#black_lives_matter

  • Roma, la fermata della metro C #Amba_Aradam cambia nome: approvata l’intitolazione al partigiano #Marincola. Il vox tra i cittadini

    E’ stata approvata questo pomeriggio la mozione che impegna l’amministrazione capitolina ad intitolare la futura fermata della Metro C Amba Aradam al partigiano italo-somalo #Giorgio_Marincola. Mentre nell’Aula Giulio Cesare l’assemblea capitolina votava la mozione, appoggiata dalla sindaca Virginia Raggi, per cambiare quel nome simbolo del colonialismo italiano e di una delle peggiori stragi compiute dal regime fascista in Africa, i residenti che abitano nel quartiere vicino l’omonima via Amba Aradam, nell’area di San Giovanni, si dividono sull’iniziativa.


    C’è chi difende l’iniziativa del Campidoglio. Chi vuole conservare il vecchio nome scelto per la stazione metro C di Roma, ‘Amba Aradam‘, affinché “anche gli errori e le atrocità non vengano dimenticate”. Ma anche chi rivendica che “la storia non si debba cambiare”, quasi ‘nostalgico’ del periodo coloniale di matrice fascista.

    Lì, dove è in costruzione una nuova fermata della metropolitana (che dovrebbe essere ultimata entro il 2024, ndr) erano state le azioni dimostrative degli attivisti di #Black_Lives_Matter, seguite da appelli della società civile, a porre il problema di quella controversa toponomastica. Chiedendo di sostituire quel nome e di rendere invece omaggio al partigiano Marincola. Figlio di un soldato italiano e di una donna somala, da giovanissimo scelse di combattere per la Resistenza, contro l’occupazione nazifascista, ucciso dalle SS in Val di Fiemme il 4 maggio 1945.

    “Una scelta giusta, omaggiare un partigiano di colore può essere un atto di grande valore simbolico”, c’è chi spiega. Altri concordano: “Perché no?”. Una proposta che ha anche permesso di conoscere una storia spesso dimenticata: “Non lo conoscevo, ho letto sui giornali. Ma ora sono convinto che sia giusto dedicargli questo riconoscimento”, spiega una ragazza.

    Altri invece sono contrari: “Deve restare il nome ‘Amba Aradam’, si è sempre chiamata così anche la via”. Eppure, tra i sostenitori del vecchio nome (ma non solo), quasi nessuno conosce la storia della strage fascista che si consumò nel massiccio montuoso a nord di Addis Abeba, lungo il Tigre, quando, nel 1936, le truppe del maresciallo Badoglio e l’aviazione italiana massacrarono 20mila etiopi, compresi civili, donne e bambini, usando gas vietati già allora dalle convenzioni internazionali, come l’iprite. Altre centinaia persero la vita tre anni più tardi, all’interno di una profonda grotta dell’area, con le truppe fasciste che fecero uso di gas e lanciafiamme contro la resistenza etiope, per poi murare vivi gli ultimi sopravvissuti.

    Una storia che quasi nessuno conosce, anche chi difende il nome ‘Amba Aradam’. Certo, chi concorda con la nuova intitolazione è convinto che, al di là dei simboli, siano necessarie altre azioni concrete sul tema immigrazione, compreso il diritto alla cittadinanza per chi nasce, cresce e studia in Italia: “Ius soli e Ius culturae? Sono favorevole”, spiegano diversi residenti. Ma non solo: “Serve anche ripartire dalle scuole e dalla formazione per debellare il razzismo”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/04/roma-la-fermata-della-metro-c-di-via-amba-aradam-sara-intitolata-al-partigiano-marincola-il-vox-tra-i-residenti-sulliniziativa-del-campidoglio/5889280
    #toponymie #toponymie_politique #Italie #colonialisme #Rome #partisans #métro #station_de_métro #colonialisme_italien #passé_colonial #mémoire #guerre_d'Ethiopie #Ethiopie #massacre #Badoglio

    ping @isskein @albertocampiphoto @wizo

    • Prossima fermata: Giorgio Marincola

      Sulla scia di Black Lives Matter, un piccolo movimento d’opinione ha proposto di rinominare una stazione della metro C in costruzione. Sarà intitolata al partigiano nero che morì combattendo i nazisti in val di Fiemme.

      La zona intorno a via dell’Amba Aradam a Roma, alle spalle della basilica di San Giovanni in Laterano, è da tempo sottosopra per la presenza di un grande cantiere. Sono i lavori della linea C della metropolitana: uno dei tanti miti romani che si spera possa un giorno, chissà, diventare realtà. Se tutto andrà bene, nel 2024 la città avrà una fermata della nuova metro chiamata per l’appunto «Amba Aradam».

      Anzi, non più. Martedì 4 agosto l’Assemblea capitolina ha approvato – con l’appoggio della sindaca Virginia Raggi – una mozione che vincola l’Amministrazione cittadina a cambiare quel nome. Niente Amba Aradam: la stazione si chiamerà «Giorgio Marincola». Alla grande maggioranza degli italiani nessuno di questi due nomi – di luogo il primo, di persona il secondo – dice alcunché. Il primo è da tempo dimenticato dai più; il secondo nemmeno l’hanno mai sentito. Eppure la decisione di sostituire l’uno con l’altro, maturata nelle settimane recenti sulla scia del movimento Black Lives Matter e delle sue ripercussioni in Italia, è una svolta importante, di rilevante significato politico. Certifica l’opposta curva che la reputazione, l’eco dei due nomi percorre nella coscienza dei contemporanei.

      L’Amba Aradam, gruppo montuoso della regione del Tigrè, fu teatro a metà febbraio 1936 di una battaglia nel corso dell’aggressione fascista all’Etiopia. All’epoca venne celebrata in Italia come una grande vittoria, tacendo che era stata ottenuta con l’uso massiccio e indiscriminato di gas asfissianti proibiti dalla Convenzione di Ginevra. Ventimila morti tra combattenti e civili inermi abissini: una strage, un crimine di guerra per il quale nessuno è mai stato processato. Il Negus, costretto all’esilio, denunciò l’accaduto dalla tribuna della Società delle Nazioni, attirando sull’Italia l’obbrobrio delle democrazie. Oggi gli italiani in massima parte non sanno o non vogliono sapere. Restano i nomi di strade e piazze in varie località del Paese e un’espressione, «ambaradàn», di cui s’è scordata l’origine e che sta a significare una gran confusione.

      All’epoca della battaglia Giorgio Marincola aveva 12 anni e mezzo e frequentava la scuola media a Roma. La sua esistenza, sia prima che dopo, non ebbe nulla dell’apparente banalità che sembrano indicare queste scarne notizie. E merita di essere raccontata, perché troppo pochi ancora la conoscono.

      Giorgio era nato in Somalia nel settembre del ’33. Suo padre Giuseppe era un maresciallo maggiore della Regia Fanteria; sua madre, Askhiro Hassan, era somala; la sua pelle era color caffellatte. Prendere una concubina del posto, per gli italiani che a vario titolo si trovavano nella colonia somala era, all’epoca, comportamento diffuso. Per niente diffusa, viceversa, la scelta di riconoscere i figli nati da quelle unioni: ma Giuseppe Marincola volle comportarsi così, e li portò con sé in Italia. Giorgio, negli anni dell’infanzia, fu affidato a una coppia di zii che vivevano in Calabria e non avevano figli. La sorellina Isabella, di due anni più giovane, crebbe invece presso il padre e la moglie italiana che Giuseppe aveva nel frattempo sposato. Questa precoce separazione segnò le vite dei bambini: il maschio fu avvolto dall’affetto degli zii come fosse figlio loro; Isabella fu respinta dalla cattiveria e dai maltrattamenti di una matrigna che non l’amava. (La sua storia è narrata nel bel libro di Wu Ming 2 e Antar Mohamed Timira, pubblicato da Einaudi nel 2012, dal quale sono tratte la maggior parte delle informazioni qui riferite).

      Adolescente, Giorgio Marincola fu riunito alla sua famiglia a Roma. Negli anni del liceo, iscritto all’Umberto I, ebbe come insegnante di Storia e Filosofia Pilo Albertelli, al quale quello stesso istituto scolastico è oggi dedicato. Il professor Albertelli, partigiano, eroe della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare, fu arrestato il primo marzo del ’44 mentre faceva lezione, torturato, infine trucidato tra i martiri dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. A quel punto Giorgio, che nel frattempo aveva terminato le superiori e si era iscritto a Medicina, ne aveva già seguito l’esempio unendosi ai gruppi partigiani legati a Giustizia e Libertà attivi a Roma e nel Lazio.

      Nel giugno del ’44 i tedeschi lasciarono Roma e i compagni d’avventura di Giorgio, deposte le armi, si apprestarono a tornare all’università. Lui volle invece continuare a combattere: raggiunse la Puglia, dove ricevette una sommaria formazione da parte delle forze speciali alleate, e qualche settimana dopo fu paracadutato sul Biellese. Si unì alle formazioni partigiane di GL in Piemonte, finché non fu catturato. I fascisti repubblichini usavano costringere i prigionieri a lanciare appelli dalla loro emittente Radio Baita, affinché convincessero i compagni a deporre le armi. Messo davanti al microfono, Marincola pronunciò invece parole che andrebbero riportate su ogni manuale scolastico di storia: «Sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo. Per questo combatto gli oppressori…».

      Così il giovane eroe fu consegnato ai tedeschi, che lo deportarono nel campo di transito di Gries, alle porte di Bolzano. Lì lo raggiunse la Liberazione, all’indomani del 25 aprile 1945. La guerra in Italia era finita ma ancora una volta Giorgio si mise a disposizione dei comandi militari di Giustizia e Libertà. Insieme ad altri cinque o sei ragazzi, fu incaricato di presidiare un bivio in località Stramentizzo in Val di Fiemme, poco a nord di Trento, sulla strada della ritirata delle colonne tedesche le quali, in base agli accordi di resa, avevano avuto concesso libero transito verso il loro Paese. Per evitare incidenti, la piccola unità partigiana aveva ricevuto ordine di non portare le armi: si trattava insomma soltanto di dirigere il traffico.

      Alle prime ore di una bella mattina di maggio, il giorno 5, una colonna di SS si presentò all’incrocio, preceduta da bandiere bianche. I soldati scesero dai camion e fecero fuoco. Poi procedettero verso il paese di Stramentizzo, seminando morte tra le case: fu l’ultima strage nazista in territorio italiano. L’episodio è stato variamente raccontato: sta di fatto che così finì la giovane vita di Giorgio Marincola, a 22 anni non ancora compiuti. Quando i comandi di GL ricevettero le prime confuse notizie dell’accaduto, furono informati che tra i morti c’era un ufficiale di collegamento americano: nessuno immaginava che un uomo dalla pelle nera potesse essere italiano.

      Da molti decenni Stramentizzo non esiste più: alla metà degli anni Cinquanta finì sul fondo del lago artificiale creato dalla diga costruita sul corso del torrente Avisio. A Marincola fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria; nel ’46 l’Università di Roma gli attribuì la laurea in Medicina honoris causa. Poi il suo nome finì nel dimenticatoio: una via a Biella, nelle cui vicinanze aveva combattuto; un’aula della scuola italiana a Mogadiscio, in Somalia, in seguito demolita. Nient’altro. Finché, piano piano, con una lotta sorda e ostinata per salvarne la memoria, si è tornati a parlare di lui: un libro, Razza partigiana, di Carlo Costa e Lorenzo Teodonio; l’aula di Scienze del liceo Albertelli di Roma, dove oggi ai ragazzi viene raccontata la sua storia. E, nel prossimo futuro, una stazione delle metropolitana, affinché i romani ricordino.

      https://www.azione.ch/attualita/dettaglio/articolo/prossima-fermata-giorgio-marincola.html

    • Metro C, nuova stazione Amba Aradam-Ipponio sarà intitolata a partigiano Giorgio Marincola

      Approvata in Campidoglio una mozione per intitolare la futura fermata della metro C Amba Aradam/Ipponio al partigiano antifascista Giorgio Marincola. Figlio di un sottufficiale italiano e di una donna somala, vissuto a Roma nel quartiere di Casalbertone, scelse di contribuire alla liberazione d’Italia nel periodo della Resistenza. Morì in Val di Fiemme nel maggio 1945.

      L’iniziativa per l’intitolazione era stata lanciata, nelle scorse settimane, con una petizione su change.org che ha raccolto numerose adesioni.

      https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/metro-c-nuova-stazione-amba-aradam-ipponio-sara-intitolata-a-partigiano-

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      Le texte de la motion:
      Mozione n.68 del 4agosto 2020
      https://www.carteinregola.it/wp-content/uploads/2016/09/moz68-20-intitolazione-stazione-metro-marincola.pdf

    • La pétition sur change.org:
      Fanpage - "Perché intitolare al partigiano meticcio Marincola la stazione della metro C Amba Aradam

      «Giorgio Marincola, figlio di una madre somala e di un soldato italiano, è stato un partigiano che ha combattuto da Roma al Nord Italia fino agli ultimi giorni della Liberazione. Sarebbe meglio intitolare la nuova stazione della metro C a lui, piuttosto che con il nome Amba Aradam, che ricorda uno degli episodi più atroci dell’occupazione italiana in Etiopia. La proposta, rilanciata anche da Roberto Saviano, ora è diventata una petizione online rivolta alla sindaca Virginia Raggi.»

      https://www.change.org/p/virginia-raggi-intitoliamo-la-stazione-della-metro-c-di-via-dell-amba-aradam-a-giorgio-marincola/u/27093501

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      Perché intitolare al partigiano meticcio Giorgio Marincola la stazione della metro C di Amba Aradam

      Giorgio Marincola, figlio di una madre somala e di un soldato italiano, è stato un partigiano che ha combattuto da Roma al Nord Italia fino agli ultimi giorni della Liberazione. Sarebbe meglio intitolare la nuova stazione della metro C a lui, piuttosto che con il nome Amba Aradam, che ricorda uno degli episodi più atroci dell’occupazione italiana in Etiopia. La proposta, rilanciata anche da Roberto Saviano, ora è diventata una petizione online rivolta alla sindaca Virginia Raggi.

      Nella notte tra giovedì e venerdì un’azione da parte di un gruppo di attivisti antirazzisti ha portate anche nella capitale la mobilitazione che, partita dagli Stati Uniti e allargatasi all’Europa e non solo, mette in discussione i simboli del passato coloniale e schiavista, siano essi statue, targhe, intitolazioni di vie e piazze. A Milano a finire (di nuovo) nel mirino è stata la statua dedicata al giornalista Indro Montanelli. A Roma, con l’hashtag Black Lives Matter, a essere presa di mira è stata la statua del generale #Antonio_Baldissera, protagonista degli orrori dell’avventura coloniale fascista, il cui busto al Pincio è stato coperto di vernice. Contemporaneamente largo dell’Amba Aradam e via dell’Amba Aradam venivano reintitolati a #George_Floyd e a #Bilal_Ben_Messaud. «#Nessuna_stazione_abbia_il_nome_dell'oppressione», con questo cartello gli attivisti hanno posto il problema del nome della stazione della Metro C di prossima apertura, che richiama uno degli episodi più sanguinosi e brutali della repressione della resistenza etiope all’occupazione italiana.

      Una questione, quella del nome della nuova stazione, che ha visto un’apertura da parte dell’assessore ai Trasporti di Roma Capitale Pietro Calabrese. “Ci stavamo già pensando, anche perché, al di là di tutto, la stazione non è su viale dell’Amba Aradam”, ha dichiarato al Fatto Quotidiano. Intanto in rete ha cominciato a circolare una proposta: perché non intitolarla al partigiano Giorgio Marincola? Figlio di un soldato italiano e di una donna somala, il padre Giuseppe Marincola era stato caporale maggiore e, decise di riconoscere i due figli avuti dall’unione con Askhiro Hassan.

      Una proposta che è stata rilanciata da Roberto Saviano e che è diventata ora una petizione su Change.org indirizzata alla sindaca Virginia Raggi, lanciata dal giornalista Massimiliano Coccia: «La fermata della Metro C di Roma che sorge a ridosso di Porta Metronia in via dell’Amba Aradam sia intitolata a Giorgio Marincola, partigiano nero, nato in Somalia e ucciso dai nazisti in Val di Fiemme. Giorgio liberò Roma e scelse di liberare l’Italia. Una storia spesso dimenticata dalla storiografia attuale ma che racconta una pagina generosa della nostra Resistenza». Sarebbe questa una scelta simbolica certo, ma di grande impatto, per affrontare la questione del colonialismo italiano e cominciare a fare i conti con il mito degli «italiani brava gente» che, appunto altro non è che un mito. Giorgio Marincola non è stato solo una partigiano, ma la vicenda della sua famiglia già dagli anni ’20 del secolo pone la questione dell’esistenza di una black Italy misconosciuta e negata.
      La storia di Giorgio e Isabella Marincola è la storia di un’Italia meticcia

      Giorgio Marincola arriva in Italia poco dopo la sua nascita e si iscrisse nel 1941 alla facoltà di Medicina cominciando ad avvicinarsi al Partito d’Azione con cui poi decise di partecipare alla Resistenza, prima a Roma poi nel Nord Italia. Catturato dalle SS fu tradotto dopo percosse e torture in carcere a Torino e poi a Bolzano. Qui fu liberato dagli Alleati ma invece di portarsi in Svizzera con un convoglio della Croce Rossa, decise di proseguire la Resistenza in Val di Fiemme e qui sarà ucciso il 4 maggio 1945 a un posto di blocco dai soldati tedeschi ormai in rotta. Alla sua storia è stato dedicato un libro «Razza Partigiana», che è anche un sito internet, scritto da Carlo Costa e Lorenzo Teodonio ed edito da Iacobelli. Anche la storia della sorella di Giorgio, Isabella Marincola, è entrata in un libro scritto dal figlio Antar Mohamed e dallo scrittore Wu Ming 2, è intitolato «Timira. Romanzo Meticcio» (Einaudi) e indaga attraverso il caleidoscopio biografico di Isabella e di Antar la storia coloniale italiana e il suo presente di rimozione, una storia che attraversa tutto il Novecento e l’inizio del nuovo secolo attraverso la vicenda a tratti incredibile di una «italiana nera».

      https://roma.fanpage.it/perche-intitolare-al-partigiano-meticcio-giorgio-marincola-la-stazione-

    • Il blitz: via Amba Aradam intitolata a George Floyd e Bilal Ben Messaud

      Raid antirazzista nella notte in via dell’Amba Aradam in zona San Giovanni a Roma. Cartelli della toponomastica modificati con fogli con su scritto il nome di George Floyd e Bilal Ben Messaud ed esposto uno striscione con su scritto «Nessuna stazione abbia il nome dell’oppressione» firmato Black Lives Matter. Sul posto la polizia. Inoltre, sempre durante la notte, il busto di Antonio Baldissera, generale a capo delle truppe italiane in Eritrea, è stata imbrattata con vernice rossa. I raid antirazzisti sono stati messi a segno dal gruppo Restiamo umani. «Smantelleremo i simboli del colonialismo nella Capitale», annunciano su Facebook dando «il sostegno ai manifestanti che a partire da Minneapolis hanno riempito le piazze di decine di città del mondo» e rifiutando «ogni contestualizzazione storica». I componenti del gruppo Restiamo umani dunque prendono come bersaglio «le strade che richiamano stragi vergognose compiute dai soldati italiani in Etiopia, come via dell’Amba Aradam» o i «monumenti che conferiscono invece gloria eterna a uomini colpevoli delle peggiori atrocità verso il genere umano: tra gli “illustri” della storia italiana al Pincio c’è un busto di Antonio Baldissera, generale a capo delle truppe italiane in Eritrea e successivamente governatore della colonia italiana di Eritrea alla fine del XIX secolo, quasi che il passato coloniale italiano fosse un lustro invece che un crimine che come tale va ricordato».

      https://video.corriere.it/blitz-via-amba-aradam-intitolata-george-floyd-bilal-ben-messaud/bd76d308-b20b-11ea-b99d-35d9ea91923c

    • Fantasmi coloniali

      Nella notte di giovedì 18 giugno, la Rete Restiamo Umani di Roma ha compiuto un’azione di #guerriglia_odonomastica in alcuni luoghi della città che celebrano gli orrori del colonialismo italiano in Africa. In particolare sono stati colpiti la via e il largo «dell’Amba Aradam», insieme alla futura stazione «Amba Aradam/Ipponio» sulla linea C della metropolitana.

      Le targhe stradali sono state modificate per diventare «via George Floyd e Bilal Ben Messaud», mentre lungo le barriere che delimitano il cantiere della nuova fermata sotterranea sono comparsi grandi manifesti con scritto: «Nessuna stazione abbia il nome dell’oppressione».

      Il gesto degli attivisti romani intende denunciare la rimozione, il silenzio e la censura sui crimini del colonialismo, poiché questi contribuiscono a rafforzare e legittimare il razzismo di oggi. Amba Aradam è infatti il nome di un’altura dell’Etiopia dove l’esercito italiano, guidato da Pietro Badoglio, sconfisse i soldati di Hailé Selassié, sparando anche 1.367 proietti caricati ad arsine, un gas infiammabile e altamente tossico, in aperta violazione del Protocollo di Ginevra del 1925, contro l’impiego in guerra di armi chimiche.

      Nei giorni successivi, l’aviazione italiana bombardò le truppe nemiche in fuga. Nella sua relazione al Ministero delle Colonie, Badoglio scrisse che: «in complesso 196 aerei sono stati impiegati per il lancio di 60 tonnellate di yprite (sic) sui passaggi obbligati e sugli itinerari percorsi dalle colonne».

      La strada si chiama così dal 21 aprile 1936, quando venne inaugurata da Mussolini in persona. Il suo nome precedente era «Via della Ferratella», forse per via di una grata, nel punto in cui il canale della Marana passava sotto Porta Metronia. Per non cancellare quell’odonimo, venne ribattezzata «via della Ferratella in Laterano» una strada subito adiacente.

      Negli ultimi anni, molte azioni di guerriglia odonomastica si sono ripetute nelle città italiane, dimostrando che i simboli del passato parlano al presente anche quando li si vorrebbe anestetizzare e seppellire nell’indifferenza. L’intervento di giovedì scorso ha avuto grande risonanza non perché sia il primo di questo genere, ma in quanto si collega esplicitamente alle proteste per l’assassinio di George Floyd, al movimento Black Lives Matter e al proliferare di attacchi contro statue e targhe odiose in tutto il mondo.

      Tanta attenzione ha prodotto, come primo risultato, la proposta di intitolare la nuova stazione della metro Ipponio/Amba Aradam al partigiano italo-somalo Giorgio Marincola, con tanto di petizione on-line alla sindaca Raggi. Quest’idea ci rende ovviamente felici, perché da oltre dieci anni ci sforziamo di far conoscere la storia di Giorgio e di sua sorella Isabella, con libri, spettacoli, ricerche, interventi nelle scuole e progetti a più mani.

      Ci sembra anche molto significativo che un luogo sotterraneo porti il nome di Giorgio Marincola, dal momento che la sua resistenza fu ancor più clandestina di quella dei suoi compagni, visto il colore molto riconoscibile della sua pelle, specie quando agiva in città, nelle file del Partito d’Azione. E d’altra parte, la miglior memoria della Resistenza è quella che si esprime dal basso, underground, senza bisogno di grandi monumenti, riflettori e alzabandiera: una memoria tuttora scomoda, conflittuale, che fatica a vedere la luce del sole.

      Ben venga quindi la stazione “Giorgio Marincola” della Metro C, ma ci permettiamo di suggerire che quell’intitolazione sia vincolata a un’altra proposta. Non vorremmo infatti che il nome di Giorgio facesse dimenticare quell’altro nome, Amba Aradam. Non vorremmo che intitolare la stazione a un “bravo nero italiano” finisse per mettere tra parentesi la vera questione, quella da cui nasce la protesta della Rete Restiamo Umani, ovvero la presenza di fantasmi coloniali nelle nostre città: una presenza incontestata, edulcorata e in certi casi addirittura omaggiata. Non vorremmo che uscendo dalla stazione Giorgio Marincola si continuasse a percorrere, come se niente fosse, via dell’Amba Aradam. Sarebbe davvero un controsenso.

      Roberto Saviano, appoggiando l’idea della “stazione Giorgio Marincola” ha scritto: «la politica sia coraggiosa, almeno una volta». Ma che coraggio ci vuole per intitolare una fermata della metro a un italiano morto per combattere il nazifascismo? Davvero siamo arrivati a questo punto? Siamo d’accordo con Saviano, c’è bisogno di gesti coraggiosi, non di gesti spacciati per coraggiosi che ci esimano dall’avere coraggio.

      Sappiamo che cambiare ufficialmente il nome a via dell’Amba Aradam sarebbe molto difficile, anche se l’esempio di Berlino dimostra che quando davvero si vuole, certe difficoltà si superano: nella capitale tedesca, tre strade intitolate a protagonisti del colonialismo in Africa sono state dedicate a combattenti della resistenza anti-coloniale contro i tedeschi.

      Ci piacerebbe allora che la stazione “Giorgio Marincola” venisse inaugurata insieme a un intervento “esplicativo” su via dell’Amba Aradam, come si è fatto a Bolzano con il bassorilievo della Casa Littoria e con il Monumento alla Vittoria. Si potrebbero affiggere alle targhe stradali altri cartelli, che illustrino cosa successe in quel luogo e in quale contesto di aggressione; si potrebbe aggiungere una piccola chiosa, sul cartello stesso, sotto il nome della via: «luogo di crimini del colonialismo italiano», o qualunque altro contributo che risvegli i fantasmi, che li renda ben visibili, che non ci lasci tranquilli e pacificati, convinti che l’ambaradan sia solo un ammasso di idee confuse.

      https://comune-info.net/che-il-colonialismo-non-riposi-in-pace
      #guerilla_toponymique #Via_della_Ferratella #fascisme #via_della_Ferratella_in_Laterano #Indro_Montanelli #Partito_d’Azione #Francesco_Azzi #Azzi #Magliocco

    • https://i.imgur.com/G62H4oI.png

      Siamo molto content* che l’amministrazione capitolina abbia scelto di dedicare a Giorgio Marincola la stazione inizialmente nominata «Amba Aradam», e siamo content* che il processo che ha portato a questa scelta sia iniziato grazie alla nostra azione del 18 giugno scorso. Crediamo però che questo sia solo un primo passo. La via e il largo di fronte alla stazione, dedicati all’ignobile eccidio compiuto dal nostro esercito colonizzatore in Etiopia devono al più presto seguire la stessa strada e cambiare nome. Il percorso per decolonizzare la toponomastica razzista e colonialista ancora presente nella nostra città ha avuto solo un inizio e deve necessariamente continuare. Lo dobbiamo a chi è morto per le atrocità compiute dall’esercito tricolore, lo dobbiamo a chi è discriminato per razzismo oggi, lo dobbiamo a chi muore in mare per l’ignavia del nostro governo. Ricordiamo che il governo Conte e la sua maggioranza hanno vergognosamente confermato gli accordi con le milizie libiche responsabili di atroci violazioni a diritti umani della popolazione migrante africana. In forme diverse e più mediate, ma la violenza coloniale e razzista del nostro paese continua tutt’oggi e non smetteremo di lottare perché abbia fine.

      https://www.facebook.com/ReteRestiamoUmani

  • Ajouter à la liste des chansons sorties autour de #George_Floyd ici :
    https://seenthis.net/messages/856449

    #Musique_et_politique #Musique #ACAB #Violence_policière #Violences_policières #brutalité_policière #Assassinats_policiers #racisme #racisme_systémique #USA #UK #Black_Lives_Matter

    #Dumpstaphunk, le groupe américain de Ivan Neville ne nous surprend pas en reprenant ces deux morceaux en hommage à Black Lives Matter :

    Dumpstaphunk – Justice/Stand
    https://www.youtube.com/watch?v=vI9292TbdYM

    La chanteuse pop anglaise #Jorja_Smith nous surprend plus avec cet appel à la révolte, même si c’est déjà son deuxième titre à faire allusion à la violence policière :

    Jorja Smith - By Any Means
    https://www.youtube.com/watch?v=Vq81getV30I

    Enfin, #Shirley_Jones, du groupe pop américain des années 1980, The Jones Girls, nous surprend aussi, même si son ode antiraciste est largement plus naïve :

    Shirley Jones - There Are No Differences
    https://www.youtube.com/watch?v=cdoiJp6lQZE

  • The Second Act of Social-Media Activism | The New Yorker
    https://www.newyorker.com/culture/cultural-comment/the-second-act-of-social-media-activism

    Un article passionnant qui part des analyses de Zeynep Tufekci pour les reconsidérer à partir des mouvements plus récents.

    Some of this story may seem familiar. In “Twitter and Tear Gas: The Power and Fragility of Networked Protest,” from 2017, the sociologist Zeynep Tufekci examined how a “digitally networked public sphere” had come to shape social movements. Tufekci drew on her own experience of the 2011 Arab uprisings, whose early mobilization of social media set the stage for the protests at Gezi Park, in Istanbul, the Occupy action, in New York City, and the Black Lives Matter movement, in Ferguson. For Tufekci, the use of the Internet linked these various, decentralized uprisings and distinguished them from predecessors such as the nineteen-sixties civil-rights movement. Whereas “older movements had to build their organizing capacity first,” Tufekci argued, “modern networked movements can scale up quickly and take care of all sorts of logistical tasks without building any substantial organizational capacity before the first protest or march.”

    The speed afforded by such protest is, however, as much its peril as its promise. After a swift expansion, spontaneous movements are often prone to what Tufekci calls “tactical freezes.” Because they are often leaderless, and can lack “both the culture and the infrastructure for making collective decisions,” they are left with little room to adjust strategies or negotiate demands. At a more fundamental level, social media’s corporate infrastructure makes such movements vulnerable to coöptation and censorship. Tufekci is clear-eyed about these pitfalls, even as she rejects the broader criticisms of “slacktivism” laid out, for example, by Evgeny Morozov’s “The Net Delusion,” from 2011.

    “Twitter and Tear Gas” remains trenchant about how social media can and cannot enact reform. But movements change, as does technology. Since Tufekci’s book was published, social media has helped represent—and, in some cases, helped organize—the Arab Spring 2.0, France’s “Yellow Vest” movement, Puerto Rico’s RickyLeaks, the 2019 Iranian protests, the Hong Kong protests, and what we might call the B.L.M. uprising of 2020. This last event, still ongoing, has evinced a scale, creativity, and endurance that challenges those skeptical of the Internet’s ability to mediate a movement. As Tufekci notes in her book, the real-world effects of Occupy, the Women’s March, and even Ferguson-era B.L.M. were often underwhelming. By contrast, since George Floyd’s death, cities have cut billions of dollars from police budgets; school districts have severed ties with police; multiple police-reform-and-accountability bills have been introduced in Congress; and cities like Minneapolis have vowed to defund policing. Plenty of work remains, but the link between activism, the Internet, and material action seems to have deepened. What’s changed?

    The current uprisings slot neatly into Tufekci’s story, with one exception. As the flurry of digital activism continues, there is no sense that this movement is unclear about its aims—abolition—or that it might collapse under a tactical freeze. Instead, the many protest guides, syllabi, Webinars, and the like have made clear both the objectives of abolition and the digital savvy of abolitionists. It is a message so legible that even Fox News grasped it with relative ease. Rachel Kuo, an organizer and scholar of digital activism, told me that this clarity has been shaped partly by organizers who increasingly rely on “a combination of digital platforms, whether that’s Google Drive, Signal, Messenger, Slack, or other combinations of software, for collaboration, information storage, resource access, and daily communications.” The public tends to focus, understandably, on the profusion of hashtags and sleek graphics, but Kuo stressed that it was this “back end” work—an inventory of knowledge, a stronger sense of alliance—that has allowed digital activism to “reflect broader concerns and visions around community safety, accessibility, and accountability.” The uprisings might have unfolded organically, but what has sustained them is precisely what many prior networked protests lacked: preëxisting organizations with specific demands for a better world.

    What’s distinct about the current movement is not just the clarity of its messaging, but its ability to convey that message through so much noise. On June 2nd, the music industry launched #BlackoutTuesday, an action against police brutality that involved, among other things, Instagram and Facebook users posting plain black boxes to their accounts. The posts often included the hashtag #BlackLivesMatter; almost immediately, social-media users were inundated with even more posts, which explained why using that hashtag drowned out crucial information about events and resources with a sea of mute boxes. For Meredith Clark, a media-studies professor at the University of Virginia, the response illustrated how the B.L.M. movement had honed its ability to stick to a program, and to correct those who deployed that program naïvely. In 2014, many people had only a thin sense of how a hashtag could organize actions or establish circles of care. Today, “people understand what it means to use a hashtag,” Clark told me. They use “their own social media in a certain way to essentially quiet background noise” and “allow those voices that need to connect with each other the space to do so.” The #BlackoutTuesday affair exemplified an increasing awareness of how digital tactics have material consequences.

    These networks suggest that digital activism has entered a second act, in which the tools of the Internet have been increasingly integrated into the hard-won structure of older movements. Though, as networked protest grows in scale and popularity, it still risks being hijacked by the mainstream. Any urgent circulation of information—the same memes filtering through your Instagram stories, the same looping images retweeted into your timeline—can be numbing, and any shift in the Overton window means that hegemony drifts with it.

    In “Twitter and Tear Gas,” Tufekci wrote, “The Black Lives Matter movement is young, and how it will develop further capacities remains to be seen.” The movement is older now. It has developed its tactics, its messaging, its reach—but perhaps its most striking new capacity is a sharper recognition of social media’s limits. “This movement has mastered what social media is good for,” Deva Woodly, a professor of politics at the New School, told me. “And that’s basically the meme: it’s the headline.” Those memes, Woodley said, help “codify the message” that leads to broader, deeper conversations offline, which, in turn, build on a long history of radical pedagogy. As more and more of us join those conversations, prompted by the words and images we see on our screens, it’s clear that the revolution will not be tweeted—at least, not entirely.

    #Activisme_connecté #Black_lives_matter #Zeynep_Tufekci #Mèmes #Hashtag_movments #Médias_sociaux

  • Basket : le dilemme de s’agenouiller pendant l’hymne américain en NBA
    https://www.lemonde.fr/international/article/2020/08/02/basket-le-dilemme-de-s-agenouiller-pendant-l-hymne-americain-en-nba_6047937_

    Une poignée de joueurs de la ligue américaine de basket-ball et Gregg Popovich, l’entraîneur des San Antonio Spurs, ont décidé de ne pas mettre le genou à terre durant l’hymne national, un geste censé représenter la solidarité envers le mouvement Black Lives Matter.

    Un article intéressant qui montre que l’on peut soutenir une cause (ici Black Lives Matter), le montrer à sa manière, mais ne pas partager toutes les manifestations de soutien (ici le kneeling). Notamment quand des fidélités contradictoires existent (ici le soutien à BLM et le soutien à l’armée US).

    Permet de réfléchir à la tolérance à l’intérieur des groupe protestataires : construire de l’unité malgré les différences, voire les divergences sur certains points. C’est peut être cela le véritable travail de la politique. Pour ne pas le voir, le « centrisme » ne se situe que rarement sur des positions de gauche (au sens traditionnel et historique), mais dérive sans arrêt vers le conservatisme. Rejeter des alliés n’est pas toujours une bonne stratégie.

    Dans le même temps, quand les « centristes » rejettent les extrêmistes, ils coupent l’herbe sous leur propre pied, laissant le « centre » dériver vers l’acceptation définitive des dominations actuelles. Je crois ne pas avoir besoin d’exemple, car c’est chaque jour et dans tous les domaines que cela se démontre.

    Une société est un équilibre. Nous avons besoin d’extrémistes (progressistes, partisans de la liberté et de l’égalité et de la fraternité ou sororité) pour que le « centre » aille dans le sens de l’humanité. Écouter les positions radicales ne veut pas dire en accepter toutes les expressions, mais permet d’entendre le souffle de la société. Car l’avenir a toujours commencé par être minoritaire et marginal.

    #Kneeling #Black_Lives_Matter #NBA

  • Opinion | John Lewis: Together, You Can Redeem the Soul of Our Nation - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2020/07/30/opinion/john-lewis-civil-rights-america.html

    By John Lewis

    Mr. Lewis, the civil rights leader who died on July 17, wrote this essay shortly before his death, to be published upon the day of his funeral.

    July 30, 2020

    While my time here has now come to an end, I want you to know that in the last days and hours of my life you inspired me. You filled me with hope about the next chapter of the great American story when you used your power to make a difference in our society. Millions of people motivated simply by human compassion laid down the burdens of division. Around the country and the world you set aside race, class, age, language and nationality to demand respect for human dignity.

    That is why I had to visit Black Lives Matter Plaza in Washington, though I was admitted to the hospital the following day. I just had to see and feel it for myself that, after many years of silent witness, the truth is still marching on.

    Emmett Till was my George Floyd. He was my Rayshard Brooks, Sandra Bland and Breonna Taylor. He was 14 when he was killed, and I was only 15 years old at the time. I will never ever forget the moment when it became so clear that he could easily have been me. In those days, fear constrained us like an imaginary prison, and troubling thoughts of potential brutality committed for no understandable reason were the bars.

    Though I was surrounded by two loving parents, plenty of brothers, sisters and cousins, their love could not protect me from the unholy oppression waiting just outside that family circle. Unchecked, unrestrained violence and government-sanctioned terror had the power to turn a simple stroll to the store for some Skittles or an innocent morning jog down a lonesome country road into a nightmare. If we are to survive as one unified nation, we must discover what so readily takes root in our hearts that could rob Mother Emanuel Church in South Carolina of her brightest and best, shoot unwitting concertgoers in Las Vegas and choke to death the hopes and dreams of a gifted violinist like Elijah McClain.

    Like so many young people today, I was searching for a way out, or some might say a way in, and then I heard the voice of Dr. Martin Luther King Jr. on an old radio. He was talking about the philosophy and discipline of nonviolence. He said we are all complicit when we tolerate injustice. He said it is not enough to say it will get better by and by. He said each of us has a moral obligation to stand up, speak up and speak out. When you see something that is not right, you must say something. You must do something. Democracy is not a state. It is an act, and each generation must do its part to help build what we called the Beloved Community, a nation and world society at peace with itself.

    Ordinary people with extraordinary vision can redeem the soul of America by getting in what I call good trouble, necessary trouble. Voting and participating in the democratic process are key. The vote is the most powerful nonviolent change agent you have in a democratic society. You must use it because it is not guaranteed. You can lose it.

    You must also study and learn the lessons of history because humanity has been involved in this soul-wrenching, existential struggle for a very long time. People on every continent have stood in your shoes, through decades and centuries before you. The truth does not change, and that is why the answers worked out long ago can help you find solutions to the challenges of our time. Continue to build union between movements stretching across the globe because we must put away our willingness to profit from the exploitation of others.

    Though I may not be here with you, I urge you to answer the highest calling of your heart and stand up for what you truly believe. In my life I have done all I can to demonstrate that the way of peace, the way of love and nonviolence is the more excellent way. Now it is your turn to let freedom ring.

    When historians pick up their pens to write the story of the 21st century, let them say that it was your generation who laid down the heavy burdens of hate at last and that peace finally triumphed over violence, aggression and war. So I say to you, walk with the wind, brothers and sisters, and let the spirit of peace and the power of everlasting love be your guide.

    #John_Lewis #Black_lives_matter #Droits_civiques #Démocratie

  • Blackness as a practice of freedom

    https://us12.campaign-archive.com/?u=3310abe499733dcec66fe3782&id=d7b286e20e

    “What we’re doing is creating something different. For me, it’s a different way of viewing myself, a different way of living, a different way of loving my blackness.”
    —Kristina from Black Lives and Spatial Matters

    To help people think more deeply about race, freedom, and the policing of metropolitan space in the United States, Cornell University Press has moved forward the publication of the Black Lives and Spatial Matters: Policing Blackness and Practicing Freedom in Suburban St. Louis by Jodi Rios (@rios_jss). In addition, we are also offering the ebook for free (through August 31st) to anyone who wants to engage with this crucial conversation because we believe that books can change the world around us.

    From author Jodi Rios: “At its core, this book is about two powerful sets of practices—the cultural politics of race and space that attaches risk to Black people and Black space, and the politics of possibility that reaffirms blackness as a unique site of imagination and freedom. I ask that we reconsider the epistemic violence that is committed when scholars, policy makers, and the general public frame Black precarity as just another racial, cultural, or ethnic conflict that can be solved through legal, political, or economic means.”

    #black_lives_matter et #justice_spatiale #géographie_critique #cartoexperiemnt

  • #Skip_Marley, #HER & #Wale - Slow Down
    https://www.youtube.com/watch?v=UxljkoKJsqQ

    Mélange assez réussi de #reggae et de #soul...

    Sinon, à ranger dans ces clips pleins d’allusion à Black Lives Matter et George Floyd sans que les paroles de la chanson n’aient à voir avec le sujet. Pourquoi pas...

    Du coup je l’ajoute quand même à la liste des chansons sorties autour de #George_Floyd ici :
    https://seenthis.net/messages/856449

    #Musique_et_politique #Musique #ACAB #Violence_policière #Violences_policières #brutalité_policière #Assassinats_policiers #racisme #racisme_systémique #USA #Black_Lives_Matter

  • Austin, Texas, Just Voted to End the Drug War | The Nation
    https://www.thenation.com/article/activism/jose-garza-texas-drugs-election

    “On day one, we will end the prosecution of low-level drug offenses here in Travis County,” announced district attorney candidate José Garza, at a February forum on criminal justice reform in Austin. “We will end the prosecution of possession and sale offenses of a gram or less.”

    That may have sounded to some like a bold statement, but Garza argued it was the rational response to a “broken system.”

    On Tuesday night, voters in the state capital of Texas and the surrounding county agreed. Garza, a former federal public defender, immigrant rights activist, and executive director of the Texas Workers Defense Project–Proyecto Defensa Laboral, swept to victory over Travis County District Attorney Margaret Moore in a closely watched Democratic primary runoff election. And the successful challenger signaled that he is ready to act. “We know that 60-percent of all people arrested and charged with drug possession through traffic stops are people of color,” he told reporters. “So, it is time to end the war on drugs in this community to begin to unwind the racial disparities in our criminal justice system.”

  • Salaam Remi, Sandra Bland, Black Thought, Cee-Lo Green, Anthony Hamilton, Syleena Johnson & Stephen Marley - Is It Because I’m Black (USA, reprise de Syl Johnson, le papa de Syleena)
    https://www.youtube.com/watch?v=HSCK8zsPLUg

    #Musique_et_politique #Musique #ACAB #Violence_policière #Violences_policières #brutalité_policière #Assassinats_policiers #racisme #racisme_systémique #USA

    Autres chansons autour de #George_Floyd ici :
    https://seenthis.net/messages/856449

  • BLM protests are having a counterintuitive effect on Covid-19 spread
    https://www.inverse.com/mind-body/covid-blm-protests-link

    #Covid-19 cases have not spiked in response to the Black Lives Matter protests, according to a working paper posted Monday by the National Bureau of Economic Research.

    [...]

    By using anonymized cell phone data to estimate how social distancing behaviors might have changed as protests emerged, this research offers an explanation for why protests may not be linked to increasing cases.

    When it came to non-protestors, social distancing actually increased as protests broke out, the analysis suggests.

    “If the protests are perceived to be dangerous through violence or clashes with the police you may have individuals choose not to leave their home or go outside. Or if the non-attendees perceive that because of these protests there’s a higher risk of contracting Covid-19, these individuals may choose to stay home,” Dave says.

  • The Social Contract and the Game of Monopoly: Listening to Kimberly Jones on Black Lives
    https://ctjournal.org/2020/06/29/the-social-contract-and-the-game-of-monopoly-listening-to-kimberly-jones-

    As Derek Chauvin pressed his knee into George Floyd’s neck for eight minutes and forty-six seconds, the United States was poised to cross the threshold of 100,000 COVID deaths. We were grieving those who lost their lives to the virus, cut off from friends and family, gasping for breath alone in emergency rooms, nursing or private homes, detention centers, on the streets....We were holding our breaths as we read the daily toll of the pandemic, disproportionately taking Black and Brown lives. Far from being a “great equalizer,” #Covid-19 reveals the virulence of structural racism. African Americans are dying of the virus at three times the rate of white people in America. As some official channels urged us to follow the protocols of social distancing and physical isolation in the interests (...)

  • Le puissant message de Tarrus Riley dans « Healing »
    https://pan-african-music.com/tarrus-riley-healing

    Accompagné de l’annonce de son prochain album du même nom, Tarrus dévoile aujourd’hui le morceau « Healing » accompagné d’un clip réalisé par Ruption de RD Studios. Il dépeint un aperçu de la Jamaïque pendant la crise de Covid-19, stérile, meurtrie et dévastée. Avec des images tournées à travers l’île pendant la quarantaine, mélangées à des scènes plus récentes telles que les manifestations Black Lives Matter en Jamaïque et dans le monde entier

    https://www.youtube.com/watch?v=yLHdA-kLqi0

    #musique #reggae #soul #Tarrus_Riley #Jamaïque #coronavirus #Black_lives_matter @sinehebdo

  • US Air Force sergeant charged in Boogaloo Bois murder - BBC News
    https://www.bbc.com/news/world-us-canada-53076159

    A US Air Force sergeant with links to the far-right Boogaloo Bois movement has been charged with the murder of a federal security officer in California, the FBI says.

    Steven Carrillo is accused of killing David Patrick Underwood outside the courthouse in Oakland during Black Lives Matter protests last month.
    He was already charged with the murder of another officer eight days later.
    Damon Gutzwiller was killed in an ambush near Santa Cruz on 6 June.

    Mr Carrillo, who is stationed at Travis air force base, was arrested during a subsequent confrontation.
    He appears to have used his own blood to write various phrases on the bonnet of a car he stole, the FBI said, including “boog” and “stop the duopoly”.
    “Boogaloo” is a term used by extremists to reference a violent uprising or impending civil war in the US, the FBI said.
    Who are Boogaloo Bois, Antifa and Proud Boys?
    Adherents of the loose grouping known as Boogaloo Bois, which some liken to a militia, are anti-government and often carry assault weapons.

    #Black_Lives_Matter #Boogaloo

  • #BLM – Demonstrations in #Calais and #Dunkerque / Manifestations à Calais et Dunkerque

    On the wave of Black Lives Matter movements around the globe, demonstrations took place also in Dunkerque and Calais, to denounce racist politics and their consequences.

    About 80 people gathered in a public square in Calais, last Saturday, June, 13th. The speeches highlighted the violence that exiled people suffer on a daily basis in the border city, amongst which the discrimination in city buses, which was almost officially acknowledged by the president of SITAC, which manages the urban network.

    The demonstration continued with a spontaneous march all the way to the sea side , chanting slogans without interruption.
    “racist state, complicit police”, “police hates everyone” “no border no nation stop deportation” “no justice, no peace”… a reminder that police and racist politics such as border ones have made victims also in Calais.

    The message is clear.

    Sur la vague des mouvements Black Lives Matter dans le monde entier, des manifestations ont également eu lieu à Dunkerque et à Calais, pour dénoncer les politiques racistes et leurs conséquences.

    Environ 80 personnes se sont réunies sur une place publique de Calais, ce samedi 13 Juin. Les prises de paroles ont mis en avant les #violences que subissent quotidiennement les exilé-es, dont la discrimination dans les bus de ville quasi officialisée par le président de la SITAC qui gère le réseau urbain.

    Le rassemblement a été suivi d’une manifestation sauvage jusqu’au front de mer avec des slogans sans interruption.
    “Etat raciste, police complice”, “La police déteste tout le monde” “no border no nation stop deportation” “no justice, no peace”….. un rappel que la police et les politiques racistes comme celles des frontières ont fait des victimes également à Calais.

    Le message est clair.

    https://calaismigrantsolidarity.wordpress.com/2020/06/14/blm-demostration-in-calais-and-dunkerque-manifest
    #manifestation #résistance #Black_Lives_Matter #France #discriminations #répression #racisme

  • WP :

    Le film explore les « liens entre la race, la justice et l’incarcération de masse aux États-Unis »1. Le titre fait référence au treizième amendement à la Constitution des États-Unis qui a libéré les esclaves et interdit l’esclavage (à moins qu’ils ne soient emprisonnés à cause d’un crime).

    La réalisatrice démontre que l’esclavage s’est perpétué depuis son abolition à travers des actions telles que la criminalisation de certains comportements. Des affranchis étaient par exemple accusés de vagabondage et forcés à travailler pour l’État ou loués à des propriétaires terriens. D’autres raisons ont conduit à la fin du 20e siècle à l’incarcération de masse des gens de couleur aux États-Unis comme la privatisation du droit de vote pour les afro-américains et la guerre à la drogue menée par les républicains. La réalisatrice examine aussi les centres pénitentiaires devenus de véritables complexes industriels.

    13TH | FULL FEATURE | Netflix - YouTube
    https://www.youtube.com/watch?v=krfcq5pF8u8

    Combining archival footage with testimony from activists and scholars, director Ava DuVernay’s examination of the U.S. prison system looks at how the country’s history of racial inequality drives the high rate of incarceration in America.

    This piercing, Oscar-nominated film won Best Documentary at the Emmys, the BAFTAs and the NAACP Image Awards.

    US Rating: TV-MA For mature audiences. May not be suitable for ages 17 and under.

    For more information and educational resources, please visit:
    https://media.netflix.com/en/company-...

  • "Via la statua di #Montanelli da Milano, è stato un razzista": la richiesta dei Sentinelli apre il dibattito in Comune

    Dopo l’uccisione negli Usa di George Floyd l’associazione milanese chiede che venga tolta la statua e cambiata l’intitolazione dei giardini pubblici. Salvini: «Che vergogna». Parte del Pd sostiene la proposta di discuterne, ma dal capogruppo arriva il no.

    L’anno scorso le donne di «Non una di meno» l’avevano imbrattata con la vernice rosa durante il corteo dell’8 marzo. Ora sono i ’#Sentinelli_di_Milano', a fare una lettera appello al sindaco Beppe Sala e al Consiglio comunale per chiedere di rimuovere la statua dedicata a #Indro_Montanelli, giornalista e scrittore che in Africa durante il colonialismo italiano si macchiò della colpa di fare di una bambina eritrea la sua concubina. A lui la giunta del sindaco Gabriele Albertini intitolò anche il giardino di Porta Venezia dove c’è la statua a lui dedicata. Un tema molto controverso che viene adesso legato all’omicidio in America dell’afroamericano George Floyd, scatena il dibattito in Rete e in futuro approderà in aula a Palazzo Marino.

    L’appello per la rimozione è sulla pagina Facebook dell’associazione che si batte per i diritti (https://www.facebook.com/isentinellidimilano/photos/a.326149944234099/1563182730530808/?type=3&theater): «A Milano ci sono un parco e una statua dedicati a Indro Montanelli, che fino alla fine dei suoi giorni ha rivendicato con orgoglio il fatto di aver comprato e sposato una bambina eritrea di dodici anni perché gli facesse da schiava sessuale, durante l’aggressione del regime fascista all’Etiopia. Noi riteniamo che sia ora di dire basta a questa offesa alla città e ai suoi valori democratici e antirazzisti e richiamiamo l’intero consiglio a valutare l’ipotesi di rimozione della statua, per intitolare i #Giardini_Pubblici a qualcuno che sia più degno di rappresentare la storia e la memoria della nostra città Medaglia d’Oro della Resistenza», si legge nel post subito condiviso e approvato da migliaia di persone. Molte però anche le critiche arrivate in coda allo stesso post, come avvenne l’anno scorso dopo la manifestazione delle femministe.

    «Giù le mani dal grande Indro Montanelli. Che vergogna la sinistra, viva la libertà», interviene il leader della Lega Matteo Salvini. Ma i Sentinelli non arretrano: «Dopo la barbara uccisione di George Floyd a Minneapolis le proteste sorte spontaneamente in ogni città con milioni di persone in piazza e l’abbattimento a Bristol della statua in bronzo dedicata al mercante e commerciante di schiavi africani #Edward_Colston da parte dei manifestanti antirazzisti di #Black_Lives_Matter - scrivono ancora su Fb - richiamiamo con forza ogni amministrazione comunale a ripensare ai simboli del proprio territorio e a quello che rappresentano».

    Della richiesta si farà portatrice Diana De Marchi, consigliera comunale del Pd, che potrebbe chiedere il dibattito in aula a Palazzo Marino. «Ne parlerò con il gruppo quando riceveremo la richiesta - spiega De Marchi - Certo, sarebbe tema della mia commissione e la storia tra Montanelli e una giovanissima donna eritrea così descritta era una brutta pagina per i diritti. Ma devo anche andare a ricostruire la proposta della statua, come era stata valutata, perché molti di noi non c’erano a quel tempo e nemmeno io». Sulla discussione in consiglio è d’accordo anche Alessandro Giungi (Pd): «In aula discutiamo di tutto e se ci sarà una richiesta in tal senso, perché non dovremmo farlo? Ma non ho mai detto di essere per lo spostamento della statua. Montanelli è stato comunque un protagonista della vita cittadina».

    L’idea piace ad Arci Milano che si associa alla richiesta dei Sentinelli, mentre una bocciatura netta arriva dal capogruppo Pd in Comune, Filippo Barberis: «Sono molto, molto lontano culturalmente da questi tentativi di moralizzazione della storia e della memoria che trovo sbagliati e pericolosi. Atteggiamenti che hanno a che fare più con la categoria della censura che della riflessione critica e che hanno ben poco a che vedere con la sensibilità della nostra città che da sempre si confronta con le contraddizioni e la complessità della società e dei suoi personaggi. Montanelli ha commesso un errore grave, imperdonabile. Se questo fosse però il criterio per rimuovere statue o cambiare il nome alle vie dovremmo rivedere il 50% della toponomastica mondiale. Sarebbe inoltre poco comprensibile dedicare tempo all’argomento in Comune in questa delicatissima fase dove in testa e a cuore dovremmo avere, e a tutti gli effetti abbiamo, ben altre priorità e progetti».

    Protesta anche l’ex vicesindaco e vice presidente di Regione Lombardia Riccardo De Corato, che fu tra i promotori della installazione della statua: «Continuano gli attacchi alla memoria di Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti, che con il suo lavoro ha dato lustro all’Italia. La ’Floyd mania’ sta offuscando le menti di qualche consigliere comunale: confondere l’omicidio di un povero uomo di colore con la statura culturale di Montanelli, ferito per le sue idee liberali dalle Brigate Rosse, e voler addirittura aprire un dibattito in consiglio comunale è vergognoso».

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2020/06/11/news/statua_montanelli_sentinelli_milano-258873542

    #statue #Italie #colonialisme #histoire #passé_colonial #colonisation #viol #racisme #toponymie_politique #toponyie #monument #mémoire #symboles #Erythrée #Ethiopie #histoire_coloniale

    –—

    A #Palerme aussi une rue dédiée à Montelli avait été détournée:


    https://seenthis.net/messages/829668

    • Avessimo la coda di paglia, scriveremmo un pippotto per raccontare la nostra storia, il nostro modo di fare politica rappresentato da 5 anni che sono lì a dimostrare chi siamo, cosa siamo, come agiamo.

      Invece ci limitiamo a scrivere che la nostra proposta civile, fatta in settimana alla luce del sole proprio per permettere una discussione pubblica, non contemplava altro.

      Piuttosto la violenza verbale fatta dal pensiero unico mainstream che ci ha voluto in modo caricaturale descrivere come dei talebani, ha portato il dibattito su un livello volutamente distorto.
      Mentre sui social tantissime persone si riconoscevano nella nostra richiesta, sui media è passato per giorni la voce di una sola campana.
      Come se improvvisamente avessimo toccato un nervo scoperto.
      Polito, Severgnini, Battista, Cerasa, Cazzullo, Levi, Ferrara, Mattia Feltri, Lerner, Cruciani, Travaglio, Scanzi, Gomez, Padellaro, Parenzo tutti maschi, bianchi, benestanti, eterosessuali a discutere se sia stato o meno legittimo per Montanelli stuprare una 12enne. Non ci viene in mente un altro Paese che si definisce democratico e civile, insorgere così compattamente quando si mette in discussione il suo diritto alla misoginia.

      Ci fosse mai stata questa levata di scudi bipartisan da parti delle «grandi firme», sulla piaga che non conosce fine della violenza sulle donne, figlia di una cultura patriarcale della quale era intriso il pensiero anche del Signor Montanelli.
      Ci fosse mai stata questa indignazione di massa sulla quotidiana strage nel mar Mediterraneo che affoga il futuro di donne, uomini, bambini, bambine.

      Bambine, quelle che ancora in Africa come nel 1935 subiscono la violenza sopraffatrice di chi si sente in diritto di infibularle, darle in sposa, comprarle.

      Indro Montanelli ancora nel 2000 rivendicava il suo agire da soldato mandato in Eritrea in un’azione del Regime colonizzatore.

      Noi la lettera mandata a Sindaco e Consiglio Comunale la rifaremmo anche ora.
      Perché non c’è nessuna violenza nell’esprimere il proprio pensiero in modo trasparente.
      Quel parco di Milano deve liberarsi di un nome che non fa onore alla nostra città.
      E peggio di una vernice rossa c’è chi senza entrare nel merito della nostra proposta preferisce buttarla in caciara vendendoci come degli integralisti.

      https://www.facebook.com/isentinellidimilano/posts/1563182763864138

  • Opinion | The End of Black Politics - The New York Times
    https://www.nytimes.com/2020/06/13/opinion/sunday/black-politicians-george-floyd-protests.html

    Young black people have exploded in rebellion over the grotesque killing of George Floyd. We are now witnessing the broadest protest movement in American history. And yet the response of black elected officials has been cautious and uninspired.

    The Congressional Black Caucus offered a familiar list of the kind of police reforms that have failed for decades to end police violence. After protesters vandalized CNN’s headquarters and set a police car on fire in Atlanta, the mayor, Keisha Bottoms, told them to “go home” because registering to vote “is the change we need.” President Barack Obama also argued in an essay that “real change” comes from both protest and voting.

    Instead, organizers on the ground have provided leadership. Women like Mary Hooks from Southerners on New Ground in Atlanta and Miski Noor and Kandace Montgomery of the Black Vision Collective in Minneapolis have been at the center of articulating new demands for redistributing resources away from policing, prisons and billionaires, and back into public programs. We can also find this leadership among the ranks of black low-wage “essential workers” who have challenged Amazon and other big corporations since the beginning of the pandemic. These organizers and workers are channeling the confrontational black politics of a previous period.

    Because of them, we are at the end of one era of black politics and the start of a new one.

    Many black politicians represented urban areas, and governing became harder as whites and their tax dollars fled to the suburbs. The 1970s also saw the end of the postwar economic boom and the acceleration of deindustrialization. The changing economic fortunes of cities, which had been the engine of the American economy, made it harder for the ascendant black political class to carry out reforms.

    Increasingly, black elected officials were seen as managing the crises in black working class communities, instead of leading efforts to root them out.

    As the black movement wound down, the nation went into recession, and black legislators became more entrenched in their positions. With seniority, repeated election cycles and without a robust movement as a source of accountability and direction, black elected officials began to govern like typical politicians. Staying in office became a priority, and as black legislators, they often had fewer resources. That meant more fund-raising from entities that may have been at odds with their constituencies.

    This was not just a case of selling out. As more blacks entered the middle class, political demands shifted. Black elected officials were more in tune with the needs of their middle-class constituencies, black and white, than they were with the needs of the black working class. And their middle-class constituencies were more often concerned about a rise in property taxes than in ensuring access to a local Head Start.

    Now, we’re tumbling toward generational and class conflict. We can already see the fault lines forming. Last winter, African-American leaders fell in line to endorse Joe Biden and Michael Bloomberg as the Democratic nominees for president. The support for Mr. Biden was unsurprising given his tenure as Mr. Obama’s vice president, but the praise for Mr. Bloomberg smacked of opportunism.

    Mr. Bloomberg was mostly known for his full-throated support of stop-and-frisk, which resulted in millions of needless police stops. As Mr. Bloomberg erroneously celebrated that tactic as the reason behind New York’s drop in crime, other cities sought to replicate it. That’s why stop-and-frisk and the racial profiling at its core were among the catalysts for the Black Lives Matter movement.

    Case in point: Muriel Bowser, the mayor of Washington, painting the words “Black Lives Matter” on a street headed in the direction of the White House. But she also proposed a $45 million increase in the local police budget.

    In 2018, three black women sued the city, claiming that the policies pursued by its administrators served to “attract younger, more affluent professionals” and “discriminated against poor and working class African-Americans” who had lived in the city for generations. These plaintiffs, like the mayor, are black women, but their differing class positions and access to power have fundamentally impeded the possibilities of solidarity.

    This doesn’t mean that representation no longer matters. It does. But we can no longer assume that shared identity means a shared commitment to the strategies necessary to improve the lives of a vast majority of black people. Class tensions among African-Americans have produced new fault lines that the romance of racial solidarity simply cannot overcome.

    Today, there are more black elected officials than ever before, and that has not been enough to contain the coronavirus, which has ravaged black communities. Nor has it done anything to mitigate police abuse and violence. For most African-Americans, things have changed, but not nearly enough.

    #Etats_unis #Politique #Black_lives_matter #Black_Caucus

  • How Black Lives Matter Reached Every Corner of America - The New York Times
    https://www.nytimes.com/interactive/2020/06/13/us/george-floyd-protests-cities-photos.html

    Un article empli de très nombreuses photographies des manifestations, dans toute sorte de villes, petites et grandes, rurales ou dans les mégalopoles, riches et pauvres.

    Il faut absolument regarder les photos pour comprendre que ce mouvement est devenu une déferlante. Pourvu que l’éteignoir ne soit pas mis dessus.

    Ce résultat est également le succès de Black Lives Matter, un mouvement qui s’est patiemment construit depuis cinq ans.

    It continued that way, with every sunrise and sunset bringing more anguish and cries for reform, until hundreds of thousands of people took to the streets across more than 2,000 cities and towns, their chants echoing the rhythms of movements past.

    The protests trampled traditional fault lines, crushed stereotypes and unfurled in rural, conservative and majority white communities. Protests crossed the economic divide, too, taking place where the median income was as low as $20,000 and as high as $220,000.

    #Black_lives_matter #Etats-Unis #Racisme #Manifestations

  • #Policing_the_Planet. Why the Policing Crisis Led to #Black_Lives_Matter

    Combining firsthand accounts from activists with the research of scholars and reflections from artists, Policing the Planet traces the global spread of the broken-windows policing strategy, first established in #New_York_City under Police Commissioner #William_Bratton. It’s a #doctrine that has vastly broadened police power the world over—to deadly effect.

    With contributions from #BlackLivesMatter cofounder Patrisse Cullors, Ferguson activist and Law Professor Justin Hansford, Director of New York–based Communities United for Police Reform Joo-Hyun Kang, poet Martín Espada, and journalist Anjali Kamat, as well as articles from leading scholars Ruth Wilson Gilmore, Robin D. G. Kelley, Naomi Murakawa, Vijay Prashad, and more, Policing the Planet describes ongoing struggles from New York to Baltimore to Los Angeles, London, San Juan, San Salvador, and beyond.

    https://www.versobooks.com/books/2107-policing-the-planet

    #livre #open_access #police

    ping @fil @reka @isskein @davduf @karine4 @cede

  • [Émissions spéciales] Une émission en direct par l’Acentrale...
    http://www.radiopanik.org/emissions/emissions-speciales/une-emission-en-direct-par-l-acentrale-

    Un collectif d’artisanes et d’artisans de la radio se forme, en mode cuistax et do it yourself. Membres de #Radio_Lalinière, Radio Moskou, Radio Panik,...

    Le groupe propose une première émission depuis l’AlleeduKaai à Bruxelles, au bord du canal, avant de partir en résidence bricoler leur studio hyper mobile et le préparer pour une radio à coups de pédales durant l’été...

    Personnes Invitées :

    Rabiah, militant sans papier, Migrant libre Jean-Luc Nsengiyumva, sociologue engagé Nathaniel Molamba et Noémie Lewest du collectif Le Mot:Lame

    Playlist, sons et textes :

    « Fuck the Cops » - Fuck12 « Guns of Brixton » - The Clash « La Meilleure des Polices » - La Rumeur M.E.T.A.L (Mouvement des Etudiants Travailleurs des Arts en Lutte) : action de mercredi 4 juin 2020, Bxl « Nobody Knows » de Pastor TL (...)

    #poésie #activisme #Bombes_atomiques #Mot_Lame #Black_Lives_Matter #Acentrale #Radio_Quistax #5G #PNode #poésie,activisme,Bombes_atomiques,Radio_Lalinière,Mot_Lame,Black_Lives_Matter,Acentrale,Radio_Quistax,5G,PNode
    http://www.radiopanik.org/media/sounds/emissions-speciales/une-emission-en-direct-par-l-acentrale-_09257__1.mp3

  • Black sounds matter
    https://laviedesidees.fr/Black-sounds-matter.html

    La #musique occupe une place de choix dans la tradition intellectuelle noire américaine. Mais qu’en est-il du rap, genre parfois controversé ? Pour Ta-Nehisi Coates, le hip-hop éclaire de manière originale le sens de la vie noire, à l’heure du Black Lives Matter.

    #Arts #États-Unis #racisme #négritude #culture_populaire
    https://laviedesidees.fr/IMG/pdf/20200609rap2.pdf
    https://laviedesidees.fr/IMG/docx/20200609rap2.docx

  • Des manifestants #BlackLivesMatter ont fait tomber une statue d’Edward #Colston se trouvant à #Bristol depuis 1895. L’homme était un négrier. Elle avait été érigée car il avait aidé au développement de la ville au XVeme siècle.

    La statue a ensuite été jetée dans un canal.


    https://twitter.com/Conflits_FR/status/1269677215400288262

    #monument #statue #GB #Angleterre #Edward_Colston #Colston #Bristol #toponymie #toponymie_politique #BLM #Black_Lives_Matter #esclavage #traite #traite_négrière
    ping @neotoponymie @reka

    • Protesters rally in #Oxford for removal of #Cecil_Rhodes statue

      University campaigners and #Black_Lives_Matter protesters block road outside Oriel College.

      More than a thousand protesters have gathered outside Oxford University to demand the removal of a statue of the Victorian imperialist Cecil Rhodes.

      Blocking the road outside Oriel College, the Rhodes Must Fall campaign said Black Lives Matter (BLM) protests across the UK, which included the dramatic toppling of a statue of the slave trader Edward Colston in Bristol, had reignited their campaign.

      Riot police stood on the roof of the college building while the crowd below the Rhodes statue listened to speeches, including the announcement of a BLM protest in Oxford on Friday. The demonstration ended peacefully with people leaving their signs on the outside of the building, while there were cheers as a police officer briefly took a knee in the crowd.

      In 2016, hundreds of Oxford students campaigned for the removal of a likeness of the controversial 19th-century figure – who supported apartheid-style measures in southern Africa – from the wall of the college. The campaign also called for the university curriculum to be changed to reflect diversity of thought beyond the western canon.

      The university said then that the statue would stay, with modifications that “draw attention to this history [and] do justice to the complexity of the debate”. It had been warned that it could lose about £100m in gifts should the statue be taken down, but it insisted financial implications were not the primary motive behind its decision.
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      In a statement released on Tuesday, Oriel College said it “abhors racism and discrimination in all its forms” and that it would “continue to debate and discuss the issues raised by the presence on our site of examples of contested heritage relating to Cecil Rhodes”.

      The campaign to remove the statue was supported this week by the Liberal Democrat MP Layla Moran and the leader of the local council.

      Femi Nylander, an organiser for Rhodes Must Fall, welcomed the support from the council, Moran and the thousands who signed the petition to remove the Rhodes statue.

      He said: “It’s good to see public consciousness is changing. We are seeing a paradigm shift. You can see that everywhere.” He added that he hoped the protest would result in a resurgence of the Rhodes Must Fall movement in Oxford.

      Simukai Chigudu, an associate professor of African politics at the University of Oxford, said the phrase “black lives matter” resonated because of “a history of white supremacy that has denigrated, exploited and subjugated black lives”.

      He added that Rhodes Must Fall, which he joined in 2015, had been started by student activists in South Africa who were “tired of colonial iconography, tired of white supremacy in our curriculums, tired of the crisis of representation of black and other minority ethnic people in our institutions”.

      A PhD student, Ndjodi Ndeunyema, 30, said: “We reject this narrative that Cecil Rhodes is a complicated character. No, he is a genocidaire, he is someone who planned an assault [on] Africa and he is not worthy of exaltation, he does not deserve to be on a high street looking down on us. That history will never be erased, it’s a lived reality for people in southern Africa, but it needs to be contextualised, it needs to be accurately represented and not glorified in the way it is today.”

      He said the protest went further than calling for the removal of the statue, it was also about meaningful equality “for the black community, given the moment we are in, but also people of colour and people on the social and economic fringes of any society”. He called for justice for the Windrush generation, describing the scandal as a “substantive policy manifestation of anti-blackness”.

      There was a significant police presence before the protest, with police vans and officers on horses.

      A PhD student who did not want to be named said: “We are here today as students, community members and community-based organisations who believe in democracies, who believe in the valuation of all lives equally and who believe in the removal of colonial iconographies that we must all inhabit.

      “We’re here to say to the University of Oxford, Oriel College and other colleges in Oxford that still demonstrate in support of the values we disagree with, that it is time to take a stand. If you are truly anti-racist and pro-good race relations and inclusion of black and ethnic minority students then today is the day to put your money where your mouth is.”

      Kate Whitington, the Oriel College junior common room president, said: “Oriel College must not be blind to its legacy of colonialism and racism in association with Cecil Rhodes. Despite claims that clear historical context about the Cecil Rhodes statue would be provided in order to acknowledge and educate our students on the imperialist past, the subject remains taboo and Oriel’s continuing silence equal to complicity in the perpetuation of white privilege and supremacy.”

      https://www.theguardian.com/world/2020/jun/09/protesters-rally-in-oxford-for-removal-of-cecil-rhodes-statue?CMP=Share

      #UK