• États-Unis : l’hécatombe des Amérindiennes sort progressivement du silence médiatique - RFI
    https://www.rfi.fr/fr/am%C3%A9riques/20260817-%C3%A9tats-unis-l-h%C3%A9catombe-des-am%C3%A9rindiennes-sort-progressiv

    Une précarité qui favorise les disparitions

    Les femmes amérindiennes vivent, pour beaucoup, dans des conditions de grande précarité, qui les rendent particulièrement vulnérables. Les réserves sont souvent situées dans des zones rurales reculées. L’accès aux soins est limité. Les services sociaux sont sous-dotés.

    « Les Amérindiens sont les plus touchés sur tout », constate Sabrina Van Tassel : suicide, diabète, meurtre, viol. À cette fragilité matérielle s’ajoute une fragilité psychique. Le traumatisme se transmet de génération en génération. Dans son documentaire, l’histoire de Marie Ellen Johnson-Davis, une jeune femme disparue, révèle l’ampleur des blessures : « Dans sa famille, j’ai pu établir que chaque femme sur au moins trois générations avait été violée », explique-t-elle.

    Cette répétition des violences, de mère en fille, installe l’idée d’une fatalité. Les prédateurs, eux, savent repérer ces vulnérabilités : « Un prédateur ne va pas agresser la personne la plus forte du troupeau. Il va agresser la plus faible », résume la documentariste.

    Les addictions – alcool, drogues – sont à la fois une conséquence du traumatisme et un facteur aggravant. Elles s’enracinent dans les politiques coloniales : changement brutal d’alimentation, destruction des repères culturels, violences dans les pensionnats, absence de prise en charge. « Ils n’ont pas eu le système nécessaire pour pouvoir se soigner, et donc ils ont reproduit le traumatisme », note Sabrina Van Tassel.

    #féminicides #violences_coloniales #apartheid #nations_amérindiennes #États-Unis #Canada

  • Israele spinge il vino del Negev. Negando l’acqua ai palestinesi

    Anche l’enoturismo alla scoperta delle cantine del deserto è uno strumento del governo per perpetrare e normalizzare l’#apartheid. In Italia arriva la proposta di legge per fermare l’import

    La normalizzazione della pratica di apartheid da parte del governo israeliano passa anche per comunicati all’apparenza banali, diffusi in Italia da professionisti che lavorano al servizio dell’Ufficio nazionale del turismo di Tel Aviv occupandosi di ufficio stampa e pubbliche relazioni in lingua italiana.

    L’ultima notizia è il riconoscimento di un’indicazione geografica per i vini prodotti nell’area del Negev, dove sono censite oltre una trentina di cantine costruite nel deserto: l’agricoltura dipende dall’irrigazione e -come evidenzia la mappa pubblicata sul sito di Negev desert wine– in alcuni casi le aziende sono proprio a ridosso della Striscia di Gaza sotto assedio, in un territorio in cui l’acqua negata alla popolazione palestinese è un’arma. Secondo un rapporto di Medici senza frontiere pubblicato a fine aprile sono 2,1 milioni le persone colpite da scarsità idrica.

    Ecco allora che il titolo del comunicato stampa, quello che le agenzie sperano sempre di veder copia-incollato sui media, è grottesco: “Il Negev sulla mappa mondiale del vino”.

    La notizia è stata rilanciata a fine maggio anche dall’account social del governo israeliano e da quello del ministero del Turismo: “Let’s raise a glass to a new chapter in Israeli wine tourism” è il messaggio del reel. “In alto i calici per un nuovo capitolo per l’enoturismo in Israele”. Il copy si chiude con l’espressione “L’Chaim”, il tradizionale brindisi ebraico che si traduce letteralmente con “alla vita”. A quasi tre anni dall’inizio di una guerra che ha fatto almeno 70mila vittime suona grottesco.

    Com’è grottesco il tentativo in corso di collocare Israele nella mappa globale del vino: “Questo riconoscimento è destinato a rafforzare in modo significativo il posizionamento internazionale dei vini israeliani, grazie alla combinazione di una storia affascinante, sapori distintivi e innovazione agricola all’avanguardia. Con questo traguardo il Negev diventa la seconda regione vinicola in Israele a ottenere uno status ufficiale di denominazione, affiancandosi alla Giudea che ha aperto la strada alcuni anni fa. Questa denominazione colloca il Negev accanto ad alcune delle regioni vinicole più prestigiose al mondo, come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley”, spiega il comunicato stampa.

    L’iniziativa è stata guidata dalla Merage foundation Israel, che ha promosso gli sforzi per affermare il Negev come destinazione internazionale per l’enoturismo: si tratta di un processo che ha richiesto circa quattro anni e si è concluso con il riconoscimento ufficiale della regione che si estende da Kiryat Gat, a Nord, fino a Eilat, a Sud. È sempre la fondazione Merage ad aver lavorato per la creazione di un consorzio tra le aziende attive nella regione desertica.

    Il comunicato cita le parole di Nicole Hod Stroh, direttrice dell’organizzazione: “Come persona che ha fatto Aliyah dalla Colombia (il ritorno degli ebrei in Israele, ndr) e che da molti anni si occupa dello sviluppo regionale e della crescita economica del Negev, considero l’enoturismo un’espressione moderna e significativa del sionismo contemporaneo -dice-. Non ho dubbi che nei prossimi anni il Negev diventerà una meta enoturistica ambita, al pari delle principali regioni vinicole del mondo”.

    Amnesty international in un report pubblicato a metà giugno sottolinea come “all’interno di Israele, le autorità hanno demolito circa cinquemila abitazioni dei villaggi beduini nella Regione desertica del Negev/Naqab, nel Sud di Israele, secondo il Comitato di governo avanzato per gli arabi del Naqab, un gruppo rappresentativo locale. Le località ebraiche in espansione erano amministrate da autorità separate. Oltre sessanta case sono state demolite nel villaggio di al-Sir, nel Nord-Est del Negev/Naqab, durante i mesi più caldi, lasciando per strada circa 1.500 persone beduine palestinesi con cittadinanza israeliana o sfollandole con la forza in alloggi inadeguati in township per soli beduini prive dei servizi essenziali”. Quello che accade viene definito non a caso apartheid.

    A metà maggio anche in Italia è stata intanto depositata una proposta di legge “finalizzata, in linea con il diritto internazionale, all’adozione di misure volte ad impedire l’importazione di beni e la fornitura di servizi provenienti dagli insediamenti israeliani situati nel Territorio palestinese occupato (Tpo), allo scopo di non favorire il consolidamento della presenza illegale israeliana nel suddetto territorio”, spiega l’articolo 1.

    E il vino è uno dei prodotti più esportati, evidenzia il report della campagna Stop al commercio con gli insediamenti illegali, da cui discende l’iniziativa di legge grazie all’impegno di una coalizione di 20 organizzazioni della società civile.

    “Non è stupefacente il fatto che Israele abbia un sistema di denominazioni d’origine e che le usi per aumentare la colonizzazione dei Territori occupati -spiega Michele Antonio Fino, professore di Fondamenti del diritto europeo, food law ed ecologia giuridica all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo-. Le denominazioni di origine nascono sempre all’interno di uno Stato perché è lì che si forma il primo nucleo di una reputazione: ovviamente il loro riconoscimento internazionale dipende da altro ma la strategia dietro a questa operazione è abbastanza chiara. A me non risulta che ci sia alcuna forma di riconoscimento internazionale, però, per come è scritto il testo dell’accordo Trips (Trade-related aspects of intellectual property rights), il meccanismo è quello di un mutuo riconoscimento delle indicazioni di origine tra gli Stati che hanno aderito all’Organizzazione mondiale del commercio. Se ne deduce che Israele può procedere da sola e poi pretendere il riconoscimento di questa denominazione negli altri Paesi ma questo non è la stessa cosa di dire che Negev è riconosciuta a livello internazionale”. È, insomma, una fuffa sionista.

    https://altreconomia.it/israele-spinge-il-vino-del-negev-negando-lacqua-ai-palestinesi
    #vin #Israël #eau #Palestine #désert_du_Néguev #écotourisme #tourisme #Néguev #irrigation #agriculture #vitictulture #tourisme_viticole #Merage_foundation_Israel #Tourisme_gastronomique #Kiryat_Gat #Eilat #Nicole_Hod_Stroh #sionisme

  • Ende einer Ära : Lassen die Russen in Israel Netanjahu fallen ?
    https://www.berliner-zeitung.de/article/ende-einer-aera-lassen-die-russen-in-israel-netanjahu-fallen-101015

    Israel : les Russes ont donné la victoire électorale à Bibi et ils le feront perdre si on veut croire les sondages. Pire, les extrémistes religueux parmi les sionistes de droite ont fait voter une lois qui exige des jeunes couples qui veulent se marier une sorte de « Ariernachweis » juif qui risque de les faire perdre leur privilèges de vrais juifs si les données fournies sont incomplètes ou font apparaitre une grand mère goï.

    Mort de rire. Ils l’ont voulu. C’est un état démocratique.

    https://de.wikipedia.org/wiki/Ariernachweis

    17.6.2026 von Lily Galili aus Tel Aviv - Die Einwanderer aus der Sowjetunion spüren die Politik der radikalen Religiösen. Sie fühlen sich von Netanjahu verraten und könnten ihn nun zu Fall bringen.

    Dies ist ein Open-Source-Beitrag. Die Berliner Zeitung und die Ostdeutsche Allgemeine geben allen Interessierten die Möglichkeit, Texte mit inhaltlicher Relevanz und professionellen Qualitätsstandards anzubieten.

    Vor genau 30 Jahren nahm die Geschichte Israels eine Wendung, die die Geschicke des Landes bis heute bestimmt: Im Jahr 1996 wurde Benjamin Netanjahu, der Vorsitzende der rechtsgerichteten Likud-Partei, Premierminister Israels. Er verdankte seinen Sprung an die Macht den „Russen“: Die konfessionelle Partei der Neuankömmlinge aus der ehemaligen Sowjetunion schloss sich seiner Koalition an und veränderte damit die israelische Politik für Jahrzehnte. Die Ironie der Geschichte: Der Erste, der den Wandel, der folgen sollte, voraussah, war Jassir Arafat, der damalige Vorsitzende der Palästinensischen Befreiungsbewegung PLO.

    Bereits in einem sehr frühen Stadium der 1995 unterzeichneten Oslo-Abkommen erklärte Arafat dem israelischen Abgeordneten Schabak, es sei notwendig, die Verhandlungen zu beschleunigen, bevor eine Flut dieser Einwanderer eintreffe und die politische Bühne verändere. Genau diese Entwicklung trat ein: Geprägt von dem Regime, dem sie entkommen waren, verachteten sie alles, was mit Kommunismus und Sozialismus zu tun hatte. Sie zahlten einen unverhältnismäßig hohen Preis in der tragischen Serie von Terroranschlägen, die die Oslo-Abkommen begleiteten.

    Sie blieben dem rechten Block treu. Ihre Stimmen verteilten sich im Wesentlichen auf den von ihnen verehrten Netanjahu und auf Avigdor Lieberman, den Vorsitzenden der Partei Jisrael Beitenu. Lieberman war selbst einst aus der Sowjetunion gekommen und war jahrelang Netanjahus politischer Verbündeter. Die Linke unternahm so gut wie nichts, um die Einwanderer für sich zu gewinnen.

    30 Jahre später, bei den anstehenden Wahlen im Oktober 2026, kann die „russische Wählerschaft“ erneut über das politische Schicksal und damit sogar über die Zukunft Israels entscheiden. Sie stellt mittlerweile 15 bis 18 der 120 Sitze in der Knesset. Sie ist nicht mehr der einst nahezu homogene rechte Block.

    Knapp vier Monate vor den Wahlen stellt sich nicht die Frage, wen sie wählen, sondern ob sie überhaupt wählen gehen. Jüngste Umfragen zeigen, dass ein hoher Prozentsatz des in Israel definierten „russischen Sektors“ weiterhin unentschlossen ist oder tendenziell nicht zur Wahl geht. Nur noch 25 Prozent dieses Sektors unterstützen die Regierungskoalition. Das sind sehr schlechte Nachrichten für Netanjahu.
    Gesetze, die den Bedürfnissen der Ultraorthodoxen dienen

    Viele Faktoren tragen zu diesem Wandel bei. Netanjahus größtes, unlösbares Problem ist die aktuelle Koalition. Sein Bündnis mit den Ultraorthodoxen hat die russischsprachigen Wähler entfremdet. Das Bündnis geht auf deren Kosten. Netanjahu weiß das und hat eine bewusste Entscheidung getroffen. Anders als die russische Gemeinschaft, sind die Ultraorthodoxen eine sichere Bank für zukünftige Koalitionen. Er hat ihnen unvorstellbare Summen Geld gegeben, aber noch schlimmer: Er hat Gesetze erlassen und gefördert, die ausschließlich ihren Bedürfnissen dienen und alle anderen vernachlässigen.

    Die russische Gemeinschaft – über alle Generationen hinweg – ist das Hauptopfer der israelischen Orthodoxie. Mehr als 350.000 Einwanderer und ihre in Israel geborenen Kinder gelten nach den geltenden orthodoxen Gesetzen nicht als Juden. Im Judentum wird die Religion des Kindes von der Mutter bestimmt.

    Andererseits waren Mischehen sehr verbreitet. In der Sowjetunion war dies häufig der Fall. Wenn die Mutter nicht jüdisch war, galt das in Israel geborene Kind eines Einwanderers nicht als jüdisch. Die Kinder hätten konvertieren können, doch viele weigerten sich. Sie fühlten sich ohnehin als Israelis, leisteten ihren Wehrdienst, waren Teil der israelischen Gesellschaft und empfanden die Notwendigkeit der Konversion als Beleidigung.

    Immer radikalere Forderungen

    Es gab allerdings Einschränkungen: Ohne Konversion konnten sie in Israel offiziell nicht heiraten, da traditionelle Eheschließungen und Scheidungen ausschließlich der rabbinischen Autorität unterstanden. Sie konnten nicht auf einem jüdischen Friedhof beerdigt werden; selbst auf Militärfriedhöfen herrschte ein gewisser Abstand zwischen dem jüdischen gefallenen Soldaten und seinem nichtjüdischen Kameraden. Das war schon immer so, doch heute wird von den radikalen Religiösen eine viel stärkere Ausgrenzung vorangetrieben. Netanjahu hat seinen mäßigenden Einfluss an die orthodoxen Partner verloren. Die Forderungen werden immer radikaler.

    Erst kürzlich starb ein 102 Jahre alter Veteran des Zweiten Weltkriegs nach Jahrzehnten in Israel. Seine Beerdigung verzögerte sich, da das Rabbinat plötzlich eine weitere Bestätigung seiner jüdischen Abstammung verlangte. Angesichts der zunehmenden Religiosität in Israel häufen sich diese Fälle von „Bestätigung der jüdischen Abstammung“, die mitunter sogar DNA-Tests erfordern.

    Über der russischen Gemeinde schwebt ein weiteres Damoklesschwert: Laut dem „Rückkehrgesetz“ – der israelisch-zionistischen Version des Einwanderungsgesetzes – darf jedes Enkelkind eines jüdischen Großvaters die „Alija“ absolvieren, also einwandern. Orthodoxe Juden fordern seit Jahren die Abschaffung jenes Teils des Gesetzes, der Nichtjuden nach Israel bringt. Sollte dies Realität werden, könnten Familien auseinandergerissen werden.

    Ein prominenter Likud-Minister argumentierte in der Knesset mit Bezug auf diese Klausel, dass dieses Gesetz „nur Liebermans Plan dient, eine Armee von Nichtjuden für sich zu gewinnen“. Eine solche Aussage ist nicht nur für Lieberman, sondern für den Großteil der russischen Gemeinde beleidigend.

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    Auch am 6. Juni kam es auf den Straßen von Tel Aviv zum Protest gegen Benjamin Netanjahu. © Gideon Markowicz/imago

    Ein zynisches und schmerzhaftes Argument

    Die jüngere Generation, im wehrpflichtigen Alter, verfolgt die jüngsten Entwicklungen mit Wut. Nichtjuden dienen in Kampfeinheiten, viele von ihnen freiwillig, obwohl sie dazu nicht verpflichtet sind. Auf der anderen Seite hat Netanjahu gerade das unglaubliche Gesetz vorangetrieben, das das Thora-Studium (Jahre in der Jeschiwa) mit dem Militärdienst gleichsetzt. Von nun an genießen Hunderttausende junger orthodoxer Männer dieselben Rechte wie im Dienst befindliche Soldaten.

    Diese Anomalie wird damit erklärt, dass das Gebet und das Studium der heiligen Schriften ebenso zur Sicherheit Israels beitragen wie der Militärdienst. Sie böten „spirituelle Verteidigung“, so das neue Gesetz.

    Knapp drei Jahre nach Kriegsbeginn und mit 1152 gefallenen Soldaten ist dies ein zynisches und schmerzhaftes Argument. Es verärgert die meisten Israelis, doch die russischsprachige Gemeinschaft, die sich entschieden hat, hierherzukommen und sich am Kampf für den Schutz ihrer neuen Heimat zu beteiligen, ist in gewisser Weise noch verärgerter.

    Weitere Faktoren spielen bei diesem politischen Wandel eine Rolle und könnten den Ausgang der Wahlen beeinflussen. Einer davon ist der Generationenwechsel. Über 35 Jahre nach Beginn der Masseneinwanderung (1,2 bis 1,5 Millionen Menschen) prägen nun neue Generationen das politische und soziale Gesicht Israels. Sie hegen sicherlich keine automatische Affinität zu Netanjahu oder Lieberman und wählen tendenziell eher wie ihre Altersgenossen.

    Aber auch Netanjahu und Lieberman haben sich verändert. Netanjahu, war einst der „Beschützer Israels“, der siegreiche Anführer in den Augen der russischsprachigen Gemeinschaft, die nur an den totalen Sieg glaubt. Diesen Titel kann er nicht mehr für sich beanspruchen. Nicht nach dem 7. Oktober, nicht solange Hamas und Hisbollah noch immer aktiv sind, nicht solange der Iran noch immer die Urananreicherung kontrolliert.

    Nach dem zweiten Libanon-Krieg (2006) erklärte der damalige Premierminister Ehud Olmert Israel zum Sieger nach Punkten. Die russischsprachige Gemeinschaft verspottete ihn daraufhin mit unzähligen Witzen.

    Netanjahu bemüht sich nun sichtlich, die Russen für sich zu gewinnen. Ein Großteil seines laufenden Wahlkampfs richtet sich auf Russisch an sie. Er inszeniert sich selbst und diffamiert seine Gegner auf vielfältige Weise: Er verhöhnt seinen Hauptkonkurrenten, den ehemaligen Generalstabschef Gadi Eisenkot, wegen dessen mangelnder Englischkenntnisse. Netanjahus perfektes Englisch ist sicher ein Vorteil, doch seine Propaganda wird längst als billiger Trick wahrgenommen. Lieberman, einst ein Verbündeter weit rechts von Netanjahu, gilt nun als ein Feind, den der Premierminister als „Linken“ bezeichnet. Netanjahus einstige Verbündete sind nun seine gefährlichsten Gegner.

    Zustimmung wird von Wut überlagert

    Aktuell läuft es nicht gut für Netanjahu. Da sich sein Wahlkampf, insbesondere der russischsprachige, mittlerweile hauptsächlich auf soziale Medien konzentriert, sprechen die Reaktionen Bände. Früher gab es nur Liebesbekundungen, Herz-Emojis, Worte wie „König“, „Magier“ und herzliche Umarmungen der gesamten Familie Netanjahu. Das ist vorbei. Die Zustimmung wird von Wut, Ablehnung und Zynismus überlagert.

    Hinter den Kulissen versucht ein hebräischer Fernsehsender, der einem Milliardär russischer Herkunft gehört, eine russischsprachige Website zu erwerben, um diese Zielgruppe anzusprechen. Der Fernsehsender dient Netanjahu offen, daher dürfte das Projekt realisiert werden. Die Initiative mag hilfreich sein, doch sie wird nicht reichen.

    Die jüngere Generation braucht keinen russischsprachigen Wahlkampf; sie braucht eine Regierung, die auf ihre Bedürfnisse eingeht. Da alle Oppositionsparteien den russischsprachigen Wählern eine säkulare oder zumindest weniger orthodox geprägte Alternative bieten, könnten Netanjahu am Ende genau jene Stimmen fehlen, die ihm vor 30 Jahren seinen Aufstieg erst ermöglicht haben.

    Lily Galili ist eine israelische Publizistin und Expertin für die Einwanderung aus der früheren Sowjetunion, ehem. Fellow an der Harvard-Universität und Absolventin der Hebräischen Universität, Jerusalem.

    #Israel #apartheid #racisme #extrême_droite

  • Apartheid : zoom sur 43 lois suprémacistes israéliennes
    2 juin 2026 - Par Meriem Laribi pour l’Agence Média Palestine, le 2 juin 2026
    https://agencemediapalestine.fr/blog/2026/06/02/apartheid-zoom-sur-43-lois-supremacistes-israeliennes

    (...) Adalah, « justice » en arabe, est une organisation juridique palestinienne basée en Israël. Fondée en 1996, ce centre indépendant défendant les droits des citoyen.nes palestinien.nes d’Israël ainsi que des Palestinien.nes vivant sous occupation israélienne, a établi une base de données qui recense 70 lois, amendements, règlements, codes de procédure pénale et ordonnances de police israéliens discriminatoires envers les Palestinien.nes citoyen·nes d’Israël, les habitants des territoires occupés ou les Palestinien.es réfugié.es. Ces 70 lois ont toutes été adoptées avant le 7 octobre 2023.

    Depuis, Adalah a publié un rapport le 24 novembre 2025 qui expose le renforcement de l’arsenal législatif de l’apartheid en Israël avec le vote d’une trentaine de lois en à peine deux ans, entre le 7 octobre 2023 et 27 juillet 2025.

    L’Agence Média Palestine reproduit et explicite ici le contenu de 43 lois et réglementations d’apartheid, suprémacistes, racistes, discriminatoires. Nous les avons classées par thèmes et numérotées. Cette liste n’est pas exhaustive mais elle est représentative de la situation. (...)

    #apartheid

  • Björk, Brian Eno ou Kneekap, un millier d’artistes appellent au boycott de l’Eurovision 2026 | TV5MONDE - Informations
    https://information.tv5monde.com/international/bjork-brian-eno-ou-kneekap-un-millier-dartistes-appellent-au-b

    « Pas de musique pour un génocide » ! Plus d’un millier d’artistes à travers le monde, dont Björk, Brian Eno ou Massive Attak, appellent au boycott du concours de l’Eurovision qui doit commencer à Vienne le 12 mai prochain. Avec cinq participants habituels - l’Espagne, la Slovénie, les Pays-Bas, l’Irlande et l’Islande - ils veulent le retrait de la participation d’Israël.

    https://nomusicforgenocide.org

    No Music For Genocide is a cultural boycott of genocidal Israel. Over 1000 artists and labels have geo-blocked and removed their music from that territory in response to Israel’s accelerated genocide in Gaza; occupation and ethnic cleansing of the West Bank; apartheid within Israel / ’48; political repression of Pro-Palestine efforts around the globe; and the music industry’s own ties to weapons and crimes against humanity.

    #Eurovision #génocide #apartheid #Palestine

  • Amnesty International appelle les États à empêcher qu’un ordre prédateur et hostile aux droits fondamentaux s’impose en ce moment crucial pour l’humanité - Amnesty International
    https://www.amnesty.org/fr/latest/news/2026/04/amnesty-international-calls-states-to-stop-predatory-era-taking-hold

    La situation des droits humains dans le monde, ainsi que les autres documents publiés cette année par Amnesty International, détaillent des crimes de droit international généralisés et une multiplication des attaques contre le système de justice internationale, qui portent gravement atteinte aux fondements sur lesquels reposent les droits humains au niveau mondial. 

    Israël a poursuivi son #génocide contre la population palestinienne de Gaza, malgré l’accord de cessez-le-feu d’octobre 2025, et a maintenu le système d’#apartheid qu’il impose aux Palestinien·ne·s, tout en accélérant l’expansion des colonies illégales en Cisjordanie occupée, y compris Jérusalem-Est, et en prenant des mesures en vue d’une annexion. Les autorités israéliennes ont de plus en plus autorisé ou encouragé les colons à attaquer et terroriser les Palestinien·ne·s en toute impunité, et de hauts responsables de l’État ont encensé et glorifié la violence contre les Palestinien·ne·s, y compris les arrestations arbitraires et la torture des détenu·e·s. 

    Les #États-Unis ont procédé à plus de 150 exécutions extrajudiciaires en bombardant des embarcations dans les Caraïbes et le Pacifique, et ont commis un acte d’agression contre le Venezuela en janvier 2026.

    La #Russie a intensifié ses attaques aériennes contre des infrastructures civiles essentielles en Ukraine, tandis que l’armée du Myanmar a utilisé des parapentes motorisés pour larguer des munitions explosives sur des villages, tuant des dizaines de civil·e·s, dont des enfants. 

    Les #Émirats_arabes_unis ont alimenté le conflit au #Soudan en fournissant de l’armement #chinois de pointe aux Forces d’appui rapide, qui ont pris le contrôle de la ville d’El Fasher en octobre après l’avoir assiégée pendant 18 mois et ont commis des massacres de civil·e·s et des violences sexuelles. En République démocratique du #Congo (RDC), le groupe armé #M23, avec l’aide active du #Rwanda, a pris les villes de Goma et de Bukavu et a tué illégalement des civil·e·s et torturé des détenu·e·s. 

    […]

    Israël a intensifié ses attaques contre le #Liban.

    Entre la mort de plus de 100 #enfants tués par une frappe états-unienne illégale sur une école en #Iran et les attaques dévastatrices de toutes les parties contre des infrastructures énergétiques, le conflit a mis en danger la vie et la santé de millions de civil·e·s et menace de provoquer de vastes préjudices civils et environnementaux, prévisibles et durables, avec des conséquences sur l’accès à l’énergie, aux soins de santé, à l’alimentation et à l’eau dans cette région déjà agitée, ainsi qu’ailleurs dans le monde. 

    En Afghanistan, les talibans ont intensifié leurs politiques prédatrices contre les femmes, avec de nouvelles interdictions les privant d’éducation, de travail et de liberté de circuler, tandis qu’en Iran les autorités ont massacré des manifestant·e·s en janvier 2026, dans ce qui a probablement été la répression de ce type la plus meurtrière depuis des décennies. 

    En 2025, les États-Unis, Israël et la Russie ont encore affaibli les mécanismes internationaux d’obligation de rendre des comptes, et en particulier la Cour pénale internationale (CPI). Le gouvernement de Donald Trump a pris des sanctions contre des membres du personnel de la CPI, des organisations collaborant avec elle et la rapporteuse spéciale des Nations unies sur le territoire palestinien occupé, et la Russie a délivré des mandats d’arrêt contre des responsables de la CPI. Plusieurs autres États se sont retirés du Statut de Rome et des traités interdisant les armes à sous-munitions et les mines antipersonnel ou ont annoncé leur intention de le faire. 

    La grande majorité des États ont refusé ou se sont montrés incapables de dénoncer systématiquement les actes prédateurs commis par les États-Unis, la Russie, Israël ou la Chine, ou de négocier des solutions diplomatiques. L’Union européenne et la plupart des pays européens ont cédé lâchement face aux attaques états-uniennes contre le droit international et les mécanismes multilatéraux. Ils n’ont pas pris de mesures dignes de ce nom pour faire cesser le génocide israélien ou mettre un terme aux transferts irresponsables d’armes et de technologies alimentant des crimes de droit international dans le monde entier. Ils ne se sont pas non plus montrés disposés à promulguer des lois pour faire barrage aux sanctions des États-Unis et protéger les personnes visées par celles-ci, notamment les juges et les procureurs de la CPI.

    L’Italie et la Hongrie ont refusé d’arrêter sur leur territoire des personnes se trouvant sous le coup de mandats de la #CPI, et l’Allemagne, la #France et la Pologne ont laissé entendre qu’elles feraient de même

    «  Les dirigeant·e·s mondiaux ont jusqu’à présent fait preuve d’une trop grande soumission face aux attaques contre le droit international et le système multilatéral. Leur silence et leur inaction sont inexcusables. C’est une faillite morale, qui n’aboutira à rien d’autre qu’à une retraite, une défaite et l’effacement de décennies de gains durement acquis en matière de droits humains.

    Faire des concessions excessives aux agresseurs revient à jeter de l’huile sur un feu qui nous brûlera toutes et tous et réduira en cendres l’avenir des générations futures  », a déclaré Agnès Callamard. 

    «  Certaines personnes pourraient être tentées de balayer d’un revers de la main le système bâti ces 80 dernières années, affirmant qu’il n’est rien d’autre qu’une illusion. Cela reviendrait à faire peu de cas des avancées acquises de haute lutte en matière de reconnaissance des droits universels, notamment l’adoption de nombreuses conventions internationales et lois nationales protégeant contre la discrimination raciale et la violence à l’égard des femmes, consacrant les droits des travailleuses et travailleurs et des syndicats, et reconnaissant ceux des peuples autochtones. Ce serait oublier les solutions apportées à la pauvreté, le renforcement des droits reproductifs et la justice mise en œuvre quand les États choisissent de respecter la Charte des Nations unies et la Déclaration universelle des droits de l’homme. 

    «  Les prédateurs politiques et économiques, ainsi que celles et ceux qui les aident, déclarent la mort du système multilatéral non pas parce qu’il est inefficace, mais parce qu’il ne sert pas leurs objectifs d’hégémonie et de contrôle. La bonne réponse ne consiste pas à proclamer que ce système est une illusion ou est irréparable, mais à s’attaquer à ses lacunes, à cesser de l’appliquer de façon sélective et à continuer de le transformer pour qu’il soit pleinement en mesure de défendre tout le monde avec la même détermination.  »

  • La Knesset adopte une loi imposant l’exécution des détenus palestiniens
    31 mars 2026 | - IMEMC News
    https://imemc.org/article/knesset-approves-law-mandating-execution-of-palestinian-detainees

    La Knesset israélienne a adopté lundi soir une loi imposant la peine de mort aux détenus palestiniens reconnus coupables d’homicides qualifiés par Israël d’« actes de terrorisme ». Le projet de loi a été adopté en deuxième et troisième lectures par 62 voix pour, 48 contre et une abstention.

    Ce texte a été présenté par Limor Son Har-Melech, députée d’extrême droite à la Knesset, et porté par le ministre fanatique de la Sécurité nationale, Itamar Ben-Gvir, qui prône depuis longtemps des mesures plus sévères à l’encontre des détenus palestiniens.

    La commission de la sécurité nationale de la Knesset a fait avancer le projet de loi la semaine dernière après avoir rejeté plus de 2 000 objections, accélérant ainsi le processus législatif malgré une controverse généralisée.

    La loi impose l’exécution par pendaison dans les 90 jours suivant le prononcé de la sentence et exclut toute possibilité de grâce ou de commutation de peine.
    Les tribunaux ne peuvent prononcer la prison à vie que dans des « circonstances particulières » strictement définies, tandis que le Premier ministre peut demander un report limité de l’exécution.

    La loi s’applique différemment selon les juridictions. En Cisjordanie occupée, la peine de mort devient la peine par défaut pour les Palestiniens jugés par les tribunaux militaires israéliens.
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    À l’extérieur de la Knesset, le ministre de la Sécurité nationale, Itamar Ben-Gvir, a célébré le vote en levant une coupe de champagne, qualifiant la loi sur la peine de mort d’étape « historique » et ajoutant : « Bientôt, nous les compterons un par un. »
    https://imemc.org/wp-content/uploads/2026/03/UbDnSS_-eBJbepow.mp4?_=1


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    En Israël, les Israéliens juifs restent exemptés de l’exécution automatique pour les attaques mortelles contre les Palestiniens, renforçant ainsi le double système juridique régissant les Palestiniens sous occupation.

    Cette mesure a suscité la condamnation de plusieurs gouvernements européens, qui ont exhorté Israël à abandonner le projet de loi, qualifiant la peine capitale d’inhumaine et d’inefficace.

    Amnesty International a averti que cette loi renforce le système d’apartheid israélien et risque de mettre l’État en contradiction avec le mouvement mondial en faveur de l’abolition de la peine de mort.

    Le ministère jordanien des Affaires étrangères et des Expatriés a condamné l’adoption par la Knesset israélienne de la loi imposant l’exécution des prisonniers palestiniens détenus dans les prisons de l’occupation israélienne, la qualifiant de violation flagrante du droit international et du droit international humanitaire.
    Le porte-parole du ministère, l’ambassadeur Fouad Al-Majali, a réaffirmé le rejet absolu et la condamnation ferme de la Jordanie à l’égard de ce qu’il a qualifié de texte législatif illégal, discriminatoire et raciste.
    Il a souligné que cette loi contredit les principes fondamentaux du droit international, qui interdisent à une puissance occupante d’imposer des cadres législatifs visant à consolider son contrôle sur le territoire occupé.
    Al-Majali a ajouté que cette mesure s’inscrit dans le cadre d’une politique israélienne systématique visant le peuple palestinien et portant atteinte à ses droits inaliénables, notamment le droit à l’autodétermination et à la création d’un État palestinien indépendant sur son sol national, conformément à la solution à deux États.
    Al-Majali a exhorté la communauté internationale à assumer ses responsabilités juridiques et morales et à agir rapidement et efficacement pour empêcher Israël de mettre en œuvre cette loi. Il a appelé à une pression internationale décisive pour contraindre Israël à mettre fin à ses décisions illégales, à annuler la législation et les mesures unilatérales qui visent le peuple palestinien et sa présence sur son territoire.

    Selon la Société des prisonniers palestiniens, Israël détient actuellement environ 9 500 prisonniers palestiniens et arabes. Quatre-vingt-dix-sept prisonniers sont morts en détention israélienne, et leurs corps ne sont toujours pas restitués, dont 86 depuis le 7 octobre 2023.
    Depuis 1967, 326 prisonniers palestiniens sont morts dans les prisons israéliennes à la suite de tortures, de négligence médicale ou d’autres abus.

    #Prisonniers #apartheid
    https://seenthis.net/messages/1165537

    • L’Espagne accuse Israël de faire « un pas de plus vers l’apartheid », après l’instauration de la peine de mort pour les Palestiniens accusés de meurtre « terroriste »
      Le Monde avec AFP | Publié le 31 mars 2026
      https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/31/l-espagne-accuse-israel-de-faire-un-pas-de-plus-vers-l-apartheid-apres-l-ins

      Berlin, Paris, Rome et Londres ont fait part dimanche, dans un communiqué conjoint, de leur « profonde inquiétude » concernant cette loi adoptée lundi par le Parlement israélien. Pour le chef des droits de l’homme de l’ONU, son application constituerait un « crime de guerre ».

      C’est un texte décrié. La loi adoptée lundi par le Parlement israélien instaurant la peine de mort « pour les terroristes », rédigée pour ne s’appliquer qu’aux Palestiniens, représente « un pas de plus vers l’apartheid », a fustigé, mardi 31 mars, le premier ministre espagnol, Pedro Sanchez.

      « Le gouvernement espagnol condamne la peine de mort contre les Palestiniens que le parlement israélien vient d’approuver. Il s’agit d’une mesure asymétrique qui ne s’appliquerait pas aux Israéliens qui commettraient les mêmes délits. Même crime, peine différente. Ce n’est pas de la justice  », a-t-il écrit sur X. « Le monde ne peut pas se taire », a-t-il conclu.

      Berlin s’en tient au « rejet de la peine de mort » et estime que la loi adoptée lundi soir par le Parlement israélien s’appliquera « vraisemblablement exclusivement aux Palestiniens dans les territoires palestiniens », a fait savoir de son côté le porte-parole du gouvernement allemand dans un communiqué.

      (...) Le vote de ce texte pourrait, par ailleurs, faire perdre à Israël son statut d’observateur à l’Assemblée parlementaire du Conseil de l’Europe (APCE), a averti mardi la présidente de cette instance. Le Conseil de l’Europe, vigie des droits humains et de la démocratie sur le continent, dispose d’une assemblée de 612 parlementaires originaires de ses 46 Etats membres, ainsi que trois Etats qui y siègent en tant qu’observateurs : le Canada, Israël et le Mexique.

      Dans un communiqué, la présidente de l’APCE, Petra Bayr, a estimé que le vote de la loi lundi à la Knesset compromettait « gravement le statut d’observateur d’Israël » à l’APCE. Ce vote « éloigne Israël des valeurs du Conseil de l’Europe, qui refuse la peine de mort partout et en toutes circonstances », a expliqué Mme Bayr, exprimant son souhait que « la Cour suprême israélienne rejette cette loi ».

      (...) A rebours de ces positions, les Etats-Unis affirment qu’ils « respectent le droit souverain d’Israël à fixer ses propres lois et sanctions à l’encontre des personnes reconnues coupables de terrorisme », selon la déclaration d’un porte-parole du département d’Etat.

  • Le Parlement israélien adopte une loi instaurant la « peine de mort pour les terroristes »
    Publié le : 30/03/2026 Par :FRANCE 24 Avec AFP et Reuters
    https://www.france24.com/fr/moyen-orient/20260330-le-parlement-isra%C3%A9lien-adopte-une-loi-instaurant-la-peine-de

    Le Parlement ​israélien a voté lundi en faveur d’un projet de loi visant à instaurer la peine de mort par défaut pour les Palestiniens reconnus coupables par des tribunaux ​militaires d’avoir tué des Israéliens. Une mesure jugée discriminatoire envers les Palestiniens vivant sous occupation.
    (...)
    Quelques minutes après son adoption à la Knesset, l’Association pour les droits civils en Israël (ACRI) a annoncé avoir déposé un recours en urgence devant la Cour suprême « demandant l’annulation de la loi », qu’elle qualifie d’"inconstitutionnelle, discriminatoire par nature et, pour les Palestiniens de Cisjordanie, adoptée sans base juridique".

    Le Parlement « n’a pas le pouvoir de légiférer pour la Cisjordanie » où Israël « n’exerce aucune souveraineté », fait-elle valoir. (...)

    #apartheid
    https://seenthis.net/messages/1165403

    • Mouin Rabbani sur X : “A valid point is raised by @nntaleb and @asadabukhalil : Israel has been engaging in summary executions of Palestinians and others for decades, so why go through the trouble and potential scrutiny of legislating a death penalty that will be applied on a strictly ethnic basis?”
      https://x.com/MouinRabbani/status/2038727630187581638

      Un point valable est soulevé par @nntaleb et @asadabukhalil :
      Israël procède depuis des décennies à des exécutions sommaires de Palestiniens et d’autres personnes, alors pourquoi se donner la peine et risquer l’examen minutieux de légiférer une peine de mort qui sera appliquée sur une base strictement ethnique ?

      Exprimé différemment, pourquoi maintenant ?

      Je pense que la réponse a peu à voir avec les relations israélo-palestiniennes et se trouve principalement dans la politique intérieure israélienne.

      La société israélienne, encouragée par des décennies d’impunité, a résolument basculé vers l’#extrême_droite. Dans ce contexte, la législation sur la peine de mort est avant tout un instrument électoral.

      Ceux qui sont derrière cette législation s’attendent à récolter une récompense politique significative pour leur législation raciste lors des élections de cette année, précisément parce que cette législation est raciste et qu’elle porte sur le meurtre d’Arabes.

      Tous les indices indiquent que leur initiative portera ses fruits.

      Quant à l’examen minutieux potentiel, après une vaste discussion et un débat approfondis sur les exécutions, il pourrait y avoir à un moment donné une expression de préoccupation de la part de Bruxelles, qui sera immédiatement dénoncée comme une calomnie antisémite assoiffée de sang, et pour laquelle l’UE s’excusera promptement.

  • Contre l’écologie de guerre. Géopolitique de l’anthropocène, Paul Guillibert
    https://www.revolutionpermanente.fr/Contre-l-ecologie-de-guerre-Une-geopolitique-de-l-anthropocene

    Le concept d’écologie de guerre a été développé par le philosophe et historien des idées politiques Pierre Charbonnier dans l’ouvrage Vers l’écologie de guerre. Une histoire environnementale de la paix [4]. Dans Contre l’écologie de guerre, Vincent Rissier critique ce concept avec une série d’arguments stimulants et convaincants. Il conteste d’abord le diagnostic historique qui verrait dans le système-monde capitaliste après 1945 un ordre fondé sur la « paix carbone ». Contestant les prémisses, il refuse ensuite le pronostic qui discernerait dans l’imminence des nouvelles guerres du XXIᵉ siècle une occasion pour la transition énergétique.

    […]

    Dans Contre l’écologie de guerre, Rissier démontre en un mot que la paix carbone est un mythe et l’écologie de guerre une illusion. Nous assistons au contraire, dans le contexte de la crise écologique, au renforcement des rivalités inter-impérialistes des États capitalistes qui n’ont jamais cessé tout au long du XXᵉ siècle mais qui se reconfigurent dans l’Anthropocène autour de l’accès à certaines ressources clés : toujours les ressources fossiles mais aussi désormais les matériaux nécessaires à la transition tels que le lithium par exemple. En somme, l’ouvrage de Rissier est une parfaite illustration du concept d’« impérialisme écologique » ou d’« impérialisme vert [5] ».

    D’abord développé par l’historien de l’environnement William Crosby [6], le concept d’impérialisme écologique a ensuite été repris par les écomarxistes John B. Foster et Brett Clarke pour désigner les logiques impérialistes liées à l’appropriation des ressources nécessaires à l’accumulation capitaliste, depuis la conquête coloniale de l’Irlande et sa mise sous tutelle par l’Angleterre au début du XVIᵉ siècle [7]. L’impérialisme écologique renvoie aux dynamiques d’appropriation coloniales de terres et de ressources entre les centres capitalistes et les périphéries dominées dont la finalité est de dépasser les limites écologiques rencontrées par des économies de croissance illimitée. Contre l’écologie de guerre est donc un essai sur l’impérialisme écologique qui prend au sérieux les luttes de classes à l’échelle mondiale et les rivalités inter-étatiques contemporaines [8]. En somme, il échappe à la vulgate écomarxiste qui répète les diagnostics marxiens pour proposer une actualisation géopolitique de l’impérialisme écologique, interprétation concurrente de l’écologie de guerre.

    dilemme, faut-il ajouter encore et encore le tag « extrême droite » ?
    #écologie_de_guerre #impérialisme_écologique #apartheid_climatique #apartheid_environnemental

    • Quand la guerre devient durable : comment les fonds d’investissement verts financent l’industrie de l’armement avec le soutien de l’UE
      https://voxeurop.eu/fr/europe-fonds-investissement-verts-financent-industrie-armement

      Destinés à financer des initiatives durables, les investissements verts dans les entreprises de défense ont pourtant explosé ces dernières années, dépassant les 50 milliards d’euros en 2025. Une tendance qui s’explique par la pression concertée de l’industrie de l’armement, soutenue par la Commission européenne. Toutes deux semblent déterminées à convaincre les banques du potentiel de “durabilité” de l’armement, révèle cette enquête réalisée en collaboration avec Mediapart, El País et IrpiMedia.

    • Au tournant des années 2020, l’#écologie se retrouve au cœur des tensions internationales. Alors que la Chine se dit engagée dans la voie de la civilisation écologique, Trump et Poutine semblent incarner la résistance d’une coalition fossile déterminée à ne rien lâcher. Dans ce contexte a émergé l’écologie de guerre, théorisée par le philosophe Pierre Charbonnier et défendue par des acteurs divers, de Raphaël Glucksmann aux Verts de Marine Tondelier en passant par la Commission européenne.
      Paul Guillibert mène une critique marxiste de ce nouveau paradigme, à l’occasion de la sortie en librairie du premier livre de Vincent Rissier. Le philosophe éclaire les enjeux philosophiques, politiques et stratégiques soulevés dans l’écologie politique par le retour des guerres et des réflexions sur l’#impérialisme. [chapo RP]

      #guerre

    • Contre l’écologie de guerre

      Au tournant des années 2020, l’#écologie se retrouve au cœur des tensions internationales. Alors que la Chine se dit engagée dans la voie de la civilisation écologique, Trump et Poutine semblent incarner la résistance d’une coalition fossile déterminée à ne rien lâcher.

      Dans ce contexte a émergé l’#écologie_de_guerre, qui défend que le retour des guerres entre grandes puissances représenterait une opportunité pour la transition écologique. En prônant la convergence entre intérêts écologiques et intérêts sécuritaires, ce nouveau paradigme sortirait l’Europe de l’impasse #géopolitique et le mouvement climat de l’#impuissance_politique.

      Vincent Rissier mène la critique de cette écologie de guerre théorisée par le philosophe Pierre Charbonnier et défendue par des acteurs divers, de Raphaël Glucksmann aux Verts de Marine Tondelier en passant par la Commission européenne. Dans la perspective d’une écologie anticapitaliste et en s’appuyant sur les travaux récents de l’environnementalisme critique et du marxisme écologique, l’auteur appelle le mouvement écologiste à renouer avec ses traditions anti-impérialistes pour participer à la construction d’un vaste mouvement anti-guerre en France.

      https://ladispute.fr/catalogue/contre-lecologie-de-guerre
      #livre

  • LA CONTINUA ESCALATION ISRAELIANA IN CISGIORDANIA
    https://radioblackout.org/2026/01/la-continua-escalation-israeliana-in-cisgiordania

    Nonostante il cessate il fuoco, come potevamo immaginare, la violenza in #palestina non si è mai fermata. Sappiamo che questa è la realtà di chi vive lì da ben prima dei fatti del 7 ottobre, ci troviamo però in una fase in cui sembra esserci una escalation. L’obiettivo, ormai dichiarato, di #Israele è quello di […]

    #L'informazione_di_Blackout #apartheid #guerra #netanyahu #West_Bank
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2026/01/CORRISPONDENZA-DALLA-CISGIORDANIA-FINALE.mp3

  • Légalisation de l’apartheid : comment Israël a ancré l’inégalité dans le droit pendant la guerre à Gaza
    Orly Noy 07/12/25 — UJFP
    Une première version de cet article a été publiée en hébreu sur Local Call. Traduction SF pour l’UJFP
    https://ujfp.org/legalisation-de-lapartheid-comment-israel-a-ancre-linegalite-dans-le-droit-pen

    En deux ans à peine, les députés ont voté plus de 30 lois qui réduisent les droits des Palestiniens et punissent la contestation, c’est ce que montre un nouveau rapport

    Le 2 décembre 2025

    Voici plus de deux ans que la vie publique israélienne est enveloppée dans un épais brouillard qui désoriente. Des crises, des conflits et de l’anxiété se sont abattus sans fin dans le pays et à l’étranger : le choc de l’attaque du Hamas le 7 octobre et de la campagne génocidaire vengeresse d’Israël à Gaza, le combat pour ramener les otages et contre les calomnies de l’État sur leurs familles, la confrontation irresponsable avec l’Iran. L’ensemble de ces faits a placé la société israélienne dans un état de stupeur collective, qui a occulté la profondeur de l’abîme dans lequel nous nous enfonçons.

    Mais on ne peut pas en dire autant de nos parlementaires. Comme le montre un nouveau rapport d’Adalah, le centre juridique de Haïfa, ils ont profité du chaos des deux années passées pour présenter 30 nouvelles lois enracinant l’apartheid et la suprématie juive – celles-ci s’ajoutant à la liste d’Adalah qui compte maintenant plus de 100 lois israéliennes discriminant les Palestiniens. (...)

    #Apartheid

  • Il est temps de reconnaître l’apartheid sexuel comme un crime contre l’humanité

    La 69e session de la Vivre comme des êtres humains de seconde classe : l’apartheid sexuel en République islamique d’Iran Commission de la condition de la femme se tient au siège des Nations Unies à New York du 11 au 22 mars 2025. Elle est principalement consacrée à l’évaluation de la mise en œuvre de la Déclaration et du Programme d’action de Beijing adoptés lors de la quatrième Conférence mondiale sur les femmes il y a 30 ans.

    Le Programme d’action mentionne douze domaines critiques, notamment la pauvreté, la santé, les droits humains, la violence à l’égard des femmes et la participation économique, qui font tous l’objet de violations flagrantes de la part du régime islamique iranien et des talibans en Afghanistan. Prenons l’exemple de la violence à l’égard des femmes. Ces États, leurs lois, leurs institutions et leurs politiques sont les principaux auteurs de violences à l’égard des femmes. Les femmes et les filles sont victimes de violences simplement parce qu’elles sont des femmes. Avant même qu’elles n’ouvrent la bouche, leurs cheveux, leur voix, leur corps et leur sexualité sont considérés comme des actes de blasphème et criminalisés.

    https://entreleslignesentrelesmots.wordpress.com/2025/11/20/il-est-temps-de-reconnaitre-lapartheid-sexuel-

    #feminisme #apartheid

  • David Ellison’s Hollywood Takeover : First Paramount. Is Warner Bros Next ?
    https://variety.com/2025/film/features/david-ellison-hollywood-takeover-paramount-warner-bros-1236569136

    Paramount’s leadership has not shied away from making its views on the war in #Gaza public. In September, it became the first major studio to denounce a celebrity-driven open letter signed by A-listers like Emma Stone and Javier Bardem that called for a boycott of Israeli film institutions implicated in “#genocide and #apartheid” against Palestinians. (Warner Bros. followed, but cited legal reasons for its decision.) And sources say Paramount maintains a list of talent it will not work with because they are deemed to be “overtly antisemitic” as well as “xenophobic” and “homophobic.” Whether the boycott signatories are on that list is unclear. [Update, Nov. 7: Other sources intimately familiar with Paramount said that while an itemized list does not exist, the management team shares a set of values and has no desire to work with anyone who expresses hate in public and damaging ways].

  • USA : #ice, #paragon, #antifa#docenti_per_gaza – MICROSOFT E IDF – #polaroid E #apartheid@0
    https://radioblackout.org/podcast/usa-ice-paragon-antifa-docenti-per-gaza-microsoft-e-idf-polaroid-e-ap

    Le nuove tappe della traiettoria autoritaria intrapresa dagli USA, le tecnologie in campo, Antifa come gruppo terroristico, l’epurazione del nemico; il sionismo nelle scuole italiane con Docenti per Gaza; Microsoft molla Unit 8200; uno sguardo alla lotta dentro Polaroid contro l’apartheid...

    #bello_come_una_prigione_che_brucia #colonialismo #federico_aldrovandi #guerra #intelligenza_artificiale #israelificazione #repressione #sorveglianza #spyware #Stati_Uniti
    https://radioblackout.org/wp-content/uploads/2025/09/BCUPCB_USA-Antifa-Fbi-Hegseth.mp3

  • Israël ferme des écoles de l’Unrwa à Jérusalem, l’Autorité palestinienne dénonce « une violation du droit à l’éducation »
    RFI | Publié le : 08/05/2025 - 14:54
    https://www.rfi.fr/fr/moyen-orient/20250508-isra%C3%ABl-ferme-des-%C3%A9coles-de-l-unrwa-%C3%A0-j%C3%A9rusalem-l-au

    À Jérusalem, la police israélienne a fermé, ce jeudi 8 mai au matin, les écoles de l’Unrwa. Cette fermeture intervient trois mois après l’entrée en vigueur de l’interdiction, par Israël, des activités de cette agence des Nations unies pour les réfugiés palestiniens, et après un ordre émis le 8 avril par le ministère israélien de l’Éducation. (...)

    #Occupation #Apartheid

  • Al Mezan Center for Human Rights - Al Mezan Condemns Israeli Court’s Ruling Upholding 6-Month Detention of Dr. Abu Safiya Under Unlawful Combatants Law
    25 March 2025
    https://mezan.org/public/en/post/46667

    Gaza, 25 March 2025 — Earlier today, the Be’er Sheva District Court, an Israeli civilian court, reviewed and upheld the detention order issued on 12 February 2025 by the Commander of the Southern Command of the Israeli army against Dr. Hussam Abu Safiya, the director of Kamal Adwan Hospital, extending his arbitrary detention for another six months. Under the Unlawful Combatants Law, such detention orders must be reviewed by an Israeli civilian court within 45 days of issuance and subsequently every six months. This apartheid law is used by Israeli authorities to incarcerate Palestinian residents of Gaza, including Dr. Abu Safiya, without charge or fair trial, circumventing basic protections under international law.

    During the hearing, the Southern District Prosecutor submitted a secret file to the court, alleging that Dr. Abu Safiya poses a threat to the security of the State of Israel. In response, Al Mezan’s legal team, representing Dr. Abu Safiya, asserted his innocence and emphasized that he was solely performing medical and administrative duties at Kamal Adwan Hospital. The defense also requested access to the classified investigation materials; however, the prosecution declined, and the court upheld the refusal.

    Dr. Abu Safiya was abducted by Israeli forces on 27 December 2024 at Kamal Adwan Hospital in northern Gaza, along with several other hospital staff and civilians. He was denied access to his lawyer for 47 days following his arrest.

    #Apartheid

    • Al Mezan condamne la décision d’un tribunal israélien confirmant la détention de six mois du Dr Abu Safiya en vertu de la loi sur les combattants illégaux
      https://ismfrance.org/index.php/2025/03/26/al-mezan-condamne-la-decision-dun-tribunal-israelien-confirmant-la-detent

      Al Mezan, 25 mars 2025. — Plus tôt dans la journée, le tribunal civil israélien du district de Beer Sheva a examiné et confirmé l’ordre de détention émis le 12 février 2025 par le commandant du commandement sud de l’armée israélienne contre le Dr Hussam Abu Safiya, directeur de l’hôpital Kamal Adwan, prolongeant sa détention arbitraire de six mois supplémentaires.

      En vertu de la loi sur les combattants illégaux, ces ordres de détention doivent être réexaminés par un tribunal civil israélien dans les 45 jours suivant leur délivrance, puis tous les six mois. Cette loi d’apartheid est utilisée par les autorités israéliennes pour incarcérer des résidents palestiniens de Gaza, dont le Dr Abu Safiya, sans inculpation ni procès équitable, contournant ainsi les protections fondamentales du droit international.

      Lors de l’audience, le procureur du district sud a soumis un dossier secret au tribunal, alléguant que le Dr Abu Safiya représente une menace pour la sécurité de l’État d’Israël. En réponse, l’équipe juridique d’Al Mezan, représentant le Dr Abu Safiya, a clamé son innocence et souligné qu’il exerçait uniquement des fonctions médicales et administratives à l’hôpital Kamal Adwan. La défense a également demandé l’accès aux documents d’enquête classifiés ; cependant, l’accusation a refusé, et le tribunal a confirmé ce refus.(...)

  • Palestine. Décentrer le regard occidental
    Orient XXI > Leyane Ajaka Dib Awada > 14 février 2025
    https://orientxxi.info/lu-vu-entendu/palestine-decentrer-le-regard-occidental,8001

    Dans leur ouvrage Comprendre la Palestine , Une enquête graphique, l’illustratrice Alizée De Pin et le politiste et spécialiste de la Palestine Xavier Guignard reviennent sur un siècle d’histoire palestinienne, racontée à hauteur de la population de ce territoire

  • L’apocalypse de Donald Trump selon Peter Thiel | Le Grand Continent, via Jean-Marc Adolphe, https://www.leshumanites-media.com
    https://legrandcontinent.eu/fr/2025/01/10/lapocalypse-de-donald-trump-selon-peter-thiel

    Dans un texte aux tonalités eschatologiques qui vient de paraître dans le Financial Times, #Peter_Thiel, l’une des personnes les plus puissantes de l’Amérique de Trump au cœur de l’accélération réactionnaire, annonce la venue d’un temps nouveau : « des questions sombres émergeront dans les dernières semaines crépusculaires de notre interrègne ».

    Nous le commentons ligne à ligne.

    Il disait voici déjà plus de vingt ans : « Je ne crois plus que la liberté et la démocratie soient compatibles ». Au moins, c’est clair…, Jean_Marc Adolphe.

    #É-U #libertariens #Palentir #fascisme #eschatologie #idéologue

    • Cette inauguration de la deuxième présidence Trump n’a rien à voir avec la précédente. Texte de Quentin Rodiguez (reçu par mel)

      Oubliez Trump. C’est un fou dangereux bien sûr. Et depuis 2016, immense différence, il a transformé le Parti républicain en mouvement authentiquement fasciste – les principaux historiens américains du fascisme le disent désormais (notamment Timothy Snyder et Robert Paxton, pour les plus célèbres).

      Mais avec cette nouvelle présidence Trump, nous assistons surtout à un pacte entre ce nouveau mouvement fasciste et la majeure partie de la #classe_capitaliste des #milliardaires propriétaires de l’#économie_numérique. Je ne veux pas tout ramener aux années 30, Trump n’est pas Hitler, on ne sort pas d’une guerre mondiale, etc. soyons clairs. Mais il y a un phénomène précis des années 30 qui se reproduit presque à l’identique aujourd’hui, c’est ce ralliement stratégique de la grande bourgeoisie industrielle allemande qui, face au risque de prise de pouvoir de la gauche socialiste et communiste qui menaçait sérieusement ses intérêts, choisit de parier sur le parti nazi, en le finançant massivement, et en mettant les #médias qu’elle contrôle au service de leur propagande électorale.

      Tant que la grande bourgeoisie peut garantir ses intérêts en s’accomodant d’un système démocratique, ça ne pose pas de problème. Mais si ce même système démocratique menace réellement leur position dominante, alors invariablement, ils sacrifient la démocratie sur l’autel du capitalisme. C’est ce que le principal penseur libertarien adulé de la nouvelle bourgeoise de l’économie numérique, Friedrich Hayek, expliquait posément en 1981, commentant son soutien au régime fasciste d’Augusto Pinochet : "Personnellement je préfère un dictateur libéral plutôt qu’un gouvernement démocratique manquant de libéralisme."

      Nous venons d’assister trait pour trait au même mouvement d’allégeance envers le mouvement trumpiste que les industriels allemands des années 30. Sur la photo du premier rang des invités d’honneur de la cérémonie, on voit ici #Elon_Musk, bien sûr, le véritable numéro 2 de l’administration Trump, qu’on ne présente plus, et à sa gauche #Jeff_Bezos, le PDG d’Amazon, et #Mark_Zuckerberg, le patron de Facebook. Les trois personnes les plus riches des États-Unis. Mais ils sont loin d’être les seuls : un mouvement profond s’est enclenché. On peut citer aussi #David_Sacks, autre capitaliste milliardaire de la Silicon Valley, qui vient d’être nommé par Trump en charge d’une politique de développement des cryptoactifs (#Bitcoin et cie), et à la tête du conseil du président pour la science et la technologie.

      L’administration Biden, sans être d’obédience socialiste, a voulu renouer avec une vieille tradition américaine "keynésienne-progressiste", disparue du paysage politique depuis Reagan, consistant à taxer fortement les plus riches, à soumettre les entreprises de taille critique pour l’économie à un contrôle étatique fort, et à démanteler les plus gros groupes monopolistiques considérés comme une menace pour la démocratie. Biden a donc rompu avec la politique de copinage avec la finance et la "Silicon Valley" cultivée par les Démocrates depuis Bill Clinton. Il a validé des accords internationaux sur une imposition mondiale minimale des multinationales, il a soumis les géants d’internet à un contrôle réel de son administration, a encouragé la syndicalisation dans ces entreprises (notamment chez Amazon et Tesla), et a engagé des procédures judiciaires très importantes contre ces entreprises, en exhumant les #lois_anti-trust du début du XXe siècle qui autorisent la justice américaine à démanteler des grandes entreprises lorsqu’elles sont devenues monopolistiques, en les vendant à la découpe. C’est notamment le sort qui était officiellement recherché contre #Google, avec une poursuite engagée par les procureurs de 50 États, ce qui faisait trembler toute la Silicon Valley.

      Je ne suis pas en train de dire que Biden était anticapitaliste, pas le moins du monde, mais enfin il a considéré que le poids et l’autonomie d’action acquises par les géants de l’économie numérique étaient arrivées à un stade critique pour la démocratie américaine, et s’est ouvertement attaqué à leur domination, distandant les liens antérieurs entre ladite "Silicon Valley" et le Parti démocrate. En social-libéral conséquent, il pensait certainement qu’un équilibre devait (et pouvait) être maintenu dans le système capitaliste pour qu’il continue à avancer de pair avec un système démocratique. C’est ce point précis qui explique la rupture de cette classe capitaliste avec les leaders démocrates (au sens premier du terme), pour prêter allégeance collectivement à un leader fasciste. Plutôt un dictateur libéral qu’un démocrate voulant brider le libéralisme économique, pour paraphraser Hayek.

      Là où Trump a été habile politiquement, c’est qu’au cours de la campagne, il n’a pas tendu les bras à ces milliardaires. Il aurait pu dire "Qu’est-ce que ces Démocrates sont ingrats avec vous, moi je serai reconnaissant si vous me soutenez !" Pas le moins du monde. Il a continué à s’en servir comme épouvantail politique pour ses électeurs, en les pointant du doigt comme des agents au service du parti démocrate et du "virus woke", insistant sur le libéralisme culturel qui unissait ces capitalistes californiens au Parti démocrate jusqu’à la présidence Biden. Durant toute l’année 2024, les Jeff Bezos, les Mark Zuckerberg et consorts, se sont retrouvés conspués de toutes parts – pour des raisons différentes. Pris entre le marteau et l’enclume, ils ont été mis sous une pression inédite. C’est pourquoi le retournement est si spectaculaire : quand les deux camps veulent ton scalp, tu as intérêt à t’aligner franchement avec l’un des deux camps, et de préférence celui qui pourra l’emporter, car rester pris entre les deux feux est ce qu’il y a de pire. On l’a vu dans la théâtralisation guignolesque de Zuckerberg, jurant la main sur le cœur qu’il était devenu un conservateur sincère, un vrai bonhomme macho anti-diversité, anti-inclusion, contrairement au portrait que la campagne Trump faisait de lui. C’était en fait contre son gré, forcé par le méchant Biden, qu’il défendait les valeurs opposées il y a encore 3 mois 🤡 Le zèle des transfuges, qui doivent donner des gages à leur nouvelle famille de la solidité de leur fidélité, à défaut de pouvoir convaincre sur la sincérité de leurs convictions. De façon moins pathétique, mais plus significative, Jeff Bezos avait signalé son ralliement en novembre, en censurant la publication d’un éditorial du Washington Post (le quotidien centriste n° 1 du pays), dont il est propriétaire, qui devait appeler à voter contre Trump. Un autre milliardaire de la "tech" californienne, Patrick Soon-Shiong, a fait de même au Los Angeles Times. Le LA Times est le "plus à gauche" des grands quotidiens du pays. Lorsque Soon-Shiong rachète le journal en 2018, il est encore connu pour être un soutien du Parti démocrate, et un donateur important de la campagne d’Hillary Clinton contre Trump. En novembre dernier, en censurant l’éditorial contre Trump, il licencie par la même occasion l’ensemble du comité de rédaction, et annonce que le journal fera désormais "plus de place" aux "opinions conservatrices".

      Derrière l’arrivée au pouvoir d’un mouvement fasciste, se cache en fait un deal consistant à mettre l’État américain dans les mains d’une oligarchie capitaliste, qui a fait le deuil d’une position conciliante avec la démocratie. C’est ce que disait déjà en 2009 l’un de ces nouveaux oligarques, encore un milliardaire de la Silicon Valley, Peter Thiel. Comme Musk et la plupart de ces gens, il se disait depuis longtemps "libertarien". Aux États-Unis, cette étiquette politique permet à une partie des élites économiques de défendre le libéralisme économique tout en se prétendant "neutres" politiquement, "ni droite ni gauche". Comme le RN... ou LREM 🤷 Être libertarien aux US, c’est surtout être "pro-business", et proclamer qu’on se fout des questions de valeurs, qu’elles soient démocratiques, progressistes, religieuses, conservatrices... en soutenant un coup un Démocrate, un coup un Républicain. Dans un article intitulé "L’éducation d’un libertarien", Peter Thiel fait alors une véritable confession : comme la plupart de ses congénères libertariens, il a longtemps prétendu être fermement pro-démocratie, mais c’est fini. Et il se fixe désormais pour tâche de convaincre ses coreligionnaires qu’il faut désormais lutter contre la démocratie, activement.
      Je cite : « I still call myself “libertarian.”
      But I must confess that over the last two decades, I have changed radically on the question of how to achieve these goals. Most importantly, I no longer believe that freedom and democracy are compatible. By tracing out the development of my thinking, I hope to frame some of the challenges faced by all classical liberals today. »

      https://www.cato-unbound.org/.../education-libertarian
      (Je me désigne toujours comme un "libertarien". Mais je dois avouer avoir radicalement changé d’avis au cours des deux dernières décennies sur la façon d’atteindre cet objectif. Pour l’essentiel, je ne crois plus que la liberté et la démocratie soient compatibles. En retraçant l’évolution de mes idées à ce sujet, j’espère fournir un cadre aux défis que rencontrent tous les libéraux classiques aujourd’hui.)

      S’ensuit une lamentation sur la racine du mal : le suffrage universel. Lorsqu’il fut accordé aux femmes, et aux "bénéficiaires des aides sociales" (c’est-à-dire les Noirs), ça a été le début de la fin pour les États-Unis, selon Thiel.
      Peter Thiel a joué le rôle de poisson pilote pour cette classe de milliardaires. C’est le premier à faire son "coming-out" antidémocrate, et le premier à soutenir Trump dès 2016. Musk fut le suivant, rallié par Thiel au cours du mandat de Biden. Derrière la figure publique de Musk, c’est Thiel, beaucoup plus secret et beaucoup plus #idéologue, qui a en réalité le plus de réseaux dans le camp Trump. C’est lui qui a placé #J.D._Vance comme vice-président auprès de Trump. Vance est, littéralement, un employé de Thiel. Thiel le recrute en 2016 pour diriger son fonds d’investissement personnel Mithril Capital. C’est encore lui qui le lance en politique en finançant sa première campagne électorale en 2021. C’est enfin lui qui le présente à Donald Trump, et qui convainc le candidat, avec l’aide de Musk, de le prendre comme vice-président, alors que son profil n’était électoralement pas très intéressant.

      Le deal est signé, Musk se lance à corps perdu dans la campagne pour Trump à l’instant où Vance est choisi.

      Thiel, Musk, et Sacks constituent la fraction la plus idéologisée et la plus réactionnaire de cette classe de milliardaires, dont l’essentiel suit le mouvement par pur intérêt tactique. Ils ne sont donc pas représentatifs de tout leur groupe social, mais leur activisme, désormais au cœur du pouvoir, mérite qu’on s’y attarde.

      Les trois compères font partie de ce que les médias US ont baptisé la "mafia Paypal", car ils ont noué des liens proches au lancement de #Paypal, et continuent à se rendre des services depuis, avec une stratégie d’infiltration de l’État américain (via #SpaceX pour Musk, via la société de renseignement Palantir pour Thiel). Il est intéressant de noter qu’ils ont tous trois grandi au sein de la #bourgeoisie_blanche raciste de l’#Afrique_du_Sud de l’#apartheid. (Un article très bien fait le point à ce sujet : https://www.humanite.fr/en-debat/donald-trump/elon-musk-peter-thiel-david-sacks-et-roelof-botha-les-autres-sud-africains-). Musk et Sacks sont nés en Afrique du Sud, Thiel est Allemand, mais a grandi là-bas car son père travaillait pour la principale mine d’uranium du pays. Le père de Musk était quant à lui déjà millionnaire, propriétaire d’une mine de diamants ; durant l’apartheid, donc autant dire qu’il était esclavagiste de profession. Tous trois ont donc baigné dans l’environnement intellectuel du Parti national afrikaner, fondé notamment par des sympathisants nazis déclarés (Hetzog), qui professaient l’inégalité des races, la pureté génétique, et le droit par onction divine à la domination des autres races.

    • Elon Musk : Peter Thiel, David Sacks et Roelof Botha, les autres sud-africains de l’équipe Trump, Jacqueline Dérens, ancienne militante contre l’apartheid, autrice.
      https://www.humanite.fr/en-debat/donald-trump/elon-musk-peter-thiel-david-sacks-et-roelof-botha-les-autres-sud-africains-

      Tous trois ont uni leurs talents pour lancer la plateforme de paiement Paypal, qui au début n’employait ni femmes, ni Noirs, reflet de leur aversion commune pour le multiculturalisme.

    • La société post-apartheid de Anton Kannemeyer & Conrad Botes, nés respectivement en 67 et 69, deux têtes pensantes de la BD underground sud-africaine, ont créé la revue de bande dessinée « Bitterkomix », alors que l’apartheid était encore en vigueur. Critique acerbe du conservatisme et du racisme.
      https://www.du9.org/entretien/anton-kannemeyer


      https://www.cornelius-boutique.com/product/le-pays-de-judas
      #bandes_dessinées

    • Quand même, on découvre maintenant l’influence de Peter Thiel qui a pourtant toujours conceptualisé à partir de Ayn Rand la philosophie fasciste des GAFAMS ?

      Maintenant qu’on est jusqu’au cou dans leur fosse à purin, que tous les médias ont trouvé formidable d’utiliser FB et consorts depuis presque 20 ans, il faudrait penser à cesser de gazouiller comme des veaux sur X et FB ?

      Ne reste qu’à rire jaune.

      Aucun d’eux ne s’est jamais caché de ses ambitions.

  • BALLAST • Le Sumud des Palestiniens ne rompt pas
    https://www.revue-ballast.fr/le-sumud-des-palestiniens-ne-rompt-pas

    Le mot sumud désigne la per­sé­vé­rance des Palestinien·nes à vivre sur leur terre et à résis­ter à la colo­ni­sa­tion. Si un ces­sez-le-feu « en plu­sieurs phases » vient d’être conclu entre Israël et le Hamas, les habi­tants de Gaza conti­nuent de lut­ter au quo­ti­dien pour leur sur­vie. Loin des trac­ta­tions poli­tiques, une réa­li­té demeure constante : se battre pour faire exis­ter des vies, que ces der­nières soient encore sous les bombes, mais aus­si quand elles ne le sont pas. Nour Al-Tari, avo­cate pales­ti­nienne, réfu­giée au sud de la bande de Gaza, nous raconte ce com­bat pour la digni­té.

    #Palestine #Gaza #génocide #apartheid_israélien

  • Fifty Years Ago, Angola Looked Forward to a False Dawn
    https://jacobin.com/2025/01/angola-portugal-alvor-agreement

    15.1.2025 by Klas Lundström - January 15 marks 50 years since the Alvor Agreement promised Angola’s independence from Portugal. Yet the new state was doomed to be a Cold War battleground, with Washington planners seeking to avenge their defeat in Vietnam.

    Vitor Alves stops his four-wheeler along the road that leads to Cuito Cuanavale. The town in Angola’s southeastern corner has often been dubbed “Africa’s Stalingrad” due to its longtime besiegement (October 1987–June 1988) during the civil war that gripped the country throughout the final quarter of the last century. He points to abandoned and dilapidated tanks, adorned with graffiti and looted of technical gadgets, decorative items, and removable scrap metals.

    “Be careful, there’re still landmines here,” Alves warns. Despite a massive nationwide cleanup effort, over a thousand minefields across Angola must still be cleared.

    Alves was the son of Portuguese settlers who escaped dire poverty in their homeland under António Salazar’s fascist Estado Novo dictatorship. Born in a newly independent African nation that had suffered five hundred years of colonialism, he recalls a violent youth.

    “Angola’s birth was more a Big Bang than a blank page,” he says while studying the dusty and desolate landscape that was center stage during the civil war. “The Alvor Agreement,” he sighs. “What a shit piece of work!”

    The ten-page document, signed on January 15, 1975, by Portugal and Angola’s three liberation movements, promised the start of a bright future. Army captains disillusioned by the failures of Portugal’s brutal warfare in the African colonies — Mozambique, Portuguese Guinea, and Angola — had overthrown the dictatorship in Lisbon during the Carnation Revolution in late April 1974, thus ending four decades of fascist rule and five centuries of colonialism.

    Even as Europe’s last colonial empire was being hastily dismantled, the US Army bombed with impunity in Vietnam and Cambodia amid an oil crisis that had erupted in the wake of the 1973 Arab-Israeli War. Western powers dug deep to secure accessible resource wells and Chevron-Gulf began extracting oil in the Angolan enclave Cabinda in 1972, along the mouth of the Congo River.

    Lisbon’s new revolutionary leadership, the Armed Forces Movement (MFA), was keen to fulfill its promise of “not even one more soldier in the colonies,” and it wasted no time in pledging these lands full independence. In Angola, however, three liberation movements had waged war against Portuguese forces since the early 1960s. The Marxist-inspired Popular Movement for the Liberation of Angolan (MPLA), led by Agostinho Neto, was supported by Cuba and blessed by the Soviet Union; the United States and Zaire backed Holden Roberto’s Bakongo tribal National Liberation Front of Angola (FNLA); meanwhile, South Africa’s apartheid regime, Communist China, and the United States all supported Jonas Savimbi’s black nationalist National Union for the Total Independence of Angola (UNITA).

    UN secretary-general Kurt Waldheim traveled to Portugal in August 1974 to launch constructive negotiations between the parties but failed. Yet Kenya’s president, Jomo Kenyatta, succeeded and had Neto, Roberto, and Savimbi gathered for productive talks in Mombasa from January 3 to 5, 1975.

    The Mombasa gathering led to sincere talks in Alvor, southern Portugal, starting on January 10 under the guidance of Vice Admiral Rosa Coutinho, known as the “Red Admiral” for his Communist sympathies. Despite varying ideological backgrounds, political aims, and deep-rooted mutual suspicions, an agreement was reached and signed on January 15.

    Under the deal, MPLA, FNLA, UNITA, and the Portuguese government would cooperate during a ten-month period leading up to Angola’s unconditional independence on November 11, 1975. A transitional government was formed including all parties, and a united national army, consisting of soldiers from all three movements, would replace the Portuguese after their gradual withdrawal from October 1975 to February 1976. General elections were to set up Angola’s first democratically elected parliament.

    On paper — historian Douglas Wheeler noted — the Alvor Agreement seemed like “a masterful piece of diplomacy and compromise” that cleared the path to a well-planned and stable future for the Angolan people. Unfortunately, it was a poor reflection of reality. The agreement depended on the premise that the MPLA, FNLA, and UNITA would cooperate peacefully and strive for a common goal.

    “The agreement offered a better chance than anyone had dared hope that Angola might complete the transition from colony to country without a civil war and major outside intervention,” Wayne Smith, then a Cuba expert at the US State Department, wrote in a 1976 essay.

    Wheeler, however, also noted a looming power struggle that, “if the structure set up by the Alvor Agreement disintegrates,” ran the risk of resulting in a conflict that might “spread and affect a wider area of Central Africa.”

    Angola’s transitional government assumed power on January 31, 1975, “in an atmosphere of deep mistrust,” writes US foreign policy expert Piero Gleijeses. Admiral Coutinho had been held captive by the FNLA in the early 1960s, during the outbreak of Angola’s colonial war, and was deemed pro-MPLA by the FNLA and UNITA. Coutinho allowed the MPLA to control the transitional government’s broadcaster, Rádio Luanda.
    War

    Angola was destined, however, not to be liberated but rather to be an obedient provider of resources, cheap labor, and geopolitical influence. In Washington, Henry Kissinger, President Gerald Ford’s secretary of state and national security adviser, haunted by the lost war in Vietnam, lobbied for increased American involvement in Angola’s internal affairs.

    “A display of resolve in Angola would exorcize the ghost of Vietnam, and the installation of a client regime in Luanda would provide a cheap boost to American prestige and his own reputation,” writes Piero Gleijeses.

    Thus, on January 22, 1975, a week after the agreement was signed, the US National Security Council’s “40 Committee” — which oversaw clandestine CIA operations — transferred $3.5 million in today’s worth to the FNLA. Shortly after, Roberto launched a large-scale attack on MPLA strongholds in Luanda and northern Angola, encouraged by the Zairean dictator Mobutu Sese Seko and the US government. FNLA killed unarmed MPLA recruits, one among numerous other atrocities, and wrecked the Rádio Luanda station.

    Then and there, writes John Stockwell, CIA agent and chief of the Angola Task Force in 1975, “the fate of Angola was sealed in blood.”

    A shellshocked MPLA turned to the Soviet Union, which had cut off support in 1973, for help. Faced with a situation where Washington and Beijing had formed an unholy alliance in funding the FNLA, Moscow reopened its political, economic, and military ties to the MPLA, while Cuba deployed its first military advisers to Luanda.

    “At one time or another almost two dozen countries, East and West, felt the urge to intervene in the conflict,” writes historian William Blum.

    In March 1975, the transitional government broke down after the Zairian army joined the FNLA in its push for control over Luanda and became a de facto invading force. At the same time, Daniel Chipenda, an ousted MPLA leader-turned-FNLA-commander, traveled to South African–occupied Namibia to persuade the apartheid regime to assist the attempt to occupy Luanda before Independence Day, on November 11.

    All actors made sure war was the only outcome for an independent Angola. MPLA recruited anti-Mobutu cadres, exiled allies of Patrice Lumumba within Zaire’s own military police, and secured large-scale Soviet arms shipments. FNLA strengthened its ties to Zaire, received $30 million in covert support from the 40 Committee, and had Roberto begging for war funding from Iran, Kuwait, and Abu Dhabi. There were, however, African nations that pleaded with Neto and Roberto to work things out before the conflict reached disastrous proportions. Once again they met in Kenya, this time in Nakuru, in mid-June 1975, along with Savimbi, to broker a revised agreement that renounced any use of force.

    But once again, the written words changed little on the ground. Fighting between the MPLA and FNLA soon spread from northern Angola to grip the entire country, and from then on the United States funded Savimbi and UNITA at full tilt to make sure MPLA was defeated before November.

    The Organization of African Unity (the predecessor to the African Union) pleaded with Portugal to act, but Lisbon instead annulled the Alvor Agreement in late August 1975. “Lisbon has neither the means nor the will to play cop,” Le Monde reported. Portugal’s new leadership just wanted to “get out,” as noted in a US National Security Council meeting. Lisbon’s lack of control and interest facilitated the South African Army’s border crossing into Angola on October 9. It teamed up with UNITA and FNLA and advanced toward Luanda, only to be halted by a swift intervention by Cuban forces. Thus, on November 11, 1975, it was MPLA leader Agostinho Neto who became Angola’s first president as he proclaimed the former colony’s independence.

    South Africa’s invasion of Angola was the product of intense American lobbying. Domestically, with the 1976 presidential election looming, Ford could not openly admit Washington’s approval of the South African intervention, instead dismissing it as Pretoria’s own initiative. P. W. Botha, then South Africa’s defense minister and later its president, countered that there was an “understanding” and an “approval and knowledge of the Americans.” He bewailed, “We were ruthlessly left in the lurch.”

    On the geopolitical scene, actors sniped at one another from all directions; for the Angolan people, there was nowhere to hide. War had come.

    Had the Alvor Agreement failed without sabotage by external forces? The United States proved its blatant imperialistic ambitions by replacing napalm bombing in Vietnam with proxy warfare in Angola. Furthermore, Portugal’s domestic uncertainty in the wake of the Carnation Revolution, which led to the rapid demise of an entire empire, left the door ajar for external actors to stake their claims in Angola.

    The Clark Amendment to the 1976 Arms Export Control Act prohibited any form of US funding to UNITA and FNLA. The CIA, however, continued to aid UNITA illegally, which replaced the FNLA as Angola’s primary anti-Communist movement, by delivering arms to South Africa, which in turn ferried the military aid into Angola. In the 1980s, the Reagan Doctrine sprang into action and hailed Savimbi’s child soldiers and mercenaries as “freedom fighters.” When Ronald Reagan invited Savimbi to the White House in 1986, the president stated that UNITA secured “a victory that electrifies the world and brings great sympathy and assistance from other nations to those struggling for freedom.”

    Human Rights Watch holds that Washington funded UNITA with “$250 million between 1986 and 1991” in addition to defending Savimbi politically as a legitimate actor. Cuban and Soviet forces aided the MPLA government against UNITA and its Zairian and South African counterparts up until the early 1990s, when South Africa’s apartheid regime collapsed along with the Soviet Union.

    A peace agreement and general elections in 1992 looked set to end Angola’s carnage, but Savimbi lost the presidential vote to MPLA’s José Eduardo dos Santos, cried foul play, and returned to the battlefield. Another decade of war followed, with lucrative deals for illegal arms, mercenaries, war crimes, and blood diamonds until Savimbi was killed in 2002.

    “In a beautiful slip of irony, rumor has it that the CIA, and possibly Mossad, played a significant part in pinning him down,” writes journalist Lara Pawson.
    False Dawn

    This year marks fifty years of Angolan independence, and as many years since the disastrous Alvor Agreement spelled a false dawn of hope and stability. Twenty-odd years since the end of the civil war, minefields remain uncleared and the responsibility for human rights atrocities and war crimes has yet to be claimed for actors on all sides of the conflict.

    At the heart of Cuito Cuanavale, a monument has been erected to commemorate the civil war. It’s the first time Vitor Alves, raised on truths, lies, and legends about the last military battle between East and West during the Cold War, has visited Africa’s Stalingrad. Here Cuban forces and Soviet advisers aided the MPLA-led army (FAPLA) against the US-funded UNITA and its South African troops.

    It’s a form of closure. It’s a long journey from Alvor, southern Portugal, where the agreement set out to prevent any bloodshed in the wake of the fall of the Portuguese Empire and the looming independence of Angola.

    “The Alvor Agreement was dead at birth,” sighs Alves, admiring the war monument. In hindsight — given the various liberation movements’ differing aims and political visions, the outside forces jumping at the chance to exploit Angola’s natural riches, and Portugal’s lack of willingness to take responsibility for its historic atrocities and put things right — he’s not sure how things could have turned out much differently, let alone less bloodily than it did. “The wounds of colonialism were still bleeding when Angola became independent, so imagining a peaceful country to pop up in an atmosphere of trauma, despair, and war was very naive. But sure, also beautiful in a way.”

    He adds, “Let the Alvor Agreement be an example for future generations on how not to solve complex conflicts.”

    #Angola #Poetugal #histoire #colinialisme #guerre_froide #Cuba #apartheid

  • Andrea Di Michele. Il segno coloniale

    Dopo decenni di rimozione collettiva, l’epoca delle colonie italiana viene oggi riletta in chiave critica. Di Michele, professore di Storia contemporanea a Bolzano, delinea le fasi di un passato ancora presente nelle piazze e nelle vie.

    Monumenti, mausolei, bassorilievi, intitolazioni di vie: le tracce del colonialismo italiano sono presenti ancora oggi in molte città. Negli ultimi anni il dibattito culturale e politico si è interrogato su come intervenire su queste opere. Lo storico Andrea Di Michele vede nelle iniziative di ricontestualizzazione la possibilità di leggere criticamente l’epoca coloniale italiana e di fornire alla cittadinanza gli strumenti per conoscere e approfondire questo periodo che costituisce una delle pagine più buie della storia del nostro Paese.

    Professor Di Michele, in quale cornice temporale si ascrive l’epoca coloniale italiana?
    ADM Si tende erroneamente a fare coincidere il colonialismo italiano con il fascismo, mentre il suo inizio si colloca immediatamente dopo l’unificazione del Paese e più precisamente nel 1869 con l’acquisto della baia di Assab, in Eritrea, da parte di una compagnia di navigazione privata. Nei primi anni Ottanta dell’Ottocento questo avamposto venne poi acquistato dallo Stato italiano e nel 1885 l’occupazione di Massaua segnò l’inizio dell’esperienza coloniale statale italiana.

    Come si sviluppò questo primo periodo coloniale?
    ADM In questa fase l’Italia fece i conti con i suoi limiti, subendo molte sconfitte. Nel 1887, a Dogali, cercò di espandere senza successo la propria posizione, arrivando a contare cinquecento morti tra le proprie fila. Ancora più pesante fu la sconfitta di Adua, in Etiopia, nel 1896: i morti italiani furono migliaia, il Governo Crispi cadde e la politica coloniale si arrestò temporaneamente per riprendere nel 1911 con la guerra di Libia.

    L’avvento del fascisco cambiò le cose?
    ADM Benito Mussolini ampliò le conquiste dell’Italia liberale e lo fece con una violenza inaudita nei confronti della popolazione civile. Ad esempio per invadere definitivamente la Cirenaica, all’inizio degli anni Trenta, più di un terzo della popolazione di questo territorio -circa 100mila persone- venne deportata e rinchiusa in veri e propri campi di concentramento con una tasso di mortalità spaventosa. Nel 1937, il fallito attentato a Rodolfo Graziani, a quel tempo viceré di Etiopia, scatenò una vera e propria caccia all’uomo che provocò migliaia di morti. Non va poi dimenticata la legislazione che portò alla “zonizzazione”, ovvero a un sistema di apartheid con aree separate per bianchi e neri.

    Il 1869 è stato l’anno in cui gli storici collocano l’inizio del colo-nialismo italiano che coincide con l’acquisto della baia di Assab, in Eritrea, da parte di una compagnia di navigazione privata

    La caduta del fascismo sancì una rottura con l’epoca coloniale?
    ADM No. Dopo il 1945 l’Italia cercò di mantenere il controllo dei territori che deteneva prima del fascismo. Vi fu anche una netta continuità nell’amministrazione pubblica: fino al 1953 ha operato il ministero dell’Africa italiana, in cui lavorava chi aveva le “competenze” giuste, ovvero chi aveva lavorato nel Paese fino a poco prima.

    Quando si è iniziato a guardare al passato coloniale italiano con uno sguardo critico?
    ADM L’immagine di un colonialismo italiano sostanzialmente un po’ “all’acqua di rose” ha resistito a lungo. Solo a partire dagli anni Ottanta una nuova generazione di studiosi si è interrogata sul ruolo dei fenomeni profondamente razzisti che avevano caratterizzato la storia d’Italia. Si sono ricostruite quindi le gravi responsabilità italiane nelle colonie, ad esempio per quanto riguarda l’uso dei gas, per molti anni negato. Poi dagli archivi militari sono emersi i documenti ufficiali, in molti casi tenuti prima volutamente nascosti, e con loro la verità storica.

    Secondo lei perché questo processo è stato così lento e osteggiato?
    ADM La politica della memoria è un tema molto caldo che rimanda spesso a dinamiche a livello nazionale e locale. Va inoltre sottolineato il ruolo giocato dalla presenza di forze politiche che non hanno mai rinnegato il passato fascista e coloniale. In questo senso è interessante monitorare cosa avviene nelle singole Regioni e nei Comuni, dove ancora oggi una determinata maggioranza politica e un certo clima consentono di intitolare monumenti e vie a personaggi che ebbero un ruolo drammatico in quel periodo storico.

    Ci può fare un esempio?
    ADM A Filettino, in provincia di Roma, nel 2012 è stato dedicato un mausoleo a Rodolfo Graziani. L’amministrazione comunale di destra si è giustificata dicendo di voler ricordare il proprio concittadino che fece “anche cose buone”.

    Che cosa fare con l’eredità architettonica e odonomastica del colonialismo?
    ADM Credo che la strada da percorrere non sia l’eliminazione di queste opere, ma la loro ricontestualizzazione. Ci sono, ad esempio, diversi progetti di mappatura dell’odonomastica, che coniugano ricerca e attivismo. Penso al caso di Bologna, dove “Resistenze in Cirenaica” (resistenzeincirenaica.com) ha operato una ridenominazione -non ufficiale ma parallela- delle vie, intitolandole a partigiani e ad altri personaggi politici e non della città. Un esempio forse unico è poi quello di Bolzano, con la risignificazione del Monumento alla Vittoria e del bassorilievo con il duce a cavallo.

    Di che cosa si tratta?
    ADM Il primo è un monumentale complesso marmoreo costruito tra il 1926 e il 1928, che celebrava la vittoria italiana sull’Austria-Ungheria nella Prima guerra mondiale. La seconda opera andò a decorare la “Casa Littoria”, sede del Partito nazionale fascista ed è costituita da 57 pannelli di larghezza variabile, alti 2,75 metri, posti su due file sovrapposte, per uno sviluppo lineare di 36 metri e una superficie di 198 metri quadrati.

    Quale intervento è stato fatto su queste due opere?
    ADM Nel 2011, un accordo tra Stato, Provincia e Comune di Bolzano ha previsto di accompagnare il restauro del Monumento con un intervento di contestualizzazione storica. Si è deciso di aprire al suo interno uno spazio museale su Bolzano, l’Alto Adige e i totalitarismi che ne hanno segnato la storia e di apporre all’esterno un segno visibile, che si è tradotto in un anello a led con un testo luminoso rotante recante la scritta “Un Monumento, una città, due dittature. Un percorso espositivo” intorno a una delle colonne dei fasci littori. Opposto è stato invece quanto fatto sul bassorilievo.

    “La strada da percorrere non è l’eliminazione delle opere, ma la loro ricontestualizzazione. Ci sono diversi progetti di mappatura dell’odonomastica, che coniugano ricerca e attivism0″

    Ovvero?
    ADM In questo caso l’equilibrio tra opera visiva e approfondimento storico è stato ribaltato. Si è scelto di privilegiare il linguaggio visivo ed emozionale, apponendo davanti al bassorilievo una frase di Hannah Arendt in tre lingue, italiano, tedesco e ladino: “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Contestualmente nella piazza di fronte all’opera è stato realizzato un intervento di approfondimento storico con dei pannelli esplicativi.

    Che cosa ha reso possibile questo tipo di operazione a Bolzano?
    ADM La ricontestualizzazione di queste opere è avvenuta perché erano monumenti che continuavano a rappresentare un elemento di divisione e tensione tra i gruppi di lingua italiana e tedesca. Quello che per decenni ha rappresentato un problema quindi si è trasformato in una possibilità di apprendimento e approfondimento e, al contempo, il tema del monumentalismo fascista ha perso la sua carica divisoria.

    Questo intervento locale ha sortito qualche effetto a livello nazionale?
    ADM La stampa ha acceso i riflettori sul “caso-Bolzano” che però a oggi resta un esempio unico. Forse non è nemmeno necessario fare un lavoro del genere dappertutto, ma almeno nei luoghi dove un monumento ha un impatto a causa delle sue dimensioni sì. Penso all’Obelisco di Mussolini a Roma, dove un intervento sarebbe auspicabile. Se ne potrebbero immaginare differenti da quelli di Bolzano, magari legati a installazioni artistiche o utilizzando le nuove tecnologie.

    A quali progetti sta lavorando attualmente?
    ADM Da qualche settimana ho iniziato “Curating fascism”, un progetto in collaborazione con la facoltà di Design. Ho scritto un testo immaginando una passeggiata sulle tracce del colonialismo a Bolzano a partire dal retro del Monumento alla Vittoria, quindi la Colonna romana, le iscrizioni dei palazzi di Piazza Vittoria, le vie intitolate a personaggi e luoghi di quell’epoca come Reginaldo Giuliani e la battaglia dell’Amba Alagi. L’idea è di realizzare una pubblicazione in cui testo e immagini si combinino così da offrire alla cittadinanza e a chi visita la città una guida per conoscere i suoi monumenti, la loro storia e il loro significato.

    https://altreconomia.it/andrea-di-michele-il-segno-coloniale

    #toponymie #toponymie_coloniale #Italie #passé_colonial #présent_colonial #colonialisme_italien #Italie_coloniale #traces #recontextualisation #Erythrée #histoire_coloniale #Libye #fascisme #camps_de_concentration #Rodolfo_Graziani #Ethiopie #apartheid #zonizzazione #responsabilité #mémoire #politique_de_la_mémoire #Filettino #héritage #Bologne #Resistenze_in_Cirenaica #Bolzano #Monumento_alla_vittoria #Casa_Littoria #monuments #Reginaldo_Giuliani

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    Ajouté à la métaliste sur le colonialisme italien :
    https://seenthis.net/messages/871953

  • Entretien avec #BDS_France : pourquoi boycotter les produits israéliens ?
    https://radioparleur.net/2024/12/04/boycott-gaza-palestine

    Dans cet épisode du Fil des luttes, nous accueillons Imen, animatrice de la campagne BDS France (Boycott, Désinvestissement, Sanctions). Ensemble, nous discutons du rôle des actions BDS pour dénoncer et combattre la complicité internationale avec le génocide en cours à Gaza. À quoi sert le boycott dans la lutte pour la justice en Palestine ? Alors que les bombardements […] L’article Entretien avec BDS France : pourquoi boycotter les produits israéliens ? est apparu en premier sur #Radio_Parleur.

    #Au_fil_des_luttes #Carousel_1 #Toujours_en_lutte #anti_colonialisme #anti-imperialisme #apartheid_israélien #au_fil_des_luttes #boycott_Israël #génocide_à_Gaza #lutte_pour_la_Palestine #mobilisation_citoyenne #solidarité_Palestine

  • Daniel Cohn-Bendit et Raphaël Glucksmann : « Comment ne pas voir que la riposte israélienne viole les lois de la guerre et piétine le droit international ? »
    https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/11/26/daniel-cohn-bendit-et-raphael-glucksmann-comment-ne-pas-voir-que-la-riposte-

    Comment ne pas voir pourtant que la riposte israélienne viole les lois de la guerre et piétine le droit international ? Comment ne pas voir que Benyamin Nétanyahou a fait de la continuation sans limite ni fin de cette guerre l’horizon de sa survie politique ? Comment ne pas voir l’empilement des cadavres à Gaza et l’annihilation méthodique de toute possibilité d’un Etat palestinien avec la colonisation en Cisjordanie ?

    Des criminels

    Comment ne pas voir que, après avoir soutenu en sous-main le Hamas pendant des années – en facilitant son financement par le Qatar et en favorisant sa mainmise sur Gaza par hostilité à l’égard de l’Autorité palestinienne et par rejet de toute solution à deux Etats –, Benyamin Nétanyahou épouse aujourd’hui les vues des pires extrémistes de son gouvernement, qui rêvent d’un Israël allant de la mer au fleuve ? Comment ne pas voir que ces extrémistes sont des colons fanatiques qui sont en train de coloniser l’Etat israélien de l’intérieur et sapent les fondements mêmes de la démocratie israélienne ?

    • Les tribunes payantes… 🙄

      Nous ne pouvons supporter l’insupportable. La destruction totale de Gaza, c’est insupportable. Les bombardements quotidiens du Liban, c’est insupportable. L’extension permanente de la colonisation en Cisjordanie, c’est insupportable. Les plans à demi cachés, à demi publics, d’expulsion en masse des Palestiniens, c’est insupportable. Voilà ce que vient rappeler le mandat d’arrêt de la Cour pénale internationale émis le 21 novembre contre Benyamin Nétanyahou et son ex-ministre de la défense Yoav Gallant ; ce mandat qui n’a rien « d’antisémite » , contrairement à ce que prétend le premier ministre israélien, et qu’Israël aurait pu éviter en lançant une enquête sérieuse sur les crimes commis à Gaza.

      Nous avons pleuré avec les Israéliens le 7 octobre 2023, le plus abominable pogrom depuis la Shoah. Nous avons toujours pensé et dit que le Hamas était une organisation terroriste et qu’Israël avait le droit de se défendre, de le combattre et d’éliminer ses chefs. Nous sommes profondément attachés à l’existence d’Israël et nous voyons bien à quel point le Hamas, le Hezbollah et la théocratie iranienne qui les pilotent visent sa destruction.

      Comment ne pas voir pourtant que la riposte israélienne viole les lois de la guerre et piétine le droit international ? Comment ne pas voir que Benyamin Nétanyahou a fait de la continuation sans limite ni fin de cette guerre l’horizon de sa survie politique ? Comment ne pas voir l’empilement des cadavres à Gaza et l’annihilation méthodique de toute possibilité d’un Etat palestinien avec la colonisation en Cisjordanie ?

      Des criminels

      Comment ne pas voir que, après avoir soutenu en sous-main le Hamas pendant des années – en facilitant son financement par le Qatar et en favorisant sa mainmise sur Gaza par hostilité à l’égard de l’Autorité palestinienne et par rejet de toute solution à deux Etats –, Benyamin Nétanyahou épouse aujourd’hui les vues des pires extrémistes de son gouvernement, qui rêvent d’un Israël allant de la mer au fleuve ? Comment ne pas voir que ces extrémistes sont des colons fanatiques qui sont en train de coloniser l’Etat israélien de l’intérieur et sapent les fondements mêmes de la démocratie israélienne ?

      Le traumatisme du 7-Octobre est profond en Israël. Très profond. Beaucoup de gens en Europe – et au sein d’une partie de la gauche française – ont refusé de prendre la mesure de ce traumatisme, rejetant toute empathie véritable pour les victimes israéliennes, les civils assassinés, les femmes violées, les otages enlevés et toujours détenus… Cette indifférence teintée d’antisémitisme était et demeure répugnante.

      Mais l’indifférence aux victimes palestiniennes ou libanaises qui s’amoncellent chaque jour est-elle moins condamnable ? Ne voyons-nous pas que Nétanyahou, Smotrich [ministre des finances israélien], Ben Gvir [ministre de la sécurité nationale d’Israël] et leurs acolytes sont des criminels ? Ne voyons-nous pas ce qu’ils font et vers où ils vont ? Ou bien le voyons-nous et refusons-nous de l’admettre et de le dire ? Voulons-nous donc être complices de leurs crimes au nom des crimes commis par les terroristes du Hamas ? Allons-nous fermer les yeux devant les souffrances des Palestiniens et des Libanais parce que d’autres ont refusé d’ouvrir les leurs sur les souffrances israéliennes ?

      Seul cap digne et viable

      Non. Alors nous devons répéter inlassablement qu’il faut un cessez-le-feu et la libération des otages. Mais répéter cela ne suffira pas. Tout comme ne suffiront plus les rappels constants de notre attachement à la solution à deux Etats, la seule possible. Il faut des actes forts qui montrent que nos mots ne sont pas que des mots : la France doit reconnaître l’Etat palestinien.

      A moins de deux mois de l’arrivée de Donald Trump à la Maison Blanche, alors que Benyamin Nétanyahou et ses amis de l’extrême droite israélienne vont être encouragés à aller toujours plus loin par le soutien sans faille de la nouvelle administration américaine, il est urgent de sortir de notre léthargie.

      Le seul cap digne et viable, c’est l’émergence d’un Etat palestinien conjointement au démantèlement du Hamas, sous l’égide d’une Autorité palestinienne réformée, reconnaissant pleinement l’existence de l’Etat d’Israël jusque dans ses manuels scolaires et bénéficiant d’un soutien international massif. Voilà la seule perspective qui permettrait un chemin vers la paix, l’espoir d’une vie libre pour les Palestiniens et d’une vie sûre pour les Israéliens.

    • Ça reste tout de même pas terrible. Noter que d’un côté on reconnaît des crimes de guerre et des crimes contre l’humanité, ainsi que la colonisation permanente, mais dans le dernier paragraphe, on se sent obligé de terminer (littéralement le dernier paragraphe) avec ce poncif grotesque de la propagande israélienne :

      une Autorité palestinienne réformée, reconnaissant pleinement l’existence de l’Etat d’Israël jusque dans ses manuels scolaires

      Et évidemment on ne termine pas sur « l’espoir d’une vie libre et sûre pour les Palestiniens et les Israéliens », mais sur l’invocation rituelle du droit à la sécurité pour les Israéliens, exprimée comme un besoin spécifique :

      l’espoir d’une vie libre pour les Palestiniens et d’une vie sûre pour les Israéliens

      Alors faut reconnaître que le premier paragraphe est très positif par rapport aux mollesses passées, mais on reste dans un discours qui se sent obligé de reprendre les poncifs du genre (je n’insiste pas sur le passage sur le Hezbollah et l’Iran, évidemment fumeux, et évidemment on a l’impression que la bascule israélienne démarre le 7 octobre).

    • Je comprends pas depuis le tout début les argumentations à base de « Netanyahou fini par suivre les pires extrêmistes de son gouvernement » etc, alors que le mec est plus qu’un droitard depuis le début et né et élevé dans une famille fasciste. Comme si « à force de » il avait fini par devenir d’extrême droite et qu’on s’en rendait compte que maintenant…

    • Les mecs qui commencent par te dire que « c’est insupportable », alors qu’ils l’ont supporté pendant plus d’un an désormais (non sans avoir pendant tout ce temps, traîné dans la boue tout un parti politique et ses adhérent·es), c’est quel niveau de foutage de gueule ? Ils sont vraiment à gerber.

    • @monolecte Oui, bien d’accord.
      @kassem Oui, bien vu le « damage control ».

      C’est typiquement le genre qui permet, tout en concédant l’évidence et l’inévitable, de continuer à marteler les limites du discours autorisé (7 Octobre comme pogrom, absence du mot « génocide », focalisation sur l’extrême-droite israélienne, légitimité de l’« Autorité palestinienne » et illégitimité de toute résistance armée, et continuer à fantasmer sur la « menace existentielle » contre l’existence d’Israël à la fois de la part des groupes armés, mais même des manuels scolaires distribués par l’UNWRA…).

      Donc tout ce qui irait plus loin que ce genre de considérations (comprendre : LFI) doit être disqualifié.

    • Juste le signe que le vent tourne et tant mieux.

      Pas lu non plus le terme #apartheid

      ça c’est à vomir :

      Allons-nous fermer les yeux devant les souffrances des Palestiniens et des Libanais parce que d’autres ont refusé d’ouvrir les leurs sur les souffrances israéliennes ?

      leur conseiller de lire : Nurit Peled-Elhanan https://seenthis.net/messages/1080541

      reconnaissant pleinement l’existence de l’Etat d’Israël jusque dans ses manuels scolaires

    • Ils parlent de pogrom pour le 7 octobre, quelle honte !

      Depuis 70 ans, ils n’ont rien dit sur le viol du Droit international, des résolutions de l’ONU, sur la torture, la répression des Palestiniens, même des enfants, sur les massacres récurrents de la population de Gaza bien avant le 7 octobre ...

      Les sionistes en général ont conforté l’impunité d’Israël depuis 70 ans. Très très longue impunité qui amène au probable génocide des Palestiniens aujourd’hui. Les sionistes doivent faire leur examen de conscience.

      Le seul point positif, comme dit ci-dessus, c’est que ces politicards sans scrupule ont senti le vent tourner ...

  • Craig Mokhiber sur X :
    https://x.com/CraigMokhiber/status/1851644475048616154

    The Prime Minister, the President, the Cabinet, the Knesset, the Supreme Court, the military, the media, the clergy, the diplomatic corps, and a majority of the Israeli public have been enthusiastic participants in colonization, #apartheid, #extermination, & #genocide. In this context, there can be no “day after” without the disarmament, demilitarization, de-zionization, and dismantling of the entire regime and its replacement with an entirely new dispensation based on return & compensation for all Palestinians, transitional justice, decolonization, human rights, equality, and the rule of law for all.

    #sionisme #zs