• Segnalò ebrei e aderì a #Salò: i leghisti gli dedicano una via

    Per il podestà fascista #Airoldi la mozione al Comune di #Erba. Alla proposta della destra per «meriti culturali» rispondono Anpi, sinistra e sindacati: lunedì presidio.

    Negli anni Novanta, quando giocava alla secessione, la Lega era solita sostituire i nomi delle vie che avevano riferimenti nazionali con quelli leghisti. Il più classico era la sostituzione di via Roma con #via_Padania o #via_Lega_Lombarda.

    Lo fecero anche a Erba, nel comasco, dove oggi la Lega «non più Nord», insieme a Forza Italia e liste civiche del sindaco, vorrebbe intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti e partecipò alla Repubblica Sociale Italiana: #Alberto_Airoldi. Tutto parte da un appello ospitato a inizio luglio dal quotidiano locale La Provincia dove l’autore, lo scenografo Ezio Frigerio, propone di intitolare una via al podestà fascista. Il motivo è culturale: Alberto Airoldi ha contribuito a fondare nel 1923 il teatro Licinium di Erba, ha animato la rivista Brianza e si è affermato come poeta brianzolo.

    Ma per questi meriti Erba lo ha già omaggiato anni fa intitolandogli il cippo al teatro Licinium, un omaggio esclusivamente culturale. A nessuno era venuto in mente di celebrare in altro modo e in altri ambiti colui che fu sì un personaggio della cultura locale, ma soprattutto un fascista che collaborò coi nazisti nella persecuzione degli ebrei.

    Dalle parole dell’appello ai fatti, la Lega e il resto del centrodestra hanno preso la palla al balzo e scritto una mozione che presenteranno il 15 luglio in consiglio comunale. «Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili.

    «Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona. Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi. Chi a sinistra è contrario perché era fascista, o chi tentenna e fa il democristiano manca di rispetto a Erba che ricorda la sua storia per crescere forte nel futuro con l’esempio di persone come Alberto Airoldi di cui siamo tutti orgogliosi».

    Tra gli anziani con cui Zoffili ha parlato non devono esserci stati gli anziani della famiglia Usiglio o delle altre di origine ebraica segnalate da Airoldi al ministero degli Interni fascista. «Al di là delle sue posizioni e delle sue scelte politiche, Airoldi è stato il protagonista indiscusso di una stagione esaltante di rinascita culturale per la città», ha detto la vicesindaca leghista Erica Rivolta.

    Il podestà applicò le leggi razziali in modo scrupoloso e secondo alcune ricostruzioni si spinse anche oltre. A Radio Popolare Manuel Guzzone dell’Anpi di Como, che ha studiato la figura di Airoldi, ha raccontato che nel 1939 il podestà scrisse un opuscolo dal titolo «Elenco di cognomi ebraici», dove elencò famiglie ebraiche del territorio comasco fuori dai confini del comune di sua competenza, Erba.

    «In un certo senso aiutò chi venne dopo di lui, i nazisti, nei rastrellamenti. Molte di quelle famiglie avevano lasciato Milano per oltrepassare il confine comasco verso la Svizzera. Lui non solo approvò le leggi razziali, ma diede un ulteriore aiuto ai nazisti indicando le famiglie ebraiche del territorio».

    Fu coinvolto nel processo al Primo partigiano della resistenza brianzola Giancarlo Puecher, fucilato il 23 dicembre 1943 a Erba. «Il ruolo di Airoldi fu determinate – racconta Guzzon – C’è un ulteriore particolare che risuona particolarmente inopportuno. La via che cambierà di nome dovrebbe essere un tratto di via Crotto Rosa, la stessa dove al civico 5 aveva vissuto per un periodo un componente della famiglia Usiglio, una delle famiglie ebraiche di Erba segnalate da Airoldi».

    La mozione che arriverà in consiglio comunale il 15 luglio è sostenuta da Lega, Forza Italia, lista civica Il Buonsenso e lista civica del sindaco Veronica Airoldi, nipote del podestà: un grande omaggio al nonno.
    Nel comune comasco, a solida maggioranza di destra, in tanti non ci stanno e lunedì manifesteranno dalle ore 20 fuori dal consiglio comunale.

    «Le adesioni stanno crescendo», dicono dall’Anpi di Monguzzo. Ci saranno Cgil, Cisl, Uil e delegazioni da alcune fabbriche del territorio, come il cementificio Holcim.

    E poi il Pd, Rifondazione, Sinistra italiana e una ventina di associazioni. «Non è sufficiente esibire meriti culturali per cancellare una macchia indelebile come la complicità attiva nel regime fascista; persino Hermann Goering, numero due del nazismo, aveva meriti culturali ed era uno dei più grandi collezionisti d’arte, ma nessuno in Germania si sognerebbe mai di intitolargli una via», scrive l’Anpi nell’appello. Una piccola storia locale, un podestà a cui verrà intitolata una via, ma che racconta come avviene la normalizzazione del fascismo.

    https://ilmanifesto.it/segnalo-ebrei-e-aderi-a-salo-i-leghisti-gli-dedicano-una-via
    #toponymie #noms_de_rue #Italie #fascisme

  • Philippe Ferrières, Patrick Yem, Brahim Moussa, Zineb Redouane, Henri Lenfant, Romain Chenevat, Aboubacar Fofana ... et même si on ne sait toujours pas #OùEstSteve
    En un an, les forces de l’ordre ont tué au moins sept personnes

    Par Timothée de Rauglaudre , Marty

    Depuis son premier bilan publié en mai 2017, StreetPress a continué à surveiller les décès survenus lors d’interventions des forces de l’ordre. Cette année, nous en avons recensé 7. On vous raconte.

    https://www.streetpress.com/sujet/1563182139-forces-de-l-ordre-tue-sept-personnes

    #violences_policieres #maintien_de_l'ordre #morts_de_la_police

  • How Israeli-Designed Drones Became Russia’s Eyes in the Sky for Defending Bashar al-Assad
    https://theintercept.com/2019/07/16/syria-war-israel-russia-drones

    Last summer, Israel shot down yet another military drone near the line that separates the Israeli-occupied Golan Heights from the rest of Syria. The confrontation would have been business as usual, if not for a twist : Images of the destroyed drone showed Cyrillic tail markings and other identifiable components of a Forpost belonging to Russia. The findings presented an awkward geopolitical moment : Syria and Russia are allies, and Syria and Israel are bitter enemies — but the Russian (...)

    #surveillance #aérien #drone

  • Entre septembre 2018 et avril 2019, c’est un à deux articles par mois qui sont publiés sur la situation en israel-Palestine, avec un ton particulièrement critique contre israel et la position de Trump, particulièrement ouvert à discuter de la pertinence du boycott, particulièrement incisif sur la violence israélienne à Gaza, et clairement à l’encontre de la tradition généralement pro-israélienne du New-York Times
    https://seenthis.net/messages/752002

    #New-York_Times #USA #Palestine #BDS #Gaza

    Boycotter Israël est-il de la « haine » ?
    Joseph Levine, The New-York Times, le 4 septembre 2018
    https://seenthis.net/messages/720220

    Curbing Speech in the Name of Helping Israel
    Editorial, The New-York Times, le 18 décembre 2018
    https://seenthis.net/messages/745317

    Un jour, une vie : quand une infirmière a été tuée à Gaza, était-ce un accident ?
    David Halbfinger, The New-York Times, le 30 décembre 2018
    https://seenthis.net/messages/747975

    Il est temps de briser le silence autour de la Palestine
    Michelle Alexander, The New-York Times, le 19 janvier 2019
    https://seenthis.net/messages/753662

    Une écrivaine décrit la cuisine palestinienne et le monde qui l’entoure
    Mayukh Sen, The New-York Times, le 4 février 2019
    https://seenthis.net/messages/760255

    Jaffa Is Tel Aviv’s Unexpected Luxury Hotspot (et la correction du New-York Times)
    Debra Kamin, The New-York Times, le 14 mars 2019
    https://seenthis.net/messages/767481

    How the Battle Over Israel and Anti-Semitism Is Fracturing American Politics
    Nathan Thrall, The New-York Times, le 28 mars 2019
    https://seenthis.net/messages/770633

    A Jewish Councilman Who Said ‘Palestine Does Not Exist’ Loses Seat on Immigration Committee
    Jeffery C. Mays, The New-York Times, le 31 mars 2019
    https://seenthis.net/messages/772339

    La démocratie, style israélien
    Hagai El-Ad, The New-York Times, le 7 avril 2019
    https://seenthis.net/messages/773110

    Views of a Founder of B.D.S.
    Omar Barghouti, The New-York Times, le 24 avril 2019
    https://seenthis.net/messages/777735

    Fin avril, une caricature est publiée, dénonçant le soutien aveugle de Trump à la politique israélienne. Jugé antisémite, le dessin est retiré, le dessinateur conspué et le New-York Times décide de ne plus publier de caricature. Repris en main, on note aussi que depuis lors, aucun article notable n’y a été publié qui critiquait israel...
    https://seenthis.net/messages/777967
    https://seenthis.net/messages/778783

    #caricature #censure #antisémitisme #prétexte

    • Rappel de mars 2013 :

      On Questioning the Jewish State
      Joseph Levine, The New-York Times, le 9 mars 2013
      https://seenthis.net/messages/120603

      Is Any Hope Left for Mideast Peace ?
      Rashid Khalidi, The New-York Times, le 12 mars 2013
      https://seenthis.net/messages/121636

      Is This Where the Third Intifada Will Start ?
      Ben Ehrenreich, The New-York Times, le 15 mars 2013
      https://seenthis.net/messages/121636

      Et les remarques de @nidal qui pourraient s’appliquer en 2019, dans l’Amérique de Trump aussi :

      Le New York Times ? Oui, le New York Times. Prévoir un scandale à base d’imputation d’antisémitisme dans le courant de la semaine prochaine, et idéalement quelqu’un va se faire virer.

      Est-il en train de se passer quelque chose dans l’establishment américain ? Ou est-ce un simple règlement de compte des Démocrates contre le lobby israélien de droite

  • Ceta, Mercosur : l’environnement passera toujours après le commerce
    https://www.mediapart.fr/journal/international/160719/ceta-mercosur-l-environnement-passera-toujours-apres-le-commerce

    Les députés examinent mercredi l’accord UE-Canada. La majorité LREM soutient l’accord. Mais les arguments avancés – le respect de l’Accord de Paris et l’existence d’un vrai-faux « veto climatique » – masquent mal la réalité : le commerce international sans frein passera toujours avant les politiques climatiques et environnementales.

    #Analyse #Accord_de_Paris,_CETA,_Climat,_Assemblée_nationale,_Mercosur,_libre-échange,_environnement

  • Ce que les lecteurs apprécient dans Passerelle Eco
    https://www.passerelleco.info/article.php?id_article=2283

    Votre soutien prend parfois la forme de gentils mots dans vos courriers. En voici quelques extraits... avec en prime, également reçus par la poste, une carte postale tissée de paille. Parfois ces témoignages portent sur les articles et sur le contenu des savoir faire et des expériences partagées, parfois ils sont inspirés par les pages centrales de l’écovillage global, le réseau de mise en relation des éco-acteurs et porteurs d’initiatives. « Je trouve votre revue d’une grande qualité, tant sur la (...) Revue & Livres

    / #Témoignages_de_soutien_des_lecteurs

    #Revue_&_Livres

    • Selon des rumeurs concordantes le gouvernement s’apprêterait à faire ce que les précédents avaient toujours refusé : donner le feu vert à la fusion des départements Hauts de Seine/ Yvelines. Signant ainsi la mort de la pensée métropolitaine en effet cette fusion à laquelle travaillent ces deux beaux spécimens de la pensée réactionnaire Devédjian et Bédier a pour objectif d’échapper a l’indispensable mutualisation des ressources quand on est en situation métropolitaine. Par exemple la richesse produite à la Défense est le fruit du travail des habitants de l’Est parisien. Là ce sont les riches qui s’allient pour ne pas partager.

      #péréquation ?

  • Violences policières au Panthéon - 37 BLESSÉS LORS DE L’OCCUPATION PACIFIQUE DU PANTHÉON PAR LES SANS-PAPIERS : NOUS PORTERONS PLAINTE
    https://www.cercledesvoisins.org/blog/index.php/rubriques/actualite/3045-violences-policieres-au-pantheon

    Environ 700 sans-papiers de Droits devant et des Gilets Noirs, soutenus par La Chapelle Debout, ont occupé le Panthéon vendredi 12 juillet de 13h à 17h. Leur objectif : convoquer les grandes figures entrées au Panthéon qui ont lutté contre l’injustice, notamment Germaine Tillion, résistante et soutien des sans-papiers.

    Par respect envers ce lieu, nous avons uniquement investi la nef du Panthéon, sans descendre dans la crypte qui abrite les sépultures d’hommes et de femmes ayant contribué au rayonnement de la France.

    Aucune dégradation n’a été commise et l’occupation a été jusqu’au bout entièrement pacifique.

    Vers 17h, le commissaire supervisant les forces de police en nombre démesuré nous a informé qu’il avait reçu du ministère de l’Intérieur l’ordre de nous évacuer, nous laissant le choix entre deux solutions : soit partir en groupe de nous-mêmes, soit nous expulser manu militari.

    Fidèles au pacifisme qui accompagne notre combat depuis 30 ans, nous avons décidé de nous en aller, le commissaire nous ayant garanti qu’il n’y aurait ni violence ni contrôle d’identité et que nous pourrions repartir librement.

    Cet engagement n’a pas été tenu et nous sommes tombés dans un piège en sortant, totalement encerclés par des centaines de CRS ayant manifestement reçu l’ordre de nous réprimer durement. Acculés, nous nous sommes assis dans la rue Clotilde, à l’arrière du Panthéon, en attendant les décisions prises au sommet de l’État.

    Par trois fois, et sans aucune sommation, les CRS ont chargé, gazé, matraqué avec une violence inouïe, sans aucune justification sinon celle de casser du sans-papiers sans discernement, proférant des insultes racistes, terrorisant des hommes et des femmes sans défense.

    Les pompiers et le SAMU sont intervenus et ont dénombré 37 blessés qu’ils ont dirigés vers les hôpitaux de Cochin et de la Pitié-Salpêtrière.

    Ce déferlement de violence n’avait évidemment qu’un seul objectif politique : nous dissuader par tous les moyens, même les plus inacceptables, de continuer un combat commencé il y a 23 ans et toujours inachevé. L’hypocrisie des gouvernements successifs, qui laissent aux mains de patrons voyous des centaines de milliers de travailleuses et travailleurs sans papiers, reste effarante.

    AVEC NOTRE COLLECTIFS D’AVOCATS, NOUS AVONS DÉCIDÉ DE PORTER PLAINTE CONTRE CES VIOLENCES SUR LA FOI DE CONSTATS MÉDICAUX DÉLIVRÉS PAR LES HÔPITAUX, LES POMPIERS ET LE SAMU.

    UNE VIOLENCE AUSSI ABSURDE NE PEUT QU’ÊTRE LE FAIT D’UN GOUVERNEMENT AUX ABOIS, DÉSIREUX DE RAMEUTER LES VOIX DE L’ÉLECTORAT FASCISANT DE LA SINISTRE LE PEN ET DE SES SBIRES.

    PLUTÔT QUE DE NOUS DÉMOBILISER, CES EXACTIONS RENFORCENT NOTRE DÉTERMINATION.

    #Violence_policières

  • STÉPHANE FRANÇOIS « UN FANTASME HISTORIQUE : L’ÉSOTÉRISME NAZI »
    https://laspirale.org/texte-612-stephane-francois- un-fantasme-historique-l-esoterisme-nazi.html

    STÉPHANE FRANÇOIS « UN FANTASME HISTORIQUE : L’ÉSOTÉRISME NAZI »L’« occultisme nazi », dont les thèses ont rencontré un succès certain dans les années 1960 grâce au livre Le Matin des magiciens de Jacques Bergier et Louis Pauwels, constitue une relecture affabulatrice du nazisme, mais qui, surtout, dérive vers une mythologisation dangereuse du national-socialisme. Fantasme historique très vivace, ces théories exercent un pouvoir de fascination extrême sur la culture populaire.

    Depuis la parution dudit livre en 1960, la question de l’existence d’un occultisme (1) nazi, est devenue une sorte de serpent de mer qui revient de manière récurrente dans des publications sensationnalistes, mais également dans celles touchant le grand public. Malgré un milieu fécond en nombre d’écrits et d’émissions télévisées (...)

  • More than 1,000 Android apps harvest data even after you deny permissions

    The apps gather information such as location, even after owners explicitly say no. Google says a fix won’t come until Android Q.
    https://www.cnet.com/news/more-than-1000-android-apps-harvest-your-data-even-after-you-deny-permissions

    Fundamentally, consumers have very few tools and cues that they can use to reasonably control their privacy and make decisions about it.

    #privacy #android #security

  • Iran : la France trahie par les USA
    https://www.presstv.com/DetailFr/2019/07/16/601041/LIran-produit-sa-Peugeot-301

    Depuis que Groupe PSA a quitté l’Iran par crainte d’avoir à subir les sanctions extraterritoriales US, il va de déboire en déboire. Abandonné par l’Etat français qui en est désormais à miner autant que faire se peut, l’accord nucléaire de 2015, et ce, de concert avec l’administration Trump, Peugeot a quitté en juin 2018 le juteux marché iranien avec quelques 80 millions de consommateurs. Ce 15 juillet, on brosse un tableau particulièrement noir de ses ventes qui inclut le Moyen Orient, l’Afrique mais aussi la Chien et l’Asie du Sud. Au premier semestre 2019, les ventes du constructeur français ont reculé de 12,76% à 1,9 million d’unités. L’Afrique-Moyen-Orient accuse le plus net repli : -68,35% à 71 565 unités. En Chine et l’Asie du Sud Est, le tableau est presque aussi noir avec une baisse de vente d’ordre de 60,62% à 64 169 unités. Mais de l’autre bout de l’échelle, que se passe-t-il en Iran depuis le départ du PSA et la rupture des contrats signés ?

    Le Constructeur Iran Khodro Company (IKCO) a bien relevé le défi de poursuivre la production des modèles du constructeurs français, sans la présence de ce dernier. Et ce, en dépit des sanctions. IKCO vient ainsi d’inaugurer une ligne de production pour la Peugeot 301, après le retrait du constructeur français d’un partenariat avec la société iranienne pour cause de menaces sanctions américaines.
    PressTV-Iran : Paris se retire de l’accord nucléaire !
    PressTV-Iran : Paris se retire de l’accord nucléaire !
    Le président français, Emmanuel Macron, se retire de l’accord 5+1.

    Le directeur général de l’IKCO, Hashem Yekke Zareh a lancé lundi la ligne de production en essai de la berline, lors d’une cérémonie organisée à l’intérieur du complexe IKCO située à l’ouest de Téhéran. Selon Yekkeh Zareh, la compagnie IKCO envisage de lancer la production de masse de Peugeot 301 fin de l’année iranienne en cours (mars), ajoutant que le plus grand constructeur automobile iranien avait investi environ 60 millions d’euros dans le projet.

    « Quelque 100 000 voitures seront produites dans la première phase et on envisage de faire passer la production annuelle à 250 000 exemplaires au cours des quatre prochaines années et tout cela sans aucune aide ni assistance de la part de la société Peugeot », a-t-il déclaré.

    Yekkeh Zareh a insisté sur le fait que la voiture conserverait le logo et le nom de la marque française Peugeot, la société Peugeot ayant choisi de quitter le marché iranien en juin 2018, bien que le projet en question ait été suspendu dès 2016.

  • Règlement de compte à TwitterLand
    https://www.dedefensa.org/article/reglement-de-compte-atwitterland

    Règlement de compte à TwitterLand

    Depuis deux-trois jours, – et sans doute la chose se poursuivra-t-elle sous une forme ou l’autre, – le président Trump et quelques représentantes des “minorités” qui occupent une place de très grande influence à la Chambre des Représentants ont échangé directement ou indirectement anathèmes et insultes. La chose n’est pas nouvelle mais elle est plus vigoureuse qu’à l’habitude parce que nous allons versv USA-2020 et que nous sommes dans une phase de montée de tension, pour ce qui concerne notamment sinon principalement la question de l’immigration.

    (Les cibles des tweets de Trump sont connues et regroupées dans une proximité informelle connue sous le surnom de “The-Squad” : Alexandria Ocasio-Cortez [AOC] de New York, Rashida Tlaib du Michigan, Ilhan Omar du Minnesota et (...)

  • Référendum ADP : le nombre de soutiens passe sous la barre fatidique | Le Huffington Post
    https://www.huffingtonpost.fr/entry/rip-adp-le-nombre-de-soutiens-passe-sous-la-barre-fatidique_fr_5d2d85

    Officiellement, rien n’est perdu et l’objectif reste le même : obtenir avant le printemps prochain le soutien de près de 4,7 millions d’électeurs en vue d’imposer un référendum. Mais pour atteindre ce résultat exceptionnel d’ici le 12 mars 2020, il faudrait, selon les calculs du site adprip.fr, qui comptabilise les signataires sur le site officiel, que 568.000 aient déjà enregistré leur paraphe, contre seulement 521.000 à la date de ce mardi 16 juillet.

    Victoire ! La tendance est inférieure à ce qui est nécessaire pour aboutir, ça ne marchera jamais ! Pouet Pouet font les journaux !

    • Déjà au bout de 2 jours, on pouvait conclure que l’objectif était hors de portée (sauf à ce qu’il y ait une ou plusieurs relances très sérieuses qui toucherai(en)t de nouvelles cibles hors du milieu militant/pétitionnaire).

      Je ne suis pas spécialiste de ce genre de choses, mais, totalement au pif, il aurait fallu quelque chose entre 30% et 50% du total au cours de la première semaine pour espérer arriver au bout du compte.

      La tendance linéaire « nombre nécessaire » est totalement grotesque…

    • Oui, les signatures obéissent à des mouvements sociaux, à des effets d’annonce, des relances, rien de linéaire.

      C’est un seuil vraiment compliqué ! La première fois que j’ai entendu parler de 10 %, je me suis dit que c’était inaccessible. Et contrairement à une pétition qui peut être signée IRL, la signature en ligne est une machine à gaz qui ne marche qu’une fois sur deux (essaie en deuxième semaine !), exclut toutes les personnes qui n’ont pas un usage régulier du net (soit minimum 20 %). Le faux referendum de la poste, qui avait investi l’espace public, avait eu de meilleurs résultats ? De toute manière, Internet et la démocratie, c’est surtout un bon prétexte pour ne plus voir de politique ailleurs que chacun·e devant sa boîte...

  • Pétition pour un accueil rapide et décentralisé des réfugiés qui arrivent en bateau
    https://asile.ch/2019/07/16/petition-pour-un-accueil-rapide-et-decentralise-des-refugies-qui-arrivent-en-b

    Pétition lancée par de nombreuses associations suisses qui demandent au Conseil fédéral et au Parlement de prendre des mesures afin que des personnes en détresse en mer Méditerranée puissent être sauvées et accueillies de manière décentralisée. La France, l’Allemagne, l’Espagne, Malte, le Portugal, les Pays Bas, la Finlande et le Luxembourg ont fait part de […]

  • When Experts Misinform: Conflicts of Interest, Bad Faith, and Research Blind Spots


    http://www.badlandsphilosophy.com/#/podcasts/35

    In this episode, we discuss the relationship between expert researchers, their funders, the media, and the general public, and the ways that relationship can go bad. In what ways can researchers and funders act wrongly, and what are the consequences for the general public? Should we do more to prevent conflicts of interest, and what are some of the drawbacks of the private funding model we currently employ?

    I usually have little patience for philosophy but I really like this podcast and this episode was particularly great, with lots of examples.

  • Entre opacité des chiffres et indifférence des autorités, les morts au travail encore largement ignorés
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/07/15/morts-au-travail-un-flou-statistique-qui-revele-un-non-probleme-de-sante-pub

    Il n’existe aucune donnée précise pour rendre compte du nombre global d’accidents mortels du travail en France. Selon l’Assurance-maladie, au moins 530 salariés du secteur privé sont décédés sur leur lieu de travail en 2017.

    C’est en cherchant dans la presse quotidienne régionale qu’on les trouve. Un court article souvent, relatant l’accident mortel. Sous la mention « faits divers », Le Populaire du Centre faisait ainsi part, mardi 9 juillet, de la mort d’un ouvrier agricole de 18 ans, écrasé sous son tracteur à Saint-Jean-Ligoure (Haute-Vienne). Le même jour, L’Ardennais relatait celle, sur un chantier, d’un ouvrier de 45 ans percuté par la chute du contrepoids d’une grue, à Herpy-l’Arlésienne (Ardennes). La veille, Le Parisien informait du décès d’un mécanicien de 43 ans mort à Beautheil-Saints (Seine-et-Marne), coincé dans une arracheuse de lin.

    On pourrait encore évoquer, depuis début juillet, ce manutentionnaire tombé d’un engin de levage en Seine-Maritime, cet ouvrier écrasé par une machine alors qu’il refaisait la chaussée de l’A7, dans les Bouches-du-Rhône, ou cet ascensoriste tué en Haute-Savoie.

    Un « drame » ici, une « terrible tragédie » là. Une somme d’histoires individuelles. Mais que diraient ces accidents mortels de la réalité du monde du travail en France en 2019 si l’on les examinait dans leur ensemble ?

    Un chiffre existe : celui des accidents du travail des salariés du secteur privé, recensés par l’Assurance-maladie. Il nous apprend qu’au moins 530 personnes sont mortes sur leur lieu de travail en 2017. Et cela sans compter les 264 qui se sont tuées sur leur trajet, ou les cas de suicide, qui nécessitent souvent un passage par le tribunal pour être reconnus comme des accidents du travail. Plus de dix personnes meurent donc au travail chaque semaine en France. A bas bruit.

    « Une logique comptable et financière »

    « L’accident du travail est un non sujet de santé publique, confirme Véronique Daubas-Letourneux, sociologue, enseignante-chercheuse à l’Ecole des hautes études en santé publique. On l’envisage sous l’angle de la fatalité, des “risques du métier”. Cela contribue à une naturalisation du risque professionnel, qui n’est pas interrogé en soi. On ne questionne ni le facteur organisationnel ni la précarité au travail. Si chaque histoire est un drame au plan individuel, elle pourrait aussi être un facteur d’alerte au plan collectif sur les conditions de travail. »
    Les statistiques disponibles en France ne sont pas pensées en ce sens. Recensés dans un tableau à la nomenclature complexe, par grandes branches d’activités, les chiffres de l’Assurance-maladie ne rendent compte ni des accidents du travail dans la fonction publique, ni de ceux qui surviennent aux travailleurs indépendants ou ubérisés.
    « Ces données n’ont pas pour fonction de donner l’alerte. Elles sont établies dans une logique assurantielle, d’indemnisation forfaitaire, explique Véronique Daubas-Letourneux. C’est juste une logique comptable et financière, qui permet de calculer le taux de cotisation des employeurs à la branche “accidents du travail-maladies professionnelles” de la Sécurité sociale. Ces statistiques ne sont pas conçues comme des données de santé publique visant à permettre une connaissance globale de la situation. »

    Depuis une dizaine d’années, précise la chercheuse, le service statistique du ministère du travail en produit une analyse « plus contextualisée ». Toujours sur les seuls salariés du privé, la dernière étude publiée en 2016, à partir de chiffres de 2012, soulignait ainsi que les accidents mortels touchaient principalement les ouvriers (dans 66 % des cas).

    Absence de diagnostic initial

    L’Institut national de recherche et de sécurité pour la prévention des accidents du travail et des maladies professionnelles (INRS) a établi une autre base de données, nommée « Epicea ». Elle rassemble 19 000 cas d’accident du travail de salariés du privé depuis 1990. Mais avant de la consulter, un préambule précise que la base « n’est pas exhaustive. Elle ne peut donc pas être utilisée à des fins statistiques. »
    Il n’existe donc aujourd’hui aucune donnée statistique accessible rendant compte du nombre global d’accidents du travail en France, comme l’a constaté la députée (LRM) Charlotte Lecocq, qui, à la demande du gouvernement, a rendu en 2018 un rapport sur la santé au travail. « Cela m’a surprise quand on m’a confié cette mission : la première chose qu’on a faite, c’est de regarder les données, et on s’est aperçu que pour une partie du monde du travail, et notamment la fonction publique, il n’y avait rien », explique l’élue du Nord.

    Parmi les recommandations de son rapport pour un meilleur système de prévention des risques figure ainsi celle de « permettre l’exploitation collective des données à des fins d’évaluation et de recherche ». « Pourquoi la fonction publique ne serait-elle pas aussi un objet d’études ? Comment anticiper les risques si l’on n’a pas de diagnostic initial ? », souligne-t-elle. C’est l’une des raisons d’être d’un second rapport sur la santé au travail, dans la fonction publique cette fois, qui devrait être rendu public en septembre.

    « Il faudrait mieux exploiter ces données pour notamment mettre en place des études épidémiologiques portant sur des postes les plus à risques », regrette également le député PCF Pierre Dharréville (Bouches-du-Rhône), rapporteur de la commission d’enquête sur les maladies et pathologies professionnelles dans l’industrie menée en 2018 à l’Assemblée nationale, qui insiste sur la responsabilité de l’Etat dans le diagnostic des professions à risques.

    « Du fait divers au fait social »

    Un autre problème posé par les données de l’Assurance-maladie est la déperdition de connaissance dans la façon dont les accidents sont répertoriés. Ainsi, tous les accidents touchant des intérimaires sont regroupés dans une seule et même branche, quel que soit leur métier. « C’est une vraie production d’opacité, pointe encore Véronique Daubas-Letourneux. On sait que l’intérim est plus dangereux de façon générale, mais ce serait intéressant de savoir où. » Avec 80 décès en 2017, c’est l’une des « branches » les plus à risques, derrière les accidents dans les transports routiers (121 décès en 2017) et dans les travaux publics (120 décès).

    C’est à la fois pour lutter contre cette opacité et contre notre indifférence que Matthieu Lépine, professeur d’histoire-géographie en collège, s’est lancé dans un méticuleux travail de chroniqueur. Depuis deux ans, sur une page Facebook intitulée « Accident du travail : silence des ouvriers meurent », il accumule méthodiquement des articles de presse régionale, afin, explique-t-il, de faire passer la foule des morts au travail « du fait divers au fait social ».

    Début janvier, marqué par la mort d’un livreur à vélo de 18 ans à Pessac (Gironde), il a également créé un compte Twitter, afin d’interpeller journalistes et politiques, très présents sur le réseau. La victime travaillait pour la plate-forme Uber Eats. Donc, comme tous les livreurs ubérisés, avec un statut de travailleur indépendant. « Sa mort n’est considérée par la statistique nationale que comme un accident de la route », déplore Matthieu Lépine.

    Alors, à l’image du journaliste David Dufresne, qui s’est mis à interpeller cet hiver le ministère de l’intérieur pour dénoncer chaque violence policière dans les manifestations de « gilets jaunes », chaque Tweet de Matthieu Lépine interpelle la ministre du travail d’un « Allo Muriel Pénicaud, c’est pour signaler un accident du travail ». Avec un souhait : que l’Etat prenne enfin en compte « les livreurs, les autoentrepreneurs, les travailleurs sans papiers ou non déclarés… » parmi la cohorte des travailleurs qui perdent chaque semaine la vie à tenter de la gagner. Pour la seule semaine du 1er au 7 juillet, il a recensé quatorze personnes mortes au travail. Six avaient entre 18 ans et 21 ans.

    Morts au travail : à l’usine Renault de Cléon, « on attend l’accident »
    https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/07/15/morts-au-travail-a-l-usine-renault-de-cleon-on-attend-l-accident_5489437_322

    Depuis un accident mortel survenu en 2016, sur lequel porte un procès en cours, Renault affirme avoir amélioré la sécurité. Un discours tempéré par les salariés et une expertise indépendante.

    Chaque semaine, environ deux personnes ont un accident du travail nécessitant un arrêt, dans l’usine Renault de Cléon, en Seine-Maritime.
    Chaque semaine, environ deux personnes ont un accident du travail nécessitant un arrêt, dans l’usine Renault de Cléon, en Seine-Maritime.

    Il n’a jamais rejoint ses collègues qui l’attendaient pour dîner. Le 10 mars 2016 à 19 h 05, Jérôme Deschamps, technicien de maintenance à l’usine Renault de Cléon (Seine-Maritime), a été retrouvé le torse coincé sous un caisson de séchage par l’un de ses camarades, un électricien inquiet de ne pas le voir venir au réfectoire.

    Ce jour-là, ce père de 33 ans, employé chez Renault depuis ses 18 ans, a été désigné pour poser un tendeur sur les chaînes trop lâches d’une machine à laver industrielle. Il installe le tendeur sur la machine à l’arrêt, puis effectue des essais en mode manuel. Vers 18 h 40, il décide avec ses collègues de passer la machine en mode automatique, afin de la voir fonctionner en conditions réelles. Les portes de la machine sont grandes ouvertes, bloquées par des « sucettes », de petits morceaux de métal laissant croire au système de sécurité qu’elles sont fermées. Impossible, sinon, de vérifier la qualité de son travail.

    La machine redémarre, mais il faut une dizaine de minutes pour qu’elle tourne à plein régime. Ses collègues partent dîner. Jérôme ne tardera pas, pensent-ils. Qu’a-t-il vu dans la machine qui ait nécessité qu’il s’y penche ? En l’absence de témoin, les circonstances de l’accident restent indéterminées. Mais son geste enclenche un mécanisme fatal dont il ignorait l’existence : en mode automatique, la machine abaisse un lourd caisson dès qu’elle capte une présence sur le convoyeur. Après l’avoir veillé une semaine à l’hôpital, sa famille décidera de mettre fin à son assistance respiratoire.

    Accidents courants

    Depuis, Renault est poursuivi pour « homicide involontaire ». Le 3 avril, le parquet du tribunal de Rouen a requis une amende de 200 000 euros à son encontre. La direction, contactée, n’a pas souhaité commenter l’enquête en cours. « Les événements qui ont amené à la mort de M. Deschamps sont loin d’être rares dans cette usine, estime William Audoux, secrétaire de la CGT de Cléon. Le manque de sécurité et de formation, l’intensification du travail et le manque d’effectifs ont pu donner lieu à d’autres accidents graves ces dernières années. »
    « Il y a 8 000 machines, s’exclame un proche de la direction. Il est impossible de former qui que ce soit sur chacune d’elles ».

    Son syndicat s’est porté partie civile aux côtés de la famille, représentée par Me Karim Berbra. Quatre-vingt-douze salariés ont signé une lettre faisant état du caractère courant de la procédure suivie par M. Deschamps : usage des « sucettes », travail isolé, absence de formation à chaque machine… « Il y a 8 000 machines, s’exclame un proche de la direction. Il est impossible de former qui que ce soit sur chacune d’elles. » Les équipes de maintenance, toutes affectées à des secteurs particuliers, n’interviennent cependant pas sur la totalité de l’immense usine, qui s’étend sur le quart de Cléon.

    Dans cette petite ville normande lovée dans une boucle de la Seine, les accidents sont courants. Chaque semaine, environ deux personnes ont un accident du travail nécessitant un arrêt, selon le bilan social 2018 de l’usine. Chutes de charges lourdes, éclaboussures d’aluminium brûlant, brouillards chimiques irritants jalonnent la vie des 4 000 salariés et intérimaires qui s’affairent pour produire boîtes de vitesses et moteurs. Jusqu’à parfois y mettre brutalement fin, comme ce fut le cas pour M. Deschamps en 2016. Cette année-là, sept salariés de l’industrie automobile française sont morts au travail et plus de 3 400 accidents suivis d’un arrêt ont eu lieu, selon l’Assurance-maladie.

    L’impératif de productivité l’emporte

    La mort de Jérôme Deschamps dans le ventre d’une machine – un événement rare à l’usine – a obligé la direction à repenser les procédures de sécurité. Mais pour la trentaine de salariés interrogés par Le Monde, managers, soignants, syndicalistes, techniciens ou ouvriers, l’impératif de productivité l’emporte encore trop souvent sur la prévention des accidents.

    Depuis 2016, un hublot a bien été ajouté à la machine à laver, pour permettre à la maintenance de la voir fonctionner portes fermées, et l’usage des « sucettes » a été drastiquement limité. Une formation générale est dispensée à chacun dès son embauche. Un carnet rappelant les dix fondamentaux de la sécurité, déclinés en 74 « exigences-clés », a été distribué. Des fiches rappelant les risques ont été collées sur les machines.

    « Plusieurs éléments tendent à décrire une culture de sécurité plus réactive que proactive sur le site de Renault Cléon », note le cabinet Aptéis

    Certains managers, un badge « réflexe sécurité, ma priorité » à la boutonnière, rappellent à l’ordre les opérateurs s’ils ne portent pas leurs équipements de protection. « On nous emmerde sur le port du casque, des bouchons d’oreilles, des lunettes… Mais dès qu’il faut arrêter une machine dangereuse pour la réparer, c’est silence radio, s’agace Corentin (tous les prénoms des témoins ont été modifiés), ouvrier à la fonderie. Parce que ça impacte la production, qui est toujours en flux tendu. En gros, on attend l’accident. » Un avis partagé par le cabinet Aptéis, mandaté pour expertiser les « risques graves » dans l’usine après la mort de M. Deschamps : « Plusieurs éléments tendent à décrire une culture de sécurité plus réactive que proactive sur le site de Renault Cléon », écrit-il en 2018.

    En mars, un ouvrier a été brûlé au troisième degré au cou par une projection d’aluminium. « Cet accident aurait pu être évité, tonne Willliam Audoux, de la CGT. Les équipes avaient signalé ce problème depuis des semaines. » Consulté par Le Monde, le tableau des dysfonctionnements, où les ouvriers indiquent les risques sur leurs machines, fait bien état d’un « danger car trop d’éclaboussures ». « La veille, il avait encore prévenu son chef : “Si on ne fait rien, un accident va se produire” », poursuit M. Audoux.

    Réparer les machines « en une heure »

    D’autres pratiques dangereuses, comme les interventions sur les machines en marche, continuent à avoir lieu. Et ce sans être toujours déclarées, contrairement aux procédures. « C’est l’hypocrisie la plus totale. On ne peut pas faire le diagnostic de la panne rapidement, ni vérifier que la machine a été réparée si elle est à l’arrêt, explique Damien, technicien en maintenance. Les machines prioritaires, il faut qu’elles crachent des pièces non-stop. En une heure, elles doivent être réparées. Sinon, les chefs se mettent derrière toi pour te demander pourquoi ça prend autant de temps. »

    Selon Annabelle Chassagnieux, une experte d’Aptéis, la multiplication des règles de sécurité permet à Renault « de ne pas interroger son mode d’organisation ». « Lorsqu’un accident se produit, ils peuvent dire “Untel n’a pas respecté la procédure” sans se poser la question de la possibilité même de l’appliquer, analyse-t-elle. Trop souvent, les salariés ont à arbitrer entre suivre la procédure et travailler au plus vite pour respecter les contraintes de production. »

    En novembre 2017, Renault s’était opposé devant le tribunal de Rouen à la venue des experts d’Aptéis dans son usine

    Une expertise indépendante dont la marque au losange se serait bien passée. En novembre 2017, Renault s’est opposé devant le tribunal de Rouen à la venue d’Aptéis. Celle-ci avait été demandée par le comité d’hygiène, de sécurité et des conditions de travail (CHSCT) après la mort de M. Deschamps, afin d’étudier les « risques graves » à Cléon. Pour justifier cette opposition, un proche de la direction estime que « rien ne permet d’affirmer qu’il y a, à Cléon plus qu’ailleurs, une exposition des opérateurs à un risque grave ». L’argument n’a pas convaincu le tribunal, qui a permis à Aptéis de se rendre dans l’usine début 2018.

    Encouragés à « revenir vite » au travail

    Par le passé, la venue d’observateurs extérieurs à Cléon s’était déjà soldée par une dénonciation des pratiques de la direction. En 2007, l’inspection du travail avait décrit un « système organisé de pressions visant à ce que les salariés victimes d’accident du travail (...) renoncent à prendre tout ou une partie de [leur] arrêt ». Douze ans plus tard, la dizaine d’accidentés du travail interrogés par Le Monde racontent la même histoire. Hugo, arrêté après avoir été blessé à la main, a reçu un appel de son chef le lendemain lui suggérant de « revenir vite ». Deux jours plus tard, le voilà de retour sur un poste aménagé, à remplir des tableurs et effectuer des photocopies. « Le reste du temps, je restais assis sur une chaise à attendre », raconte-t-il. La direction lui envoie un taxi puisqu’il ne peut pas conduire. « Ils ont dû dépenser 80 balles par jour... »

    La somme, qui paraît importante aux salariés, reste inférieure à ce que devrait verser Renault si les blessés étaient restés longtemps en arrêt.

    Les cotisations à la branche « accidents du travail-maladies professionnelles » (AT-MP) de la Sécurité sociale dépendent en effet de la fréquence et de la gravité des accidents du travail, afin de faire payer aux entreprises les plus accidentogènes le coût de leurs pratiques dangereuses. Louis, un manager, justifie ce procédé par la dure concurrence que subit Renault : « Aujourd’hui, on est dans un système de production très contraint. Les cotisations à la Sécu pèsent sur le coût du travail. »

    De son côté, la direction de Renault affirme qu’« il n’existe pas de système organisé de pression sur les salariés » et ajoute que ce qu’elle leur propose, « c’est de garder le lien avec l’entreprise en leur donnant la possibilité de revenir (…) sur des postes aménagés ». L’expertise d’Aptéis a été versée au dossier par les parties civiles. Le tribunal devrait se prononcer sur la responsabilité de Renault lors d’une nouvelle audience, le 21 janvier 2020.

    #travail #accidents-du_travail

  • Deuxième volet. Chronique d’une initiation militante où l’activisme anarchiste de l’auteur prend les couleurs d’un certain "pessimisme combatif"

    BALLAST | Francis Dupuis-Déri : « C’est la rage du désespoir qui me pousse à écrire » 2/2
    https://www.revue-ballast.fr/francis-dupuis-deri-cest-la-rage-du-desespoir-qui-me-pousse-a-ecrire-2

    En 2009, vous écriviez dans un article que l’hypothèse d’un « grand soir », qu’il soit électoral ou insurrectionnel, n’était pas envisageable. 10 ans plus tard, vous écrivez que « l’espérance n’est plus de mise » et qu’il ne nous reste que « le pessimisme combatif ». Nos ennemis ont donc définitivement gagné ?

    Nos ennemis ont perdu depuis longtemps, mais ne le savent pas encore… C’est ce qu’annonçait déjà Herbert Marcuse quand il discutait de l’irrationalité de la rationalité du capitalisme ou de l’État. Ces systèmes semblent rationnels car ils maximisent la capacité humaine d’extorsion, de production, d’accumulation et de destruction organisée lors des guerres, par exemple. Mais cette rationalité est irrationnelle car elle mène l’humanité à sa perte, littéralement. Je ne suis ni météorologue, ni géologue, ni géographe, ni physicien, mais j’ai la certitude depuis les années 1980 que c’est foutu : l’humanité a accumulé bien trop de stock atomique civil et militaire et produit bien trop de déchets toxiques et de pollution pour que cela n’entraîne pas d’épouvantables catastrophes. Bientôt ou dans un avenir rapproché, ou dans quelques centaines d’années… Je n’ose même pas imaginer la situation dans 1 000 ou 2 000 ans, quand vont fissurer les silos dans lesquels les déchets nucléaires sont ensevelis et qu’il n’y aura peut-être même plus d’État ou de gouvernement juridiquement « responsable » de ces stocks. « L’espoir, c’est tout ce qui nous reste », me confient des jeunes des écoles secondaires qui se mobilisent pour le climat, et leur mobilisation m’apparaît évidemment comme un signe positif. J’imagine même que dans les prochaines années, plusieurs de ces jeunes vont se radicaliser autant dans leur position idéologique que dans leurs moyens d’action. Car après tout, c’est bien de l’avenir de la civilisation ou de l’humanité qu’il s’agit, et de la survie de milliers d’espèces animales. Mais je carbure surtout au pessimisme car j’ai l’impression depuis longtemps qu’il est trop tard et que les forces conservatrices et réactionnaires sont beaucoup trop puissantes. Bref, je suis encore punk : No Future !

    #anarchisme_punk