Chi dissente è nemico della patria. La “lezione” del Tribunale del duce
Cento anni fa veniva istituita la corte speciale fascista per criminalizzare il dissenso e aggirare la magistratura ordinaria. Lo storico Mimmo Franzinelli, che ne ha studiato per anni il funzionamento, spiega perché è una vicenda attuale
Sono passati cento anni da quando nel novembre del 1926 con le “leggi fascistissime” veniva istituito al Palazzo di Giustizia di Roma il #Tribunale_speciale_per_la_difesa_dello Stato (#Tsds), un organismo giudiziario straordinario destinato alla repressione dell’antifascismo.
L’attività di resistenza veniva generalmente sanzionata con pene comprese tra uno e trent’anni e addirittura la pena di morte abolita nel 1889 e reintrodotta proprio per il Tribunale. Le decisioni emesse dai giudici -ufficiali delle camicie nere della milizia, magistrati sia militari sia ordinari- non prevedevano possibilità di ricorso.
La più importante ricostruzione storica dei suoi quasi 17 anni di vita è di Mimmo Franzinelli, storico esperto dell’Italia nera e autore del libro “Il tribunale del Duce” (2017) edito da Mondadori. Lo abbiamo intervistato per chiedergli che cosa ci può insegnare ancora la storia del Tribunale un secolo dopo.
Franzinelli, alla luce di ciò che racconta nel libro, quali furono le strategie decisive che permisero al fascismo di instaurarsi al potere e mantenerlo per tutti quegli anni?
MF Mussolini ebbe l’abilità di giocare su due piani in contemporanea. Il fascismo combinava repressione del dissenso da una parte e costruzione del consenso dall’altra. La polizia politica, l’Ovra, il Tribunale speciale e le camicie nere -milizie volontarie di sicurezza nazionale, un po’ come l’Ice statunitense- coesistevano con le misure populiste quali bonifiche e costruzioni di città. Se a questo aggiungiamo il martellante condizionamento ideologico del ministero della Stampa e della Propaganda e l’appoggio ufficiale della chiesa in un Paese predominantemente agricolo vediamo prendere corpo un consenso di massa. Il fascismo non era un regime “da operetta”: riuscì a creare diffidenza tra i cittadini al punto da trasformare intere categorie professionali quali osti e portinai in spie che operavano per il potere.
Quale fu il ruolo del Tribunale speciale in questo processo?
MF La corte funzionava terrorizzando i potenziali dissidenti. La sola denuncia rendeva obbligatorio il mandato di cattura e la prigionia. A volte si cita il fatto che il Tribunale abbia assolto circa il 60% degli imputati. In realtà anche chi veniva prosciolto passava comunque mesi, se non anni, in carcere in attesa di giudizio, in condizioni durissime e ne usciva profondamente piegato. Aggiungiamo poi al Tribunale speciale il confino politico, un’altra misura molto importante per il regime che permetteva l’internamento senza diritto di difesa. Qualunque dissidente che venisse denunciato da un fascista veniva processato non solo in sua assenza, ma senza neanche essere informato, e poi veniva mandato al confine dai tre ai cinque anni. Combinando questi due strumenti giudiziari, esce un sistema veramente ragguardevole per l’autotutela di una dittatura.
Nel libro c’è una lunga riflessione sullo scioglimento del Tsds.
MF Il passaggio dalla dittatura alla democrazia in Italia è stato molto problematico. Non c’è stata soltanto la rottura, con l’arresto di Mussolini il 25 luglio 1943, ma anche una considerevole continuità di apparati e di funzionari. Quando salì al potere il maresciallo Pietro Badoglio e sciolse il Tribunale speciale, i magistrati che vi avevano fatto parte -quelli ordinari e quelli militari- rientrarono nelle loro sedi di servizio mentre altri, a partire dal presidente Guido Cristini, beneficiarono dell’amnistia Togliatti del 1946. Inoltre l’archivio e i migliaia di fascicoli in elaborazione non vennero archiviati ma passati alla magistratura militare. La continuità delle istituzioni è evidente.
Perché queste dinamiche restano rilevanti anche oggi?
MF Il fascismo rappresenta un caso emblematico di un sistema di potere che tende a diventare assoluto. Studiandolo si imparano a riconoscere dei meccanismi che pur con delle variazioni si ripetono in ogni tipo di regime. Ancora oggi, per chi vuole imporre il proprio potere, la gestione della giustizia resta una questione sensibile, che va osservata da due angolazioni differenti: da una parte il fastidio verso i magistrati con orientamenti più liberali, dall’altra la tentazione di piegare la giustizia a strumento di repressione e di punizione. Mussolini infatti soffriva la persistenza nella magistratura di personale giudiziario formatosi nell’Italia giolittiana e che operava con un certo garantismo. Ebbe allora la geniale intuizione di creare un proprio collegio che servisse proprio a criminalizzare il dissenso. Oggi, pur in un contesto formalmente democratico e fatte salve le diversità, si percepisce ancora una tendenza al controllo della magistratura. Il criterio della separazione dei poteri viene percepito come un intollerabile fastidio da eliminare, come mostrato dal “Ddl sicurezza” o da alcune proposte di referendum. Lo si osserva anche negli Stati Uniti, che attualmente rappresentano un laboratorio interessante e che mostrano segnali significativi che si ritrovano senza dubbio anche in Italia.
La narrazione del “nemico interno” è stata essenziale per rappresentare la repressione come necessaria. Vede analogie con i meccanismi attraverso cui oggi si individuano nuovi “nemici” in nome della sicurezza?
MF Queste istituzioni eccezionali sono il prodotto di una situazione eccezionale che il regime -perché è necessario usare questo termine- contribuisce in modo cruciale a creare. Per determinarla il regime deve e vuole alimentare la crisi e la conflittualità interna, così da dipingere l’esistenza di un nemico sul punto di conquistare il potere, un nemico che turba la vita quotidiana ordinata della nazione e dei cittadini. Attraverso la rappresentazione di una sorta di guerra civile -presente anche in Italia tra il 1919 e il 1922- si costruisce la giustificazione della necessità di ristabilire l’ordine e la legalità e la narrazione che chi detiene il potere lo eserciti non per motivi egoistici ma a fin di bene, nell’interesse generale. Mussolini, che rappresentava solo una parte della popolazione, con un’operazione ideologica e propagandistica magistrale è riuscito a identificare la fazione fascista con la totalità dello Stato. Ha creato l’identità “fascismo uguale patria” -si pensi che il tricolore divenne simbolo del fascismo- e la conseguenza diretta ne è stata che chi non era con il fascismo era contro la nazione. Manipolando il linguaggio gli antifascisti non venivano più chiamati antifascisti ma elementi “antinazionali”. Questa sottile strumentalizzazione si ritrova, con tutte le sue diversità, anche oggi in alcune dichiarazioni della presidente del Consiglio, per cui chi non è per le sue idee è presentato come contro la patria, mentre in realtà è solo opposizione legittima al governo attuale e al suo partito.
Quali parallelismi e differenze vede tra il fascismo storico e fenomeni contemporanei come il trumpismo?
MF A questo proposito penso sia interessante ricordare che storicamente anche alcuni intellettuali antiliberali sostennero il fascismo all’inizio. Tra questi c’era Benedetto Croce, per esempio, che appoggiò convintamente Mussolini prima di diventarne uno dei più accaniti oppositori nell’autunno 1924. Questo perché Croce era conservatore e inizialmente credeva in un fascismo restauratore del principio di autorità, il cui ruolo era quello di tagliare gli artigli della belva sovversiva. Diventa antifascista quando si rende conto che il fascismo era eversione, che andava contro lo Statuto Albertino del marzo 1848, quindi per gli stessi motivi per i quali illudendosi lo aveva sostenuto in primis. Anche oggi, soprattutto a sinistra, si tende sempre a vedere la destra come tradizionalista e conservatrice quando in realtà l’aspetto innovativo e attualmente più interessante è che la destra non è più conservazione, è sovversione istituzionale. Basta osservare Donald Trump mentre cerca di distruggere la separazione dei poteri e dello Stato di diritto, rappresentando una situazione di disordine interno sull’orlo della guerra civile per poter fare da giocatore e da arbitro allo stesso tempo.
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