellite Maxar, qui montraient cet incroyable convoi qui avançait extrêmement lentement, depuis la Biélorussie, et dont on a compris qu’il avançait vers Kyiv. Les images satellites, ce sont aussi celles qu’Elon Musk a permis aux Ukrainiens d’utiliser.

      Ensuite, il y a les drones. Je crois que tout le monde aujourd’hui a compris qu’ils avaient plusieurs fonctions. Une fonction de surveillance : dans une tranchée, les Ukrainiens utilisent des drones pour anticiper les mouvements et les opérations de l’ennemi en surface. Une fonction criminelle, puisque ce sont des armes utilisées au quotidien et visant parfois précisément des personnes civiles. Une véritable course aux drones s’est mise en place dans cette guerre.

      Enfin, il y a bien sûr les téléphones portables, massivement utilisés par les citoyens. 20 millions d’Ukrainiens utilisent ainsi une application multifonctions, DIIA, sur laquelle ils peuvent faire des démarches administratives, mais aussi alerter une instance proche de l’État-major ukrainien de l’approche d’un soldat ennemi sur le territoire, d’un bombardement, d’un crime qui vient d’être commis, ou d’une nécessité d’envoyer immédiatement des secours sur place.

      Sur le plan judiciaire, le procureur général ukrainien a ouvert des enquêtes très rapidement, en parallèle de celles de la Cour pénale internationale, et avec le concours d’ONG, comme le Centre pour les libertés civiles, prix Nobel de la paix en 2022, ou de plateformes numériques d’enquête, comme Bellingcat, Eyewitness, Truepic. Ces structures ont déjà travaillé sur d’autres terrains de conflits, en Syrie, en Irak, en Tchétchénie. Bellingcat, en particulier, a une très forte expertise et sait réagir très vite : sa première enquête arrive tout de suite après la découverte des massacres de Boutcha [près de Kyiv], et c’est une enquête extrêmement solide.

      Dans votre livre Filmer, juger. De la Seconde Guerre mondiale à l’invasion de l’Ukraine, vous parlez justement d’un « protocole de preuves » qui a commencé dès le début de la guerre en Ukraine. Ces images pourraient-elles servir de preuves si demain un grand procès international s’ouvrait contre l’envahisseur russe ?

      Ce qui est très étonnant en Ukraine est la rapidité et la qualité du travail d’enquête mené. La difficulté maintenant repose sur le fait de croiser toutes ces sources pour que ce soit plus lisible et plus facile à conserver et à utiliser, le moment venu, dans un dossier judiciaire. Les applications dont j’ai parlé permettent d’authentifier les images envoyées par les citoyens, de vérifier leur légendage – le lieu, l’heure, la personne présente, la nature de l’événement, etc. – mais aussi de les conserver de manière pérenne et de les classer pour que ce soit utilisable. Donc tous ces travaux sont faits à plusieurs échelles, nationale et internationale.

      La valeur probatoire de l’image ne se construit que dans le cadre de la confrontation judiciaire. À Nuremberg, à Jérusalem, les images des violences extrêmes perpétrées par les nazis provoquaient surtout un effet de sidération. Aujourd’hui, leur viralité se déploie en amont du procès, dont le rôle est alors de les mettre à distance, de les contextualiser. C’est une responsabilité majeure.

      ▻https://www.justiceinfo.net/fr/152468-nuremberg-les-juges-ne-sont-plus-au-centre-car-cest-lecran-qui-s

    • Filmer, juger. De la Seconde Guerre mondiale à l’invasion de l’Ukraine

      En avril 2022, le président ukrainien Zelensky se rend à Boutcha pour attester, par sa présence, les crimes de guerre commis par l’armée russe. Il annonce qu’il disposera, pour les prouver, de « bien plus d’outils que ceux qui ont poursuivi les nazis après la Seconde Guerre mondiale ». En 1945, à Nuremberg, la documentation filmée des « atrocités » avait été déterminante dans la confrontation des nazis à leurs crimes. Depuis, l’instance judiciaire s’est familiarisée avec ce type de pièces à conviction, même si la projection d’images est l’objet de débats. Celui qui filme doit-il respecter certaines règles s’il veut faire preuve ? Un témoignage filmé vaut-il un récit sous serment, fait à la barre d’un tribunal ? Qu’en est-il du statut de vérité des images ? Autant de questions qui ont trouvé à s’illustrer à la Cour pénale internationale de La Haye ou aux États-Unis lors des jugements des violences commises par la police.

      Une forme partagée d’attestation, commune aux démocraties, s’élabore ainsi, sous la forme d’archives qui offrent un appareil à la fois documentaire et critique pour l’écriture d’une histoire immédiate du temps présent.

      ▻https://www.gallimard.fr/catalogue/filmer-juger/9782072996986

  • Border wall slicing through #Arizona #wildlife corridor begins construction: ‘A show of force for nothing’

    The 30ft-high wall between the US and Mexico will cut through one of the last unbroken grasslands in the west, leaving residents alarmed over the potential impact on wildlife and water use

    On a late summer day in September, the sound of cicadas pierced the profound silence in the sprawling grasslands and gently rolling hills of the #San_Rafael_Valley in southern Arizona. But before long, the shrill buzzing gave way to the rumble of heavy machinery sculpting an unpaved road leading to the US-Mexico border.

    In the distance, a deer darted across the road and disappeared into a thicket of oak trees. A few miles later, a fenced-in worker camp came into view, next to a construction site full of trucks, bulldozers and cranes.

    The San Rafael Valley, south-east of #Tucson, is considered one of the most biodiverse regions in North America. But in recent days, a towering black steel wall has begun to rise on the landscape.

    The Trump administration is forging ahead with plans to erect a 27-mile section of the border wall here, despite a legal challenge still playing out in the courts. When completed, the 30ft-high barrier will tear through one of the last pristine, unbroken grasslands in the west.

    Trump’s pledge to “build the wall” between the US and Mexico was a top priority during his first term, but the 1,954-mile border is still full of gaps. Construction in this remote valley is among efforts in several states to fast-track new sections along the southern border.

    The new wall is intended replace low barriers that stop vehicles but still allow wildlife to get across. Even before construction began, many Arizonans worried about the plan’s impact on the numerous wildlife species that regularly move between the two countries – including jaguars, ocelots, bears and mountain lions.

    “The wildlife there have existed for and evolved over thousands of years in a connected ecosystem and this wall will sever populations in half,” says Russ McSpadden, south-west conservation advocate at the Center for Biological Diversity. The barrier, he says, can prevent animals – including the endangered jaguar – from migrating to find food and mates, which could mean their eventual extinction.

    The possibility of water depletion has also concerned residents in an arid landscape that’s already grappling with drought. New wells are being drilled for drawing up groundwater to mix with concrete for the wall foundation. Previous border wall projects have required vast quantities of water, running into the hundreds of thousands of gallons per day.

    “It’s disheartening to see some wall panels already up,” said Erick Meza, the borderlands coordinator for the Sierra Club. “This whole place looks like an industrial area now. And we know it’s just the beginning.”

    The wall is taking shape even as a legal challenge proceeds in federal court over the Trump administration’s issuing of waivers that nullify more than 30 environmental and public health laws to accelerate construction. Kristi Noem, the director of the Department of Homeland Security, has characterized the wall project as necessary to prevent people from entering the country unlawfully.

    John Mennell, a spokesperson for Customs and Border Protection (CBP), which oversees wall construction, declined to comment on the lawsuit or any of the concerns raised.

    But local residents such as Linda Shore, director of the Red Rock Acres Homeowners Association in the former mining outpost of Patagonia near the border, aren’t convinced.

    Shore isn’t thrilled about the wall, or the construction traffic that could lead to accidents at what she says is a hazardous intersection near her home.

    But for her, the bigger issue has to do with how the wall could hurt wildlife and drain water resources at a time when unlawful border crossings are at all-time lows.

    Data from Customs and Border Protection show that, in Arizona, such crossings in August were down more than 90% over August 2024 along the Tucson sector that covers 262 miles of border. And this part of the San Rafael Valley has not traditionally been a frequent crossing site, according to some area residents and conservation groups that monitor animal movement along the border with cameras.

    “In my mind, it’s a big show of force for nothing,” says Shore.

    The San Rafael Valley spreads out between the Madrean Sky Islands that span both sides of the border. The biomes of the isolated mountain ranges change with elevation from desert to forest, creating a unique ecosystem where thousands of animals thrive.

    Human history also has left its mark on the remote valley over the span of centuries. By the late 1800s, the vast expanse had beckoned cattle ranching operations that became a significant economic driver in the area. Some cattle ranches remain in what is a mix of federal, state and private land that – thanks to conservation efforts – is largely undisturbed. Over time, small rural communities like Patagonia were built around it.

    Those and other communities in Arizona and Sonora, Mexico, will inevitably feel the effect of a wall that is likely to alter the ecosystem balance and overall health of the land, says Zach Palma, the Mexico projects manager for the Sky Island Alliance, a Tucson conservation non-profit. “That type of degradation, in the long run, does indirectly affect everyone, especially these rural communities whose livelihood is dependent on the land, whether it’s ranching or farming.”

    The non-profit works with ranchers and small-scale farmers in Santa Cruz, Sonora, a small community within the broader Sky Island region that already struggles with shallow groundwater. “With the drought, they’ve been experiencing their wells going deeper and deeper,” Palma says.

    John Fanning, a member of the Santa Cruz county board of supervisors, says some of his constituents live in the far eastern reaches of the county, which includes San Rafael. Some of those rural residents favor a wall near their communities because of previous encounters with border crossers “showing up on their properties and giving them a scare”.

    But others are wary that the wall could cause water scarcity.

    “We don’t know what’s going to happen to the wells of some of the folks that live out there,” says Fanning. “But in my opinion, I don’t think it is going to have a positive effect. If anything, it’s going to perhaps deplete the water out there that these folks rely on.”

    There has been little transparency about the wall construction since it was announced, says Fanning. But representatives from the federal agency and Fisher Sand & Gravel, the North Dakota-based contractor working on the more than $300m project, recently informed a local committee of government officials and residents that about 150 workers will build the steel bollard wall over the next 30 months. The company did not respond to the Guardian’s request by phone for further details about the project.

    “I feel that the federal government, if that’s what they want to have happen, it’s going to happen,” he says. “But it’s great to know what’s going to happen so that I can then let the constituents of our county, especially in that area, have an idea of the progress that’s being made.”

    The tractor-trailers carrying construction equipment and frequently driving past rural communities toward the border is becoming a familiar sight for residents. They bypass the town center of Patagonia, but travel on a road that’s in front of Shore’s subdivision.

    Carol Bonchalk-Hilton, who lives on the edge of the valley in the former mining boomtown of Washington Camp, says that at night she can see the dark skies light up from the worker camp. Her home is in the sparsely populated community 16 miles away.

    The retiree doesn’t mind border walls built in places where it might be needed, but says she thinks surveillance technology would have been a better alternative for San Rafael.

    Instead, says Bonchalk-Hilton, the wide-open views of the valley are “now going to be blackened by a massive wall going through it. You’ve got the wildlife going back and forth. That’s the problem.”

    ▻https://www.theguardian.com/us-news/2025/oct/01/arizona-border-wall-san-rafael-valley

    #murs #frontières #barrières_frontalières #Mexique #biodiversité #migrations #USA #Etats-Unis #résistance #eau #Madrean_Sky_Islands #paysage #écosystème #livelihoods #dégradation

    –—

    Ajouté à ce fil de discussion/métaliste:
    Balkan wildlife faces extinction threat from border fence to control migrants
    ►https://seenthis.net/messages/515608

  • En Allemagne, la mémoire s’estompe et l’AfD donne le tempo - Olivier Cyran
    ▻https://orientxxi.info/longforms/en-allemagne-la-memoire-s-estompe-et-l-afd-donne-le-tempo/en-allemagne-la-memoire-s-estompe-et-l-afd-donne-le-tempo,8531
    ▻https://orientxxi.info/magazine/en-autriche-la-droite-marche-au-pas-du-fpo,8548
    ping @klaus

    Au sein d’une Europe en proie à la montée des #extrêmes_droites, l’Allemagne a longtemps fait figure d’exception. Du fait de son histoire, elle semblait sinon immunisée contre la tentation identitaire, du moins capable de la maintenir sous cordon sanitaire. Depuis quelques années cependant, les digues de la vertueuse exception germanique paraissent s’affaisser devant la montée du parti d’extrême droite #Alternative_für_Deutschland (#AfD), qui constitue désormais la deuxième force du pays. À rebours de l’Allemagne, l’Autriche n’a jamais connu de « dénazification » à proprement parler, aussi incomplète fût-elle, et son extrême droite d’après-guerre n’a pas eu à défier les interdits moraux qui étaient de mise chez sa puissante voisine.
    Différentes, les trajectoires de l’AfD et du Parti de la liberté d’Autriche (#FPÖ) se rejoignent pourtant sur un point : elles se sont toutes deux consolidées depuis le début de la guerre génocidaire livrée par Israël contre Gaza. Par quels ressorts ces partis ont-ils tiré profit de la guerre au Proche-Orient et de sa réception par le monde politique et médiatique, malgré un lourd passé antisémite ? Comment leur idéologie islamophobe et xénophobe a-t-elle fini par éclabousser l’ensemble de la classe politique ? Pour le comprendre, Orient XXI publie deux grands reportages en #Allemagne et en #Autriche (publication le 30 septembre).

    #Olivier_Cyran illustration #Willem

    • « Konrad Adenauer, le chancelier de l’après-guerre, l’avait dit : si nous voulons nous faire pardonner l’Holocauste, nous devons soutenir Israël. Ce n’est pas un hasard si l’accord conclu entre les deux pays en 1952 a été formalisé par son chef de cabinet, Hans Globke, un ancien juriste nazi impliqué dans la rédaction des lois antijuives du IIIe Reich. En tirant un trait d’égalité entre juifs et Israël, l’Allemagne a posé la base idéologique sur laquelle elle pouvait prétendre faire corps avec ses victimes. »

      (...) Au cours de l’année 2024, un tiers des événements publics annulés en Allemagne pour cause de soupçon d’antisémitisme avaient pour tête d’affiche une personnalité juive critique d’Israël

      [...]

      Un lien mécanique entre les discours et les actes est rarement démontrable, mais il n’étonnera personne que le nombre officiel des agressions racistes subies par des personnes musulmanes, et recensées par le ministère fédéral de l’intérieur, a explosé, passant de 610 en 2022 à 1 464 en 2023, puis encore à 1 848 en 2024. « L’effet 7 octobre 2023 », a-t-on dit, qui est aussi l’effet d’une société allemande en voie de brutalisation.

      #extrême_droite #instrumentalisation_de_l'antisémitisme

  • Les #aires_d’accueil des #gens_du_voyage surexposées aux nuisances : « On mange de la poussière »
    ▻https://www.lemonde.fr/societe/article/2025/09/16/les-aires-d-accueil-des-gens-du-voyage-surexposees-aux-nuisances-on-mange-de
    #voyageur

    Ces terrains, créés par les pouvoirs publics, sont très souvent situés dans des zones défavorisées et voisines de sources de pollution et autres nuisances environnementales, selon une étude. Une situation dénoncée par les premiers concernés.

    Il n’y a pas grand monde sur l’aire d’accueil des gens du voyage d’#Aulnay-sous-Bois, en #Seine-Saint-Denis, en ce vendredi après-midi de septembre. Mais les quelques personnes qui vaquent autour de leurs #caravanes, alignées de part et d’autre d’une allée de bitume, se sentent cernées. Il y a le vrombissement des petits jets privés qui viennent de décoller de l’aéroport du Bourget, et, celui, plus lointain, des avions de ligne venus de Roissy - Charles-de-Gaulle.

    Des palissades en bois et un haut talus n’atténuent qu’en partie le bruit de la circulation sur une quatre-voies très empruntée, à l’est, et sur l’autoroute Paris-Lille, qui passe en contrebas, au sud. Une haie d’arbres, à l’ouest, dissimule un site de production et de recyclage de matériaux du BTP, à l’arrêt à l’approche du week-end. « Souvent, cela fait un bruit de marteau-piqueur, et énormément de poussière », explique Marc Scheitz, 44 ans. Même sans cette dernière nuisance, la pollution est sensible : le visiteur d’un jour a rapidement les yeux qui piquent, la gorge irritée.

    Marc Scheitz et sa famille vivent depuis dix-neuf ans sur cette aire, normalement destinée à l’accueil temporaire. Ce commerçant sur les marchés et jardinier tente de relativiser : « C’est moins pire qu’à notre arrivée : c’était un ancien dépôt d’ordures, que nous avons fini de nettoyer et dératisé, avant qu’on nous crée l’aire d’accueil. Et il y a pire ailleurs. » Il cite l’exemple de son frère, « sur une aire du 77 [Seine-et-Marne], près d’une déchetterie », et celui de son oncle, Emile Scheitz. Ce retraité décrit, au téléphone, l’aire de Tremblay-en-France, située sous une ligne à haute tension, à moins de 150 mètres des pistes de l’aéroport de Roissy : « C’est très, très bruyant, jour et nuit. Tout tremble quand les moteurs des avions chauffent. Selon le vent, ça sent le kérosène, qui fait des traces sur les carreaux, et les fumées du crématorium voisin. »

    Une étude statistique, publiée fin août dans la revue #Nature_Cities, montre que « les gens du voyage font face, en France, à une discrimination environnementale systémique », résume l’un de ses quatre coauteurs, #Philippe_Delacote, économiste à l’Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement. Les aires d’accueil, dont l’emplacement est déterminé par les pouvoirs publics, ont tendance à se situer sur des communes présentant davantage de nuisances environnementales que les communes sans aires d’accueil, et où la valeur locative des logements est moins élevée.

    Au sein des #communes, ces aires se trouvent dans des zones défavorisées (revenus plus faibles, plus de logements sociaux…). Et ceux qui vivent sur ces aires ont une probabilité bien plus importante, par rapport aux habitants d’autres #zones_défavorisées comparables, d’être à proximité de sources de #nuisances_environnementales : le #risque d’être à moins de 300 mètres d’une #déchetterie se trouve #multiplié_par_trois, celui d’être à moins de 100 mètres d’une #station_d’épuration ou d’une #autoroute est multiplié par deux, ceux d’être à proximité d’un site pollué ou d’une usine classée Seveso (présentant un risque industriel) sont respectivement augmentés de 30 % et de 40 %.

    Comment l’expliquer ? « Il peut s’agir de rationalité économique – on choisit les lieux les moins coûteux à mobiliser – et/ou de racisme environnemental : l’#antitsiganisme est répandu en France, et les décideurs peuvent vouloir éviter les plaintes des autres habitants. Ces deux mécanismes relèvent de logiques différentes, mais convergentes », avance Philippe Delacote.

    Ces travaux prolongent ceux réalisés par le juriste #William_Acker à partir de relevés sur Google Maps, pour son livre Où sont les « gens du voyage ? » Inventaire critique des aires d’accueil (#Editions_du_commun), qui avait connu un certain écho en 2021. La même année, un rapport de la #Défenseure_des_droits alertait sur les « #discriminations_systémiques » contre des gens du voyage. Peu d’améliorations ont été obtenues depuis : « L’Etat réserve désormais ses subventions aux projets d’aires d’accueil respectant différents critères, y compris environnementaux. Mais on ne revient pas sur l’existant, déplore William Acker. La seule exception que je connaisse est l’aire d’accueil à proximité de l’usine chimique #Lubrizol, à Rouen, dont les habitants commencent tout juste à être relogés, six ans après l’incendie sur ce site classé #Seveso ! »

    « Bronchites chroniques »
    Sur l’aire d’Aulnay-sous-Bois, il faut parfois s’enfermer dans les caravanes, tant l’air est saturé de particules. « On mange de la poussière, même si on nettoie beaucoup. On a des infections des yeux, des bronchites chroniques, mal à la tête », explique Denise Lagréné, 71 ans. Son fils, Max, poursuit : « Mon fils a commencé à faire de l’asthme quand il avait quelques mois. Le médecin a dit que c’était à cause de la pollution, qu’il valait mieux partir. » Ils ont passé sept années près de Fontainebleau (Seine-et-Marne) avant de revenir ici, auprès du reste de la famille. « Mon fils n’a plus d’asthme, mais ma compagne est devenue allergique. A force, elle ne supporte pas bien son traitement. On est partis en Vendée cet été : en trois jours, elle allait mieux. »

    Un médecin achève ses visites sur l’aire. Il préfère taire son nom. Désormais installé à Paris, il continue à venir ici de temps en temps, « parce que personne ne veut se déplacer pour les gens du voyage ». Dans quelle mesure ces patients sont-ils malades de la pollution ? « Je n’ai pas les outils pour le dire. Mais on sait qu’elle exacerbe les allergies préexistantes, et qu’elle joue un rôle dans les problèmes cardiaques et pulmonaires que je constate. »

    Les habitants subissent une double assignation à résidence. Malgré leurs demandes auprès de l’intercommunalité, l’unique voie de sortie de l’aire, la route à quatre voies, n’a ni trottoir, ni passage clouté, ni éclairage public. L’oncle de l’épouse de Marc Scheitz y a trouvé la mort en mars 2023, fauché par une voiture en tentant de traverser. Depuis, les habitants s’interdisent toute sortie à pied. « On fait des allers-retours sur l’aire pour se promener », relate Isabelle (le prénom a été modifié), 39 ans.

    Vivre ailleurs apparaît hors de portée. Isabelle, inquiète pour son aîné « qui perd ses cheveux et fait des œdèmes, sans qu’on puisse l’expliquer », rêve d’habitat adapté, c’est-à-dire d’un logement social doté d’un emplacement pour caravane, « car cela fait partie de nous, de voyager l’été ». Or ce type de HLM reste rarissime, tout comme les terrains familiaux, où les gens du voyage peuvent s’installer durablement. Vivre en caravane sur une parcelle privée est de moins en moins toléré. Les aires d’accueil sont saturées : elles totalisent 26 300 places, loin des 43 000 initialement prévues (l’objectif a été réduit depuis), car bon nombre de communes de plus de 5 000 habitants s’affranchissent de l’obligation, fixée par la loi relative à l’accueil et à l’habitat des gens du voyage de 2000, de créer ou de cofinancer une aire. S’installer en dehors des terrains prévus est passible d’amende.

    « Ils savent qu’on n’a pas le choix »
    Sur l’aire d’Aulnay-sous-Bois, chaque emplacement coûte 3,50 euros par jour, et les factures hebdomadaires d’eau et d’électricité atteignent souvent 50 euros. « C’est nous qui coupons l’herbe et nettoyons l’aire, parce qu’ils n’envoient personne. Si on dit qu’on paie trop cher, on nous dit “allez-vous en”, regrette Isabelle. Ils savent qu’on n’a pas le choix. »

    « Le manque de terrains fait qu’on se sent presque chanceux », déplore aussi Emile Scheitz. L’aire de #Tremblay-en-France, trop proche des pistes de #Roissy, devait être provisoire. Une soixantaine de personnes s’y serrent depuis vingt ans. « J’ai monté un dossier pour porter plainte, pour mise en danger de nos vies. Mais les autres familles ont la crainte d’être expulsées si j’en fais trop. » L’intercommunalité Paris Terres d’envol, dont dépendent cette aire et celle d’Aulnay-sous-Bois, n’a pas donné suite à nos demandes réitérées d’entretien.

    Dans la Métropole européenne de Lille, des habitantes sont mobilisées depuis 2013 et la création d’une usine de concassage derrière leur aire d’accueil d’#Hellemmes-Ronchin, qui jouxtait déjà une fabrique de ciment. Elles s’apprêtent à sortir un nouveau film, après Nos poumons c’est du béton, réalisé en 2016 pour témoigner de leurs conditions de vie. « Si vous laissez un verre dehors, l’eau devient grise en dix minutes, dénonce Sue-Ellen Demestre, 38 ans, porte-parole de leur association, Da So Vas. Des bébés sont hospitalisés pour des bronchiolites, sept enfants sur dix font de l’asthme. On a recensé dix cancers, dont trois décès. Il y a des maladies que les médecins ne comprennent pas. Ma mère est morte il y a sept mois d’une maladie auto-immune [dont la pollution renforce l’incidence]. Mon père vient de passer un mois à l’hôpital, sous respirateur. »

    En juin, l’association a lancé une pétition, qui a recueilli plus de 15 000 signatures, pour demander au préfet un « refuge climatique » pour l’été, où le beau temps redouble les retombées de poussière. Faute de réponse, une partie des familles ont investi successivement deux terrains, en juillet, obtenant finalement d’y rester jusqu’à fin septembre.

    Une solution pérenne aurait dû être apportée au plus tard cette année, selon le schéma départemental d’accueil et d’habitat des gens du voyage. Mais aucune n’a encore été trouvée, reconnaît Patrick Delebarre, maire (sans étiquette) de Bondues (Nord) et référent de la Métropole européenne de Lille pour les gens du voyage. « La #pression_foncière et sociale dans une métropole rend les choses plus compliquées, dit-il. En attendant, compte tenu de la situation de l’aire, nous allons limiter le coût des charges pour ceux qui y vivent. »

    #Claire_Ané

  • Dennenesch Zoudé: „Ich habe jede Ferien in Ost-Berlin verbracht“
    ▻https://www.berliner-zeitung.de/panorama/dennenesch-zoude-ich-habe-jede-ferien-in-ost-berlin-verbracht-li.23

    Einmal Funktionselite immer Funktionselite, perfekte Ackulturation könnte man sagen, oder der Teufel scheißt immer auf den größten Haufen. Hier scheißt nur ein ganz kleiner Kleinbürgerteufel. Der macht brav ins Klo der Paris-Bar.

    Regionalliga, kein Trumpteufel. Der defäkiert auf den ganz großten Faschohaufen. Die südafrikanischen Aushilfsteufel karren seine Scheiße dann zur Digitalmünze. Egal wie du strampelst, aus Scheße Gold machen bleibt Privileg der Großteufel.

    31.8.2025 von Anne Vorbringer - Die Schauspielerin Dennenesch Zoudé hat ihre Kindheit und Jugend im geteilten Berlin verbracht – zwischen Spandauer Hochhaus und Staatsbürgerkunde. Wie blickt sie heute auf die Stadt?

    Die Schauspielerin Dennenesch Zoudé hat eine spannende Biografie – und die ist eng mit Berlin verbunden, obschon die 58-Jährige mehr als 5000 Kilometer Luftlinie entfernt in Addis Abeba geboren wurde. Die Tochter eines Ingenieurs stammt aus einer äthiopischen Aristokratenfamilie und wuchs ab ihrem zweiten Lebensjahr in West-Berlin auf.

    Doch auch im Osten der geteilten Stadt war Zoudé regelmäßig, erlebte dort eine sehr intensive Zeit, wie sie in unserem Stadtfragebogen erzählt. Unter anderem lernte die Schauspielerin in Ost-Berlin ihre Jugendliebe kennen.

    Stichwort Liebe: Am 9. September, im Jahr des 250. Geburtstags von Jane Austen, erscheint der wohl größte Liebesroman aller Zeiten als Hörspiel bei Audible. In „Stolz und Vorurteil“ sind Emilia Schüle als Elizabeth Bennet, Aaron Altaras als Mr. Darcy und Dennenesch Zoudé als Mrs. Bennet zu hören.

    1. Frau Zoudé, Sie sind 1966 im äthiopischen Addis Abeba zur Welt gekommen. Wie hat es Sie und Ihre Familie nach Berlin verschlagen?

    Mein Vater hat ein Stipendium an der Technischen Universität in Berlin bekommen. Er fühlte sich sehr einsam, deshalb sind meine Mutter und ich ihm nachgefolgt. Es war allerdings nie geplant, hier zu bleiben.

    2. Welche Erinnerungen haben Sie noch an Ihre ersten Jahre in West-Berlin, was hat sich besonders eingeprägt?

    Mit drei Jahren der Umzug in den Erstbezug eines Hochhauses, ich nenne es „West-Platte“. Es war total aufregend, alles neu, hochmodern, Müllschlucker auf der Etage und ein Ausblick, so weit das Auge reichte.

    3. Wann waren Sie das erste Mal im Ostteil der Stadt?

    Mit knapp 15 Jahren, ich lernte dort meine Jugendliebe kennen. Und habe jede Ferien in Ost-Berlin verbracht. Es war eine sehr intensive Zeit. Ich ging sogar teilweise in den Schulunterricht. Das war nur möglich, weil ich von der Äthiopischen Botschaft eingeladen wurde und mit den Kindern der Botschafter befreundet war. Von Chemie und Mathe bis hin zu Staatsbürgerkunde war fast alles dabei. Das war sehr spannend für mich. In der Freizeit hingen wir am Alexanderplatz ab. Auf der großen Fläche konnten wir Skateboard und Rollschuh fahren, dazu blies der Ghettoblaster. Wir waren eine gemischte Gruppe Jugendlicher aus Mali, Kolumbien, Venezuela, Sudan, Nigeria, Kongo und Deutschland, jeder war irgendwie willkommen, sich dazuzugesellen.

    4. In welchen Berliner Stadtteilen haben Sie schon gewohnt?

    Die erste Station war Charlottenburg, damals noch mit Kohleofen und Außentoilette auf halber Treppe. Die war allerdings nur für unsere Familie, und meine Mutter hübschte sie auf mit rosa Toilettenvorleger und rosa Toilettendeckelbezug. Aber es war immer sehr kalt und dunkel im Winter. Dann ging es nach Spandau, in das Hochhaus, von dem ich bereits erzählte. Ab dem Gymnasium wohnten wir dann in Wilmersdorf, im Grünen am Volkspark. Jetzt wohne ich wieder in Charlottenburg, zum Glück ohne Außentoilette!

    Zwischenzeitlich habe ich auch mal für vier Jahre in Mitte direkt am Hackeschen Markt gewohnt, das war mir aber zu trubelig: Reisebusse und Touristen, die sich durch die Straßen drängelten und direkt vor einem immer wieder stehen blieben.

    5. Ihr neues Hörspiel basiert auf einem der bekanntesten Liebesromane der Welt. Empfinden Sie Ihre Heimatstadt Berlin auch als romantisch?

    Berlin würde ich eher als vibrierend bezeichnen, aber die vielen Seen und Wasserwege haben wundervolle romantische Plätzchen. Eine Dampferfahrt auf der Spree, in der Berliner Abendsonne, in passender Begleitung – das hat doch sicherlich etwas Romantisches.

    6. Welcher ist Ihr Lieblingsort in der Stadt?

    Ich gehe gerne im Wald spazieren und bin gerne an den Seen. Berlin ist eine ganz große grüne Oase – ein schöner Kontrast zu den Zentren.

    Chris Kraus über Berlin: „Die Billigarchitektur um den Hauptbahnhof herum ist schrecklich“

    7. Wo in Berlin wollten Sie immer schon mal hin, haben es aber noch nie geschafft?

    Da gibt es so einiges, zum Beispiel ins Planetarium (ist einfach sehr lange her – dort werden auch außergewöhnliche Filme gezeigt). Außerdem in die Berliner Unterwelten: die Fluchttunnel und verborgenen U-Bahn-Schächte. Und als Kind war ich auf der Pfaueninsel, die würde ich gerne nochmal besuchen.

    8. Ein Abend mit Freunden – in welchem Restaurant wird reserviert?

    In der Paris Bar, und das schon seit 25 Jahren. Es war das Wohnzimmer meines Ehemannes, und das habe ich übernommen.

    9. Der beste Stadtteil Berlins?

    Der, in dem ich wohne!

    10. Was nervt Sie am meisten an der Stadt?

    Die vielen Baustellen und es scheint dort nie einer zu arbeiten. Wer kennt es nicht.

    11. Kommen vs. Gehen: Nach Berlin ziehen oder es lieber bleiben lassen?

    Für mich keine Frage. Ich bin mit dem Herzen Berlinerin und werde es auch immer bleiben.

    Zur Person

    Dennenesch Zoudé wurde Mitte der 90er-Jahre mit der TV-Serie „Gegen den Wind“ bekannt. Ihr Theaterdebüt gab sie im Bühnenstück „Lysistrata“ von Jürgen Benecke. Sie war die Buhlschaft bei den Berliner „Jedermann“-Festspielen und die Wilhelmina Makhubela in der RTL-Erfolgsserie „Hinter Gittern“. Unter der Regie ihres 2016 verstorbenen Mannes Carlo Rola übernahm sie die Hauptrolle in der Romanverfilmung „Und Jimmy ging zum Regenbogen“. Ab 2018 spielte Zoudé eine durchgehende Rolle in der TV-Reihe „Die Inselärztin“, zuletzt war sie in Sebastian Fitzeks „Der Heimweg“ zu sehen. Ihr neues Audible Original-Hörspiel „Stolz und Vorurteil“ erscheint am 9. September.

    #Äthiopien #Berlin #Geschichte #Spandau #Charlottenburg #Wilmersdorf #Mitte #Kantstraße #DDR #Alexanderplatz

  • Le #racisme d’élus locaux expose les #gens_du_voyage à la #pollution

    Les décisions d’#urbanisme sont le terreau de l’#injustice_environnementale dont sont victimes les gens du voyage. Publiée le 26 août dans la revue Nature Cities (▻https://www.nature.com/articles/s44284-025-00307-w), une analyse #statistique inédite prouve que les #aires_d’accueil des #Voyageurs, qu’on appelle communément « gens du voyage » (les communautés gitanes, manouches, etc.), sont plus exposées à la pollution que nul autre quartier résidentiel. Y compris ceux des autres ménages les plus défavorisés.

    « Les zones autour d’une aire ont trois fois plus de probabilité d’être à proximité d’une #déchetterie — à moins de 300 mètres —, et plus de deux fois plus de probabilité d’être à proximité d’une #station_d’épuration ou d’une #autoroute — à moins de 100 mètres, déclarent dans The Conversation les auteurs de l’étude (►https://theconversation.com/pres-des-autoroutes-et-des-dechetteries-les-gens-du-voyage-face-aux). Elles ont aussi 30 % de risque supplémentaire d’être proches d’un #site_pollué et 40 % de probabilité en plus d’être à proximité d’une usine #Seveso — présentant un #risque_industriel. »

    De précédents travaux avaient déjà dévoilé le caractère systémique de la #discrimination_environnementale subie par ces communautés en France, notamment ceux du juriste #William_Acker, auteur de l’ouvrage Où sont les « gens du voyage » ? Inventaire critique des aires d’accueil.

    D’après cette nouvelle étude, la combinaison de deux mécanismes alimenterait ces inégalités : un processus de #réduction_des_coûts, et des stratégies d’#exclusion délibérées de la part des pouvoirs publics. Autrement dit, du racisme environnemental : « L’#antitziganisme est fortement ancré dans la société française, comme en témoignent de nombreux discours médiatiques ou politiques, soulignent les chercheurs. Il est alors possible que certains élus cherchent à placer les aires loin des quartiers résidentiels pour éviter les réactions hostiles. »

    ▻https://reporterre.net/Le-racisme-d-elus-locaux-expose-les-gens-du-voyage-a-la-pollution
    #racisme_environnemental #aménagement_du_territoire