L’antidoto del #Biodistretto delle terre bellunesi al declino delle #aree_interne
Un gruppo di agricoltori e cittadini ha dato vita a un’associazione per frenare lo svuotamento dei territori di montagna. Una risposta vincente perché compatibile con le risorse naturali e i veri bisogni delle comunità locali
Era la fine del 2020 quando è suonata la sveglia in provincia di Belluno: il numero degli abitanti è sceso sotto soglia 200mila. Da allora lo spopolamento non si è fermato. La giovane storia appassionata e appassionante del Biodistretto Terre Bellunesi -69 produttori, quattromila ettari coinvolti, 105 soggetti non agricoli partecipanti- va letta su questo sfondo: il declino della montagna, la rarefazione dei servizi, l’arretramento delle attività industriali, la banalizzazione di un certo turismo, l’accanimento terapeutico dell’industria della neve e la crescente invasione “coloniale” dei soggetti economicamente forti della pianura.
“La preoccupazione principale è come rimettere in sesto il settore primario, sfilacciato e svilito, attivando una vera e propria comunità di sostegno -racconta Marcello Martini Barzolai, presidente del Biodistretto e allevatore dell’Alto Comelico-. Quello che stiamo facendo è controintuitivo: l’agricoltura, che è il settore più debole, è chiamata a guidare il processo di rinnovamento sociale”.
L’inizio dei lavori risale al 2012, arrivando così in tempo per l’approvazione della legge sul biologico del 2022 che ha normato i Biodistretti. “È stato portato avanti un impegno importante per coinvolgere soggetti diversi in tutta la Provincia, dai confini con l’Austria al basso Feltrino. La debolezza della montagna è spesso costituita da microcosmi chiusi -spiega Valter Bonan del Gruppo di coordinamento del Biodistretto- e solo una progettualità di area vasta fondata nella consapevolezza delle interdipendenze socioambientali può permettere una gestione partecipata e condivisa dei beni comuni a partire dall’acqua e dalla terra fertile”.
La lezione è semplice: nessuno si salva da solo rinchiudendosi nella propria valle o nel proprio settore. “Da subito abbiamo pensato a una prospettiva che connettesse il rilancio dell’agricoltura biologica con un ripensamento della mobilità, della produzione energetica e dell’ecoturismo, e piano piano queste iniziative si stanno attivando”, prosegue Bonan.
Anche la struttura del Biodistretto ricalca questa visione multisettoriale. Il direttivo dell’associazione, eletto nell’aprile del 2025, ha al suo interno una larga maggioranza di imprenditori agricoli, come prescrive la normativa, mentre l’assemblea dei soci ha una composizione felicemente eterogenea che va dalla diocesi di Feltre-Belluno a diverse amministrazioni comunali, dal Parco delle Dolomiti bellunesi alla Provincia di Belluno, dalle associazioni di categoria e ambientaliste ai Gruppi di acquisto solidale (Gas), dal consorzio turistico Dolomiti Prealpi alla Federazione amici della bicicletta, fino al Club alpino italiano (Cai) di Feltre.
Alla crisi della montagna bellunese, negli anni, si sono cercate risposte “istituzionali”: la richiesta di una provincia autonoma o la “fuga” verso i più ricchi territori del Friuli e del Trentino-Alto Adige. Ma non si è risolto nulla. Con il Biodistretto, invece, si cambia approccio. “Stiamo cercando di ricostruire relazioni di mutualità e reciprocità tra le nostre cittadinanze valorizzando solidarietà, competenze, senso del limite diffusi verso nuovi statuti di autogoverno di comunità -dice Bonan-. Valori e saperi per altro ignorati in occasione delle recenti Olimpiadi con opere infrastrutturali miliardarie predisposte senza alcun confronto sulle priorità e sui bisogni della gente che vive qui”.
L’atteggiamento coloniale verso le terre alte è evidente nella gestione delle acque, con laghi e fiumi alpini “spremuti” per dissetare le colture industriali della Pianura Padana ma emerge anche nell’accaparramento delle terre “acquistate dai vicini proprietari dei vitigni trevigiani a prezzi inarrivabili per i bellunesi -osserva il presidente Martini Barzolai- per farci meleti convenzionali e prosecco”. La scommessa è quella di preservare la ricchissima biodiversità del territorio “con un approccio non solo conservativo ma rilanciando progetti di sviluppo sensati”, insiste Bonan.
Il biologico nel bellunese copre l’11,2% della superficie agricola contro il 5,1% del resto del Veneto e, d’altronde, da queste parti la competizione con l’agroindustria di pianura è impensabile: “Il bio è la via di fuga più ‘semplice’ dalla concorrenza agroindustriale, tenendo sempre presente che fare agricoltura è un vero e proprio corso di sopravvivenza”, aggiunge ironico Martini Barzolai.
Con il nuovo anno il Biodistretto, appoggiato dal Centro consorzi, ha messo in campo un ricco carnet di seminari formativi, molto partecipati. “Durante l’estate abbiamo somministrato un questionario ai soci produttori -chiarisce Giacomo Trespidi, giovane agronomo in forze al Biodistretto- per capire quali fossero le necessità e, in base ai risultati, abbiamo confezionato una proposta formativa grazie a un finanziamento ministeriale”.
Tra i problemi più citati, oltre alla burocrazia, c’è la comparsa con la crisi ambientale di nuovi patogeni sempre più virulenti. Se da un lato il cambiamento climatico sta favorendo nuove coltivazioni in montagna, gli agricoltori si trovano a fronteggiare nuove e crescenti difficoltà che necessitano, per la loro gestione, di soluzioni sostenibili e innovative.
“È vero che ora, ad esempio, i cicli produttivi possono essere più lunghi -dice Trespidi-, ma il bilancio tra nuovi patogeni e i sempre più frequenti eventi estremi, comprese grandinate e gelate tardive, è comunque negativo. In questo senso il supporto tecnico che possiamo fornire e la condivisione di queste conoscenze tra le aziende agricole diventano di primaria importanza per garantire la stabilità del sistema”.
Un’altra attività introdotta è quella della consulenza alle aziende che vogliono convertirsi al biologico: “È un lavoro complesso perché la particolarità del Biodistretto è avere una grande varietà di produzioni: dalla zootecnia, oggi prevalente, alla bachicoltura, dall’apicoltura fino all’orticoltura”, aggiunge ancora Trespidi. Particolare attenzione viene riservata al rilancio del settore avicolo per rafforzare la redditività delle aziende, mentre con i Gruppi di acquisto solidale sono allo studio di dispositivi per irrobustire la filiera corta.
La scommessa del Biodistretto delle terre bellunesi non è esclusivamente agricola. Non solo perché attorno all’agricoltura si stanno disegnando progetti che connettono turismo -con l’ospitalità diffusa-, mobilità dolce -attraverso percorsi di visita alle aziende- e lo sviluppo di fattorie sociali; ma anche perché i biodistretti stanno rivelando una forte capacità di aggregazione, tanto che lo stesso Piano d’azione nazionale per la produzione biologica 2024-2026 consente loro di “divenire soggetto politico nei processi decisionali inerenti alle politiche di natura territoriale e settoriale a livello locale, regionale e anche nazionale”.
È politica nel senso più radicale del termine: riguarda il diritto di restare, di produrre, di abitare la montagna senza percepirsi esclusi. E forse proprio da questo settore marginale sta emergendo una delle poche risposte strutturate allo svuotamento delle aree interne, dimostrando che resilienza non è adattamento passivo, ma capacità di organizzarsi e costruire alternative.
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