Il porto di Gioia Tauro è al centro del traffico d’armi verso Israele. Il ruolo del colosso #Msc
Il 18 marzo la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del terminal calabrese hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container sospetti, dopo le segnalazioni fatte il 13 e il 15 marzo da Linda Maggiori, autrice del nostro dossier “La flotta del genocidio”. I carichi fanno parte di una partita più grande di acciaio balistico partito dall’India: nelle bolle il destinatario reale non compare ma un filo ben visibile conduce al distretto militare industriale israeliano di Ramat Hasharon
Il porto di Gioia Tauro, uno dei principali hub di transhipment (di smistamento) del Mediterraneo, è nel vortice di un traffico globale di acciaio balistico proveniente dall’India e diretto in Israele.
Il 18 marzo la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container sospetti, dopo le segnalazioni fatte il 13 e il 15 marzo da chi scrive. Queste ultime si basano sulle informazioni date dalla campagna #No_harbour_for_genocide, confermate dai siti di tracking e rilanciate poi dal movimento #Bds (Boicottaggio disinvestimento e sanzioni) e dalla testata Pressenza.
Gli otto container arrivati a Gioia Tauro fanno parte di una partita più grande di 23 carichi di acciaio balistico partiti dall’India tra dicembre e gennaio su quattro diverse navi cargo della compagnia #Mediterranean_shipping_company (Msc). I porti di transhipment sono appunto Gioia Tauro e il Pireo di Atene, da dove i #container dovrebbero essere trasbordati su altre navi e dirigersi poi nell’#Hadaron_terminal del porto di #Ashdod, in Israele. Il ruolo di Msc in questa storia è preponderante visto che non solo le navi sono tutte sue ma anche i terminal: sia l’Hadaron sia il #Medcenter_container_terminal di Gioia Tauro sono entrambi nelle mani del gruppo di #Gianluigi_Aponte.
Nella città calabrese l’ispezione ha per il momento confermato l’origine indiana dell’acciaio, prodotto dall’acciaieria #RL_Steels_&_Energy Ltd, che nel suo sito vanta apertamente una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”.
La stessa azienda a novembre 2025, come rivelato da On The Ditch, aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso militare alla fabbrica di armi #Imi_systems, di proprietà di #Elbit_system, che si trova a Ramat Hasharon in Israele. Queste nuove spedizioni, secondo le informazioni di No harbour for genocide, sarebbero ugualmente dirette verso il distretto militare industriale di #Ramat_Hasharon.
Ma nelle bolle di carico, in mano alle Dogane di Gioia Tauro, il destinatario reale non compare. Si legge solo il nome di #Banyan_group_international (#Bgi), una società intermediaria, di consulenza strategica, con uffici in Israele, India e Stati Uniti, che ha come mission quella di facilitare i rapporti commerciali tra aziende indiane e israeliane, specialmente nel settore bellico e che in questo caso agisce anche come nome di copertura per le aziende clienti.
Il contesto è quello di un accordo commerciale e militare tra India e Israele e un traffico di armi sempre più in crescita, all’interno del quale il Paese del Sud-Est asiatico compra armi ad alta tecnologia da Israele vendendogli in cambio materie prime e acciaio balistico. Il traffico tra questi due Paesi è destinato ad aumentare anche in virtù del nuovo accordo di fornitura di armi siglato nel febbraio 2026.
Nel frattempo rispetto a Gioia Tauro la deputata Stefania Ascari del Movimento 5 stelle ha presentato un’interrogazione urgente al governo, mentre la sua collega Anna Laura Orrico, accompagnata da Beppe Marra, referente regionale Usb, si è recata nel porto al momento dell’ispezione incontrando funzionari della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle dogane. “Ci hanno detto che le barre d’acciaio (quadrate e tonde) saranno sottoposte a una perizia tecnica per capire se si tratta di acciaio balistico a uso militare, dual use o unicamente civile. Nel caso in cui si accerti che l’utilizzo sia militare, si potrebbe procedere a sequestro”, spiega Orrico.
Se ciò avvenisse sarebbe uno dei rari casi di sequestro di armamenti in transito. Come da mesi denunciamo con l’inchiesta che ha preso la forma del dossier “La flotta del genocidio”, i transiti di armi in Italia non solo si sono sempre svolti senza richiedere alcuna autorizzazione all’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama), ma senza che nessuna autorità li sequestrasse, sebbene fossero diretti verso Paesi dalle condotte in palese violazione della legge 185 del 1990 che all’articolo 6 vieta esplicitamente l’export e il transito di armi verso Paesi che violano il diritto umanitario e le convenzioni internazionali.
Nel porto di Gioia Tauro intanto la mobilitazione cresce, con presidi e conferenze stampa organizzate dai sindacati Usb e Orsa e dagli attivisti di Bds. Mentre nel Pireo il sindacato dei portuali Enedep ha già dichiarato il rifiuto di caricare e scaricare i container di acciaio balistico diretti in Israele.
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